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mercoledì 11 marzo 2026

Nicola Partipilo, libraio e editore

TRASCORRE LE GIORNATE PENSANDO AL SUO TEMPIO

 




Nicola Partipilo
La sua libreria era in viale Tunisia e tutti a Milano, e non, la conoscevano. Sopraffatto dagli affitti saliti alle stelle e dalla concorrenza via Internet, ha dovuto chiudere e oggi vive nella tristezza.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 

“Io la mia libreria me la sogno di notte. Ma non passo più da viale Tunisia. Sono già tanti e penosi i ricordi. La mia cara libreria era quasi all’angolo con corso Buenos Ayres e a un tiro di fionda dal piccolo ufficio che aveva avuto Sandro Pertini durante la guerra”.
Partipilo consulta un libro della Celip

Sono le poche parole che mi ha detto quel barese testardo e coraggioso, di quelli che hanno fatto onore alla propria terra e allo stesso capoluogo lombardo: Nicola Partipilo. Basso, calvo, passo spedito, sguardo volpino, generoso, pronto a regalare un libro a chi non aveva le possibilità.
La sua libreria internazionale era ben frequentata: vi si potevano incontrare, all’epoca, Gianni Brera ed Enzo Biagi; l’architetto Empio Malara, lunga militanza nella difesa dei navigli; lo scrittore Carlo Castellaneta, il fotografo Mario De Biasi, che per il settimanale “Epoca” girò il mondo, e il suo collega veneziano Fulvio Roiter, che si trasformava in un funambolo per fare uno scatto originale per un libro della Celip, di Partipilo, un uomo pieno di idee, effervescente. Quando decise di rinnovare il suo tempio laico in un angolo fece sistemare una macchinetta per il caffè da servire agli ospiti senza doverli portare al bar di fronte; una poltrona vicina a un tavolino dove i clienti potevano appoggiare i libroni da sfogliare e una scala che portava a un piano superiore. Durante il periodo della vendita dei testi scolastici la folla debordava sul marciapiedi.
Partipilo e la sua libreria erano conosciutissimi non solo a Milano. Se non aveva l’“Iliade” richiesto ne proponeva un altra edizione, faceva scorrere la scala e la prendeva. Nessuno usciva con le mani vuote. Quando doveva sostituire un commesso, desideroso di cambiare mestiere o di trasferirsi altrove, al nuovo arrivato diceva che la prima regola che doveva osservare era la cortesia.
Partipilo in libreria
Partipilo, uomo poco loquace, conoscitore della forza e del significato delle parole, della loro capacità di essere un’arma o un fiore, pensava prima di pronunciarle quando impacchettava i suoi tesori per i clienti. Così è ancora oggi, che ha ottant’anni e vive nella nostalgia della sua casa del libro. Un giorno gli chiesi di raccontarmi i suoi primi anni milanesi per “Il Giorno”, giornale in cui lavoravo, e dovetti incalzarlo per superare gli argini: non amava e non ama esporsi. Era orgoglioso dei sacrifici fatti e delle rinunce per realizzare i suoi progressi.
Aveva iniziato consegnando i libri a domicilio per conto di un grosso librario. Attraversava le vie della città in sella a una vecchia bicicletta, come fanno oggi i ragazzi che portano le pizze sotto casa o sulla porta del committente. Un lavoro duro, che lui svolgeva con piacere e con entusiasmo. E giacché c’era, spesso si fermava ad osservare le vetrine, i monumenti, le targhe, i caffè, le gallerie, i teatri e mandava a memoria. Così ha conosciuto Milano, i suoi arredi.
Intelligente e curioso, sensibile e avido di apprendere, quando concretizzò il suo sogno, una libreria tutta sua, toccò il cielo con un dito. “Ricordo il primo giorno con soddisfazione. Il primo cliente mi chiese ‘La montagna dalle sette balze’, di Thomas Merton, non ce l’avevo e glielo procurai in un paio d’ore”.
Del Mare alle spalle di Carlo Tognoli

Era nato libraio. Nel suo spazio con tutti quegli scaffali, confortevole, riposante, edificante, conobbi tante personalità: Guido Lopez, che con i suoi libri ha descritto ogni aspetto della storia di Milano; Alberto Lorenzi, che scriveva dei teatri, dei caffè letterari, degli artisti, delle passeggiate a piedi, dei segreti del varietà, editore lo stesso Partipilo.
Già, la Celip. La casa editrice da lui aperta, dopo aver dato alle stampe un volume di Annibale del Mare, corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno”. Non si contano i volumi su Milano e sulla Lombardia che l’editore barese ha confezionato, con amore, con gioia. Temi: le cascine, i cortili, i navigli, il Liberty, natività e presepi, i vecchi mestieri ambulanti (l’ombrellaio, lo spazzacamino, l’arrotino, l’impagliatore, il venditore di castagne lesse, il “calderatt” o calderaio…). Voci scomparse da anni, come quelle delle lavandaie che immergevano i panni nel “riciulin”, un ricciolo d’acqua che, sfuggita al Naviglio Grande, attraversa il vicolo che qualcuno ha definito una chiesa di pittori. C’erano infatti, fra gli altri, gli studi di Guido Bertuzzi, Aldo Cortina, che aveva una libreria universitaria davanti all’Università Statale, Formenti, Spampinato, Sarik...
Tutti i libri pubblicati da Partipilo venivano presentati da storici, critici d’arte, docenti, scrittori, giornalisti, in sedi prestigiose come il Palazzo Tè a Mantova; la Basilica di Sant’Ambrogio, a Milano; la storica Società del Giardino, che a suo tempo ospitò grandissimi nomi del teatro, della lirica, regnanti...
Il Naviglio Grande
La prima opera venne illustrata nella nota Galleria d’Arte di Mimmo Dabbrescia, di Barletta, che esponeva quadri dei maggiori rappresentanti dell’arte contemporanea. Quella sera appesi alle pareti si potevano osservare le tele di Don Lurio, celebre ballerino, coreografo, cantante, attore di RaiUno al tempo delle gemelle Kessler (i vecchi come me lo ricordano in coppia con Lola Falana). Lo ritroviamo nel libro “I segreti del varietà”, che si apre con una mia intervista a Wanda Osiris, nella sua abitazione di via Sant’Andrea, il cui balcone si affaccia su un giardino interno meraviglioso. Me lo mostrò il maggiordomo in livrea, dalla cortesia inimitabile.
Anche come editore Partipilo fece presto ad imporsi all’attenzione dei giornali e delle televisioni pubbliche e private. Andrea Bosco, di Raitrè, ad ogni uscita dedicava ampi servizi, e così le altre retti , da Telenova a Telelombardia, Telereporter… E i relatori accettavano volentieri, come Giovanni Lodetti, che fu una gloria del Milan.
Adesso che la libreria ha abbassato la saracinesca Nicola evoca a stento i giorni esaltanti, quando rimaneva in libreria da solo e con le luci spente a pensare alla tribolazione per il pericolo incombente sulla sua creatura, come lui considerava le sue vetrine di viale Tunisia. La vita è spietata, non ammette sconti.
La Locomotiva a vapore (foto De Florio)


Di tanto in tanto lo sento, Nicola. La libreria di viale Tunisia, dove conobbi tanti nomi, per primo Del Mare, che fu addetto stampa a Bari del governo di Pietro Badoglio, scrisse sulla “Gazzetta” del 28 ottobre del ‘43 l’articolo che annunciava il ritorno della libertà di stampa, fondò il giornale “Cronache italiane” ed ebbe rapporti con tutte le persone che avevano lasciato il proprio paese e i propri cari in cerca di lavoro, alloggiati sul treno della speranza, sempre affollato, tanto che molti si catapultavano negli scompartimenti dai finestrini. Anche Nicola Partipilo aveva all’epoca preso quel treno, allora tirato dalla locomotiva a vapore, che al mio paese, Taranto, in dialetto si chiama “’a ciucculatère”, che sbuffava, e in molte località ancora sbuffa, come una caffettiera. A chi la prese tante volte per andare e venire da Martina, con il suo fascino trasmetteva felicità.
Partipilo ricorda quei tempi e quando se la sente li riassume in poche frasi. Non li racconta ai suoi figli (uno, Andrea, conduce con le stesso amore del padre una libreria in via Soderini; un altro, Marco, macinando polvere per lavoro scatta meravigliose fotografie della città) come un nonno di 80 anni faceva con i nipoti seduti con lui attorno al braciere con i ceci messi a cuocere sotto la cenere, anche perché soprattutto il ricordo della libreria gli suscita molta amarezza. E ne suscita anche a tanti clienti dei giorni migliori. Un pomeriggio sono passato da viale Tunisia per andare a fotografare i Bastioni di Porta Venezia e ho sentito un papà che diceva al figlio: “Lì una volta c’era la libreria Partipilo, dove venivo a comperare i libri per te”.
Partipilo con i libri su Milano

Io intanto ho ripreso tra le mani “Milano, i venticinque secoli di storia attraverso i suoi personaggi”, i cui i testi, di autori diversi, sono intervallati da bellissime immagini, documenti, mappe, cartoline d’epoca… Mi fa compiere un viaggio nella bellezza di Milano. Sì, la bellezza, al diavolo chi sostiene che la città del Porta non abbia niente a che fare con Firenze o con Roma. Si leggano le pagine di Guido Piovene o di Francesco Ogliari. Il primo diceva che Milano è una città discreta, che non ama mostrare tutto il suo volto. Per esempio, i cortili interni, con i giardini ticchi di semiarchi, fontane, statue, vialetti bordati di fiori policromi… Partipilo ha pubblicato anche un libro su questi giardini, testo di Gigliola Magrini, esperta della materia.
Anche io sostengo che Milano ha una bellezza dove pochi la vedono: nei giardini pensili; nei cortili, appunto; in piazza Belgioioso; in via Borgonuovo; in via Bigli, dove abitò Eugenio Montale ed ebbe il suo famoso salotto letterario la contessa Clara Maffei... E l’amo, Milano, quasi quanto il mio nido, dove mi piace ritornare, attirato dal profumo di Mare Piccolo, il mare dei poeti Petrosillo, Marturano, Maiorano, Fedele…; e dal fiume Galeso caro a Orazio, Virgilio…
Partipilo l’ha amata, e l’ama, Milano, come ama la sua Bari, e questo amore lo ha espresso nelle stupende pagine dei suoi volumi. Ah, le piazze di Lombardia, con lo stile seducente di Guido Gerosa, anche questo con la Celip.

 

 

 

mercoledì 4 marzo 2026

Una formica di Puglia

BENITO DI LAURO ONORO' MILANO

 


Benito Di Lauro
Era di Spinazzola, Ambrogio del '73; medaglia d'oro del Circolo "Volta" del '96. Era alla guida del Circolo Ambrosiano, vice segretario del Circolo della Stampa

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 

C’è stato un periodo in cui cercavo d’incontrare i castori pugliesi ben piazzati nella scala sociale e professionale. E ne ho incontrati davvero tanti.
Corso Venezia
Tra questi Guglielmo Miani, che da semplice sarto divenne il re degli abiti ricercati realizzati con pregiate stoffe inglesi e così noto e stimato anche in Gran Bretagna da ricevere il principe Filippo nel suo negozio e ospite nella sua abitazione. Tra l’altro negli anni Sessanta organizzò a Milano una settimana inglese e oltre a majorette, sfilate, bande collocò una cabina telefonica oltremanica davanti al suo elegante esercizio di via Manzoni. Era di Andria e onorò il suo paese e Milano.
Un giorno il caso mi fece incontrare Benito Di Lauro, il re delle carte geografiche. Un uomo laborioso, inventivo, geniale, effervescente, un sorriso coinvolgente, un ruscello gorgogliante. Aveva il gusto della parola e la spendeva generosamente, senza mai annoiare, anzi catturando l’attenzione dell’interlocutore sino alla fine. Amava raccontare le sue esperienze milanesi, le persone conosciute, i giardini pensili, i cortili interni, le piazze, le facciate dei palazzi, le serate al Circolo della Stampa. Faceva voli pindarici; gesticolava come un attore brillante alla ribalta. Nonostante l’età, un giovanotto pimpante.
Di traguardi ne conquistò tanti con la volontà di ferro, l’impegno coriaceo. Con l’intelligenza e i modi garbati, conquistava le persone, anche quelle più illustri, più famose, come lo scrittore e regista Mario Soldati. Arrivò a Milano nel ‘47, anno in cui il nostro Paese aveva voglia di dimenticare i lutti, i disastri, le macerie, di divertirsi, d’impazzire nelle balere, di avvitarsi nei tanghi, di volteggiare nei valzer, nelle danze che giungevano dall’America. Furoreggiava la Sisal: le scommesse sulle partite di calcio nate da un’idea del giornalista Massimo Della Pergola. Gli abitanti del capoluogo lombardo erano un milione e 700; 1263 i vigili urbani; Palazzo Marino si stava rifacendo le ossa e il consiglio comunale, ossessionato dal deficit dell’Azienda tranviaria, si riuniva al Castello Sforzesco; al Caffè Dalmasso, in via Montenapoleone, ciondolavano belle ed eleganti signore con il vitino di vespa, abiti fino ai piedi e scollature per allora audaci. La gente era dappertutto alle prese con il costo della spesa: un chilo di carne, di quella buona, costava 300 lire; 670 uno di burro.
Piazza Missori

Benito percorreva le strade in bicicletta, impegnato nella consegna dei plichi della ditta Rinaldi. Era preciso, simpatico, vivace, comunicativo. Un giorno il “cumenda” lo convocò nel suo ufficio, lo riempì di elogi e gli affidò l’organizzazione del settore distribuzione. Lui lo reimpostò, rendendolo più agile, semplice, funzionale. Poi cambiò strada ed entrò in banca, rimpianto dal principale, che lo teneva in palmo di mano: una vera perdita quel talento insostituibile. Benito Di Lauro era un cavallo da corsa. Aveva dentro un impulso che lo spingeva verso nuovi percorsi, verso obiettivi sempre più alti, sempre più prestigiosi.
Che vitalità! Eccolo in contatto con un editore di carte geografiche, che gli offre l’esclusiva delle vendite. Accetta. Una via nuova da imboccare con coraggio e decisione. Le sue doti gli consentono di conseguire ancora una volta ottimi risultati. Ma altre arterie gli si aprono con l’incontro con Angelo Rizzoli, al quale gli propone una Guida di Milano. Ma perché mettere il proprio ingegno a disposizione degli altri? Se lo chiede e devia: sorgono le Edizioni Di Lauro, che danno vita a carte regionali, dei Paesi europei e del mondo, carte statistiche, guide turistiche di Milano e della Lombardia, di tutte le altre città d’Italia…L’ammirazione di cui gode lievita.
Benito non si ferma, non è il tipo da fare soste, il suo cammino non prevede tappe, la sua corsa è continua: è un campione che non si siede sugli allori. Va avanti, non molla, moltiplica i suoi successi. Quelli che sono in confidenza con lui gli hanno coniato un soprannome: “Sveltino alka selzer“. Di solito i nomignoli sono suggeriti da un difetto, da un modo di comportarsi, dal mestiere che si esercita. Questo è dettato dalla sveltezza con cui Benito realizza i suoi progetti, tiene aperti i suoi cantieri, dà fiato alle idee che fluiscono nella sua testa.
Una carta geografica di  Di Lauro
Una mattina l’ho invitato a casa mia, perché un incidente mi aveva provocato un problema a una gamba e non potevo camminare. Venne e si presentò: “Spinazzola” . Scherzava, ma io capii che le sue radici erano forti come quelle della quercia. Gli dissi: “Quindi terra di Bari”, Rispose; “Spinazzola”. “Sì, il paese della cavalcata della Madonna del bosco, dove le persone che hanno fatto le offerte più alte possono seguire la processione stando più vicine alla mamma di Gesù”. Sorrise, rimanendo in piedi durante tutta la conversazione. “Perchè non ti metti comodo?”. “Sto comodo così. Sono nato in piedi”. L’amico che lo aveva accompagnato rise con lui. Benito era divertente, piacevole, schietto. Parlava tenendo le mani ferme sulla scrivania. “Vai ancora a Spinazzola?”. “Come no: il nido non si deve mai dimenticare. Non sono di quei pugliesi naturalizzatisi milanesi. Dimenticano il loro dialetto per assumerne un altro, credendo di promuoversi”.
Lo ascoltavo volentieri. Per tutto il tempo imprigionò la mia attenzione. Un pugliese vero, che restava legato alla culla, anche se a Milano lo avevano premiato con l’Ambrogino d’oro”. In quell’occasione mi accennò alle sue origini, con il papà, Carmine, calzolaio, il più bravo del paese non solo nell’arte della tomaia, visto che aveva modellato un campione come quel figlio che aveva dodici fratelli. Mi parlò anche della madre, Lucia, insegnante di ricamo.
Benito era generoso e non scordava i poveri di Spinazzola, per i quali mandava a don Carducci e ad Alba Varrese un buono per il ritiro di 12 chili di generi alimentari pagati personalmente da lui. La beneficenza era una delle sue vocazioni. Non per nulla era da 26 anni presidente de “La Madonnina”. E questa era soltanto una delle voci del suo “curriculum”. Per esempio collaborava a Radio Meneghina; era vice segretario generale del Circolo della Stampa; commendatore del Santo Sepolcro, “Ambrogino d’oro nel ‘73, presidente onorario dei festeggiamenti di Spinazzola, dove aveva fatto erigere il monumento ai Caduti ; medaglia d’oro del ‘96 al Circolo Volta di Milano.
Naviglio Grande

Da 22 anni era alla guida del Circolo Ambrosiano “Meneghin e Cecca. Era innamorato di questi personaggi, così cari ai milanesi, e li decantava. “Meneghino, secondo Emilio De Marchi significa servitore della domenica, è buon conoscitore dei caratteri umani; è il simbolo popolaresco del gran Milan”.
La fortuna di questa maschera ebbe inizio alla fine del ‘600, sotto gli spagnoli, con “I consigli di Meneghino, di Carlo Maria Maggi; poi non si sa quando incontrò la donna che avrebbe impalmato: Cecca di Berlinguitt. Ventidue anni fa fu il cantante Arturo Testa (“Io sono il vento”) a indossare i panni di Meneghino, nel 2003 l’architetto Gianni Ferri e Cecca la cabarettista Mirton Valani. Il Circolo, che ha lo scopo di mantenere vivo il dialetto e le tradizioni storiche delle porte di Milano custodisce 63 costumi d’ epoca, che vengono indossati nelle circostanze più importanti, nelle sfilate di sabato grasso, che vedevano Di Lauro in carrozza con le due maschere dirette alle visite alle autorità.
Benito Di Lauro era grato a Milano. “Milano mi ha dato tutto, oltre alla moglie, Renata, una figlia, Laura, il lavoro, il successo”. Ma anche tu hai dato molto a Milano. Hai fatto onore alla tua terra d’origine e hai contribuito a fare grande Milano.
L'ultima chiatta sul Naviglio
Benito è scomparso nel 2003, travolto da un’auto impazzita mentre camminava in una strada di Tenerife. La notizia arrivò velocemente a Milano, spargendo dolore fra gli amici e fra tutti quelli che lo apprezzavano per le sue virtù umane e professionali, per la sua delicatezza, per la sua bontà, per la sua efficienza. Quando venne a trovarmi, scese, prese dall’auto un bel po’ di carte geografiche, risalì e me le donò, con un garbo esemplare.
Non dimentico Benito Di Lauro, pugliese autentico, capace, coraggioso, ricco di idee, alla mano. Parlava senza enfasi della sua carriera e diceva che la terra del Porta prediligeva i pugliesi. Non aveva ricevuto un regalo. Domenico Porzio una volta mi disse che a Milano c’è spazio per chi lavora con diligenza e sollecitudine. Il lavoro svolto in qualche maniera qui non trova diritto di cittadinanza. E Benito lavorava anche con il cuore. Che cosa ha fatto Spinazzola per lui? E’ soltanto una domanda.

mercoledì 25 febbraio 2026

Il Carnevale poco fa è volato via

FRA POCHI MESI RINASCERA’ E PORTERA’ ALTRA ALLEGRIA

 

 



Carnevale di Venezia (foto La Fratta)
Canti, balli, suoni, scherzi dai carri allegorici ispirati da un’ironia a volte caustica affollano le strade di città e paesi.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 

E anche il Carnevale è passato. Coriandoli, stelle filanti, maschere, carri addobbati… tutto portato via da un colpo di vento.
Carnevale di Venezia (foto La Fratta)
Dei vecchi Carnevali, quelli che risalgono alla mia adolescenza, cioè un’ottantina di anni fa, io ho un ricordo vivido. Oggi i fotografi viaggiano da un capo all’altro del Paese per riprendere le feste in piazza con maestose figure allegoriche su quattro ruote, uomini, donne, bambini in maschera che suonano trombette di latta o di cartone, danzano, cantano o si esibiscono in giochi, scherzi ingenui a volte meno…
Il fotografo-cronista Carmine La Fratta, laboratorio a Lama, prolungamento di Taranto, abilissimo nell’immortalare la realtà quotidiana, è stato a Venezia, a Putignano, a Massafra, a Viareggio, immergendosi nella baldoria, fra i cori, non trascurando i vestiti d’epoca, le vaporose parrucche settecentesche delle signore, i cappelli a tre punte dei maschietti con i pantaloni annodati sotto le ginocchia., usati nella Venezia dei Dogi.
Ricordo il Carnevale del fegatino di Crispiano, che aspirava al posto di quello di Viareggio, mentre piogge di cerchietti multicolori cadevano “nazzecanne” dai balconi imbandierati con lenzuola e tappeti. Ai miei tempi il Carnevale era modesto, forse perché erano gli anni della miseria e la fantasia non bastava. Ma i falò erano giganteschi. Si animavano vere e proprie competizioni: chi li faceva più alti era osannato.
Carro allegorico

Qualcuno sistemava sulla cima il carnevale defunto con le prefiche improvvisate affrante, straziate per il dolore finto. A fare sempre più grandioso il falò erano i cittadini, che gettavano sulla strada le carabattole che occupavano soltanto spazio, e i “comò”, le “colonnette”, gli armadi divorati dai tarli; qualche altro procurava le fascine, che il carbonaio di via Dalò Alfieri non aveva; qualche altro aveva acquistato i fiammiferi dal tabacchino di don Damiano e il falò prendeva fuoco, scoppiettando, arrostendo il povero carnevale di pezza, che aveva fatto divertire grandi e piccini, ballare nelle case specialmente con le canzoni napoletane: ad esempio “”I’ te vurria vasà|…”, di Vincenzo Russo, figlio di un calzolaio e di un’operaia; e quelli nati negli sfarzosi “Caffè Tripoli” “Gambrinus”, dove Gabriele d’Annunzio, seduto ad una tavolo, scrisse “A vucchelle”.
Pubblico oltre le transenne

Il Carnevale come oggi era allegria, spensieratezza, invenzione. Tutti si esaltavano. Non c’erano gli abiti di Zorro o del pirata Barbanera, che furoreggiò nel Mare dei Caraibi, e molti si arrangiavano magari vestendosi da donna con il seno gonfiato da due arance e la capigliatura confezionata in qualche maniera e i tacchi fatti di legno nudo o di un materiale trasparente. Bastava poco per fare scena. L’importante era partecipare alla festa.
Rivado al carnevale estivo di Crispiano, che si svolgeva in primavera, in anni molto più recenti, con sapori, odori, bancarelle lungo il corso principale, carri allegorici simpatici, molto spesso originali e grandiosi, con il presidente della Pro Loco Egidio Ippolito (mi ha inviato testimonianze fotografiche suggestive, mentre quelle in bianco e nero sono di Mimino della Biblioteca e rappresentano la prima edizione che al microfono affermava che il “suo” Carnevale faceva invidia anche a quelli di Massafra e di Putignano e, perché no, anche a quello di Viareggio, il più famoso, il più affollato, il più esaltato, calato in un mondo di sogni. Comunque il Carnevale crispianese era costruito con sapienza, intelligenza, passione e il risultato era magnifico, rutilante, tra il profumo dei fegatini messi a cuocere sulle griglie delle macellerie e le figure mascherate.
Donna Carmela sfila
Sfilavano costumi sfavillanti, carri con un sole scenico enorme, cavalli di Troia e sotto il palco in ansiosa attesa di essere chiamati a salirvi per esprimere il loro giudizio personalità come il sindaco di Maruggio. Che carnevale! Michele Annese, direttore della Biblioteca “Carlo Natale”, acquistava chili di fegatini da gustare con gli amici raccolti sul balcone della suocera. “Divertitevi, ragazzi, divertitevi, ai guai penseremo domani”, esortava con toni crescenti la presentatrice, bella e persuasiva.
Il carnevale porta gioia. E a Milano, dove dura tre giorni di più, quando scompaiono i coriandoli e le stelle filanti la gente torna a correre come alla maratona dei cinquantamila. E allora c’è chi dice: “Corri, corri, ma dove vai?”. Le ragazze in bicicletta della nota canzone lo sanno che devono inebriarsi del sole in fronte; il compianto fotografo-ciclista Benvenuto Messia, della splendida Martina Franca, sapeva che stando in sella con il vento in faccia poteva avere l’occasione di uno scatto di quelli che non si ripetono.
Maschere
Ma a Milano corrono tutti, anche i nuovi meneghini, e quando chiedi a qualcuno: “Perchè corri?” non sa neppure lui la risposta. C’è chi non rinuncia a correre nemmeno a carnevale e nei cortei arriva con i pattini o con il monopattino, di quelli moderni dotati di motorino. Non come i nostri 80 anni fa: ce li facevano da noi, con le ruote dei cuscinetti dei camion americani. Ma ai cortei di carnevale andavamo a piedi, sensibili al grido del venditore di arachidi e lupini.
A Milano ci andavo per scrivere le cronache. E ammiravo Meneghin e Cecca e le zabette della Pucci, una brava attrice che le accoglieva in una sala di Radio Meneghina di Tullio Barbato. Erano simpatiche, le zabette, ma se le stuzzicavi reagivano. Una volta mi sostituì una collega che le definì come non doveva: pettegole e vecchiette, ma le zabette non erano né vecchie né pettegole. Anzi alcune erano anche attraenti. Per riparare andai a far loro visita, rimanendo per due ore al microfono con la Pucci, raccontando barzellette. L’anno dopo ripresi a raccontare il Carnevale, che a volte veniva disturbato da alcuni scavezzacolli che lanciavano oggetti pericolosi e fu proprio Tullio Barbato a richiamarli all’ordine, perché il carnevale è una festa e tale doveva rimanere.
Maschere di grandi e piccoli
Non ho mai visto il carnevale di Venezia, se non nelle pagine dei libri di Fulvio Roiter e nelle foto di Carmine La Fratta, sempre attento a cogliere il momento, la luce giusta, le espressioni. Quando, nell’85, per lavoro andai a Venezia (dovevo intervistare il questore Mario Iovine), vidi in piazza San Marco, prima di salire sul motoscafo della polizia, solo chioschi ricchi di piccolissime maschere in gesso. Ne comperai un paio, barbute, che conservo ancora.
Da poco Carnevale è volato via come tutte le cose e non ha lasciato tracce. La gente a Milano ha esultato in piazza Duomo, in corso Vittorio Emanuele, in piazzetta Reale tra suoni di orchestre e di qualche menestrello con la chitarra, immaginandosi nelle vesti di Trincale, cantastorie d’arte. Gli anni vanno su un velocipede e c’è chi pensa già all’edizione prossima. Niente rimpianto o nostalgia. Io ho nostalgia del “mio” Carnevale, povero, ma partecipato, coinvolgente e senza ritorno. Ero ragazzo, andavo a vedere le maschere nella città vecchia. Antonio De Florio ha postato su Facebook un video con una poesia di Diego Marturano sull’atmosfera della festa con la voce di Amelia Ressa. Nicola Cardellicchio ne ha organizzato un altro dal titolo “Carnevale de ‘na vote”, con maschere in posa, una impegnata con l’organetto, un’altra con il tamburello in una sala del Castello Aragonese, da dove è partito il funerale di Carnevale arrivato a piazza Fontana, un tempo teatro nell’occasione di una guerra fra ragazzi a colpi di confetti. Le mamme in cucina anche questa volta hanno fritto le chiacchiere, gioia e delizia di tutti i palati, vassoi colmi di chiacchiere. Altrove hanno fatto le castagnole e le pignolate. A Carnevale non possono mancare le goloserie. Anche a Milano pastifici e pasticcerie hanno avuto le vetrine piene di chiacchiere che facevano gola ai passanti che non potevano acquistarle.
Lungo corteo di Carnevale
A Carnevale è lecito impazzire, purché non si faccia male a nessuno. Una volta , e forse ancora oggi da qualche parte, il Carnevale fatto di stoffa o di altra materia veniva appeso ai balconi o tra una ringhiera e l’altra. Povero Carnevale! Prima impiccato e poi defunto. Eppure è portatore di buonumore, di letizia.
Rileggo qualche riga di Giacinto Peluso, che va oltre nel tempo: quando “per noi il carnevale s’identificava con un personaggio che ogni anno faceva la sua apparizione nel vico Statte e vi sostava, riverito e stimato, sino al Martedì grasso. Era un grosso pupazzo alla cui confezione partecipavano un po’ tutti, chi con il materiale, chi con la mano d’opera. Si costruiva un “omone, imbottendo di paglia un enorme pantalone e relativa giacca. Poi si sagomava la testa, di solito rotonda, la si conficcava in un manico di scopa che a sua volta s’infilava nel corpo del manufatto. Sul volto si appiccicava una maschera comprata nel negozio di Gaeta vicino alla chiesa di San Michele”.
Questo è solo un brano estrapolato da un lungo capitolo di “Taranto da un ponte all’altro”, ricco di dettagli, come è solito fare Peluso, studioso di grande qualità. Di fianco al testo campeggia una foto del carnevale del 1893.
Anche i poeti hanno scritto versi sul Carnevale, tra questi appunto Diego Marturano, a cui ha dato brillantemente voce Amelia Ressa, che a suo volta scrive poesie. Fate pure i funerali al pupazzo, tanto l’anno venturo rinasce. E perdonate se questo mio pezzo vi appare un po’ disordinato. 

(foto di Igidio Ippolito, Mimino della biblioteca e Carmine La Fratta)
 

mercoledì 18 febbraio 2026

Una fede solida e costante

ANNA FINIELLO, BRAVA ARTISTA DEL PENNELLO E DELLA SPATOLA

 




Interno con figure
Cominciò a sagomare i presepi con la madre poi continuò a da sola. Usando fil di ferro e gesso scagliola sagomava i pastori e Re Magi e le processioni pasquali. Poetessa delicata e sensibile, ha Taranto, la sua città, nel cuore.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Natale è passato da un paio di mesi, ma è cosi affascinante che a Taranto c’è chi ci pensa tutto l’anno. E c’è un artista che tutto l’anno continua a realizzare statuine per il presepe, privilegiando quello palestinese, che è rigorosamente fedele all’ambientazione della nascita di Gesù, con figure in costumi storici.
Pala con l'Addolorata

Anna Finiello, artista tarantina, le figure se le fa da sé: in fil di ferro ricoperto di sostanza gommata e poi rivestita di stoffe ricavate da fazzoletti acquistati al mercato e da lei cuciti e colorati. L’anima metallica le consente di dare al personaggio la posizione che deve acquistare nel presepe: inginocchiata, seduta, sdraiata su un sasso a guardare le stelle, in cammino verso la grotta, dove il Bambinello è nato (non in un trullo, in un palazzo, in una cascina, nell’incavo di una noce, luoghi ricorrenti di fantasia).
Ho ascoltato con piacere Anna Finiello, una signora di 73 anni che parla con voce calibrata, con il tono di chi recita una preghiera. Si racconta senza soste, purtroppo al telefono, io da Milano, attento ad ogni sua parola, e lei da Taranto, città che si porta nel cuore.
Anna vive della magia di Taranto, del profumo di Mare Piccolo, dello splendore dei suoi tramonti, del silenzio e della pace che si respirano nelle sue chiese, del ricordo degli urli dei venditori e degli artigiani di una volta (“Nà, uagnè’, le pampanedde”; “Hà’rrrevàte ‘u conzagràste”; A qua stè’ ‘u cadaràre”). Conosce la “culla” in ogni suo aspetto, e conosce la città vecchia come le sue tasche. L’ha studiata anche nei libri di Nicola Caputo, giornalista appassionato, che alle processioni spiegava i riti fin nei dettagli e nella loro storia e con un linguaggio che catturava l’attenzione anche dei forestieri. Un giornalista chiaro e preciso con la voce e con la scrittura.
Volto di Cristo

I suoi testi, di grandissimo interesse, hanno fatto da maestri anche a me (“L’anima incappucciata”, “Taranto com’era”, “San Cataldo vestito di nuovo...).
Anna Finiello, citandolo ampiamente, confessa che grazie a lui ha chiarito molte cose, meditando su quelle opere, tra l’altro ricche di immagini di oggetti, personaggi che non esistono più e notizie sugli antichi costumi, i Misteri, le cerimonie...
Misteri (foto di A. De Florio)

Mentre la Finiello parla, con una calma esemplare, non faccio domande, lascio che ricostruisca la sua storia personale e quella artistica. “Ho cominciato grazie a mia mamma, che faceva il presepe assieme a me. Poi lei è morta, quando avevo 18 anni, e sono andata avanti da sola. Presi a sagomare le processioni di Pasqua e di Natale, con pazienza e meticolosità. Abitavo in piazza Carmine, di fronte all’omonima chiesa, al secondo piano, quindi due passi ed ero già seduta vicina al presbiterio. Fu un dolore il crollo del soffitto della Chiesa di San Domenico, che seppellì tanti tesori, consentendo a qualche mano lesta di trafugare alcuni pezzi”.
E arrivò il momento della pittura: sulle mattonelle. Poi le tele. Ammiro interni splendidi, con arredi poveri e personaggi al lavoro illuminati sapientemente; “ le strittele”, le case del borgo antico, “le perdùne” e la gente ferma ad osservare il loro passo cadenzato (“le nazzecàte”); la troccola… A proposito di questo oggetto, il cui gracchiare guida le processioni, dice: “Me ne fu regalata una, ma era sbagliata. Allora io la corressi. Poi ho ricostruito i... pezzi della Settimana Santa: i simulacri, il mazziere, il cuore con i sette spadini, l’Addolorata... con un po’ di devoti che assistono al rito: mamme che spingono la carrozzina, papà che tengono un figlio a cavalcioni, anziani che pregano con gli occhi lucidi, il vecchio che si piega per devozione”.
Troccola di Anna Finiello

Anna Finiello ha fatto mostre personali e collettive; è stata intervistata da rappresentanti della carta stampata e dalla televisione, ha avuto tanti consensi dal pubblico; eppure si esprime senza enfasi senza vantarsi dei risultati ottenuti. E’ una signora semplice, non usa il dialetto, forse perché non sa che io sono un terrone rimasto abbarbicato a Taranto come la barca alla bitta. Anna ha fatto parte dell’Associazione “Amici del presepe, sezione tarantina, dove organizzava “stage” sull’arte del presepe: rimase 10 anni, poi abbandonò l’aula, perché il clima, afferma, era diventato insostenibile.
Continuò a studiare la vita di Gesù, soffermandosi sugli esponenti più rilevanti, dalla caverna alla predicazione, al calvario, alla Resurrezione. “Ho fatto quello che ho fatto anche per l’amore che porto a questo lembo di paradiso, che è Taranto”. Tutte le sue opere sono collocate nella sua abitazione, diventata un museo, esaltato fra gli altri da Antonio De Florio, amministratore di “Foto Taranto com’era” su Facebook, i cui ...quadri sono un mosaico di bellezza. “Anna merita – dice il comandante – è una creatrice”. Un’artista che adesso ha qualche problema procurato da una malattia e si è dovuta fermare. Ma continua a scrivere poesie. “Negli anni 80 - interviene De Florio - partecipava al Cenacolo culturale “Beato Egidio”, insieme a noti poeti tarantini, fra cui Domenico Cantore, Claudio De Cuia, Nicola Nasole, Michele Saracino…”. Ma questo Anna non lo dice, forse temendo di dare l’impressione di volersi fare pubblicità. Nel suo discorso svolazzano alcuni versi. “A Sumana Sande, a Tàrde/ s’aspètte tutte l’ànne/ s’aspètte quidde sciuvedija,/ pe’ vedè’ ‘a Madonne ‘nndulurate/ assè da sotta quedda porte/ Je so dèce anne ca te vegn’a vedè…’.
Bassorilievo di Anna Finiello

Rivolgo lo sguardo a un apprezzabile bassorilievo in gesso scagliola con un angolo della città vecchia con due confratelli in pellegrinaggio. Altri vanno verso “a vieremìenze” (la via di Mezzo), dopo essersi lasciati alle spalle il ponte girevole. “Sciuvedija Sande, Tàrde Vecchie/ pe’ nu è assaje cchiù bèlle/ l’amòre nuèstre jè cum’a nu fanoje/ ce nuttate, ‘ngìele quanda stelle…”. Mi colpisce il volto di un Cristo fortemente espressivo. In una pergamena realizzata con i suoi materiali usuali ha inciso la profezia di Simone: “… Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione anche a te una spada trafiggerà l’anima affinché siano svelati i segreti di molti cuori”.
In un messaggio a De Florio comunica che finalmente ha terminato la troccola dell’Addolorata (lavoro durato sette anni) “e mi hanno montato anche i battenti. Manca solo la targhetta e non so se il Carducci me la consegna prima o dopo la Pasqua. Anni di lavorazione, con tanto amore e pazienza”. Una devozione fervida ispira la sua arte. Vari suoi bassorilievi colgono le scene più toccanti dei cortei natalizi e pasquali e nicchie con la Madonna Addolorata e Gesù morto e “le perdùne”. E’ De Florio che aggiunge qualche informazione sull’attività artistica di Anna, che ha gestito per più di trent’anni la cartoleria Amodio e molti pensavano che fosse lei la proprietaria, per il suo impegno, assiduo, lontana dal bisogno di visibilità. E’ discreta, rispettosa del prossimo.
Un confratello
S’intuisce nella nostra conversazione. Lo stesso Antonio mi ha spedito alcune foto dei suoi lavori: bellissimi. “Mi piace plasmare le statuine, soprattutto quelle destinate al presepe popolare”. A proposito, fa in parte quello che facevano secoli fa a Napoli, dove persino Carlo III e sua moglie provvedevano a sagomare le figure e a confezionare per loro con le proprie mani abiti lussuosi: il presepe cortese. Ma i presepi di Anna come detto non sono ricchi di ricami.
Ho avuto tanto piacere nel sentire quest’artista, che mi ha snocciolato alcuni brani della sua biografia, cominciando dal ricordo della mamma, che le ha insegnato a rievocare la nascita di Gesù fra animali e pastori, luci e ombre, colline e pianure. Pasqua sta per arrivare: l’appuntamento è per il 5 aprile e c’è già chi si prepara all’evento: le chiese, le persone, le congreghe, gli architetti delle luminarie. Anna scriverà i suoi versi “p’a Madonna ‘Nduduuràte”, “da tenè’ stepàte indr’o terètte de le recuèrde, mèndre sus’u tàule le perdùne stònne vùne ret’a l’òtre” (n.d.a.): una processione privata eseguita con le spatole, testimone di una fede salda, senza momenti d’incertezze.

mercoledì 11 febbraio 2026

Il ricordo di Alberto De Simone

UN POLIZIOTTO SEVERO E LEALE CHE DISINNESCO TANTE BOMBE

 

 



L'ispettore capo Alberto De Simone
Nato nel Leccese, operò a Milano con impegno.
Non cercò mai la pubblicità, ur rispettando il lavoro dei cronisti. Fu il questore Fariello ad autorizzarlo a raccontare qualche episodio. E lo fece malvolentieri. A ricordarlo sono davvero in pochi.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Sei personaggi e un robot. Appartenenti gli uni e l’altro alla Digos di Milano. L’uomo metallico si chiama Willy. Dal nome sembra protagonista di un fumetto, ma a vederlo avanzare, quel 2 aprile 1986, giovedì, e venire a sapere la funzione per cui era stato costruito, altro che fumetto!
piazza del Duomo
Con le sue mani afferra una bomba e la trasferisce in un luogo in cui può essere fatta esplodere senza far male a nessuno.Una mattina fu portato in piazza Duomo e presentato alla stampa e dato lo spazio a chiunque avesse avuto voglia di fare la sua conoscenza. Gli specialisti della questura lo trattavano come un amico e quel nome ne era la testimonianza. Ne erano entusiasti, anche perché avevano constatato le capacità dell’invenzione. Il manovratore, per prudenza, era calato in una specie di scafandro e l’ispettore capo Alberto De Simone manifestava molto riguardo per l’uomo e per il mezzo.
Era, quella, la prima volta che il capo degli artificieri appariva in pubblico, riservato e alieno com’era dal ricercare la visibilità. Era in polizia da 33 anni, ne aveva 53 e proveniva da San Donato di Lecce. Dirigente della quadra antiterrorismo dall’87. Severo come uomo e come poliziotto, legato alla famiglia e al suo paese, scapolo, fedele allo Stato, rispettoso dei suoi collaboratori, leale, generoso. Viveva con il padre, Armando, di 85 anni. Un padre che attraversava momenti di ansia quando da una telefonata intuiva che il figlio stesse per andare a disinnescare un ordigno.
Alberto De Simone a destra
Non aveva frequenti rapporti con i giornalisti e non era prodigo di notizie, nemmeno con il bravissimo Alberto Berticelli, brillante cronista del “Corriere della Sera” suo amico sincero e affezionato, con il quale qualche volta andava a pranzo, ma per conversare come si fa di solito quando ci si riunisce di fronte a una pietanza tutta da gustare. L’esimio “cane da tartufo”, che conosce bene i canoni della vita e le dinamiche della psicologia, non gli faceva domande imbarazzanti e De Simone parlava di San Donato, dei suoi gioielli ortofrutticoli, della sorella. Mai del suo lavoro, a cui era appassionato. Al massimo elogiava i suoi collaboratori, uno in particolare, che una volta, correndo a disinnescare una boma collocata in un locale del centro, avvertì il botto quando era a un paio di minuti dall’arrivo. Si spaventò, sentendosi un miracolato. Due minuti regalatogli da qualche santo. Aveva 41 anni, sposato, due figli, il buontempone della squadra antisabotaggio.
Un cronista avvicinò De Simone all’ingresso della questura, insistette, lo tallonò e alla fine l’ispettore capo fermò il suo passo da bersagliere e gli disse con calma, con gentilezza: “Lei forse non sa che non amo parlare di queste faccende. Qui altre persone sono autorizzate a farlo. Io faccio soltanto quello che mi spetta e basta. Voi giornalisti avete altri interlocutori”. Una volta, sollecitato da un “mangiatore di polvere” del “Giorno” (allora quella terra fastidiosa fluttuando nell’aria finiva sui panini che i cronisti marciatori mangiavano inseguendo uno “scoop”), esausto, chiamò due suoi colleghi e disse: “Parliamo di via Cimarosa”. Era una mattina di primavera del ‘’77 – cominciò De Simone – e sotto un’auto c’era un pacchetto composto da esplosivi da mina.
a destra il cronista Alberto Berticelli

Con un collaboratore ci avvicinammo e sentimmo una specie di soffio provenire dall’involucro. Lo legammo e quando eravamo sul punto di trasportarlo, senza che avessimo ancora fatto nulla il pacco esplose, sballottandoci a sette o otto metri di distanza. Nel pacco era successo qualcosa che non riuscimmo a capire”. Paura? “Chi non ha paura è un incosciente”.
Un’altra volta ignoti collocarono un chilo e mezzo di tritolo in scaglie innestato con detonatore elettrico e congegno a tempo nella sede di una concessionaria a Como e per disinnescarlo due artificieri si precipitarono sul posto. L’ordigno celava un’insidia, ma De Simone non volle rivelarla. Si impegnarono in tante altre emergenze.
“Nell’’81, ancora a Como, stavano costruendo il nuovo carcere e nelle adiacenze del cantiere, fra due alberi, gruppi eversivi installarono uno striscione con una scritta che rivendicava l’abolizione degli istituti di pena. Dai lembi inferiori del telone partivano due fili di nailon sottilissimi, quasi invisibili, che finivano nei cespugli”. Telefonata in questura, corsa a Como, “studiammo la situazione e ci accorgemmo che i due fili erano collegati a due ordigni nascosti nella vegetazione. Chi avesse tentato di strappare il panno avrebbe provocato una deflagrazione, rimanendo ucciso“.
Alberto Berticelli
Solo al ricordo vengono i brividi anche pensando ai pericoli a cui erano esposti questi uomini. Commuovendosi, De Simone ricordò Luigi Carluccio, che gli risvegliò il ricordo della tremenda notte dei fuochi di Como: nove bombe collocate davanti ad altrettanti negozi. Era un avvertimento per i bottegai che chiedevano la pena di morte. Era il 15 luglio dell’81 e per neutralizzare gli esplosivi furono inviati tecnici della questura di Milano, fra cui Carluccio - sottufficiale di 28 anni, un figlio di 8 mesi – che disattivò il primo congegno. Alle 2.30 una seconda bomba esplose e lo dilaniò. De Simone elogiò un collega, che dopo aver visto il corpo dilaniato non tremò al pensiero di dover mettere le mani sull’ultima trappola.
Capitava anche di doversi mobilitare per falsi allarmi. Una volta una telefonata segnalò in un prato nei pressi di un’abitazione sei o sette tubi. “Li aprimmo con la solita circospezione, pensando che contenessero esplosivi e trovammo 20 milioni di banconote da 50 mila arrotolate. Un’altra volta alcuni cittadini avvertirono il 113 che in via Novara di fianco a un ascensore era stata abbandonata una valigetta che emetteva un ticchettio. Dentro, trovammo una sveglia ed indumenti femminili molto sexy”. De Simone ricordò un altro artificiere, il cui figlio di 12 anni, che fin da quando era più piccolo, avendo capito che tipo di mestiere faceva il padre, di notte ad ogni squillo di telefono si svegliava e chiedeva: “La bomba è scoppiata o deve ancora scoppiare?”. Le famiglie di questi eroi erano tutte coinvolte.
De Simone a destra; a sinistra, Mancino, Scalfaro, Parisi

De Simone aggiunse: “La nostra squadra opera in tutta la Lombardia, ma viene convocata anche per operazioni in altre città. Ed è a disposizione di tutte le forze dell’ordine. Quando gli artificieri dei carabinieri sono impegnati l’Arma si rivolge a noi. Ci chiamano anche i vigili urbani”. Poi descrisse le nuove tute ignifughe molto aderenti in dotazione alla sua squadra. Hanno una targhetta con nome e cognome dell’artificiere, il suo grado, il suo gruppo sanguigno, importante nei momenti critici. Si fanno anche indossare più rapidamente. Sono state pensate dal questore Antonio Fariello, uno dei più bravi, colto e intelligente, che tra l’altro promosse un volume interessantissimo: “Milano una città una questura” e trasferì la Festa della Polizia dalla caserma “Annarumma” in piazza Duomo per portarla fra la gente. Credo fosse stato proprio lui ad autorizzare De Simone a dare qualche scampolo di storia ai cronisti.
Tornando a De Simone, gli chiesi le qualità che un artificiere deve avere: “Prima di tutto qualità umane. Deve sentire il dovere di tutelare l’incolumità dei cittadini e deve essere convinto di quello che fa, avere cioè la consapevolezza di svolgere un servizio”.
Il questore Antonio Fariello

Per concludere, l’interlocutore gli chiese quali libri avesse letto e prontamente rispose che gli interessavano soprattutto quelli che parlavano di Joe Petrosino, che sfidò per primo la mafia italo-americana e combattè Vito Cascio Ferro (nato a Palermo il 22 gennaio del 1862), il suo esponente più autorevole, convinto che avrebbe vinto la sfida. Invece la sera del 12 marzo del 1909 venne ucciso a Palermo, dove era andato per continuare la sua lotta. Petrosino – aggiunse - fu uno dei primi artificieri, che indossò per la prima volta la divisa di poliziotto il 19 ottobre del 1883 come agente di pattuglia nella Tredicesima Avenue di New York. Il ricordo del nemico della Mano Nera della Grande Mela resta ancora, grazie anche ai libri che sono stati diffusi ovunque, tra i quali quello di Arrigo Petacco, edito da Mondadori.
Alberto De Simone non c’è più da anni e c’è chi sente ancora la sua mancanza. Chissà se lo hanno sepolto a San Donato di Lecce, paese impreziosito da chiese e menhir e produttore di un particolare tipo di melone.

mercoledì 4 febbraio 2026

Toccante cerimonia a Crispiano

LA SALA LETTURA DELLA BIBLIOTECA ORA PORTA IL NOME DI MICHELE ANNESE

 

 


Michele Annese
Il 29 gennaio un pubblico numeroso ha assistito all’iniziativa, rispondendo all’appello del sindaco e della famiglia del direttore, che contribui allo sviluppo culturale della città

 

 






 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 


La sala lettura della Biblioteca di Crispiano porterà il nome di Michele Annese, che per anni ha diretto il tempio della cultura di via Roma con intelligenza e sapienza.
Tutta Crispiano conosce l’impegno che Michele profuse nel diffondere il libro. Altre volte ho raccontato la storia e il carattere di quest’uomo che non si fermava mai, pensando alla crescita culturale della sua città. Un’idea dopo l’altra da mettere subito in cantiere senza incertezze, senza temporeggiamenti.
Il sindaco Lopomo inaugura la sala lettura "Michele Annese"
Un vanto per Crispiano e non solo erano le copiose testimonianze montaliane, a cui Michele aveva riservato una sala, dove tutti gli interessati potevano accedere per consultare, studiare, annotare. E poi la raccolta di quotidiani e riviste nella vecchia sede di via Emanuele, l’arteria piena di negozi e altri esercizi che parte dalla chiesa della Madonna della Neve e dalla sede del Comune. Ancora: il libro nei condomini, il libro nelle vetrine dei negozi, i libri in prestito. Quante volte sono andato a fargli visita nella biblioteca, sempre accolto con cortesia. E quante volte gli ho chiesto libri che non trovavo da altra parte! Mai una volta mi sono sentito dire che non c’erano. Ricordo un vecchio volume di Giacinto Peluso, che avevo cercato in tutta Taranto. “Fatica inutile, osservò Michele prendendo dallo scaffale che l’alloggiava il testo richiesto.
Dipinto realizzato dall'artista Franco D'Elia 
Una sera, durante un’edizione della sagra “d’u puperùsse asquànde”, avevo espresso l’intenzione di cercare in libreria una pubblicazione su ”com’eravamo a Crispiano”, del parroco della Chiesa Madre di San Simone e lui fece un segno quasi impercettibile ad Antonio Palmisano, giovane volenteroso, fedele, virtuoso della chitarra, e quel libro fu presto nelle mie mani. Alla sagra degli “Amici da sempre” lui era il personaggio di spicco. Lo salutavano tutti, lo ossequiavano, lo fermavano per esprimere opinioni e lui era gentile con tutti. Per tutti aveva un sorriso, una parola gentile, un consiglio senza enfasi. Fu felice la volta in cui Vito Santoro, fisarmonicista di notevole valore e cultore delle tradizioni locali, gli comunicò che stava ripristinando la serenata. Era una prassi passata nel dimenticatoio e Vito stava lavorando alla sua rinascita. Quando si commemorò Elio Greco, anima della Fondazione Nuove Proposte, a Palazzo Ducale di Martina Franca il suo intervento come quello di Nico Blasi, fu succoso e icastico. La sala era strapiena e pochi notarono che Michele portava in corpo il verme che l’avrebbe ucciso. Sembrava stanco, affaticato e non aveva lo spirito che lo rendeva simpatico, anzi amato.
Sono due anni che il cuore della biblioteca non c’è più. Ha combattuto contro un a malattia terribile con l’aiuto della sua fede e l’amore della famiglia, ma alla fine ha dovuto cedere, pochi giorni dell’ultima intervista, rilasciata al figlio Giampaolo, giornalista di ottima stoffa. Michele era un uomo esemplare, concreto, disponibile. Non si è mai risparmiato nella difesa del territorio. Fui colpito, entrando in biblioteca dalla presenza di persone anziane chine su un libro o su un giornale. Aveva assecondato l’interesse per la lettura, lo aveva sollecitato, aveva messo a disposizione degli interessati tutti gli strumenti necessari alla formazione della persona. Allo scopo, aveva istituito corsi di ogni genere, dalla dattilografia alla stenografia al cucito.
Intervento di Silvia Laddomada
Quando la biblioteca, non per sua colpa, ebbe momenti burrascosi, costruì l’Università del Tempo Libero e del Sapere, condotta da Silvia Laddomada, la sua amata compagna nella sua vita e nelle mille iniziative brillantemente realizzate. Oggi lui non c’è più, ma gli appuntamenti nella sede di quella fucina di cultura coagulano un pubblico catturato dagli argomenti in programma: arte, tradizioni, vita sociale, Divina Commedia, Petrarca, la guerra in Ucraina… Ed è Silvia, infaticabile e puntuale, che introduce i presenti nell’Inferno, nel Purgatorio, nel Paradiso di Dante o segue Petrarca nella ricerca della donna amata. Come sottrarsi a questi itinerari, alle “passeggiate” dello scultore e docente Santoro nei territori di Masaccio. Michelangelo e tanti altri colossi della pittura e della scultura? In ogni riunione io, che seguo gli avvenimenti da Milano, avverto la presenza di Michele. Lo intuisco andare da un punto all’altro della sala, con il telefonino spento in mano, percorso che copriva quand’era in vita, ascoltando attentamente le parole degli oratori.
In occasione della mia ultima visita mi ha portato a cena in un ristorante speciale e tra una delizia e l’altra mi parlava di Crispiano, del lavoro che svolgono le masserie, dalla Del Duca alla Pilano, alle Monache, alla Francesca, dove c’è un cavallo che balla la pizzica.
Michele Vinci
Grazie a lui ne ho viste tante di masserie, per manifestazioni organizzate da lui o da lui ispirate. Amava le masserie. Michele fu l’anima del grosso volume “Le cento masserie di Crispiano”, in cui si parla anche di briganti. Conservo gelosamente il suo libro sulla “Biblioteca di Crispiano”, con documenti, testimonianze e foto “di un’esperienza di promozione culturale, sociale e turistica nel territorio di Crispiano, un territorio cresciuto anche per suo merito, E parla di architetture rurali, di poeti, di un nuovo edificio alberghiero, di convegni, di incontri all’aperto, dell’acquedotto del Triglio e d’intorni... Un’opera imponente: 560 pagine, dal 1964 al 2014 edite da Schena. La passione per i libri Michele l’aveva da ragazzo. Lettore avido, amava trasmettere questa dote agli altri. Quando dirigeva la Biblioteca invitava gli autori più celebri a Crispiano per un dialogo con i lettori, comprendendo il racconto della vita di uno scrittore e il suo percorso letterario. Ricordo Alberto Bevilacqua che aprì il suo “curriculum” senza reticenze.
Ho ripescato nella mia libreria un’altra fatica di Michele: “Immagini...Crispiano”, dal 1966 ad oggi, con scritti e foto di Franco Punzi nelle prime pagine. Punzi, presidente del Festival della Valle d’Itria, della Fondazione Paolo Grassi e cittadino onorario di Crispiano, stimava molto Michele. Non c’è più neppure lui e se n’è andato anche Elio Greco, presidente della Fondazione Nuove Proposte.
Crispiano non ha dimenticato Michele Annese. Non poteva. E il 29 gennaio, come già detto, in una solenne cerimonia, hanno scoperto la targa della dedica della Sala Lettura al grande direttore con proiezione dell’ultimo video intervista fatta a lui. Hanno anche mostrato il suo ritratto donato alla biblioteca dall’artista Franco D’Elia, con intervento di Michele Vinci.
Ma secondo me Michele merita anche altro. Per esempio io sogno una via della città con una targa con il nome di questo personaggio che è stato punto di riferimento nello sviluppo culturale di Crispiano. L’ho ammirato molto, Michele, per la sua cultura, il suo carattere pacato, la sua ironia, il suo voler stare insieme, la sua ospitalità, la sua intelligenza. Una delle ultime volte che mi ha invitato a casa sua è stata per un’intervista a Vito Santoro, che a Crispiano è un’istituzione. Quando Vito abbraccia la sua fisarmonica, in una sagra, all’università del tempo libero e del sapere regala ai presenti momenti di brio.
Michele mi aveva chiesto di conversare con Vito, avendo saputo che il fisarmonicista aveva ripristinato la serenata. Da giornalista intuiva la notizia. Sono lontani i tempi in cui l’innamorato sotto il balcone della sua donna, le mandava messaggi d’amore con il suono del mandolino o del mantice e la voce, a volte non proprio intonata (altri la dichiarazione la facevano su un foglio, perché era difficile ogni contatto). Eh, Crispiano, quanto del suo tempo le ha dedicato Michele. Lui era l’anima di Crispiano, dietro tutte o quasi i mattoni che si alzavano c’era Michele magari solo come consigliere. Era discreto, amava scherzare. Molti sentono la sua mancanza. Un giorno mi chiamò per farmi visitare l’allevamento delle lumache del dottor Liuzzi. Un’altra volta per un convegno in una masseria sulle stesse monacelle. Era presente anche l’ex sindaco Liuzzi, che gustò con me le coppe di saporitissimi gasteropodi. Alla manifestazione del 29 erano presenti il sindaco Luca Lopomo, la cui amministrazione ha organizzato l’evento. Per favore, fate di più per Michele.