IL MARCHIGIANO SILVANO GATTARI UN PILASTRO DELLA QUESTURA

Gattari e il questore Marangoni
La sua attività di poliziotto bravissimo e inflessibile è costellata di arresti e di tante operazioni rischiose. Ha fatto irruzioni in bische clandestine, intercettando latitanti con 25 anni di galera da scontare; ha preso rapinatori di grosso calibro, ladri al lavoro. Un poliziotto intelligente, capace di risolvere qualunque situazione.

FRANCO PRESICCI
“Volante Città Studi chiama Centrale”. “Centrale, Volante Città Studi”. Su quella Volante circolava Silvano Gattari, il capopattuglia che aveva il coraggio del leone e la forza di un campione di karate.
Veloce, capace di risolvere le situazioni più difficili, di prendere per il bavero i malavitosi più duri che tentavano di sopraffarlo, di immobilizzarli soltanto con uno sguardo fulminante. Tutta la sua attività di poliziotto tenace, preparato, intelligente, intuitivo è stata improntata alla consapevolezza che la divisa è un fiore all’occhiello, simbolo di onore e fedeltà allo Stato, emblema di missione.
Gattari è stato definito un eroe, un mito. Una leggenda. Il suo mondo erano la strada e la famiglia. Ha mandato al “gabbio” rapinatori, ladri, latitanti con anni e anni di galera sul gobbo; ha fatto irruzione nelle bische, ha sequestrato sacchi di soldi accumulati sui tavoli verdi, ha scovato rapitori e liberato ostaggi. Il lavoro alla Volante – dice – è stato entusiasmante. E con entusiasmo si racconta, sollecitato dal cronista impiccione, curioso, a volte impertinente, che scavando fa emergere chicche. Gattari ha una memoria inossidabile, i suoi ricordi sono come l’acqua di un ruscello che scende gorgogliando a valle. Acqua limpida, non inquinata: non usa artifici dialettici, non è enfatico, non contamina la verità.
Chi lo ascolta è affascinato dal suo eloquio con risonanze marchigiane, dal suo modo di esporre i fatti, uno dietro l’altro, a volte uno sull’altro per la fretta di dire, d’informare, di essere esauriente e preciso. Ha il piacere della parola, che non è mai scatola vuota. In tanti anni di mestiere ha sfiorato il pericolo, ma ha sempre aperto una breccia nel muro, riuscendo nell’intento. Ha passato dieci anni sulla sua “Pantera”, conquistando elogi, promozioni sul campo, onorificenze, concesse dai presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, prima dall’uno, poi dall’altro. Ebbe i gradi di maresciallo dopo aver acciuffato un rapinatore solitario, che faceva rapine in banca sempre alle 13.30, con lo stesso abbigliamento (giacca cammello e pantaloni blu). Lo immobilizzò nel momento in cui il bandito era impegnato nell’assalto all’istituto di credito di piazza Ascoli all’angolo con viale Abruzzi. Il “mito” arrivò con la sua Volante senza sirene e senza lampeggiante. Il malacarne esce e gli punta la pistola; Silvano ha la sua in pugno, può sparare, ma deve frenarla, perché la situazione è delicata: i bimbi che escono dalla scuola e la gente dal supermercato.
Il bandito rientra in banca per uscire da una porta sotterranea; Silvano conosce il percorso, con un collega si apposta dietro l’ultima porta e vede apparire il direttore con le mani in alto. Uno scatto fulmineo e punta non l’arma, ma il dito indice alle spalle del bandito e lo aggancia. Due o tre giorni dopo è maresciallo.
“Era bello il lavoro alle Volanti: c’era armonia fra i colleghi, amicizia, stima, rispetto, solidarietà, voglia di fare, di condividere. Una famiglia”. Lo animava il senso del dovere. Ha partecipato al concorso per ispettore ed è andato a dirigere il terzo turno delle Volanti, dove è rimasto 27 anni, dopo 10 da capopattuglia sulle vie più insidiose della città. “Quando eravamo liberi dal servizio ci riunivano attorno a una tavola e gustavamo piatti regionali in allegria. Quella delle Volanti è stata l’avventura più bella della mia vita. Eccitanti le notti, lavoro tanto e ben fatto”. Torna spesso su quei momenti.
E riannoda il discorso degli interventi. Captarono la notizia della bisca di via Savona. Gattari, i suoi uomini, alcuni della squadra Mobile, a mezzanotte, bussarono al primo piano, venne ad aprire un tizio vestito da maggiordomo, che chiese: “I signori desiderano?”. Silvano lo tirò da parte e gli domandò: “Dov’è il salone?“. “Quale salone?”. A un giovane poliziotto scappò un colpo di mitra che infranse la centralina che apriva le porte e scoprirono il salone con le pareti tappezzate e un tavolo lungo una decina di metri circondato da una cinquantina di persone e con mucchi di denaro ai margini della “pista”.
Riempirono due sacchi della spazzatura e sequestrarono “champagne” a fiumi e liquori di ogni tipo. Partirono i controlli con la centrale operativa della questura, che improvvisamente snocciolò la posizione di uno dei giocatori: 21 anni di carcere da scontare per omicidio. E la “belanda” o bisca che dir si voglia, è smantellata.
Di bische ce n’erano tante: in via Palmanova, in piazza Tirana, all’Arena…, all’aperto; e all’interno di cosiddetti circoli culturali o della duchessa in corso Sempione, in via Panizza..., appartenenti a quelli che si credevano padroni di Milano, cioè la grossa malandra.
Una notte un gruppo di poliziotti guidati da Gattari circondò un palazzo della Bovisa, sfondò una porta ed echeggiò un colpo di pistola. Il grilletto era partito dall’arma di un notissimo, spericolato, sbrigativo, determinato elemento senza scrupoli della “mala”, che tentò di buttarsi sul balcone di sotto in mutande, ma finì in trappola. Mentre nella camera da letto due donne nude dalle forme statuarie cercavano di distrarli. Sotto i cuscini e in un giubbotto appeso all’attaccapanni i poliziotti scoprirono le pistole. Pronta per la consorteria la “casanza” in piazza Filangieri.
Quando il libro della memoria di Silvano Gattari si apre si fa fatica a chiuderlo prima dell’ultima pagina. Libro che rapisce l’attenzione con le gioie e i dolori che contiene. La gioia: la nascita della figlia Debora; il dolore, l’uccisione di un carissimo amico in un conflitto a fuoco. Accadde in piazza Vetra, dove un impiegato dell’Esatri, l’agenzia addetta alla riscossione delle imposte, l’11 novembre del ‘76, notato un movimento sospetto, chiamò il “113”. Scattò la Volante “Duomo” e perse la vita il vicebrigadiere Giovanni Ripani, la cui tomba, ad Altidona, provincia di Fermo, è mèta di un... pellegrinaggio annuale di Gattari. Nella sparatoria perse la vita anche il braccio destro del capobanda, baldanzoso “re” delle evasioni, una specie di Vidocq alla milanese. A Ripani hanno dedicato una scuola e a Milano intestato l’ufficio denunce. “E’ diventato il mio angelo custode”, confida Silvano, commosso.
Furono, quelle, ore terribili per Milano, spesso teatro di rapine con sparatorie e corpi sanguinanti sul selciato. Un mezzogiorno di fuoco seguì all’assalto, settembre ‘67, dell’agenzia del Banco di Napoli di via Zandonai. Ci furono morti e feriti, tra cui il maresciallo Siffredi.
“Una grande soddisfazione è stata per me quando con il dottor Raffaele Valentini, primo dirigente della questura poi promosso questore, nell’88 abbiamo messo in piedi l’UPG, l’Ufficio prevenzioni generale, con 650 uomini, 33 Volanti per turno. Oggi Valentini non c’è più, come non c’è più Nino D’Amato, anche lui questore e investigatore eccellente, come Mazza, Marino… “Mai avuto paura?”. “Ho trascorso ore di preoccupazione quando finii nel mirino delle Brigate rosse. Mi rassicurai quando fu smembrato il covo di via Lorenteggio”. Hai nostalgia delle Volanti? “Ne ho. Mi hanno dato momenti elettrizzanti. Tra l’altro Milano di notte suscitava una sorta d’incanto”. Scherzando gli chiedo se devo chiamarlo cavaliere; e lui, dopo qualche reticenza, dice che è cavaliere al merito della Repubblica; e dal 2004 ufficiale al merito della Repubblica...
Ricordo quando fu festeggiato in via Fatebenefratelli per il suo ultimo giorno di lavoro. C’erano i questori Marangoni e Paolo Scarpis poi diventato prefetto, funzionari, dirigenti, giornalisti, tra i quali Michele Focarete e Alberto Berticelli, entrambi del “Corriere della Sera” (il secondo per anni in sala-stampa, di cui era responsabile severo e comprensivo); Paolo Longanesi, del “Giornale”; Piero Colaprico di “Repubblica”; Elio Spada e Marina Morpurgo dell’”Unità”; Umberto Gay di “Radio Popolare”, Milo Infante dell’”Informazione”, oggi bravissimo conduttore televisivo su Rai2.
Per tanti anni, andando nell’ufficio di Scarpis, siamo passati davanti a quello in cui Silvano Gattari era chino sul telefono a dialogare con gli equipaggi delle “Pantere” che sorvegliavano la città. Quando il suo telefono era muto, lui apriva la porta a vetri, ci salutava sempre sorridendo e tornava al lavoro. Era una colonna, l’eroe delle Volanti. Oggi è direttore tecnico e security manager di un istituto di vigilanza privato. Sempre al servizio del cittadino.
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La Volante "Città Studi" |
Gattari è stato definito un eroe, un mito. Una leggenda. Il suo mondo erano la strada e la famiglia. Ha mandato al “gabbio” rapinatori, ladri, latitanti con anni e anni di galera sul gobbo; ha fatto irruzione nelle bische, ha sequestrato sacchi di soldi accumulati sui tavoli verdi, ha scovato rapitori e liberato ostaggi. Il lavoro alla Volante – dice – è stato entusiasmante. E con entusiasmo si racconta, sollecitato dal cronista impiccione, curioso, a volte impertinente, che scavando fa emergere chicche. Gattari ha una memoria inossidabile, i suoi ricordi sono come l’acqua di un ruscello che scende gorgogliando a valle. Acqua limpida, non inquinata: non usa artifici dialettici, non è enfatico, non contamina la verità.
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Il matrimonio di Gattari |
Chi lo ascolta è affascinato dal suo eloquio con risonanze marchigiane, dal suo modo di esporre i fatti, uno dietro l’altro, a volte uno sull’altro per la fretta di dire, d’informare, di essere esauriente e preciso. Ha il piacere della parola, che non è mai scatola vuota. In tanti anni di mestiere ha sfiorato il pericolo, ma ha sempre aperto una breccia nel muro, riuscendo nell’intento. Ha passato dieci anni sulla sua “Pantera”, conquistando elogi, promozioni sul campo, onorificenze, concesse dai presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, prima dall’uno, poi dall’altro. Ebbe i gradi di maresciallo dopo aver acciuffato un rapinatore solitario, che faceva rapine in banca sempre alle 13.30, con lo stesso abbigliamento (giacca cammello e pantaloni blu). Lo immobilizzò nel momento in cui il bandito era impegnato nell’assalto all’istituto di credito di piazza Ascoli all’angolo con viale Abruzzi. Il “mito” arrivò con la sua Volante senza sirene e senza lampeggiante. Il malacarne esce e gli punta la pistola; Silvano ha la sua in pugno, può sparare, ma deve frenarla, perché la situazione è delicata: i bimbi che escono dalla scuola e la gente dal supermercato.
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Gattari e il questore Lucchese |
Il bandito rientra in banca per uscire da una porta sotterranea; Silvano conosce il percorso, con un collega si apposta dietro l’ultima porta e vede apparire il direttore con le mani in alto. Uno scatto fulmineo e punta non l’arma, ma il dito indice alle spalle del bandito e lo aggancia. Due o tre giorni dopo è maresciallo.
“Era bello il lavoro alle Volanti: c’era armonia fra i colleghi, amicizia, stima, rispetto, solidarietà, voglia di fare, di condividere. Una famiglia”. Lo animava il senso del dovere. Ha partecipato al concorso per ispettore ed è andato a dirigere il terzo turno delle Volanti, dove è rimasto 27 anni, dopo 10 da capopattuglia sulle vie più insidiose della città. “Quando eravamo liberi dal servizio ci riunivano attorno a una tavola e gustavamo piatti regionali in allegria. Quella delle Volanti è stata l’avventura più bella della mia vita. Eccitanti le notti, lavoro tanto e ben fatto”. Torna spesso su quei momenti.
E riannoda il discorso degli interventi. Captarono la notizia della bisca di via Savona. Gattari, i suoi uomini, alcuni della squadra Mobile, a mezzanotte, bussarono al primo piano, venne ad aprire un tizio vestito da maggiordomo, che chiese: “I signori desiderano?”. Silvano lo tirò da parte e gli domandò: “Dov’è il salone?“. “Quale salone?”. A un giovane poliziotto scappò un colpo di mitra che infranse la centralina che apriva le porte e scoprirono il salone con le pareti tappezzate e un tavolo lungo una decina di metri circondato da una cinquantina di persone e con mucchi di denaro ai margini della “pista”.
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Gattari e il cronista Alberto Berticelli |
Di bische ce n’erano tante: in via Palmanova, in piazza Tirana, all’Arena…, all’aperto; e all’interno di cosiddetti circoli culturali o della duchessa in corso Sempione, in via Panizza..., appartenenti a quelli che si credevano padroni di Milano, cioè la grossa malandra.
Una notte un gruppo di poliziotti guidati da Gattari circondò un palazzo della Bovisa, sfondò una porta ed echeggiò un colpo di pistola. Il grilletto era partito dall’arma di un notissimo, spericolato, sbrigativo, determinato elemento senza scrupoli della “mala”, che tentò di buttarsi sul balcone di sotto in mutande, ma finì in trappola. Mentre nella camera da letto due donne nude dalle forme statuarie cercavano di distrarli. Sotto i cuscini e in un giubbotto appeso all’attaccapanni i poliziotti scoprirono le pistole. Pronta per la consorteria la “casanza” in piazza Filangieri.
Quando il libro della memoria di Silvano Gattari si apre si fa fatica a chiuderlo prima dell’ultima pagina. Libro che rapisce l’attenzione con le gioie e i dolori che contiene. La gioia: la nascita della figlia Debora; il dolore, l’uccisione di un carissimo amico in un conflitto a fuoco. Accadde in piazza Vetra, dove un impiegato dell’Esatri, l’agenzia addetta alla riscossione delle imposte, l’11 novembre del ‘76, notato un movimento sospetto, chiamò il “113”. Scattò la Volante “Duomo” e perse la vita il vicebrigadiere Giovanni Ripani, la cui tomba, ad Altidona, provincia di Fermo, è mèta di un... pellegrinaggio annuale di Gattari. Nella sparatoria perse la vita anche il braccio destro del capobanda, baldanzoso “re” delle evasioni, una specie di Vidocq alla milanese. A Ripani hanno dedicato una scuola e a Milano intestato l’ufficio denunce. “E’ diventato il mio angelo custode”, confida Silvano, commosso.
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Silvano Gattari e il compianto prefetto Scarpis |
Furono, quelle, ore terribili per Milano, spesso teatro di rapine con sparatorie e corpi sanguinanti sul selciato. Un mezzogiorno di fuoco seguì all’assalto, settembre ‘67, dell’agenzia del Banco di Napoli di via Zandonai. Ci furono morti e feriti, tra cui il maresciallo Siffredi.
“Una grande soddisfazione è stata per me quando con il dottor Raffaele Valentini, primo dirigente della questura poi promosso questore, nell’88 abbiamo messo in piedi l’UPG, l’Ufficio prevenzioni generale, con 650 uomini, 33 Volanti per turno. Oggi Valentini non c’è più, come non c’è più Nino D’Amato, anche lui questore e investigatore eccellente, come Mazza, Marino… “Mai avuto paura?”. “Ho trascorso ore di preoccupazione quando finii nel mirino delle Brigate rosse. Mi rassicurai quando fu smembrato il covo di via Lorenteggio”. Hai nostalgia delle Volanti? “Ne ho. Mi hanno dato momenti elettrizzanti. Tra l’altro Milano di notte suscitava una sorta d’incanto”. Scherzando gli chiedo se devo chiamarlo cavaliere; e lui, dopo qualche reticenza, dice che è cavaliere al merito della Repubblica; e dal 2004 ufficiale al merito della Repubblica...
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Poliziotti al matrimonio di Gattari |
Per tanti anni, andando nell’ufficio di Scarpis, siamo passati davanti a quello in cui Silvano Gattari era chino sul telefono a dialogare con gli equipaggi delle “Pantere” che sorvegliavano la città. Quando il suo telefono era muto, lui apriva la porta a vetri, ci salutava sempre sorridendo e tornava al lavoro. Era una colonna, l’eroe delle Volanti. Oggi è direttore tecnico e security manager di un istituto di vigilanza privato. Sempre al servizio del cittadino.