I "DIN DON" DI BELLUCCI SUONANO NEL MONDO

Una piccola campana mostrata da Bellucci
Per la sua attività incontra personalità di ogni Paese e oggi va a Gerusalemme, domani in Canada'. È persona di fede, rispettosa, schietta. Ha ricevuto lo scapolare della chiesa del Carmine

FRANCO PRESICCI
Il suono delle campane fa sognare, risveglia ricordi di un mondo ormai molto lontano, inietta serenità ed esultanza. Quando l’ascolto torno indietro di un’ottantina di anni fa, quando tiravo la fune che scuoteva il battaglio, alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, allora con il portale in via Giovan Giovine. Lì vedevo i grandi giocare a ping-pong o a dama.
Erano i tempi di don Musto, un parroco battagliero e prestigioso, che sapeva imporsi senza impancarsi. Erano anche i tempi dei comitati civici, che nel periodo delle elezioni parlavano e sparlavano dalle case private, con gli altoparlanti sul balcone per diffondere racconti ironici e spesso mordaci contro gli avversari. Erano sulla stessa lunghezza d’onda di don Camillo, il simpatico personaggio che, grazie alla penna di Giovannino Guareschi, era sempre in guerra con Peppone, sostenuto da gran parte del popolo della Camera del Lavoro. Altra aria. Ma quei rintocchi li ho ancora nelle orecchie; e quando in montagna aspetto con ansia quei “din don”, m’invadono pace e ristoro spirituale. Le campane sono portatrici di gaudio.
Per questo fui felice il giorno in cui andai a trovare Giuseppe Bellucci, a Martina Franca, che le campane le fabbrica e le spedisce in tutto il mondo. Sulla strada per Laino, sulle colline del Comasco, che fino a un certo punto offrono la vista del lago manzoniano, si susseguono tanti campanili, qualcuno sulla cima di un monte; e penso a Bellucci, uomo intelligente, generoso e ricco di slanci di umanità. Lo ammirai subito, anche perché il suo lavoro è di una bellezza inaudita. Intervistandolo, sovente volgevo lo sguardo alle sagome di ogni grandezza e armonicamente modellate, sparse negli angoli e mi sentivo edificato. Ci vuole arte, sentimento, passione per realizzare questi strumenti musicali. E secondo me anche tanta fede.
Quanta ne ha Giuseppe, che tra l’altro ha lo scapolare della Chiesa del Carmine della Valle d’Itria, come il docente universitario Francesco Lenoci, che lo ammira e lo stima moltissimo. Mi ha detto: “Lo sai che il campanile con l’orologio di Noci lo ha restaurato lui? E’ un fenomeno. L’opera porta il suo nome. Ti mando la foto”. Ora l’immagine è sulla mia scrivania, incorniciata.
Fondatore della “Bellucci Echi e luci” (c’è poesia, nell’insegna), proprio in questi giorni ha ricevuto nella città dei trulli e del belcanto l’importante riconoscimento del Lions Club” Martina Franca Host, massima onorificenza lyonistica “Melvin Jones Fellow”. La cerimonia si è svolta nella sala consiliare di Palazzo Ducale, presenti sindaco, assessori, impiegati, autorità civili e militari e un pubblico che debordava nell’anticamera.
Giuseppe, nel corso della sua brillante attività, di premi ne ha avuti tanti. Non solo per le campane che gli vengono richieste dai Paesi più remoti, dove lui va personalmente per l’installazione di queste sue opere monumentali, ma anche per la sua esperienza di orologi da torre e d’illuminazione artistica sacra. Una storia, la sua, brillante, luminosa; quasi una favola, una leggenda, una trama di zelo. Non sta mai fermo, viaggia da un capo all’altro del pianeta, anche per la messa in opera delle sue campane, come ricorda Luciana Convertino, ottima giornalista affascinata anche lei dai rintocchi di queste cupole capovolte. Nel corso della serata che ha celebrato Bellucci, più voci hanno ripercorso il suo impegno umano e professionale, sorretto da una religiosità fondata sull’amore per le cose e le persone.
Bellucci aveva iniziato con l’impiantistica elettrica e negli anni “ha sviluppato – aggiunge Luciana - una specializzazione che lo ha portato a realizzare interventi di rilievo anche oltreconfine”, tra cui quelli di illuminazione artistica a Gerusalemme con la collaborazione di padre Michele Piccirillo “e con le realtà francescane della Terra Santa”. Nella conversazione con Lucina Convertino, che ha illuminato vari aspetti della personalità dell’artista, Bellucci ha detto che “ogni campana è un pezzo unico”, come un capolavoro – aggiungo - di Matisse o di Manet o di Guttuso.
Le campane danno sollievo. A volte sembrano piangere o fanno piangere, come nei funerali; e anche nelle composizioni di qualche poeta. A Laino risuonano nella valle e rompono il silenzio, con il loro ritmo cadenzato. Il loro suono è segno di rinascita e diffondono la voce, il richiamo della chiesa, l’invito alla preghiera.
Nello studio di Giuseppe Bellucci, in anticamera, mi sentii come in un sacrario, e parlavo sottovoce come lui, che con la sua parola calibrata alimentava il sogno. Che orgoglio per i martinesi avere in casa loro il luogo in cui nascono le campane. Quell’orgoglio lo provai anch’io, che sono nato a Taranto e ho una lunghissima frequentazione di Martina.
Nelle città purtroppo quel suono è sopraffatto dai rumori: i clacson, lo scoppiettare delle marmitte delle moto, le sirene delle ambulanze e della polizia, lo sferragliare dei tram... Per ascoltare le “mie” campane devo andare alla vicina chiesa di piazza Belloveso, a poca distanza dall’ospedale di Niguarda, dove niente e nessuno impedisce l’ascolto. A Martina Franca il suono delle campane proviene da ogni dove, anche dai tempietti di campagna: quattro muri e una statua e il prete con la pianeta poche volte la settimana. Ogni chiesa rurale ha il suo piccolo campanile, con il pendolo che batte per comunicare che il celebrante e il chierichetto stanno quasi ai piedi dell’altare. E allora si svuotano i trulli. La campana è bella anche nella forma. Chi le fa ha le mani magiche. Non è un artigiano, ma un artista.
Risento i versi di Giovanni Pascoli: “Odi, sorella come note al core/ quelle nel vespro di tinnule campane/ empiono l’aria quasi di sonore grida lontane…”. E le frasi del romanzo breve di Charles Dichens e “Le campane” di Edgar Alan Poe. Ho letto e riletto questi palpiti quando mi pervadeva la malinconia E’ dolce il suono delle campane. Fu don Musto, quando avevo una quindicina d’anni, ad insegnarmi come tirare la fune per provocare una melodia. Ci provò don Cipolletta e quasi fu risucchiato verso l’alto per la sua figura minuta.
Anni fa ascoltai le campane di Notre Dame. Spesso mi hanno incantato quelle del Duomo di Milano. A Martina Franca mi faccio pellegrino e dove vedo una campana faccio scattare l’obiettivo fotografico per averne il ricordo. Sul Chiancaro ho riscoperto la chiesetta in cui celebrava quando poteva mio zio Martino Calianno, canonico penitenziere alla Basilica di San Martino.
Quanti ricordi scorrono al pensiero della serata dedicata al Palazzo Ducale di Martina Franca a Giuseppe Pino Bellucci. Una serata meritata, anzi di più, perché questo martinese prestigioso, esemplare ha tra l’altro portato il nome della sua città nel mondo. A Gerusalemme è di casa. La serata ha glorificato il talento, la laboriosità, l’infaticabilità, la passione di un costruttore d’arte. Opere d’arte, ripeto, sono le campane.
Sarei curioso di chiedere a Pino le sue aspirazioni giovanili. Immagino la risposta. Che cosa può rispondere chi fabbrica queste preziose cuspidi di trullo rivoltate? Mi fece tristezza vedere crollare la campana in piazza in un film di don. Camillo e Peppone. Era una finzione cinematografica architettata per rimarcare la rivalità fra i due protagonisti, ma rimasi amareggiato ugualmente. La campana è sacra e vederla franare con quel gran botto, ai miei occhi di ragazzo non fu una bella scena.
Conoscere Giuseppe Pino Bellucci è un onore e un piacere. Agostino Quero, direttore di “Noi Notizie” e allora anche titolare di un notevole incarico a Telenorba, lo invitò subito in trasmissione, a Conversano, dove l’artista tra l’altro spiegò come si forma una campana e come provando e riprovando le si dà il suono giusto. La trasmissione fu molto seguita, perché l’argomento non era di quelli più comuni.
Martina Franca, con il riconoscimento a Bellucci, ha dimostrato di essere molto attenta ai valori che ha in casa. Fra i trulli non vale il detto secondo il quale “nemo propheta in patria”. Una tradizione – dice Luciana Convertino – che unisce artigianato, fede e improvvisazione tecnologica, diventando negli anni motivo di grande soddisfazione per l’intera comunità martinese”, deve essere valorizzata e festeggiata.
Quante pagine scritte sulle campane! Le campane ispirano i maestri della penna e della tavolozza, L’editore Nicola Partipilo, un barese innestato nel tessuto di Milano, anni fa mi chiese di scrivere per lui un libro sui campanili. Feci molte foto, presi appunti, intervistai sacerdoti e sacrestani. ma poi l’idea naufragò per colpa mia e l’editore si dedicò al libro sui castelli. Oggi mi pento di quella rinuncia.
Chiedo: “Quanto pesa una campana?”. Tanto, tantissimo. Esistono campane che possono pesare anche 25 tonnellate. Suonano in alcune città del Giappone. E di che materiale è fatta, una campana? “Di bronzo e stagno in quantità diverse”. La prima campana probabilmente è stata fatta in Cina circa 1000 anni prima di Cristo. Insomma, queste coppe a testa in giù, queste campanule, queste calle, questi calici sono monumenti che hanno una storia davvero lunga. In alcune foto fornitemi dallo stesso Giuseppe Pino Bellucci compare il vescovo che benedice le sue campane, uso anche questo antico. Su alcuni campanili i pendoli che battono sulle pareti interne di più campane per produrre il suono possono sostituire un’orchestra. “Din don” è l’ora di pranzo. Il segnale arriva da Ramponio, la montagna di fronte a noi, ed è una delizia, che scatena il grido rauco dell’asinello, il quadrupede che adoro, soprattutto quando con il suo fiato scalda Gesù Bambino nella grotta di Betlemme.
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| L'insegna della Bellucci |
Erano i tempi di don Musto, un parroco battagliero e prestigioso, che sapeva imporsi senza impancarsi. Erano anche i tempi dei comitati civici, che nel periodo delle elezioni parlavano e sparlavano dalle case private, con gli altoparlanti sul balcone per diffondere racconti ironici e spesso mordaci contro gli avversari. Erano sulla stessa lunghezza d’onda di don Camillo, il simpatico personaggio che, grazie alla penna di Giovannino Guareschi, era sempre in guerra con Peppone, sostenuto da gran parte del popolo della Camera del Lavoro. Altra aria. Ma quei rintocchi li ho ancora nelle orecchie; e quando in montagna aspetto con ansia quei “din don”, m’invadono pace e ristoro spirituale. Le campane sono portatrici di gaudio.
Per questo fui felice il giorno in cui andai a trovare Giuseppe Bellucci, a Martina Franca, che le campane le fabbrica e le spedisce in tutto il mondo. Sulla strada per Laino, sulle colline del Comasco, che fino a un certo punto offrono la vista del lago manzoniano, si susseguono tanti campanili, qualcuno sulla cima di un monte; e penso a Bellucci, uomo intelligente, generoso e ricco di slanci di umanità. Lo ammirai subito, anche perché il suo lavoro è di una bellezza inaudita. Intervistandolo, sovente volgevo lo sguardo alle sagome di ogni grandezza e armonicamente modellate, sparse negli angoli e mi sentivo edificato. Ci vuole arte, sentimento, passione per realizzare questi strumenti musicali. E secondo me anche tanta fede.
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| Bellucci e Lenoci |
Quanta ne ha Giuseppe, che tra l’altro ha lo scapolare della Chiesa del Carmine della Valle d’Itria, come il docente universitario Francesco Lenoci, che lo ammira e lo stima moltissimo. Mi ha detto: “Lo sai che il campanile con l’orologio di Noci lo ha restaurato lui? E’ un fenomeno. L’opera porta il suo nome. Ti mando la foto”. Ora l’immagine è sulla mia scrivania, incorniciata.
Fondatore della “Bellucci Echi e luci” (c’è poesia, nell’insegna), proprio in questi giorni ha ricevuto nella città dei trulli e del belcanto l’importante riconoscimento del Lions Club” Martina Franca Host, massima onorificenza lyonistica “Melvin Jones Fellow”. La cerimonia si è svolta nella sala consiliare di Palazzo Ducale, presenti sindaco, assessori, impiegati, autorità civili e militari e un pubblico che debordava nell’anticamera.
Giuseppe, nel corso della sua brillante attività, di premi ne ha avuti tanti. Non solo per le campane che gli vengono richieste dai Paesi più remoti, dove lui va personalmente per l’installazione di queste sue opere monumentali, ma anche per la sua esperienza di orologi da torre e d’illuminazione artistica sacra. Una storia, la sua, brillante, luminosa; quasi una favola, una leggenda, una trama di zelo. Non sta mai fermo, viaggia da un capo all’altro del pianeta, anche per la messa in opera delle sue campane, come ricorda Luciana Convertino, ottima giornalista affascinata anche lei dai rintocchi di queste cupole capovolte. Nel corso della serata che ha celebrato Bellucci, più voci hanno ripercorso il suo impegno umano e professionale, sorretto da una religiosità fondata sull’amore per le cose e le persone.
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| L'orologio sulla torre di Noci |
Bellucci aveva iniziato con l’impiantistica elettrica e negli anni “ha sviluppato – aggiunge Luciana - una specializzazione che lo ha portato a realizzare interventi di rilievo anche oltreconfine”, tra cui quelli di illuminazione artistica a Gerusalemme con la collaborazione di padre Michele Piccirillo “e con le realtà francescane della Terra Santa”. Nella conversazione con Lucina Convertino, che ha illuminato vari aspetti della personalità dell’artista, Bellucci ha detto che “ogni campana è un pezzo unico”, come un capolavoro – aggiungo - di Matisse o di Manet o di Guttuso.
Le campane danno sollievo. A volte sembrano piangere o fanno piangere, come nei funerali; e anche nelle composizioni di qualche poeta. A Laino risuonano nella valle e rompono il silenzio, con il loro ritmo cadenzato. Il loro suono è segno di rinascita e diffondono la voce, il richiamo della chiesa, l’invito alla preghiera.
Nello studio di Giuseppe Bellucci, in anticamera, mi sentii come in un sacrario, e parlavo sottovoce come lui, che con la sua parola calibrata alimentava il sogno. Che orgoglio per i martinesi avere in casa loro il luogo in cui nascono le campane. Quell’orgoglio lo provai anch’io, che sono nato a Taranto e ho una lunghissima frequentazione di Martina.
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| Particolare della torre di Noci |
Nelle città purtroppo quel suono è sopraffatto dai rumori: i clacson, lo scoppiettare delle marmitte delle moto, le sirene delle ambulanze e della polizia, lo sferragliare dei tram... Per ascoltare le “mie” campane devo andare alla vicina chiesa di piazza Belloveso, a poca distanza dall’ospedale di Niguarda, dove niente e nessuno impedisce l’ascolto. A Martina Franca il suono delle campane proviene da ogni dove, anche dai tempietti di campagna: quattro muri e una statua e il prete con la pianeta poche volte la settimana. Ogni chiesa rurale ha il suo piccolo campanile, con il pendolo che batte per comunicare che il celebrante e il chierichetto stanno quasi ai piedi dell’altare. E allora si svuotano i trulli. La campana è bella anche nella forma. Chi le fa ha le mani magiche. Non è un artigiano, ma un artista.
Risento i versi di Giovanni Pascoli: “Odi, sorella come note al core/ quelle nel vespro di tinnule campane/ empiono l’aria quasi di sonore grida lontane…”. E le frasi del romanzo breve di Charles Dichens e “Le campane” di Edgar Alan Poe. Ho letto e riletto questi palpiti quando mi pervadeva la malinconia E’ dolce il suono delle campane. Fu don Musto, quando avevo una quindicina d’anni, ad insegnarmi come tirare la fune per provocare una melodia. Ci provò don Cipolletta e quasi fu risucchiato verso l’alto per la sua figura minuta.
Anni fa ascoltai le campane di Notre Dame. Spesso mi hanno incantato quelle del Duomo di Milano. A Martina Franca mi faccio pellegrino e dove vedo una campana faccio scattare l’obiettivo fotografico per averne il ricordo. Sul Chiancaro ho riscoperto la chiesetta in cui celebrava quando poteva mio zio Martino Calianno, canonico penitenziere alla Basilica di San Martino.
Quanti ricordi scorrono al pensiero della serata dedicata al Palazzo Ducale di Martina Franca a Giuseppe Pino Bellucci. Una serata meritata, anzi di più, perché questo martinese prestigioso, esemplare ha tra l’altro portato il nome della sua città nel mondo. A Gerusalemme è di casa. La serata ha glorificato il talento, la laboriosità, l’infaticabilità, la passione di un costruttore d’arte. Opere d’arte, ripeto, sono le campane.
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| Bellucci e una sua campana |
Sarei curioso di chiedere a Pino le sue aspirazioni giovanili. Immagino la risposta. Che cosa può rispondere chi fabbrica queste preziose cuspidi di trullo rivoltate? Mi fece tristezza vedere crollare la campana in piazza in un film di don. Camillo e Peppone. Era una finzione cinematografica architettata per rimarcare la rivalità fra i due protagonisti, ma rimasi amareggiato ugualmente. La campana è sacra e vederla franare con quel gran botto, ai miei occhi di ragazzo non fu una bella scena.
Conoscere Giuseppe Pino Bellucci è un onore e un piacere. Agostino Quero, direttore di “Noi Notizie” e allora anche titolare di un notevole incarico a Telenorba, lo invitò subito in trasmissione, a Conversano, dove l’artista tra l’altro spiegò come si forma una campana e come provando e riprovando le si dà il suono giusto. La trasmissione fu molto seguita, perché l’argomento non era di quelli più comuni.
Martina Franca, con il riconoscimento a Bellucci, ha dimostrato di essere molto attenta ai valori che ha in casa. Fra i trulli non vale il detto secondo il quale “nemo propheta in patria”. Una tradizione – dice Luciana Convertino – che unisce artigianato, fede e improvvisazione tecnologica, diventando negli anni motivo di grande soddisfazione per l’intera comunità martinese”, deve essere valorizzata e festeggiata.
Quante pagine scritte sulle campane! Le campane ispirano i maestri della penna e della tavolozza, L’editore Nicola Partipilo, un barese innestato nel tessuto di Milano, anni fa mi chiese di scrivere per lui un libro sui campanili. Feci molte foto, presi appunti, intervistai sacerdoti e sacrestani. ma poi l’idea naufragò per colpa mia e l’editore si dedicò al libro sui castelli. Oggi mi pento di quella rinuncia.
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| Bellucci a una conferenza |
Chiedo: “Quanto pesa una campana?”. Tanto, tantissimo. Esistono campane che possono pesare anche 25 tonnellate. Suonano in alcune città del Giappone. E di che materiale è fatta, una campana? “Di bronzo e stagno in quantità diverse”. La prima campana probabilmente è stata fatta in Cina circa 1000 anni prima di Cristo. Insomma, queste coppe a testa in giù, queste campanule, queste calle, questi calici sono monumenti che hanno una storia davvero lunga. In alcune foto fornitemi dallo stesso Giuseppe Pino Bellucci compare il vescovo che benedice le sue campane, uso anche questo antico. Su alcuni campanili i pendoli che battono sulle pareti interne di più campane per produrre il suono possono sostituire un’orchestra. “Din don” è l’ora di pranzo. Il segnale arriva da Ramponio, la montagna di fronte a noi, ed è una delizia, che scatena il grido rauco dell’asinello, il quadrupede che adoro, soprattutto quando con il suo fiato scalda Gesù Bambino nella grotta di Betlemme.







































