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mercoledì 29 luglio 2026

Il barbiere-scrittore era mantovano

PRENDEVA PER I CAPELLI LE PERSONALITA’ PIU' FAMOSE



Bompieri nel salone
Tra i clienti, Visconti e Mastroianni, Tronchetti Provera e Cuccia… I suoi libri sono editi da Longanesi, Rizzoli. Mondadori, Feltrinelli. Era un uomo gioviale. Enzo Bettiza scrisse su di lui un lunghissimo articolo per “La Stampa”








FRANCO PRESICCI


Enzo Bettiza lo immortalò in un’intera pagina della “Stampa”; Marco Nozza fu il primo a recensire il suo libro “Il freddo nelle ossa”, pubblicato negli anni 70 da Longanesi. Franco Bompieri di giorno tagliava i capelli a Tronchetti Provera, Cesare Romiti, Guido Piovene, Indro Montanelli,
Bompieri sulla soglia del salone

Leonardo Mondadori, Filippo di Edimburgo, Raul Gardini, Cesare Zavattini, Enzo Jannacci... Quando erano a Milano sulla sua poltrona girevole si accomodavano Luchino Luchino Visconti, Marcello Mastroianni, Mario Soldati, Raffaele Mattioli… E fece la barba a Totò in una camera del Grand Hotel et de Milan. Per Enrico Cuccia aveva una saletta riservata.
Franco Bompieri non depilava soltanto le celebrità. Di notte scriveva romanzi di successo che apparivano nelle collane dei grandi editori: Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli. Quante ore trascorse alla scrivania a battere i tasti del computer, ma non sembrava stonato il giorno, quando manovrava forbici e pettine. Conosceva pregi e difetti di tutti quelli che prendeva per i capelli. Poteva raccontare, e lo ha fatto ampiamente in un libro, curiosità divertenti e gesti di ogni singolo cliente, con uno stile icastico e qualche volta simpaticamente ironico. Aveva gran rispetto per quelle teste geniali. A qualcuna di loro offriva anche la tazza di caffè, che andava a prendere al bar vicino, tra le vie Morone, dove aveva la bottega, e via Manzoni. Un giorno presente, non come barbuto da radere, ma come ficcanaso, mi vennero i brividi al rumore del vassoio che si ribaltava, macchiando la camicia e la cravatta che Bettiza si portava dal barbiere come indumenti di ricanbio a lavoro finito. Franco sprofondò nell’imbarazzo, ma l’illustre giornalista gentiluomo lo risollevò con la sua proverbiale diplomazia, quindi rivolto a me esclamò: “Succede, ai vivi”.
Poi arrivò Cuccia, entrò, con le mani congiunte dietro la schiena, entrò nel suo salottino privato e attese un secondo di essere servito. Franco diventò una gazzella, riaprì la porta e salutò il banchiere con il riguardo dovuto.
Soldati (foto La Fratta)

L’Antica Barbieria Colla, il famosissimo salone di Bompieri, era spesso sui giornali, quindi, a Milano e fuori, tutti apprezzavano il barbiere-scrittore, parola facile e cortese, sorriso comunicativo e coinvolgente, occhi di antracite, passo signorile, camice bianco-latte come la cuspide dei trulli di Martina Franca; e gli attrezzi del mestiere nel taschino, dove i medici hanno lo stetoscopio. Era bello e divertente stare con lui. Di più quando lo si incontrava a Tellaro, dove aveva la casa delle vacanze, a poca distanza da quella di Mario Soldati, salutava tutti anche se non li conosceva. Quando era in bottega sembrava il comandante di un battello; i collaboratori tutti in piedi al loro posto, seri e composti; chi curava la testa di un avventore lo faceva in silenzio come il chierichetto nell’offerta delle ampolline al prete, durante la messa. Ordine e silenzio regnavano in questo salone aperto in una via tranquilla e riposante che sfocia in una delle piazze più belle di Milano: la Belgioioso, che ospita un ristorante antico di 600 anni, il “Boeucc”.
Andavo a trovarlo spesso, Franco Bompieri, amico da tanti anni. Lessi il suo “Arriva il principe” e mi divertii molto, Questo nobile che aveva mobilitato il paese, impegnando tutti a restaurare le facciate delle case, a rendere lindi come piatti da cucina le strade, addirittura a restituire dignità al castello e quello tardava, deludendo e innervosendo i faticatori. Presentò il libro in un locale in Torino, presenti il sindaco Carlo Tognoli e l’editore Scheiwiller. Era compiaciuto nel vedere tutto quel pubblico che gli voleva bene. Dell’amico Leonardo Mondadori diceva: “Solo il nome mi bastava per respirare aria di casa dell’editore. E mi venivano in mente Poggio Rusco e Ostiglia, terre al di là e al di qua del Po, terre mantovane insomma, come la mia… Per me Arnoldo Mondadori era William Sarov, Hans Fallada, Stefan Zweig, Luigi Pirandello e decine di altri narratori che avevano soccorso la mia fame di evasione negli anni dell’immigrazione. A Milano, quando, fosse estate o inverno, la luce veniva inflessibilmente alle otto di sera e io tiravo tardi leggendo alla luce del lampione sotto casa o davanti a un caffellate in latteria…”.
Franco Bompieri e Cesare Romiti

Era colto, ma non ci teneva a mostrarlo. Un giorno facemmo una breve passeggiata per le vie della vecchia Milano, percorrendo via Bigli, via Montenapoleone, via Sant’Andrea... Quanta storia attraversavamo e lui era taciturno, come se immaginasse i personaggi che le avevano calpestate. Tante vie per andare al salotto della contessa Clara Maffei o alla casa del Manzoni. Che è in via Morone. La conosceva bene, la sua zona, e l’amava. Via Manzoni no: troppo rumorosa, troppo frequentata; e poi i tram che passano ansimando, i taxi, che in due secondi arrivano da piazza Scala a piazza Cavour. “Perché non vanno più piano? E’ la follia della corsa”. Enzo Bettiza, Franco? “E’ un grande, un signore, forse bacia ancora la mano alle donne. Oltre all’italiano parla perfettamente il russo, il tedesco, il francese e l’inglese”.
Era un uomo generoso, Franco Bompieri. Un Natale, invece di fare un calendarietto dei barbieri come facevano tutti, distribuì un cartoncino in cui campeggiavano lui, una candelina, un cerbiatto e uno scrittore con una barba appiccicata (non ricordo più chi fosse). Me lo regalò due anni dopo, quando gli chiesi notizie sui calendarietti profumati per un articolo sul “Giorno”. Me lo aveva chiesto personalmente il nuovo direttore, Giovanni Morandi, sapendomi appassionato di tarocchi, cavatappi, francobolli, trenini, tram...
Un calendarietto con Bompieri

E mi venne tra le mani un libro che lui aveva appena preso da una vetrina della barbieria, accanto ad un’altra con una piccola collezione di attrezzi storici della categoria. “Ecco, è una storia dei calendarietti. Guarda quante belle foto. Buon Natale”. “A te”. Volevo scrivere un articolo sui barbieri partendo dall’antica Grecia, quando già i saloni erano luoghi d’incontro e di conversazioni.
Cominciò a stare male, non andava quasi più in via Morone e neppure a Tellaro. Quante volte mi ha invitato a sedermi su una delle sue poltrone per potare il cespuglio che portavo in testa. “No, Franco, chiedimi di andare a piedi da qui al Giambellino, ma non di accularmi su una di quelle postazioni prestigiose”. Mi chiese il motivo: “Perché”? Sarebbe presunzione. Io su un seggio destinato a personaggi come Roberto Benigni e Bettino Craxi? Io sono un umile cronista e voglio stare sempre nei miei confini. Rise. Rideva sempre quando ascoltava cose che non condivideva. “Franco – gli domandai - è vero che Piovene uscì dalla barbieria senza accorgersi di essere stato...
Lalla

sbarbato da un rasoio senza lametta?”. Non rispose. Incalzai: “E’ vero che l’attore Ernesto Calindri cambiava sempre la forma dei suoi baffi?” Calindri, che sorseggiava un aperitivo a base di carciofo seduto come su un trono tra le auto in transito. “Calindri era una persona affabile e simpaticissima, vero?”. Lo intervistai nella sua casa a Milano e lo incontrai in un convegno sul teatro a Taranto, organizzato da Ugo Ronfani. Rischiò di cadere dalla pedana e lo salvò un operatore di una tivù locale. La prima frase che Franco diceva quando mi vedeva arrivare era: “Andiamo al bar”. Era il suo modo per dire che era felice di vedermi. Ci facevamo delle telefonate. Io per chiedergli qualche foto per un testo su di lui. Risposta: “Ti passo la Lalla”. La Lalla era una bellissima signora che profumava la cassa.
Franco Bompieri non c’è più da un pezzo, ma io lo ricordo sempre volentieri. Ogni tanto rileggo uno dei suoi libri e mi vengono in mente gli inviti che mi faceva a Tellaro. Lì lo incrociò mio Figlio Luca e Bompieri gli fece festa. Caro amico, nato scrittore. Ricordo il giorno in cui celebrasti l’anniversario della barbieria (1904-2004) e il Comune fece chiudere la strada per sicurezza. C’erano tante personalità, da Cesare Romiti a Tronchetti Provera a Enzo Jannacci. Non ti ho mai dimenticato.




mercoledì 22 luglio 2026

La memoria storica di Taranto vecchia

GIUDETTI CELEBRA IL DIALETTO IN UNA CHIESA SCONSACRATA


Nicola fuori e dentro a un suo quadro
Ai turisti racconta i tempi ormai passati e quelli di oggi, e lo ascolano con piacere e interesse. Recita le sue poesie e, miracolo, lo capiscono e si commuovono. Nicola è un esempio.











FRANCO PRESICCI


Chi va a fare quattro passi nella città vecchia, passando per vicoli strozzati, vicoli tanto stretti da consentire il transito a una persona per volta, strade, pusterle, piazzuole, senza infilarsi nel museo di Nicola Giudetti, il mito del borgo antico, il cantore di quel mondo storico, il poeta dai toni emozionanti, il pittore dal pennello delicato e dai colori sgargianti, compie un piccolo peccato. Soprattutto si perde racconti eloquenti che risuscitano anni sepolti dal tempo.
L'esterno del "museo" di Giudetti

Ma Nicola snocciola anche narrazioni di fatti, di personaggi, di storie che racchiudono persone, avvenimenti vissuti, e lo fa con partecipazione emotiva, con colpi di teatro, con un linguaggio suggestivo, mezzo dialetto e mezzo italiano. Bisogna entrare nel suo museo in via Duomo per capire quest’uomo ricco di esperienze, passione, amore per quest’angolo, che fu amato ed esaltato da tanti tarantini veraci (molti non ci sono più e occorrerebbe riproporli) e continua ad essere nel cuore di tanti che frugano nelle sue pagine antiche anche per trovare testimonianze iconografiche e aspetti non ancora conosciuti. Ecco, ascoltando Nicola Giudetti nella sua roccaforte di via Duomo sicuramente si esce arricchiti, dopo aver osservato i reperti sparsi in ogni dove e le processioni che realizza con le sue mani d’oro, utilizzando l’argilla o il gesso.
Soprattutto i giovani dovrebbero tuffarsi nello spazio di Giudetti per ammirare “’a frezzòle”. ‘u tràpene a mmàne”, “’a vulanze”, “’a stadère”, “’u pisasàle”, “’a ciucculatère”, “’u spizzecafàve”… Tra gli oggetti che una volta erano usati dalle famiglie. Non sarebbe tempo sprecato ascoltare dalle labbra di questo ex italsiderino, scrigno indiscusso delle cose di un tempo andato, anche i vecchi mestieri, ambulanti e non. Hanno mai sentito parlare, i giovani, “d’u cadaràre”, “d’u ‘nghiappacàne”, “d’u trainìere”, “d’u caggiunìere”... A quest’ultimo, Diego Fedele dedicò una poesia, che mi piace rinverdire: “”Quanne turnave ‘a bella primavere/ cu ‘ll’arie c’addurave d’ogne cose/’u caggiunìere assève de bonore/ cu ‘nu traìne russe, ciànche e nère/ Le ròte ca sckmavene sus’a stràte…”. Il dialetto fa parte della nostra anima, è la nostra radice, forti come quelle dell’ulivo e del fico, che cresce anche sulle pietre. Mai cercare di comprimere il dialetto, quello che parla Nicola Giudetti, dal timbro inconfondibile.
Giù alla marina

E’ il dialetto dei vecchi ragazzi di strada, come fui io, ritenuto bravo nel gioco “d’a levorie” (“cape ce mandène jè fàtte”). Oggi chi ricorda gli strumenti di quel gioco (“palle, palette e scìgghie”)? A Taranto vecchia, sulle sponde del Par Piccolo, vi si dedicavano anche gli adulti, mentre a pochi passi dai barconi si scaricavano le cozze, l’oro di Taranto.
Da Nicola ho appreso tante cose, scorrendo i suoi video, ascoltandolo di persona con la dovuta attenzione, la stessa dello studente mentre dalla cattedra il professore spiega la battaglia di Canne. Da piccolo ho amato il dialetto. Mia madre, come molte altre madri, mi diceva che bisognava parlare l’italiano, perché la lingua che dava nobilita e io mi chiedevo se ci fosse un altro motivo di quest’ostracismo al dialetto. Perchè non potevo dire “furmìchele” invece di formica; “scazzecàre” invece di prendere un peso? Se io volevo rimanere un proletario ne avevo il diritto. E i diritti vanno rispettati. Con tutto il bene e il rispetto che portavo a mia madre e oggi al suo ricordo.
Antonio De Florio

Nicola celebra il dialetto nella chiesa della Madonna della Scala, un tempio sconsacrato, quindi accessibile alle cerimonie private. Nicola ha le chiavi e quando può programma manifestazioni, frequentate dagli amici e da chiunque altro voglia presenziare. E il più delle volte vi si incontrano Nicola Cardellicchio e Antonio De Florio, altri tutori del dialetto e cultori della storia di Taranto. Fra l’altro De Florio è il comandante su Facebook del gruppo “Foto Taranto com’era”, che, se sono bene informato, vanta oltre 25 mila aderenti. Un numero confortante, perché vuol dire che tante persone amano la città dei due mari, il suo aspetto antico, visto che vengono postati anche cartoline dell’epoca in cui a Taranto viaggiavano i tram, i cui binari attraversavano anche il ponte girevole. I quadretti storici di De Florio fanno palpitare una Taranto che pochi conoscevano. Quante cose sono cambiate, per esempio, dai tempi in cui stavano costruendo l’arsenale? Ma anche da tempi meno lontani, da quando a lungomare stavano gli stabilimenti balneari e in viale Virgilio il Santa Lucia, dove andavano a fare il bagno gli arsenalotti. Anche abbascie ‘a marine” sono stati apportati cambiamenti, da quando Diego Marturano scriveva “’u Relògge d’a chiazze” e Alfredo Nunziato Majorano “L’erva salvàgge e dò’ pummedòre appìse hònne cangellàte sècule de storie”.
Sempre più bello, più seducente, più amabile è “’u màre peccerijdde”, la stessa musica, lo stesso splendore, le stesse crespe sotto la luna. Apro Facebook ed ecco un’immagine di Nicola Giudetti con un cappello di paglia in testa e un trapano a mano puntato “sus’a ‘nu lìmme” (un grosso vaso a piramide mozzata in cui le massaie immergevano i panni per lavarli). Toh, Nicola imita “’u conzagràste”. Interessante. Mi viene in aiuto Antonio De Florio e mi speiga che quella foto fu scattata in occasione di una rassegna dedicata ai vecchi mestieri davanti all’Auchan. Perchè non ripeterla? Io ho nelle orecchie il grido del venditore di pampanelle, che passava alle 7 del mattino e bisognava stare pronti perché era un fulmine. Prima dell’urlo le donne erano già pronte.
Giudetti fra le sue opere

Quante cose ci sarebbero da dire su Taranto. Ma invito i turisti, i cittadini sensibili di fare un salto dal mito, in via Duomo. Mostrerà anche le valve di due paricelle grandi, dove una volta, dopo aver gustato il frutto, i pittori dipingevano i paesaggi di Taranto. E qui mi viene in mente il grande Raffaele D’Addario, già scenografo a Cinecittà, tarantino doc, costruttore di presepi di sughero, di carta che esponeva nella vetrina della drogheria del padre in via D’Aquino. Dipingeva anche sulla perla delle paricelle paesaggi e rose rosse. Lo conobbi nello studio del fotografo e pittore Salinari in via Di Palma, di fronte all’edicola di Passatore e dell’Ottica Pignatelli.
A quei tempi – ero giovanotto – non conoscevo Giudetti. Ne sentii parlare più tardi, quando cominciai a peregrinare in quel piccolo mondo antico, tra la chiesa di San Domenico e la piazzetta in cui sorge la cattedrale. Proprio in quello spazio, in una piccola parrocchia, feci una recita, “Il piccolo ateo”, sotto gli occhi vigili del parroco di San Domenico, don Stefano Ragusa, un martinese dinamico e pieno di idee.
A parlarmi di Nicola Giudetti fu mio cognato Alberto, che lo frequentava assiduamente e lo stimava. Più volte mi sollecitò ad andare a fargli visita; e quando mi decisi fu per me una sorpresa e una ricchezza. Trovai un uomo simpatico, gentile, scherzoso, empatico che si commuoveva recitando le poesie sulla mamma, che accoglieva i turisti come fossero amici di lunga data, che a loro volta – miracolo! - capivano il suo dialetto e si divertivano.
I due poeti Alberto e Nicola

Lo si troverebbe da qualche altra parte un altro Nicola Giudetti? Io dico di no: Giudetti è unico, irripetibile, insostituibile. No, non c’è da nessun’altra parte uno come lui. Il visitatore gl chiede notizie del ponte girevole; e lui apre un libro di date, episodi, personaggi, Nicola, Mare Picce. E allora dalle sue labbra escono poesie che sconvolgono. Nella chiesa della Madonna della Scala, tra qualche arredo sacro superstite e tante persone è un primattore che appena sbuca dalla tenda viene applaudito. Li si festeggiano matrimoni tra pitture e versi: lì si parla della vecchia Taranto e della Taranto di oggi: di poeti come Claudio De Cuia, scomparso da anni, e prosatori. Taranto è nel cuore di tutti. Ho detto ad Antonio De Florio che io sono in attesa di una seconda rassegna dei vecchi mestieri, tra i primi “’u scarpàre cu ‘a sùgghie mmàne”. E vorrei vedere chi ha il coraggio di interpretare “’u ‘nghiappacàne”.

mercoledì 15 luglio 2026

E’ stato un grande cronista di nera

EDOARDO RASPELLI, INVENTORE DELLA CRITICA GASTROMOMICA

 

 



Edoardo Raspelli
Oggi conduce in tivù trasmissioni dal vasto
seguito. E’ una specie di divo. E’ invitato dappertutto. Il suo è un nome di rispetto. Luigi Veronelli di lui aveva una grande stima e lui ha dimostrato che era ampiamente meritata.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 

Indagatore gastronomico e critico severo, esploratore di cascine e di altre strutture rurali, mai sazio di notizie e curiosità da somministrare ai telespettatori in trasmissioni che dire interessanti è poco, viaggiatore instancabile, intervistatore esigente, lo si vede nei caseifici, tra i lavoratori del pane, tra i coltivatori di ciliege e pomodori. Edoardo Raspelli, una vita a scoprire talenti della cucina, specialità regionali, storie, caratteri, lo conosco da quando era ottimo cronista al “Corriere d’Informazioni”, quotidiano del pomeriggio imparentato con il “Corsera”.
Edoardo Raspelli a tavola

Allora era un virgulto, che già cresceva in una vigna che produceva ottimo vino. E già piaceva a Luigi Veronelli, in materia indiscussa autorità, che successivamente lo investì, parlando con me, del titolo indiscutibile di creatore della critica gastronomica.
Lo conobbi meglio quando a Milano nacque il Premio Milano di Giornalismo tra i fornelli della “Porta Rossa”, il locale di Chechele e Nennella, in via Vittor Pisani, a un tiro di fionda dalla stazione Centrale. Edoardo era serio, di poche parole, osservatore attento, voce calibrata e durante le sedute della giurìa non faceva mai clamore: ascoltava, teneva in mente, paziente e in apparenza non infastidito da un collega che preferiva l’alto volume per imporre il suo candidato.
Il povero Chechele, non avvezzo a queste atmosfere, passava ore acculato su una sedia in disparte, con gran fatica a tenersi sveglio. Si alzava alle 6 del mattino per affrontare la giornata fatta di mille cose: preparare e infornare il pane (ad Apricena, la sua città natale, faceva appunto il fornaio) e poi pensare a dare il meglio ai suoi clienti, spesso attori, cantanti, giornalisti, scrittori, poliziotti ai vertici della carriera. Chechele Iacubino aveva invitato Raspelli ad entrare in giuria dietro mio suggerimento. Lo stimava moltissimo. E io altrettanto. Era attento ai dettagli, preciso, mai un tono granghignolesco.
Conoscevo dunque la sua storia di giornalista, ma ignoravo il suo impegno di imminente Salomone della cucina, colto, saggio ed esposto all’invidia, come sempre accade a tutti quelli che sono intelligenti e sanno fare il loro lavoro. E Raspelli lo fa alla grande. Lo ha sempre fatto con grande serietà e bravura.
Chechele e Nennella


Fu il direttore del Corriere d’Informazioni” (poi trasmigrato al “Giorno”), Cesare Lanza, a dargli il là, e lui cominciò a frequentare i ristoranti (all’epoca non se ne parlava mai), non soltanto quelli di Milano, facendo le pulci, quando era necessario. Era il ‘75 quando cominciò a girovagare per l’Italia, muovendosi fra odori e sapori. Lanza scelse lui, perché sapeva che era il delfino di una famiglia fatta di titolari di alberghi e maitre. Ma lui aveva già dentro il seme che ben presto germogliò. Dico subito che questo antesignano della critica culinaria, quando ebbe il ruolo da Lanza, che veniva dal “Secolo XIX” di Genova, dove era redattore capo, lo accettò con entusiasmo. Lavoro affascinante, che in seguito lo ha portato nelle cascine e in altre strutture a testimoniare l’eccellenza degli addetti. Lo fa ancora in trasmissioni televisive dai grandi ascolti, non solo su Canale5. E’ invitato a convegni, serate, incontri, concorsi, visite nelle campagne, assaggi di prodotti genuini, premi. E premi riceve anche lui. Il nome di Edoardo Raspelli va sempre più in alto.
Oggi ha 76 anni, sono 50 anni che sega con faccini neri o elogia, e prosegue la navigazione con fari luminosi. Per le sue critiche i ristoranti insorsero, ma lui non si scoraggiò. Sfoderò la spada anche contro organismi al massimo della scala. Lanza lo esaltava, i lettori prima e i telespettatori lo seguivano e lo seguono sempre, anche quando afferma che quella critica dominata da lui non esiste più e che dappertutto si mangia bene, che le tavole sono ordinate a regola d’arte, che i camerieri sono vestiti in modo impeccabile. Eleganza e cortesia, Ha conosciuto quasi tutti i locali d’Italia e li ha recensiti su “La Stampa”.
Raspelli a destra

Ha conosciuto chef, ristoratori, clientela, piatti. Se gli si fa un nome non tarda a raccontare tutto quello che sa. Lo chiamai per avere particolari su Peppino Strippoli, che a Milano aprì vari ristoranti (uno era “Ndèrre a la Lànze”, vicino all’Università Statale) e a Seregno il supermercato del vino, dove dedicò una festosa serata alla vendemmia con splendide ragazze a pigiare l’uva con i piedi in una enorme botte). Ne aveva, di idee. Strippoli era nato a Cerignola e tutti lo dicevano barese. Ai suoi tavoli si sedeva gente comune dal palato esigente e pittori, giornalisti, uomini di teatro… e a volte anche il sindaco Carlo Tognoli e, almeno una volta, lo stesso Edoardo Raspelli.
Lo seguo ancora, in Tivù; lo vedo a un tavolo privato, davanti ai suoi piatti preferiti, meditando forse tra l’uno e l’altro sulla prossima puntata televisiva o la confezione di uno dei giornali che nelle edicole sostano soltanto qualche ora. Non dimostra i suoi 76 anni, qualcuno gliene dà 60 al massimo, nonostante la sua barbetta da bambagia. Non credo abbia nostalgia del mestiere di critico, che, a quanto mi dicono, gli procurò qualche problema per aver inzuppato l’inchiostro in un terreno sassoso (la nera, e una sola volta, gli si fece più vicina senza però andare oltre l’argine). Lui rimase in silenzio con timore e saggezza.
Mi domando dove trovi il tempo per fare tutto quello che fa. Di energia ne ha tanta, e anche di cuore.
"Green Tour" di Raspelli

E’ un cavallo con il passo che aveva prima di trottare in un ippodromo importante. I cronisti come è stato lui trottano e mangiano panini e polvere; una volta, quelli che potevano, andavano in bicicletta come i poliziotti. Quanta strada ha macinato Raspelli, quanti angoli ha smussato, quante acque ha solcato. E’ un milanese con tanto di marchio di fabbrica. E’ anche spiritoso, dalla battuta pronta. Un tale gli domandò che cosa consiglierebbe a un giovane in cerca di lavoro e lui rispose di non cercarlo nella redazione di un giornale.
Moltissimi anni fa una ragazza che aveva acquistato una macchina per scrivere e voleva sapere da Giovannino Guareschi come fare per intraprendere quel mestiere ebbe come risposta di rivendere l’aggeggio. L’esercito dei cronisti comunque si va assottigliando nei giornali e si moltiplicano su Internet. Ma questa è un’altra storia, che è meglio non affrontare, almeno in questo contesto. Vero, Edoardo? Ha speso una vita nell’informazione, lo ha fatto da signore, obiettivo e competente. Da quel Premio nato in cucina è passato più di mezzo secolo e sicuramente lui ricorda la composizione della giuria (da Raffaele De Grada a Ugo Ronfani, dal pittore Migneco al pittore Filippo Alto, a Vincenzo Buonassisi, Paolo Mosca, che allora dirigeva “Play Boy”... Tempi passati, quando da Chechele andava il coreografo Don Lurio, re a Studio 1 e grandissimo ballerino con le sorelle Kessler. Ma anche questa è un’altra storia, da raccontare parlando di Wanda Osiris e di Anna Fougez, che tra l’altro era mia concittadina.
Raspelli al centro sulla copertina di un libro

Quanti ricordi fluiscono parlando di Edoardo Raspelli: mi invadono e mi fanno deviare, cosa non facile quando si racconta Raspelli e il suo “curriculum”, denso di fatti, circostanze, attività che si susseguono, si accavallano, s’intrecciano, si sciolgono, ma restano vivi nella mente degli appassionati. Raccogliere in poche pagine le imprese di Edoardo richiede una forza consistente. Lontanissimi sono gli anni in cui scriveva di nera e gli chiederei se qualche volta il suo pensiero va all’assalto di via Montenapoleone, ai marsigliesi, alle bande che assumevano nomi a seconda degli obiettivi che colpivano (la banda dei Tir, della dolce vita, del lunedì…); alla rapina di via Osoppo, finita in un libro sui “top crime”, anche perché realizzata in un lampo e con una tecnica allora sconosciuta; a Mario Nardone dalle indagini solitarie, al maresciallo di ferro Ferdinando Oscuri: tutto un mondo che lui da giovane cronista ha conosciuto.
Tanti ricordi, lo so, ma nessun rimpianto. Edoardo ha scritto un libro, collaborato con riviste e quotidiani importanti, ha narrato realtà ignorate: di stalle popolate da cavalli, mucche, capre, mungitori, allevatori; descritto territori a nord e a sud, coltivazioni… Insomma la campagna e ciò che ci fornisce. La campagna che è oggetto di sogni.


   

mercoledì 8 luglio 2026

Presidente Francesco Lenoci

IL PREMIO MENICHELLA SI E’ SVOLTO AL SENATO

 

  

Assegnato a tre nomi illustri, con la “Laudatio” di Mario Monti, già capo del Governo. Interventi di Lenoci e di Cinzia Greco, presidente della Fondazione Nuove Proposte Culturali

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Diffonde la cultura viaggiando: oggi è a Milano nel suo studio alla Terrazza Martini, in piazza Diaz, dominata dal bel monumento al Carabiniere, o è in Abruzzo o a Verona o nella sua splendida città natale, che è Martina Franca, per un evento o per stare con la sorella, Antonietta, che ha trascorso molti anni in cattedra, con il cognato Leo Pizzigallo e con le nipoti, facendo anche quattro passi per respirare l’aria pura ed contemplare la bellezza.
Piero Colaprico

Francesco Lenoci va ovunque lo invitino, per una conferenza o per la presentazione di un libro; o per testimoniare valori di ogni settore. E gli capita di incontrare una volta Antonio Luca Di Bella, già corrispondente da New York per la Rai, o Piero Colaprico, che ha concluso la sua carriera a “Repubblica” da capo della redazione milanese e ha assunto la direzione artistica dello storico Teatro Gerolamo.
Lenoci a Milano è stimatissimo, quando parla in un teatro o nella Sala Alessi del Comune o in un istituto di credito ha sempre un pubblico scelto e numeroso. L’ho ascoltato anche in paesi poco distanti dal capoluogo lombardo, a Merate, in una serata organizzata dal Rotary, dove, durante il suo discorso, captavo i commenti sottovoce di chi era seduto accanto al me (un imprenditore: “Quando ha il microfono questo docente universitario c‘è solo da imparare”). L’ho ascoltato mentre parlava di economia, con una semplicità da rendere accessibile la materia anche a chi ne aveva solo un’infarinatura o una visione buia. Il suo linguaggio è semplice e piacevole.
Alla celebrazione, molti anni fa, dei 700 anni di Martina, al Circolo della Stampa di Milano - presenti tantissimi martinesi, tra cui Franco Punzi e don Franco Semeraro - tenne un discorso toccante per una folla che debordava nelle altre stanze. Anche i meneghini furono coinvolti dal suo eloquio.
a sin. Lenoci, a dex. Rocca

Io lo seguo con grandissimo piacere, se trovo qualcuno disposto ad ospitarmi su un mezzo di trasporto, a dispetto delle gambe che non mi reggono più. L’anno scorso, nella masseria Pavone, ha illustrato un libro di un giornalista della Tivù di Padre Pio e un altro al Frantoio Rosso Ipogeo sulla strada per Locorotondo: tema una raccolta di immagini della Puglia di Enzo Rocca, già direttore generale del Credito Valtellinese. Qualche anno fa sono andato al Castello Aragonese di Taranto, dove si soffermò sulle foto di Taranto di un cacciatore di immagini tarantino che vive a Verona e un’altra volta sulle vedute di Matera dello stesso autore.
Tutte le volte sono stato seduto di fianco a Benvenuto Messia, il “mito”, il maestro della fotografia, l’attore simpatico e divertente, il poeta che recitava i suoi palpiti anche con il corpo, il ciclista gloria delle due ruote. Caro, Ben! Non posso chiamarti più per avere una foto (magari una di quelle sparse nel bellissimo libro di Carmela Maria Ricci, “La nevicata del ‘56”) o per chiederti notizie della Martina di una volta (eri uno scrigno).
Lo rivedo, Ben, in un video, mentre lo riprendono nelle vie di Martina, a raccontare gli anni lontani. Ben era grande amico di Francesco Lenoci, tutti e due frequentatori del circolo di Teresa Gentile a Palazzo Recupero, quando Francesco era nello splendore di quel tessuto urbano (oggi ci va da solo). Li rivedo quassù in piazza Duomo, mentre sorridono per la gioia di trovarsi in quel luogo ricco di storia e di avvenimenti. Si volevano bene.
Benvevuto Messìa e Francesco Lenoci
Ciao, Ben, ovunque tu stia correndo in sella alla tua bicicletta, sappi che ti vogliamo sempre bene. Se San Pietro ti dà un permesso-premio, mandaci qualcuno dei tuoi versi edificanti e ristoratori. Che ne dici, Francesco? Immagino la tua amarezza nel non vedere più Ben in prima fila, quando descrivi la personalità di un autore, a Martina, a Locorotondo, a Taranto, a Laterza, dove, recitando la sua poesia sul capocollo, Ben scatenò risate irrefrenabili, anche perché aveva improvvisato altri versi dedicandoli a un prete arrivato in ritardo.
A Laterza, Francesco Lenoci, nella stessa occasione, parlando dell’eccellenza del famoso pane appunto di quella città, fece una delle sue figure di oratore affascinante. C’era anche Giovanni Nardelli, di cui ascolto sempre volentieri “Un martinese a Torrecanne”, che in uno dei video che mi inviano ho apprezzato moltissimo. Ispira la città famosa nel mondo, la città del sole, della terra rossa, dei tratturi che tagliano le campagne, decantata da poeti, scrittori e pittori: da Carlo Castellaneta a Cesare Brandi, a Filippo Alto e da Alessandro Caroli, che in una telefonata fattami per annunciarmi l’uscita di un suo libro, mi accennò al suo paradiso con parole commoventi. Ma anche lo scenografo e regista Pierluigi Pizzi, durante un’intervista, mi confidò che a Martina camminava con il naso all’insù per osservare i balconi spanciati… Entusiasta di Martina era Mario Rossano, che faceva le cronache del Festival per Raitre. E lo stesso Lenoci, che quando accenna a Martina Franca ha un fremito sottile nella voce.
Arluno, Abbascià Lenoci

Della sua città sa migliaia di cose, anche di quella di una volta, fra l’altro popolata da mestieri che sono scomparsi (il fabbro che faceva le zappe sotto le scale della Lamia, il cestaio, il calzolaio con il deschetto, che lavorava nel centro storico, il calderaio, il maniscalco…).
Lenoci è figlio di un sarto: Martino, uomo silenzioso, buono e generoso, delizioso, simpatico, di una fede incrollabile. Un giorno stuzzicai Francesco a parlarmi di lui, e fra gli altri particolari mi riferì che quando Martino era sul punto di consegnare un abito, se mancavano i bottoni apriva l’armadio e utilizzava i suoi, per non perdere tempo ad andare in merceria. Non lo diceva ma era orgoglioso di quel figlio, coltissimo, stimato, amante del dialogo, riguardoso.
Dopo un discorso tenuto nella facoltà di Medicina Legale a Bari, per il ritorno mi affidò a suo amico, che aveva lo studio non so più dove; e questi, parlando del più e del meno, guidando aprì un vocabolario di lodi per Francesco: “Da lui ho imparato moltissimo. Abbiamo studiato entrambi a Siena”. Durante una conferenza nel salone di rappresentanza di una banca a Milano, una signora, rivolta confidenzialmente a un suo vicino, commentò: Quando il microfono ce l’ha Lenoci occorre bere ogni sua parola”. A Grottaglie, dove riesumò la storia di una ditta di ceramiche, c’erano tanti giovani, disciplinati e attenti. Ovunque ci siamo valori da far conoscere Lenoci va. Ho avuto l’occasione di cenare con lui nel ristorante di Rocco Colucci a Taranto di fianco al Palace Hotel, affacciato sul mare, e l’ho sentito conversare con competenza di sapori e di odori con il titolare, che è suo cugino. A L’Aquila ha parlato del noto ristorante “Le Tre Marie”.
Lenoci e il pane

Ha moltissimi amici ovunque, lo cercano quelli che hanno frequentato le scuole elementari con lui. E’ amante del bello, oltre che dei valori. E’ di questi maestri, ripeto, che parla nel suo girovagare per l’Italia: moda, arte, sacrari del cibo, economia... E’ tra l’altro appassionato di musica e non è mai stato assente, alle presentazioni al Piccolo Teatro di via Rovello a Milano, del Festival della Valle d’Itria, ormai noto ed elogiato in tutto il mondo; ed è stato sempre nelle prime file alle rappresentazioni nel cortile di Palazzo Ducale e in altri luoghi di Martina e dintorni. Ed è sempre preparato sul programma e sulle opere stesse.
E’ un uomo pieno di curiosità e di interessi. Un uomo sempre in movimento: se c’è da prendere un aereo, un treno, o da mettersi in auto, corre senza pensarci due volte. Ha un’energia inesauribile. E’ giornalista pubblicista, titolo acquisito anni fa, curando una rubrica di economia su un importante periodico finanziario. Ed è anche presidente del Premio Donato Menichella, che proprio nei giorni scorsi è stato assegnato a tre personalità: il professor Angelo Provaroli per gli studi socio-economici; alla Banca Agricola Popolare di Sicilia per la politica monetaria e creditizia; a Riccardo Cassetta per il mecenatismo culturale e imprenditoriale.
Elio Greco e Guido Le Noci

Mario Monti, già capo del Governo, ha tenuto la “Laudatio”, tra interventi del ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto; di Francesco Lenoci e Cinzia Greco, presidente della Fondazione Nuove Proposte Culturali, (fondata dal padre Elio, che bisogna sempre ricordare per le sue migliaia iniziative). “Lectio Magistralis” del professor Angelo Provaroli, rettore dell’Università Bocconi.
Mattinata emozionante, quella di Palazzo Madama, nella splendida Sala che ci ha ospitati, ha commentato poi Lenoci, già atteso all’Aquila per la presentazione di un libro scritto da lui e altri in inglese sul ristorante “Le Tre Marie”, uno dei luoghi più ricercati del Paese dai palati più esigenti e raffinati, famoso per la sua storia, la sua accoglienza, le sue prelibatezze, la finezza dei suoi interni, la sua eleganza. E adesso? Non so quando, ma atterrerà presto a Bari o Brindisi per trascorrere almeno un mese a Martina Franca, città dalle case biancolatte e dal centro storico che somiglia a una teatro con quinte e fondali illuminate dalle poetiche lanterne.

mercoledì 1 luglio 2026

Ricordare un grande uomo è un dovere

MICHELE ANNESE E LA CULTURA IN UNA CITTA’ CON VOGLIA DI CRESCERE

 

 


Michele Annese
Realizzò molte attività, organizzò dei corsi, fece
della biblioteca un luogo sacro, mandava i libri nei condominii, li faceva esporre nelle vetrine dei negozi, era l’anima dei lavori fatti da altri, valorizzò tutti quelli che lavoravano con lui, creò l’Università del Tempo Libero e del Sapere. 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Conobbi Michele Annese – direttore della biblioteca “Carlo Natale” di Crispiano e segretario generale della Comunità Montana – ai funerali di Vito Plantone a Noci, tanti anni fa.
Michele e Presicci

Conversammo un po’ sull’attività del grande poliziotto, fratello del segretario comunale della “città delle cento masserie”, Donato, e poi mi disse di andarlo a trovare, con la promessa di un regalo: un volume su quelle strutture rurali, fulcro del lavoro contadino. Ci andai, interessato anche ad osservare la montagna di documenti e libri che aveva raccolto su Eugenio Montale. Non era poca cosa in una cittadina di 13 mila abitanti, tenendo conto che nella vecchia casa della cultura c’erano anche collezioni di quotidiani e settimanali, che facevano gola agli studenti universitari che per le loro tesi di laurea avevano un bel po’ di materiale a disposizione.
Devo dire che fu per me una sorpresa: mai avrei immaginato una ricchezza così notevole di pubblicazioni preziose. Dopo qualche tempo ebbi bisogno di un testo di Giacinto Peluso e a Taranto non lo trovai. Mi venne in mente di tentare da Annese e lui pronto mi accontentò. Che cosa non faceva per la cultura. Un’altra volta passeggiavo con lui tra la folla accorsa alla Sagra del peperoncino piccante e gli dissi che avevo voglia di consultare un libro sulla Crispiano di una volta scritto dal parroco della chiesa di San Simone e nel giro di una ventina di minuti era già nelle mie mani, nonostante l’ora.
Michele e il notaio Aquaro a Milano

Non era uno che perdesse tempo o che facesse le cose alla carlona. Sembrava nato con un volume in mano. Seppi dai suoi collaboratori che aveva fatto più lui per la crescita culturale del suo paese che dieci direttori messi insieme. Fra l’altro mandava libri nelle case, la gente li leggeva e li restituiva. Nessuno fece il furbo. Fece esporre libri nelle vetrine dei negozi e organizzò incontri tra gli autori e i concittadini.
Io assistetti al racconto di Alberto Bevilacqua, che mi piacque molto per la sua schiettezza. Michele partecipava alle attività delle masserie e mi coinvolgeva, con inviti allargati alla famiglia e agli amici. Che serata quella dedicata al volume “La Puglia il tuo cuore” di Giuseppe Giacovazzo, durante la quale il direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno” parlò anche delle campagne elettorali di Aldo Moro e dell’irritazione di Padre Pio verso i fotografi che a volte non rispettavano gli accordi. C’era sempre da imparare in quelle occasioni. Mi attirò la manifestazione sui vecchi mestieri e sui giochi di un tempo, compreso l’albero della cuccagna, dove comparvero due uomini in veste di briganti con i fucili a tracolla e un artista che realizzava i don Chisciotte con il fil di ferro.
Michele acquista i fegatini

Grazie a lui fui tra il pubblico del carnevale estivo o del fegatino con carri allegorici di apprezzabile fattura. Non mancavo ai presepi viventi in biblioteca nelle grotte basiliane – idea di Egidio Ippoliti, presidente della Pro Loco; e a quelli eseguiti dagli “Amici da sempre” con biscotti scaduti. Dietro ogni iniziativa c’era lui. In biblioteca moltiplicava corsi di ogni tipo, anche quello per uffici stampa. Era sempre impegnato nell’opera di contribuire a far crescere i concittadini che lo seguivano sempre più numerosi (giovani, anziani, uomini, donne). La biblioteca con lui era un tempio. Apprezzavo questo dinamismo per stimolare fra i crispianesi la passione per la lettura. L’ultima volta lo intercettai alla commemorazione di Elio Greco, padre di Nuove Proposte culturali, a Palazzo Ducale a Martina Franca. Una testimonianza breve e corposa.
Il libro di Giampaolo
A Crispiano era stimato da tutti. E quando la biblioteca ebbe dei sussulti fino alla chiusura, Michele non si perse d’animo. Aprì l’Università del tempo libero e del sapere, diretta dal Silvia Laddomada, la moglie. Lì, ancora oggi, anche se Michele non c’è’ più, si tengono conferenze su Dante, Petrarca, i maestri della pittura, da Raffaello a Masaccio, dal Caravaggio a Picasso. E il salone è sempre affollato. A tenere il microfono, oltre alla stessa Laddomada, già professoressa d’italiano, lo scultore Antonio Santoro, studioso dell’arte e eminente scultore e altri. Ogni tanto ad appassionare il pubblico c'e' anche Vito Santoro, che, accompagnandosi con la fisarmonica, rispolvera tradizioni e accenna alla sua idea di ripristinare la serenata.
Lo spirito di Michele alita tra i presenti, che lo ricordano con amore e nostalgia. A gestire l’apparato tecnico è un altro Annese, figlio di Michele, Gabriele, consigliere comunale con delega allo sport. E c’è un altro Annese, che interviene da Modena, Gianpaolo, valente giornalista del “Resto del Carlino”, di cui propongo un libro, intervista al padre nei penultimi giorni di vita: “E adesso dimmi chi è il chiodo”, dove si avverte la bravura dell’intervistatore e il coraggio dell’intervistato.
Per Michele il lavoro era sacro e lo venerò per tutta la vita. Pubblicista, già corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno”, scrisse fra gli altri un poderoso libro sul percorso della biblioteca, edito da Schena. Un libro interessante, fatto anche di ritagli di giornali, fotografie, commenti, documenti, testimonianze… Quando fu presentato questo suo libro da Martina Franca arrivò anche l’ex sindaco e presidente del Festival della Valle d’itria Franco Punzi, deceduto un paio di anni or sono.
Michele riuscì a portare a Crispiano Luciano Violante, ex presidente della Camera e tante altre personalità. Era sempre in movimento. Quando fece il gemellaggio della Comunità Montana con la Grecia montò una grande festa alla masseria Le Monache, in un grande salone che era stato la stalla della struttura rurale, mentre la presentazione del libro di Giuseppe Giacovazzo, “Puglia il tuo cuore”, venne presentato in un altro luogo della civiltà contadina, la masseria Monti Del Duca, dove al termine scoprii Giacovazzo che gustava un fico allettante, fra gente che si succedeva per parlare con lui del libro.
Il volume di Michele Annese

Quante masserie ho conosciuto, grazie a lui! E ho seguito quasi tutte le manifestazioni svoltesi a Crispiano: processioni, concerti in piazza, conferenze sulla via principale … In quell’arteria un docente dell’università di Amsterdam parlò a un pubblico foltissimo, venuto anche dai paesi vicini, sugli scavi alla masseria Amastuola, di Peppino Montanaro, con Michele come al solito in ultima fila. Non amava essere alla ribalta: stava dietro le quinte, quando non gli toccava prendere la parola. Era ironico, poche parole, affabile, saggio. Andava spesso a Pavullo nel Frignano, dove un figlio giocava a calcio e ora fa l’allenatore nelle giovanili del Sassuolo; a Modena, dove l’altro figlio, Gianpaolo, galoppa per il quotidiano bolognese; a Milano, dove la figlia Marzia è stimata architetto. Sapeva valorizzare i collaboratori; il suo equipaggio in biblioteca era dinamico e competente e lui non perdeva occasione per elogiarlo. Aveva molti amici, non solo a Crispiano. Se non si fosse aperta la porta del tempio della cultura, lui avrebbe preso il treno per il Nord, avendo tanta voglia di fare e cercava il territorio che si prestasse allo scopo. Un giorno mi portò in giro per Crispiano, mostrandomi le grotte basiliane e informandomi sulla loro storia con dovizia di particolari, per esempio la farmacia che – si dice - avrebbe fatto parte del complesso; mi accennò ai nomi che campeggiavano sulle targhe stradali, dicendomi il motivo di quell’onore; mi accennò alle vicende di Crispiano, mi indicò la villa dove per quattro anni vissero Alda Merini e Michele Pierri…
Annese e Liuzzi con le lumache

E mi parlò del signor Liuzzi - non l’ex sindaco - che laureato in scienze politiche si era visto chiudere l’azienda in cui lavorava e senza perdersi d’animo prese in affitto un terreno e lo utilizzò per l’allevamento delle lumache. Poi gli allevamenti divennero 18; alla fine arrivò la siccità e lui dovette fare altro. Uomo d’ingegno, aveva organizzato una sagra di “monacelle” sul sagrato della chiesa della Madonna della Neve. Non so se gli abbiano dato una medaglia “honoris causa” o il titolo di cavaliere. Organizzò anche un convegno sull’allevamento di questi gasteropodi, invitando come relatori alcuni specialisti leccesi. Alla fine una coppa di lumache a testa per i convenuti (che gioia per il palato!). Ad incoraggiare le iniziative c’era Michele Annese, che aveva fatto della biblioteca una sorta di cabina di regia.
Quando se n’è andato – mi ha riferito Donato Basso, suo genero – la sua villa è stata tappa di una lunga processione, partecipata non solo dai concittadini e dalle autorità locali. Se n’era andato un uomo di spicco, un capocantiere geniale, un amico. 

mercoledì 24 giugno 2026

A Martina nascono le campane


I "DIN DON" DI BELLUCCI SUONANO NEL MONDO

 


Una piccola campana mostrata da Bellucci
Per la sua attività incontra personalità di ogni Paese e oggi va a Gerusalemme, domani in Canada'. È persona di fede, rispettosa, schietta. Ha ricevuto lo scapolare della chiesa del Carmine

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Il suono delle campane fa sognare, risveglia ricordi di un mondo ormai molto lontano, inietta serenità ed esultanza. Quando l’ascolto torno indietro di un’ottantina di anni fa, quando tiravo la fune che scuoteva il battaglio, alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, allora con il portale in via Giovan Giovine. Lì vedevo i grandi giocare a ping-pong o a dama.
L'insegna della Bellucci

Erano i tempi di don Musto, un parroco battagliero e prestigioso, che sapeva imporsi senza impancarsi. Erano anche i tempi dei comitati civici, che nel periodo delle elezioni parlavano e sparlavano dalle case private, con gli altoparlanti sul balcone per diffondere racconti ironici e spesso mordaci contro gli avversari. Erano sulla stessa lunghezza d’onda di don Camillo, il simpatico personaggio che, grazie alla penna di Giovannino Guareschi, era sempre in guerra con Peppone, sostenuto da gran parte del popolo della Camera del Lavoro. Altra aria. Ma quei rintocchi li ho ancora nelle orecchie; e quando in montagna aspetto con ansia quei “din don”, m’invadono pace e ristoro spirituale. Le campane sono portatrici di gaudio.
Per questo fui felice il giorno in cui andai a trovare Giuseppe Bellucci, a Martina Franca, che le campane le fabbrica e le spedisce in tutto il mondo. Sulla strada per Laino, sulle colline del Comasco, che fino a un certo punto offrono la vista del lago manzoniano, si susseguono tanti campanili, qualcuno sulla cima di un monte; e penso a Bellucci, uomo intelligente, generoso e ricco di slanci di umanità. Lo ammirai subito, anche perché il suo lavoro è di una bellezza inaudita. Intervistandolo, sovente volgevo lo sguardo alle sagome di ogni grandezza e armonicamente modellate, sparse negli angoli e mi sentivo edificato. Ci vuole arte, sentimento, passione per realizzare questi strumenti musicali. E secondo me anche tanta fede.
Bellucci e Lenoci

Quanta ne ha Giuseppe, che tra l’altro ha lo scapolare della Chiesa del Carmine della Valle d’Itria, come il docente universitario Francesco Lenoci, che lo ammira e lo stima moltissimo. Mi ha detto: “Lo sai che il campanile con l’orologio di Noci lo ha restaurato lui? E’ un fenomeno. L’opera porta il suo nome. Ti mando la foto”. Ora l’immagine è sulla mia scrivania, incorniciata.
Fondatore della “Bellucci Echi e luci” (c’è poesia, nell’insegna), proprio in questi giorni ha ricevuto nella città dei trulli e del belcanto l’importante riconoscimento del Lions Club” Martina Franca Host, massima onorificenza lyonistica “Melvin Jones Fellow”. La cerimonia si è svolta nella sala consiliare di Palazzo Ducale, presenti sindaco, assessori, impiegati, autorità civili e militari e un pubblico che debordava nell’anticamera.
Giuseppe, nel corso della sua brillante attività, di premi ne ha avuti tanti. Non solo per le campane che gli vengono richieste dai Paesi più remoti, dove lui va personalmente per l’installazione di queste sue opere monumentali, ma anche per la sua esperienza di orologi da torre e d’illuminazione artistica sacra. Una storia, la sua, brillante, luminosa; quasi una favola, una leggenda, una trama di zelo. Non sta mai fermo, viaggia da un capo all’altro del pianeta, anche per la messa in opera delle sue campane, come ricorda Luciana Convertino, ottima giornalista affascinata anche lei dai rintocchi di queste cupole capovolte. Nel corso della serata che ha celebrato Bellucci, più voci hanno ripercorso il suo impegno umano e professionale, sorretto da una religiosità fondata sull’amore per le cose e le persone.
L'orologio sulla torre di Noci

Bellucci aveva iniziato con l’impiantistica elettrica e negli anni “ha sviluppato – aggiunge Luciana - una specializzazione che lo ha portato a realizzare interventi di rilievo anche oltreconfine”, tra cui quelli di illuminazione artistica a Gerusalemme con la collaborazione di padre Michele Piccirillo “e con le realtà francescane della Terra Santa”. Nella conversazione con Lucina Convertino, che ha illuminato vari aspetti della personalità dell’artista, Bellucci ha detto che “ogni campana è un pezzo unico”, come un capolavoro – aggiungo - di Matisse o di Manet o di Guttuso.
Le campane danno sollievo. A volte sembrano piangere o fanno piangere, come nei funerali; e anche nelle composizioni di qualche poeta. A Laino risuonano nella valle e rompono il silenzio, con il loro ritmo cadenzato. Il loro suono è segno di rinascita e diffondono la voce, il richiamo della chiesa, l’invito alla preghiera.
Nello studio di Giuseppe Bellucci, in anticamera, mi sentii come in un sacrario, e parlavo sottovoce come lui, che con la sua parola calibrata alimentava il sogno. Che orgoglio per i martinesi avere in casa loro il luogo in cui nascono le campane. Quell’orgoglio lo provai anch’io, che sono nato a Taranto e ho una lunghissima frequentazione di Martina.
Particolare della torre di Noci

Nelle città purtroppo quel suono è sopraffatto dai rumori: i clacson, lo scoppiettare delle marmitte delle moto, le sirene delle ambulanze e della polizia, lo sferragliare dei tram... Per ascoltare le “mie” campane devo andare alla vicina chiesa di piazza Belloveso, a poca distanza dall’ospedale di Niguarda, dove niente e nessuno impedisce l’ascolto. A Martina Franca il suono delle campane proviene da ogni dove, anche dai tempietti di campagna: quattro muri e una statua e il prete con la pianeta poche volte la settimana. Ogni chiesa rurale ha il suo piccolo campanile, con il pendolo che batte per comunicare che il celebrante e il chierichetto stanno quasi ai piedi dell’altare. E allora si svuotano i trulli. La campana è bella anche nella forma. Chi le fa ha le mani magiche. Non è un artigiano, ma un artista.
Risento i versi di Giovanni Pascoli: “Odi, sorella come note al core/ quelle nel vespro di tinnule campane/ empiono l’aria quasi di sonore grida lontane…”. E le frasi del romanzo breve di Charles Dichens e “Le campane” di Edgar Alan Poe. Ho letto e riletto questi palpiti quando mi pervadeva la malinconia E’ dolce il suono delle campane. Fu don Musto, quando avevo una quindicina d’anni, ad insegnarmi come tirare la fune per provocare una melodia. Ci provò don Cipolletta e quasi fu risucchiato verso l’alto per la sua figura minuta.
Anni fa ascoltai le campane di Notre Dame. Spesso mi hanno incantato quelle del Duomo di Milano. A Martina Franca mi faccio pellegrino e dove vedo una campana faccio scattare l’obiettivo fotografico per averne il ricordo. Sul Chiancaro ho riscoperto la chiesetta in cui celebrava quando poteva mio zio Martino Calianno, canonico penitenziere alla Basilica di San Martino.
Quanti ricordi scorrono al pensiero della serata dedicata al Palazzo Ducale di Martina Franca a Giuseppe Pino Bellucci. Una serata meritata, anzi di più, perché questo martinese prestigioso, esemplare ha tra l’altro portato il nome della sua città nel mondo. A Gerusalemme è di casa. La serata ha glorificato il talento, la laboriosità, l’infaticabilità, la passione di un costruttore d’arte. Opere d’arte, ripeto, sono le campane.
Bellucci e una sua campana

Sarei curioso di chiedere a Pino le sue aspirazioni giovanili. Immagino la risposta. Che cosa può rispondere chi fabbrica queste preziose cuspidi di trullo rivoltate? Mi fece tristezza vedere crollare la campana in piazza in un film di don. Camillo e Peppone. Era una finzione cinematografica architettata per rimarcare la rivalità fra i due protagonisti, ma rimasi amareggiato ugualmente. La campana è sacra e vederla franare con quel gran botto, ai miei occhi di ragazzo non fu una bella scena.
Conoscere Giuseppe Pino Bellucci è un onore e un piacere. Agostino Quero, direttore di “Noi Notizie” e allora anche titolare di un notevole incarico a Telenorba, lo invitò subito in trasmissione, a Conversano, dove l’artista tra l’altro spiegò come si forma una campana e come provando e riprovando le si dà il suono giusto. La trasmissione fu molto seguita, perché l’argomento non era di quelli più comuni.
Martina Franca, con il riconoscimento a Bellucci, ha dimostrato di essere molto attenta ai valori che ha in casa. Fra i trulli non vale il detto secondo il quale “nemo propheta in patria”. Una tradizione – dice Luciana Convertino – che unisce artigianato, fede e improvvisazione tecnologica, diventando negli anni motivo di grande soddisfazione per l’intera comunità martinese”, deve essere valorizzata e festeggiata.
Quante pagine scritte sulle campane! Le campane ispirano i maestri della penna e della tavolozza, L’editore Nicola Partipilo, un barese innestato nel tessuto di Milano, anni fa mi chiese di scrivere per lui un libro sui campanili. Feci molte foto, presi appunti, intervistai sacerdoti e sacrestani. ma poi l’idea naufragò per colpa mia e l’editore si dedicò al libro sui castelli. Oggi mi pento di quella rinuncia.
Bellucci a una conferenza

Chiedo: “Quanto pesa una campana?”. Tanto, tantissimo. Esistono campane che possono pesare anche 25 tonnellate. Suonano in alcune città del Giappone. E di che materiale è fatta, una campana? “Di bronzo e stagno in quantità diverse”. La prima campana probabilmente è stata fatta in Cina circa 1000 anni prima di Cristo. Insomma, queste coppe a testa in giù, queste campanule, queste calle, questi calici sono monumenti che hanno una storia davvero lunga. In alcune foto fornitemi dallo stesso Giuseppe Pino Bellucci compare il vescovo che benedice le sue campane, uso anche questo antico. Su alcuni campanili i pendoli che battono sulle pareti interne di più campane per produrre il suono possono sostituire un’orchestra. “Din don” è l’ora di pranzo. Il segnale arriva da Ramponio, la montagna di fronte a noi, ed è una delizia, che scatena il grido rauco dell’asinello, il quadrupede che adoro, soprattutto quando con il suo fiato scalda Gesù Bambino nella grotta di Betlemme.