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mercoledì 30 settembre 2026

Antonio De Florio e le sue foto

E’ UN PELLEGRINO DI PUGLIA CHE CAPTA LA SUA BELLEZZA

  


Antonio De Florio
Va sempre con l’obiettivo in tasca a Taranto e nei suoi dintorni. Si ferma davanti al Mar Piccolo, alle barche, alla Dogana, al Castello… e scatta. Va a Martina, a Manduria, a Sava e fotografa. Cerca l’alba e i tramonti: è un poeta dell’immagine.

 

 

 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI 
 
 

Antonio De Florio, comandante del gruppo “Foto Taranto com’era”, ha soprattutto il merito di far conoscere non soltanto la sua città, ma anche la sua provincia, con immagini bellissime. Per esempio, vado da quasi ottant’anni a Martina Franca, ma i trulli che posta lui non li ho mai visti.
La Dogana
Da ragazzo andai a Manduria, a Fragagnano, a Sava, a Talsano, a casa della mamma del pittore Giuseppe Pignataro, ma mai a Maruggio, che era troppo distante. A Grottaglie sì, e vidi la moltitudine di capasoni sul terrazzo della bottega che li realizzava. Una foto storica. Ma De Florio riprende la scena da un’altra angolatura e mi piace di più. Da grande andai qualche volta in giro per i “satelliti” di Taranto, qui per acquistare da un editore libri sui briganti, lì per visitare ex compagni di scuola.
Allora mi piaceva girovagare, fare il pellegrino, per curiosità, per svago. Oggi rivedo quei paesi nella mia mente e invidio gli abitanti per il silenzio e la calma in cui vivono, se gli ambienti sono ancora così. So che vi si moltiplicano le iniziative culturali, gastronomiche, turistiche, come a Marzano di San Giuseppe, dove fanno falò monumentali di ulivi provenienti dalle potature in onore del santo protettore. Fragagnano non è da meno, motrice la biblioteca e la signora che la gestisce. Ma le caratteristiche, le bellezze le ammiro nelle foto di De Florio, che ormai costituiscono un patrimonio da collezionare.
Molte di quelle foto poi finiscono con musiche coinvolgenti nei video che lo stesso De Florio confeziona, con arte e competenza. E’ per me un regista mancato. In quei video celebra la cozza tarantina, i poeti, i musicisti che hanno dato lustro alla Bimare e così continua a tenere vivo il ricordo di quei personaggi. Le sue foto su Martina Franca mi esaltano: piazza Roma, il ringo, le case incappucciate: i trulli, circondati da viti nane, per dirla con Raffaele Carrieri; il foro Boario, dove si svolgeva il mercato degli animali e poi il mercato – ogni mercoledì - più grande, più rifornito, più policromo, più affollato.
De Florio in piazza Fontana

Dove la gente conversa, si scambia saluti cordiali, guarda, prova, sceglie, acquista. Vi si va anche per osservare, per incontrare un amico, per passare il tempo. Il mercato di Martina è famoso quasi in tutta la Puglia. I trulli, come coni di gelato a rovescio, con segni misteriosi, con palle di pietra poggiate sulle cuspidi, sono meta preferita da De Florio. Va spesso a Martina Franca, attrezzato di strumenti fotografici, si ferma in un tratturo, muri che parlano con le loro pietre antropomorfe, testimoni del tempo che passa, come gli ulivi saraceni, dallo zoccolo possente, dai tronchi qua e là dalle forme più svariate. De Florio punta l’obiettivo, cattura ciò che lo colpisce, anche i tramonti più suggestivi, l’asino che a Martina è un re, le masserie, magari riprese dall’alto, le bocche dei pozzi all’aperto, le chiese rurali, come quella dedicata alla Madonna della Consolata, sulla vecchia via per Noci… Quando è il momento lo vedi di fronte ai contadini impegnati nella vendemmia.
Questo tarantino sempre in movimento, attento a non lasciarsi sfuggire una preziosità paesaggistica, un lembo di terra della Valle d’Itria, dove si susseguono le viti o si stende la terra rossa amata dal grande pittore barese Filippo Alto, casa a Milano e casa per la villeggiatura a Figazzano, dove dipingeva sullo spazio che era stato l’aia e aveva una vedovella, una fontana che forniva acqua anche ai forestieri assetati.
Cardellicchio e De Florio

Sembra che una voce interna spinga De Florio a correre in ogni dove, a “le caggiùne” (ricordo un’ispirazione divertente di Diego Fedele) a San Giorgio, passando per Cesarino, la rinomata pescheria che ha sempre montagne di cozze del Mar Piccolo, ma anche “cacasànghe”, “spuènze”, vongole, granchi, dentici, gamberi, insomma tutti gli abitanti del nostro mare. Anche quelli a volte finiscono sotto l’occhio magico di De Florio, che ha una voglia matta di cogliere gli angoli più belli e significativi, che va ricercando come Francesco Petrarca la sua Laura. Valuta tutto ciò che attira la sua attenzione, se è interessante fa “clic” su lampare, pescherecci, vicoli e strìttele, “a chiàzze d’u relògge” (Diego Marturano), piazze, mare infuriate o docile, edifici storici, targhe fissate in onore di cittadini illustri, palazzi dalle facciate scortecciate, finestre tappate perché da restaurare. Insomma tutta Taranto e la sua provincia è nel suo archivio. Nel suo baule custodisce tante foto da poter riempire qualche centinaio di libri; ma anche giornali, riviste, ritagli dell’800 e prima. Si vuol sapere qualche notizia su Anna Fougez? Ti racconta la sua storia di cantante e attrice famosa nel mondo, nata a Taranto vecchia diventata una diva, tanto che all’età di 15 anni si esibì con Ettore Petrolini. E subito ti tira fuori scampoli di quotidiani e riviste, a cominciare da “La Voce del Popolo” dei fratelli Rizzo. E poi le foto o le cartoline d’epoca.
Barche sul Mar Piccolo
E’ uno studioso della sua città, pignolo, scrupoloso. Si vogliono sapere particolari della vita di Marc Poll (“A vuè mò?”), comprese le inesattezze che finora sono state dette? Eccolo pronto, senza l’aria di chi vuole salire sul podio, senza enfasi, senza vanagloria. E’ una persona seria, amante del dialogo costruttivo. Proprio adesso un mio ospite mi mostra Facebook con via D’Aquino, angolo via Acclavio. attraversata da un tram. Anni 30. A chi venne l’idea di smantellare i binari? Era proprio necessario? A chi davano fastidio, che danno apportavano alla città? Io avverto ancora l’eco dello sferragliare di questo mezzo di locomozione che andava dalla stazione ferroviaria a Solito, con binario di scambio in via Di Palma all’altezza del Cinema Odeon. Ne ha di cartoline d’epoca con i tram che corrono nella città vecchia lungo la ringhiera, sul ponte girevole, di fronte all’arsenale, da via Leonida a via Cesare Battisti, in fondo alla quale una volta c’era l’Arena Italia, che fronteggiava lo stadio Corvisea.
Cardellicchio, Giudetti, Presicci e De Florio

Il grande merito di Antonio De Florio – e non è poca cosa – non soltanto mostrare Taranto com’è, splendente, un amore, ma com’era, quando c’erano anche le carrozze, che parcheggiavano in piazza Maria Immacolata, dove tanti anni fa c’era la Standa. Ho un ricordo triste di quando frequentavo il collegio Manzoni in corso Umberto (avevo 11 anni?). Un giorno in quella piazza intitolata allora a Giordano Bruno trovarono dei pali; e si sparse la voce che qualcuno aveva l’intenzione d’impiccare quelli che avevano indossano la divisa nera. L’esecuzione grazie a Dio non avvenne, ma furono ore di paura. Ferdinando Bernardi, arcivescovo di Taranto fino al ‘61, per stabilire la pace, cambiò nome alla piazza intitolandola alla Madonna. Ho un ricordo chiaro, ma tutte le persone, anche uno scrittore di storie tarantine ha saputo darmi elementi su quelle pagine della nostra storia. Ma non ho chiesto ad Antonio, che in quell’occasione non conoscevo.
Giudetti fra i suoi quadri

Tornando a “Foto Taranto com’era”, oggi vedo una foto bellissima: barche a Mar Piccolo. Giorni fa ce n’era una colma di trecce di cozze. Le cozze dominano i video. C’è chi le apre e si cala il frutto in bocca, per dimostrare la bontà della nostra perla; un gingillo, “una cioccolatino” come dice qualcuno, regina delle nostre tavole.
Mi emoziono quando vedo una foto di Antonio con le barche colme di cozze, nel luogo in cui si allevano. E’ un momento di gioia quando le vedo emergere dall’acqua con l’abilità “de le cuzzarùle”, che le accarezzano, le decantano, le celebrano. Le cozze, si dice, sono l’oro della nostra città. Lo sanno tutti, non solo in Puglia e oltre. Anche a Milano chiedono le cozze di Taranto, Poteva Antonio De Florio non subirne il fascino fotografico”?

mercoledì 23 settembre 2026

I miei tantissimi anni a Milano

TUTTI CORREVANO E POI PRESI A CORRERE ANCH’IO

 



La Scala
Lo imponeva il lavoro di cronista sempre alla ricerca di notizie. Più corri e più puoi mietere. I ricordi di tanti incontri in Galleria del Corso.

 

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 


Sono a Milano da 62 anni e non ho ancora capito perché la gente vada sempre di fretta: quando va al mercato, quando esce dal metrò per tornare a casa, addirittura sotto i portici, luogo di passeggio. Per anni ho conservato il mio passo, arrivando sempre puntuale a destinazione.
Piazza Duomo

Come Nicola La Forgia di Trani, che faceva il bigliettaio sulla E, quando il bigliettaio c’era (oggi non è rimasto neppure la sua postazione) e il biglietto si poteva fare sui mezzi pubblici. Poi la figura è scomparsa e lui si è messo al volante di un carro-attrezzi. Ma quando era fuori servizio assumeva la camminata di don Abbondio. Con lui ogni sera giocavo a scopa, mentre le signore intrecciavano discorsi sulla vita quotidiana, sul prezzo della frutta acquistata al mercatino del giovedì. Si raccontavano tutto, anche di una donna accusata fra tra le bancarelle di aver condiviso l’alcova con il marito dell’altra, che si era poi scusata perché si era accorta di avere sbagliato persona.
Allora collaboravo con la pagina degli spettacoli dello storico quotidiano “L’Italia” e la sera andavo al circo (a quello di Liana o a quello Moira Orfei o al circo Togni) o a un’anteprima teatrale. E scrivevo. Andai alla stazione Centrale la sera dell’arrivo dei Beatles, assistetti allo spettacolo dei quattro di Liverpool al Vigorelli. Poi al giornale per mettere giù il pezzo. Il capo degli Spettacoli Graziano Motta mi spediva anche fuori Milano: una volta anche a San Miniato per “Riunione di Famiglia”, e conobbi Gian Maria Volontè, Rossella Falk, Luigi Vannucci e il regista Ferrero.
Palazzo del Giorno
Al circo Togni mi recai non per vedere clown, leoni, cavallerizze: un temporale aveva stracciato lo “chapiteau” ed era rimasta soltanto la pista. Per solidarietà alcuni artisti decisero di esibirsi per solidarietà; e incontrai Lialiana Feldman, Roberto Brivio, Febo Conti e la moglie, Evelina Sironi e il maestro Giovanni D’Anzi, che alla fine ci invitò tutti a casa sua, in via Boscovich, all’ultimo piano, dove sul terrazzo zampillava una fontana.
Un’altra sera in un centro culturale di corso Emanuele conobbi Dario Fo e Franca Rame. Era il tempo in cui le case discografiche stavano in Galleria del Corso, dove prima del Festival di Sanremo ascoltavano le canzoni in gara. Una volta arrivai in ritardo e perdetti quella di Tony Renis, “Quando quando quando”; telefonai a casa e Tony, gentilissimo, mi cantò il brano al telefono. “Gli dissi: “Vincerai” Sanremo”, ma per fargli un complimento, senza crederci davvero; e mi guadagnai il titolo di sensitivo. Non è vero che a Milano a quei fenomeni strani sia vietato l’ingresso.
Sempre in Galleria del Corso feci una chiacchierata con Domenico Modugno, proprio il giorno in cui lui andava a firmare il contratto con la Carosello e io a prendere dei dischi da recensire. Sempre in quella Galleria, quasi sotto il Duomo, m’imbattei in Memo Remigi e in Orietta Berti in compagnia di Osvaldo. Una mattina, seduto a un tavolo esterno del Bar Haiti, vidi Rosario Borrelli, l’attore che aveva preso parte al film girato a Taranto “Marinai, donne e guai”, con Antonio Cifariello, Alberto Bonucci, Inge Shoener. Mi offrì una bibita e mi raccontò le sue disavventure con la Casa cinematografica, che a suo dire preferiva Lello Arena. Conobbi anche Alberto Lupo e nel suo negozio di dischi di via Coni Zugna Alberto Testa, che furoreggiava con “Io sono il vento”.
Porta Venezia

A un tavolo del Bar Donini, in piazza San Babila, a mezzanotte, intervistai Ernesto Calindri, che stava recitando al San Babila “Uno sporco egoista”.
Mi coinvolsero nell’ufficio stampa del film “L’Immensità” e riempii i giornali di foto, comprese quelle di Don Backy su “Oggi” e della Caselli con il gambone disseminato di firme sul “Il Giorno”, che allora era ancora il mio sogno. Quando avevo tempo facevo un salto da Mario Ligonzo, già responsabile della pagina politica del “Corriere del Giorno”, assunto a Milano dal “Corriere della sera” e alloggiato in un residence di corso Garibaldi, lo stesso di Nino Manfredi e di altre personalità dello spettacolo. Un giorno parlai con un signore anziano, bassino, sottile, coppola in testa, che faceva il posteggiatore proprio di fronte. Era discreto, silenzioso, educato. E mi fece una rivelazione: era il fratello o il fratellastro di Tina Pica, la simpaticissima attrice che animava le scene di molti film di De Sica. Dopo qualche anno, al commissariato Ticinese l’ispettore capo Armando Sales mi disse che nel vicino corso San Gottardo un vecchietto era stato trovato morto dopo cinque giorni dagli inquilini dello stesso ballatoio: sentivano suonare la radio a tutte le ore continuamente, erano entrati dalla finestra, facendo la scoperta. Viveva solo. Ero al “Giorno” e il capocronista Enzo Macrì, che veniva dall’”Europeo”, m’invitò a fare un’inchiesta sulla solitudine degli anziani. Erano tanti. E tanti avevano un gran bisogno di compagnia.

Il Naviglio Grande 


I commissariati erano un serbatoio di notizie. In quello di via Novara tirai fuori una chicca: Un cane aveva notato un portafoglio su una panchina del parco; lo aveva agguantato e portato al posto di polizia, all’ufficio denunce, come aveva fatto il padrone tempo prima. L’episodio suscitò incredulità, ma io avevo letto le carte. Mi trovai per caso in un altro commissariato, quando vidi entrare fra due poliziotti Alì Babà, soprannome derivato dalla convinzione che fosse titolare di un patrimonio enorme accumulato con il mestiere di ricettatore. Un “trombettiere” mi riferì che mentre era di fronte al maresciallo che stava stendendo il verbale per poi mandarlo in carcere scoppiò a piangere, supplicando il sottufficiale di concedergli una telefonata per pregare il suo vicino di prendersi cura del cucciolo, che restava solo in casa. Dopo qualche tempo seppi che era morto in cella, leggendo un articolo di Paolo Chiarelli sul giornale di via Solferino.
Caracciolo e Giuliani

Una sera a cena con cronisti e poliziotti il maresciallo Ferdinando Oscuri, mio grande amico, mi sussurrò una storia. Due ospiti dell’albergo popolare, mentre rientravano notarono in un’auto una valigetta. Uno disse di volersela prendere e l’altro gli consigliò di rinunciarvi per non mettersi nei guai. Non venne ascoltato e in pochi minuti la valigetta era già fuori del finestrino. “Qui c’è tanta chincaglieria che sembra oro, me la porto via” urlò il possessore. S’infilò tra le vie di Porta Genova, entrò in un’osteria, chiese un bicchiere di vino e donò all’oste un oggetto. Le donne presenti, falene professioniste, gli si fecero intorno e lo accarezzavano, lo abbracciavano, guadagnandosi ognuna un regalo. Quello beveva e loro lo incoraggiavano e lui assottigliava il contenuto della valigia. Una lo invitò a ballare, ma l’uomo ormai era strafatto. Passarono ore e lui uscì all’aperto, s’infilò un anello al dito e lasciò cadere il contenitore vuoto e si stese su una panchina e si addormentò.
Fu svegliato all’alba dalla polizia. “Hai sperperato un tesoro. A chi lo hai dato?”. “Tesoro?”. “Sì, quello che hai distribuito stanotte”. Guardò il dito e l’anello non c’era più. Qualcuno glielo aveva rubato mentre dormiva.
Oscuri, Giannattasio, Presicci

Ovviamente finì di smaltire la sbornia in questura, ma continuò a non ricordare granchè, soprattutto le facce. Oscuri era in pensione come me da tempo, poi lui si ammalò, non poteva muoversi dal letto, io andavo a trovarlo spesso e lui mi raccontava tante cose. Era stato il migliore, tanto che i funzionari gli davano del tu. A parte Enzo Caracciolo, un capo della Squadra Mobile severo, che lasciò il servizio con la qualifica di questore e lo scrupolo di non aver potuto risolvere l’omicidio di Simonetta Ferrero, uccisa all’Università Cattolica di Milano. Me lo confidò durante un’intervista che gli feci in occasione della serie “La polizia racconta”.
Ho memoria di tantissime cose, ma non ho mai voluto imparare il dialetto meneghino. Solo l’espressione “Ghe pensi mi”, perché la usava Tino Scotti in una pubblicità di “Carosello” e la usò una sera nel foiyer di un teatro, mentre intervistavo lui e Claudio Villa, ancora arrabbiato per un furto subito durante una “tournèe” all’estero.
Avevo cominciato anch’io ad andare di fretta, ma perché me lo imponeva il lavoro di cronista.

mercoledì 16 settembre 2026

Ancora successo per la Sagra di Crispiano



IL PEPERONCINO PICCANTE E’ UN “PONTIFEX MAXIMUS”

 



Peperoncini pendenti (foto La Fratta)
La folla non si è fatta scoraggiare dal caldo e ha animato la festa in onore della spezia che ha ”fans” in tutto il mondo. Il ricordo di un grande, Michele Annese

 

 

 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI

 
Mister peperoncino piccante celebrato a Crispiano, nei primi giorni di settembre. Nonostante il caldo, che sembrava voler assottigliare il numero dei seguaci, che di solito partecipano all’evento. “’U puperrùsse asquànde” è un’autorità, un simbolo e nessuno può avere la forza di giubilarlo.
i De Lucreziis (foto Laddomada)

Gli “stand” erano quindi regolarmente frequentati, e le polpette, le mozzarelle, le friselle, addirittura il caffè e il gelato, che ognuno impolverava di “habanero” o di altri suoi confratelli vulcanici quanto lui, erano come al solito molto richiesti. Gli adoratori “d’u puperùsse asquande” sono davvero tanti e li si vedeva passeggiare come a una festa patronale.
C’era anche chi non appariva un patito della spezia, faceva solo la ronda da un capo all’altro di via Martellotta, fino alla piazza che fronteggia la chiesa di san Michele Arcangelo, per curiosità e per spasso, salutando con entusiasmo chi veniva dal senso opposto. Insomma, la sagra è stata comunque partecipata, per la gioia degli “Amici da sempre”, il gruppo di cui fanno parte i De Lucreziis, anima e cuore della festa, sulla quale aleggiavano persone indimenticabili, come Michele Annese, che è stato l’ispiratore della cultura e di tante manifestazioni rimaste nella memoria di chi ne ha.
Stand del prof. Biagi

Non era presente, se non in spirito, neppure il professor Biagi, docente all’università di Pisa ed esperto di peperoncino (allestiva la sua postazione distinguendola con lo striscione “Peperoncini nel mondo”, provvista di decine e decine di piatti con ogni specie in polvere di diversi colori, tanto da dare l’impressione di trovarsi davanti a una grande tavolozza).
Sono andato tante volte alla sagra del peperoncino piccante di Crispiano. Già un mese prima aspettavo con ansia l’appuntamento con Michele, che dopo avermi tenuto a pranzo nella sua bella casa, verso le 20 sentivamo il richiamo di quella sostanza che manda in visibilio il palato. Camminavamo commentando e io con l’altro orecchio, ascoltavo i commenti. Detto sottovoce, sentii una signora sui sessanta bacchettare il marito: “Ha davvero tutte queste capacità erotiche questa virgola? E allora che cosa aspetti a comperarla?”. Un esperto mi ha illuminato: “Essendo un vasodilatatore, la bella figura la può far fare nell’alcova”. Serviti gli increduli. Le esaltazioni del festeggiato erano le più diverse. L’intellettuale sosteneva che fu Cristoforo Colombo a portarlo in Europa nel 1494; che nel mondo se ne trovano oltre 1600 varietà e che i maggiori consumatori sono stati Greta Garbo, Gregory Peck, Bernard Russell, Anna Magnani, Anthony Quinn; e lo sono Robert De Niro, Gianfranco Fini e tantissimi altri.
La banda (foto Laddomada)

Ottime le esibizioni di una banda di ragazzi: soddisfatti gli “chef” tra i fornelli, i loro assistenti, i titolari degli “stand” decorati con vasi, vasetti, cesti, coppe e tanti altri contenitori e mazzi di spezie appesi al soffitto, inchiodati alle pareti o deposti su un mobile, sul bordo di banconi, compreso quello degli “Amici da sempre”; “bouquet” fra le braccia di giovani e signore anziane, ragazze con grembiule cremisi in onore del peperoncino, grosse coppe con “bouquet” di peperoncini, padelle con orecchiette e carne al peperoncino. Una goduria per gli appassionati.
La memoria si apre su edizioni non tanto lontane, come quella in cui entrarono in azione le parrucchiere, incaricate d’ispirarsi al peperoncino nelle architetture in pubblico sulle capigliature di giovanette molto carine. Le professioniste ce la misero tutta anche perchè poi le “dive” dovevano sfilare con corolle di peperoncino al collo. Le enormi “collane” erano dietro le quinte del palco e il diavolo entrò in azione, facendole sparire con l’aiuto di un ladruncolo e quando gli organizzatori andarono per prenderle rimasero di stucco. Un giallo nell’atmosfera tinta di rosso. Erano già state annunciate, per cui a nulla valsero le dichiarazioni per giustificare il... “neo”.
Orecchiette al peperoncino (foto Laddomada)

Qualcuno per attenuare il colpo se ne uscì con una battuta banale: “Cose che accadono ai vivi”. Certo non può accadere a chi se n’è andato tra le nuvole, dove i ladri non hanno diritto di cittadinanza. La sfilata si fece ugualmente, tanto la novità stava nell’acconciatura dei capelli e va detto che le parrucchiere si rivelarono artiste del pelo e le “modelle” vere portatrici del bello. Il racconto fa parte della storia. In quella storia entra anche Giorgio Di Presa, che ha un negozio di erbe su via Taranto a Martina Franca: calato nella sua divertente maglietta che porta il suo nome catturava simpatia con le sue battute esilaranti. Un nome dunque noto tra i “fans” della sagra. Come quello di Vito Santoro, fisarmonicista eccellente, che anni fa si propose di far rinascere la serenata a Crispiano, elettrizzando le coppie, già pronte lei per uscire a mezzanotte in vestaglia sul balcone e lui giù con i suonatori, di solito tre: violino, mandolino e mantice.
Clienti alla sagra (foto La Fratta)

Quanti ricordi porta con sé la sagra del peperoncino di Crispano. Anche il prete della chiesa intitolata a san Michele, che scrisse un paio di libri su Crispiano com’era una volta, in cui parlava anche dell’albero della cuccagna: un palo cosparso di grasso che un gruppetto di contendenti doveva scalare per arrivare a un ben di Dio pendente sulla cima.
Com’era Crispiano? Io conosco Crispiano com’è. Me l’ha presentata Michele, che dispensava cultura non solo attraverso i libri e organizzava, inventava o sosteneva iniziative che davano lustro alla città e l’aiutavano a crescere. A Crispiano Michele era un principe alla mano: e alla sagra del peperoncino tutti lo salutavano cordialmente; qualcuno lo avvicinava e gli stringeva la mano in segno di amicizia e di ammirazione. Non me la sento di parlare di questa solennità senza ricordare Michele, che la condivideva e incoraggiava. Via Martellotta era per lui un’attrazione irrinunciabile, ma anche una curiosità. “Quest’anno ti riservo una sorpresa - mi disse, ecco lo ‘stand’ del professor Biagi, che il peperoncino lo coltiva: lì c’è una sua pianta esclusiva”. Tra i ricordi anche l’incontro tra Vito Santoro e il cestaio Antimo Calò di Oria, che ai margini della sagra intrecciava vimini per creare cesti. E i miei dialoghi con Alfredo De Lucreziis, che mi illustrava le virtù del peperoncino, i luoghi in cui viene coltivato, i primati delle specie (allora detenuto dall’habanero); Diamante, in Calabria, dove si svolge una sagra nazionale con personaggi che assumevano anche un chilo di peperoncino per vincere (e oggi?...). A Diamante pubblicavano una rivista in carta patinata in cui si raccontava tutto della prelibatezza. A realizzarla era il giornalista Mario Monaco.
la Chiesa di san Michele Arcangelo (foto La Fratta)

Il peperoncino è diffuso in tutto il mondo e tra i tifosi vantava, a quanto si dice, anche Mao tsè-tung. A Crispiano nei primi giorni di settembre si apprendono tante cose: gli “chef” hanno da raccontare quanta spezia spargono sui fagioli e su ogni altro cibo. Il peperoncino è un “pontifex maximus”. Del resto, se non svolgesse questo ruolo, se non fosse una delizia del palato, gli si dedicherebbe una cerimonia così importante? I celebranti “Amici da sempre” ne vanno fieri, come quando allestiscono con pane o biscotti scaduti i loro presepi originali di grandi dimensioni. A questa sagra tanti anni fa conobbi anche il dottor D’Addario, presidente dell’associazione “Habanero” di Oria. Feci un salto da lui e gli feci tante domande sulla spezia: scartò le dicerie e mi dette sommarie conferme di caratteristiche speciali che riguardavano anche gli usi presso società e famiglie di una volta. Mi regalò una copia della rivista di Diamante. Michele mi consegnò un libro che avrebbe allargato la mia poca conoscenza della specialità e io ne acquistai altri nella libreria di via Ceglie a Martina Franca. Lessi che bisogna stare attenti ai primati, che cambiano con la velocità del suono.
Questa sagra la porto nel cuore. Da quando se n’e andato Michele mi tengo informato, osservo le fotografie che mi mandano gli amici, tra cui il fotografo artista Carmine Lafratta, con studio a Lama, che gira il Paese per ritrarre carnevali, sagre, luoghi storici, fiori, volti, animali con colpi d’occhio originali, Anche Silvia Laddomada mi ha fatto avere quelle scattate da lei.
Da quando è stato scoperto, questo cornetto vegetale è venerato in molti Paesi. Lo ribadiva a Crispiano un tale magro come un’acciuga, scamiciato, pelato, baffi e barba mezza nera e mezza bianca. Diceva, tra l’altro, sgranghendo le gambe, che la spezie più piccante è quella denominata pepe di Cajenna o paprica. Insomma, frequentare questi “riti” serve anche ad allargare le proprie conoscenze.

mercoledì 9 settembre 2026

Il ricordo di Nino Palumbo

SCRITTORE DI TRANI TRASMIGRO’ A MILANO

 

 


Nino Palumbo
Autore di “Pane Verde”, del “Serpente malioso” e non solo, si laureò con sacrifici e poi si trasferì in Liguria. Ma nella terra del Porta tornava quando ne sentiva il desiderio.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 

Era conosciuto più all’estero che nella sua città natale. In Cile, in Germania, in Olanda leggevano “Pane verde” di Nino Palumbo, e meno a Trani. Accade spesso che il detto “nemo profeta in patria” si avveri. Lo conobbi grazie al grande pittore Filippo Alto, che della sua terra, Bari, e anche dei dintorni e non solo sapeva tutto, di molti era anche amico.
Azzella, Palumbo, il sindaco di Trani, Lezoche

Qualche tempo dopo me lo presentò a Milano il commercialista Giacomo Lezoche, che raccoglieva libri, documenti, lettere, opuscoli, tutto ciò che riguardava gli autori pugliesi. Un giorno d’estate mi invitò a pranzo a Trani nella sua bella e luminosa casa delle vacanze, il cui terrazzo si affacciava sul porto; e mi mostrò il suo archivio, ricco di preziosità. Aveva un altro ospite, un amico comune, il baritono della Scala Giuseppe Zecchillo, che si mostrava molto interessato a quelle carte: aveva lontane origini pugliesi e, pur vivendo a Milano con studio in via Fiori Chiari, a Brera, non dimenticava le sue radici.
A Trani Peppino visitò le chiese, parlò con la gente, aspettò le barche per vedere scaricare il pesce e passò un po’ di tempo nella sala in cui era in corso una mostra del pittore lombardo Ventura. E chiese anche lui a Lezoche notizie di Nino Palumbo. Poi scendemmo ed entrammo nel ristorante, dove l’ospite scambiò alcune parole con il titolare e poco dopo il cameriere ci servì un sarago imponente e allettante. Parlava del legame dello scrittore con l’Associazione regionale pugliesi, di cui ricordava il numero di telefono di allora, nonostante fossero passati tantissimi anni. Un segno dell’affetto per la Puglia e per il suo associazionismo a Milano. Lezoche parlava Dell’Airp di Milano, di cui era stato presidente. Il sodalizio di quei tempi non era quello di oggi: una fucina sempre attiva.
Il baritono Giuseppe Zecchillo a Trani

Quel giorno Lezoche m’illustrò la figura di Palumbo in modo icastico: sapeva tutto di lui, e ne parlava con entusiasmo. Dopo un po’ lo incontrai: uomo tranquillo, di poche parole, disponibile, di notevole cultura. Lo conobbi in occasione di una manifestazione pugliese, credo al Cida (Centro informazioni d’arte), in via Brera, di fronte alla prestigiosissima Galleria d’Arte “Apollinaire” del grande, stimatissimo, coraggioso martinese, Guido Le Noci. Non intervenne. Seduto in prima fila con Lezoche e Filippo Alto, seguì attentamente lo svolgimento della serata e promise che sarebbe tornato a incontrare i suoi corregionali. Lo ritrovai in una fotografia pubblicata nel 1986 dal Cenacolo professionale Solferino – edito da Schena – con Mario Azzella, giornalista e documentarista della Rai, Nicola Baldassarre, allora sindaco di Bari e lo stesso Lezoche.
Accennò all’emigrazione meridionale, “che meriterebbe di essere maggiormente approfondita non tanto nelle sue cause, ben note e analizzate,, quanto per definire, attraverso un’indagine accurata, il quadro del contributo che al fenomeno migratorio dovettero offrire le singole categorie di lavoratori…”. L’emigrazione era uno dei temi dell’attività letteraria di Nino Palumbo; oltre alla scuola, laboratorio di formazione e crescita. Nelle opere di Nino Palumbo palpita la speranza per un futuro migliore, per una conquista di una posizione di sicurezza e tranquillità, superando la fame e la sfiducia. Ho letto più volte “Pane Verde”, la sua opera più nota edita dalla casa editrice Parenti nel ‘61; e “Il treno della speranza”, edito da Mursia nel ‘67. Ma non ho lasciato a impolverarsi sugli scaffali altri lavori dell’autore, come “Il serpente malioso”, dato alle stampe dagli Editori riuniti nel ‘67; “L’impiegato d’imposte”, Mondadori, ‘57… 
Pinacoteca di Brera

Tante opere, tradotte in molti Paesi stranieri, dalla Russia alla Polonia. Nino Palumbo era dunque uno scrittore prolifico e ragguardevole. Veniva da una famiglia povera e numerosa e fu costretto ad abbandona gli studi. Suo padre era un tappezziere e faceva fatica sostenere le spese pr la scuola. All’età di 11 anni traslocò con la famiglia a Bari, quindi nel capoluogo lombardo. Correva il 1938. Qui per nutrirsi culturalmente non aveva che le biblioteche e le scuole serali, che gli dettero la possibilità di conseguire il diploma di ragioniere.
Lavorava in un ente pubblico e studiava. Il figlio del tappezziere cresceva, arrivando alla laurea in Scienze Economiche e Finanziarie. Prese la maturità classica e deviò verso Giurisprudenza, da qui a Lettere. Studiava sempre, anche durante il servizio militare, concluso nel ‘46. Fece il consigliere comunale a Rapallo, fondò la rivista “Letteratura e Arte”, vinse premi importanti. Nel marzo del 1983 Nino Palumbo morì. Gli è stata dedicata una via. Molti critici letterari e giornalisti hanno scritto di lui e dei suoi libri. Hanno analizzato la personalità dello scrittore tranese, sono entrati nel vivo delle sue opere e anche nella sua vita a San Michele di Pagana, tra alberi secolari e ombrosi che ristorano l’anima. Hanno esplorato il suo ambiente e tutto quello che ha fatto, i contatti che ha avuto con la gente dei vari luoghi, che sono stati la sua seconda università (titolo di uno dei tanti libri).
Pagine su Palumbo

Bisognerebbe rinvigorire il ricordo di questo autore che ha onorato la Puglia. Per questo mi permetto di rivolgere un appello all’Associazione regionale pugliesi, e in particolare al generale Camillo De Milato, che sta in plancia all’ammiraglia, che trasporta gran parte della cultura meridionale, con premi importanti, presentazioni di libri, gite di apprendimento di paesi e città… Anche Palunbo fondò premi (“Rapallo Prove”…), dette anima a giornali, collaborò a varie testate, compresa “La Gazzetta del Mezzogiorno”, con la Rai e con la Televisione svizzera ed era stato molto vicino all’Airp di altri tempi, quando non aveva i soci che vanta adesso e non era la sede di quell’architettura di iniziative che è oggi.
Palumbo era nato il 15 aprile del 1921, si era laureato dopo la guerra, aveva sposato Donatella. Uomo mite, garbato, di poche parole, era rimasto sempre legato alla sua terra, la Puglia, che ha fornito tante eminenze, Raffaele Nigro, per esempio (“I fuochi del Basento”…); Giancarlo De Cataldo (“Romanzo criminale”); e altri ancora. Ma ho l’impressione che Palumbo sia stato dimenticato. Si faccia ripartire il suo treno, non soltanto quello del suo romanzo (“Il treno della speranza”). Quel treno anche nella realtà, sempre affollato, con i viaggiatori che fuggendo dalla fame si catapultavano attraverso i finestrini, perché l’entrata delle piattaforme era intasata. Uomini che dormivano in piedi nel gabinetto di decenza, altri nel corridoio, imbacuccati; e quando nel grandissimo ventre della stazione Centrale di Milano scendevano dai predellini erano smarriti, pensando al loro paese, dove magari la stazione era una bomboniera. E cominciava la fatica della ricerca del lavoro, che poteva non presentarsi, quindi altre sofferenze, altre incertezze. Non solo in Italia, al Nord, ma anche in America, dove tra l’altro venivano indicati con il nome “Spaghetti”.
Zecchillo a sinistra, Lezoche a destra

Di questo parlava Nino Palumbo, come della famiglia, della scuola. Nino Palumbo è stato uno scrittore di grande rilevanza: ebbe anche una corrispondenza con Elio Vittorini. Era infaticabile. La sua vita era la letteratura, raccontare il mondo, le esigenze, le attese, le delusioni. Una delle volte che lo incontrai a Milano gli promisi che sarei andato a fargli visita in Liguria e lui si mostrò lieto della promessa. Poi le vicende della vita si frappongono ai progetti e non potetti mantenere l’impegno. Dopo la sua morte nell’83, si tenne una giornata nazionale di studi su Nino Palumbo, a Rapallo. Filippo aveva in programma di riservare una delle sue serate a Figazzano, a un tiro di fionda da Martina Franca, a Nino Palumbo, che aveva conosciuto e rispettato. E pensava di parlarne anche a Giuseppe Francobandiera, che molti consideravano un mito per le manifestazioni che organizzava al Circolo Italsider, tutte di elevatissimo respiro, come il “Teatro sull’erba” (assistetti a una commedia interpretata da Luca De Filippo), che calamitò un pubblico scelto e numeroso. I propositi naufragarono per la morte del grande pittore pugliese in seguito a un incidente stradale e per quella dell’inimitabile operatore culturale, che a sua volta aveva una cultura profonda.  

mercoledì 2 settembre 2026

La bella storia di un poliziotto severo

ALBERTO SALA HA COLLABORATO CON LE POLIZIE DI MEZZO MONDO

 



Alberto Sala
Era riservato, scrupoloso e difendeva le indagini dalle insistenze dei cronisti più incalzanti. Lavorò con l’FBI e con la Dea, riscuotendo stima e onori.

 

 
 
 
  
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Non ha nulla a che fare con l’ispettore Callaghan. E rifiuta ogni paragone con Serpico. Lui è semplicemente Alberto Rocco Maria Sala, già Ispettore Superiore della Polizia, investigatore acuto, dotato di un fiuto felino, di un’intelligenza intensa. E’ un uomo possente, dal passo svelto, dal sorriso comunicativo, dalla risposta pronta.
Riconoscimento ad Alberto Sala

Ha collaborato con le polizie di quasi tutto il mondo, fatto indagini delicatissime con l’Fbi e con la Dea, si è infiltrato in organizzazioni criminali pericolose, ha mandato al “gabbio” pellacce di ogni tipo, si è occupato di omicidi e di sequestri, traffico di sostanze stupefacenti, di riciclaggio di denaro sporco, reati finanziari. Eppure, se ti sta seduto di fronte sembra un docente di filosofia che quando entra in classe viene accolto dagli gli studenti con un “ciao”.
Alberto Rocco Maria Sala l’ho conosciuto quando era uno dei pilastri della Squadra Mobile di Milano. Si comportava come una persona qualunque, al vecchio bar di via Fatebenefratelli conversava di tutto meno che del suo lavoro, lasciando a bocca asciutta i cacciatori che avevano bisogno di riempire il carniere di notizie. Era molto riservato e scansava quelli che cercavano a tutti i costi di fargli strappare la tela di un’indagine particolare.
Tangentopoli cominciò da lui e da Nino D’Amato, promosso poi questore e deceduto un anno fa. Come poliziotto Alberto ha la scorza dura, è inflessibile e sa guardare lontano. Non per nulla ha una raccolta di encomi solenni, premi, riconoscimenti anche dall’Fbi.
Alberto Sala a sinistra

Quando avevo bisogno di una “chicca” non mi rivolgevo mai a lui, pur stando seduti a un tavolo del bar di piazza Cavour, luogo d’incontro dei giornalisti del “Giorno”, della “Notte”, della “Stampa”, dell’Adnkronos con le redazioni nel Palazzo dell’Informazione. Neppure le cesoie gli avrebbero fatto aprire bocca. Ciononostante lo stimavo e lo stimo. C’erano momenti di carestia per i cronisti e né lui né Vito Plantone, detto il “re delle notti milanesi (poi Questore di Palermo e…), né Ferdinando Oscuri fornivano qualche filo di biada. Le indagini costano fatica, sacrifici, richiedono notti in bianco, un lavoro duro e non può essere la leggerezza di un momento a mandarle in fumo. I cani da tartufo comunque imboccavamo vie traverse.
Dopo tanti anni, eccolo, Alberto Rocco Maria Sala di fronte a me, dopo aver accettato di aprire un varco nella sua biografia. Più che un varco uno spiraglio, perché fra l’altro non ama parlare d sé, di sciorinare una vita trascorsa fra tentativi di agguati e altri pericoli. Il coraggio è stato il suo mestiere; un coraggio mai ostentato, mai dichiarato per rivelare segni di gloria.
Alberto Sala e il prefetto Paolo Scarpis

“Dunque, Alberto, veniamo a noi”. Sa già quello che deve dirmi e non aspetta la domanda. “Negli anni ‘70 ero prossimo al servizio militare, allora obbligatorio, e un amico della palestra di judo mi disse che proprio in quell’anno la polizia (P.S. militare) dava la possibilità ai giovani di ottima salute e in possesso di titoli, di svolgere questo dovere nel loro Corpo. Feci la domanda e venni convocato presso la Scuola Sottufficiali di Nettuno. Seguii le prove attitudinali, le visite mediche e ottenni l’idoneità all’arruolamento e inviato alla Scuola Allievi di Trieste. In quel periodo studiai i Codici di Giurisprudenza, frequentai la squadra sportiva delle ‘Fiamme Oro’ di judo, dove con il passare del tempo diventai maestro”.
Durante il corso partecipò anche alle operazioni di soccorso per il terremoto del Friuli del 6 maggio ‘76 (990 morti e danni per 4.500 miliardi di lire), in quanto la scuola era anche Reparto di Soccorso Pubblico.
Per le sue capacità e per i suoi titoli venne selezionato per la Scuola Tecnica di Polizia di Roma, dalla quale uscì primo; e fu assegnato al Reparto Autonomo del Ministro dell’Interno. Allora, venne anche impiegato con altri colleghi al servizio di sicurezza e ordine pubblico, confrontandosi quasi quotidianamente con il terribile fenomeno terroristico in particolare delle Brigate Rosse”.
Alberto Sala e l'elicottero

La sua bravura fu riconosciuta e acquisì il grado di maresciallo, assegnato a Firenze, dove nell’arco di quasi 5 anni, acquisì il comando di una squadra speciale antisequestro con la direzione dell’allora vicecommissario Antonio Manganelli (poi promosso Capo della Polizia) e con la supervisione dei PM Vigna e Flery.
Quando Capo del Governo era Giovanni Spadolini, ebbe il compito di gestire la sicurezza del Presidente del Consiglio con 50 agenti. In seguito vinse il corso di pilotaggio di elicotteri presso l’aeroporto militare di Frosinone. “Ma il grande salto di qualità a livello nazionale e internazionale lo feci quando fui accolto alla Squadra Mobile della Questura di Milano diretta da Achille Serra, precisamente nella sua segreteria particolare, essendo programmatore informatico”. Era già in possesso inoltre del Nulla Osta Segretezza – Livello N.A.T.O.
Alberto parla piano, a voce bassa come un prete che punisce i peccati nel confessionale. Soprattutto con il ritmo di chi scava nella memoria per essere precisi, non sbagliare una data, una circostanza, un nome.
Alberto Sala, Piero Colaprico e Presicci su un terrazzo sotto l'elicottero

“Ben presto la mia voglia di svolgere indagini di polizia giudiziaria di alto spessore e livello trasmigrò nella squadra Omicidi, dove, oltre a svolgere le indagini, mentre i suoi colleghi finito il turno tornavano a casa, lui pescava tra i fascicoli dell’enorme Archivio i casi più eclatanti, compresi quelli di corruzione, e grazie a queste sue incursioni nelle carte non ingiallite Antonio Di Pietro e gli altri giudici di “Mani Pulite” scatenarono il finimondo.
Una carriera brillante, quella di Alberto Rocco Maria Sala. Di lui hanno parlato spesso i giornali. “Il Sole24 Ore” del luglio del 2025 lo ha citato: “Alberto Sala, componente la Commissione Antiriciclaggio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano”.
A sinistra Sala a destra Savagnani

In un altro, di cui non si vede il titolo, con tanto di foto, “Alberto Sala porta in carcere un personaggio rilevante della ‘ndrangheta”. Dopo una grande operazione condotta dalla squadra di Manganelli, di cui faceva parte Alberto, “I fiori di San Vito”, contro le ‘”ndrine”, gli investigatori illustrarono le tante persone neutralizzate e un documento che riguardava un elenco dei “quadri” della cosca, in gergo “fiori”, dalla sorella di omertà allo “’ndranghetista di sgarro”. “La “sorella di omertà” ha vari compiti importanti, tra cui quello di essere guardiana del silenzio totale per salvaguardare l’integrità della “corporazione”.
Insomma Alberto Rocco Maria Sala è stato un numero uno di via Fatebenefratelli 11 e ha tenuto alto il prestigio della Polizia italiana nel mondo. In un libro di Sandro Ravagnani, che fu per 40 anni capo ufficio stampa delle attività artistiche di Moira Orfei, definisce Alberto Rocco Maria Sala “l’ultimo dei dinosauri”. E ne racconta con scioltezza la storia, le aspirazioni giovanili, il rispetto per la famiglia e per le tradizioni, il senso di responsabilità e del dovere, la riservatezza sulle sue origini nobiliari, le frequentazioni ad alto livello, la specializzazione nell’ambito delle consulenze delle norme europee su anticorruzione e antiriciclaggio.
Foto di gruppo in primo piano Filippo Ninni e Alberto Sala

Una bella storia, quella di Alberto Rocco Maria Sala, con un nonno maresciallo delle Guardie Forestali deceduto mentre svolgeva il suo servizio. Ravagnani lo conosceva bene e quindi sapeva che se qualcuno avesse chiesto ad Alberto che cosa desiderasse fare da grande, avrebbe risposto: “Un lavoro basato sul rispetto degli altri”, che è basilare per la convivenza civile”.
Il protagonista del nostro racconto – sostiene Sebastiano Sandro Ravagnani, purtroppo volato via troppo presto - ha ereditato un nome importante che fin dalle prime battute rappresenta più di una pagina del nostro Paese…”. Una storia, una fiaba, quella di Alberto. Quando Sandro lo intervistò e gli fece quella domanda d’obbligo (che cosa vuoi nella vita) risposte d’istinto l’ambasciatore, ma si corresse e disse “il servitore dello Stato”.
E questo è stato davvero. Quando lo Stato chiama occorre muoversi e lui ha risposto con slancio ad ogni appello, meritandosi, fra le altre, l’onorificenza di “ Cavaliere della Repubblica”.
Quante volte l’ho intercettato nei corridoi e nelle stanze della questura e nell’ufficio di Achille Serra o in quello di Nino D’Amato durante le conferenze-stampa. Lui era lì, tra i protagonisti delle indagini, ma non invadeva mai il campo, non usciva mai dal seminato, se non era interpellato. Come quando la Mobile nel gennaio dell’86 scoprì in un abbaino cento chili di eroina e 50 milioni di lire.

mercoledì 26 agosto 2026

Nostalgia dei tram di Taranto

UN BIGLIETTO DA VISITA STRAPPATO ALLA CITTA’

 



Tram vicino all'arsenale
Correvano sferragliando dalla stazione
all’arsenale e da qui a Solito. “Avanti c’è posto”, urlava il bigliettaio ai viaggiatori, con la mano incollata alla maniglia e a quelli bloccati sulla piattaforma.

 

 
 
 
 
 
 
 







ANTONIO DE FLORIO E FRANCO PRESICCI

Le foto sono della collezione privata di Antonio De Florio



Tantissimi anni fa a Taranto circolavano i tram. Andavano dall’arsenale alla stazione ferroviaria (era la linea 1); e dall’Arsenale Solito (linea 2).
Il tram in fondo

Vederli sferragliare era uno spettacolo. Soprattutto in via di Palma di fronte al cinema Odeon - da tempo chiuso - dove c’era il binario di scambio: il tram che arrivava prima rimaneva fermo fino all’arrivo dell’altro. I ragazzini, e non solo loro, viaggiavano gratis, stando sul predellino; e quando compariva il controllore lasciavano la postazione in corsa. Era una specie di divertimento. Ma anche una necessità per chi non aveva i soldi per il biglietto.
Spesso ci si domanda a chi sia venuto in mente l’idea di abolirli, togliendo a Taranto un po’ del suo fascino. ll tram attraversava anche via D’Aquino, la via dello struscio, dove oggi è quasi impedito il passaggio di una bicicletta. Transitava sul ponte girevole, suscitando l’attenzione e l’ammirazione. No, non dovevano toglierlo di mezzo. Negli anni Sessanta a Milano qualcuno insorse contro il trasporto sulle ruote, preferendo i pullman, ma quasi subito fu gettata acqua sul fuoco e oggi viaggiano gli uni e gli altri.
la stazione ferroviaria


E’ bello vedere il tram che parte e arriva, incrociarsi con un altro, ingoiare i passaggeri. I tram di Milano fanno parte di una storia che continua e si rinnova; quelli di Taranto purtroppo quella storia l’hanno conclusa nel 1950. Li si può vedere su Facebook, precisamente su “Foto Taranto com’era”, che vanta 25 mila aderenti, meditando su questi gioielli strappati al tessuto urbano. Correvano in via Leonida, in piazza Ramellini, in via Cesare Battisti. Alle fermate li aspettava tanta gente. C’era il bigliettaio, che come Aldo Fabrizi in un famoso film, urlava: “Signori, avanti c’è posto”, ripetendo il comando, mentre avanti c’era già... un tappo. Quella voce è ancora presente nei ricordi di chi per andare a lavorare, fare un salto in centro, fare compere in un negozio elegante… prendeva i tranvai.
Penoso fu il suo smantellamento rapidissimo. Una parte delle rotaie furono rimosse, altre sono ancora seppellite sotto l’asfalto.
I tram, secondo il contratto si risoluzione, rimasero di proprietà inglese, al contrario di tutto il resto, e furono depositati presso il porto mercantile; e lì per molti anni rimasero in attesa di un’eventuale rivendicazione d’oltre Manica. Non ci furono proposte di acquisto e nessuno si ricordò di loro, forse perché memori di un periodo poco felice della nostra storia. Poi furono acquistati dalla ditta del signor Zigari; in seguito rottamati e demoliti sul posto, fine non gloriosa e per niente meritata.
Tram in piazza Castello

Mandare in pensione i tram è stato come sottrarre un pezzo a un monumento; l’orologio a piazza Fontana; il ponte di pietra dalla città vecchia; le barche dal Mar Piccolo... Ritorna la domanda: Chi decise e perché di mutilare la città? Quale fu il motivo, se ce n’era uno, di privare la bimare di una parte della sua scenografia, eliminando binari e segnali? Certo la decisione non fu motivata dalla necessità di alleggerire i bilanci, perché conduttori e bigliettai li avranno sistemati altrove.
Tanti tarantini s’incuriosivano quando il conducente suonava la campanella per spostare un ostacolo. “Toh, sta arrivando il tram!”. “Prendi il tram e scendi in via... e prosegui a piedi fino a…”. “Il tram ha una fermata in piazza...”: voci che non si sentono più. I tram erano un orgoglio, un simbolo, un biglietto da visita. Quando li fecero sparire qualcuno non era ancora nato e forse chiede notizie.
Le cartoline postali che portano la loro immagine le hanno divorate i collezionisti. Gelosi come sono, solo qualcuno di loro le posta su Facebook, magari per vantarsi del possesso. Questo ci è rimasto: il tram immortalato sulla carta. E anche in quella dimensione suscita emozione. E’ una storia che i nonni non hanno mai raccontato ai nipotini. Forse non hanno fatto in tempo. Del resto non potevano snocciolare date, nomi, situazioni, discussioni infiammate in consiglio comunale, iniziate nel 1913.
Tram, cavalli e bici sul ponte

Le delibere per la concessione alla costruzione della ferrovia vennero firmate l’8 gennaio del ‘14 e il 16 ottobre del ‘18, sindaco Francesco Troilo. L’11 giugno dello stesso anno fu costituita la Società Tramwai and electric supply company limited, capitale sociale 100000 sterline, coperti nella quasi totalità in Inghilterra e parte in Italia. Il 16 ottobre del ‘18 l’ingegner Guido Valletti ricevette l’incarico di consigliere-procuratore della società. La pratica s’infossò per la guerra, poi alla sua fine. venne riattivata con la costituzione della nuova concessionaria, con delibera del marzo del ‘19. In seconda lettura il 28 marzo dello stesso anno non venne approvata per lo scioglimento del Comune. Il 6 marzo del ‘20 furono accolte le modifiche e le varianti, e quindi firmato il contratto definitivo per le tranvie elettriche urbane. Data della concessione fissata in 60 anni a partire dalla firma del contratto, che prevedeva la conclusione dei lavori in 14 mesi e il 16 febbraio del ‘22 ebbe inizio l’esercizio della linea 1, Stazione-ferroviaria-Arsenale e il 14 novembre la linea 2 Arsenale-Solito. Costo totale dell’opera lire 6.174.511. Nel ‘39 il costo del biglietto era di 70 centesimi, per gli operai la metà. Come si vede, un percorso faticoso e complicato. Anche per colpa del conflitto.
Ci piacerebbe conoscere il momento in cui il conducente mosse la prima volta la manovella per muovere il tram: il primo della storia. Immaginiamo la solennità della cerimonia inaugurale, le autorità presenti, la folla, la banda, il primo viaggio, gli applausi, la gioia nel vedere la prima volta quella carrozza lanciata sui binari girare intorno all’aiuola di piazza Giordano Bruno.
Tram sul ponte girevole

Una storia dimenticata, lontanissima. I ricordi ingialliscono, molte volte fanno fatica a ripresentarsi e quando ci riescono sono sfocati. Le cartoline d’epoca sono gran cosa, mostrano i percorsi, gli arredi della città, le case, gli affacci sul mare. Era bello vedere passare il tram. Soprattutto la sera, quando il fanale acceso bucava il buio. Qualcuno si fermava incuriosito anche se il tram era fermo sul binario di scambio. Impreziosiva il borgo antico e quello nuovo. Dai finestrini si vedevano passare i negozi, i palazzi storici, le facciate dei cinema, i giardini… Non crediamo che qualcuno possa dire che mandare in pensione i tram sia stata una buona idea. La malinconia, l’amarezza colsero la gente nel vederli abbandonati presso la dogana del porto mercantile, dove per molti anni rimasero in attesa di un’eventuale rivendicazione. La loro scomparsa mutò il volto della città.
Addio tram, con loro sono volati via usi e costumi, addirittura modi di pensare e di agire. Le cartoline d’epoca sono una grande cosa, mostrano a chi osserva le sagome dei tram, i percorsi, la gente alle fermate, ma sono pur sempre pezzi di carta. Era bello vedere passare il tram. Soprattutto la sera, quando con il fanale acceso bucava il buio. Qualcuno si fermava ad osservarlo quando era fermo sul binario di scambio o quando sbucava dalla ringhiera diretto al ponte di ferro o quando sostava in via Di Palma angolo via Leonida, tra una folla di marinai. Non crediamo che qualcuno possa dire che mandare in pensione i tram sia stata una buona idea.
A Milano non ci riuscirono. Le voci che si levarono per toglierli di mezzo vennero respinte, spegnendo le polemiche. E oggi li vedi in tutta la città, al centro e in periferia, e di diversa linea architettonica.
Tram e carrozze

Mentre si viaggia a nessuno viene in mente la voce di Aldo Fabrizi, che era un esperto anche in cucina, nella vita reale. Il bigliettaio non c’è più, si deve solo vidimare il biglietto acquistato all’edicola, dal tabaccaio o in qualche bar.
C’è gente che sale sul tram per farsi un giro da un capolinea all’altro, senza una meta. Solo per il piacere di viaggiare su quelle quattro ruote. “Che gioia vedere il tram andare da piazza della Repubblica alla stazione Centrale; da piazza Missori a via Torino… I tram s’incontrano in piazza Cordusio, formicolante di milanesi e non diretti al Castello. E’ vero, qualche volta sono in ritardo per colpa del traffico intasato e qualche viaggiatore s’infastidisce e protesta per l’attesa. Ma quando il mezzo arriva, l’ansia si scioglie. Vorremmo chiedere ai tarantini più giovani se qualche volta abbiano pensato ai tram; alle loro corse; ai concittadini che salivano o scendevano dal predellino. Forse no. I vecchi qualche volta vorrebbero – anche se non tutti - che fossero restituiti alla città. I sogni qualche volta si avverano.