RICORDI DI TARANTO CON TANTA NOSTALGIA
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Via D'Aquino (coll. De Florio)
Gli episodi, le persone più care, i giochi, i negozi…
contenuti da sempre nella mia mente ancora lucida e tanto amore per questa “culla” sempre seducente.
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FRANCO PRESICCI
Nelle mie rimpatriate nella città in cui sono nato, alla quale sono legato come le ostriche allo scoglio, peregrinando ho cercato invano il fabbro, il calzolaio con il deschetto, l’impagliasedie... Ci fu un tempo in cui nella mia via un maestro di pialletto e di sega esercitava nell’androne dello stabile di sua proprietà; il ciabattino, di fianco, d’inverno, modellava scarpe in un’angusta saletta che gli serviva anche da abitazione e nelle belle giornate sul marciapiedi.
Allora circolavano pochissime cilindrate e molte carrozze con il cocchiere che sventolava la frusta come fosse una bandiera, urlando “Olè, olè”, per stimolare il cavallo. Qualche passante, di solito un ragazzino, urlava quelle due parole per avvertirlo che sull’asse posteriore viaggiava un clandestino. E la bacchetta sibilava, frustando.
C’erano persone che camminavano mangiando il panino; altre che dopo le 4 del pomeriggio si sedevano davanti a casa con un nugolo di rampolli attorno, arrivavano i vicini e tutti insieme formavano un coro di voci basse, alte, stonate, paupulanti. Quando spuntava un vecchietto un po’ ricurvo, sottile come un’acciuga, coppola di traverso sulla testa, tutti esclamavano: “Stè’ arrìve meste Vicìenze”; e don Damiano, il proprietario del tabacchino, sentendo il nome, metteva sul banco i sigari toscani.
Ad interrompere il vocìo irrompeva quasi ballando e cantando il calderaio, a cui avevano appiccicato l’etichetta di “matto”. Ma era soltanto brioso, ironico, scherzoso. Bastava un tic, una parola ripetuta, un comportamento estroso, un difetto impercettibile per affibbiare un soprannome, e chi ne era etichettato se lo portava dietro per tutta la vita (e magari lo ereditavano i figli e i nipoti).
Un barbiere anziano, in un’arteria poco distante, aveva fatto una sola volta la barba a un defunto, cedendo alle suppliche dei parenti, e divenne implacabilmente “’u varvìere de le muèrte”; e qualcuno, toccandosi, percorreva il marciapiede opposto senza rivolgere lo sguardo a quel salone. E’ un fatto di più di un secolo fa e se ne parlava ancora quando ero un virgulto, cioè 80 anni fa e passa. in una via vicina, erano aperti tanti negozi (il macellaio, il panificio, l’edicola di Giannese, i casalinghi, la farmacia, un banchetto con la vendita delle cozze) ma è diventata più famosa, più nominata, da quando si è saputo che vi è nato Teo Teocoli, tra l’altro amico di Celentano.
Ci abitava un cocchiere, la cui moglie, bassa, magra, sempre estrosamente incappellata e le guance incipriate, detta contessa – e forse lo era davvero, ma presumibilmente decaduta nel titolo e nelle finanze, visto anche che abitava in una casetta, quasi nel punto in cui si spianava il verde. I ragazzacci, soliti alla burla, alla sua vista davano il peggio di sè, mentre il marito liberava il cavallo dai guarnimenti.
Da qualche anno era finita la guerra e si giocava sulla strada: partite di calcio con le porte fatte con quattro pietre e la palla con stracci da cucina. E il pubblico, formato da qualche passante, incitava. Un giorno una “pallonata” molto più forte del solito impallinò una finestra e gli urli del padrone di casa si avvertirono fino all’orto di “mesta Ronze” (che vendeva la “gneta”, una sorta di verdura, a 500 metri di distanza), ancora terrorizzata al ricordo delle bombe.
A quei tempi, sei o sette isolati da casa mia, c’erano piazza Marconi e il monte delle vacche. Nella prima si svolgeva il mercato e nelle ricorrenze vi s’innalzava l’albero della cuccagna; nel secondo, oggi sotterrato dall’ospedale, all’uscita dalla scuola, s’improvvisavano pedate al pallone. Io non ci ho mai provato, per obbedire all’imposizione della mia famiglia. Alle elementari avevo come maestra la signora Carrozzo, che esortava, inascoltata, mia madre a tagliarmi i capelli, ricci, neri e cespugliosi, tanto da essere soprannominato “Rezzetìedde”.
Mi era consentito di giocare alla “livoria” sul marciapiedi di fronte, sotto gli occhi vigili della nonna che agucciava dietro le persiane. Mi era vietato anche di giocare “‘o spezzìedde”, un pezzettino di legno con le estremità smussate, che bisognava colpire con un bastoncino e assestargli un secondo colpo mentre era in aria. Non mi è stato mai rivelato il motivo di questo divieto, ma avevo intuito che era il timore che il “proiettile” potesse finire su un occhio di qualcuno. Ci impegnavamo in altri tipi di passatempi: qualcuno lo si poteva fare in casa, come “’u turnìedde”, un cerchio disegnato con il gesso sul pavimento verso il quale si gettavano monetine con l’intento di fare centro. Gruppi di discoletti appartenenti a vie diverse ogni tanto si dichiaravano guerra da combattere con il lancio di pietre, la cui... santa Barbara credo fosse dalle parti dell’Istituto Thaon di Revel. Ma l’inizio della battaglia veniva sempre rimandato, perché vinceva la paura.
La mattina la sveglia la dava il venditore di “pampanèdde”, formaggio fresco contenuto in una foglia di fico”. L’ambulante aveva sempre fretta e le mamme correvano ad acquistare appena sentivano la sua voce tenorile: “ Hònn’arrevàte le pampaneèedde. Verso le 11 appariva “zì’ Necole” con il suo carretto colmo di frutta e verdura. Lui non urlava, si fermava e aspettava che le casalinghe sciamassero verso la sua postazione. Era un uomo buono, taciturno, sui 60 anni, la faccia da Aldo Fabrizi.
Una domenica all’angolo crollò un palazzo di cinque piani appena costruito e fu grazie alla prontezza e al coraggio del capomastro, che vi abitava, se gli inquilini si salvarono. Su una parete della cucina aveva visto aprirsi e allargarsi una fessura e allora corse a bussare a tutte le porte gridando: “Il palazzo viene giù, uscite”, e tutti assistettero al disastro raggruppati di fronte.
Io pensavo alle brutture della guerra, raccontate da mio zio Dionigi. E coinvolgevo Pierino Lincesso, il mio primo amico che abitava nello stabile di fianco al mio, al piano terra con un balconcino che si affacciava sulla strada. Il conflitto ci aveva segnati. Quando sentivamo la lagna della sirena dell’Arsenale all’ora di entrata e di uscita dei dipendenti, nei primi tempi dopo la fine la mente andava al fischio che durante il conflitto segnalava l’arrivo delle bombe. I ricordi si estendevano al coprifuoco, alla fuga disperata verso i ricoveri, a un cassone pieno di sabbia nell’androne a un metro dall’ingresso del stabile, alla maschera antigas per il capo fabbricato, alla tessera annonaria, alle strisce di carta incrociate sui vetri delle finestre perché resistessero alle vibrazioni provocate dalle piogge sinistre...
“Siamo miracolati”, aggiungeva Pierino, mentre passeggiavamo da un punto all’altro dell’isolato. L’ho cercato più volte nelle mie rimpatriate, ma nessuno ha saputo darmi indicazioni sul suo nuovo indirizzo. Ho ritrovato invece dopo una vita Marino Ceci, oggi docente, direttore scolastico in pensione, musicista, un uomo d’oro osannato anche a Martina, dove aveva svolto la sua attività. Con lui non ho mai giocato né passeggiato, solo perché aveva 5 anni meno di me. Uomo saggio, cortese, amabile, Marino. Lo rivedo, lo ascolto su facebook, quando si siede al pianoforte e suona, svegliando i miei sogni.
Gianni Rotondo, più grande di me qualche anno, aveva la fidanzata nella stessa strada e quasi ogni giorno veniva a trovarla. Era sempre elegante e ben pettinato. Come me marciava già sul sentiero del giornalismo. Ero in buoni rapporti con Belloni, un giovane che prendeva lezioni di violino e dopo un po’ di tempo lo vidi all’opera e capii che avrebbe fatto una carriera brillante. C’erano due fotografi. Uno di loro si chiamava Oliva e aprì uno studio in via Anfiteatro.
Poi cominciai a fare anch’io la ronda in via D’Aquino. A volte la sera incontravo anche alcuni amici, che poi, conversando, mi accompagnavano a casa. Intellettuali come Serafino Schiedi, Piero Mandrillo, Gino Gattinari, che però faceva il dentista e aveva casa in un’altra via. Avevamo la stessa data di nascita. Piero Mandrillo era di Pulsano, ma ribattezzato tarantino. Una cultura sconfinata, la sua. Andò a Wellington a insegnare italiano all’Università; e ”Il Corriere del Giorno” e la “Gazzetta” aspettavano di poter pubblicare i suoi eventuali articoli da quel Paese. Lo fece al ritorno.
Ricordo tutti gli abitanti della mia via. Scostante e superbo solo “Segarone”, così soprannominato perché aveva sempre un “siluro” tra le labbra. Ciccillo aveva in casa una macchina di proiezione e alcuni smaniavano nell’attesa di essere invitati a vedere un film. La domenica pomeriggio mio zio, persona eccezionale, raccoglieva la famiglia e andava al cinema, preferendo una delle tante arene che stavano a Taranto: Monacelli, “Italia”, “Arsenale”, “Artiglieria”, “Corallo”, dove assistetti a uno spettacolo della compagnia di rivista di Arturo Vetrano, che veniva spesso nella Bimare.
Mi sono rimasti i ricordi, dunque, questi e tanti altri. Ne ho scelti pochi. Scrivendo, ho provato tanta nostalgia, per Taranto, per quei tempi, per quelle persone. Qualche mese fa se ne è stato il dottor Fiorenzo Fischetti, che per anni fece il medico a Taranto, trasferendosi poi a Lecce. Era mio cugino.
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| Piazza Maria Immacolata |
C’erano persone che camminavano mangiando il panino; altre che dopo le 4 del pomeriggio si sedevano davanti a casa con un nugolo di rampolli attorno, arrivavano i vicini e tutti insieme formavano un coro di voci basse, alte, stonate, paupulanti. Quando spuntava un vecchietto un po’ ricurvo, sottile come un’acciuga, coppola di traverso sulla testa, tutti esclamavano: “Stè’ arrìve meste Vicìenze”; e don Damiano, il proprietario del tabacchino, sentendo il nome, metteva sul banco i sigari toscani.
Ad interrompere il vocìo irrompeva quasi ballando e cantando il calderaio, a cui avevano appiccicato l’etichetta di “matto”. Ma era soltanto brioso, ironico, scherzoso. Bastava un tic, una parola ripetuta, un comportamento estroso, un difetto impercettibile per affibbiare un soprannome, e chi ne era etichettato se lo portava dietro per tutta la vita (e magari lo ereditavano i figli e i nipoti).
Un barbiere anziano, in un’arteria poco distante, aveva fatto una sola volta la barba a un defunto, cedendo alle suppliche dei parenti, e divenne implacabilmente “’u varvìere de le muèrte”; e qualcuno, toccandosi, percorreva il marciapiede opposto senza rivolgere lo sguardo a quel salone. E’ un fatto di più di un secolo fa e se ne parlava ancora quando ero un virgulto, cioè 80 anni fa e passa. in una via vicina, erano aperti tanti negozi (il macellaio, il panificio, l’edicola di Giannese, i casalinghi, la farmacia, un banchetto con la vendita delle cozze) ma è diventata più famosa, più nominata, da quando si è saputo che vi è nato Teo Teocoli, tra l’altro amico di Celentano.
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| La Ringhiera (De Florio) |
Ci abitava un cocchiere, la cui moglie, bassa, magra, sempre estrosamente incappellata e le guance incipriate, detta contessa – e forse lo era davvero, ma presumibilmente decaduta nel titolo e nelle finanze, visto anche che abitava in una casetta, quasi nel punto in cui si spianava il verde. I ragazzacci, soliti alla burla, alla sua vista davano il peggio di sè, mentre il marito liberava il cavallo dai guarnimenti.
Da qualche anno era finita la guerra e si giocava sulla strada: partite di calcio con le porte fatte con quattro pietre e la palla con stracci da cucina. E il pubblico, formato da qualche passante, incitava. Un giorno una “pallonata” molto più forte del solito impallinò una finestra e gli urli del padrone di casa si avvertirono fino all’orto di “mesta Ronze” (che vendeva la “gneta”, una sorta di verdura, a 500 metri di distanza), ancora terrorizzata al ricordo delle bombe.
A quei tempi, sei o sette isolati da casa mia, c’erano piazza Marconi e il monte delle vacche. Nella prima si svolgeva il mercato e nelle ricorrenze vi s’innalzava l’albero della cuccagna; nel secondo, oggi sotterrato dall’ospedale, all’uscita dalla scuola, s’improvvisavano pedate al pallone. Io non ci ho mai provato, per obbedire all’imposizione della mia famiglia. Alle elementari avevo come maestra la signora Carrozzo, che esortava, inascoltata, mia madre a tagliarmi i capelli, ricci, neri e cespugliosi, tanto da essere soprannominato “Rezzetìedde”.
Mi era consentito di giocare alla “livoria” sul marciapiedi di fronte, sotto gli occhi vigili della nonna che agucciava dietro le persiane. Mi era vietato anche di giocare “‘o spezzìedde”, un pezzettino di legno con le estremità smussate, che bisognava colpire con un bastoncino e assestargli un secondo colpo mentre era in aria. Non mi è stato mai rivelato il motivo di questo divieto, ma avevo intuito che era il timore che il “proiettile” potesse finire su un occhio di qualcuno. Ci impegnavamo in altri tipi di passatempi: qualcuno lo si poteva fare in casa, come “’u turnìedde”, un cerchio disegnato con il gesso sul pavimento verso il quale si gettavano monetine con l’intento di fare centro. Gruppi di discoletti appartenenti a vie diverse ogni tanto si dichiaravano guerra da combattere con il lancio di pietre, la cui... santa Barbara credo fosse dalle parti dell’Istituto Thaon di Revel. Ma l’inizio della battaglia veniva sempre rimandato, perché vinceva la paura.
La mattina la sveglia la dava il venditore di “pampanèdde”, formaggio fresco contenuto in una foglia di fico”. L’ambulante aveva sempre fretta e le mamme correvano ad acquistare appena sentivano la sua voce tenorile: “ Hònn’arrevàte le pampaneèedde. Verso le 11 appariva “zì’ Necole” con il suo carretto colmo di frutta e verdura. Lui non urlava, si fermava e aspettava che le casalinghe sciamassero verso la sua postazione. Era un uomo buono, taciturno, sui 60 anni, la faccia da Aldo Fabrizi.
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| La ronda in via D'Aquino |
Io pensavo alle brutture della guerra, raccontate da mio zio Dionigi. E coinvolgevo Pierino Lincesso, il mio primo amico che abitava nello stabile di fianco al mio, al piano terra con un balconcino che si affacciava sulla strada. Il conflitto ci aveva segnati. Quando sentivamo la lagna della sirena dell’Arsenale all’ora di entrata e di uscita dei dipendenti, nei primi tempi dopo la fine la mente andava al fischio che durante il conflitto segnalava l’arrivo delle bombe. I ricordi si estendevano al coprifuoco, alla fuga disperata verso i ricoveri, a un cassone pieno di sabbia nell’androne a un metro dall’ingresso del stabile, alla maschera antigas per il capo fabbricato, alla tessera annonaria, alle strisce di carta incrociate sui vetri delle finestre perché resistessero alle vibrazioni provocate dalle piogge sinistre...
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| La dogana |
“Siamo miracolati”, aggiungeva Pierino, mentre passeggiavamo da un punto all’altro dell’isolato. L’ho cercato più volte nelle mie rimpatriate, ma nessuno ha saputo darmi indicazioni sul suo nuovo indirizzo. Ho ritrovato invece dopo una vita Marino Ceci, oggi docente, direttore scolastico in pensione, musicista, un uomo d’oro osannato anche a Martina, dove aveva svolto la sua attività. Con lui non ho mai giocato né passeggiato, solo perché aveva 5 anni meno di me. Uomo saggio, cortese, amabile, Marino. Lo rivedo, lo ascolto su facebook, quando si siede al pianoforte e suona, svegliando i miei sogni.
Gianni Rotondo, più grande di me qualche anno, aveva la fidanzata nella stessa strada e quasi ogni giorno veniva a trovarla. Era sempre elegante e ben pettinato. Come me marciava già sul sentiero del giornalismo. Ero in buoni rapporti con Belloni, un giovane che prendeva lezioni di violino e dopo un po’ di tempo lo vidi all’opera e capii che avrebbe fatto una carriera brillante. C’erano due fotografi. Uno di loro si chiamava Oliva e aprì uno studio in via Anfiteatro.
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| Marino Ceci |
Ricordo tutti gli abitanti della mia via. Scostante e superbo solo “Segarone”, così soprannominato perché aveva sempre un “siluro” tra le labbra. Ciccillo aveva in casa una macchina di proiezione e alcuni smaniavano nell’attesa di essere invitati a vedere un film. La domenica pomeriggio mio zio, persona eccezionale, raccoglieva la famiglia e andava al cinema, preferendo una delle tante arene che stavano a Taranto: Monacelli, “Italia”, “Arsenale”, “Artiglieria”, “Corallo”, dove assistetti a uno spettacolo della compagnia di rivista di Arturo Vetrano, che veniva spesso nella Bimare.
Mi sono rimasti i ricordi, dunque, questi e tanti altri. Ne ho scelti pochi. Scrivendo, ho provato tanta nostalgia, per Taranto, per quei tempi, per quelle persone. Qualche mese fa se ne è stato il dottor Fiorenzo Fischetti, che per anni fece il medico a Taranto, trasferendosi poi a Lecce. Era mio cugino.

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