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mercoledì 21 ottobre 2026

Morì durante uno sfratto


IL POLIZIOTTO PAOLO SCROFANI RIVIVE SULLA TARGA DI UN PARCO

 

 


Paolo Scrofani a destra
Lo ricordano in tanti, i poliziotti e i cronisti e la gente comune. Una tragedia come quella non si può dimenticare. Un’esplosione, una porta che salta, abbattendosi su un funzionario di polizia, che era lì solo per convincere l’uomo a desistere dalle sue intenzioni

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 

Gattari e Berticelli
Lo incrociavo spesso nel corridoio che porta alla Mobile; o mentre usciva da un ufficio per entrare in un altro. Quando non aveva carte da smaltire, si fermava per qualche minuto a parlare del più e del meno con i cronisti avidi di notizie. Aveva sempre un sorriso amichevole ed era gentile. Amava dire che le situazioni si risolvono con il dialogo e che la violenza chiama la violenza.
Il vicequestore Paolo Scrofani era dunque buono e coraggioso. Una mattina imboccammo insieme quella specie di tunnel che collegava il cortile e la Squadra Mobile, alla centrale operativa, alla sezione Omicidi, alla Volante, dove spiccava la figura di Silvano Gattari, anche lui una pasta d’uomo.
Non l’ho mai visto con il muso duro, mai scortese, mai sbrigativo. Alto. Elegante, colto, poliziotto severo e ligio al dovere, linguaggio pulito, passione per la montagna e per la moto Anche l’FBI e la Dea gli avevano rilasciato attestati di ammirazione. Quando era dirigente della sezione antinarcotici dette filo da torcere ai trafficanti anche nell’Hinterland. Era anche il punto di riferimento milanese del questore Enzo Boncoraglio, che operava in Colombia, dove dava la caccia ai produttori di cocaina.
Un aspirante cronista, notando un un via-vai di auto nel cortile, andò a bussare alla porta dell’antidroga e Scrofani disse, celiando, che anche gli uomini della Volante, finito il turno, tornano a casa. E siccome il neofita insisteva, osservò che ogni cosa va fatta al momento opportuno e che se è giusto informare è altrettanto giusto tutelare le indagini e la stessa sicurezza degli uomini impegnati nel costruire una trappola alla criminalità organizzata.
Un sequestro di droga

Non perdeva mai la calma. Intelligente, preparato, una gran voglia di fare. All’antidroga dicevano che stare nella sua quadra era un vero piacere. Valorizzava i suoi collaboratori, dava loro la carica, li faceva sentire indispensabili. Non soffriva di protagonismo; non covava invidie, non dava gomitate, era indifferente allo sport delle malelingue. Era sposato con Emma Ivagnes, leccese, vicequestore dirigente della sezione giudiziara di Palazzo di Giustizia epoi diventata questore, una figlia di 12 anni. Una volta corse il rischio di rimetterci un occhio per un limone lanciato da quelli del Leoncavallo durante una manifestazione in piazza Duomo. Ma lui soffrì in silenzio. Mandò al “gabbio” (in cella) molti criminali e neutralizzò una “baby band”. La consorteria era capeggiata da un marmocchio che dopo aver rapinato altri ragazzini, li obbligava ad inginocchiarsi per farsi baciare le scarpe.
Paolo Scorfani conquistò più volte le pagine dei giornali, ma non cercava la pubblicità, non montava mai le notizie per avere più spazio. Il 28 giugno del 2002, suo giorno di riposo, era al volante della sua auto, quando per radio captò la notizia che in viale Giovanni da Cermenate durante un’operazione di sfratto un tale aveva aperto i rubinetti del gas e si era barricato in casa.
Il prefetto Francesco Colucci

Senza pensare due volte Paolo accorse per tentare una mediazione, ma un’esplosione, saltò in aria la porta d’ingresso e gli cadde addosso con violenza. Portato in ospedale, apparve subito grave. Arrivò tutta la polizia e il prefetto Ferrante… Dopo poco morì. Gli hanno assegnato una medaglia d’oro al valore civile e in questura gli hanno dedicato la sala in cui si tengono le conferenze-stampa. Gli hanno dedicato il parco del luogo della tragedia. La scomparsa di Paolo Scrofani provocò dolore in tutti quelli che lo conoscevano e ammiravano. Sconvolto, il prefetto di Firenze, che lo aveva visto crescere: “Paolo era eccezionale, apprezzavo molto il suo entusiasmo, a volte mi specchiavo in lui, mi rivedevo giovane, animato dalla sua stessa voglia di fare. Paolo era sempre misurato, pronto, serio, attento, nemico dell’improvvisazione. La stessa considerazione provo per Emma”.
Il giornalista Alberto Berticelli, del “Corriere della Sera”, lo ricorda con affetto e stima; “Era educato, un bel ragazzo; sempre in giacca e cravatta, molto cortese. Un bravo poliziotto, onorava le istituzioni. Perdette la vita un maledetto giorno in cui era fuori servizio”.
Avrebbe potuto godersi il giorno di libertà e invece non si tirò indietro. Scrofani aveva 40 anni. Era entrato in polizia a Roma nel 1988.
L'ispettore Alberto Sala

L’anno successivo approdò a Milano, in via Fatebenefratelli, quindi guidò il commissariato Scalo Romama, in via Benaco. Poi passò alla Narcotici e vi rimase fino al 1998, quando prese l’incarico di vice capo della Mobile di Genova. Rientrò nel capoluogo lombardo, con destinazione la prima poltrona del commissariato di via Tabacchi. Un investigatore puro, acuto. Un uomo coerente. Davanti a quella porta, fragile confine tra la vita e la morte, gli fu difficile ricorrere ad altri mezzi. La figlia oggi sarà fiera di aver avuto un padre come lui. Il commissario Silvano Gattari, una vita alle Volanti, esprime un dispiacere immenso. “Quella mattina ero in centrale operativa, dove ricevetti la sua telefonata, in cui mi comunicava che stava andando sul posto. Aveva appena terminato il servizio e gli consigliai di non farlo. Era una bella persona, intelligente, funzionario modello. L’apprezzavo molto anche per la sua disponibilità e il suo attaccamento al lavoro”. L’ispettore capo Alberto Sala, che ha collaborato con la Dea, l’Fbi e altre polizie di mezzo mondo, ammirava la bravura, la volontà, la voglia di crescere, di dare il massimo, i modi di Paolo Scrofani. “Faceva parte dello ‘staff’ della Squadra Mobile” e questo provava la sua formazione”, aggiunge il mastino di via Fatebenefratelli. Un giudizio unanime in questura e nei commissariati che lo ebbero come dirigente. A vent’anni dalla sua morte venne commemorato nel parco a lui dedicato tra le vie Giovanni da Cermenate e Pezzotti, con la partecipazione dei familiari, di molte autorità, tra cui il questore Giuseppe Paronzi e il prefetto Renato Sacconi. Un’altra cerimonia si svolse in questura, seguita da una Messa nella chiesa di Sant’Angelo. Al suo nome venne istituita anche una borsa di studio.
Il questore Nino Damato

Ho interpellato alcuni colleghi di Paolo: l’ispettore capo Ugo Brignoli, che andò con lui in America assieme a due magistrati per una rogatoria e dice di Scrofani: “Bravo, intelligente, una voglia d’impegnarsi, dotato di coraggio e dedizione. “Dopo un po’ di tempo diventammo amici. Lo apprezzavo anche come persona. Era leale, rispettoso, determinato”. All’epoca Paolo era all’Antidroga”.
Un altro poliziotto che lo stimava molto e lo ricorda volentieri è Enrico Salvi. “Posso dire di lui tutto il bene possibile. Era un poliziotto di grande valore. Il suo nome lo porto scritto nel cuore”. Anche il prefetto Francesco Colucci, che fu vicecapo della Squadra Mobile e conosceva molto bene molti personaggi della mala, ha parole di grande stima per Paolo Scrofani, “che perdette la vita per la passione con cui faceva il suo lavoro. Consapevole del rischio che andava ad affrontare. Era un grandissimo professionista, con l‘aspirazione di diventare capo della Mobile – disse il compianto questore Nino Damato a Porta a Porta, la trasmissione di bruno Vespa. “Svolgeva il suo lavoro con una professionalità e una dedizione enormi. Aveva fatto un corso di mediatore e aveva diretto la divisione criminalità di Genova…”E’ commovente, straziante ascoltare Nino Damato da questore in un famoso studio televisivo.
Scrofani e Damato

Non c’è più neppure lui, un grande, nato in Puglia, a Taranto. “Quando ho conosciuto Paolo Scrofani era un giovane funzionario della Narcotici. Il suo capo era Massimo Mazza. Scrofan, cresciuto a quella scuola, era sempre un’interlocutore affidabile per noi giornalisti, Notizie zero, . Andarsene così, a 40 anni, c’era da non credere, eppure,come tante volte succede di pensare, era reale una aiutava a non sbagliare prospettiva negli articoli. Chi c’era non dimentica”. Come dimenticare? "Ogni volta che c’era una conferenza-stampa - aggiunge Piero Colaprico" in quella che è stata chiamata “Sala Scrofani, mi veniva in mente il giovane alto, magro, frettoloso che era e che è morto durante uno sfratto. Ero arrivato poco dopo e ricordo un poliziotto, Antonio Scorpaniti, della Omicidi, con i calcinacci ancora addosso e una ferita credo alla fronte”. Una persona come Paolo, un gentiluomo, un poliziotto dal fiuto lungo lascia un ricordo indelebile non soltanto su una targa.

mercoledì 14 ottobre 2026

Un ricordo di Martina Franca

LA CICLOPASSEGGIATA DEL PLENILUNIO D’AGOSTO

 


Martina Franca
Organizzata dal notaio Aquaro di Villaggio In, con Domenico Blasi, che illustrava le masserie a quelli che partecipavano all’iniziativa. Era un giorno festoso.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 

Dai, pedala, goditi il brivido della corsa, i profumi della campagna di Martina, il sole, la bellezza. I ciclisti radunati davanti al Villaggio In, convocati dal notaio Alfredo Aquaro, un gentiluomo di antico stampo, generoso e disponibile, aspettavano l’ora della partenza.
Benvenuto Messia

Al via tutti in sella, mani sul manubrio per la “Passeggiata turistica del plenilunio d’agosto”. Con loro Nico Blasi e lo stesso Aquaro, che dall’auto li incoraggiavano a proseguire allegramente, festivamente. Qualcuno tentava subito una volata, altri per gioco improvvisavano il zig-zag canticchiando, altri se la prendevano comoda e il fiumicello scorreva placido come il Don. Era invitante vederlo tra le ali di spettatori ai margini della strada che si spellavano le mani, incitando il gruppo che si beveva beatamente il venticello.
Ecco, Benvenuto Messia, principe della bicicletta, capace di virtuosismi inimitabili. C’erano anche altri personaggi di Martina, amanti da sempre delle due ruote, che sono libertà, sport, velocità e tante altre cose. Macinavano il percorso con entusiasmo, come un ciclista professionista che indossa per la prima volta la maglia gialla. Osservando quella fila indiana qualcunopensava ai quadri dei maestri della tavolozza che si erano ispirati alla bici e ai ciclisti. “Corri, ragazzo, corri”, ripetevano alcuni curiosi affascinati da quell’evento. Dovevano smaltire, credo, 15 chilometri, sbirciando il paesaggio armonioso che attraversavano e i tratturi, molti dei quali senza più voci, le vigne, gli ulivi ombrosi e le querce e le viti... Erano divertiti e immaginavano la meta che li avrebbe accolti.
Campagna Martinese

Di solito una masseria, dove Nico Blasi avrebbe descritto la storia, le linee architettoniche, il lavoro del contadino, gli altri lavoranti che l’avevano popolata, esercitando ciascuno la sua funzione. Cominciavano all’alba e terminavano al tramonto per un piatto di fave con la cicoria. Alcuni abitavano nella struttura, dove il massaro tutelava gli interessi del padrone, se questi non viveva nel luogo.
Ascoltare Nico Blasi è sempre un piacere: cattura l’attenzione dell’ascoltatore, lo coinvolge, lo rende culturalmente più ricco. Lui le masserie le conosce bene, le descrive nei dettagli sulla sua rivista “Umanesimo della Pietra”. E’ interessante far conoscere questi gioielli. “Per nulla al mondo rinuncerei alla ciclopasseggiata”, mi disse tempo fa Benvenuto Messia, che non so quanti chilometri abbia divorato stando sul suo “velocipede”. E mi raccontava che alla fine di ogni corsa il notaio Aquaro faceva regali a ogni partecipante. A lui donò una bici fiammante “che tengo come un cimelio.... Quella corsa ti allarga gli orizzonti, ti aggiunge brani di cultura, ti fa vedere cose che non hai mi visto. Ti fa entrare negli spazi, che Nico spiega con passione, te li fa vivere”. Messia era elettrizzato e lo erano molte altre persone eccezionalmente loquaci.
Benvenuto in bicicletta

A pedalare erano professionisti, impiegati, operai, il mondo martinese legato alla bicicletta. Tanto che sentii il dovere e il piacere di scrivere un articolo sul quotidiano “Il Giorno”. E scrivendo mi pareva di essere a Martina su quel percorso. Ho sempre stimato molto questo “duo”, Blasi e Aquaro. E conservo gelosamente una loro pubblicazione in cui si parla di maghi della pioggia e di altre credenze popolari, con illustrazioni di un bravissimo artista, Vincenzo Milazzo, che dipinge sul vetro soprattutto scene della vita rurale di un tempo: feste sull’aia, contadini che tornavano a casa in bicicletta dopo il lavoro; asini che carichi di fascine o di legna da ardere percorrevano le vie erbose (espressione di Italo Palasciano), donne che conversavano sui cancelli dei trulli, vendemmie, torchi nel palmento, botti vino, tutto con colori vivaci...
Un mondo sognato, fatto di “aurje” e “munacjdde”, che galoppavano di notte sulla pancia di fanciulle non ancora in età da marito e li riempivano di pizzicotti che lasciavano lividi e intrecciavano i capelli. C’è ancora qualche paese in cui si crede a questi folletti? Anni fa in un luogo a un tiro di fionda dalla Puglia un esercente mi disse che quegli esseri esistono: la zia aveva comperato una cavalla e durante la notte “’u munacjdde” le aveva fatto la criniera e la coda alla Boderek. E si arrabbiò quando osservai che tutto questo apparteneva alle leggende. Mi domandai se fossero passati davvero 80 anni da quando Giovanni, un contadino con la schiena ricurva, sul Chiancaro, mi raccontava questi episodi, compreso quello del mago della pioggia, e del fantasma che a mezzanotte si stagliava sul pozzo in mezzo alla terra come un guardiano, un brigante o un sonnambulo con un cappello a cono come i trulli e un mantello nero. Si era diffusa la paura, qualcuno accorreva per curiosità tremando, e il fenomeno scomparve quando arrivò un prete ad agitare l’aspersorio.
Basilica di San Martino in piazza Plebiscito 

Perdonatemi la svolta, torno al racconto della “ciclopasseggiata del pleninulio d’agosto”, che scuote la mia memoria e faccio fatica a frenare i ricordi di questa terra della bellezza e della musica. Quella pedalata mi è rimasta nel cuore, anche se non mi sono mai intruppato in quel piccolo esercito, per il fatto che non so più cavalcare la bici da quando ebbi un incidente.
Quel binomio formidabile (Blasi-Aquaro) da qualche anno si è spezzato: il notaio non c’è più. L’ultima volta che l’ho visto e gli ho parlato è stato alla festa della Madonna della Consolata sulla vecchia strada per Noci, dove prese parte alla processione fra i tratturi con un un cero in mano. Alla fine acquistò un sacchetto di arachidi, semi di zucca, nocelle per due bambini che non potevano acquistarli. Il notaio Aquaro aveva un cuore grande. Era un martinese doc., che non mancava mai alle presentazioni del Festival della Valle d’Itria al Piccolo Teatro di Milano e faceva tante altre cose per la sua “culla”.
La ciclopasseggiata era un’ottima idea che tra l’altro consentiva ai tanti patiti del pedale di sgranchire le gambe e gioire. Quanti ricordi quando si parla di quella ciclopasseggiata. Durante l’itinerario una volta qualcuno intonò “Che belle gambe che ha la campagnola…”, mentre Benvenuto Messia pensava a “Ragazze in bicicletta” e agli innamorati che in sella fantasticavano e si scambiavano promesse d’amore.
a sx Benvenuto Messia

Mi venivano in mente i calendari di Messia, ricchi di immagini di Martina (il cestaio, il forno a legna, le “nchiostre”, i vicoli, le case come quinte di teatro del centro storico…). “Dimmi, Ben, ma tu gli scatti li facevi stando in sella? Non ti ho mai visto a piedi, colosso della fotografia. Portasti persino tua figlia all’altare il giorno delle nozze. Lo ha fatto qualche altro? So di coppie che sono arrivate sul sagrato di una chiesa nella cabina di un tir: lui alla guida e lei comoda sulla poltroncina del passeggero”. Gianni Spartà, caporedattore della ‘Prealpina’, storico quotidiano di Varese, fece in bici da Milano al suo paese in Sicilia, e in una delle sue visite a Martina mi disse che avrebbe partecipato volentieri alla “Ciclopasseggiata” (aveva finito di scrivere il suo libro su Borghi, il patron della Ignis, che aveva la sua squadra di campioni del manubrio) e iniziava quello sulle sue esperienze con la bici. “Il Giorno” aveva fatto conoscere l’idea di Aquaro e Blasi in Lombardia. So che nella “scampagnata” s’inseriva qualche turista, avido di conoscere meglio la città delle case a cono di gelato rovesciato, circondate da vigne e ulivi. “Ben, tu che sei un fuori classe, che ti accodi al Giro d’Italia su via Taranto, come ti trovi ad andare in bici con il ritmo di un giorno di vacanza?”. Mi rispose con versi improvvisati, da poeta delicato che recitava con la voce e con il corpo. Anche io amo la bici. L’amo nelle opere dei pittori, soprattutto quelle che ritraggono i ciclisti in corsa; amo quelle in miniatura, “souvenir” di lusso, almeno per me; l’amo quando la vedo nelle vetrine dei negozi. Ricordo il contadino che raggiungeva il fondo con la bici tirata da un cane e un’opera di Milazzo indicatami da Antonio Rossano, il giornalista che ogni anno seguiva per Raitre il Festival della Valle d’Itria: ‘’n’ome de fore” che vacillava sulla bici su un sentiero fangoso dopo una pioggia furiosa, un’edicola sacra su un muro a secco quasi sbriciolato.
Un sogno: il ritorno della ciclopasseggiata in ricordo di un grande uomo: il notaio Alfredo Aquaro.

mercoledì 7 ottobre 2026

Un uomo venuto dal Sud

IL BARLETTANO MIMMO DABBRESCIA UNA VITA FRA TELE E TAVOLOZZE




Mimmo Dabbrescia al lavoro
Ha viaggiato da una parte e dall’altra del mondo, facendo reportage per il “Corriere”, “La Domenica del Corriere” e “Amica”. Uomo di grandi virtù, conoscitore d’arte. Fondò e diresse con la moglie Bruna la Galleria “Prospettive d’arte”. 
Ha nel suo “curriculum” mille iniziative prestigiose. Ha fotografato molti divi, tran cui Clint Eastwood, ben quattro Oscar.







FRANCO PRESICCI
 
 
Erano gli anni Sessanta e sentivo parlare di Mimmo Dabbrescia, creatore e direttore con la moglie della rivista “Prospettive d’arte”, sede al Ticinese. Il suo nome era sempre accompagnato da apprezzamenti entusiastici.
Caterina Caselli a Copacabana nel '69

Era arrivato da Barletta a Milano seguendo la sua innata passione per la fotografia. Come un cacciatore va con il fucile a tracolla, lui portava la macchina fotografica pronta allo scatto. Ha ritratto l’olimpo del cinema e del teatro, quindi i nomi più celebri dell’arte, scavalcando anche i nostri confini. Giovane pieno di energia e di volontà, oltre che di talento, la sua prima tappa fu “Il Corriere della Sera”.
Poi lasciò il giornale di via Solferino per aprire una sua agenzia fotogiornalistica; e appena coglieva la notizia della presenza a Milano di un personaggio di altissima fama, correva. Nel ‘71 fu la volta di Clint Eastewood, quattro Oscar, che portò in giro per la città, a piazza Duomo, nelle vie storiche, allo zoo, a vedere Bombay, l’elefante che scartava le caramelle buttando via la confezione e sapeva distinguere i soldi dai foglietti.
Eastwood non fu il solo divo a finire nel suo occhio magico. Nella sua raccolta figurano anche Liz Taylor e Richard Burton, Federico Fellini, Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Eugenio Montale e Dino Buzzati, Riccardo Bacchelli e i Beatles e i Rolling Stone … Incontrò alcuni, grandi pittori che lo guidarono a Brera. Cominciò da lì il suo percorso nell’arte, che lo portò ad eseguire “clic” negli studi dove nascono le opere, l’ambiente circostante, i giardini, le atmosfere che agevolavano l’ispirazione di Kodra, per esempio, Treccani, Dova.
Era sceso dal treno alla stazione Centrale di Milano nel ‘53 e sotto quell’enorme ventre di balena si sentì un po’ spaesato. Ma non si perse d’animo e fece presto ad acclimatarsi, facendo passi decisi. Puntava l’obiettivo sul particolare: un gesto, uno sguardo, un atteggiamento del soggetto.
Clint Eastwood allo zoo

Ricco di idee, dotato di grande voglia di fare, raccolse le sue immagini, meravigliose, in alcuni volumi che gli appassionati conservano gelosamente. In una di quelle pagine campeggiano anche le figure del poeta e critico d’arte tarantino Raffaele Carrieri di Salvatore Fiume, con cui fece un viaggio in Polinesia, alla ricerca degli itinerari di Gauguin, inserite in un altro volume. Sono tornato a sfogliarle, le se pubblicazioni, ritrovando artisti famosi: Guttuso, De Chirico, Baj, Migneco, Dova, Dalì, Sassu, Hartung. Il primo volume, “Visti così”, fu premiato con la targa d’oro dalla Provincia di Milano. Intanto realizzava tirature limitate di grafica d’autore e metteva le basi, in via Carlo Torre, due passi dal Naviglio Grande, della prestigiosa e ambita Galleria “Prospettive d’arte”, che prendeva il nome dalla rivista, (oggi “ArtD2”), diretta dai figli Paolo e Riccardo.
Ne ha fatta di strada, quest’uomo di talento venuto da Barletta, la città delle tante chiese e dalle vie che profumano di mare. Un cammino lungo e prodigioso, iniziato alla “New Blitz” con Grazia Neri e continuato con Fedele Toscani, nomi eccellenti. Nel decimo anniversario della morte di Fabrizio De Andrè, con il patrocinio dell’omonima Fondazione diretta dalla moglie Dori Ghezzi, inaugurò una mostra itinerante per ricordarlo.
Clint allo zoo

Poi la dottoressa Lorusso presentò la tesi di laurea sulla sua attività all’Accademia di Brera. Per “Il Corriere”, la “Domenica del Corriere”, “Amica”, realizzò reportage di grande respiro negli Stati Uniti, Urss e Canada; e poi in Thailandia, Cuba, Cambogia, Vietnam... A 87 anni cura scrupolosamente il suo archivio per renderlo più facile da consultare ai posteri.
Grande Dabbrescia. Una volta gli ho chiesto: “Come mai la tua bellissima foto di Clint Eastwood è presente in tutte le tue mostre, compresa quella, anni fa, al Museo della Scienza e della Tecnica: “Lo sguardo dentro, lo sguardo fuori, lo sguardo dove?, con Manlio Villoresi?”. “Ho sempre cercato di portare in piazza Duomo personaggi di grande visibilità, per ringraziare la città che mi ha accolto in silenzio a braccia aperte senza chiedermi chi fossi. E’ il simbolo della mia città che gira per il mondo con il vincitore di quattro premi Oscar”.
L’ho sempre seguito, Mimmo Dabbrescia, fin dai tempi della rivista. Ho spesso approfittato della sua grande gentilezza e della sala-esposizioni della sua Galleria, dove conobbi Don Lurio (il coreografo della Rai, che ballava con le gemelle Kessler), Ernesto Treccani. Ero andato a vedere la sua nostra, il critico era stato impedito da un incidente e Mimmo mi pregò di sostituirlo; lo feci con imbarazzo e modestamente, perché il mestiere di critico d’arte non mi appartiene.
Fabrizio De Andrè

Con Mimmo mi sono incontrato molte volte. Lo volli nella giuria del Premio Milano di Giornalismo, insediato nel ristorante di Chechele e Nennella, di Apricena, “La Porta Rossa”. C’erano anche Giuseppe Giacovazzo, direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno”, e Baldassarre Molossi, sulla plancia della “Gazzetta di Parma”; Edoardo Raspelli, inventore della critica gastronomica, Vincenzo Buonassisi; Raffaele De Grada, esimio critico d’arte; Alberico Sala del “Corriere”, poeta e anche lui critico d’arte; Ugo Ronfani, vicedirettore del “Giorno” e già corrispondente da Parigi, intervistatore fra gli altri di Rostand, Sartre, Simone de Beauvoir, oltre che scrittore e critico d’arte e teatrale.
Spesso alcuni amici, ammiratori di Mimmo, si chiedono come mai un personaggio del suo livello non abbia ricevuto ancora l’Ambrogino d’oro, che viene assegnato ai cittadini che con il loro impegno nel lavoro, la bravura, l’ onestà esemplare hanno dato lustro alla città. Dabbrescia queste doti le ha tutte, e qualcuna in più. Come detto, ha messo in cantiere tante iniziative, ha manifestato la sua creatività, muovendosi in ambienti difficili, che richiedono cultura e capacità, puntualità e affidabilità. Quindi è più che meritevole di questo riconoscimento, che viene consegnato il 7 dicembre, festa di Sant’Ambrogio.
Nonostante i suoi successi, è rimasto alla mano, disponibile, generoso, sempre pronto a venirti incontro. In una mostra al Museo della Scienza e della Tecnica la foto di Clint Eastwood fu definita, dall’assessore alla Cultura del Comune di Milano, un messaggio universale di pace. Un capolavoro da immortalare. Basta per premiarlo, con il suo “curriculum” esemplare? Il compianto Domenico Porzio, scrittore, capo ufficio stampa della Mondadori e assistente del presidente Arnoldo, Mimmo Dabbrescia lo avrebbe stimato, perché Mimmo aveva, ed ha, tutte le virtù da lui desiderate.
Mimmo Dabbrescia è uno di quei meridionali che qui hanno trovato terreno fertile, vi hanno saputo seminare sudando e cogliendo ottimi frutti. Una vita, ripeto, trascorse fra tele e cavalletti.
Salvador Dalì

Tra artisti consacrati, Brera, l’Accademia, botteghe di artisti. Di lui mi è capitato di parlare più volte e in varie occasioni anche con Remo Brindisi, Gianni Dova, Attilio Alfieri, Ibrahim Kodra, Giuseppe Rossicone, Filippo Alto, Raffaele De Grada… Tutti lo conoscevano e lo elogiavano anche per i suoi modi garbati, signorili, riguardosi. Oggi quegli artisti non ci sono più, ma Mimmo continua a riportare consensi ovunque e a ricordarli.
Lo vedo ancora. E’ rimasto rispettoso, incapace di usare parole pepate, amico vero e pane al pane e vino al vino, sempre pronto ad aprirsi verso nuove avventure, verso nuovi approdi come aggiunge la moglie Bruna, che lo conosce meglio di tutti, avendo anche condiviso i suoi tanti percorsi, dalla rivista, portata avanti per 20 anni, all’agenzia fotogiornalistica, alla Galleria d’arte, pilotata per 20 anni da lui e da Bruna, che tra l’altro sa tenere la penna in mano (scriveva articoli importanti sulla rivista).
Dunque l’Ambrogino d’oro a Mimmo verrà assegnato? Sarebbe un bel giorno, quello di un riconoscimento prestigioso, come questo, istituito nel 1925 e ripreso nel ‘46. Da allora tante personalità lo hanno ricevuto.






mercoledì 30 settembre 2026

Antonio De Florio e le sue foto

E’ UN PELLEGRINO DI PUGLIA CHE CAPTA LA SUA BELLEZZA

  


Antonio De Florio
Va sempre con l’obiettivo in tasca a Taranto e nei suoi dintorni. Si ferma davanti al Mar Piccolo, alle barche, alla Dogana, al Castello… e scatta. Va a Martina, a Manduria, a Sava e fotografa. Cerca l’alba e i tramonti: è un poeta dell’immagine.

 

 

 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI 
 
 

Antonio De Florio, comandante del gruppo “Foto Taranto com’era”, ha soprattutto il merito di far conoscere non soltanto la sua città, ma anche la sua provincia, con immagini bellissime. Per esempio, vado da quasi ottant’anni a Martina Franca, ma i trulli che posta lui non li ho mai visti.
La Dogana
Da ragazzo andai a Manduria, a Fragagnano, a Sava, a Talsano, a casa della mamma del pittore Giuseppe Pignataro, ma mai a Maruggio, che era troppo distante. A Grottaglie sì, e vidi la moltitudine di capasoni sul terrazzo della bottega che li realizzava. Una foto storica. Ma De Florio riprende la scena da un’altra angolatura e mi piace di più. Da grande andai qualche volta in giro per i “satelliti” di Taranto, qui per acquistare da un editore libri sui briganti, lì per visitare ex compagni di scuola.
Allora mi piaceva girovagare, fare il pellegrino, per curiosità, per svago. Oggi rivedo quei paesi nella mia mente e invidio gli abitanti per il silenzio e la calma in cui vivono, se gli ambienti sono ancora così. So che vi si moltiplicano le iniziative culturali, gastronomiche, turistiche, come a Marzano di San Giuseppe, dove fanno falò monumentali di ulivi provenienti dalle potature in onore del santo protettore. Fragagnano non è da meno, motrice la biblioteca e la signora che la gestisce. Ma le caratteristiche, le bellezze le ammiro nelle foto di De Florio, che ormai costituiscono un patrimonio da collezionare.
Molte di quelle foto poi finiscono con musiche coinvolgenti nei video che lo stesso De Florio confeziona, con arte e competenza. E’ per me un regista mancato. In quei video celebra la cozza tarantina, i poeti, i musicisti che hanno dato lustro alla Bimare e così continua a tenere vivo il ricordo di quei personaggi. Le sue foto su Martina Franca mi esaltano: piazza Roma, il ringo, le case incappucciate: i trulli, circondati da viti nane, per dirla con Raffaele Carrieri; il foro Boario, dove si svolgeva il mercato degli animali e poi il mercato – ogni mercoledì - più grande, più rifornito, più policromo, più affollato.
De Florio in piazza Fontana

Dove la gente conversa, si scambia saluti cordiali, guarda, prova, sceglie, acquista. Vi si va anche per osservare, per incontrare un amico, per passare il tempo. Il mercato di Martina è famoso quasi in tutta la Puglia. I trulli, come coni di gelato a rovescio, con segni misteriosi, con palle di pietra poggiate sulle cuspidi, sono meta preferita da De Florio. Va spesso a Martina Franca, attrezzato di strumenti fotografici, si ferma in un tratturo, muri che parlano con le loro pietre antropomorfe, testimoni del tempo che passa, come gli ulivi saraceni, dallo zoccolo possente, dai tronchi qua e là dalle forme più svariate. De Florio punta l’obiettivo, cattura ciò che lo colpisce, anche i tramonti più suggestivi, l’asino che a Martina è un re, le masserie, magari riprese dall’alto, le bocche dei pozzi all’aperto, le chiese rurali, come quella dedicata alla Madonna della Consolata, sulla vecchia via per Noci… Quando è il momento lo vedi di fronte ai contadini impegnati nella vendemmia.
Questo tarantino sempre in movimento, attento a non lasciarsi sfuggire una preziosità paesaggistica, un lembo di terra della Valle d’Itria, dove si susseguono le viti o si stende la terra rossa amata dal grande pittore barese Filippo Alto, casa a Milano e casa per la villeggiatura a Figazzano, dove dipingeva sullo spazio che era stato l’aia e aveva una vedovella, una fontana che forniva acqua anche ai forestieri assetati.
Cardellicchio e De Florio

Sembra che una voce interna spinga De Florio a correre in ogni dove, a “le caggiùne” (ricordo un’ispirazione divertente di Diego Fedele) a San Giorgio, passando per Cesarino, la rinomata pescheria che ha sempre montagne di cozze del Mar Piccolo, ma anche “cacasànghe”, “spuènze”, vongole, granchi, dentici, gamberi, insomma tutti gli abitanti del nostro mare. Anche quelli a volte finiscono sotto l’occhio magico di De Florio, che ha una voglia matta di cogliere gli angoli più belli e significativi, che va ricercando come Francesco Petrarca la sua Laura. Valuta tutto ciò che attira la sua attenzione, se è interessante fa “clic” su lampare, pescherecci, vicoli e strìttele, “a chiàzze d’u relògge” (Diego Marturano), piazze, mare infuriate o docile, edifici storici, targhe fissate in onore di cittadini illustri, palazzi dalle facciate scortecciate, finestre tappate perché da restaurare. Insomma tutta Taranto e la sua provincia è nel suo archivio. Nel suo baule custodisce tante foto da poter riempire qualche centinaio di libri; ma anche giornali, riviste, ritagli dell’800 e prima. Si vuol sapere qualche notizia su Anna Fougez? Ti racconta la sua storia di cantante e attrice famosa nel mondo, nata a Taranto vecchia diventata una diva, tanto che all’età di 15 anni si esibì con Ettore Petrolini. E subito ti tira fuori scampoli di quotidiani e riviste, a cominciare da “La Voce del Popolo” dei fratelli Rizzo. E poi le foto o le cartoline d’epoca.
Barche sul Mar Piccolo
E’ uno studioso della sua città, pignolo, scrupoloso. Si vogliono sapere particolari della vita di Marc Poll (“A vuè mò?”), comprese le inesattezze che finora sono state dette? Eccolo pronto, senza l’aria di chi vuole salire sul podio, senza enfasi, senza vanagloria. E’ una persona seria, amante del dialogo costruttivo. Proprio adesso un mio ospite mi mostra Facebook con via D’Aquino, angolo via Acclavio. attraversata da un tram. Anni 30. A chi venne l’idea di smantellare i binari? Era proprio necessario? A chi davano fastidio, che danno apportavano alla città? Io avverto ancora l’eco dello sferragliare di questo mezzo di locomozione che andava dalla stazione ferroviaria a Solito, con binario di scambio in via Di Palma all’altezza del Cinema Odeon. Ne ha di cartoline d’epoca con i tram che corrono nella città vecchia lungo la ringhiera, sul ponte girevole, di fronte all’arsenale, da via Leonida a via Cesare Battisti, in fondo alla quale una volta c’era l’Arena Italia, che fronteggiava lo stadio Corvisea.
Cardellicchio, Giudetti, Presicci e De Florio

Il grande merito di Antonio De Florio – e non è poca cosa – non soltanto mostrare Taranto com’è, splendente, un amore, ma com’era, quando c’erano anche le carrozze, che parcheggiavano in piazza Maria Immacolata, dove tanti anni fa c’era la Standa. Ho un ricordo triste di quando frequentavo il collegio Manzoni in corso Umberto (avevo 11 anni?). Un giorno in quella piazza intitolata allora a Giordano Bruno trovarono dei pali; e si sparse la voce che qualcuno aveva l’intenzione d’impiccare quelli che avevano indossano la divisa nera. L’esecuzione grazie a Dio non avvenne, ma furono ore di paura. Ferdinando Bernardi, arcivescovo di Taranto fino al ‘61, per stabilire la pace, cambiò nome alla piazza intitolandola alla Madonna. Ho un ricordo chiaro, ma tutte le persone, anche uno scrittore di storie tarantine ha saputo darmi elementi su quelle pagine della nostra storia. Ma non ho chiesto ad Antonio, che in quell’occasione non conoscevo.
Giudetti fra i suoi quadri

Tornando a “Foto Taranto com’era”, oggi vedo una foto bellissima: barche a Mar Piccolo. Giorni fa ce n’era una colma di trecce di cozze. Le cozze dominano i video. C’è chi le apre e si cala il frutto in bocca, per dimostrare la bontà della nostra perla; un gingillo, “una cioccolatino” come dice qualcuno, regina delle nostre tavole.
Mi emoziono quando vedo una foto di Antonio con le barche colme di cozze, nel luogo in cui si allevano. E’ un momento di gioia quando le vedo emergere dall’acqua con l’abilità “de le cuzzarùle”, che le accarezzano, le decantano, le celebrano. Le cozze, si dice, sono l’oro della nostra città. Lo sanno tutti, non solo in Puglia e oltre. Anche a Milano chiedono le cozze di Taranto, Poteva Antonio De Florio non subirne il fascino fotografico”?

mercoledì 23 settembre 2026

I miei tantissimi anni a Milano

TUTTI CORREVANO E POI PRESI A CORRERE ANCH’IO

 



La Scala
Lo imponeva il lavoro di cronista sempre alla ricerca di notizie. Più corri e più puoi mietere. I ricordi di tanti incontri in Galleria del Corso.

 

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 


Sono a Milano da 62 anni e non ho ancora capito perché la gente vada sempre di fretta: quando va al mercato, quando esce dal metrò per tornare a casa, addirittura sotto i portici, luogo di passeggio. Per anni ho conservato il mio passo, arrivando sempre puntuale a destinazione.
Piazza Duomo

Come Nicola La Forgia di Trani, che faceva il bigliettaio sulla E, quando il bigliettaio c’era (oggi non è rimasto neppure la sua postazione) e il biglietto si poteva fare sui mezzi pubblici. Poi la figura è scomparsa e lui si è messo al volante di un carro-attrezzi. Ma quando era fuori servizio assumeva la camminata di don Abbondio. Con lui ogni sera giocavo a scopa, mentre le signore intrecciavano discorsi sulla vita quotidiana, sul prezzo della frutta acquistata al mercatino del giovedì. Si raccontavano tutto, anche di una donna accusata fra tra le bancarelle di aver condiviso l’alcova con il marito dell’altra, che si era poi scusata perché si era accorta di avere sbagliato persona.
Allora collaboravo con la pagina degli spettacoli dello storico quotidiano “L’Italia” e la sera andavo al circo (a quello di Liana o a quello Moira Orfei o al circo Togni) o a un’anteprima teatrale. E scrivevo. Andai alla stazione Centrale la sera dell’arrivo dei Beatles, assistetti allo spettacolo dei quattro di Liverpool al Vigorelli. Poi al giornale per mettere giù il pezzo. Il capo degli Spettacoli Graziano Motta mi spediva anche fuori Milano: una volta anche a San Miniato per “Riunione di Famiglia”, e conobbi Gian Maria Volontè, Rossella Falk, Luigi Vannucci e il regista Ferrero.
Palazzo del Giorno
Al circo Togni mi recai non per vedere clown, leoni, cavallerizze: un temporale aveva stracciato lo “chapiteau” ed era rimasta soltanto la pista. Per solidarietà alcuni artisti decisero di esibirsi per solidarietà; e incontrai Lialiana Feldman, Roberto Brivio, Febo Conti e la moglie, Evelina Sironi e il maestro Giovanni D’Anzi, che alla fine ci invitò tutti a casa sua, in via Boscovich, all’ultimo piano, dove sul terrazzo zampillava una fontana.
Un’altra sera in un centro culturale di corso Emanuele conobbi Dario Fo e Franca Rame. Era il tempo in cui le case discografiche stavano in Galleria del Corso, dove prima del Festival di Sanremo ascoltavano le canzoni in gara. Una volta arrivai in ritardo e perdetti quella di Tony Renis, “Quando quando quando”; telefonai a casa e Tony, gentilissimo, mi cantò il brano al telefono. “Gli dissi: “Vincerai” Sanremo”, ma per fargli un complimento, senza crederci davvero; e mi guadagnai il titolo di sensitivo. Non è vero che a Milano a quei fenomeni strani sia vietato l’ingresso.
Sempre in Galleria del Corso feci una chiacchierata con Domenico Modugno, proprio il giorno in cui lui andava a firmare il contratto con la Carosello e io a prendere dei dischi da recensire. Sempre in quella Galleria, quasi sotto il Duomo, m’imbattei in Memo Remigi e in Orietta Berti in compagnia di Osvaldo. Una mattina, seduto a un tavolo esterno del Bar Haiti, vidi Rosario Borrelli, l’attore che aveva preso parte al film girato a Taranto “Marinai, donne e guai”, con Antonio Cifariello, Alberto Bonucci, Inge Shoener. Mi offrì una bibita e mi raccontò le sue disavventure con la Casa cinematografica, che a suo dire preferiva Lello Arena. Conobbi anche Alberto Lupo e nel suo negozio di dischi di via Coni Zugna Alberto Testa, che furoreggiava con “Io sono il vento”.
Porta Venezia

A un tavolo del Bar Donini, in piazza San Babila, a mezzanotte, intervistai Ernesto Calindri, che stava recitando al San Babila “Uno sporco egoista”.
Mi coinvolsero nell’ufficio stampa del film “L’Immensità” e riempii i giornali di foto, comprese quelle di Don Backy su “Oggi” e della Caselli con il gambone disseminato di firme sul “Il Giorno”, che allora era ancora il mio sogno. Quando avevo tempo facevo un salto da Mario Ligonzo, già responsabile della pagina politica del “Corriere del Giorno”, assunto a Milano dal “Corriere della sera” e alloggiato in un residence di corso Garibaldi, lo stesso di Nino Manfredi e di altre personalità dello spettacolo. Un giorno parlai con un signore anziano, bassino, sottile, coppola in testa, che faceva il posteggiatore proprio di fronte. Era discreto, silenzioso, educato. E mi fece una rivelazione: era il fratello o il fratellastro di Tina Pica, la simpaticissima attrice che animava le scene di molti film di De Sica. Dopo qualche anno, al commissariato Ticinese l’ispettore capo Armando Sales mi disse che nel vicino corso San Gottardo un vecchietto era stato trovato morto dopo cinque giorni dagli inquilini dello stesso ballatoio: sentivano suonare la radio a tutte le ore continuamente, erano entrati dalla finestra, facendo la scoperta. Viveva solo. Ero al “Giorno” e il capocronista Enzo Macrì, che veniva dall’”Europeo”, m’invitò a fare un’inchiesta sulla solitudine degli anziani. Erano tanti. E tanti avevano un gran bisogno di compagnia.

Il Naviglio Grande 


I commissariati erano un serbatoio di notizie. In quello di via Novara tirai fuori una chicca: Un cane aveva notato un portafoglio su una panchina del parco; lo aveva agguantato e portato al posto di polizia, all’ufficio denunce, come aveva fatto il padrone tempo prima. L’episodio suscitò incredulità, ma io avevo letto le carte. Mi trovai per caso in un altro commissariato, quando vidi entrare fra due poliziotti Alì Babà, soprannome derivato dalla convinzione che fosse titolare di un patrimonio enorme accumulato con il mestiere di ricettatore. Un “trombettiere” mi riferì che mentre era di fronte al maresciallo che stava stendendo il verbale per poi mandarlo in carcere scoppiò a piangere, supplicando il sottufficiale di concedergli una telefonata per pregare il suo vicino di prendersi cura del cucciolo, che restava solo in casa. Dopo qualche tempo seppi che era morto in cella, leggendo un articolo di Paolo Chiarelli sul giornale di via Solferino.
Caracciolo e Giuliani

Una sera a cena con cronisti e poliziotti il maresciallo Ferdinando Oscuri, mio grande amico, mi sussurrò una storia. Due ospiti dell’albergo popolare, mentre rientravano notarono in un’auto una valigetta. Uno disse di volersela prendere e l’altro gli consigliò di rinunciarvi per non mettersi nei guai. Non venne ascoltato e in pochi minuti la valigetta era già fuori del finestrino. “Qui c’è tanta chincaglieria che sembra oro, me la porto via” urlò il possessore. S’infilò tra le vie di Porta Genova, entrò in un’osteria, chiese un bicchiere di vino e donò all’oste un oggetto. Le donne presenti, falene professioniste, gli si fecero intorno e lo accarezzavano, lo abbracciavano, guadagnandosi ognuna un regalo. Quello beveva e loro lo incoraggiavano e lui assottigliava il contenuto della valigia. Una lo invitò a ballare, ma l’uomo ormai era strafatto. Passarono ore e lui uscì all’aperto, s’infilò un anello al dito e lasciò cadere il contenitore vuoto e si stese su una panchina e si addormentò.
Fu svegliato all’alba dalla polizia. “Hai sperperato un tesoro. A chi lo hai dato?”. “Tesoro?”. “Sì, quello che hai distribuito stanotte”. Guardò il dito e l’anello non c’era più. Qualcuno glielo aveva rubato mentre dormiva.
Oscuri, Giannattasio, Presicci

Ovviamente finì di smaltire la sbornia in questura, ma continuò a non ricordare granchè, soprattutto le facce. Oscuri era in pensione come me da tempo, poi lui si ammalò, non poteva muoversi dal letto, io andavo a trovarlo spesso e lui mi raccontava tante cose. Era stato il migliore, tanto che i funzionari gli davano del tu. A parte Enzo Caracciolo, un capo della Squadra Mobile severo, che lasciò il servizio con la qualifica di questore e lo scrupolo di non aver potuto risolvere l’omicidio di Simonetta Ferrero, uccisa all’Università Cattolica di Milano. Me lo confidò durante un’intervista che gli feci in occasione della serie “La polizia racconta”.
Ho memoria di tantissime cose, ma non ho mai voluto imparare il dialetto meneghino. Solo l’espressione “Ghe pensi mi”, perché la usava Tino Scotti in una pubblicità di “Carosello” e la usò una sera nel foiyer di un teatro, mentre intervistavo lui e Claudio Villa, ancora arrabbiato per un furto subito durante una “tournèe” all’estero.
Avevo cominciato anch’io ad andare di fretta, ma perché me lo imponeva il lavoro di cronista.

mercoledì 16 settembre 2026

Ancora successo per la Sagra di Crispiano



IL PEPERONCINO PICCANTE E’ UN “PONTIFEX MAXIMUS”

 



Peperoncini pendenti (foto La Fratta)
La folla non si è fatta scoraggiare dal caldo e ha animato la festa in onore della spezia che ha ”fans” in tutto il mondo. Il ricordo di un grande, Michele Annese

 

 

 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI

 
Mister peperoncino piccante celebrato a Crispiano, nei primi giorni di settembre. Nonostante il caldo, che sembrava voler assottigliare il numero dei seguaci, che di solito partecipano all’evento. “’U puperrùsse asquànde” è un’autorità, un simbolo e nessuno può avere la forza di giubilarlo.
i De Lucreziis (foto Laddomada)

Gli “stand” erano quindi regolarmente frequentati, e le polpette, le mozzarelle, le friselle, addirittura il caffè e il gelato, che ognuno impolverava di “habanero” o di altri suoi confratelli vulcanici quanto lui, erano come al solito molto richiesti. Gli adoratori “d’u puperùsse asquande” sono davvero tanti e li si vedeva passeggiare come a una festa patronale.
C’era anche chi non appariva un patito della spezia, faceva solo la ronda da un capo all’altro di via Martellotta, fino alla piazza che fronteggia la chiesa di san Michele Arcangelo, per curiosità e per spasso, salutando con entusiasmo chi veniva dal senso opposto. Insomma, la sagra è stata comunque partecipata, per la gioia degli “Amici da sempre”, il gruppo di cui fanno parte i De Lucreziis, anima e cuore della festa, sulla quale aleggiavano persone indimenticabili, come Michele Annese, che è stato l’ispiratore della cultura e di tante manifestazioni rimaste nella memoria di chi ne ha.
Stand del prof. Biagi

Non era presente, se non in spirito, neppure il professor Biagi, docente all’università di Pisa ed esperto di peperoncino (allestiva la sua postazione distinguendola con lo striscione “Peperoncini nel mondo”, provvista di decine e decine di piatti con ogni specie in polvere di diversi colori, tanto da dare l’impressione di trovarsi davanti a una grande tavolozza).
Sono andato tante volte alla sagra del peperoncino piccante di Crispiano. Già un mese prima aspettavo con ansia l’appuntamento con Michele, che dopo avermi tenuto a pranzo nella sua bella casa, verso le 20 sentivamo il richiamo di quella sostanza che manda in visibilio il palato. Camminavamo commentando e io con l’altro orecchio, ascoltavo i commenti. Detto sottovoce, sentii una signora sui sessanta bacchettare il marito: “Ha davvero tutte queste capacità erotiche questa virgola? E allora che cosa aspetti a comperarla?”. Un esperto mi ha illuminato: “Essendo un vasodilatatore, la bella figura la può far fare nell’alcova”. Serviti gli increduli. Le esaltazioni del festeggiato erano le più diverse. L’intellettuale sosteneva che fu Cristoforo Colombo a portarlo in Europa nel 1494; che nel mondo se ne trovano oltre 1600 varietà e che i maggiori consumatori sono stati Greta Garbo, Gregory Peck, Bernard Russell, Anna Magnani, Anthony Quinn; e lo sono Robert De Niro, Gianfranco Fini e tantissimi altri.
La banda (foto Laddomada)

Ottime le esibizioni di una banda di ragazzi: soddisfatti gli “chef” tra i fornelli, i loro assistenti, i titolari degli “stand” decorati con vasi, vasetti, cesti, coppe e tanti altri contenitori e mazzi di spezie appesi al soffitto, inchiodati alle pareti o deposti su un mobile, sul bordo di banconi, compreso quello degli “Amici da sempre”; “bouquet” fra le braccia di giovani e signore anziane, ragazze con grembiule cremisi in onore del peperoncino, grosse coppe con “bouquet” di peperoncini, padelle con orecchiette e carne al peperoncino. Una goduria per gli appassionati.
La memoria si apre su edizioni non tanto lontane, come quella in cui entrarono in azione le parrucchiere, incaricate d’ispirarsi al peperoncino nelle architetture in pubblico sulle capigliature di giovanette molto carine. Le professioniste ce la misero tutta anche perchè poi le “dive” dovevano sfilare con corolle di peperoncino al collo. Le enormi “collane” erano dietro le quinte del palco e il diavolo entrò in azione, facendole sparire con l’aiuto di un ladruncolo e quando gli organizzatori andarono per prenderle rimasero di stucco. Un giallo nell’atmosfera tinta di rosso. Erano già state annunciate, per cui a nulla valsero le dichiarazioni per giustificare il... “neo”.
Orecchiette al peperoncino (foto Laddomada)

Qualcuno per attenuare il colpo se ne uscì con una battuta banale: “Cose che accadono ai vivi”. Certo non può accadere a chi se n’è andato tra le nuvole, dove i ladri non hanno diritto di cittadinanza. La sfilata si fece ugualmente, tanto la novità stava nell’acconciatura dei capelli e va detto che le parrucchiere si rivelarono artiste del pelo e le “modelle” vere portatrici del bello. Il racconto fa parte della storia. In quella storia entra anche Giorgio Di Presa, che ha un negozio di erbe su via Taranto a Martina Franca: calato nella sua divertente maglietta che porta il suo nome catturava simpatia con le sue battute esilaranti. Un nome dunque noto tra i “fans” della sagra. Come quello di Vito Santoro, fisarmonicista eccellente, che anni fa si propose di far rinascere la serenata a Crispiano, elettrizzando le coppie, già pronte lei per uscire a mezzanotte in vestaglia sul balcone e lui giù con i suonatori, di solito tre: violino, mandolino e mantice.
Clienti alla sagra (foto La Fratta)

Quanti ricordi porta con sé la sagra del peperoncino di Crispano. Anche il prete della chiesa intitolata a san Michele, che scrisse un paio di libri su Crispiano com’era una volta, in cui parlava anche dell’albero della cuccagna: un palo cosparso di grasso che un gruppetto di contendenti doveva scalare per arrivare a un ben di Dio pendente sulla cima.
Com’era Crispiano? Io conosco Crispiano com’è. Me l’ha presentata Michele, che dispensava cultura non solo attraverso i libri e organizzava, inventava o sosteneva iniziative che davano lustro alla città e l’aiutavano a crescere. A Crispiano Michele era un principe alla mano: e alla sagra del peperoncino tutti lo salutavano cordialmente; qualcuno lo avvicinava e gli stringeva la mano in segno di amicizia e di ammirazione. Non me la sento di parlare di questa solennità senza ricordare Michele, che la condivideva e incoraggiava. Via Martellotta era per lui un’attrazione irrinunciabile, ma anche una curiosità. “Quest’anno ti riservo una sorpresa - mi disse, ecco lo ‘stand’ del professor Biagi, che il peperoncino lo coltiva: lì c’è una sua pianta esclusiva”. Tra i ricordi anche l’incontro tra Vito Santoro e il cestaio Antimo Calò di Oria, che ai margini della sagra intrecciava vimini per creare cesti. E i miei dialoghi con Alfredo De Lucreziis, che mi illustrava le virtù del peperoncino, i luoghi in cui viene coltivato, i primati delle specie (allora detenuto dall’habanero); Diamante, in Calabria, dove si svolge una sagra nazionale con personaggi che assumevano anche un chilo di peperoncino per vincere (e oggi?...). A Diamante pubblicavano una rivista in carta patinata in cui si raccontava tutto della prelibatezza. A realizzarla era il giornalista Mario Monaco.
la Chiesa di san Michele Arcangelo (foto La Fratta)

Il peperoncino è diffuso in tutto il mondo e tra i tifosi vantava, a quanto si dice, anche Mao tsè-tung. A Crispiano nei primi giorni di settembre si apprendono tante cose: gli “chef” hanno da raccontare quanta spezia spargono sui fagioli e su ogni altro cibo. Il peperoncino è un “pontifex maximus”. Del resto, se non svolgesse questo ruolo, se non fosse una delizia del palato, gli si dedicherebbe una cerimonia così importante? I celebranti “Amici da sempre” ne vanno fieri, come quando allestiscono con pane o biscotti scaduti i loro presepi originali di grandi dimensioni. A questa sagra tanti anni fa conobbi anche il dottor D’Addario, presidente dell’associazione “Habanero” di Oria. Feci un salto da lui e gli feci tante domande sulla spezia: scartò le dicerie e mi dette sommarie conferme di caratteristiche speciali che riguardavano anche gli usi presso società e famiglie di una volta. Mi regalò una copia della rivista di Diamante. Michele mi consegnò un libro che avrebbe allargato la mia poca conoscenza della specialità e io ne acquistai altri nella libreria di via Ceglie a Martina Franca. Lessi che bisogna stare attenti ai primati, che cambiano con la velocità del suono.
Questa sagra la porto nel cuore. Da quando se n’e andato Michele mi tengo informato, osservo le fotografie che mi mandano gli amici, tra cui il fotografo artista Carmine Lafratta, con studio a Lama, che gira il Paese per ritrarre carnevali, sagre, luoghi storici, fiori, volti, animali con colpi d’occhio originali, Anche Silvia Laddomada mi ha fatto avere quelle scattate da lei.
Da quando è stato scoperto, questo cornetto vegetale è venerato in molti Paesi. Lo ribadiva a Crispiano un tale magro come un’acciuga, scamiciato, pelato, baffi e barba mezza nera e mezza bianca. Diceva, tra l’altro, sgranghendo le gambe, che la spezie più piccante è quella denominata pepe di Cajenna o paprica. Insomma, frequentare questi “riti” serve anche ad allargare le proprie conoscenze.