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mercoledì 1 aprile 2026

Nicola Cardellicchio e la sua attività

PASSA LA VITA TROTTANDO PER LA DIFESA DEL DIALETTO

  

Nicola Cardellicchio
Ha fotografato processioni, le chiese, tutti gli angoli più belli della Bimare; creato associazioni culturali, aiutato le prime radio private… per restituire energia al vernacolo. 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Nicola Cardellicchio è una sorta di pozzo di San Patrizio. Cali il secchio e lo ritiri su zeppo di notizie e di curiosità. E quando si racconta, rievocando fatti e storie di una vita vissuta collezionando testimonianze su Taranto e partecipando a tutti i riti i, eseguendo e costruendo fortezze per la difesa del nostro dialetto, si accende e non ti resta che ascoltarlo con attenzione.
Nicola vicino alla locomotiva a vapore

Ricorda la locomotiva a vapore, che prese più volte, anche ai tempi in cui vinse il concorso nella ferrovia dello Stato, andò a lavorare a Bari, salì a Bolzano, rientrò nella Bimare, dove diventò dirigente della biglietteria. Andato in pensione, fu più libero di muoversi e creò centri culturali, cominciò a fotografare i palazzi della città vecchia, le pusterle, le chiese dentro e fuori, la Dogana (un tempo chiamata “a Duàne d’u pèsce”), la Torre dell’Orologio in piazza Fontana, Mar Piccolo, le pescherie, le barche…
Corri, ragazzo, corri, gli avrebbe detto qualche impertinente. Ma lui andava “lento pede”, si fermava davanti a un soggetto meritevole di uno scatto o a un angolo che lo sorprendeva. Non c’erano allora i telefonini e lui peregrinava con la macchina fotografica a tracolla. Lo stimolava la curiosità, l’amore, la volontà d’immortalare momenti irripetibili e strutture che avrebbero potuto cambiare faccia. Infatti se si vuole vedere Taranto di una volta occorre bussare alla sua porta o a quella di Antonio De Florio. Entrambi hanno fatto “clic” di fronte a un tramonto meraviglioso, lottato e mai smesso di farlo, per vitalizzare il dialetto, che è come una pianta: ha bisogno di essere continuamente annaffiata, per non estinguersi.
Cardellicchio e De Florio
Nicola Cardellicchio è tenace nel sostegno alla lingua dei nonni. “Non bisogna mai smettere di dare fiato a questa preziosità, di rinvigorirla, ideando occasioni, sviluppando progetti, inglobando nel cantiere quanto più gente possibile”. Così dice Nicola Cardellicchio, un uomo mite, quasi timido, che parla con voce bassa, sottile, come fosse continuamente in preghiera. Ascoltarlo è un piacere, ha tantissime cose da dire: il suo è un racconto infinito di Taranto, della sua storia millenaria, delle sue leggende, dei suoi riti, delle sue tradizioni. Se non fosse riservato, schivo, quasi un monaco che passa le sue giornate in una cella a leggere, studiare, meditare, programmare intraprese culturali, chi lo interpella scriverebbe un libro. Non uno dei tanti: uno di vita vissuta, con accadimenti reali visti, testimoniati, catturati con l’obiettivo.
Nicola Cardellicchio è dunque una fonte inesauribile: ha una collezione di migliaia di immagini di Taranto scattate da lui e digitalizzate; non so più quante cartoline d’epoca e libri e tantissimo altro. Un archivio privato. Ma è necessario un argano, ripeto, per farlo parlare; e quando si riesce a fargli aprire bocca all’inizio centellina le parole. Non è un uomo da far salire su una pedana e mettergli il microfono sotto il naso. Collabora con l’archivio di Stato; se gli chiedi una foto per corredare un articolo non si tira indietro: anche questo è un modo per fare amare la città, le sue caratteristiche, la sua bellezza. Conosce il borgo antico come l’oste il suo vino o il guardiano del fare gli umori del mare. E’ amico, oltre che di Antonio De Florio, di Nicola Giudetti, il mito del borgo antico, poeta, pittore, raccoglitore di tutto ciò che appartiene alla civiltà di una volta (il suo museo).
Nicola Giudetti

Finalmente Cardellicchio si apre del tutto come un sipario su una rappresentazione teatrale di una storia vera, rincuorando l’intervistatore. E allora è una pioggia copiosa di eventi realizzati. Grazie, Nicola, snocciola, sono qui tutto orecchie. “Ho fatto foto, migliaia, anche sulla passerella stesa tra entrambi i borghi, in sostituzione, nel ‘57, del ponte girevole in via di restauro; ho ritratto tutte le chiese di Taranto dentro e fuori; tutte le manifestazioni religiose, le processioni, anche quelle che non ci sono più”. Nel ‘76, quando a Taranto cominciarono ad aprire le radio private (la prima Radio Taranto) Angelo Fanelli e Giulio Pagani idearono un quiz alla Mike Bongiorno. Gli ascoltatori dovevano tradurre in lingua parole dialettali. Era il quiz di nonno Cataldo, interpretato da Pagani. Si scatenò una corsa alla Libreria Filippi a comperare il vocabolario De Vincentiis, che allora era l’unico, per prepararsi per le risposte.
Quale mossa migliore, intelligente, geniale per indurre la gente ad imparare il dialetto. Naturalmente Nicola collaborava, felice nel vedere tutto quel successo riportato da quell’idea. Alcuni anni prima alla Chiesa di San Pasquale padre Adiuto Putignani aveva invitato i poeti tarantini a scrivere opere e a mandarle alle radio, che si collegavano con la parrocchia, stimolando ”me e i miei fratelli a raccogliere libri e altre pubblicazioni. Andavamo in biblioteca a consultare o a studiare pagine anche di giornali, tra cui “’U Panarijdde”, dove scrivevano poeti rispettabili come Diego Fedele, Alfredo Nunziato Majorano, Diego Marturano... Per un periodo il direttore fu Alfredo Lucifero Petrosillo, autore fra tantissimi altri versi di “’U travàgghie d’u mare”…”.
Via Garibaldi

Nicola Cardellicchio non è mai stato con le mani in mano. Ha dato vita a un centro di incontro e di studio delle tradizioni, della storia, delle manifestazioni religiose, del dialetto di Taranto… Il sodalizio è stato poi trasformato in associazione culturale intitolata a Vito Forleo. (nel 2027 compirà 50 anni). “Perché quel nome?”. “Perché Forleo è stato scrittore, aneddotista, pubblicista, direttore per 40 anni della Biblioteca Acclavio dopo Emilio Consiglio di cui raccolse tutte le poesie italiane e dialettali. Nel 1907 scrisse, tra l’altro, ‘Taranto dove la trovo’ e poi ’Taranto dannunziata’, edito da Cressati. Insomma una personalità di tutto rispetto”. Ancora oggi quella fucina di cultura messa in piedi da Cardellicchio è attiva e compare spesso nei bellissimi video di Antonio De Florio. I tarantini dovrebbero leggerlo, questo libro di Forleo. che definisce Taranto la Parigi del mondo antico; e dovrebbero leggere o rileggere i poeti e Cesare Giulio Viola, autore di “Pater, il romanzo del lume a petrolio” e “Venerdì Santo”, che quando avevo ancora vent’anni andai a vedere al Teatro Orfeo, recitato da Emma Gramatica, da Elsa Merlini e Paolo Poli.
Il Galeso

Quante pagine su Taranto sono state prodotte e giacciono quasi impolverate sugli scaffali delle librerie. Nicola Cardellicchio le ha quasi tutte e non le lascia ingiallire. E anche questo è amore per la propria città. Come lo sono le serate culturali che, sempre Cardellicchio e i suoi collaboratori organizzano nella Chiesa di Stella Maris, a Porta Napoli (contiene i Museo del Mare), dove confluiscono nelle occasioni di concerti, marce funebri, letture di poesie tante persone legate come le radici dell’ulivo alla Bimare. Non parliamo delle visite guidate nella Città Vecchia tra vicoli e palazzi storici, “strittele” e “strittelìcchie”che sfociano in via Garibaldi immersa nel profumo del Mar Piccolo, celebrato dai poeti di casa nostra e dai viaggiatori stranieri.
Nato a Taranto nel ‘48, Nicola è dunque un operatore culturale molto impegnato. Per esempio fin dai tempi del Liceo Scientifico ritagliava gli articoli su Taranto e sul dialetto pubblicati da “La Voce del Popolo”. La famiglia, come tante altre, osteggiava la sua passione per la lingua dei nonni, che contiene la nostra anima, ma lui la coltivava ugualmente, ascoltando attentamente e mandando a memoria anche vocaboli non più consueti.
Giudetti nella chiesa  Madonna della Scala

Il vernacolo è sempre stato da molti emarginato. Mi si permetta un episodio personale: quando negli anni ’50 gli universitari tarantini decisero di portare in scena, in occasione della festa della matricola, una commedia in dialetto, scegliendo “’U cuèrne de Marjie ‘a canzirre” di Diego Marturano, girarono tutte le scuole (i licei, l’istituto magistrale, il professionale Maria Pia...), per coprire i ruoli femminili, la risposta fu: “Recitare in dialetto, per carità”. Allora i maschi indossarono la gonna e salirono sul palcoscenico, al Circolo dei Marinai in via Di Palma. Beata Anna Casavola, che ci dette l’onore di essere tra noi.
Oggi mi pare che, grazie a Nicola Cardellicchio, Nicola Giudetti, Antonio De Florio, il pregiudizio sia un po’ calato. Ricordo i tempi delle commedie di Alfredo Nunziato Majorano (‘A stutàte) con il il cinema teatro del dopolavoro ferroviario affollato da appassionati. In platea Antonio Rizzo, che aveva avuto appena l’invito dal “Giornale d’Italia” ad entrare nel suo equipaggio come critico teatrale e già anima e cuore del “Premio Taranto, nel ‘50). Torneranno quei tempi? Finché questo trio continuerà a trottare sono ottimista.

mercoledì 25 marzo 2026

Una conversazione interessante

IL “PERDONE” FELICE BUONOMO RACCONTA LE SUE TROCCOLE

 

Buonomo
Ha preso parte alle processioni dei Misteri”, con suo padre, da quando era bambino. “Molto emozionante era la vestizione”. Le sue opere con il confratello Angelo Solito, oggi nel prestigioso Museo di Vallaloid, in Spagna, sono esposte e ammirate.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI 

  

(le foto, personali, sono di Felice Buonomo)

Felice Buonomo, 67 anni, ha lavorato come tecnico alla Belleli, che costruiva piattaforme petrolifere; poi la ditta chiuse e lui rimase cinque anni in cassa integrazione.
Una troccola o crepitacolo
Nel 2003 l’ex Ilva aveva bisogno di personale e lui non si lasciò scappare l’occasione, rimanendo in quell’azienda fino all’età della pensione. Un giorno il figlio Francesco, lo stimolò: “Sono confratello del Carmine, lo sei anche tu, lo è stato mio nonno, come me Francesco, detto Ciccio (per 25 anni nel consiglio di amministrazione della Congrega con le mansioni di economo), e in casa non abbiamo una troccola”. Accontentare un figlio è un dovere e un piacere; senza contare che avere una troccola (crepitacolo in lingua) in salotto è un onore, una testimonianza, una gioia soprattutto “pe’ ‘nu perdòne”, anzi per una famiglia della categoria. E poi la troccola è anche un simbolo, una testimonianza.
Felice cominciò a cercare il legno, faggio o noce, quelli più adatti allo scopo, e realizzò il sogno del giovanotto: una troccola eseguita con le maniglie, meglio, i battenti nichelati. Prima non si usava quel rivestimento, ma lui aveva iniziato ad adottarlo su richiesta di un cliente.
Eccolo dunque questo fabbricante di troccole, che, invaso dalla passione, ci mette tutto se stesso, collaborando con l’amico Angelo Solito, che intaglia il legno, mentre lui si occupa della parte metallica. Sono troccole fatte a regola d’arte, con riguardo a ogni dettaglio. Quando s’impegna in questo lavoro prova tanta emozione, la stessa di quando indossava l’abito riturale durante la processione dei “Misteri”. Così per Angelo. “Per fare una troccola occorre tempo e pazienza; e ne occorre per... suonarla.
Felice Buonomo nel 2017

Nel 2017 con Angelo ne abbiamo donata una alla Congrega del Carmine in memoria di Francesco Buonomo e Vincenzo Solito, i nostri genitori. Abbiamo un sogno: che questo crepitacolo vada nelle mani di un confratello che la suoni durante una processione”. E’ gemella di quella usata da 300 anni (1874) senza intaglio, attutato nel 1923. Le date furono punzonate da un certo Caso.
Bonomo racconta volentieri, in mondo svelto, chiaro - come se avesse in mano un copione - ansioso di non lasciarsi sfuggire una virgola. Confida che essere confratello dà un brivido, che si accresce quando s’indossa l’abito rituale. Me lo descrivi, questo abito? “Camice, mozzetta color crema, scapolare con la scritta su un lato ‘Decor’ e sull’altro ‘Carmelo’, il cappello nero bordato con un nastro azzurro e cappuccio con due forellini, che viene calato sul volto sulla soglia del tempio prima che si apra per fare uscire la processione”. Attraverso quei buchetti il confratello osserva la folla, la vecchietta che piange; quella che invoca una grazia; l’altra che prega, la gente affollata sui balconi imbandierati con tappeti festosi, le ali di popolo sui marciapiedi, le espressioni dei volti, i papà con i bambini a cavalcioni, la mamma che come se entrasse in meditazione abbassa lo sguardo e intreccia le dita al passaggio di Cristo morto. Molti si commuovono quando compare l’Addolorata, che per tutta una notte ha cercato il Figlio.
Uscita della processione dal Carmine
Momenti toccanti, coinvolgenti. Molti sono venuti dai paesi vicini (Martina, Montemesola, Grottaglie, Crispiano, Fragagnano, Lizzano…); altri addirittura dalla Spagna o dalla Francia: chi per curiosità, chi per devozione. I “Misteri” sono un appuntamento annuale, a cui non si può mancare. Molti tarantini non rientrano a casa dalle 15 del Giovedì Santo, quando esce la prima posta del pellegrinaggio verso il Sepolcro (oggi chiamato Altare della riposizione) al sabato, quando il troccolante bussa tre volte con il bordone al portone della chiesa del Carmine, per chiedere ospitalità per lui e i simulacri. “Il giovedì, all’uscita del pellegrinaggio, nella stessa chiesa si svolge una cerimonia (‘coena domini’) con il lavaggio dei piedi. Una volta io e Angelo abbiamo suonato la troccola in piazza Carmine. Fin da ragazzo prendevo parte alla processione con mio padre. Adesso continuo ad andarci ma senza più l’abito”.
Ha tanto da dire, Buonomo, su questo grande evento, che ha, si dice, tanto di fede e un po’ di profano. “Ah, i confratelli vanno sempre scalzi”, aggiunge il mio cortese interlocutore. Figuriamoci il freddo, in quelle notti.
Incalzo Buonomo. “Il priore del Carmine mi chiese una troccola da spedire al Museo internazionale spagnolo di Vallaloid: detto e fatto e oggi quel pezzo d’arte è esposto in quel luogo prestigioso molto famoso nel mondo. Che soddisfazione!”.
Buonomo Francesco  al pellegrinaggio
“I Misteri” sono dunque molto sentiti, nella Bimare. C’è chi arriva in via D’Aquino tre o quattro ore prima per conquistare la prima fila e deve difendere a gomitate la postazione. Quando si notano fremiti tra la folla vuol dire che un posto è conteso. Lo snodarsi della processione da alcuni è considerato uno spettacolo e quindi per poterlo vedere bene occorre essere appoggiati alle transenne. L’attesa è lunga, tutte le vie interessate sono stipate ancora prima che i simulacri escano, percorrendo via D’Aquino fino a piazza Maria Immacolata, proseguendo secondo l’itinerario tradizionale. Gli sguardi sono tutti verso le statue che transitano lentamente, sorrette da portatori affiancati da dignitari e accompagnati da confratelli. Il corteo è lentissimo, “nazzeche” al ritmo dettato da “’u trucculande” (...”purtànne apprìesse‘a “ddòre de le rìte/ d’ù mare ca se nazzeche a’ Marine…”: la voce di Diego Marturano nella poesia “Tàede vècchie mije).
C’è chi segue il rito da oltre mezzo secolo, da piccolo con papà e mamma mano nella mano. Lo “speaker” una volta era un apprezzato e amato giornalista e scrittore esperto di quei riti e molto noto in città, Nicola Caputo, poi sostituito dal figlio, scomparso anche lui. Il troccolante dà disposizioni agitando la tavola che fa sbattere le maniglie (“trucculescàre”).
Cristo Morto

Siamo già in clima pasquale. Molti tarantini hanno già comperato la colomba, un dolce inventato da Dino Villani, a cui si deve anche l’idea di Miss Italia. Quando la colomba planerà sulle tavole i commensali avranno già mangiato “capetòne”, “cozzagnàcule”, cozze pelose, ostriche del Mar Piccolo, questo mare “pecceridde” (caro ai poeti, soprattutto a Diego Marturano, ad Alfredo Lucifero Petrosillo, ad Alfredo Nunziato Majorano: a Diego Fedel) che s’infuria e si placa, s’illumina, spande musica, allevando le cozze nere, il tesoro della città.
Felice Buonomo, che ha vissuto e vive la prassi anche dall’interno, parlerebbe ancora a lungo. E’ un piacere ascoltarlo: arricchisce, dando notizie precise, circostanziate, a volte facendo rivivere un sogno. Anche quando descrive la lavorazione di una troccola, gli attrezzi manovrati e gli elementi di cui bisogna dotarla: elementi indicativi, emblematici. Un lavoro delicato, ma entusiasmante, svolto con amore. Con Angelo Solito si muovono in armonia in un piccolo spazio. Buonomo non ci tiene a mettersi in mostra, ma non si nega alla richiesta di spiegare, di far scoprire un mondo che molti non conoscono. Il mondo delle confraternite e dei confratelli e dei cortei, la storia delle statue, l’ordine dei personaggi che costituiscono la processione, a cui si accodano tutti quei fedeli.
E’ grandiosa, questa festa. Resiste al tempo, senza perdere nemmeno un po’ della sua rilevanza, della sua capacità di ricordare la morte di Cristo sulla Croce, dopo un’agonia terribile. “Settinana Sande, tempo di passione/ di chi sulla Croce morì pedonando/ insieme al buono e al tristo Malladrone,,,”, scrisse in “Arie de Pasche” Claudio De Cuia, poeta indimenticabile.
Buonomo
E Giovanni Acquaviva, nella sua “Settimana Santa a Tartanto”, rievoca la notte tra il giovedì il venerdì santi, quando “il popolo tarantino non dorme… una veglia che conosciamo da quando eravamo piccoli… La interruppe soltanto la guerra”. E fa emergere una figura di tanto tempo fa: il confratello dell’Addolorata che percorreva “trucculesciànne” vie e vicoli del borgo antico fin davanti alle case “de le perdùne”, “descetànnele”, perché era l’ora di prepararsi per la processione. Una sveglia ambulante ed efficace, che interrompeva anche il sonno di tanti altri che quel compito non avevano. Con questo personaggio la troccola aveva una funzione diversa. Chi non conosce il rumore (per altri un suono) che fa una troccola, che molti appassionati vorrebbero avere in salotto come segno di una ricorrenza che è nel cuore di tutti i cittadini della Bimare, e non solo? Domando: “Quando sono nati i ‘Misteri’”? Lo sappiamo grazie a Giovanni Acquaviva: da un atto rintracciato nell’Archivio di Stato da GiuseppeVozza (nel 1765) risulta che un membro della nobile famiglia di don Diegò Calò volle concretizzare il sogno di portare in processione il Venerdì Santo le immagini sacre di Gesù Cristo e della Madonna ’Addolorata. Di tempo ne è passato, da allora. Eppure i “Misteri” li portiamo ancora nel cuore

mercoledì 18 marzo 2026

Antonio Pagnozzi, poliziotto gentiluomo



PER ASSOTTIGLIARE I RISCATTI CI INVENTAVAMO GLI SCIOPERI

 




Antonio Pagnozzi
Grandi capacità professionali, comprese che la malavita andava combattuta non più affidando l’indagine a un singolo investigatore, ma creando una squadra bene affiatata e preparata. 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Uno dei pilastri di via Fatebenefratelli - dove ha sede la questura di Milano - che ho ammirato per le capacità professionali e le doti umane è stato Antonio Pagnozzi, che fu capo della squadra Mobile, della Criminalpol, quindi questore di Genova, di Cosenza…, prefetto.
Antonio Pagnozzi
Stimato, amato da agenti, funzionari e giornalisti. Lo intervistai per “La Polizia racconta”, pagina affidatami dal vice-direttore Guido Gerosa, l’11 agosto dell’85, nel suo ufficio di piazza San Sepolcro, palazzo nel quale il 21 marzo del 1910 nacque il fascio di combattimento di Milano.
Come al solito Pagnozzi mi accolse con la sua bonomia, dicendosi pronto a rispondere con piacere alle mie domande. E cominciò ricordando gli anni Settanta, caratterizzati da un profondo cambiamento della malavita. La polizia non doveva fare i conti soltanto con i clan che limitavano il loro campo d’azione nell’ambiente metropolitano e avevano intrecci con le zone tradizionali di ‘ndrangheta, mafia, camorra; ma doveva affrontare anche vere e proprie multinazionali del crimine. ”Dalla Sicilia erano arrivate pellacce capaci di gestire l’organizzazione con criteri manageriali; si cominciavano a intravvedere bande con interessi complessi, che andavano dalla rapina di grandi dimensioni al sequestro di persona. Per contrastare questa nuova realtà occorreva una strategia diversa. Non bastava più infiltrare il poliziotto esperto e coraggioso nei meandri criminali, affidare l’indagine a un singolo investigatore. Bisognava creare un’equipe”. A capire per primo la necessità di creare un gruppo specializzato era stato proprio lui, che fra l’altro per dieci anni, dal ‘73, aveva guidato la Squadra mobile e da circa due era a capo della Criminalpol, dopo un’esperienza all’Ufficio politico, dove aveva indagato sulle Brigate rosse, scoprendo tra l’altro, il covo di via Subiaco.
Pagnozzi e Enzo Caracciolo
Allora quarantanovenne, moglie e due figli, passione per la musica classica e il jazz e il bricolage, si era reso subito conto che la criminalità marciava con un ritmo più veloce di quello della polizia. La definì “aprofessionale”, non nel senso che fosse mancante di mestiere, ma che agiva su diversi fronti. E a quella virata si doveva rispondere con mezzi più efficaci. “Ma il cambiamento non riguardò soltanto la criminalità: anche la gente capovolse il suo modo di pensare: quando si convinse che la polizia non stava a guardare e che quindi meritava fiducia cominciò a collaborare. Furono riviste alcune leggi, come quella sugli stupefacenti, che non puniva più il tossicomane come tale, e quella sulla giurisdizione per quanto riguarda i processi per sequestri di persona”. Prima di allora la competenza apparteneva all’autorità del luogo in cui la prigionia era cessata, consentendo al rapitore di scegliersi eventualmente il giudice; poi la competenza venne spostata al giudice del luogo in cui il reato aveva avuto inizio”
Fu per me una grande soddisfazione conversare con quest’uomo colto, ferrato nella sua professione, serio, rispettoso del lavoro dei cronisti, sempre affamati di notizie, irrequieti, infaticabili, disposti a tutto pur di riempire il paniere. Lavoro che comportava sacrifici, notti insonni, ansia. “Occupandoci di sequestri - aggiunse Pagnozzi dopo un momento di silenzio – abbiamo fatto ricorso anche alla fantasia, improvvisando trabocchetti, “escamotage”, con il sostegno di valenti magistrati. Per indurre i rapitori ad abbassare le pretese, abbiamo persino fatto credere loro che i dipendenti dell’ostaggio erano scesi in sciopero per giorni, assottigliando il patrimonio della famiglia”.
Pagnozzi, Oscuri, D'Amato
E gli venne in mente un mattino alle tre, quando in piena nebbia e al buio, con il giudice De Liguori, “facemmo un sopralluogo in uno spazio di quasi 400 chilometri per studiare i punti nevralgici in cui piazzare i nostri uomini sul percorso indicato dai banditi per il pagamento del riscatto. E ricordo lo stato pietoso in cui trovammo un industriale che era stato rapito il 18 aprile del ‘78: legato a un letto, non credendo di essere salvato dalla polizia, chiese un caffè e io personalmente glielo preparai con una macchinetta raccattata nella prigione. La vittima era stremata, aveva i segni di botte ricevute quando i familiari davano l’impressione di ritardare la conclusione delle trattative”.
Storie toccanti, brutali. Mi accorsi che Pagnozzi era emozionato nel raccontarle; e faceva sforzi nel proseguire. “Abbiamo visto sequestrati con le lacrime mescolate con la sporcizia e la cera colata nelle orecchie per impedir loro di sentire; e incrostata al punto da rendere necessario l’intervento di un medico. I ricordi di Antonio Pagnozzi erano limpidi. Limpido quello di un altro rapito che, preso nel gennaio del ‘77 da mafia e ‘ndrangheta messi insieme, rimase un anno e mezzo lontano da casa. Un sequestro dopo l’altro, l’angoscia delle famiglie nell’attesa di una telefonata che portasse notizie del proprio caro. Giorni tremendi, immersi nella paura che i banditi non permettessero più il ritorno perché il tempo imposto era scaduto.
Berticelli, Pagnozzi, Presicci

Anche Pagnozzi viveva nell’ansia. “Fu uno di questi rapimenti a farci venire l’idea che facilitò il compito di magistrati e poliziotti nelle operazioni come quella di San Valentino, San Martino e altre, che dettero una buona stangata ai malviventi”. A mobilitare maggiormente la Mobile fu il sequestro del giovane figlio di un famoso imprenditore di dolciumi, nell’ottobre del ‘74, che creò rabbia e dolore anche in via Fatebenefratelli. I poliziotti si mossero con impegno e tempestività, decisi a risolvere il caso quanto prima possibile, spedendo al “gabbio” gli autori del reato. I parenti collaborarono con i poliziotti e questi trascorsero notti in bianco.
“Quali erano i sequestratori più feroci?” gli domandai. “I siciliani, che riducevano le vittime in condizioni subumane, costringendole a vivere anche sottoterra”. “E la droga?”. “Passammo dagli interventi nella cosiddetta fossa dei serpenti, i cunicoli del Castello Sforzesco, dove i giovani s’iniettavano di tutto, ai 40 chili di eroina che venivano spediti in America, agli 800 nascosti sotto cassette di pomodori e melanzane di una nota cosca”. “E il travaglio delle famiglie?”. “Un’insegnante dopo aver cercato il figlio tossicomane in mezzo mondo lo rintracciò in Nepal. Si era disintossicato, aveva preso un diploma e si prendeva cura di quelli che non riuscivano a liberarsi dai tentacoli del veleno”.
Altra sosta. Le domande lo turbavano, gli facevano pensare al ragazzo morto di overdose su una panchina e ai tanti altri ancora preda della mala. “Ricordare è angoscioso, ma non si possono dimenticare neppure i colleghi che sono stati feriti o uccisi nella lotta quotidiana alla criminalità”.
i questori Caracciolo, Pagnozzi, Colucci
Penso spesso alle sue lacrime la mattina dell’8 gennaio del 1980, quando sotto il ponte di via Schievano, nelle vicinanze del Naviglio Grande, furono assassinati dalla Brigate rosse Tatulli, Cestari e Santoro che sull’auto del commissariato Ticinese stavano facendo il giro delle scuole per sicurezza. Cestari proprio quel giorno, nonostante le preghiere della moglie e dei colleghi avessero cercato di trattenerlo, era rientrato in servizio dopo essersi curato per problemi al cuore. Piansi anch’io, quel giorno: li conoscevo tutti e tre e qualche sera prima eravamo stati a cena con quasi tutto il commissariato di via Tabacchi in un ristorante di piazza Sant’Eustorgio. Vedendomi affranto il mio collega Giorgio Guaiti mi suggerì di andarmene a casa. Avevo visto anche la disperazione della moglie e il dolore taciuto del figlio piccolo che faceva segni con l’indice sul vetro appannato della finestra.
Antonio Pagnozzi, un gentiluomo che trattava con i guanti gialli anche l’addetto all’anticamera del suo ufficio, Fina, che quando andò in pensione si mise a girare per Milano con in mano una telecamera appena acquistata.
Antonio Pagnozzi considerava un privilegio l’essere stato capo della Squadra Mobile nel periodo del cambiamento. E citava le consorterie criminali che si erano date battaglia sul territorio metropolitano, finendo chi all’obitorio, chi in carcere.
Pagnozzi era di Cervinara, provincia di Avellino, ex ufficiale dell’Aeronautica nonostante il dissenso dei genitori, soprattutto del padre veterinario, che gli ripeteva;: “In cielo non ci sono caverne”. Poi passò in polizia e io lo conobbi in via Fatebefratelli, dove a volte faceva trottare anche i cronisti.
Pagnozzi, Caracciolo, Petronella, Jovine, i cronisti Max Monti, Giuliani

Come la domenica in cui disse che era successo un fatto che ci avrebbe allettato, ma che non poteva dare particolari. Tutti a correre come cani scatenati. Un cronista che aveva le ruote sotto i piedi mobilitò un “trombettiere” e fece uno “scoop”.
Ho voluto molto bene ad Antonio. Quando era questore a Cosenza fece un salto, non so più se a Vibo Valentia, per dare un saluto ad Alberto Berticelli, Paolo Chiarelli, Carlo De Barberis ed altri, impegnati in un convegno della categoria. Antonio Pagnozzi, il poliziotto con il cuore d’oro. Da qualche anno non c’è più.

mercoledì 11 marzo 2026

Nicola Partipilo, libraio e editore

TRASCORRE LE GIORNATE PENSANDO AL SUO TEMPIO

 




Nicola Partipilo
La sua libreria era in viale Tunisia e tutti a Milano, e non, la conoscevano. Sopraffatto dagli affitti saliti alle stelle e dalla concorrenza via Internet, ha dovuto chiudere e oggi vive nella tristezza.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 

“Io la mia libreria me la sogno di notte. Ma non passo più da viale Tunisia. Sono già tanti e penosi i ricordi. La mia cara libreria era quasi all’angolo con corso Buenos Ayres e a un tiro di fionda dal piccolo ufficio che aveva avuto Sandro Pertini durante la guerra”.
Partipilo consulta un libro della Celip

Sono le poche parole che mi ha detto quel barese testardo e coraggioso, di quelli che hanno fatto onore alla propria terra e allo stesso capoluogo lombardo: Nicola Partipilo. Basso, calvo, passo spedito, sguardo volpino, generoso, pronto a regalare un libro a chi non aveva le possibilità.
La sua libreria internazionale era ben frequentata: vi si potevano incontrare, all’epoca, Gianni Brera ed Enzo Biagi; l’architetto Empio Malara, lunga militanza nella difesa dei navigli; lo scrittore Carlo Castellaneta, il fotografo Mario De Biasi, che per il settimanale “Epoca” girò il mondo, e il suo collega veneziano Fulvio Roiter, che si trasformava in un funambolo per fare uno scatto originale per un libro della Celip, di Partipilo, un uomo pieno di idee, effervescente. Quando decise di rinnovare il suo tempio laico in un angolo fece sistemare una macchinetta per il caffè da servire agli ospiti senza doverli portare al bar di fronte; una poltrona vicina a un tavolino dove i clienti potevano appoggiare i libroni da sfogliare e una scala che portava a un piano superiore. Durante il periodo della vendita dei testi scolastici la folla debordava sul marciapiedi.
Partipilo e la sua libreria erano conosciutissimi non solo a Milano. Se non aveva l’“Iliade” richiesto ne proponeva un altra edizione, faceva scorrere la scala e la prendeva. Nessuno usciva con le mani vuote. Quando doveva sostituire un commesso, desideroso di cambiare mestiere o di trasferirsi altrove, al nuovo arrivato diceva che la prima regola che doveva osservare era la cortesia.
Partipilo in libreria
Partipilo, uomo poco loquace, conoscitore della forza e del significato delle parole, della loro capacità di essere un’arma o un fiore, pensava prima di pronunciarle quando impacchettava i suoi tesori per i clienti. Così è ancora oggi, che ha ottant’anni e vive nella nostalgia della sua casa del libro. Un giorno gli chiesi di raccontarmi i suoi primi anni milanesi per “Il Giorno”, giornale in cui lavoravo, e dovetti incalzarlo per superare gli argini: non amava e non ama esporsi. Era orgoglioso dei sacrifici fatti e delle rinunce per realizzare i suoi progressi.
Aveva iniziato consegnando i libri a domicilio per conto di un grosso librario. Attraversava le vie della città in sella a una vecchia bicicletta, come fanno oggi i ragazzi che portano le pizze sotto casa o sulla porta del committente. Un lavoro duro, che lui svolgeva con piacere e con entusiasmo. E giacché c’era, spesso si fermava ad osservare le vetrine, i monumenti, le targhe, i caffè, le gallerie, i teatri e mandava a memoria. Così ha conosciuto Milano, i suoi arredi.
Intelligente e curioso, sensibile e avido di apprendere, quando concretizzò il suo sogno, una libreria tutta sua, toccò il cielo con un dito. “Ricordo il primo giorno con soddisfazione. Il primo cliente mi chiese ‘La montagna dalle sette balze’, di Thomas Merton, non ce l’avevo e glielo procurai in un paio d’ore”.
Del Mare alle spalle di Carlo Tognoli

Era nato libraio. Nel suo spazio con tutti quegli scaffali, confortevole, riposante, edificante, conobbi tante personalità: Guido Lopez, che con i suoi libri ha descritto ogni aspetto della storia di Milano; Alberto Lorenzi, che scriveva dei teatri, dei caffè letterari, degli artisti, delle passeggiate a piedi, dei segreti del varietà, editore lo stesso Partipilo.
Già, la Celip. La casa editrice da lui aperta, dopo aver dato alle stampe un volume di Annibale del Mare, corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno”. Non si contano i volumi su Milano e sulla Lombardia che l’editore barese ha confezionato, con amore, con gioia. Temi: le cascine, i cortili, i navigli, il Liberty, natività e presepi, i vecchi mestieri ambulanti (l’ombrellaio, lo spazzacamino, l’arrotino, l’impagliatore, il venditore di castagne lesse, il “calderatt” o calderaio…). Voci scomparse da anni, come quelle delle lavandaie che immergevano i panni nel “riciulin”, un ricciolo d’acqua che, sfuggita al Naviglio Grande, attraversa il vicolo che qualcuno ha definito una chiesa di pittori. C’erano infatti, fra gli altri, gli studi di Guido Bertuzzi, Aldo Cortina, che aveva una libreria universitaria davanti all’Università Statale, Formenti, Spampinato, Sarik...
Tutti i libri pubblicati da Partipilo venivano presentati da storici, critici d’arte, docenti, scrittori, giornalisti, in sedi prestigiose come il Palazzo Tè a Mantova; la Basilica di Sant’Ambrogio, a Milano; la storica Società del Giardino, che a suo tempo ospitò grandissimi nomi del teatro, della lirica, regnanti...
Il Naviglio Grande
La prima opera venne illustrata nella nota Galleria d’Arte di Mimmo Dabbrescia, di Barletta, che esponeva quadri dei maggiori rappresentanti dell’arte contemporanea. Quella sera appesi alle pareti si potevano osservare le tele di Don Lurio, celebre ballerino, coreografo, cantante, attore di RaiUno al tempo delle gemelle Kessler (i vecchi come me lo ricordano in coppia con Lola Falana). Lo ritroviamo nel libro “I segreti del varietà”, che si apre con una mia intervista a Wanda Osiris, nella sua abitazione di via Sant’Andrea, il cui balcone si affaccia su un giardino interno meraviglioso. Me lo mostrò il maggiordomo in livrea, dalla cortesia inimitabile.
Anche come editore Partipilo fece presto ad imporsi all’attenzione dei giornali e delle televisioni pubbliche e private. Andrea Bosco, di Raitrè, ad ogni uscita dedicava ampi servizi, e così le altre retti , da Telenova a Telelombardia, Telereporter… E i relatori accettavano volentieri, come Giovanni Lodetti, che fu una gloria del Milan.
Adesso che la libreria ha abbassato la saracinesca Nicola evoca a stento i giorni esaltanti, quando rimaneva in libreria da solo e con le luci spente a pensare alla tribolazione per il pericolo incombente sulla sua creatura, come lui considerava le sue vetrine di viale Tunisia. La vita è spietata, non ammette sconti.
La Locomotiva a vapore (foto De Florio)


Di tanto in tanto lo sento, Nicola. La libreria di viale Tunisia, dove conobbi tanti nomi, per primo Del Mare, che fu addetto stampa a Bari del governo di Pietro Badoglio, scrisse sulla “Gazzetta” del 28 ottobre del ‘43 l’articolo che annunciava il ritorno della libertà di stampa, fondò il giornale “Cronache italiane” ed ebbe rapporti con tutte le persone che avevano lasciato il proprio paese e i propri cari in cerca di lavoro, alloggiati sul treno della speranza, sempre affollato, tanto che molti si catapultavano negli scompartimenti dai finestrini. Anche Nicola Partipilo aveva all’epoca preso quel treno, allora tirato dalla locomotiva a vapore, che al mio paese, Taranto, in dialetto si chiama “’a ciucculatère”, che sbuffava, e in molte località ancora sbuffa, come una caffettiera. A chi la prese tante volte per andare e venire da Martina, con il suo fascino trasmetteva felicità.
Partipilo ricorda quei tempi e quando se la sente li riassume in poche frasi. Non li racconta ai suoi figli (uno, Andrea, conduce con le stesso amore del padre una libreria in via Soderini; un altro, Marco, macinando polvere per lavoro scatta meravigliose fotografie della città) come un nonno di 80 anni faceva con i nipoti seduti con lui attorno al braciere con i ceci messi a cuocere sotto la cenere, anche perché soprattutto il ricordo della libreria gli suscita molta amarezza. E ne suscita anche a tanti clienti dei giorni migliori. Un pomeriggio sono passato da viale Tunisia per andare a fotografare i Bastioni di Porta Venezia e ho sentito un papà che diceva al figlio: “Lì una volta c’era la libreria Partipilo, dove venivo a comperare i libri per te”.
Partipilo con i libri su Milano

Io intanto ho ripreso tra le mani “Milano, i venticinque secoli di storia attraverso i suoi personaggi”, i cui i testi, di autori diversi, sono intervallati da bellissime immagini, documenti, mappe, cartoline d’epoca… Mi fa compiere un viaggio nella bellezza di Milano. Sì, la bellezza, al diavolo chi sostiene che la città del Porta non abbia niente a che fare con Firenze o con Roma. Si leggano le pagine di Guido Piovene o di Francesco Ogliari. Il primo diceva che Milano è una città discreta, che non ama mostrare tutto il suo volto. Per esempio, i cortili interni, con i giardini ticchi di semiarchi, fontane, statue, vialetti bordati di fiori policromi… Partipilo ha pubblicato anche un libro su questi giardini, testo di Gigliola Magrini, esperta della materia.
Anche io sostengo che Milano ha una bellezza dove pochi la vedono: nei giardini pensili; nei cortili, appunto; in piazza Belgioioso; in via Borgonuovo; in via Bigli, dove abitò Eugenio Montale ed ebbe il suo famoso salotto letterario la contessa Clara Maffei... E l’amo, Milano, quasi quanto il mio nido, dove mi piace ritornare, attirato dal profumo di Mare Piccolo, il mare dei poeti Petrosillo, Marturano, Maiorano, Fedele…; e dal fiume Galeso caro a Orazio, Virgilio…
Partipilo l’ha amata, e l’ama, Milano, come ama la sua Bari, e questo amore lo ha espresso nelle stupende pagine dei suoi volumi. Ah, le piazze di Lombardia, con lo stile seducente di Guido Gerosa, anche questo con la Celip.

 

 

 

mercoledì 4 marzo 2026

Una formica di Puglia

BENITO DI LAURO ONORO' MILANO

 


Benito Di Lauro
Era di Spinazzola, Ambrogio del '73; medaglia d'oro del Circolo "Volta" del '96. Era alla guida del Circolo Ambrosiano, vice segretario del Circolo della Stampa

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 

C’è stato un periodo in cui cercavo d’incontrare i castori pugliesi ben piazzati nella scala sociale e professionale. E ne ho incontrati davvero tanti.
Corso Venezia
Tra questi Guglielmo Miani, che da semplice sarto divenne il re degli abiti ricercati realizzati con pregiate stoffe inglesi e così noto e stimato anche in Gran Bretagna da ricevere il principe Filippo nel suo negozio e ospite nella sua abitazione. Tra l’altro negli anni Sessanta organizzò a Milano una settimana inglese e oltre a majorette, sfilate, bande collocò una cabina telefonica oltremanica davanti al suo elegante esercizio di via Manzoni. Era di Andria e onorò il suo paese e Milano.
Un giorno il caso mi fece incontrare Benito Di Lauro, il re delle carte geografiche. Un uomo laborioso, inventivo, geniale, effervescente, un sorriso coinvolgente, un ruscello gorgogliante. Aveva il gusto della parola e la spendeva generosamente, senza mai annoiare, anzi catturando l’attenzione dell’interlocutore sino alla fine. Amava raccontare le sue esperienze milanesi, le persone conosciute, i giardini pensili, i cortili interni, le piazze, le facciate dei palazzi, le serate al Circolo della Stampa. Faceva voli pindarici; gesticolava come un attore brillante alla ribalta. Nonostante l’età, un giovanotto pimpante.
Di traguardi ne conquistò tanti con la volontà di ferro, l’impegno coriaceo. Con l’intelligenza e i modi garbati, conquistava le persone, anche quelle più illustri, più famose, come lo scrittore e regista Mario Soldati. Arrivò a Milano nel ‘47, anno in cui il nostro Paese aveva voglia di dimenticare i lutti, i disastri, le macerie, di divertirsi, d’impazzire nelle balere, di avvitarsi nei tanghi, di volteggiare nei valzer, nelle danze che giungevano dall’America. Furoreggiava la Sisal: le scommesse sulle partite di calcio nate da un’idea del giornalista Massimo Della Pergola. Gli abitanti del capoluogo lombardo erano un milione e 700; 1263 i vigili urbani; Palazzo Marino si stava rifacendo le ossa e il consiglio comunale, ossessionato dal deficit dell’Azienda tranviaria, si riuniva al Castello Sforzesco; al Caffè Dalmasso, in via Montenapoleone, ciondolavano belle ed eleganti signore con il vitino di vespa, abiti fino ai piedi e scollature per allora audaci. La gente era dappertutto alle prese con il costo della spesa: un chilo di carne, di quella buona, costava 300 lire; 670 uno di burro.
Piazza Missori

Benito percorreva le strade in bicicletta, impegnato nella consegna dei plichi della ditta Rinaldi. Era preciso, simpatico, vivace, comunicativo. Un giorno il “cumenda” lo convocò nel suo ufficio, lo riempì di elogi e gli affidò l’organizzazione del settore distribuzione. Lui lo reimpostò, rendendolo più agile, semplice, funzionale. Poi cambiò strada ed entrò in banca, rimpianto dal principale, che lo teneva in palmo di mano: una vera perdita quel talento insostituibile. Benito Di Lauro era un cavallo da corsa. Aveva dentro un impulso che lo spingeva verso nuovi percorsi, verso obiettivi sempre più alti, sempre più prestigiosi.
Che vitalità! Eccolo in contatto con un editore di carte geografiche, che gli offre l’esclusiva delle vendite. Accetta. Una via nuova da imboccare con coraggio e decisione. Le sue doti gli consentono di conseguire ancora una volta ottimi risultati. Ma altre arterie gli si aprono con l’incontro con Angelo Rizzoli, al quale gli propone una Guida di Milano. Ma perché mettere il proprio ingegno a disposizione degli altri? Se lo chiede e devia: sorgono le Edizioni Di Lauro, che danno vita a carte regionali, dei Paesi europei e del mondo, carte statistiche, guide turistiche di Milano e della Lombardia, di tutte le altre città d’Italia…L’ammirazione di cui gode lievita.
Benito non si ferma, non è il tipo da fare soste, il suo cammino non prevede tappe, la sua corsa è continua: è un campione che non si siede sugli allori. Va avanti, non molla, moltiplica i suoi successi. Quelli che sono in confidenza con lui gli hanno coniato un soprannome: “Sveltino alka selzer“. Di solito i nomignoli sono suggeriti da un difetto, da un modo di comportarsi, dal mestiere che si esercita. Questo è dettato dalla sveltezza con cui Benito realizza i suoi progetti, tiene aperti i suoi cantieri, dà fiato alle idee che fluiscono nella sua testa.
Una carta geografica di  Di Lauro
Una mattina l’ho invitato a casa mia, perché un incidente mi aveva provocato un problema a una gamba e non potevo camminare. Venne e si presentò: “Spinazzola” . Scherzava, ma io capii che le sue radici erano forti come quelle della quercia. Gli dissi: “Quindi terra di Bari”, Rispose; “Spinazzola”. “Sì, il paese della cavalcata della Madonna del bosco, dove le persone che hanno fatto le offerte più alte possono seguire la processione stando più vicine alla mamma di Gesù”. Sorrise, rimanendo in piedi durante tutta la conversazione. “Perchè non ti metti comodo?”. “Sto comodo così. Sono nato in piedi”. L’amico che lo aveva accompagnato rise con lui. Benito era divertente, piacevole, schietto. Parlava tenendo le mani ferme sulla scrivania. “Vai ancora a Spinazzola?”. “Come no: il nido non si deve mai dimenticare. Non sono di quei pugliesi naturalizzatisi milanesi. Dimenticano il loro dialetto per assumerne un altro, credendo di promuoversi”.
Lo ascoltavo volentieri. Per tutto il tempo imprigionò la mia attenzione. Un pugliese vero, che restava legato alla culla, anche se a Milano lo avevano premiato con l’Ambrogino d’oro”. In quell’occasione mi accennò alle sue origini, con il papà, Carmine, calzolaio, il più bravo del paese non solo nell’arte della tomaia, visto che aveva modellato un campione come quel figlio che aveva dodici fratelli. Mi parlò anche della madre, Lucia, insegnante di ricamo.
Benito era generoso e non scordava i poveri di Spinazzola, per i quali mandava a don Carducci e ad Alba Varrese un buono per il ritiro di 12 chili di generi alimentari pagati personalmente da lui. La beneficenza era una delle sue vocazioni. Non per nulla era da 26 anni presidente de “La Madonnina”. E questa era soltanto una delle voci del suo “curriculum”. Per esempio collaborava a Radio Meneghina; era vice segretario generale del Circolo della Stampa; commendatore del Santo Sepolcro, “Ambrogino d’oro nel ‘73, presidente onorario dei festeggiamenti di Spinazzola, dove aveva fatto erigere il monumento ai Caduti ; medaglia d’oro del ‘96 al Circolo Volta di Milano.
Naviglio Grande

Da 22 anni era alla guida del Circolo Ambrosiano “Meneghin e Cecca. Era innamorato di questi personaggi, così cari ai milanesi, e li decantava. “Meneghino, secondo Emilio De Marchi significa servitore della domenica, è buon conoscitore dei caratteri umani; è il simbolo popolaresco del gran Milan”.
La fortuna di questa maschera ebbe inizio alla fine del ‘600, sotto gli spagnoli, con “I consigli di Meneghino, di Carlo Maria Maggi; poi non si sa quando incontrò la donna che avrebbe impalmato: Cecca di Berlinguitt. Ventidue anni fa fu il cantante Arturo Testa (“Io sono il vento”) a indossare i panni di Meneghino, nel 2003 l’architetto Gianni Ferri e Cecca la cabarettista Mirton Valani. Il Circolo, che ha lo scopo di mantenere vivo il dialetto e le tradizioni storiche delle porte di Milano custodisce 63 costumi d’ epoca, che vengono indossati nelle circostanze più importanti, nelle sfilate di sabato grasso, che vedevano Di Lauro in carrozza con le due maschere dirette alle visite alle autorità.
Benito Di Lauro era grato a Milano. “Milano mi ha dato tutto, oltre alla moglie, Renata, una figlia, Laura, il lavoro, il successo”. Ma anche tu hai dato molto a Milano. Hai fatto onore alla tua terra d’origine e hai contribuito a fare grande Milano.
L'ultima chiatta sul Naviglio
Benito è scomparso nel 2003, travolto da un’auto impazzita mentre camminava in una strada di Tenerife. La notizia arrivò velocemente a Milano, spargendo dolore fra gli amici e fra tutti quelli che lo apprezzavano per le sue virtù umane e professionali, per la sua delicatezza, per la sua bontà, per la sua efficienza. Quando venne a trovarmi, scese, prese dall’auto un bel po’ di carte geografiche, risalì e me le donò, con un garbo esemplare.
Non dimentico Benito Di Lauro, pugliese autentico, capace, coraggioso, ricco di idee, alla mano. Parlava senza enfasi della sua carriera e diceva che la terra del Porta prediligeva i pugliesi. Non aveva ricevuto un regalo. Domenico Porzio una volta mi disse che a Milano c’è spazio per chi lavora con diligenza e sollecitudine. Il lavoro svolto in qualche maniera qui non trova diritto di cittadinanza. E Benito lavorava anche con il cuore. Che cosa ha fatto Spinazzola per lui? E’ soltanto una domanda.

mercoledì 25 febbraio 2026

Il Carnevale poco fa è volato via

FRA POCHI MESI RINASCERA’ E PORTERA’ ALTRA ALLEGRIA

 

 



Carnevale di Venezia (foto La Fratta)
Canti, balli, suoni, scherzi dai carri allegorici ispirati da un’ironia a volte caustica affollano le strade di città e paesi.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 

E anche il Carnevale è passato. Coriandoli, stelle filanti, maschere, carri addobbati… tutto portato via da un colpo di vento.
Carnevale di Venezia (foto La Fratta)
Dei vecchi Carnevali, quelli che risalgono alla mia adolescenza, cioè un’ottantina di anni fa, io ho un ricordo vivido. Oggi i fotografi viaggiano da un capo all’altro del Paese per riprendere le feste in piazza con maestose figure allegoriche su quattro ruote, uomini, donne, bambini in maschera che suonano trombette di latta o di cartone, danzano, cantano o si esibiscono in giochi, scherzi ingenui a volte meno…
Il fotografo-cronista Carmine La Fratta, laboratorio a Lama, prolungamento di Taranto, abilissimo nell’immortalare la realtà quotidiana, è stato a Venezia, a Putignano, a Massafra, a Viareggio, immergendosi nella baldoria, fra i cori, non trascurando i vestiti d’epoca, le vaporose parrucche settecentesche delle signore, i cappelli a tre punte dei maschietti con i pantaloni annodati sotto le ginocchia., usati nella Venezia dei Dogi.
Ricordo il Carnevale del fegatino di Crispiano, che aspirava al posto di quello di Viareggio, mentre piogge di cerchietti multicolori cadevano “nazzecanne” dai balconi imbandierati con lenzuola e tappeti. Ai miei tempi il Carnevale era modesto, forse perché erano gli anni della miseria e la fantasia non bastava. Ma i falò erano giganteschi. Si animavano vere e proprie competizioni: chi li faceva più alti era osannato.
Carro allegorico

Qualcuno sistemava sulla cima il carnevale defunto con le prefiche improvvisate affrante, straziate per il dolore finto. A fare sempre più grandioso il falò erano i cittadini, che gettavano sulla strada le carabattole che occupavano soltanto spazio, e i “comò”, le “colonnette”, gli armadi divorati dai tarli; qualche altro procurava le fascine, che il carbonaio di via Dalò Alfieri non aveva; qualche altro aveva acquistato i fiammiferi dal tabacchino di don Damiano e il falò prendeva fuoco, scoppiettando, arrostendo il povero carnevale di pezza, che aveva fatto divertire grandi e piccini, ballare nelle case specialmente con le canzoni napoletane: ad esempio “”I’ te vurria vasà|…”, di Vincenzo Russo, figlio di un calzolaio e di un’operaia; e quelli nati negli sfarzosi “Caffè Tripoli” “Gambrinus”, dove Gabriele d’Annunzio, seduto ad una tavolo, scrisse “A vucchelle”.
Pubblico oltre le transenne

Il Carnevale come oggi era allegria, spensieratezza, invenzione. Tutti si esaltavano. Non c’erano gli abiti di Zorro o del pirata Barbanera, che furoreggiò nel Mare dei Caraibi, e molti si arrangiavano magari vestendosi da donna con il seno gonfiato da due arance e la capigliatura confezionata in qualche maniera e i tacchi fatti di legno nudo o di un materiale trasparente. Bastava poco per fare scena. L’importante era partecipare alla festa.
Rivado al carnevale estivo di Crispiano, che si svolgeva in primavera, in anni molto più recenti, con sapori, odori, bancarelle lungo il corso principale, carri allegorici simpatici, molto spesso originali e grandiosi, con il presidente della Pro Loco Egidio Ippolito (mi ha inviato testimonianze fotografiche suggestive, mentre quelle in bianco e nero sono di Mimino della Biblioteca e rappresentano la prima edizione che al microfono affermava che il “suo” Carnevale faceva invidia anche a quelli di Massafra e di Putignano e, perché no, anche a quello di Viareggio, il più famoso, il più affollato, il più esaltato, calato in un mondo di sogni. Comunque il Carnevale crispianese era costruito con sapienza, intelligenza, passione e il risultato era magnifico, rutilante, tra il profumo dei fegatini messi a cuocere sulle griglie delle macellerie e le figure mascherate.
Donna Carmela sfila
Sfilavano costumi sfavillanti, carri con un sole scenico enorme, cavalli di Troia e sotto il palco in ansiosa attesa di essere chiamati a salirvi per esprimere il loro giudizio personalità come il sindaco di Maruggio. Che carnevale! Michele Annese, direttore della Biblioteca “Carlo Natale”, acquistava chili di fegatini da gustare con gli amici raccolti sul balcone della suocera. “Divertitevi, ragazzi, divertitevi, ai guai penseremo domani”, esortava con toni crescenti la presentatrice, bella e persuasiva.
Il carnevale porta gioia. E a Milano, dove dura tre giorni di più, quando scompaiono i coriandoli e le stelle filanti la gente torna a correre come alla maratona dei cinquantamila. E allora c’è chi dice: “Corri, corri, ma dove vai?”. Le ragazze in bicicletta della nota canzone lo sanno che devono inebriarsi del sole in fronte; il compianto fotografo-ciclista Benvenuto Messia, della splendida Martina Franca, sapeva che stando in sella con il vento in faccia poteva avere l’occasione di uno scatto di quelli che non si ripetono.
Maschere
Ma a Milano corrono tutti, anche i nuovi meneghini, e quando chiedi a qualcuno: “Perchè corri?” non sa neppure lui la risposta. C’è chi non rinuncia a correre nemmeno a carnevale e nei cortei arriva con i pattini o con il monopattino, di quelli moderni dotati di motorino. Non come i nostri 80 anni fa: ce li facevano da noi, con le ruote dei cuscinetti dei camion americani. Ma ai cortei di carnevale andavamo a piedi, sensibili al grido del venditore di arachidi e lupini.
A Milano ci andavo per scrivere le cronache. E ammiravo Meneghin e Cecca e le zabette della Pucci, una brava attrice che le accoglieva in una sala di Radio Meneghina di Tullio Barbato. Erano simpatiche, le zabette, ma se le stuzzicavi reagivano. Una volta mi sostituì una collega che le definì come non doveva: pettegole e vecchiette, ma le zabette non erano né vecchie né pettegole. Anzi alcune erano anche attraenti. Per riparare andai a far loro visita, rimanendo per due ore al microfono con la Pucci, raccontando barzellette. L’anno dopo ripresi a raccontare il Carnevale, che a volte veniva disturbato da alcuni scavezzacolli che lanciavano oggetti pericolosi e fu proprio Tullio Barbato a richiamarli all’ordine, perché il carnevale è una festa e tale doveva rimanere.
Maschere di grandi e piccoli
Non ho mai visto il carnevale di Venezia, se non nelle pagine dei libri di Fulvio Roiter e nelle foto di Carmine La Fratta, sempre attento a cogliere il momento, la luce giusta, le espressioni. Quando, nell’85, per lavoro andai a Venezia (dovevo intervistare il questore Mario Iovine), vidi in piazza San Marco, prima di salire sul motoscafo della polizia, solo chioschi ricchi di piccolissime maschere in gesso. Ne comperai un paio, barbute, che conservo ancora.
Da poco Carnevale è volato via come tutte le cose e non ha lasciato tracce. La gente a Milano ha esultato in piazza Duomo, in corso Vittorio Emanuele, in piazzetta Reale tra suoni di orchestre e di qualche menestrello con la chitarra, immaginandosi nelle vesti di Trincale, cantastorie d’arte. Gli anni vanno su un velocipede e c’è chi pensa già all’edizione prossima. Niente rimpianto o nostalgia. Io ho nostalgia del “mio” Carnevale, povero, ma partecipato, coinvolgente e senza ritorno. Ero ragazzo, andavo a vedere le maschere nella città vecchia. Antonio De Florio ha postato su Facebook un video con una poesia di Diego Marturano sull’atmosfera della festa con la voce di Amelia Ressa. Nicola Cardellicchio ne ha organizzato un altro dal titolo “Carnevale de ‘na vote”, con maschere in posa, una impegnata con l’organetto, un’altra con il tamburello in una sala del Castello Aragonese, da dove è partito il funerale di Carnevale arrivato a piazza Fontana, un tempo teatro nell’occasione di una guerra fra ragazzi a colpi di confetti. Le mamme in cucina anche questa volta hanno fritto le chiacchiere, gioia e delizia di tutti i palati, vassoi colmi di chiacchiere. Altrove hanno fatto le castagnole e le pignolate. A Carnevale non possono mancare le goloserie. Anche a Milano pastifici e pasticcerie hanno avuto le vetrine piene di chiacchiere che facevano gola ai passanti che non potevano acquistarle.
Lungo corteo di Carnevale
A Carnevale è lecito impazzire, purché non si faccia male a nessuno. Una volta , e forse ancora oggi da qualche parte, il Carnevale fatto di stoffa o di altra materia veniva appeso ai balconi o tra una ringhiera e l’altra. Povero Carnevale! Prima impiccato e poi defunto. Eppure è portatore di buonumore, di letizia.
Rileggo qualche riga di Giacinto Peluso, che va oltre nel tempo: quando “per noi il carnevale s’identificava con un personaggio che ogni anno faceva la sua apparizione nel vico Statte e vi sostava, riverito e stimato, sino al Martedì grasso. Era un grosso pupazzo alla cui confezione partecipavano un po’ tutti, chi con il materiale, chi con la mano d’opera. Si costruiva un “omone, imbottendo di paglia un enorme pantalone e relativa giacca. Poi si sagomava la testa, di solito rotonda, la si conficcava in un manico di scopa che a sua volta s’infilava nel corpo del manufatto. Sul volto si appiccicava una maschera comprata nel negozio di Gaeta vicino alla chiesa di San Michele”.
Questo è solo un brano estrapolato da un lungo capitolo di “Taranto da un ponte all’altro”, ricco di dettagli, come è solito fare Peluso, studioso di grande qualità. Di fianco al testo campeggia una foto del carnevale del 1893.
Anche i poeti hanno scritto versi sul Carnevale, tra questi appunto Diego Marturano, a cui ha dato brillantemente voce Amelia Ressa, che a suo volta scrive poesie. Fate pure i funerali al pupazzo, tanto l’anno venturo rinasce. E perdonate se questo mio pezzo vi appare un po’ disordinato. 

(foto di Igidio Ippolito, Mimino della biblioteca e Carmine La Fratta)