TUTTI CORREVANO E POI PRESI A CORRERE ANCH’IO

La Scala
Lo imponeva il lavoro di cronista sempre alla ricerca di notizie. Più corri e più puoi mietere. I ricordi di tanti incontri in Galleria del Corso.

FRANCO PRESICCI
Sono a Milano da 62 anni e non ho ancora capito perché la gente vada sempre di fretta: quando va al mercato, quando esce dal metrò per tornare a casa, addirittura sotto i portici, luogo di passeggio. Per anni ho conservato il mio passo, arrivando sempre puntuale a destinazione.
Come Nicola La Forgia di Trani, che faceva il bigliettaio sulla E, quando il bigliettaio c’era (oggi non è rimasto neppure la sua postazione) e il biglietto si poteva fare sui mezzi pubblici. Poi la figura è scomparsa e lui si è messo al volante di un carro-attrezzi. Ma quando era fuori servizio assumeva la camminata di don Abbondio. Con lui ogni sera giocavo a scopa, mentre le signore intrecciavano discorsi sulla vita quotidiana, sul prezzo della frutta acquistata al mercatino del giovedì. Si raccontavano tutto, anche di una donna accusata fra tra le bancarelle di aver condiviso l’alcova con il marito dell’altra, che si era poi scusata perché si era accorta di avere sbagliato persona.
Allora collaboravo con la pagina degli spettacoli dello storico quotidiano “L’Italia” e la sera andavo al circo (a quello di Liana o a quello Moira Orfei o al circo Togni) o a un’anteprima teatrale. E scrivevo. Andai alla stazione Centrale la sera dell’arrivo dei Beatles, assistetti allo spettacolo dei quattro di Liverpool al Vigorelli. Poi al giornale per mettere giù il pezzo. Il capo degli Spettacoli Graziano Motta mi spediva anche fuori Milano: una volta anche a San Miniato per “Riunione di Famiglia”, e conobbi Gian Maria Volontè, Rossella Falk, Luigi Vannucci e il regista Ferrero.
Al circo Togni mi recai non per vedere clown, leoni, cavallerizze: un temporale aveva stracciato lo “chapiteau” ed era rimasta soltanto la pista. Per solidarietà alcuni artisti decisero di esibirsi per solidarietà; e incontrai Lialiana Feldman, Roberto Brivio, Febo Conti e la moglie, Evelina Sironi e il maestro Giovanni D’Anzi, che alla fine ci invitò tutti a casa sua, in via Boscovich, all’ultimo piano, dove sul terrazzo zampillava una fontana.
Un’altra sera in un centro culturale di corso Emanuele conobbi Dario Fo e Franca Rame. Era il tempo in cui le case discografiche stavano in Galleria del Corso, dove prima del Festival di Sanremo ascoltavano le canzoni in gara. Una volta arrivai in ritardo e perdetti quella di Tony Renis, “Quando quando quando”; telefonai a casa e Tony, gentilissimo, mi cantò il brano al telefono. “Gli dissi: “Vincerai” Sanremo”, ma per fargli un complimento, senza crederci davvero; e mi guadagnai il titolo di sensitivo. Non è vero che a Milano a quei fenomeni strani sia vietato l’ingresso.
Sempre in Galleria del Corso feci una chiacchierata con Domenico Modugno, proprio il giorno in cui lui andava a firmare il contratto con la Carosello e io a prendere dei dischi da recensire. Sempre in quella Galleria, quasi sotto il Duomo, m’imbattei in Memo Remigi e in Orietta Berti in compagnia di Osvaldo. Una mattina, seduto a un tavolo esterno del Bar Haiti, vidi Rosario Borrelli, l’attore che aveva preso parte al film girato a Taranto “Marinai, donne e guai”, con Antonio Cifariello, Alberto Bonucci, Inge Shoener. Mi offrì una bibita e mi raccontò le sue disavventure con la Casa cinematografica, che a suo dire preferiva Lello Arena. Conobbi anche Alberto Lupo e nel suo negozio di dischi di via Coni Zugna Alberto Testa, che furoreggiava con “Io sono il vento”.
A un tavolo del Bar Donini, in piazza San Babila, a mezzanotte, intervistai Ernesto Calindri, che stava recitando al San Babila “Uno sporco egoista”.
Mi coinvolsero nell’ufficio stampa del film “L’Immensità” e riempii i giornali di foto, comprese quelle di Don Backy su “Oggi” e della Caselli con il gambone disseminato di firme sul “Il Giorno”, che allora era ancora il mio sogno. Quando avevo tempo facevo un salto da Mario Ligonzo, già responsabile della pagina politica del “Corriere del Giorno”, assunto a Milano dal “Corriere della sera” e alloggiato in un residence di corso Garibaldi, lo stesso di Nino Manfredi e di altre personalità dello spettacolo. Un giorno parlai con un signore anziano, bassino, sottile, coppola in testa, che faceva il posteggiatore proprio di fronte. Era discreto, silenzioso, educato. E mi fece una rivelazione: era il fratello o il fratellastro di Tina Pica, la simpaticissima attrice che animava le scene di molti film di De Sica. Dopo qualche anno, al commissariato Ticinese l’ispettore capo Armando Sales mi disse che nel vicino corso San Gottardo un vecchietto era stato trovato morto dopo cinque giorni dagli inquilini dello stesso ballatoio: sentivano suonare la radio a tutte le ore continuamente, erano entrati dalla finestra, facendo la scoperta. Viveva solo. Ero al “Giorno” e il capocronista Enzo Macrì, che veniva dall’”Europeo”, m’invitò a fare un’inchiesta sulla solitudine degli anziani. Erano tanti. E tanti avevano un gran bisogno di compagnia.
I commissariati erano un serbatoio di notizie. In quello di via Novara tirai fuori una chicca: Un cane aveva notato un portafoglio su una panchina del parco; lo aveva agguantato e portato al posto di polizia, all’ufficio denunce, come aveva fatto il padrone tempo prima. L’episodio suscitò incredulità, ma io avevo letto le carte. Mi trovai per caso in un altro commissariato, quando vidi entrare fra due poliziotti Alì Babà, soprannome derivato dalla convinzione che fosse titolare di un patrimonio enorme accumulato con il mestiere di ricettatore. Un “trombettiere” mi riferì che mentre era di fronte al maresciallo che stava stendendo il verbale per poi mandarlo in carcere scoppiò a piangere, supplicando il sottufficiale di concedergli una telefonata per pregare il suo vicino di prendersi cura del cucciolo, che restava solo in casa. Dopo qualche tempo seppi che era morto in cella, leggendo un articolo di Paolo Chiarelli sul giornale di via Solferino.
Una sera a cena con cronisti e poliziotti il maresciallo Ferdinando Oscuri, mio grande amico, mi sussurrò una storia. Due ospiti dell’albergo popolare, mentre rientravano notarono in un’auto una valigetta. Uno disse di volersela prendere e l’altro gli consigliò di rinunciarvi per non mettersi nei guai. Non venne ascoltato e in pochi minuti la valigetta era già fuori del finestrino. “Qui c’è tanta chincaglieria che sembra oro, me la porto via” urlò il possessore. S’infilò tra le vie di Porta Genova, entrò in un’osteria, chiese un bicchiere di vino e donò all’oste un oggetto. Le donne presenti, falene professioniste, gli si fecero intorno e lo accarezzavano, lo abbracciavano, guadagnandosi ognuna un regalo. Quello beveva e loro lo incoraggiavano e lui assottigliava il contenuto della valigia. Una lo invitò a ballare, ma l’uomo ormai era strafatto. Passarono ore e lui uscì all’aperto, s’infilò un anello al dito e lasciò cadere il contenitore vuoto e si stese su una panchina e si addormentò.
Fu svegliato all’alba dalla polizia. “Hai sperperato un tesoro. A chi lo hai dato?”. “Tesoro?”. “Sì, quello che hai distribuito stanotte”. Guardò il dito e l’anello non c’era più. Qualcuno glielo aveva rubato mentre dormiva.
Ovviamente finì di smaltire la sbornia in questura, ma continuò a non ricordare granchè, soprattutto le facce. Oscuri era in pensione come me da tempo, poi lui si ammalò, non poteva muoversi dal letto, io andavo a trovarlo spesso e lui mi raccontava tante cose. Era stato il migliore, tanto che i funzionari gli davano del tu. A parte Enzo Caracciolo, un capo della Squadra Mobile severo, che lasciò il servizio con la qualifica di questore e lo scrupolo di non aver potuto risolvere l’omicidio di Simonetta Ferrero, uccisa all’Università Cattolica di Milano. Me lo confidò durante un’intervista che gli feci in occasione della serie “La polizia racconta”.
Ho memoria di tantissime cose, ma non ho mai voluto imparare il dialetto meneghino. Solo l’espressione “Ghe pensi mi”, perché la usava Tino Scotti in una pubblicità di “Carosello” e la usò una sera nel foiyer di un teatro, mentre intervistavo lui e Claudio Villa, ancora arrabbiato per un furto subito durante una “tournèe” all’estero.
Avevo cominciato anch’io ad andare di fretta, ma perché me lo imponeva il lavoro di cronista.
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| Piazza Duomo |
Come Nicola La Forgia di Trani, che faceva il bigliettaio sulla E, quando il bigliettaio c’era (oggi non è rimasto neppure la sua postazione) e il biglietto si poteva fare sui mezzi pubblici. Poi la figura è scomparsa e lui si è messo al volante di un carro-attrezzi. Ma quando era fuori servizio assumeva la camminata di don Abbondio. Con lui ogni sera giocavo a scopa, mentre le signore intrecciavano discorsi sulla vita quotidiana, sul prezzo della frutta acquistata al mercatino del giovedì. Si raccontavano tutto, anche di una donna accusata fra tra le bancarelle di aver condiviso l’alcova con il marito dell’altra, che si era poi scusata perché si era accorta di avere sbagliato persona.
Allora collaboravo con la pagina degli spettacoli dello storico quotidiano “L’Italia” e la sera andavo al circo (a quello di Liana o a quello Moira Orfei o al circo Togni) o a un’anteprima teatrale. E scrivevo. Andai alla stazione Centrale la sera dell’arrivo dei Beatles, assistetti allo spettacolo dei quattro di Liverpool al Vigorelli. Poi al giornale per mettere giù il pezzo. Il capo degli Spettacoli Graziano Motta mi spediva anche fuori Milano: una volta anche a San Miniato per “Riunione di Famiglia”, e conobbi Gian Maria Volontè, Rossella Falk, Luigi Vannucci e il regista Ferrero.
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| Palazzo del Giorno |
Un’altra sera in un centro culturale di corso Emanuele conobbi Dario Fo e Franca Rame. Era il tempo in cui le case discografiche stavano in Galleria del Corso, dove prima del Festival di Sanremo ascoltavano le canzoni in gara. Una volta arrivai in ritardo e perdetti quella di Tony Renis, “Quando quando quando”; telefonai a casa e Tony, gentilissimo, mi cantò il brano al telefono. “Gli dissi: “Vincerai” Sanremo”, ma per fargli un complimento, senza crederci davvero; e mi guadagnai il titolo di sensitivo. Non è vero che a Milano a quei fenomeni strani sia vietato l’ingresso.
Sempre in Galleria del Corso feci una chiacchierata con Domenico Modugno, proprio il giorno in cui lui andava a firmare il contratto con la Carosello e io a prendere dei dischi da recensire. Sempre in quella Galleria, quasi sotto il Duomo, m’imbattei in Memo Remigi e in Orietta Berti in compagnia di Osvaldo. Una mattina, seduto a un tavolo esterno del Bar Haiti, vidi Rosario Borrelli, l’attore che aveva preso parte al film girato a Taranto “Marinai, donne e guai”, con Antonio Cifariello, Alberto Bonucci, Inge Shoener. Mi offrì una bibita e mi raccontò le sue disavventure con la Casa cinematografica, che a suo dire preferiva Lello Arena. Conobbi anche Alberto Lupo e nel suo negozio di dischi di via Coni Zugna Alberto Testa, che furoreggiava con “Io sono il vento”.
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| Porta Venezia |
A un tavolo del Bar Donini, in piazza San Babila, a mezzanotte, intervistai Ernesto Calindri, che stava recitando al San Babila “Uno sporco egoista”.
Mi coinvolsero nell’ufficio stampa del film “L’Immensità” e riempii i giornali di foto, comprese quelle di Don Backy su “Oggi” e della Caselli con il gambone disseminato di firme sul “Il Giorno”, che allora era ancora il mio sogno. Quando avevo tempo facevo un salto da Mario Ligonzo, già responsabile della pagina politica del “Corriere del Giorno”, assunto a Milano dal “Corriere della sera” e alloggiato in un residence di corso Garibaldi, lo stesso di Nino Manfredi e di altre personalità dello spettacolo. Un giorno parlai con un signore anziano, bassino, sottile, coppola in testa, che faceva il posteggiatore proprio di fronte. Era discreto, silenzioso, educato. E mi fece una rivelazione: era il fratello o il fratellastro di Tina Pica, la simpaticissima attrice che animava le scene di molti film di De Sica. Dopo qualche anno, al commissariato Ticinese l’ispettore capo Armando Sales mi disse che nel vicino corso San Gottardo un vecchietto era stato trovato morto dopo cinque giorni dagli inquilini dello stesso ballatoio: sentivano suonare la radio a tutte le ore continuamente, erano entrati dalla finestra, facendo la scoperta. Viveva solo. Ero al “Giorno” e il capocronista Enzo Macrì, che veniva dall’”Europeo”, m’invitò a fare un’inchiesta sulla solitudine degli anziani. Erano tanti. E tanti avevano un gran bisogno di compagnia.
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Il Naviglio Grande |
I commissariati erano un serbatoio di notizie. In quello di via Novara tirai fuori una chicca: Un cane aveva notato un portafoglio su una panchina del parco; lo aveva agguantato e portato al posto di polizia, all’ufficio denunce, come aveva fatto il padrone tempo prima. L’episodio suscitò incredulità, ma io avevo letto le carte. Mi trovai per caso in un altro commissariato, quando vidi entrare fra due poliziotti Alì Babà, soprannome derivato dalla convinzione che fosse titolare di un patrimonio enorme accumulato con il mestiere di ricettatore. Un “trombettiere” mi riferì che mentre era di fronte al maresciallo che stava stendendo il verbale per poi mandarlo in carcere scoppiò a piangere, supplicando il sottufficiale di concedergli una telefonata per pregare il suo vicino di prendersi cura del cucciolo, che restava solo in casa. Dopo qualche tempo seppi che era morto in cella, leggendo un articolo di Paolo Chiarelli sul giornale di via Solferino.
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| Caracciolo e Giuliani |
Una sera a cena con cronisti e poliziotti il maresciallo Ferdinando Oscuri, mio grande amico, mi sussurrò una storia. Due ospiti dell’albergo popolare, mentre rientravano notarono in un’auto una valigetta. Uno disse di volersela prendere e l’altro gli consigliò di rinunciarvi per non mettersi nei guai. Non venne ascoltato e in pochi minuti la valigetta era già fuori del finestrino. “Qui c’è tanta chincaglieria che sembra oro, me la porto via” urlò il possessore. S’infilò tra le vie di Porta Genova, entrò in un’osteria, chiese un bicchiere di vino e donò all’oste un oggetto. Le donne presenti, falene professioniste, gli si fecero intorno e lo accarezzavano, lo abbracciavano, guadagnandosi ognuna un regalo. Quello beveva e loro lo incoraggiavano e lui assottigliava il contenuto della valigia. Una lo invitò a ballare, ma l’uomo ormai era strafatto. Passarono ore e lui uscì all’aperto, s’infilò un anello al dito e lasciò cadere il contenitore vuoto e si stese su una panchina e si addormentò.
Fu svegliato all’alba dalla polizia. “Hai sperperato un tesoro. A chi lo hai dato?”. “Tesoro?”. “Sì, quello che hai distribuito stanotte”. Guardò il dito e l’anello non c’era più. Qualcuno glielo aveva rubato mentre dormiva.
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| Oscuri, Giannattasio, Presicci |
Ovviamente finì di smaltire la sbornia in questura, ma continuò a non ricordare granchè, soprattutto le facce. Oscuri era in pensione come me da tempo, poi lui si ammalò, non poteva muoversi dal letto, io andavo a trovarlo spesso e lui mi raccontava tante cose. Era stato il migliore, tanto che i funzionari gli davano del tu. A parte Enzo Caracciolo, un capo della Squadra Mobile severo, che lasciò il servizio con la qualifica di questore e lo scrupolo di non aver potuto risolvere l’omicidio di Simonetta Ferrero, uccisa all’Università Cattolica di Milano. Me lo confidò durante un’intervista che gli feci in occasione della serie “La polizia racconta”.
Ho memoria di tantissime cose, ma non ho mai voluto imparare il dialetto meneghino. Solo l’espressione “Ghe pensi mi”, perché la usava Tino Scotti in una pubblicità di “Carosello” e la usò una sera nel foiyer di un teatro, mentre intervistavo lui e Claudio Villa, ancora arrabbiato per un furto subito durante una “tournèe” all’estero.
Avevo cominciato anch’io ad andare di fretta, ma perché me lo imponeva il lavoro di cronista.






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