ALBERTO SALA HA COLLABORATO CON LE POLIZIE DI MEZZO MONDO

Alberto Sala
Era riservato, scrupoloso e difendeva le indagini dalle insistenze dei cronisti più incalzanti. Lavorò con l’FBI e con la Dea, riscuotendo stima e onori.

FRANCO PRESICCI
Non ha nulla a che fare con l’ispettore Callaghan. E rifiuta ogni paragone con Serpico. Lui è semplicemente Alberto Rocco Maria Sala, già Ispettore Superiore della Polizia, investigatore acuto, dotato di un fiuto felino, di un’intelligenza intensa. E’ un uomo possente, dal passo svelto, dal sorriso comunicativo, dalla risposta pronta.
Ha collaborato con le polizie di quasi tutto il mondo, fatto indagini delicatissime con l’Fbi e con la Dea, si è infiltrato in organizzazioni criminali pericolose, ha mandato al “gabbio” pellacce di ogni tipo, si è occupato di omicidi e di sequestri, traffico di sostanze stupefacenti, di riciclaggio di denaro sporco, reati finanziari. Eppure, se ti sta seduto di fronte sembra un docente di filosofia che quando entra in classe viene accolto dagli gli studenti con un “ciao”.
Alberto Rocco Maria Sala l’ho conosciuto quando era uno dei pilastri della Squadra Mobile di Milano. Si comportava come una persona qualunque, al vecchio bar di via Fatebenefratelli conversava di tutto meno che del suo lavoro, lasciando a bocca asciutta i cacciatori che avevano bisogno di riempire il carniere di notizie. Era molto riservato e scansava quelli che cercavano a tutti i costi di fargli strappare la tela di un’indagine particolare.
Tangentopoli cominciò da lui e da Nino D’Amato, promosso poi questore e deceduto un anno fa. Come poliziotto Alberto ha la scorza dura, è inflessibile e sa guardare lontano. Non per nulla ha una raccolta di encomi solenni, premi, riconoscimenti anche dall’Fbi.
Quando avevo bisogno di una “chicca” non mi rivolgevo mai a lui, pur stando seduti a un tavolo del bar di piazza Cavour, luogo d’incontro dei giornalisti del “Giorno”, della “Notte”, della “Stampa”, dell’Adnkronos con le redazioni nel Palazzo dell’Informazione. Neppure le cesoie gli avrebbero fatto aprire bocca. Ciononostante lo stimavo e lo stimo. C’erano momenti di carestia per i cronisti e né lui né Vito Plantone, detto il “re delle notti milanesi (poi Questore di Palermo e…), né Ferdinando Oscuri fornivano qualche filo di biada. Le indagini costano fatica, sacrifici, richiedono notti in bianco, un lavoro duro e non può essere la leggerezza di un momento a mandarle in fumo. I cani da tartufo comunque imboccavamo vie traverse.
Dopo tanti anni, eccolo, Alberto Rocco Maria Sala di fronte a me, dopo aver accettato di aprire un varco nella sua biografia. Più che un varco uno spiraglio, perché fra l’altro non ama parlare d sé, di sciorinare una vita trascorsa fra tentativi di agguati e altri pericoli. Il coraggio è stato il suo mestiere; un coraggio mai ostentato, mai dichiarato per rivelare segni di gloria.
“Dunque, Alberto, veniamo a noi”. Sa già quello che deve dirmi e non aspetta la domanda. “Negli anni ‘70 ero prossimo al servizio militare, allora obbligatorio, e un amico della palestra di judo mi disse che proprio in quell’anno la polizia (P.S. militare) dava la possibilità ai giovani di ottima salute e in possesso di titoli, di svolgere questo dovere nel loro Corpo. Feci la domanda e venni convocato presso la Scuola Sottufficiali di Nettuno. Seguii le prove attitudinali, le visite mediche e ottenni l’idoneità all’arruolamento e inviato alla Scuola Allievi di Trieste. In quel periodo studiai i Codici di Giurisprudenza, frequentai la squadra sportiva delle ‘Fiamme Oro’ di judo, dove con il passare del tempo diventai maestro”.
Durante il corso partecipò anche alle operazioni di soccorso per il terremoto del Friuli del 6 maggio ‘76 (990 morti e danni per 4.500 miliardi di lire), in quanto la scuola era anche Reparto di Soccorso Pubblico.
Per le sue capacità e per i suoi titoli venne selezionato per la Scuola Tecnica di Polizia di Roma, dalla quale uscì primo; e fu assegnato al Reparto Autonomo del Ministro dell’Interno. Allora, venne anche impiegato con altri colleghi al servizio di sicurezza e ordine pubblico, confrontandosi quasi quotidianamente con il terribile fenomeno terroristico in particolare delle Brigate Rosse”.
La sua bravura fu riconosciuta e acquisì il grado di maresciallo, assegnato a Firenze, dove nell’arco di quasi 5 anni, acquisì il comando di una squadra speciale antisequestro con la direzione dell’allora vicecommissario Antonio Manganelli (poi promosso Capo della Polizia) e con la supervisione dei PM Vigna e Flery.
Quando Capo del Governo era Giovanni Spadolini, ebbe il compito di gestire la sicurezza del Presidente del Consiglio con 50 agenti. In seguito vinse il corso di pilotaggio di elicotteri presso l’aeroporto militare di Frosinone. “Ma il grande salto di qualità a livello nazionale e internazionale lo feci quando fui accolto alla Squadra Mobile della Questura di Milano diretta da Achille Serra, precisamente nella sua segreteria particolare, essendo programmatore informatico”. Era già in possesso inoltre del Nulla Osta Segretezza – Livello N.A.T.O.
Alberto parla piano, a voce bassa come un prete che punisce i peccati nel confessionale. Soprattutto con il ritmo di chi scava nella memoria per essere precisi, non sbagliare una data, una circostanza, un nome.
“Ben presto la mia voglia di svolgere indagini di polizia giudiziaria di alto spessore e livello trasmigrò nella squadra Omicidi, dove, oltre a svolgere le indagini, mentre i suoi colleghi finito il turno tornavano a casa, lui pescava tra i fascicoli dell’enorme Archivio i casi più eclatanti, compresi quelli di corruzione, e grazie a queste sue incursioni nelle carte non ingiallite Antonio Di Pietro e gli altri giudici di “Mani Pulite” scatenarono il finimondo.
Una carriera brillante, quella di Alberto Rocco Maria Sala. Di lui hanno parlato spesso i giornali. “Il Sole24 Ore” del luglio del 2025 lo ha citato: “Alberto Sala, componente la Commissione Antiriciclaggio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano”.
In un altro, di cui non si vede il titolo, con tanto di foto, “Alberto Sala porta in carcere un personaggio rilevante della ‘ndrangheta”. Dopo una grande operazione condotta dalla squadra di Manganelli, di cui faceva parte Alberto, “I fiori di San Vito”, contro le ‘”ndrine”, gli investigatori illustrarono le tante persone neutralizzate e un documento che riguardava un elenco dei “quadri” della cosca, in gergo “fiori”, dalla sorella di omertà allo “’ndranghetista di sgarro”. “La “sorella di omertà” ha vari compiti importanti, tra cui quello di essere guardiana del silenzio totale per salvaguardare l’integrità della “corporazione”.
Insomma Alberto Rocco Maria Sala è stato un numero uno di via Fatebenefratelli 11 e ha tenuto alto il prestigio della Polizia italiana nel mondo. In un libro di Sandro Ravagnani, che fu per 40 anni capo ufficio stampa delle attività artistiche di Moira Orfei, definisce Alberto Rocco Maria Sala “l’ultimo dei dinosauri”. E ne racconta con scioltezza la storia, le aspirazioni giovanili, il rispetto per la famiglia e per le tradizioni, il senso di responsabilità e del dovere, la riservatezza sulle sue origini nobiliari, le frequentazioni ad alto livello, la specializzazione nell’ambito delle consulenze delle norme europee su anticorruzione e antiriciclaggio.
Una bella storia, quella di Alberto Rocco Maria Sala, con un nonno maresciallo delle Guardie Forestali deceduto mentre svolgeva il suo servizio. Ravagnani lo conosceva bene e quindi sapeva che se qualcuno avesse chiesto ad Alberto che cosa desiderasse fare da grande, avrebbe risposto: “Un lavoro basato sul rispetto degli altri”, che è basilare per la convivenza civile”.
Il protagonista del nostro racconto – sostiene Sebastiano Sandro Ravagnani, purtroppo volato via troppo presto - ha ereditato un nome importante che fin dalle prime battute rappresenta più di una pagina del nostro Paese…”. Una storia, una fiaba, quella di Alberto. Quando Sandro lo intervistò e gli fece quella domanda d’obbligo (che cosa vuoi nella vita) risposte d’istinto l’ambasciatore, ma si corresse e disse “il servitore dello Stato”.
E questo è stato davvero. Quando lo Stato chiama occorre muoversi e lui ha risposto con slancio ad ogni appello, meritandosi, fra le altre, l’onorificenza di “ Cavaliere della Repubblica”.
Quante volte l’ho intercettato nei corridoi e nelle stanze della questura e nell’ufficio di Achille Serra o in quello di Nino D’Amato durante le conferenze-stampa. Lui era lì, tra i protagonisti delle indagini, ma non invadeva mai il campo, non usciva mai dal seminato, se non era interpellato. Come quando la Mobile nel gennaio dell’86 scoprì in un abbaino cento chili di eroina e 50 milioni di lire.
| Riconoscimento ad Alberto Sala |
Ha collaborato con le polizie di quasi tutto il mondo, fatto indagini delicatissime con l’Fbi e con la Dea, si è infiltrato in organizzazioni criminali pericolose, ha mandato al “gabbio” pellacce di ogni tipo, si è occupato di omicidi e di sequestri, traffico di sostanze stupefacenti, di riciclaggio di denaro sporco, reati finanziari. Eppure, se ti sta seduto di fronte sembra un docente di filosofia che quando entra in classe viene accolto dagli gli studenti con un “ciao”.
Alberto Rocco Maria Sala l’ho conosciuto quando era uno dei pilastri della Squadra Mobile di Milano. Si comportava come una persona qualunque, al vecchio bar di via Fatebenefratelli conversava di tutto meno che del suo lavoro, lasciando a bocca asciutta i cacciatori che avevano bisogno di riempire il carniere di notizie. Era molto riservato e scansava quelli che cercavano a tutti i costi di fargli strappare la tela di un’indagine particolare.
Tangentopoli cominciò da lui e da Nino D’Amato, promosso poi questore e deceduto un anno fa. Come poliziotto Alberto ha la scorza dura, è inflessibile e sa guardare lontano. Non per nulla ha una raccolta di encomi solenni, premi, riconoscimenti anche dall’Fbi.
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| Alberto Sala a sinistra |
Quando avevo bisogno di una “chicca” non mi rivolgevo mai a lui, pur stando seduti a un tavolo del bar di piazza Cavour, luogo d’incontro dei giornalisti del “Giorno”, della “Notte”, della “Stampa”, dell’Adnkronos con le redazioni nel Palazzo dell’Informazione. Neppure le cesoie gli avrebbero fatto aprire bocca. Ciononostante lo stimavo e lo stimo. C’erano momenti di carestia per i cronisti e né lui né Vito Plantone, detto il “re delle notti milanesi (poi Questore di Palermo e…), né Ferdinando Oscuri fornivano qualche filo di biada. Le indagini costano fatica, sacrifici, richiedono notti in bianco, un lavoro duro e non può essere la leggerezza di un momento a mandarle in fumo. I cani da tartufo comunque imboccavamo vie traverse.
Dopo tanti anni, eccolo, Alberto Rocco Maria Sala di fronte a me, dopo aver accettato di aprire un varco nella sua biografia. Più che un varco uno spiraglio, perché fra l’altro non ama parlare d sé, di sciorinare una vita trascorsa fra tentativi di agguati e altri pericoli. Il coraggio è stato il suo mestiere; un coraggio mai ostentato, mai dichiarato per rivelare segni di gloria.
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| Alberto Sala e il prefetto Paolo Scarpis |
“Dunque, Alberto, veniamo a noi”. Sa già quello che deve dirmi e non aspetta la domanda. “Negli anni ‘70 ero prossimo al servizio militare, allora obbligatorio, e un amico della palestra di judo mi disse che proprio in quell’anno la polizia (P.S. militare) dava la possibilità ai giovani di ottima salute e in possesso di titoli, di svolgere questo dovere nel loro Corpo. Feci la domanda e venni convocato presso la Scuola Sottufficiali di Nettuno. Seguii le prove attitudinali, le visite mediche e ottenni l’idoneità all’arruolamento e inviato alla Scuola Allievi di Trieste. In quel periodo studiai i Codici di Giurisprudenza, frequentai la squadra sportiva delle ‘Fiamme Oro’ di judo, dove con il passare del tempo diventai maestro”.
Durante il corso partecipò anche alle operazioni di soccorso per il terremoto del Friuli del 6 maggio ‘76 (990 morti e danni per 4.500 miliardi di lire), in quanto la scuola era anche Reparto di Soccorso Pubblico.
Per le sue capacità e per i suoi titoli venne selezionato per la Scuola Tecnica di Polizia di Roma, dalla quale uscì primo; e fu assegnato al Reparto Autonomo del Ministro dell’Interno. Allora, venne anche impiegato con altri colleghi al servizio di sicurezza e ordine pubblico, confrontandosi quasi quotidianamente con il terribile fenomeno terroristico in particolare delle Brigate Rosse”.
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| Alberto Sala e l'elicottero |
La sua bravura fu riconosciuta e acquisì il grado di maresciallo, assegnato a Firenze, dove nell’arco di quasi 5 anni, acquisì il comando di una squadra speciale antisequestro con la direzione dell’allora vicecommissario Antonio Manganelli (poi promosso Capo della Polizia) e con la supervisione dei PM Vigna e Flery.
Quando Capo del Governo era Giovanni Spadolini, ebbe il compito di gestire la sicurezza del Presidente del Consiglio con 50 agenti. In seguito vinse il corso di pilotaggio di elicotteri presso l’aeroporto militare di Frosinone. “Ma il grande salto di qualità a livello nazionale e internazionale lo feci quando fui accolto alla Squadra Mobile della Questura di Milano diretta da Achille Serra, precisamente nella sua segreteria particolare, essendo programmatore informatico”. Era già in possesso inoltre del Nulla Osta Segretezza – Livello N.A.T.O.
Alberto parla piano, a voce bassa come un prete che punisce i peccati nel confessionale. Soprattutto con il ritmo di chi scava nella memoria per essere precisi, non sbagliare una data, una circostanza, un nome.
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| Alberto Sala, Piero Colaprico e Presicci su un terrazzo sotto l'elicottero |
“Ben presto la mia voglia di svolgere indagini di polizia giudiziaria di alto spessore e livello trasmigrò nella squadra Omicidi, dove, oltre a svolgere le indagini, mentre i suoi colleghi finito il turno tornavano a casa, lui pescava tra i fascicoli dell’enorme Archivio i casi più eclatanti, compresi quelli di corruzione, e grazie a queste sue incursioni nelle carte non ingiallite Antonio Di Pietro e gli altri giudici di “Mani Pulite” scatenarono il finimondo.
Una carriera brillante, quella di Alberto Rocco Maria Sala. Di lui hanno parlato spesso i giornali. “Il Sole24 Ore” del luglio del 2025 lo ha citato: “Alberto Sala, componente la Commissione Antiriciclaggio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano”.
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| A sinistra Sala a destra Savagnani |
In un altro, di cui non si vede il titolo, con tanto di foto, “Alberto Sala porta in carcere un personaggio rilevante della ‘ndrangheta”. Dopo una grande operazione condotta dalla squadra di Manganelli, di cui faceva parte Alberto, “I fiori di San Vito”, contro le ‘”ndrine”, gli investigatori illustrarono le tante persone neutralizzate e un documento che riguardava un elenco dei “quadri” della cosca, in gergo “fiori”, dalla sorella di omertà allo “’ndranghetista di sgarro”. “La “sorella di omertà” ha vari compiti importanti, tra cui quello di essere guardiana del silenzio totale per salvaguardare l’integrità della “corporazione”.
Insomma Alberto Rocco Maria Sala è stato un numero uno di via Fatebenefratelli 11 e ha tenuto alto il prestigio della Polizia italiana nel mondo. In un libro di Sandro Ravagnani, che fu per 40 anni capo ufficio stampa delle attività artistiche di Moira Orfei, definisce Alberto Rocco Maria Sala “l’ultimo dei dinosauri”. E ne racconta con scioltezza la storia, le aspirazioni giovanili, il rispetto per la famiglia e per le tradizioni, il senso di responsabilità e del dovere, la riservatezza sulle sue origini nobiliari, le frequentazioni ad alto livello, la specializzazione nell’ambito delle consulenze delle norme europee su anticorruzione e antiriciclaggio.
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| Foto di gruppo in primo piano Filippo Ninni e Alberto Sala |
Una bella storia, quella di Alberto Rocco Maria Sala, con un nonno maresciallo delle Guardie Forestali deceduto mentre svolgeva il suo servizio. Ravagnani lo conosceva bene e quindi sapeva che se qualcuno avesse chiesto ad Alberto che cosa desiderasse fare da grande, avrebbe risposto: “Un lavoro basato sul rispetto degli altri”, che è basilare per la convivenza civile”.
Il protagonista del nostro racconto – sostiene Sebastiano Sandro Ravagnani, purtroppo volato via troppo presto - ha ereditato un nome importante che fin dalle prime battute rappresenta più di una pagina del nostro Paese…”. Una storia, una fiaba, quella di Alberto. Quando Sandro lo intervistò e gli fece quella domanda d’obbligo (che cosa vuoi nella vita) risposte d’istinto l’ambasciatore, ma si corresse e disse “il servitore dello Stato”.
E questo è stato davvero. Quando lo Stato chiama occorre muoversi e lui ha risposto con slancio ad ogni appello, meritandosi, fra le altre, l’onorificenza di “ Cavaliere della Repubblica”.
Quante volte l’ho intercettato nei corridoi e nelle stanze della questura e nell’ufficio di Achille Serra o in quello di Nino D’Amato durante le conferenze-stampa. Lui era lì, tra i protagonisti delle indagini, ma non invadeva mai il campo, non usciva mai dal seminato, se non era interpellato. Come quando la Mobile nel gennaio dell’86 scoprì in un abbaino cento chili di eroina e 50 milioni di lire.



































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