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mercoledì 12 agosto 2026

La meraviglia dei viaggi in mare

EMOZIONANTE LA NAVIGAZIONE SULLE REGINE OGGI SCOMPARSE



Presicci e la Bouchet
La Michelangelo e la Raffaello tagliavano le onde, portando a bordo attori e personalità illustri. Una sera nel teatro si esibì alla grande lo “chansonnier” Enrico Simonetti.














FRANCO PRESICCI



Viaggiare sul mare è una meraviglia. A bordo di una delle regine del mare, la “Michelangelo” e la “Raffaello”, della Società di navigazione “Italia” di Genova, ancora di più (purtroppo hanno smesso di navigare da molti anni). Ho viaggiato tanto su quelle navi. Facevo le cronache sulle iniziative che vi si svolgevano e il capo ufficio stampa Adriano Bet mi considerava quasi un suo vice (quello ufficiale, Bonfiglioli, c’era già ed era bravissimo).
A destra il capo ufficio stampa Bet

Quando scendevo facevo pubblicare delle “biro” con foto su quotidiani e settimanali e mi preparavo all’impresa successiva. Così assottigliavo le mie ferie, ma non me ne curavo. A bordo intervistavo gli chef, personalità del cinema, del teatro, del giornalismo; le dame che vincevano il concorso “La signora del mare”… Intervistai anche Raffaella Carrà, Solvy Stubing, Diana Torrieri, Barbara Bouchet, il grande “chansonnier” Enrico Simonetti...
Un giorno Bet mi chiese di dare una mano per confezionare un giornale, “Corriere del mare”, edizione straordinaria. Titolo di spalla: “Si sta concludendo la crociera della Michelangelo in Atlantico”. E cominciai a interpellare due bravissimi e simpaticissimi giornalisti del quotidiano del pomeriggio “La Notte”: Tullio Barbaro e Vittorio Reali, ospiti graditissimi e spassosi Uno con incarichi importanti all’Ordine dei Giornalisti”; l’altro futuro fondatore e direttore di Radio Meneghina, molto ascoltata.
Conversai a lungo con Simonetti sotto il fumaiolo e rilevai una notevole cultura non solo musicale. Simonetti mi parlò di correnti letterarie, di mostri sacri della carta stampata, di Giancarlo Fusco, Indro Montanelli, Giorgio Bocca, esprimendo opinioni calibrate. Parlai anche con il mago Waldner., che se ne stava tranquillo raggomitolato su una poltrona in un ufficio del foyer, forse pensando all’imminente oroscopo sul settimanale “Grazia”. Gli chiesi se fosse vero che sulla mano è tracciato il mostro destino e mi rispose che non faceva il chiromante, anche se vi si era dedicato in passato. Gli domandai perché mai l’uomo oggi si rivolge all’astrologo più di ieri e rispose che l’uomo ha mutato sistema di vita; è piombato nella solitudine e non avendo altro cerca conforto nelle stelle. Parlava a fatica, spezzava le parole, non approfondiva l’argomento, era coltissimo.
Intervistsa a Enrico Simonetti sulla Michelangelo

Piacevole l’incontro con la famosa attrice Diana Torrieri. Era dolce, serena, voce bassa, sguardo illuminate. Aveva in mano un suo libro di poesie, me ne lesse una. Poi me lo prestò perché lo leggessi nella calma della mia cabina. Mi avvicinai al comandante (uscito dal corso dell’Istituto nautico di Genova, una vita quasi interamente sul mare, la carriera sviluppata giorno per giorno, grado dopo grado, sulle numerose unità della marina mercantile italiana). Due domande e risposte esaustive.
Dialogavo con i passeggeri. Un pittore genovese aveva realizzato un ritratto di donna Vittoria Leone, moglie del presidente della Repubblica, in abito rinascimentale; e diceva che stava per portarlo al Quirinale. Donna Vittoria se lo aspettava, perché lo aveva già visto sui giornali.
Sulla pista da ballo alcune coppie facevano vere acrobazie, eseguendo i valzer, e gli emuli dei tanghero si esibivano come farfalle al vento. Una volta tra gli ospiti c’era un giornalista, Alfredo Pigna, che dirigeva un settimanale. Ballando alla dama si staccarono le “bretelle” dell’abito e il seno rimase nudo; lui lo coprì con il suo torace e se ne uscì con una battuta: “Ho parato due gol!”.
I compleanni venivano festeggiati con i camerieri che marciavano ai bordi dei tavoli fino a quello del festeggiato, con in mano ciascuno una torta e una candelina accesa, sollevando un coro di auguri. Bet, sempre in smog, sorridente, gentile, disponibile, teneva segreto il numero della vincitrice del concorso “La signora del mare”, confidandolo soltanto a me, che con ogni cautela dovevo dialogare con lei per farmi dire un po’ della sua biografia. La nave faceva sosta a Napoli e in pullman andavamo una volta a Sorrento, un’altra volta a Ischia, poi altrove. In un viaggio mi portai il fotografo di Novella 2000, che mi dedicò cinque pagine con immagini a colori. Purtroppo dovetti scrivere che le due regine stavano per perdere il trono. Era il ‘75.
Ballo sulla Michelangelo

La penultima volta furono ospitate cinque modelle, riprese dall’obiettivo di Mosca vicino alla prua, nel porto partenopeo. Napoli, una delle più belle città del mondo, che nutrì artisticamente Totò, i De Filippo, De Crescenzo e tantissimi altri, alimentando le pagine di Curzio Malaparte e una folla di altri scrittori. Napoli, la città di Giuseppe Marotta, che visse per tanto tempo a Milano, scrivendo “Mal di Galleria”, “Le Milanesi”…
Andare per mare voleva dire sbarcare a volte a Casablanca, che richiama subito il film omonimo con Ingrid Bergman e Humphrey Bogart. Una delle visite più interessanti prima di salire su un treno e correre a Marrakech. Sulla piattaforma del convoglio un signore arabo mi mostrò cinque galline legate per i piedi e mi suggerì di acquistarle, perché facevano ottime uova.
Fu a Sorrento che incontrai Barbara Bouchet intenta a girare un film con Pierre Leroy. Poi, non ricordo perché, salì a bordo con noi, diretti a Genova. Era bellissima, elegante, cortese. Le chiesi l’intervista, ci sedemmo in poltrona e me la concesse. A Sorrento mi invitarono a ballare la quadriglia, accettai, ma non finiva mai. Sulla pista rimanemmo io, affannato, e una allieva della Scala di 18 anni. L’orchestra aumentava il ritmo e io il mio orgoglio. Dovetti cedere per evitare l’infarto.
Al ritorno sulla nave andai a visitare i quadri appesi alle pareti di varie sale. C’erano De Pisis e tanti altri pittori e scultori. A mezzanotte tra prelibatezze di vario genere campeggiavano sculture di ghiaccio stupende, realizzate dai cucinieri. Nessuno era stanco, a quell’ora; anzi erano ancora disposti a calpestare la pista da ballo. La nave continuava a tagliare le onde spumeggiando; qualcuno era afflitto dal mal di mare, ma non aveva intenzione di rifugiarsi in cabina. Una pillola e via.
Intervista sulla nave a Barbara Bouchet

Si andava a dormire alle 4 del mattino. Io a quell’ora fui prelevato dal gruppo che frequentavo e portato come in barella su un ponte, dove un nottambulo impenitente suonava la fisarmonica. Ancora via alle danze. Il mattino del giorno dopo mi aspettava l’attrice Erika Blanc per un’intervista, ma ero abituato a passare le notti in bianco.
Se ne organizzavano, di iniziative. “La signora del mare” fu affiancata dalla “Dama dello Zodiaco”, per la quale si proponeva la ragazzina in stile Haudrey Hepburn calata in un abito lungo bianco con luccichii di stelle e la signora con il passo da cavallerizza in una tenuta da cacciatrice di leoni. Non credeva agli oroscopi propinati dai giornali, non si sarebbe mai fatta leggere la mano, anche perché da giovane una zingara le aveva pronosticato degli avvenimenti inaccettabili ed emotiva com’era ne rimase turbata, Lo diceva con semplicità e quasi divertita. Un’altra signora, bionda, direttrice di una piccola azienda, frequentava l’oroscopo prima di prendere una decisione, le piaceva il mare, aveva predilezione per la vela. Indossava un abito lungo, scuro con ghirigori dorati. Altri si susseguirono davanti alla giura che ascoltava e giudicava. Uno dei membri era il mago Waldner. Io non ne facevo parte: dovevo solo prendere nota degli abiti e delle confidenze delle aspiranti.
Motovedetta e elicottero

La Michelangelo, che aveva un grande modello alla stazione Centrale di Milano in una sala che prendeva il nome dalla regina, avanzava silenziosamente, le luci accese, solcando il mare. Qualcuno fumava su un ponte, due innamorati si scambiavano carezze, la luna adocchiava indiscreta, sull’acqua danzavano crespe d’argento. Nessuno si annoiava, c’era sempre qualcosa da fare o da vedere. Anche i giochi. ”Ecco, vinci se afferri con la bocca la mela che sta in fondo al secchio”. Ci provarono in molti, ma l’intuizione la faceva da padrona. Un giovanotto affondò il capo nell’acqua, spinse la mela sul fondo e tenendola ferma l’addentò. Applausi.
Dall’oblò si poteva osservare un’infinita distesa di acqua, se avevi voglia potevi andare a salutare il comandante, che alle 19 offriva il cocktail. Un passeggero corteggiava una fanciulla sussiegosa. Avevano già tentato altri. Signore anziane bevevano il sole adagiate sulle sdraio e si raccontavano stralci di vita vissuta. Chi ama l’ascolto poteva scrivere un libro, di amori, sregolatezze, intemperanze, nostalgie, scrupoli. La nave aiuta a confessarsi. Tanto le parole le porta via il vento.

mercoledì 5 agosto 2026

Il ricordo di Alberto De Simone

UN POLIZIOTTO SEVERO E LEALE CHE DISINNESCO’ TANTE BOMBE



Alberto De Simone in divisa
Nato nel Leccese, operò a Milano con impegno. Non cercò mai la pubblicità, pur rispettando il lavoro dei cronisti. Fu il questore Fariello ad autorizzarlo a raccontare qualche episodio. E lo fece malvolentieri. A ricordarlo sono davvero in pochi.














FRANCO PRESICCI



Sei personaggi e un robot. Appartenenti gli uni e l’altro alla Digos di Milano. L’uomo metallico si chiamava Willy.
Piazza del Duomo

Dal nome sembra protagonista di un fumetto, ma chi lo vide in azione, quel 2 aprile 1986, giovedì, venendo a sapere la funzione per cui era stato costruito, altro che fumetto! Con le sue mani afferrava una bomba e la trasferiva in un luogo in cui poteva essere fatta esplodere senza far male a nessuno.
Una mattina fu portato in piazza Duomo e presentato alla stampa e fatto ammirare da chiunque avesse avuto voglia di fare la sua conoscenza. Gli specialisti della questura lo trattavano come un amico e quel nome ne era la testimonianza. Ne erano entusiasti, anche perché avevano constatato le capacità dell’invenzione. Il manovratore, per prudenza, era calato in una specie di scafandro e l’ispettore capo Alberto De Simone manifestava molto riguardo per l’uomo e per il mezzo.
Dimostrazione di willy in paizza duomo

Era, quella, la prima volta che il capo degli artificieri appariva in pubblico, riservato e alieno com'era dal ricercare la visibilità. Era in polizia da 33 anni, ne aveva 53 e proveniva da San Donato di Lecce. Dirigente della quadra antiterrorismo dall’87. Severo come uomo e come poliziotto, legato alla famiglia e al suo paese, scapolo, fedele allo Stato, rispettoso dei suoi collaboratori, leale, generoso. Viveva con il padre, Armando, di 85 anni. Un padre che attraversava momenti di ansia quando da una telefonata intuiva che il figlio stesse per andare a disinnescare un ordigno.
Non aveva frequenti rapporti con i giornalisti e non era prodigo di notizie, nemmeno con il bravissimo Alberto Berticelli, brillante cronista del “Corriere della Sera” suo amico sincero e affezionato, con il quale qualche volta andava a pranzo, ma per conversare come si fa di solito quando ci si riunisce di fronte a una pietanza tutta da gustare. L’esimio “cane da tartufo”, che conosce bene i canoni della vita e le dinamiche della psicologia, non gli faceva domande imbarazzanti e De Simone parlava di San Donato, dei suoi gioielli ortofrutticoli, di sua sorella. Mai del suo lavoro, a cui era appassionato. Al massimo elogiava i suoi collaboratori, uno in particolare, che una volta, correndo a disinnescare una boma collocata in un locale del centro, avvertì il botto quando era a un paio di minuti dall'arrivo. Si spaventò, sentendosi un miracolato. Due minuti regalatogli da qualche santo. Aveva 41 anni, sposato, due figli, il buontempone della squadra anti sabotaggio.
Alberto Berticelli del Corriere

Un cronista avvicinò De Simone all'ingresso della questura, insistette, lo tallonò e alla fine l’ispettore capo fermò il suo passo da bersagliere e gli disse con calma, con gentilezza: “Lei forse non sa che non amo parlare di queste faccende. Qui altre persone sono autorizzate a farlo. Io faccio soltanto quello che mi spetta e basta. Voi giornalisti avete altri interlocutori”. Una volta, sollecitato da un “mangiatore di polvere” del “Giorno” (allora quella terra fastidiosa fluttuando nell'aria finiva sui panini che i cronisti marciatori mangiavano inseguendo uno “scoop”), esausto, chiamò due suoi colleghi e disse: “Parliamo di via Cimarosa?”. Era una mattina di primavera del ’77 e sotto un’auto c’era un pacchetto composto da esplosivi da mina. Con un collaboratore ci avvicinammo e sentimmo una specie di soffio provenire dall'involucro. Lo legammo e quando eravamo sul punto di trasportarlo, senza che avessimo ancora fatto nulla il pacco esplose, sballottandoci a sette o otto metri di distanza. Nel pacco era successo qualcosa che non riuscimmo a capire”. Paura? “Chi non ha paura è un incosciente”. A parlare lo aveva autorizzato il questore Antonio Fariello e lui aveva eseguito.
Un’altra volta ignoti collocarono un chilo e mezzo di tritolo in scaglie innestato con detonatore elettrico e congegno a tempo nella sede di una concessionaria a Como e per disinnescarlo due artificieri si precipitarono sul posto. L’ordigno celava un’insidia, ma De Simone non volle rivelarla. Si impegnarono in tante altre emergenze. Nell’81, ancora a Como, stavano costruendo il nuovo carcere e nelle adiacenze del cantiere, fra due alberi, gruppi eversivi installarono uno striscione con una scritta che rivendicava l’abolizione degli istituti di pena. Dai lembi inferiori del telone partivano due fili di nailon sottilissimi, quasi invisibili, che finivano nei cespugli”.
Alberto De Simone in divisa

Telefonata in questura, corsa a Como, “studiammo la situazione e ci accorgemmo che i due fili erano collegati a due ordigni nascosti nella vegetazione. Chi avesse tentato di strappare il panno avrebbe provocato una deflagrazione, rimanendo ucciso“.
Solo al ricordo vengono i brividi anche pensando ai pericoli a cui erano esposti questi uomini. Commuovendosi, De Simone ricordò Luigi Carluccio, che gli risvegliò il ricordo della tremenda notte dei fuochi di Como: nove bombe collocate davanti ad altrettanti negozi. Era un avvertimento per i bottegai che chiedevano la pena di morte. Era il 15 luglio dell’81 e per neutralizzare gli esplosivi furono inviati tecnici della questura di Milano, fra cui Carluccio - sottufficiale di 28 anni, un figlio di 8 mesi – che disattivò il primo congegno. Alle 2.30 una seconda bomba esplose e lo dilaniò. De Simone elogiò un collega, che dopo aver visto il corpo martoriato non tremò al pensiero di dover mettere le mani sull'ultima trappola.
Capitava anche di doversi mobilitare per falsi allarmi. Una volta una telefonata segnalò in un prato nei pressi di un’abitazione sei o sette tubi. “Li aprimmo con la solita circospezione, pensando che contenessero esplosivi e trovammo 20 milioni di banconote da 50 mila arrotolate. Un’altra volta alcuni cittadini avvertirono il 113 che in via Novara di fianco a un ascensore era stata abbandonata una valigetta che emetteva un ticchettio.
Il questore Antonio Fariello

Dentro, c’erano una sveglia e indumenti femminili molto sexy”. De Simone ricordò un altro artificiere, il cui figlio di 12 anni, che fin da quando era più piccolo, avendo capito che tipo di mestiere faceva il padre, di notte ad ogni squillo di telefono si svegliava e chiedeva: “La bomba è scoppiata o deve ancora scoppiare?”. Le famiglie di questi eroi erano tutte coinvolte.
De Simone aggiunse: “La nostra squadra opera in tutta la Lombardia, ma viene convocata anche per operazioni altrove. Ed è a disposizione di tutte le forze dell’ordine. Quando gli artificieri dei carabinieri sono impegnati l’Arma si rivolge a noi. Ci chiamano anche i vigili urbani”. Poi descrisse le nuove tute ignifughe molto aderenti in dotazione alla sua squadra. Hanno una targhetta con nome e cognome dell’artificiere, il suo grado, il suo gruppo sanguigno, importante nei momenti critici. Si indossano più rapidamente. Sono state pensate dal questore Antonio Fariello, uno dei più bravi, colto e intelligente, che tra l’altro promosse un volume interessantissimo: “Milano una città una questura” e trasferì la Festa della Polizia dalla caserma “Annarumma” in piazza Duomo per portarla fra la gente. Fu proprio lui ad autorizzare De Simone a dare qualche scampolo di storia ai cronisti.
Mancino, Scalfaro, Parisi e a destra De Simone

Io gli chiesi le qualità che un artificiere deve avere: “Prima di tutto qualità umane. Deve sentire il dovere di tutelare l’incolumità dei cittadini e deve essere convinto di quello che fa, avere cioè la consapevolezza di svolgere un servizio”.
Per concludere, l’interlocutore gli chiese quali libri avesse letto e prontamente rispose che gli interessavano soprattutto quelli che parlavano di Joe Petrosino, “che sfidò per primo la mafia italo-americana e combatté il suo esponente più autorevole, convinto che avrebbe vinto la sfida. Invece la sera del 12 marzo del 1909 venne ucciso a Palermo, dove era andato per continuare la sua lotta. Petrosino – aggiunse - fu uno dei primi artificieri, che indossò per la prima volta la divisa di poliziotto il 19 ottobre del 1883 come agente di pattuglia nella Tredicesima Avenue di New York. Il ricordo del nemico della Mano Nera della Grande Mela resta ancora, grazie anche ai libri che sono stati diffusi ovunque, tra i quali quello di Arrigo Petacco, edito da Mondadori.
Alberto De Simone non c’è più da anni e c’è chi sente ancora la sua mancanza. Chissà se lo hanno sepolto a San Donato di Lecce, paese impreziosito da chiese e menhir e produttore di un particolare tipo di melone.

mercoledì 29 luglio 2026

Il barbiere-scrittore era mantovano

PRENDEVA PER I CAPELLI LE PERSONALITA’ PIU' FAMOSE



Bompieri nel salone
Tra i clienti, Visconti e Mastroianni, Tronchetti Provera e Cuccia… I suoi libri sono editi da Longanesi, Rizzoli. Mondadori, Feltrinelli. Era un uomo gioviale. Enzo Bettiza scrisse su di lui un lunghissimo articolo per “La Stampa”








FRANCO PRESICCI


Enzo Bettiza lo immortalò in un’intera pagina della “Stampa”; Marco Nozza fu il primo a recensire il suo libro “Il freddo nelle ossa”, pubblicato negli anni 70 da Longanesi. Franco Bompieri di giorno tagliava i capelli a Tronchetti Provera, Cesare Romiti, Guido Piovene, Indro Montanelli,
Bompieri sulla soglia del salone

Leonardo Mondadori, Filippo di Edimburgo, Raul Gardini, Cesare Zavattini, Enzo Jannacci... Quando erano a Milano sulla sua poltrona girevole si accomodavano Luchino Luchino Visconti, Marcello Mastroianni, Mario Soldati, Raffaele Mattioli… E fece la barba a Totò in una camera del Grand Hotel et de Milan. Per Enrico Cuccia aveva una saletta riservata.
Franco Bompieri non depilava soltanto le celebrità. Di notte scriveva romanzi di successo che apparivano nelle collane dei grandi editori: Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli. Quante ore trascorse alla scrivania a battere i tasti del computer, ma non sembrava stonato il giorno, quando manovrava forbici e pettine. Conosceva pregi e difetti di tutti quelli che prendeva per i capelli. Poteva raccontare, e lo ha fatto ampiamente in un libro, curiosità divertenti e gesti di ogni singolo cliente, con uno stile icastico e qualche volta simpaticamente ironico. Aveva gran rispetto per quelle teste geniali. A qualcuna di loro offriva anche la tazza di caffè, che andava a prendere al bar vicino, tra le vie Morone, dove aveva la bottega, e via Manzoni. Un giorno presente, non come barbuto da radere, ma come ficcanaso, mi vennero i brividi al rumore del vassoio che si ribaltava, macchiando la camicia e la cravatta che Bettiza si portava dal barbiere come indumenti di ricanbio a lavoro finito. Franco sprofondò nell’imbarazzo, ma l’illustre giornalista gentiluomo lo risollevò con la sua proverbiale diplomazia, quindi rivolto a me esclamò: “Succede, ai vivi”.
Poi arrivò Cuccia, entrò, con le mani congiunte dietro la schiena, entrò nel suo salottino privato e attese un secondo di essere servito. Franco diventò una gazzella, riaprì la porta e salutò il banchiere con il riguardo dovuto.
Soldati (foto La Fratta)

L’Antica Barbieria Colla, il famosissimo salone di Bompieri, era spesso sui giornali, quindi, a Milano e fuori, tutti apprezzavano il barbiere-scrittore, parola facile e cortese, sorriso comunicativo e coinvolgente, occhi di antracite, passo signorile, camice bianco-latte come la cuspide dei trulli di Martina Franca; e gli attrezzi del mestiere nel taschino, dove i medici hanno lo stetoscopio. Era bello e divertente stare con lui. Di più quando lo si incontrava a Tellaro, dove aveva la casa delle vacanze, a poca distanza da quella di Mario Soldati, salutava tutti anche se non li conosceva. Quando era in bottega sembrava il comandante di un battello; i collaboratori tutti in piedi al loro posto, seri e composti; chi curava la testa di un avventore lo faceva in silenzio come il chierichetto nell’offerta delle ampolline al prete, durante la messa. Ordine e silenzio regnavano in questo salone aperto in una via tranquilla e riposante che sfocia in una delle piazze più belle di Milano: la Belgioioso, che ospita un ristorante antico di 600 anni, il “Boeucc”.
Andavo a trovarlo spesso, Franco Bompieri, amico da tanti anni. Lessi il suo “Arriva il principe” e mi divertii molto, Questo nobile che aveva mobilitato il paese, impegnando tutti a restaurare le facciate delle case, a rendere lindi come piatti da cucina le strade, addirittura a restituire dignità al castello e quello tardava, deludendo e innervosendo i faticatori. Presentò il libro in un locale in Torino, presenti il sindaco Carlo Tognoli e l’editore Scheiwiller. Era compiaciuto nel vedere tutto quel pubblico che gli voleva bene. Dell’amico Leonardo Mondadori diceva: “Solo il nome mi bastava per respirare aria di casa dell’editore. E mi venivano in mente Poggio Rusco e Ostiglia, terre al di là e al di qua del Po, terre mantovane insomma, come la mia… Per me Arnoldo Mondadori era William Sarov, Hans Fallada, Stefan Zweig, Luigi Pirandello e decine di altri narratori che avevano soccorso la mia fame di evasione negli anni dell’immigrazione. A Milano, quando, fosse estate o inverno, la luce veniva inflessibilmente alle otto di sera e io tiravo tardi leggendo alla luce del lampione sotto casa o davanti a un caffellate in latteria…”.
Franco Bompieri e Cesare Romiti

Era colto, ma non ci teneva a mostrarlo. Un giorno facemmo una breve passeggiata per le vie della vecchia Milano, percorrendo via Bigli, via Montenapoleone, via Sant’Andrea... Quanta storia attraversavamo e lui era taciturno, come se immaginasse i personaggi che le avevano calpestate. Tante vie per andare al salotto della contessa Clara Maffei o alla casa del Manzoni. Che è in via Morone. La conosceva bene, la sua zona, e l’amava. Via Manzoni no: troppo rumorosa, troppo frequentata; e poi i tram che passano ansimando, i taxi, che in due secondi arrivano da piazza Scala a piazza Cavour. “Perché non vanno più piano? E’ la follia della corsa”. Enzo Bettiza, Franco? “E’ un grande, un signore, forse bacia ancora la mano alle donne. Oltre all’italiano parla perfettamente il russo, il tedesco, il francese e l’inglese”.
Era un uomo generoso, Franco Bompieri. Un Natale, invece di fare un calendarietto dei barbieri come facevano tutti, distribuì un cartoncino in cui campeggiavano lui, una candelina, un cerbiatto e uno scrittore con una barba appiccicata (non ricordo più chi fosse). Me lo regalò due anni dopo, quando gli chiesi notizie sui calendarietti profumati per un articolo sul “Giorno”. Me lo aveva chiesto personalmente il nuovo direttore, Giovanni Morandi, sapendomi appassionato di tarocchi, cavatappi, francobolli, trenini, tram...
Un calendarietto con Bompieri

E mi venne tra le mani un libro che lui aveva appena preso da una vetrina della barbieria, accanto ad un’altra con una piccola collezione di attrezzi storici della categoria. “Ecco, è una storia dei calendarietti. Guarda quante belle foto. Buon Natale”. “A te”. Volevo scrivere un articolo sui barbieri partendo dall’antica Grecia, quando già i saloni erano luoghi d’incontro e di conversazioni.
Cominciò a stare male, non andava quasi più in via Morone e neppure a Tellaro. Quante volte mi ha invitato a sedermi su una delle sue poltrone per potare il cespuglio che portavo in testa. “No, Franco, chiedimi di andare a piedi da qui al Giambellino, ma non di accularmi su una di quelle postazioni prestigiose”. Mi chiese il motivo: “Perché”? Sarebbe presunzione. Io su un seggio destinato a personaggi come Roberto Benigni e Bettino Craxi? Io sono un umile cronista e voglio stare sempre nei miei confini. Rise. Rideva sempre quando ascoltava cose che non condivideva. “Franco – gli domandai - è vero che Piovene uscì dalla barbieria senza accorgersi di essere stato...
Lalla

sbarbato da un rasoio senza lametta?”. Non rispose. Incalzai: “E’ vero che l’attore Ernesto Calindri cambiava sempre la forma dei suoi baffi?” Calindri, che sorseggiava un aperitivo a base di carciofo seduto come su un trono tra le auto in transito. “Calindri era una persona affabile e simpaticissima, vero?”. Lo intervistai nella sua casa a Milano e lo incontrai in un convegno sul teatro a Taranto, organizzato da Ugo Ronfani. Rischiò di cadere dalla pedana e lo salvò un operatore di una tivù locale. La prima frase che Franco diceva quando mi vedeva arrivare era: “Andiamo al bar”. Era il suo modo per dire che era felice di vedermi. Ci facevamo delle telefonate. Io per chiedergli qualche foto per un testo su di lui. Risposta: “Ti passo la Lalla”. La Lalla era una bellissima signora che profumava la cassa.
Franco Bompieri non c’è più da un pezzo, ma io lo ricordo sempre volentieri. Ogni tanto rileggo uno dei suoi libri e mi vengono in mente gli inviti che mi faceva a Tellaro. Lì lo incrociò mio Figlio Luca e Bompieri gli fece festa. Caro amico, nato scrittore. Ricordo il giorno in cui celebrasti l’anniversario della barbieria (1904-2004) e il Comune fece chiudere la strada per sicurezza. C’erano tante personalità, da Cesare Romiti a Tronchetti Provera a Enzo Jannacci. Non ti ho mai dimenticato.




mercoledì 22 luglio 2026

La memoria storica di Taranto vecchia

GIUDETTI CELEBRA IL DIALETTO IN UNA CHIESA SCONSACRATA


Nicola fuori e dentro a un suo quadro
Ai turisti racconta i tempi ormai passati e quelli di oggi, e lo ascolano con piacere e interesse. Recita le sue poesie e, miracolo, lo capiscono e si commuovono. Nicola è un esempio.











FRANCO PRESICCI


Chi va a fare quattro passi nella città vecchia, passando per vicoli strozzati, vicoli tanto stretti da consentire il transito a una persona per volta, strade, pusterle, piazzuole, senza infilarsi nel museo di Nicola Giudetti, il mito del borgo antico, il cantore di quel mondo storico, il poeta dai toni emozionanti, il pittore dal pennello delicato e dai colori sgargianti, compie un piccolo peccato. Soprattutto si perde racconti eloquenti che risuscitano anni sepolti dal tempo.
L'esterno del "museo" di Giudetti

Ma Nicola snocciola anche narrazioni di fatti, di personaggi, di storie che racchiudono persone, avvenimenti vissuti, e lo fa con partecipazione emotiva, con colpi di teatro, con un linguaggio suggestivo, mezzo dialetto e mezzo italiano. Bisogna entrare nel suo museo in via Duomo per capire quest’uomo ricco di esperienze, passione, amore per quest’angolo, che fu amato ed esaltato da tanti tarantini veraci (molti non ci sono più e occorrerebbe riproporli) e continua ad essere nel cuore di tanti che frugano nelle sue pagine antiche anche per trovare testimonianze iconografiche e aspetti non ancora conosciuti. Ecco, ascoltando Nicola Giudetti nella sua roccaforte di via Duomo sicuramente si esce arricchiti, dopo aver osservato i reperti sparsi in ogni dove e le processioni che realizza con le sue mani d’oro, utilizzando l’argilla o il gesso.
Soprattutto i giovani dovrebbero tuffarsi nello spazio di Giudetti per ammirare “’a frezzòle”. ‘u tràpene a mmàne”, “’a vulanze”, “’a stadère”, “’u pisasàle”, “’a ciucculatère”, “’u spizzecafàve”… Tra gli oggetti che una volta erano usati dalle famiglie. Non sarebbe tempo sprecato ascoltare dalle labbra di questo ex italsiderino, scrigno indiscusso delle cose di un tempo andato, anche i vecchi mestieri, ambulanti e non. Hanno mai sentito parlare, i giovani, “d’u cadaràre”, “d’u ‘nghiappacàne”, “d’u trainìere”, “d’u caggiunìere”... A quest’ultimo, Diego Fedele dedicò una poesia, che mi piace rinverdire: “”Quanne turnave ‘a bella primavere/ cu ‘ll’arie c’addurave d’ogne cose/’u caggiunìere assève de bonore/ cu ‘nu traìne russe, ciànche e nère/ Le ròte ca sckmavene sus’a stràte…”. Il dialetto fa parte della nostra anima, è la nostra radice, forti come quelle dell’ulivo e del fico, che cresce anche sulle pietre. Mai cercare di comprimere il dialetto, quello che parla Nicola Giudetti, dal timbro inconfondibile.
Giù alla marina

E’ il dialetto dei vecchi ragazzi di strada, come fui io, ritenuto bravo nel gioco “d’a levorie” (“cape ce mandène jè fàtte”). Oggi chi ricorda gli strumenti di quel gioco (“palle, palette e scìgghie”)? A Taranto vecchia, sulle sponde del Par Piccolo, vi si dedicavano anche gli adulti, mentre a pochi passi dai barconi si scaricavano le cozze, l’oro di Taranto.
Da Nicola ho appreso tante cose, scorrendo i suoi video, ascoltandolo di persona con la dovuta attenzione, la stessa dello studente mentre dalla cattedra il professore spiega la battaglia di Canne. Da piccolo ho amato il dialetto. Mia madre, come molte altre madri, mi diceva che bisognava parlare l’italiano, perché la lingua che dava nobilita e io mi chiedevo se ci fosse un altro motivo di quest’ostracismo al dialetto. Perchè non potevo dire “furmìchele” invece di formica; “scazzecàre” invece di prendere un peso? Se io volevo rimanere un proletario ne avevo il diritto. E i diritti vanno rispettati. Con tutto il bene e il rispetto che portavo a mia madre e oggi al suo ricordo.
Antonio De Florio

Nicola celebra il dialetto nella chiesa della Madonna della Scala, un tempio sconsacrato, quindi accessibile alle cerimonie private. Nicola ha le chiavi e quando può programma manifestazioni, frequentate dagli amici e da chiunque altro voglia presenziare. E il più delle volte vi si incontrano Nicola Cardellicchio e Antonio De Florio, altri tutori del dialetto e cultori della storia di Taranto. Fra l’altro De Florio è il comandante su Facebook del gruppo “Foto Taranto com’era”, che, se sono bene informato, vanta oltre 25 mila aderenti. Un numero confortante, perché vuol dire che tante persone amano la città dei due mari, il suo aspetto antico, visto che vengono postati anche cartoline dell’epoca in cui a Taranto viaggiavano i tram, i cui binari attraversavano anche il ponte girevole. I quadretti storici di De Florio fanno palpitare una Taranto che pochi conoscevano. Quante cose sono cambiate, per esempio, dai tempi in cui stavano costruendo l’arsenale? Ma anche da tempi meno lontani, da quando a lungomare stavano gli stabilimenti balneari e in viale Virgilio il Santa Lucia, dove andavano a fare il bagno gli arsenalotti. Anche abbascie ‘a marine” sono stati apportati cambiamenti, da quando Diego Marturano scriveva “’u Relògge d’a chiazze” e Alfredo Nunziato Majorano “L’erva salvàgge e dò’ pummedòre appìse hònne cangellàte sècule de storie”.
Sempre più bello, più seducente, più amabile è “’u màre peccerijdde”, la stessa musica, lo stesso splendore, le stesse crespe sotto la luna. Apro Facebook ed ecco un’immagine di Nicola Giudetti con un cappello di paglia in testa e un trapano a mano puntato “sus’a ‘nu lìmme” (un grosso vaso a piramide mozzata in cui le massaie immergevano i panni per lavarli). Toh, Nicola imita “’u conzagràste”. Interessante. Mi viene in aiuto Antonio De Florio e mi speiga che quella foto fu scattata in occasione di una rassegna dedicata ai vecchi mestieri davanti all’Auchan. Perchè non ripeterla? Io ho nelle orecchie il grido del venditore di pampanelle, che passava alle 7 del mattino e bisognava stare pronti perché era un fulmine. Prima dell’urlo le donne erano già pronte.
Giudetti fra le sue opere

Quante cose ci sarebbero da dire su Taranto. Ma invito i turisti, i cittadini sensibili di fare un salto dal mito, in via Duomo. Mostrerà anche le valve di due paricelle grandi, dove una volta, dopo aver gustato il frutto, i pittori dipingevano i paesaggi di Taranto. E qui mi viene in mente il grande Raffaele D’Addario, già scenografo a Cinecittà, tarantino doc, costruttore di presepi di sughero, di carta che esponeva nella vetrina della drogheria del padre in via D’Aquino. Dipingeva anche sulla perla delle paricelle paesaggi e rose rosse. Lo conobbi nello studio del fotografo e pittore Salinari in via Di Palma, di fronte all’edicola di Passatore e dell’Ottica Pignatelli.
A quei tempi – ero giovanotto – non conoscevo Giudetti. Ne sentii parlare più tardi, quando cominciai a peregrinare in quel piccolo mondo antico, tra la chiesa di San Domenico e la piazzetta in cui sorge la cattedrale. Proprio in quello spazio, in una piccola parrocchia, feci una recita, “Il piccolo ateo”, sotto gli occhi vigili del parroco di San Domenico, don Stefano Ragusa, un martinese dinamico e pieno di idee.
A parlarmi di Nicola Giudetti fu mio cognato Alberto, che lo frequentava assiduamente e lo stimava. Più volte mi sollecitò ad andare a fargli visita; e quando mi decisi fu per me una sorpresa e una ricchezza. Trovai un uomo simpatico, gentile, scherzoso, empatico che si commuoveva recitando le poesie sulla mamma, che accoglieva i turisti come fossero amici di lunga data, che a loro volta – miracolo! - capivano il suo dialetto e si divertivano.
I due poeti Alberto e Nicola

Lo si troverebbe da qualche altra parte un altro Nicola Giudetti? Io dico di no: Giudetti è unico, irripetibile, insostituibile. No, non c’è da nessun’altra parte uno come lui. Il visitatore gl chiede notizie del ponte girevole; e lui apre un libro di date, episodi, personaggi, Nicola, Mare Picce. E allora dalle sue labbra escono poesie che sconvolgono. Nella chiesa della Madonna della Scala, tra qualche arredo sacro superstite e tante persone è un primattore che appena sbuca dalla tenda viene applaudito. Li si festeggiano matrimoni tra pitture e versi: lì si parla della vecchia Taranto e della Taranto di oggi: di poeti come Claudio De Cuia, scomparso da anni, e prosatori. Taranto è nel cuore di tutti. Ho detto ad Antonio De Florio che io sono in attesa di una seconda rassegna dei vecchi mestieri, tra i primi “’u scarpàre cu ‘a sùgghie mmàne”. E vorrei vedere chi ha il coraggio di interpretare “’u ‘nghiappacàne”.

mercoledì 15 luglio 2026

E’ stato un grande cronista di nera

EDOARDO RASPELLI, INVENTORE DELLA CRITICA GASTROMOMICA

 

 



Edoardo Raspelli
Oggi conduce in tivù trasmissioni dal vasto
seguito. E’ una specie di divo. E’ invitato dappertutto. Il suo è un nome di rispetto. Luigi Veronelli di lui aveva una grande stima e lui ha dimostrato che era ampiamente meritata.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 

Indagatore gastronomico e critico severo, esploratore di cascine e di altre strutture rurali, mai sazio di notizie e curiosità da somministrare ai telespettatori in trasmissioni che dire interessanti è poco, viaggiatore instancabile, intervistatore esigente, lo si vede nei caseifici, tra i lavoratori del pane, tra i coltivatori di ciliege e pomodori. Edoardo Raspelli, una vita a scoprire talenti della cucina, specialità regionali, storie, caratteri, lo conosco da quando era ottimo cronista al “Corriere d’Informazioni”, quotidiano del pomeriggio imparentato con il “Corsera”.
Edoardo Raspelli a tavola

Allora era un virgulto, che già cresceva in una vigna che produceva ottimo vino. E già piaceva a Luigi Veronelli, in materia indiscussa autorità, che successivamente lo investì, parlando con me, del titolo indiscutibile di creatore della critica gastronomica.
Lo conobbi meglio quando a Milano nacque il Premio Milano di Giornalismo tra i fornelli della “Porta Rossa”, il locale di Chechele e Nennella, in via Vittor Pisani, a un tiro di fionda dalla stazione Centrale. Edoardo era serio, di poche parole, osservatore attento, voce calibrata e durante le sedute della giurìa non faceva mai clamore: ascoltava, teneva in mente, paziente e in apparenza non infastidito da un collega che preferiva l’alto volume per imporre il suo candidato.
Il povero Chechele, non avvezzo a queste atmosfere, passava ore acculato su una sedia in disparte, con gran fatica a tenersi sveglio. Si alzava alle 6 del mattino per affrontare la giornata fatta di mille cose: preparare e infornare il pane (ad Apricena, la sua città natale, faceva appunto il fornaio) e poi pensare a dare il meglio ai suoi clienti, spesso attori, cantanti, giornalisti, scrittori, poliziotti ai vertici della carriera. Chechele Iacubino aveva invitato Raspelli ad entrare in giuria dietro mio suggerimento. Lo stimava moltissimo. E io altrettanto. Era attento ai dettagli, preciso, mai un tono granghignolesco.
Conoscevo dunque la sua storia di giornalista, ma ignoravo il suo impegno di imminente Salomone della cucina, colto, saggio ed esposto all’invidia, come sempre accade a tutti quelli che sono intelligenti e sanno fare il loro lavoro. E Raspelli lo fa alla grande. Lo ha sempre fatto con grande serietà e bravura.
Chechele e Nennella


Fu il direttore del Corriere d’Informazioni” (poi trasmigrato al “Giorno”), Cesare Lanza, a dargli il là, e lui cominciò a frequentare i ristoranti (all’epoca non se ne parlava mai), non soltanto quelli di Milano, facendo le pulci, quando era necessario. Era il ‘75 quando cominciò a girovagare per l’Italia, muovendosi fra odori e sapori. Lanza scelse lui, perché sapeva che era il delfino di una famiglia fatta di titolari di alberghi e maitre. Ma lui aveva già dentro il seme che ben presto germogliò. Dico subito che questo antesignano della critica culinaria, quando ebbe il ruolo da Lanza, che veniva dal “Secolo XIX” di Genova, dove era redattore capo, lo accettò con entusiasmo. Lavoro affascinante, che in seguito lo ha portato nelle cascine e in altre strutture a testimoniare l’eccellenza degli addetti. Lo fa ancora in trasmissioni televisive dai grandi ascolti, non solo su Canale5. E’ invitato a convegni, serate, incontri, concorsi, visite nelle campagne, assaggi di prodotti genuini, premi. E premi riceve anche lui. Il nome di Edoardo Raspelli va sempre più in alto.
Oggi ha 76 anni, sono 50 anni che sega con faccini neri o elogia, e prosegue la navigazione con fari luminosi. Per le sue critiche i ristoranti insorsero, ma lui non si scoraggiò. Sfoderò la spada anche contro organismi al massimo della scala. Lanza lo esaltava, i lettori prima e i telespettatori lo seguivano e lo seguono sempre, anche quando afferma che quella critica dominata da lui non esiste più e che dappertutto si mangia bene, che le tavole sono ordinate a regola d’arte, che i camerieri sono vestiti in modo impeccabile. Eleganza e cortesia, Ha conosciuto quasi tutti i locali d’Italia e li ha recensiti su “La Stampa”.
Raspelli a destra

Ha conosciuto chef, ristoratori, clientela, piatti. Se gli si fa un nome non tarda a raccontare tutto quello che sa. Lo chiamai per avere particolari su Peppino Strippoli, che a Milano aprì vari ristoranti (uno era “Ndèrre a la Lànze”, vicino all’Università Statale) e a Seregno il supermercato del vino, dove dedicò una festosa serata alla vendemmia con splendide ragazze a pigiare l’uva con i piedi in una enorme botte). Ne aveva, di idee. Strippoli era nato a Cerignola e tutti lo dicevano barese. Ai suoi tavoli si sedeva gente comune dal palato esigente e pittori, giornalisti, uomini di teatro… e a volte anche il sindaco Carlo Tognoli e, almeno una volta, lo stesso Edoardo Raspelli.
Lo seguo ancora, in Tivù; lo vedo a un tavolo privato, davanti ai suoi piatti preferiti, meditando forse tra l’uno e l’altro sulla prossima puntata televisiva o la confezione di uno dei giornali che nelle edicole sostano soltanto qualche ora. Non dimostra i suoi 76 anni, qualcuno gliene dà 60 al massimo, nonostante la sua barbetta da bambagia. Non credo abbia nostalgia del mestiere di critico, che, a quanto mi dicono, gli procurò qualche problema per aver inzuppato l’inchiostro in un terreno sassoso (la nera, e una sola volta, gli si fece più vicina senza però andare oltre l’argine). Lui rimase in silenzio con timore e saggezza.
Mi domando dove trovi il tempo per fare tutto quello che fa. Di energia ne ha tanta, e anche di cuore.
"Green Tour" di Raspelli

E’ un cavallo con il passo che aveva prima di trottare in un ippodromo importante. I cronisti come è stato lui trottano e mangiano panini e polvere; una volta, quelli che potevano, andavano in bicicletta come i poliziotti. Quanta strada ha macinato Raspelli, quanti angoli ha smussato, quante acque ha solcato. E’ un milanese con tanto di marchio di fabbrica. E’ anche spiritoso, dalla battuta pronta. Un tale gli domandò che cosa consiglierebbe a un giovane in cerca di lavoro e lui rispose di non cercarlo nella redazione di un giornale.
Moltissimi anni fa una ragazza che aveva acquistato una macchina per scrivere e voleva sapere da Giovannino Guareschi come fare per intraprendere quel mestiere ebbe come risposta di rivendere l’aggeggio. L’esercito dei cronisti comunque si va assottigliando nei giornali e si moltiplicano su Internet. Ma questa è un’altra storia, che è meglio non affrontare, almeno in questo contesto. Vero, Edoardo? Ha speso una vita nell’informazione, lo ha fatto da signore, obiettivo e competente. Da quel Premio nato in cucina è passato più di mezzo secolo e sicuramente lui ricorda la composizione della giuria (da Raffaele De Grada a Ugo Ronfani, dal pittore Migneco al pittore Filippo Alto, a Vincenzo Buonassisi, Paolo Mosca, che allora dirigeva “Play Boy”... Tempi passati, quando da Chechele andava il coreografo Don Lurio, re a Studio 1 e grandissimo ballerino con le sorelle Kessler. Ma anche questa è un’altra storia, da raccontare parlando di Wanda Osiris e di Anna Fougez, che tra l’altro era mia concittadina.
Raspelli al centro sulla copertina di un libro

Quanti ricordi fluiscono parlando di Edoardo Raspelli: mi invadono e mi fanno deviare, cosa non facile quando si racconta Raspelli e il suo “curriculum”, denso di fatti, circostanze, attività che si susseguono, si accavallano, s’intrecciano, si sciolgono, ma restano vivi nella mente degli appassionati. Raccogliere in poche pagine le imprese di Edoardo richiede una forza consistente. Lontanissimi sono gli anni in cui scriveva di nera e gli chiederei se qualche volta il suo pensiero va all’assalto di via Montenapoleone, ai marsigliesi, alle bande che assumevano nomi a seconda degli obiettivi che colpivano (la banda dei Tir, della dolce vita, del lunedì…); alla rapina di via Osoppo, finita in un libro sui “top crime”, anche perché realizzata in un lampo e con una tecnica allora sconosciuta; a Mario Nardone dalle indagini solitarie, al maresciallo di ferro Ferdinando Oscuri: tutto un mondo che lui da giovane cronista ha conosciuto.
Tanti ricordi, lo so, ma nessun rimpianto. Edoardo ha scritto un libro, collaborato con riviste e quotidiani importanti, ha narrato realtà ignorate: di stalle popolate da cavalli, mucche, capre, mungitori, allevatori; descritto territori a nord e a sud, coltivazioni… Insomma la campagna e ciò che ci fornisce. La campagna che è oggetto di sogni.


   

mercoledì 8 luglio 2026

Presidente Francesco Lenoci

IL PREMIO MENICHELLA SI E’ SVOLTO AL SENATO

 

  

Assegnato a tre nomi illustri, con la “Laudatio” di Mario Monti, già capo del Governo. Interventi di Lenoci e di Cinzia Greco, presidente della Fondazione Nuove Proposte Culturali

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Diffonde la cultura viaggiando: oggi è a Milano nel suo studio alla Terrazza Martini, in piazza Diaz, dominata dal bel monumento al Carabiniere, o è in Abruzzo o a Verona o nella sua splendida città natale, che è Martina Franca, per un evento o per stare con la sorella, Antonietta, che ha trascorso molti anni in cattedra, con il cognato Leo Pizzigallo e con le nipoti, facendo anche quattro passi per respirare l’aria pura ed contemplare la bellezza.
Piero Colaprico

Francesco Lenoci va ovunque lo invitino, per una conferenza o per la presentazione di un libro; o per testimoniare valori di ogni settore. E gli capita di incontrare una volta Antonio Luca Di Bella, già corrispondente da New York per la Rai, o Piero Colaprico, che ha concluso la sua carriera a “Repubblica” da capo della redazione milanese e ha assunto la direzione artistica dello storico Teatro Gerolamo.
Lenoci a Milano è stimatissimo, quando parla in un teatro o nella Sala Alessi del Comune o in un istituto di credito ha sempre un pubblico scelto e numeroso. L’ho ascoltato anche in paesi poco distanti dal capoluogo lombardo, a Merate, in una serata organizzata dal Rotary, dove, durante il suo discorso, captavo i commenti sottovoce di chi era seduto accanto al me (un imprenditore: “Quando ha il microfono questo docente universitario c‘è solo da imparare”). L’ho ascoltato mentre parlava di economia, con una semplicità da rendere accessibile la materia anche a chi ne aveva solo un’infarinatura o una visione buia. Il suo linguaggio è semplice e piacevole.
Alla celebrazione, molti anni fa, dei 700 anni di Martina, al Circolo della Stampa di Milano - presenti tantissimi martinesi, tra cui Franco Punzi e don Franco Semeraro - tenne un discorso toccante per una folla che debordava nelle altre stanze. Anche i meneghini furono coinvolti dal suo eloquio.
a sin. Lenoci, a dex. Rocca

Io lo seguo con grandissimo piacere, se trovo qualcuno disposto ad ospitarmi su un mezzo di trasporto, a dispetto delle gambe che non mi reggono più. L’anno scorso, nella masseria Pavone, ha illustrato un libro di un giornalista della Tivù di Padre Pio e un altro al Frantoio Rosso Ipogeo sulla strada per Locorotondo: tema una raccolta di immagini della Puglia di Enzo Rocca, già direttore generale del Credito Valtellinese. Qualche anno fa sono andato al Castello Aragonese di Taranto, dove si soffermò sulle foto di Taranto di un cacciatore di immagini tarantino che vive a Verona e un’altra volta sulle vedute di Matera dello stesso autore.
Tutte le volte sono stato seduto di fianco a Benvenuto Messia, il “mito”, il maestro della fotografia, l’attore simpatico e divertente, il poeta che recitava i suoi palpiti anche con il corpo, il ciclista gloria delle due ruote. Caro, Ben! Non posso chiamarti più per avere una foto (magari una di quelle sparse nel bellissimo libro di Carmela Maria Ricci, “La nevicata del ‘56”) o per chiederti notizie della Martina di una volta (eri uno scrigno).
Lo rivedo, Ben, in un video, mentre lo riprendono nelle vie di Martina, a raccontare gli anni lontani. Ben era grande amico di Francesco Lenoci, tutti e due frequentatori del circolo di Teresa Gentile a Palazzo Recupero, quando Francesco era nello splendore di quel tessuto urbano (oggi ci va da solo). Li rivedo quassù in piazza Duomo, mentre sorridono per la gioia di trovarsi in quel luogo ricco di storia e di avvenimenti. Si volevano bene.
Benvevuto Messìa e Francesco Lenoci
Ciao, Ben, ovunque tu stia correndo in sella alla tua bicicletta, sappi che ti vogliamo sempre bene. Se San Pietro ti dà un permesso-premio, mandaci qualcuno dei tuoi versi edificanti e ristoratori. Che ne dici, Francesco? Immagino la tua amarezza nel non vedere più Ben in prima fila, quando descrivi la personalità di un autore, a Martina, a Locorotondo, a Taranto, a Laterza, dove, recitando la sua poesia sul capocollo, Ben scatenò risate irrefrenabili, anche perché aveva improvvisato altri versi dedicandoli a un prete arrivato in ritardo.
A Laterza, Francesco Lenoci, nella stessa occasione, parlando dell’eccellenza del famoso pane appunto di quella città, fece una delle sue figure di oratore affascinante. C’era anche Giovanni Nardelli, di cui ascolto sempre volentieri “Un martinese a Torrecanne”, che in uno dei video che mi inviano ho apprezzato moltissimo. Ispira la città famosa nel mondo, la città del sole, della terra rossa, dei tratturi che tagliano le campagne, decantata da poeti, scrittori e pittori: da Carlo Castellaneta a Cesare Brandi, a Filippo Alto e da Alessandro Caroli, che in una telefonata fattami per annunciarmi l’uscita di un suo libro, mi accennò al suo paradiso con parole commoventi. Ma anche lo scenografo e regista Pierluigi Pizzi, durante un’intervista, mi confidò che a Martina camminava con il naso all’insù per osservare i balconi spanciati… Entusiasta di Martina era Mario Rossano, che faceva le cronache del Festival per Raitre. E lo stesso Lenoci, che quando accenna a Martina Franca ha un fremito sottile nella voce.
Arluno, Abbascià Lenoci

Della sua città sa migliaia di cose, anche di quella di una volta, fra l’altro popolata da mestieri che sono scomparsi (il fabbro che faceva le zappe sotto le scale della Lamia, il cestaio, il calzolaio con il deschetto, che lavorava nel centro storico, il calderaio, il maniscalco…).
Lenoci è figlio di un sarto: Martino, uomo silenzioso, buono e generoso, delizioso, simpatico, di una fede incrollabile. Un giorno stuzzicai Francesco a parlarmi di lui, e fra gli altri particolari mi riferì che quando Martino era sul punto di consegnare un abito, se mancavano i bottoni apriva l’armadio e utilizzava i suoi, per non perdere tempo ad andare in merceria. Non lo diceva ma era orgoglioso di quel figlio, coltissimo, stimato, amante del dialogo, riguardoso.
Dopo un discorso tenuto nella facoltà di Medicina Legale a Bari, per il ritorno mi affidò a suo amico, che aveva lo studio non so più dove; e questi, parlando del più e del meno, guidando aprì un vocabolario di lodi per Francesco: “Da lui ho imparato moltissimo. Abbiamo studiato entrambi a Siena”. Durante una conferenza nel salone di rappresentanza di una banca a Milano, una signora, rivolta confidenzialmente a un suo vicino, commentò: Quando il microfono ce l’ha Lenoci occorre bere ogni sua parola”. A Grottaglie, dove riesumò la storia di una ditta di ceramiche, c’erano tanti giovani, disciplinati e attenti. Ovunque ci siamo valori da far conoscere Lenoci va. Ho avuto l’occasione di cenare con lui nel ristorante di Rocco Colucci a Taranto di fianco al Palace Hotel, affacciato sul mare, e l’ho sentito conversare con competenza di sapori e di odori con il titolare, che è suo cugino. A L’Aquila ha parlato del noto ristorante “Le Tre Marie”.
Lenoci e il pane

Ha moltissimi amici ovunque, lo cercano quelli che hanno frequentato le scuole elementari con lui. E’ amante del bello, oltre che dei valori. E’ di questi maestri, ripeto, che parla nel suo girovagare per l’Italia: moda, arte, sacrari del cibo, economia... E’ tra l’altro appassionato di musica e non è mai stato assente, alle presentazioni al Piccolo Teatro di via Rovello a Milano, del Festival della Valle d’Itria, ormai noto ed elogiato in tutto il mondo; ed è stato sempre nelle prime file alle rappresentazioni nel cortile di Palazzo Ducale e in altri luoghi di Martina e dintorni. Ed è sempre preparato sul programma e sulle opere stesse.
E’ un uomo pieno di curiosità e di interessi. Un uomo sempre in movimento: se c’è da prendere un aereo, un treno, o da mettersi in auto, corre senza pensarci due volte. Ha un’energia inesauribile. E’ giornalista pubblicista, titolo acquisito anni fa, curando una rubrica di economia su un importante periodico finanziario. Ed è anche presidente del Premio Donato Menichella, che proprio nei giorni scorsi è stato assegnato a tre personalità: il professor Angelo Provaroli per gli studi socio-economici; alla Banca Agricola Popolare di Sicilia per la politica monetaria e creditizia; a Riccardo Cassetta per il mecenatismo culturale e imprenditoriale.
Elio Greco e Guido Le Noci

Mario Monti, già capo del Governo, ha tenuto la “Laudatio”, tra interventi del ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto; di Francesco Lenoci e Cinzia Greco, presidente della Fondazione Nuove Proposte Culturali, (fondata dal padre Elio, che bisogna sempre ricordare per le sue migliaia iniziative). “Lectio Magistralis” del professor Angelo Provaroli, rettore dell’Università Bocconi.
Mattinata emozionante, quella di Palazzo Madama, nella splendida Sala che ci ha ospitati, ha commentato poi Lenoci, già atteso all’Aquila per la presentazione di un libro scritto da lui e altri in inglese sul ristorante “Le Tre Marie”, uno dei luoghi più ricercati del Paese dai palati più esigenti e raffinati, famoso per la sua storia, la sua accoglienza, le sue prelibatezze, la finezza dei suoi interni, la sua eleganza. E adesso? Non so quando, ma atterrerà presto a Bari o Brindisi per trascorrere almeno un mese a Martina Franca, città dalle case biancolatte e dal centro storico che somiglia a una teatro con quinte e fondali illuminate dalle poetiche lanterne.