PER ASSOTTIGLIARE I RISCATTI CI INVENTAVAMO GLI SCIOPERI

Antonio Pagnozzi
Grandi capacità professionali, comprese che la malavita andava combattuta non più affidando l’indagine a un singolo investigatore, ma creando una squadra bene affiatata e preparata.

FRANCO PRESICCI
Uno dei pilastri di via Fatebenefratelli - dove ha sede la questura di Milano - che ho ammirato per le capacità professionali e le doti umane è stato Antonio Pagnozzi, che fu capo della squadra Mobile, della Criminalpol, quindi questore di Genova, di Cosenza…, prefetto.
Stimato, amato da agenti, funzionari e giornalisti. Lo intervistai per “La Polizia racconta”, pagina affidatami dal vice-direttore Guido Gerosa, l’11 agosto dell’85, nel suo ufficio di piazza San Sepolcro, palazzo nel quale il 21 marzo del 1910 nacque il fascio di combattimento di Milano.
Come al solito Pagnozzi mi accolse con la sua bonomia, dicendosi pronto a rispondere con piacere alle mie domande. E cominciò ricordando gli anni Settanta, caratterizzati da un profondo cambiamento della malavita. La polizia non doveva fare i conti soltanto con i clan che limitavano il loro campo d’azione nell’ambiente metropolitano e avevano intrecci con le zone tradizionali di ‘ndrangheta, mafia, camorra; ma doveva affrontare anche vere e proprie multinazionali del crimine. ”Dalla Sicilia erano arrivate pellacce capaci di gestire l’organizzazione con criteri manageriali; si cominciavano a intravvedere bande con interessi complessi, che andavano dalla rapina di grandi dimensioni al sequestro di persona. Per contrastare questa nuova realtà occorreva una strategia diversa. Non bastava più infiltrare il poliziotto esperto e coraggioso nei meandri criminali, affidare l’indagine a un singolo investigatore. Bisognava creare un’equipe”. A capire per primo la necessità di creare un gruppo specializzato era stato proprio lui, che fra l’altro per dieci anni, dal ‘73, aveva guidato la Squadra mobile e da circa due era a capo della Criminalpol, dopo un’esperienza all’Ufficio politico, dove aveva indagato sulle Brigate rosse, scoprendo tra l’altro, il covo di via Subiaco.
Allora quarantanovenne, moglie e due figli, passione per la musica classica e il jazz e il bricolage, si era reso subito conto che la criminalità marciava con un ritmo più veloce di quello della polizia. La definì “aprofessionale”, non nel senso che fosse mancante di mestiere, ma che agiva su diversi fronti. E a quella virata si doveva rispondere con mezzi più efficaci. “Ma il cambiamento non riguardò soltanto la criminalità: anche la gente capovolse il suo modo di pensare: quando si convinse che la polizia non stava a guardare e che quindi meritava fiducia cominciò a collaborare. Furono riviste alcune leggi, come quella sugli stupefacenti, che non puniva più il tossicomane come tale, e quella sulla giurisdizione per quanto riguarda i processi per sequestri di persona”. Prima di allora la competenza apparteneva all’autorità del luogo in cui la prigionia era cessata, consentendo al rapitore di scegliersi eventualmente il giudice; poi la competenza venne spostata al giudice del luogo in cui il reato aveva avuto inizio”
Fu per me una grande soddisfazione conversare con quest’uomo colto, ferrato nella sua professione, serio, rispettoso del lavoro dei cronisti, sempre affamati di notizie, irrequieti, infaticabili, disposti a tutto pur di riempire il paniere. Lavoro che comportava sacrifici, notti insonni, ansia. “Occupandoci di sequestri - aggiunse Pagnozzi dopo un momento di silenzio – abbiamo fatto ricorso anche alla fantasia, improvvisando trabocchetti, “escamotage”, con il sostegno di valenti magistrati. Per indurre i rapitori ad abbassare le pretese, abbiamo persino fatto credere loro che i dipendenti dell’ostaggio erano scesi in sciopero per giorni, assottigliando il patrimonio della famiglia”.
E gli venne in mente un mattino alle tre, quando in piena nebbia e al buio, con il giudice De Liguori, “facemmo un sopralluogo in uno spazio di quasi 400 chilometri per studiare i punti nevralgici in cui piazzare i nostri uomini sul percorso indicato dai banditi per il pagamento del riscatto. E ricordo lo stato pietoso in cui trovammo un industriale che era stato rapito il 18 aprile del ‘78: legato a un letto, non credendo di essere salvato dalla polizia, chiese un caffè e io personalmente glielo preparai con una macchinetta raccattata nella prigione. La vittima era stremata, aveva i segni di botte ricevute quando i familiari davano l’impressione di ritardare la conclusione delle trattative”.
Storie toccanti, brutali. Mi accorsi che Pagnozzi era emozionato nel raccontarle; e faceva sforzi nel proseguire. “Abbiamo visto sequestrati con le lacrime mescolate con la sporcizia e la cera colata nelle orecchie per impedir loro di sentire; e incrostata al punto da rendere necessario l’intervento di un medico. I ricordi di Antonio Pagnozzi erano limpidi. Limpido quello di un altro rapito che, preso nel gennaio del ‘77 da mafia e ‘ndrangheta messi insieme, rimase un anno e mezzo lontano da casa. Un sequestro dopo l’altro, l’angoscia delle famiglie nell’attesa di una telefonata che portasse notizie del proprio caro. Giorni tremendi, immersi nella paura che i banditi non permettessero più il ritorno perché il tempo imposto era scaduto.
Anche Pagnozzi viveva nell’ansia. “Fu uno di questi rapimenti a farci venire l’idea che facilitò il compito di magistrati e poliziotti nelle operazioni come quella di San Valentino, San Martino e altre, che dettero una buona stangata ai malviventi”. A mobilitare maggiormente la Mobile fu il sequestro del giovane figlio di un famoso imprenditore di dolciumi, nell’ottobre del ‘74, che creò rabbia e dolore anche in via Fatebenefratelli. I poliziotti si mossero con impegno e tempestività, decisi a risolvere il caso quanto prima possibile, spedendo al “gabbio” gli autori del reato. I parenti collaborarono con i poliziotti e questi trascorsero notti in bianco.
“Quali erano i sequestratori più feroci?” gli domandai. “I siciliani, che riducevano le vittime in condizioni subumane, costringendole a vivere anche sottoterra”. “E la droga?”. “Passammo dagli interventi nella cosiddetta fossa dei serpenti, i cunicoli del Castello Sforzesco, dove i giovani s’iniettavano di tutto, ai 40 chili di eroina che venivano spediti in America, agli 800 nascosti sotto cassette di pomodori e melanzane di una nota cosca”. “E il travaglio delle famiglie?”. “Un’insegnante dopo aver cercato il figlio tossicomane in mezzo mondo lo rintracciò in Nepal. Si era disintossicato, aveva preso un diploma e si prendeva cura di quelli che non riuscivano a liberarsi dai tentacoli del veleno”.
Altra sosta. Le domande lo turbavano, gli facevano pensare al ragazzo morto di overdose su una panchina e ai tanti altri ancora preda della mala. “Ricordare è angoscioso, ma non si possono dimenticare neppure i colleghi che sono stati feriti o uccisi nella lotta quotidiana alla criminalità”.
Penso spesso alle sue lacrime la mattina dell’8 gennaio del 1980, quando sotto il ponte di via Schievano, nelle vicinanze del Naviglio Grande, furono assassinati dalla Brigate rosse Tatulli, Cestari e Santoro che sull’auto del commissariato Ticinese stavano facendo il giro delle scuole per sicurezza. Cestari proprio quel giorno, nonostante le preghiere della moglie e dei colleghi avessero cercato di trattenerlo, era rientrato in servizio dopo essersi curato per problemi al cuore. Piansi anch’io, quel giorno: li conoscevo tutti e tre e qualche sera prima eravamo stati a cena con quasi tutto il commissariato di via Tabacchi in un ristorante di piazza Sant’Eustorgio. Vedendomi affranto il mio collega Giorgio Guaiti mi suggerì di andarmene a casa. Avevo visto anche la disperazione della moglie e il dolore taciuto del figlio piccolo che faceva segni con l’indice sul vetro appannato della finestra.
Antonio Pagnozzi, un gentiluomo che trattava con i guanti gialli anche l’addetto all’anticamera del suo ufficio, Fina, che quando andò in pensione si mise a girare per Milano con in mano una telecamera appena acquistata.
Antonio Pagnozzi considerava un privilegio l’essere stato capo della Squadra Mobile nel periodo del cambiamento. E citava le consorterie criminali che si erano date battaglia sul territorio metropolitano, finendo chi all’obitorio, chi in carcere.
Pagnozzi era di Cervinara, provincia di Avellino, ex ufficiale dell’Aeronautica nonostante il dissenso dei genitori, soprattutto del padre veterinario, che gli ripeteva;: “In cielo non ci sono caverne”. Poi passò in polizia e io lo conobbi in via Fatebefratelli, dove a volte faceva trottare anche i cronisti.
Come la domenica in cui disse che era successo un fatto che ci avrebbe allettato, ma che non poteva dare particolari. Tutti a correre come cani scatenati. Un cronista che aveva le ruote sotto i piedi mobilitò un “trombettiere” e fece uno “scoop”.
Ho voluto molto bene ad Antonio. Quando era questore a Cosenza fece un salto, non so più se a Vibo Valentia, per dare un saluto ad Alberto Berticelli, Paolo Chiarelli, Carlo De Barberis ed altri, impegnati in un convegno della categoria. Antonio Pagnozzi, il poliziotto con il cuore d’oro. Da qualche anno non c’è più.
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| Antonio Pagnozzi |
Come al solito Pagnozzi mi accolse con la sua bonomia, dicendosi pronto a rispondere con piacere alle mie domande. E cominciò ricordando gli anni Settanta, caratterizzati da un profondo cambiamento della malavita. La polizia non doveva fare i conti soltanto con i clan che limitavano il loro campo d’azione nell’ambiente metropolitano e avevano intrecci con le zone tradizionali di ‘ndrangheta, mafia, camorra; ma doveva affrontare anche vere e proprie multinazionali del crimine. ”Dalla Sicilia erano arrivate pellacce capaci di gestire l’organizzazione con criteri manageriali; si cominciavano a intravvedere bande con interessi complessi, che andavano dalla rapina di grandi dimensioni al sequestro di persona. Per contrastare questa nuova realtà occorreva una strategia diversa. Non bastava più infiltrare il poliziotto esperto e coraggioso nei meandri criminali, affidare l’indagine a un singolo investigatore. Bisognava creare un’equipe”. A capire per primo la necessità di creare un gruppo specializzato era stato proprio lui, che fra l’altro per dieci anni, dal ‘73, aveva guidato la Squadra mobile e da circa due era a capo della Criminalpol, dopo un’esperienza all’Ufficio politico, dove aveva indagato sulle Brigate rosse, scoprendo tra l’altro, il covo di via Subiaco.
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| Pagnozzi e Enzo Caracciolo |
Fu per me una grande soddisfazione conversare con quest’uomo colto, ferrato nella sua professione, serio, rispettoso del lavoro dei cronisti, sempre affamati di notizie, irrequieti, infaticabili, disposti a tutto pur di riempire il paniere. Lavoro che comportava sacrifici, notti insonni, ansia. “Occupandoci di sequestri - aggiunse Pagnozzi dopo un momento di silenzio – abbiamo fatto ricorso anche alla fantasia, improvvisando trabocchetti, “escamotage”, con il sostegno di valenti magistrati. Per indurre i rapitori ad abbassare le pretese, abbiamo persino fatto credere loro che i dipendenti dell’ostaggio erano scesi in sciopero per giorni, assottigliando il patrimonio della famiglia”.
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| Pagnozzi, Oscuri, D'Amato |
Storie toccanti, brutali. Mi accorsi che Pagnozzi era emozionato nel raccontarle; e faceva sforzi nel proseguire. “Abbiamo visto sequestrati con le lacrime mescolate con la sporcizia e la cera colata nelle orecchie per impedir loro di sentire; e incrostata al punto da rendere necessario l’intervento di un medico. I ricordi di Antonio Pagnozzi erano limpidi. Limpido quello di un altro rapito che, preso nel gennaio del ‘77 da mafia e ‘ndrangheta messi insieme, rimase un anno e mezzo lontano da casa. Un sequestro dopo l’altro, l’angoscia delle famiglie nell’attesa di una telefonata che portasse notizie del proprio caro. Giorni tremendi, immersi nella paura che i banditi non permettessero più il ritorno perché il tempo imposto era scaduto.
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| Berticelli, Pagnozzi, Presicci |
Anche Pagnozzi viveva nell’ansia. “Fu uno di questi rapimenti a farci venire l’idea che facilitò il compito di magistrati e poliziotti nelle operazioni come quella di San Valentino, San Martino e altre, che dettero una buona stangata ai malviventi”. A mobilitare maggiormente la Mobile fu il sequestro del giovane figlio di un famoso imprenditore di dolciumi, nell’ottobre del ‘74, che creò rabbia e dolore anche in via Fatebenefratelli. I poliziotti si mossero con impegno e tempestività, decisi a risolvere il caso quanto prima possibile, spedendo al “gabbio” gli autori del reato. I parenti collaborarono con i poliziotti e questi trascorsero notti in bianco.
“Quali erano i sequestratori più feroci?” gli domandai. “I siciliani, che riducevano le vittime in condizioni subumane, costringendole a vivere anche sottoterra”. “E la droga?”. “Passammo dagli interventi nella cosiddetta fossa dei serpenti, i cunicoli del Castello Sforzesco, dove i giovani s’iniettavano di tutto, ai 40 chili di eroina che venivano spediti in America, agli 800 nascosti sotto cassette di pomodori e melanzane di una nota cosca”. “E il travaglio delle famiglie?”. “Un’insegnante dopo aver cercato il figlio tossicomane in mezzo mondo lo rintracciò in Nepal. Si era disintossicato, aveva preso un diploma e si prendeva cura di quelli che non riuscivano a liberarsi dai tentacoli del veleno”.
Altra sosta. Le domande lo turbavano, gli facevano pensare al ragazzo morto di overdose su una panchina e ai tanti altri ancora preda della mala. “Ricordare è angoscioso, ma non si possono dimenticare neppure i colleghi che sono stati feriti o uccisi nella lotta quotidiana alla criminalità”.
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| i questori Caracciolo, Pagnozzi, Colucci |
Antonio Pagnozzi, un gentiluomo che trattava con i guanti gialli anche l’addetto all’anticamera del suo ufficio, Fina, che quando andò in pensione si mise a girare per Milano con in mano una telecamera appena acquistata.
Antonio Pagnozzi considerava un privilegio l’essere stato capo della Squadra Mobile nel periodo del cambiamento. E citava le consorterie criminali che si erano date battaglia sul territorio metropolitano, finendo chi all’obitorio, chi in carcere.
Pagnozzi era di Cervinara, provincia di Avellino, ex ufficiale dell’Aeronautica nonostante il dissenso dei genitori, soprattutto del padre veterinario, che gli ripeteva;: “In cielo non ci sono caverne”. Poi passò in polizia e io lo conobbi in via Fatebefratelli, dove a volte faceva trottare anche i cronisti.
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| Pagnozzi, Caracciolo, Petronella, Jovine, i cronisti Max Monti, Giuliani |
Come la domenica in cui disse che era successo un fatto che ci avrebbe allettato, ma che non poteva dare particolari. Tutti a correre come cani scatenati. Un cronista che aveva le ruote sotto i piedi mobilitò un “trombettiere” e fece uno “scoop”.
Ho voluto molto bene ad Antonio. Quando era questore a Cosenza fece un salto, non so più se a Vibo Valentia, per dare un saluto ad Alberto Berticelli, Paolo Chiarelli, Carlo De Barberis ed altri, impegnati in un convegno della categoria. Antonio Pagnozzi, il poliziotto con il cuore d’oro. Da qualche anno non c’è più.











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