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mercoledì 15 aprile 2026

Un libro su Nino D'Amato

LO HA SCRITTO ANNA LA MOGLIE DISPERATA

 

 



La copertina del libro
E' stato questore a Crotone e La Spezia, avendo la stima della gente. Era stato capo della Squadra Mobile a Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI

 

Un libro scritto con amore e dolore; un racconto denso di particolari bagnati di lacrime: “Il silenzio più altro: anatomia di un congedo”.
Nino D'amato
Lo ha scritto Anna Tommasi, la moglie del questore Gaetano Nino D’amato imprigionata nel buio e urla fra le macerie di un’unione che sembrava per sempre. L’autrice è una donna colta e ha uno stile di scrittura scorrevole come gli sci su una pista innevata. Snoda la sua tragedia, la morte del marito, conosciuto ai tempi del liceo; ne descrive il carattere; i giorni più belli prima delle corse all’ospedale. “Il tempo era stato scandito dalle terapie …” per contrastare il male, implacabile. Il giorno successivo alla scomparsa Anna ha cominciato a postare su Facebook video con colonne sonore struggenti, e immagini di Nino scattate in tutte le occasioni ufficiali e private.
Anna non ha riempito d’inchiostro queste pagine per mandarle in libreria e consegnarle ai giornalisti per le recensioni. Scrivendo ha tentato di placare il suo dolore per la perdita dell’uomo che ha amato e gli è stato strappato quando lui aveva soltanto 62 anni ed era arrivato al vertice della carriera di poliziotto intelligente, preparato, umano e anche invidiato. Un uomo sempre sorridente, gentile, schietto, affabile. Stimato da tutti, uomo prestigioso della nostra polizia.
I questori D'Amato e Vito Plantone
Era nato a Taranto, la città dei due mari, il Piccolo e il Grande congiunti da una canale che si apre per far passare le navi. Lo vidi tantissimi anni fa in via Fatebenefratelli 11, sede della questura, da dove sono passati personaggi di grande spessore, come Mario Nardone, Mario Jovine. Vito Plantone, Ferdinando Oscuri, Antonio Pagnozzi... Quando lo intercettai nel lungo corridoio reso meno oscuro da una luce flebile - quello che dal cortile porta alla Squadra Mobile - lui era vice di Achille Serra. Era Ironico, scherzoso, buono. Farei fatica a cercare un difetto da mettergli addosso. Non smaniava per mettersi in mostra, per finire nelle pagine dei giornali, nemmeno quando aveva concluso una operazione brillante, di quelle che decapitano una banda criminale e rastrellano armi, droga, ricetrasmittenti, denaro.
Alberto Berticelli, cronista del “Corriere della Sera”, in occasione della sua morte in poche parole ha disegnato icasticamente la figura di Nino con parole che non ha avuto quasi per nessuno. Altro estimatore Piero Colaprico, che trottava per “La Repubblica” e oggi direttore artistico del Teatro Gerolamo. Non era possibile non voler bene a Nino D’amato, che sapeva essere paziente, tollerante, con una figura che sembrava scolpita da Prassitele, detto l’artista della grazia. Nino non si scoraggiava mai: se si trovava in un’indagine complicata riusciva sempre a individuare la soluzione, come quando fu scoperto ammazzato sul margine del marciapiedi, quasi tra le cassette di un fruttivendolo, uno che aveva le mani nell’eroina.
il ponte girevole
Era agli arresti domiciliari e poteva uscire soltanto un paio di volte la settimana e per qualche ora per procurarsi da mangiare. In pochi minuti Nino identificò la vittima e intuì l’ambiente in cui era maturato il regolamento di conti. E non lasciò i cronisti all’asciutto, dicendo ciò che poteva per non compromettere il suo lavoro. Non giocava con i rappresentanti della stampa, spesso costretti a piluccare le notizie da fonti non ufficiali. Nino D’Amato era chiaro, cristallino: se poteva, informava senza farsi supplicare.
Poi fu nominato questore e girò alcune città - Crotone, La Spezia -, dove fu subito amato e stimato. I “trottatori” della carta stampata non lo avevano mai perso di vista. Michele Focarete, che conosce la Milano di notte come pochi, lo ha ricordato su “Libero”; Alberto Berticelli, sempre al corrente della vita in questura, ha avuto, anche lui, parole intrise di apprezzamento sull’impegno e sulla bravura espresse nelle investigazioni da Nino D’Amato. Io ebbi la notizia dall’ispettore capo Ugo Brignoli e dal commissario Silvano Gattari, che spesso lavorarono assieme a lui. Come l’ispettore capo Alberto Sala, per tanti anni sul campo con l’Fbi e la Dia e svolse uno dei primi capitoli di tangentopoli.
Il Galeso
Nei video di Anna appaiono molte attività di Nino: conferenze-stampa senza enfasi, feste della polizia fra la gente per stabilire un rapporto, interviste, incontri con personalità…
Soltanto una volta abbiamo parlato delle nostre origini. Un giorno m’invitò al bar di fronte alla questura e sorbendo un caffè mi disse che era di Taranto. Non approfittai per avere qualche pillola di un lavoro che stava portando avanti. Fra noi c’era amicizia e rispetto per i ruoli. Se lo chiamavo al telefono e lui era impegnato non lo faceva pesare: diceva solo che si sarebbe fatto sentire lui. Era sincero, cristallino, come l’acqua del fiume Galeso, caro a Orazio, Virgilio e a tanti poeti contemporanei.
Era un un uomo elegante anche nei modi. Trattava bene tutti. Non si dava arie, non assumeva atteggiamenti altezzosi. Rispettava anche il poliziotto che presidiava l’anticamera del capo della Mobile, Fina, che quando andò in pensione acquistò una cinepresa per fotografare Milano. Nino lo riferiva, contento per lui. Lo stesso riguardo ebbe per chi lo sostituì. Quando se ne andò nella città in cui era stato nominato questore i cronisti lo assediarono per salutarlo. Alle feste della polizia faceva discorsi completi, ma senza spreco di parole. Raccontava in modo efficace l’impegno degli uomini in divisa per la sicurezza dei cittadini.
Nino D'amato
Ho tantissimi ricordi. Quando i poliziotti portarono a termine l’operazione detta “i fiori di San Vito”, il futuro capo della polizia Antonio Manganelli la illustrò ai cronisti, dicendo sorridendo che non si trattava di rose e margherite: erano finiti al “gabbio” i capi e i sottocapi di una “’ndrina”, compresa la “sorella di omertà”, titolare di decisioni anche estreme. Bene, fu poi Nino ad entrare nei particolari, spiegando a chi non aveva letto il libro di Luigi Malafarina tutti i gradi degli esponenti della “fibbia”. S’informava molto bene e non raccontava mai in prima persona. Parlava al plurale, perché un’indagine viene svolta anche con la collaborazione degli agenti.
Che cosa resta quando un uomo, un servitore dello Stato così virtuoso scompare? Già, che cosa resta? La memoria incancellabile e l’afflizione, il riconoscimento e la gratitudine E lo strazio dei parenti più intimi.
Anna, donna ricca di cultura, tenta di placare l’angoscia con i video e ora con queste pagine in cui narra la loro vita insieme, i giorni del mare, della spensieratezza, della gioia e poi quelli dell’ospedale, dei medici, di quel bianco che spaventa, del pianto, delle mani intrecciate. Poi il crollo e la voce di Anna che s’incrina e quella di Nino che dice al figlio medico in lacrime: “Sfogati”. Scrivendo, sicuramente Anna Tommasi lo sente rivivere, lo rivede vicino a sé, gli parla, ascolta la sua voce, coglie il suo alito, vede il suo sorriso coinvolgente. “Alle 7,30 Milano era già un groviglio di auto distratte, un nervosismo di motori che Nino, suo marito, osservava con la solita attenzione, come quasi dovesse guidare lui, al posto di suo figlio... Matteo, il medico, che intanto lo spiava tra una chiacchiera e l’altra…”. Era una delle corse verso la corsia dell’ospedale. Ma l’autrice descrive anche l’intimità di una casa saturata di memorie. In queste righe icastiche Nino rinasce, “bello, buono, bravo”, circondato dai cani da tartufo mai sazi di notizie; al microfono nelle cerimonie ufficiali o nelle cene private, in cui parlava di Michele Placido, che aveva girato scene di un film tra i corridoi della questura, di Ugo Tognazzi e Carlo Delle Piane e altri ancora. Ha lasciato tracce incisive, Nino D’Amato.
Pagnozzi, Oscuri, D'Amato
Rieccomi nell”Anatomia di un distacco”… “La sua carriera è iniziata a Milano violenta degli anni di piombo”. Abituato ad affrontare il mondo a schiena dritta. “Ma quando l’ombra della malattia si allunga sulla sua esistenza, la ‘fortezza’ inizia a vacillare, non con un boato, ma attraverso uno slittamento silenzioso e inesorabile”. In alcune frasi si respira aria di poesia. Me li immagino, i giorni di Anna. Anche dalle immagini che appaiono su Facebook si ritrova un Nino gioioso, con la moglie e figli piccoli a giocare sulla sabbia. Quanti particolari! I guanti di Nino … “di ottima fattura, proprio come li aveva chiesti a Matteo per quel suo ultimo Natale. Voleva che fossero nuovi, perché la pelle di quelli che indossava abitualmente si erano ormai arresi al tempo…”. “Il silenzio più alto: anatomia di un congedo” fa palpitare il cuore. È un’opera stupenda, di notevole valore letterario su un distacco travolgente.

 

mercoledì 8 aprile 2026

Nicola Giudetti, il mito


CELEBRA TARANTO NELLE SUE POESIE

 




Nicola Giudetti
Conosce benissimo la città vecchia, dove in una chiesa sconsacrata dedicata alla Madonna della Scala, glorifica il dialetto tarantino
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FRANCO PRESICCI
 
 
Nel borgo antico, nella chiesa, sconsacrata, della Madonna della Scala, si svolgono altre celebrazioni, domenicali e non. Pontefice massimo Nicola Giudetti, che raccoglie attorno a sé centinaia di appassionati soprattutto del dialetto tarantino.
Giudetti legge una sua poesia
A cercarlo sono anche i turisti, che ne hanno sentito parlare dalle televisioni locali, dai giornali, dal passa parola e dai tanti video postati su Facebook. In quelle riunioni improvvisate e non Giudetti, memoria storica della città, recita sue toccanti poesie in vernacolo impreziosite dal suo modo di interpretarle e tra una composizione e l’altra racconta Taranto, la sua storia, le sue leggende, i personaggi di una volta, i vicoli, “le strìttele”, le chiese, la musica del Mare Piccolo, cantato da poeti e scrittori anche stranieri.
Nicola Giudetti è dunque il tarantino più famoso. Chi dice che non è vero finirà all’inferno. Ma in verità non lo dice nessuno. Moltissimi, appena entrano nel borgo antico, chiedono di lui e c’è sempre chi indica prima di tutto il suo piccolo museo di via Duomo, dove si possono ammirare gli attrezzi antichi, i suoi quadri e le sue processioni in terracotta e ascoltare dalle sue labbra una poesia sulla mamma o sul compleanno della moglie o sull’incanto di questa perla, che è il mondo al di qua del ponte girevole.
A volte Nicola lo si trova stagliato sulla soglia del suo museo come il guardiano del faro. Osserva il passaggio di gente che non conosce e saluta; i ragazzini che giocano, rincorrendosi e urlando; il vecchietto che avanza a passo incerto…, e si rallegra quando un nugolo di persone si ferma assiepandosi davanti a lui, desiderosa di conoscerlo e di ascoltarlo. E qualcuno gli chiede pure l’autografo. Poi la siepe si frantuma, ricomponendosi dopo aver visto una nassa o una lanterna. Nicola prende il filo di una narrazione che qua e là sa di fiaba e invece è verità indiscutibile. Conosce molto bene la sua città, le sue tradizioni, i suoi pregi e i suoi difetti e la descrive in modo semplice, mescolando vernacolo e lingua, suscitando simpatia e affetto.
Giudettti in barca sotto il ponte
Adesso che arieggia ancora la Pasqua, e tutti hanno visto la processione del “Misteri” plasmata con l’argilla dalle sue mani tutti gli chiedono mille notizie sui riti, le poste, i confratelli (“le perdùne”)… Lui soddisfa ogni domanda con quel suo linguaggio che seduce. Non ha bisogno di paroloni per spiegare i volti della città, anche le facciate dei palazzi, che pur essendo screpolate hanno il loro fascino. Di quei palazzi e di tutti quelli della città vecchia lui può evocare gli abitanti, il mestiere che esercitavano, la vita che conducevano, il carattere, i soprannomi, i difetti e le virtù.
Giudetti è un uomo acuto, generoso, affabile. Sa entrare nell’anima delle persone, ha voglia di dialogare, di confrontarsi., di sentirsi protagonista. Qualche domenica fa – mi ha riferito Antonio De Florio, comandante del gruppo “Foto Taranto Com’era” su Facebook e abile regista di video, un artista, suo amico - nella chiesa di cui Nicola ha le chiavi, piena di gente che ascoltava il mattatore pendendo dalle sue labbra, un altro Nicola, Cardellicchio (innamorato di Taranto) riprendeva ogni momento, immortalando i volti e le loro espressioni.
Quando Nicola Giudetti parla, nel pubblico cala il silenzio, ma lui è sempre pronto a troncare un discorso pur di dar voce agli altri. Qualcuno lo ha definito un mito, il re della città vecchia, che odora di mare.
Antonio De Florio in piazza Fontana

E il mare c’è, dopo la discesa Vasto e sbocca in via Garibaldi, che a sua volta porta a piazza Fontana, lasciandosi alle spalle la chiesa di San Giuseppe, banchi di “cozzarùle”, pescivendoli e il ricordo inesauribile di “Pesce Fritte” e dell’esercizio di “Cicce ‘u gnùre”, di cui Nicola potrebbe rispolverare le vicende quotidiane e il tipo di clientela, sfiorando “’a Duàne” e “’a Tòrre d’u relògge”, che ispirò a Diego Marturano commoventi versi.
Mi piacerebbe andare per queste vie, avendo come guida Nicola; riattraversare “a vieremìenze” ricordando quella che era ai tempi in cui avevo 16 anni e frequentavo la chiesa di “Sanemìnghe”, dove il parroco era don Stefano Ragusa, di Martina Franca. Mi piacerebbe essere discepolo di questo Socrate arzillo, dalla memoria fertile e inossidabile. Con lui, tra “strìttele” e vicoli avrei tanto da apprendere.
Sì, vorrei essere un turista al fianco di un uomo che ama la sua città e non dimentica nulla degli anni che questa si porta sulle spalle. Lo sento, Nicola, mentre informa su ‘u trainìere ca purtàve le rafanìjdde da le Caggiùne a chiàzza Marcòne” (Diego Fedele scrisse una poesia godibile e divertente sull’argomento); indica la targa di Paisiello; o racconta i vecchi artigiani, compreso l’anziano orologiaio, che aggiustava una sfera e scrutava i passanti: un ometto con gli occhiali alla Cavour, basso e in carne.
Giudetti al lavoro

Quando mi capita di fare un salto nella città vecchia con qualche amico del Nord, sosto davanti al locale dov’era “Pesce Fritto”. Una sera – gli dico - ci andai con i colleghi universitari che avevano organizzato la festa della matricola. Offrimmo una bottiglia di vino a tre marinai inglesi e loro ricambiarono bevendo e gridando “Queen Elizabeth!” e noi arricchimmo il coro.
Poeta e pittore, affabulatore unico, geniale. Antonio De Florio e Nicola Cardellicchio di solito la domenica si ritrovano nel suo sacrario per conversare, progettare iniziative, come quella volta qualche anno fa dei vecchi mestieri con Nicola che, vestito da artigiano, manovrava il trapano a mano fingendo di ricucire la ferita di “’nu lìmme”.
Senza voler fare, per carità, il Pico della Mirandola, vorrei chiedere ai giovani il significato del termine “limme” o “de strecatùre”. Probabilmente non lo sanno e non è colpa loro: il dialetto, se non lo si usa, ”se stùte”. E invece bisogna tenerlo vivo, palpitante, vibrante, perché è un tesoro. I genitori di una volta imponevano ai figli di adottare la lingua italiana e non il vernacolo e beato chi almeno in questo disobbediva. Io in casa parlavo come voleva mia madre, e con gli amici, olè”, la parlata della città vecchia, dove Alfredo Nunziato Majorano, poeta ed etnologo, andava per ascoltare la musica che usciva dalle labbra dei pescatori con i capelli arsi. Nicola è la roccaforte del dialetto. E’ un menestrello che fa rivivere fatti, persone, brani di vita di una Taranto scomparsa, molto lontana da noi.
Giudetti mostra  i suoi quadri

Nicola Giudetti è un maestro di dialetto. In uno dei miei soggiorni nella Bimare, in una cena tra amici cari, recitai dei versi che scrissi quando frequentavo il liceo (“D’a Ròcche mò tu è scisce ‘nzìgn’a Tàrde/ p’acchià’ d’a tarandine ‘a pàgghia bbòne…”). Erano tutti di Taranto e mi chiesero che lingua fosse. Divenni una statua di sale come la moglie di Lot. Del resto un bel mucchio di pugliesi quando arrivano a Milano imparano il dialetto di Meneghin e Cecca, per distinguersi.
Nicola, continua in quei tuoi incontri ad esaltare la nostra parlata, come hanno fatto Diego Fedele, Diego Marturano, Alfredo Lucifero Petrosillo... Continua a valorizzare “’a parlàte d’u nònne”, a dire “femenàzze” e “stangachiàzze”, “vecetàre” e “carlasciòne”. Che delizia per le orecchie di un tarantino in esilio, di un delfino errante, come dice Antonio De Florio.
Giorni fa mi ha chiamato Nicola Giudetti e ho esultato. Una voce amata, musicale, lontana ma vicina. Mi ha portato un soffio della mia culla. Che voglia di prendere un volo per Bari o Brindisi e poi correre sulle rive del Mar Piccolo per captare la sua melodia e bearmi al suo profumo. M’incanta vedere su Facebook Nicola con due valve “de parecèdde mmàne”, che le persone colte chiamano “pinne nobilis” e ricordano che dal suo pelo le donne di una volta ricavavano ciò che serviva per fare il bisso, arte che, anche quella, non si pratica più. Il suo ciuffo di peli sulle valve è chiamato dai pescatori la “chioma di Venere”.
Nicola Giudetti mangia una cozza

Quante cose s’imparano frequentando il museo e la chiesa a disposizione di Nicola, dove si fanno anche mostre di pittura, conferenze, concerti e in talune occasioni, aprendo la tenda, appare il... celebrante, cioè Nicola, fra applausi ed evviva. Poi magari un rinfresco.
Ripeto, Nicola Giudetti è il mentore del borgo antico. E nessuno lo potrà defenestrare, ammesso che abbia la forza, le doti e la volontà. Nicola non è Luigi XIV, ma è comunque un personaggio storico della città più bella del mondo.

mercoledì 1 aprile 2026

Nicola Cardellicchio e la sua attività

PASSA LA VITA TROTTANDO PER LA DIFESA DEL DIALETTO

  

Nicola Cardellicchio
Ha fotografato processioni, le chiese, tutti gli angoli più belli della Bimare; creato associazioni culturali, aiutato le prime radio private… per restituire energia al vernacolo. 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Nicola Cardellicchio è una sorta di pozzo di San Patrizio. Cali il secchio e lo ritiri su zeppo di notizie e di curiosità. E quando si racconta, rievocando fatti e storie di una vita vissuta collezionando testimonianze su Taranto e partecipando a tutti i riti i, eseguendo e costruendo fortezze per la difesa del nostro dialetto, si accende e non ti resta che ascoltarlo con attenzione.
Nicola vicino alla locomotiva a vapore

Ricorda la locomotiva a vapore, che prese più volte, anche ai tempi in cui vinse il concorso nella ferrovia dello Stato, andò a lavorare a Bari, salì a Bolzano, rientrò nella Bimare, dove diventò dirigente della biglietteria. Andato in pensione, fu più libero di muoversi e creò centri culturali, cominciò a fotografare i palazzi della città vecchia, le pusterle, le chiese dentro e fuori, la Dogana (un tempo chiamata “a Duàne d’u pèsce”), la Torre dell’Orologio in piazza Fontana, Mar Piccolo, le pescherie, le barche…
Corri, ragazzo, corri, gli avrebbe detto qualche impertinente. Ma lui andava “lento pede”, si fermava davanti a un soggetto meritevole di uno scatto o a un angolo che lo sorprendeva. Non c’erano allora i telefonini e lui peregrinava con la macchina fotografica a tracolla. Lo stimolava la curiosità, l’amore, la volontà d’immortalare momenti irripetibili e strutture che avrebbero potuto cambiare faccia. Infatti se si vuole vedere Taranto di una volta occorre bussare alla sua porta o a quella di Antonio De Florio. Entrambi hanno fatto “clic” di fronte a un tramonto meraviglioso, lottato e mai smesso di farlo, per vitalizzare il dialetto, che è come una pianta: ha bisogno di essere continuamente annaffiata, per non estinguersi.
Cardellicchio e De Florio
Nicola Cardellicchio è tenace nel sostegno alla lingua dei nonni. “Non bisogna mai smettere di dare fiato a questa preziosità, di rinvigorirla, ideando occasioni, sviluppando progetti, inglobando nel cantiere quanto più gente possibile”. Così dice Nicola Cardellicchio, un uomo mite, quasi timido, che parla con voce bassa, sottile, come fosse continuamente in preghiera. Ascoltarlo è un piacere, ha tantissime cose da dire: il suo è un racconto infinito di Taranto, della sua storia millenaria, delle sue leggende, dei suoi riti, delle sue tradizioni. Se non fosse riservato, schivo, quasi un monaco che passa le sue giornate in una cella a leggere, studiare, meditare, programmare intraprese culturali, chi lo interpella scriverebbe un libro. Non uno dei tanti: uno di vita vissuta, con accadimenti reali visti, testimoniati, catturati con l’obiettivo.
Nicola Cardellicchio è dunque una fonte inesauribile: ha una collezione di migliaia di immagini di Taranto scattate da lui e digitalizzate; non so più quante cartoline d’epoca e libri e tantissimo altro. Un archivio privato. Ma è necessario un argano, ripeto, per farlo parlare; e quando si riesce a fargli aprire bocca all’inizio centellina le parole. Non è un uomo da far salire su una pedana e mettergli il microfono sotto il naso. Collabora con l’archivio di Stato; se gli chiedi una foto per corredare un articolo non si tira indietro: anche questo è un modo per fare amare la città, le sue caratteristiche, la sua bellezza. Conosce il borgo antico come l’oste il suo vino o il guardiano del fare gli umori del mare. E’ amico, oltre che di Antonio De Florio, di Nicola Giudetti, il mito del borgo antico, poeta, pittore, raccoglitore di tutto ciò che appartiene alla civiltà di una volta (il suo museo).
Nicola Giudetti

Finalmente Cardellicchio si apre del tutto come un sipario su una rappresentazione teatrale di una storia vera, rincuorando l’intervistatore. E allora è una pioggia copiosa di eventi realizzati. Grazie, Nicola, snocciola, sono qui tutto orecchie. “Ho fatto foto, migliaia, anche sulla passerella stesa tra entrambi i borghi, in sostituzione, nel ‘57, del ponte girevole in via di restauro; ho ritratto tutte le chiese di Taranto dentro e fuori; tutte le manifestazioni religiose, le processioni, anche quelle che non ci sono più”. Nel ‘76, quando a Taranto cominciarono ad aprire le radio private (la prima Radio Taranto) Angelo Fanelli e Giulio Pagani idearono un quiz alla Mike Bongiorno. Gli ascoltatori dovevano tradurre in lingua parole dialettali. Era il quiz di nonno Cataldo, interpretato da Pagani. Si scatenò una corsa alla Libreria Filippi a comperare il vocabolario De Vincentiis, che allora era l’unico, per prepararsi per le risposte.
Quale mossa migliore, intelligente, geniale per indurre la gente ad imparare il dialetto. Naturalmente Nicola collaborava, felice nel vedere tutto quel successo riportato da quell’idea. Alcuni anni prima alla Chiesa di San Pasquale padre Adiuto Putignani aveva invitato i poeti tarantini a scrivere opere e a mandarle alle radio, che si collegavano con la parrocchia, stimolando ”me e i miei fratelli a raccogliere libri e altre pubblicazioni. Andavamo in biblioteca a consultare o a studiare pagine anche di giornali, tra cui “’U Panarijdde”, dove scrivevano poeti rispettabili come Diego Fedele, Alfredo Nunziato Majorano, Diego Marturano... Per un periodo il direttore fu Alfredo Lucifero Petrosillo, autore fra tantissimi altri versi di “’U travàgghie d’u mare”…”.
Via Garibaldi

Nicola Cardellicchio non è mai stato con le mani in mano. Ha dato vita a un centro di incontro e di studio delle tradizioni, della storia, delle manifestazioni religiose, del dialetto di Taranto… Il sodalizio è stato poi trasformato in associazione culturale intitolata a Vito Forleo. (nel 2027 compirà 50 anni). “Perché quel nome?”. “Perché Forleo è stato scrittore, aneddotista, pubblicista, direttore per 40 anni della Biblioteca Acclavio dopo Emilio Consiglio di cui raccolse tutte le poesie italiane e dialettali. Nel 1907 scrisse, tra l’altro, ‘Taranto dove la trovo’ e poi ’Taranto dannunziata’, edito da Cressati. Insomma una personalità di tutto rispetto”. Ancora oggi quella fucina di cultura messa in piedi da Cardellicchio è attiva e compare spesso nei bellissimi video di Antonio De Florio. I tarantini dovrebbero leggerlo, questo libro di Forleo. che definisce Taranto la Parigi del mondo antico; e dovrebbero leggere o rileggere i poeti e Cesare Giulio Viola, autore di “Pater, il romanzo del lume a petrolio” e “Venerdì Santo”, che quando avevo ancora vent’anni andai a vedere al Teatro Orfeo, recitato da Emma Gramatica, da Elsa Merlini e Paolo Poli.
Il Galeso

Quante pagine su Taranto sono state prodotte e giacciono quasi impolverate sugli scaffali delle librerie. Nicola Cardellicchio le ha quasi tutte e non le lascia ingiallire. E anche questo è amore per la propria città. Come lo sono le serate culturali che, sempre Cardellicchio e i suoi collaboratori organizzano nella Chiesa di Stella Maris, a Porta Napoli (contiene i Museo del Mare), dove confluiscono nelle occasioni di concerti, marce funebri, letture di poesie tante persone legate come le radici dell’ulivo alla Bimare. Non parliamo delle visite guidate nella Città Vecchia tra vicoli e palazzi storici, “strittele” e “strittelìcchie”che sfociano in via Garibaldi immersa nel profumo del Mar Piccolo, celebrato dai poeti di casa nostra e dai viaggiatori stranieri.
Nato a Taranto nel ‘48, Nicola è dunque un operatore culturale molto impegnato. Per esempio fin dai tempi del Liceo Scientifico ritagliava gli articoli su Taranto e sul dialetto pubblicati da “La Voce del Popolo”. La famiglia, come tante altre, osteggiava la sua passione per la lingua dei nonni, che contiene la nostra anima, ma lui la coltivava ugualmente, ascoltando attentamente e mandando a memoria anche vocaboli non più consueti.
Giudetti nella chiesa  Madonna della Scala

Il vernacolo è sempre stato da molti emarginato. Mi si permetta un episodio personale: quando negli anni ’50 gli universitari tarantini decisero di portare in scena, in occasione della festa della matricola, una commedia in dialetto, scegliendo “’U cuèrne de Marjie ‘a canzirre” di Diego Marturano, girarono tutte le scuole (i licei, l’istituto magistrale, il professionale Maria Pia...), per coprire i ruoli femminili, la risposta fu: “Recitare in dialetto, per carità”. Allora i maschi indossarono la gonna e salirono sul palcoscenico, al Circolo dei Marinai in via Di Palma. Beata Anna Casavola, che ci dette l’onore di essere tra noi.
Oggi mi pare che, grazie a Nicola Cardellicchio, Nicola Giudetti, Antonio De Florio, il pregiudizio sia un po’ calato. Ricordo i tempi delle commedie di Alfredo Nunziato Majorano (‘A stutàte) con il il cinema teatro del dopolavoro ferroviario affollato da appassionati. In platea Antonio Rizzo, che aveva avuto appena l’invito dal “Giornale d’Italia” ad entrare nel suo equipaggio come critico teatrale e già anima e cuore del “Premio Taranto, nel ‘50). Torneranno quei tempi? Finché questo trio continuerà a trottare sono ottimista.

mercoledì 25 marzo 2026

Una conversazione interessante

IL “PERDONE” FELICE BUONOMO RACCONTA LE SUE TROCCOLE

 

Buonomo
Ha preso parte alle processioni dei Misteri”, con suo padre, da quando era bambino. “Molto emozionante era la vestizione”. Le sue opere con il confratello Angelo Solito, oggi nel prestigioso Museo di Vallaloid, in Spagna, sono esposte e ammirate.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI 

  

(le foto, personali, sono di Felice Buonomo)

Felice Buonomo, 67 anni, ha lavorato come tecnico alla Belleli, che costruiva piattaforme petrolifere; poi la ditta chiuse e lui rimase cinque anni in cassa integrazione.
Una troccola o crepitacolo
Nel 2003 l’ex Ilva aveva bisogno di personale e lui non si lasciò scappare l’occasione, rimanendo in quell’azienda fino all’età della pensione. Un giorno il figlio Francesco, lo stimolò: “Sono confratello del Carmine, lo sei anche tu, lo è stato mio nonno, come me Francesco, detto Ciccio (per 25 anni nel consiglio di amministrazione della Congrega con le mansioni di economo), e in casa non abbiamo una troccola”. Accontentare un figlio è un dovere e un piacere; senza contare che avere una troccola (crepitacolo in lingua) in salotto è un onore, una testimonianza, una gioia soprattutto “pe’ ‘nu perdòne”, anzi per una famiglia della categoria. E poi la troccola è anche un simbolo, una testimonianza.
Felice cominciò a cercare il legno, faggio o noce, quelli più adatti allo scopo, e realizzò il sogno del giovanotto: una troccola eseguita con le maniglie, meglio, i battenti nichelati. Prima non si usava quel rivestimento, ma lui aveva iniziato ad adottarlo su richiesta di un cliente.
Eccolo dunque questo fabbricante di troccole, che, invaso dalla passione, ci mette tutto se stesso, collaborando con l’amico Angelo Solito, che intaglia il legno, mentre lui si occupa della parte metallica. Sono troccole fatte a regola d’arte, con riguardo a ogni dettaglio. Quando s’impegna in questo lavoro prova tanta emozione, la stessa di quando indossava l’abito riturale durante la processione dei “Misteri”. Così per Angelo. “Per fare una troccola occorre tempo e pazienza; e ne occorre per... suonarla.
Felice Buonomo nel 2017

Nel 2017 con Angelo ne abbiamo donata una alla Congrega del Carmine in memoria di Francesco Buonomo e Vincenzo Solito, i nostri genitori. Abbiamo un sogno: che questo crepitacolo vada nelle mani di un confratello che la suoni durante una processione”. E’ gemella di quella usata da 300 anni (1874) senza intaglio, attutato nel 1923. Le date furono punzonate da un certo Caso.
Bonomo racconta volentieri, in mondo svelto, chiaro - come se avesse in mano un copione - ansioso di non lasciarsi sfuggire una virgola. Confida che essere confratello dà un brivido, che si accresce quando s’indossa l’abito rituale. Me lo descrivi, questo abito? “Camice, mozzetta color crema, scapolare con la scritta su un lato ‘Decor’ e sull’altro ‘Carmelo’, il cappello nero bordato con un nastro azzurro e cappuccio con due forellini, che viene calato sul volto sulla soglia del tempio prima che si apra per fare uscire la processione”. Attraverso quei buchetti il confratello osserva la folla, la vecchietta che piange; quella che invoca una grazia; l’altra che prega, la gente affollata sui balconi imbandierati con tappeti festosi, le ali di popolo sui marciapiedi, le espressioni dei volti, i papà con i bambini a cavalcioni, la mamma che come se entrasse in meditazione abbassa lo sguardo e intreccia le dita al passaggio di Cristo morto. Molti si commuovono quando compare l’Addolorata, che per tutta una notte ha cercato il Figlio.
Uscita della processione dal Carmine
Momenti toccanti, coinvolgenti. Molti sono venuti dai paesi vicini (Martina, Montemesola, Grottaglie, Crispiano, Fragagnano, Lizzano…); altri addirittura dalla Spagna o dalla Francia: chi per curiosità, chi per devozione. I “Misteri” sono un appuntamento annuale, a cui non si può mancare. Molti tarantini non rientrano a casa dalle 15 del Giovedì Santo, quando esce la prima posta del pellegrinaggio verso il Sepolcro (oggi chiamato Altare della riposizione) al sabato, quando il troccolante bussa tre volte con il bordone al portone della chiesa del Carmine, per chiedere ospitalità per lui e i simulacri. “Il giovedì, all’uscita del pellegrinaggio, nella stessa chiesa si svolge una cerimonia (‘coena domini’) con il lavaggio dei piedi. Una volta io e Angelo abbiamo suonato la troccola in piazza Carmine. Fin da ragazzo prendevo parte alla processione con mio padre. Adesso continuo ad andarci ma senza più l’abito”.
Ha tanto da dire, Buonomo, su questo grande evento, che ha, si dice, tanto di fede e un po’ di profano. “Ah, i confratelli vanno sempre scalzi”, aggiunge il mio cortese interlocutore. Figuriamoci il freddo, in quelle notti.
Incalzo Buonomo. “Il priore del Carmine mi chiese una troccola da spedire al Museo internazionale spagnolo di Vallaloid: detto e fatto e oggi quel pezzo d’arte è esposto in quel luogo prestigioso molto famoso nel mondo. Che soddisfazione!”.
Buonomo Francesco  al pellegrinaggio
“I Misteri” sono dunque molto sentiti, nella Bimare. C’è chi arriva in via D’Aquino tre o quattro ore prima per conquistare la prima fila e deve difendere a gomitate la postazione. Quando si notano fremiti tra la folla vuol dire che un posto è conteso. Lo snodarsi della processione da alcuni è considerato uno spettacolo e quindi per poterlo vedere bene occorre essere appoggiati alle transenne. L’attesa è lunga, tutte le vie interessate sono stipate ancora prima che i simulacri escano, percorrendo via D’Aquino fino a piazza Maria Immacolata, proseguendo secondo l’itinerario tradizionale. Gli sguardi sono tutti verso le statue che transitano lentamente, sorrette da portatori affiancati da dignitari e accompagnati da confratelli. Il corteo è lentissimo, “nazzeche” al ritmo dettato da “’u trucculande” (...”purtànne apprìesse‘a “ddòre de le rìte/ d’ù mare ca se nazzeche a’ Marine…”: la voce di Diego Marturano nella poesia “Tàede vècchie mije).
C’è chi segue il rito da oltre mezzo secolo, da piccolo con papà e mamma mano nella mano. Lo “speaker” una volta era un apprezzato e amato giornalista e scrittore esperto di quei riti e molto noto in città, Nicola Caputo, poi sostituito dal figlio, scomparso anche lui. Il troccolante dà disposizioni agitando la tavola che fa sbattere le maniglie (“trucculescàre”).
Cristo Morto

Siamo già in clima pasquale. Molti tarantini hanno già comperato la colomba, un dolce inventato da Dino Villani, a cui si deve anche l’idea di Miss Italia. Quando la colomba planerà sulle tavole i commensali avranno già mangiato “capetòne”, “cozzagnàcule”, cozze pelose, ostriche del Mar Piccolo, questo mare “pecceridde” (caro ai poeti, soprattutto a Diego Marturano, ad Alfredo Lucifero Petrosillo, ad Alfredo Nunziato Majorano: a Diego Fedel) che s’infuria e si placa, s’illumina, spande musica, allevando le cozze nere, il tesoro della città.
Felice Buonomo, che ha vissuto e vive la prassi anche dall’interno, parlerebbe ancora a lungo. E’ un piacere ascoltarlo: arricchisce, dando notizie precise, circostanziate, a volte facendo rivivere un sogno. Anche quando descrive la lavorazione di una troccola, gli attrezzi manovrati e gli elementi di cui bisogna dotarla: elementi indicativi, emblematici. Un lavoro delicato, ma entusiasmante, svolto con amore. Con Angelo Solito si muovono in armonia in un piccolo spazio. Buonomo non ci tiene a mettersi in mostra, ma non si nega alla richiesta di spiegare, di far scoprire un mondo che molti non conoscono. Il mondo delle confraternite e dei confratelli e dei cortei, la storia delle statue, l’ordine dei personaggi che costituiscono la processione, a cui si accodano tutti quei fedeli.
E’ grandiosa, questa festa. Resiste al tempo, senza perdere nemmeno un po’ della sua rilevanza, della sua capacità di ricordare la morte di Cristo sulla Croce, dopo un’agonia terribile. “Settinana Sande, tempo di passione/ di chi sulla Croce morì pedonando/ insieme al buono e al tristo Malladrone,,,”, scrisse in “Arie de Pasche” Claudio De Cuia, poeta indimenticabile.
Buonomo
E Giovanni Acquaviva, nella sua “Settimana Santa a Tartanto”, rievoca la notte tra il giovedì il venerdì santi, quando “il popolo tarantino non dorme… una veglia che conosciamo da quando eravamo piccoli… La interruppe soltanto la guerra”. E fa emergere una figura di tanto tempo fa: il confratello dell’Addolorata che percorreva “trucculesciànne” vie e vicoli del borgo antico fin davanti alle case “de le perdùne”, “descetànnele”, perché era l’ora di prepararsi per la processione. Una sveglia ambulante ed efficace, che interrompeva anche il sonno di tanti altri che quel compito non avevano. Con questo personaggio la troccola aveva una funzione diversa. Chi non conosce il rumore (per altri un suono) che fa una troccola, che molti appassionati vorrebbero avere in salotto come segno di una ricorrenza che è nel cuore di tutti i cittadini della Bimare, e non solo? Domando: “Quando sono nati i ‘Misteri’”? Lo sappiamo grazie a Giovanni Acquaviva: da un atto rintracciato nell’Archivio di Stato da GiuseppeVozza (nel 1765) risulta che un membro della nobile famiglia di don Diegò Calò volle concretizzare il sogno di portare in processione il Venerdì Santo le immagini sacre di Gesù Cristo e della Madonna ’Addolorata. Di tempo ne è passato, da allora. Eppure i “Misteri” li portiamo ancora nel cuore

mercoledì 18 marzo 2026

Antonio Pagnozzi, poliziotto gentiluomo



PER ASSOTTIGLIARE I RISCATTI CI INVENTAVAMO GLI SCIOPERI

 




Antonio Pagnozzi
Grandi capacità professionali, comprese che la malavita andava combattuta non più affidando l’indagine a un singolo investigatore, ma creando una squadra bene affiatata e preparata. 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Uno dei pilastri di via Fatebenefratelli - dove ha sede la questura di Milano - che ho ammirato per le capacità professionali e le doti umane è stato Antonio Pagnozzi, che fu capo della squadra Mobile, della Criminalpol, quindi questore di Genova, di Cosenza…, prefetto.
Antonio Pagnozzi
Stimato, amato da agenti, funzionari e giornalisti. Lo intervistai per “La Polizia racconta”, pagina affidatami dal vice-direttore Guido Gerosa, l’11 agosto dell’85, nel suo ufficio di piazza San Sepolcro, palazzo nel quale il 21 marzo del 1910 nacque il fascio di combattimento di Milano.
Come al solito Pagnozzi mi accolse con la sua bonomia, dicendosi pronto a rispondere con piacere alle mie domande. E cominciò ricordando gli anni Settanta, caratterizzati da un profondo cambiamento della malavita. La polizia non doveva fare i conti soltanto con i clan che limitavano il loro campo d’azione nell’ambiente metropolitano e avevano intrecci con le zone tradizionali di ‘ndrangheta, mafia, camorra; ma doveva affrontare anche vere e proprie multinazionali del crimine. ”Dalla Sicilia erano arrivate pellacce capaci di gestire l’organizzazione con criteri manageriali; si cominciavano a intravvedere bande con interessi complessi, che andavano dalla rapina di grandi dimensioni al sequestro di persona. Per contrastare questa nuova realtà occorreva una strategia diversa. Non bastava più infiltrare il poliziotto esperto e coraggioso nei meandri criminali, affidare l’indagine a un singolo investigatore. Bisognava creare un’equipe”. A capire per primo la necessità di creare un gruppo specializzato era stato proprio lui, che fra l’altro per dieci anni, dal ‘73, aveva guidato la Squadra mobile e da circa due era a capo della Criminalpol, dopo un’esperienza all’Ufficio politico, dove aveva indagato sulle Brigate rosse, scoprendo tra l’altro, il covo di via Subiaco.
Pagnozzi e Enzo Caracciolo
Allora quarantanovenne, moglie e due figli, passione per la musica classica e il jazz e il bricolage, si era reso subito conto che la criminalità marciava con un ritmo più veloce di quello della polizia. La definì “aprofessionale”, non nel senso che fosse mancante di mestiere, ma che agiva su diversi fronti. E a quella virata si doveva rispondere con mezzi più efficaci. “Ma il cambiamento non riguardò soltanto la criminalità: anche la gente capovolse il suo modo di pensare: quando si convinse che la polizia non stava a guardare e che quindi meritava fiducia cominciò a collaborare. Furono riviste alcune leggi, come quella sugli stupefacenti, che non puniva più il tossicomane come tale, e quella sulla giurisdizione per quanto riguarda i processi per sequestri di persona”. Prima di allora la competenza apparteneva all’autorità del luogo in cui la prigionia era cessata, consentendo al rapitore di scegliersi eventualmente il giudice; poi la competenza venne spostata al giudice del luogo in cui il reato aveva avuto inizio”
Fu per me una grande soddisfazione conversare con quest’uomo colto, ferrato nella sua professione, serio, rispettoso del lavoro dei cronisti, sempre affamati di notizie, irrequieti, infaticabili, disposti a tutto pur di riempire il paniere. Lavoro che comportava sacrifici, notti insonni, ansia. “Occupandoci di sequestri - aggiunse Pagnozzi dopo un momento di silenzio – abbiamo fatto ricorso anche alla fantasia, improvvisando trabocchetti, “escamotage”, con il sostegno di valenti magistrati. Per indurre i rapitori ad abbassare le pretese, abbiamo persino fatto credere loro che i dipendenti dell’ostaggio erano scesi in sciopero per giorni, assottigliando il patrimonio della famiglia”.
Pagnozzi, Oscuri, D'Amato
E gli venne in mente un mattino alle tre, quando in piena nebbia e al buio, con il giudice De Liguori, “facemmo un sopralluogo in uno spazio di quasi 400 chilometri per studiare i punti nevralgici in cui piazzare i nostri uomini sul percorso indicato dai banditi per il pagamento del riscatto. E ricordo lo stato pietoso in cui trovammo un industriale che era stato rapito il 18 aprile del ‘78: legato a un letto, non credendo di essere salvato dalla polizia, chiese un caffè e io personalmente glielo preparai con una macchinetta raccattata nella prigione. La vittima era stremata, aveva i segni di botte ricevute quando i familiari davano l’impressione di ritardare la conclusione delle trattative”.
Storie toccanti, brutali. Mi accorsi che Pagnozzi era emozionato nel raccontarle; e faceva sforzi nel proseguire. “Abbiamo visto sequestrati con le lacrime mescolate con la sporcizia e la cera colata nelle orecchie per impedir loro di sentire; e incrostata al punto da rendere necessario l’intervento di un medico. I ricordi di Antonio Pagnozzi erano limpidi. Limpido quello di un altro rapito che, preso nel gennaio del ‘77 da mafia e ‘ndrangheta messi insieme, rimase un anno e mezzo lontano da casa. Un sequestro dopo l’altro, l’angoscia delle famiglie nell’attesa di una telefonata che portasse notizie del proprio caro. Giorni tremendi, immersi nella paura che i banditi non permettessero più il ritorno perché il tempo imposto era scaduto.
Berticelli, Pagnozzi, Presicci

Anche Pagnozzi viveva nell’ansia. “Fu uno di questi rapimenti a farci venire l’idea che facilitò il compito di magistrati e poliziotti nelle operazioni come quella di San Valentino, San Martino e altre, che dettero una buona stangata ai malviventi”. A mobilitare maggiormente la Mobile fu il sequestro del giovane figlio di un famoso imprenditore di dolciumi, nell’ottobre del ‘74, che creò rabbia e dolore anche in via Fatebenefratelli. I poliziotti si mossero con impegno e tempestività, decisi a risolvere il caso quanto prima possibile, spedendo al “gabbio” gli autori del reato. I parenti collaborarono con i poliziotti e questi trascorsero notti in bianco.
“Quali erano i sequestratori più feroci?” gli domandai. “I siciliani, che riducevano le vittime in condizioni subumane, costringendole a vivere anche sottoterra”. “E la droga?”. “Passammo dagli interventi nella cosiddetta fossa dei serpenti, i cunicoli del Castello Sforzesco, dove i giovani s’iniettavano di tutto, ai 40 chili di eroina che venivano spediti in America, agli 800 nascosti sotto cassette di pomodori e melanzane di una nota cosca”. “E il travaglio delle famiglie?”. “Un’insegnante dopo aver cercato il figlio tossicomane in mezzo mondo lo rintracciò in Nepal. Si era disintossicato, aveva preso un diploma e si prendeva cura di quelli che non riuscivano a liberarsi dai tentacoli del veleno”.
Altra sosta. Le domande lo turbavano, gli facevano pensare al ragazzo morto di overdose su una panchina e ai tanti altri ancora preda della mala. “Ricordare è angoscioso, ma non si possono dimenticare neppure i colleghi che sono stati feriti o uccisi nella lotta quotidiana alla criminalità”.
i questori Caracciolo, Pagnozzi, Colucci
Penso spesso alle sue lacrime la mattina dell’8 gennaio del 1980, quando sotto il ponte di via Schievano, nelle vicinanze del Naviglio Grande, furono assassinati dalla Brigate rosse Tatulli, Cestari e Santoro che sull’auto del commissariato Ticinese stavano facendo il giro delle scuole per sicurezza. Cestari proprio quel giorno, nonostante le preghiere della moglie e dei colleghi avessero cercato di trattenerlo, era rientrato in servizio dopo essersi curato per problemi al cuore. Piansi anch’io, quel giorno: li conoscevo tutti e tre e qualche sera prima eravamo stati a cena con quasi tutto il commissariato di via Tabacchi in un ristorante di piazza Sant’Eustorgio. Vedendomi affranto il mio collega Giorgio Guaiti mi suggerì di andarmene a casa. Avevo visto anche la disperazione della moglie e il dolore taciuto del figlio piccolo che faceva segni con l’indice sul vetro appannato della finestra.
Antonio Pagnozzi, un gentiluomo che trattava con i guanti gialli anche l’addetto all’anticamera del suo ufficio, Fina, che quando andò in pensione si mise a girare per Milano con in mano una telecamera appena acquistata.
Antonio Pagnozzi considerava un privilegio l’essere stato capo della Squadra Mobile nel periodo del cambiamento. E citava le consorterie criminali che si erano date battaglia sul territorio metropolitano, finendo chi all’obitorio, chi in carcere.
Pagnozzi era di Cervinara, provincia di Avellino, ex ufficiale dell’Aeronautica nonostante il dissenso dei genitori, soprattutto del padre veterinario, che gli ripeteva;: “In cielo non ci sono caverne”. Poi passò in polizia e io lo conobbi in via Fatebefratelli, dove a volte faceva trottare anche i cronisti.
Pagnozzi, Caracciolo, Petronella, Jovine, i cronisti Max Monti, Giuliani

Come la domenica in cui disse che era successo un fatto che ci avrebbe allettato, ma che non poteva dare particolari. Tutti a correre come cani scatenati. Un cronista che aveva le ruote sotto i piedi mobilitò un “trombettiere” e fece uno “scoop”.
Ho voluto molto bene ad Antonio. Quando era questore a Cosenza fece un salto, non so più se a Vibo Valentia, per dare un saluto ad Alberto Berticelli, Paolo Chiarelli, Carlo De Barberis ed altri, impegnati in un convegno della categoria. Antonio Pagnozzi, il poliziotto con il cuore d’oro. Da qualche anno non c’è più.

mercoledì 11 marzo 2026

Nicola Partipilo, libraio e editore

TRASCORRE LE GIORNATE PENSANDO AL SUO TEMPIO

 




Nicola Partipilo
La sua libreria era in viale Tunisia e tutti a Milano, e non, la conoscevano. Sopraffatto dagli affitti saliti alle stelle e dalla concorrenza via Internet, ha dovuto chiudere e oggi vive nella tristezza.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 

“Io la mia libreria me la sogno di notte. Ma non passo più da viale Tunisia. Sono già tanti e penosi i ricordi. La mia cara libreria era quasi all’angolo con corso Buenos Ayres e a un tiro di fionda dal piccolo ufficio che aveva avuto Sandro Pertini durante la guerra”.
Partipilo consulta un libro della Celip

Sono le poche parole che mi ha detto quel barese testardo e coraggioso, di quelli che hanno fatto onore alla propria terra e allo stesso capoluogo lombardo: Nicola Partipilo. Basso, calvo, passo spedito, sguardo volpino, generoso, pronto a regalare un libro a chi non aveva le possibilità.
La sua libreria internazionale era ben frequentata: vi si potevano incontrare, all’epoca, Gianni Brera ed Enzo Biagi; l’architetto Empio Malara, lunga militanza nella difesa dei navigli; lo scrittore Carlo Castellaneta, il fotografo Mario De Biasi, che per il settimanale “Epoca” girò il mondo, e il suo collega veneziano Fulvio Roiter, che si trasformava in un funambolo per fare uno scatto originale per un libro della Celip, di Partipilo, un uomo pieno di idee, effervescente. Quando decise di rinnovare il suo tempio laico in un angolo fece sistemare una macchinetta per il caffè da servire agli ospiti senza doverli portare al bar di fronte; una poltrona vicina a un tavolino dove i clienti potevano appoggiare i libroni da sfogliare e una scala che portava a un piano superiore. Durante il periodo della vendita dei testi scolastici la folla debordava sul marciapiedi.
Partipilo e la sua libreria erano conosciutissimi non solo a Milano. Se non aveva l’“Iliade” richiesto ne proponeva un altra edizione, faceva scorrere la scala e la prendeva. Nessuno usciva con le mani vuote. Quando doveva sostituire un commesso, desideroso di cambiare mestiere o di trasferirsi altrove, al nuovo arrivato diceva che la prima regola che doveva osservare era la cortesia.
Partipilo in libreria
Partipilo, uomo poco loquace, conoscitore della forza e del significato delle parole, della loro capacità di essere un’arma o un fiore, pensava prima di pronunciarle quando impacchettava i suoi tesori per i clienti. Così è ancora oggi, che ha ottant’anni e vive nella nostalgia della sua casa del libro. Un giorno gli chiesi di raccontarmi i suoi primi anni milanesi per “Il Giorno”, giornale in cui lavoravo, e dovetti incalzarlo per superare gli argini: non amava e non ama esporsi. Era orgoglioso dei sacrifici fatti e delle rinunce per realizzare i suoi progressi.
Aveva iniziato consegnando i libri a domicilio per conto di un grosso librario. Attraversava le vie della città in sella a una vecchia bicicletta, come fanno oggi i ragazzi che portano le pizze sotto casa o sulla porta del committente. Un lavoro duro, che lui svolgeva con piacere e con entusiasmo. E giacché c’era, spesso si fermava ad osservare le vetrine, i monumenti, le targhe, i caffè, le gallerie, i teatri e mandava a memoria. Così ha conosciuto Milano, i suoi arredi.
Intelligente e curioso, sensibile e avido di apprendere, quando concretizzò il suo sogno, una libreria tutta sua, toccò il cielo con un dito. “Ricordo il primo giorno con soddisfazione. Il primo cliente mi chiese ‘La montagna dalle sette balze’, di Thomas Merton, non ce l’avevo e glielo procurai in un paio d’ore”.
Del Mare alle spalle di Carlo Tognoli

Era nato libraio. Nel suo spazio con tutti quegli scaffali, confortevole, riposante, edificante, conobbi tante personalità: Guido Lopez, che con i suoi libri ha descritto ogni aspetto della storia di Milano; Alberto Lorenzi, che scriveva dei teatri, dei caffè letterari, degli artisti, delle passeggiate a piedi, dei segreti del varietà, editore lo stesso Partipilo.
Già, la Celip. La casa editrice da lui aperta, dopo aver dato alle stampe un volume di Annibale del Mare, corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno”. Non si contano i volumi su Milano e sulla Lombardia che l’editore barese ha confezionato, con amore, con gioia. Temi: le cascine, i cortili, i navigli, il Liberty, natività e presepi, i vecchi mestieri ambulanti (l’ombrellaio, lo spazzacamino, l’arrotino, l’impagliatore, il venditore di castagne lesse, il “calderatt” o calderaio…). Voci scomparse da anni, come quelle delle lavandaie che immergevano i panni nel “riciulin”, un ricciolo d’acqua che, sfuggita al Naviglio Grande, attraversa il vicolo che qualcuno ha definito una chiesa di pittori. C’erano infatti, fra gli altri, gli studi di Guido Bertuzzi, Aldo Cortina, che aveva una libreria universitaria davanti all’Università Statale, Formenti, Spampinato, Sarik...
Tutti i libri pubblicati da Partipilo venivano presentati da storici, critici d’arte, docenti, scrittori, giornalisti, in sedi prestigiose come il Palazzo Tè a Mantova; la Basilica di Sant’Ambrogio, a Milano; la storica Società del Giardino, che a suo tempo ospitò grandissimi nomi del teatro, della lirica, regnanti...
Il Naviglio Grande
La prima opera venne illustrata nella nota Galleria d’Arte di Mimmo Dabbrescia, di Barletta, che esponeva quadri dei maggiori rappresentanti dell’arte contemporanea. Quella sera appesi alle pareti si potevano osservare le tele di Don Lurio, celebre ballerino, coreografo, cantante, attore di RaiUno al tempo delle gemelle Kessler (i vecchi come me lo ricordano in coppia con Lola Falana). Lo ritroviamo nel libro “I segreti del varietà”, che si apre con una mia intervista a Wanda Osiris, nella sua abitazione di via Sant’Andrea, il cui balcone si affaccia su un giardino interno meraviglioso. Me lo mostrò il maggiordomo in livrea, dalla cortesia inimitabile.
Anche come editore Partipilo fece presto ad imporsi all’attenzione dei giornali e delle televisioni pubbliche e private. Andrea Bosco, di Raitrè, ad ogni uscita dedicava ampi servizi, e così le altre retti , da Telenova a Telelombardia, Telereporter… E i relatori accettavano volentieri, come Giovanni Lodetti, che fu una gloria del Milan.
Adesso che la libreria ha abbassato la saracinesca Nicola evoca a stento i giorni esaltanti, quando rimaneva in libreria da solo e con le luci spente a pensare alla tribolazione per il pericolo incombente sulla sua creatura, come lui considerava le sue vetrine di viale Tunisia. La vita è spietata, non ammette sconti.
La Locomotiva a vapore (foto De Florio)


Di tanto in tanto lo sento, Nicola. La libreria di viale Tunisia, dove conobbi tanti nomi, per primo Del Mare, che fu addetto stampa a Bari del governo di Pietro Badoglio, scrisse sulla “Gazzetta” del 28 ottobre del ‘43 l’articolo che annunciava il ritorno della libertà di stampa, fondò il giornale “Cronache italiane” ed ebbe rapporti con tutte le persone che avevano lasciato il proprio paese e i propri cari in cerca di lavoro, alloggiati sul treno della speranza, sempre affollato, tanto che molti si catapultavano negli scompartimenti dai finestrini. Anche Nicola Partipilo aveva all’epoca preso quel treno, allora tirato dalla locomotiva a vapore, che al mio paese, Taranto, in dialetto si chiama “’a ciucculatère”, che sbuffava, e in molte località ancora sbuffa, come una caffettiera. A chi la prese tante volte per andare e venire da Martina, con il suo fascino trasmetteva felicità.
Partipilo ricorda quei tempi e quando se la sente li riassume in poche frasi. Non li racconta ai suoi figli (uno, Andrea, conduce con le stesso amore del padre una libreria in via Soderini; un altro, Marco, macinando polvere per lavoro scatta meravigliose fotografie della città) come un nonno di 80 anni faceva con i nipoti seduti con lui attorno al braciere con i ceci messi a cuocere sotto la cenere, anche perché soprattutto il ricordo della libreria gli suscita molta amarezza. E ne suscita anche a tanti clienti dei giorni migliori. Un pomeriggio sono passato da viale Tunisia per andare a fotografare i Bastioni di Porta Venezia e ho sentito un papà che diceva al figlio: “Lì una volta c’era la libreria Partipilo, dove venivo a comperare i libri per te”.
Partipilo con i libri su Milano

Io intanto ho ripreso tra le mani “Milano, i venticinque secoli di storia attraverso i suoi personaggi”, i cui i testi, di autori diversi, sono intervallati da bellissime immagini, documenti, mappe, cartoline d’epoca… Mi fa compiere un viaggio nella bellezza di Milano. Sì, la bellezza, al diavolo chi sostiene che la città del Porta non abbia niente a che fare con Firenze o con Roma. Si leggano le pagine di Guido Piovene o di Francesco Ogliari. Il primo diceva che Milano è una città discreta, che non ama mostrare tutto il suo volto. Per esempio, i cortili interni, con i giardini ticchi di semiarchi, fontane, statue, vialetti bordati di fiori policromi… Partipilo ha pubblicato anche un libro su questi giardini, testo di Gigliola Magrini, esperta della materia.
Anche io sostengo che Milano ha una bellezza dove pochi la vedono: nei giardini pensili; nei cortili, appunto; in piazza Belgioioso; in via Borgonuovo; in via Bigli, dove abitò Eugenio Montale ed ebbe il suo famoso salotto letterario la contessa Clara Maffei... E l’amo, Milano, quasi quanto il mio nido, dove mi piace ritornare, attirato dal profumo di Mare Piccolo, il mare dei poeti Petrosillo, Marturano, Maiorano, Fedele…; e dal fiume Galeso caro a Orazio, Virgilio…
Partipilo l’ha amata, e l’ama, Milano, come ama la sua Bari, e questo amore lo ha espresso nelle stupende pagine dei suoi volumi. Ah, le piazze di Lombardia, con lo stile seducente di Guido Gerosa, anche questo con la Celip.