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mercoledì 1 luglio 2026

Ricordare un grande uomo è un dovere

MICHELE ANNESE E LA CULTURA IN UNA CITTA’ CON VOGLIA DI CRESCERE

 

 


Michele Annese
Realizzò molte attività, organizzò dei corsi, fece
della biblioteca un luogo sacro, mandava i libri nei condominii, li faceva esporre nelle vetrine dei negozi, era l’anima dei lavori fatti da altri, valorizzò tutti quelli che lavoravano con lui, creò l’Università del Tempo Libero e del Sapere. 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Conobbi Michele Annese – direttore della biblioteca “Carlo Natale” di Crispiano e segretario generale della Comunità Montana – ai funerali di Vito Plantone a Noci, tanti anni fa.
Michele e Presicci

Conversammo un po’ sull’attività del grande poliziotto, fratello del segretario comunale della “città delle cento masserie”, Donato, e poi mi disse di andarlo a trovare, con la promessa di un regalo: un volume su quelle strutture rurali, fulcro del lavoro contadino. Ci andai, interessato anche ad osservare la montagna di documenti e libri che aveva raccolto su Eugenio Montale. Non era poca cosa in una cittadina di 13 mila abitanti, tenendo conto che nella vecchia casa della cultura c’erano anche collezioni di quotidiani e settimanali, che facevano gola agli studenti universitari che per le loro tesi di laurea avevano un bel po’ di materiale a disposizione.
Devo dire che fu per me una sorpresa: mai avrei immaginato una ricchezza così notevole di pubblicazioni preziose. Dopo qualche tempo ebbi bisogno di un testo di Giacinto Peluso e a Taranto non lo trovai. Mi venne in mente di tentare da Annese e lui pronto mi accontentò. Che cosa non faceva per la cultura. Un’altra volta passeggiavo con lui tra la folla accorsa alla Sagra del peperoncino piccante e gli dissi che avevo voglia di consultare un libro sulla Crispiano di una volta scritto dal parroco della chiesa di San Simone e nel giro di una ventina di minuti era già nelle mie mani, nonostante l’ora.
Michele e il notaio Aquaro a Milano

Non era uno che perdesse tempo o che facesse le cose alla carlona. Sembrava nato con un volume in mano. Seppi dai suoi collaboratori che aveva fatto più lui per la crescita culturale del suo paese che dieci direttori messi insieme. Fra l’altro mandava libri nelle case, la gente li leggeva e li restituiva. Nessuno fece il furbo. Fece esporre libri nelle vetrine dei negozi e organizzò incontri tra gli autori e i concittadini.
Io assistetti al racconto di Alberto Bevilacqua, che mi piacque molto per la sua schiettezza. Michele partecipava alle attività delle masserie e mi coinvolgeva, con inviti allargati alla famiglia e agli amici. Che serata quella dedicata al volume “La Puglia il tuo cuore” di Giuseppe Giacovazzo, durante la quale il direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno” parlò anche delle campagne elettorali di Aldo Moro e dell’irritazione di Padre Pio verso i fotografi che a volte non rispettavano gli accordi. C’era sempre da imparare in quelle occasioni. Mi attirò la manifestazione sui vecchi mestieri e sui giochi di un tempo, compreso l’albero della cuccagna, dove comparvero due uomini in veste di briganti con i fucili a tracolla e un artista che realizzava i don Chisciotte con il fil di ferro.
Michele acquista i fegatini

Grazie a lui fui tra il pubblico del carnevale estivo o del fegatino con carri allegorici di apprezzabile fattura. Non mancavo ai presepi viventi in biblioteca nelle grotte basiliane – idea di Egidio Ippoliti, presidente della Pro Loco; e a quelli eseguiti dagli “Amici da sempre” con biscotti scaduti. Dietro ogni iniziativa c’era lui. In biblioteca moltiplicava corsi di ogni tipo, anche quello per uffici stampa. Era sempre impegnato nell’opera di contribuire a far crescere i concittadini che lo seguivano sempre più numerosi (giovani, anziani, uomini, donne). La biblioteca con lui era un tempio. Apprezzavo questo dinamismo per stimolare fra i crispianesi la passione per la lettura. L’ultima volta lo intercettai alla commemorazione di Elio Greco, padre di Nuove Proposte culturali, a Palazzo Ducale a Martina Franca. Una testimonianza breve e corposa.
Il libro di Giampaolo
A Crispiano era stimato da tutti. E quando la biblioteca ebbe dei sussulti fino alla chiusura, Michele non si perse d’animo. Aprì l’Università del tempo libero e del sapere, diretta dal Silvia Laddomada, la moglie. Lì, ancora oggi, anche se Michele non c’è’ più, si tengono conferenze su Dante, Petrarca, i maestri della pittura, da Raffaello a Masaccio, dal Caravaggio a Picasso. E il salone è sempre affollato. A tenere il microfono, oltre alla stessa Laddomada, già professoressa d’italiano, lo scultore Vito Santoro, studioso dell’arte e eminente scultore e altri. Ogni tanto ad appassionare il pubblico è un altro Vito Santoro, che, accompagnandosi con la fisarmonica, rispolvera tradizioni e accenna alla sua idea di ripristinare la serenata.
Lo spirito di Michele alita tra i presenti, che lo ricordano con amore e nostalgia. A gestire l’apparato tecnico è un altro Annese, figlio di Michele, Gabriele, consigliere comunale con delega allo sport. E c’è un altro Annese, che interviene da Modena, Gianpaolo, valente giornalista del “Resto del Carlino”, di cui propongo un libro, intervista al padre nei penultimi giorni di vita: “E adesso dimmi chi è il chiodo”, dove si avverte la bravura dell’intervistatore e il coraggio dell’intervistato.
Per Michele il lavoro era sacro e lo venerò per tutta la vita. Pubblicista, già corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno”, scrisse fra gli altri un poderoso libro sul percorso della biblioteca, edito da Schena. Un libro interessante, fatto anche di ritagli di giornali, fotografie, commenti, documenti, testimonianze… Quando fu presentato questo suo libro da Martina Franca arrivò anche l’ex sindaco e presidente del Festival della Valle d’itria Franco Punzi, deceduto un paio di anni or sono.
Michele riuscì a portare a Crispiano Luciano Violante, ex presidente della Camera e tante altre personalità. Era sempre in movimento. Quando fece il gemellaggio della Comunità Montana con la Grecia montò una grande festa alla masseria Le Monache, in un grande salone che era stato la stalla della struttura rurale, mentre la presentazione del libro di Giuseppe Giacovazzo, “Puglia il tuo cuore”, venne presentato in un altro luogo della civiltà contadina, la masseria Monti Del Duca, dove al termine scoprii Giacovazzo che gustava un fico allettante, fra gente che si succedeva per parlare con lui del libro.
Il volume di Michele Annese

Quante masserie ho conosciuto, grazie a lui! E ho seguito quasi tutte le manifestazioni svoltesi a Crispiano: processioni, concerti in piazza, conferenze sulla via principale … In quell’arteria un docente dell’università di Amsterdam parlò a un pubblico foltissimo, venuto anche dai paesi vicini, sugli scavi alla masseria Amastuola, di Peppino Montanaro, con Michele come al solito in ultima fila. Non amava essere alla ribalta: stava dietro le quinte, quando non gli toccava prendere la parola. Era ironico, poche parole, affabile, saggio. Andava spesso a Pavullo nel Frignano, dove un figlio giocava a calcio e ora fa l’allenatore nelle giovanili del Sassuolo; a Modena, dove l’altro figlio, Gianpaolo, galoppa per il quotidiano bolognese; a Milano, dove la figlia Marzia è stimata architetto. Sapeva valorizzare i collaboratori; il suo equipaggio in biblioteca era dinamico e competente e lui non perdeva occasione per elogiarlo. Aveva molti amici, non solo a Crispiano. Se non si fosse aperta la porta del tempio della cultura, lui avrebbe preso il treno per il Nord, avendo tanta voglia di fare e cercava il territorio che si prestasse allo scopo. Un giorno mi portò in giro per Crispiano, mostrandomi le grotte basiliane e informandomi sulla loro storia con dovizia di particolari, per esempio la farmacia che – si dice - avrebbe fatto parte del complesso; mi accennò ai nomi che campeggiavano sulle targhe stradali, dicendomi il motivo di quell’onore; mi accennò alle vicende di Crispiano, mi indicò la villa dove per quattro anni vissero Alda Merini e Michele Pierri…
Annese e Liuzzi con le lumache

E mi parlò del signor Liuzzi - non l’ex sindaco - che laureato in scienze politiche si era visto chiudere l’azienda in cui lavorava e senza perdersi d’animo prese in affitto un terreno e lo utilizzò per l’allevamento delle lumache. Poi gli allevamenti divennero 18; alla fine arrivò la siccità e lui dovette fare altro. Uomo d’ingegno, aveva organizzato una sagra di “monacelle” sul sagrato della chiesa della Madonna della Neve. Non so se gli abbiano dato una medaglia “honoris causa” o il titolo di cavaliere. Organizzò anche un convegno sull’allevamento di questi gasteropodi, invitando come relatori alcuni specialisti leccesi. Alla fine una coppa di lumache a testa per i convenuti (che gioia per il palato!). Ad incoraggiare le iniziative c’era Michele Annese, che aveva fatto della biblioteca una sorta di cabina di regia.
Quando se n’è andato – mi ha riferito Donato Basso, suo genero – la sua villa è stata tappa di una lunga processione, partecipata non solo dai concittadini e dalle autorità locali. Se n’era andato un uomo di spicco, un capocantiere geniale, un amico. 

mercoledì 24 giugno 2026

A Martina nascono le campane


I "DIN DON" DI BELLUCCI SUONANO NEL MONDO

 


Una piccola campana mostrata da Bellucci
Per la sua attività incontra personalità di ogni Paese e oggi va a Gerusalemme, domani in Canada'. È persona di fede, rispettosa, schietta. Ha ricevuto lo scapolare della chiesa del Carmine

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Il suono delle campane fa sognare, risveglia ricordi di un mondo ormai molto lontano, inietta serenità ed esultanza. Quando l’ascolto torno indietro di un’ottantina di anni fa, quando tiravo la fune che scuoteva il battaglio, alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, allora con il portale in via Giovan Giovine. Lì vedevo i grandi giocare a ping-pong o a dama.
L'insegna della Bellucci

Erano i tempi di don Musto, un parroco battagliero e prestigioso, che sapeva imporsi senza impancarsi. Erano anche i tempi dei comitati civici, che nel periodo delle elezioni parlavano e sparlavano dalle case private, con gli altoparlanti sul balcone per diffondere racconti ironici e spesso mordaci contro gli avversari. Erano sulla stessa lunghezza d’onda di don Camillo, il simpatico personaggio che, grazie alla penna di Giovannino Guareschi, era sempre in guerra con Peppone, sostenuto da gran parte del popolo della Camera del Lavoro. Altra aria. Ma quei rintocchi li ho ancora nelle orecchie; e quando in montagna aspetto con ansia quei “din don”, m’invadono pace e ristoro spirituale. Le campane sono portatrici di gaudio.
Per questo fui felice il giorno in cui andai a trovare Giuseppe Bellucci, a Martina Franca, che le campane le fabbrica e le spedisce in tutto il mondo. Sulla strada per Laino, sulle colline del Comasco, che fino a un certo punto offrono la vista del lago manzoniano, si susseguono tanti campanili, qualcuno sulla cima di un monte; e penso a Bellucci, uomo intelligente, generoso e ricco di slanci di umanità. Lo ammirai subito, anche perché il suo lavoro è di una bellezza inaudita. Intervistandolo, sovente volgevo lo sguardo alle sagome di ogni grandezza e armonicamente modellate, sparse negli angoli e mi sentivo edificato. Ci vuole arte, sentimento, passione per realizzare questi strumenti musicali. E secondo me anche tanta fede.
Bellucci e Lenoci

Quanta ne ha Giuseppe, che tra l’altro ha lo scapolare della Chiesa del Carmine della Valle d’Itria, come il docente universitario Francesco Lenoci, che lo ammira e lo stima moltissimo. Mi ha detto: “Lo sai che il campanile con l’orologio di Noci lo ha restaurato lui? E’ un fenomeno. L’opera porta il suo nome. Ti mando la foto”. Ora l’immagine è sulla mia scrivania, incorniciata.
Fondatore della “Bellucci Echi e luci” (c’è poesia, nell’insegna), proprio in questi giorni ha ricevuto nella città dei trulli e del belcanto l’importante riconoscimento del Lions Club” Martina Franca Host, massima onorificenza lyonistica “Melvin Jones Fellow”. La cerimonia si è svolta nella sala consiliare di Palazzo Ducale, presenti sindaco, assessori, impiegati, autorità civili e militari e un pubblico che debordava nell’anticamera.
Giuseppe, nel corso della sua brillante attività, di premi ne ha avuti tanti. Non solo per le campane che gli vengono richieste dai Paesi più remoti, dove lui va personalmente per l’installazione di queste sue opere monumentali, ma anche per la sua esperienza di orologi da torre e d’illuminazione artistica sacra. Una storia, la sua, brillante, luminosa; quasi una favola, una leggenda, una trama di zelo. Non sta mai fermo, viaggia da un capo all’altro del pianeta, anche per la messa in opera delle sue campane, come ricorda Luciana Convertino, ottima giornalista affascinata anche lei dai rintocchi di queste cupole capovolte. Nel corso della serata che ha celebrato Bellucci, più voci hanno ripercorso il suo impegno umano e professionale, sorretto da una religiosità fondata sull’amore per le cose e le persone.
L'orologio sulla torre di Noci

Bellucci aveva iniziato con l’impiantistica elettrica e negli anni “ha sviluppato – aggiunge Luciana - una specializzazione che lo ha portato a realizzare interventi di rilievo anche oltreconfine”, tra cui quelli di illuminazione artistica a Gerusalemme con la collaborazione di padre Michele Piccirillo “e con le realtà francescane della Terra Santa”. Nella conversazione con Lucina Convertino, che ha illuminato vari aspetti della personalità dell’artista, Bellucci ha detto che “ogni campana è un pezzo unico”, come un capolavoro – aggiungo - di Matisse o di Manet o di Guttuso.
Le campane danno sollievo. A volte sembrano piangere o fanno piangere, come nei funerali; e anche nelle composizioni di qualche poeta. A Laino risuonano nella valle e rompono il silenzio, con il loro ritmo cadenzato. Il loro suono è segno di rinascita e diffondono la voce, il richiamo della chiesa, l’invito alla preghiera.
Nello studio di Giuseppe Bellucci, in anticamera, mi sentii come in un sacrario, e parlavo sottovoce come lui, che con la sua parola calibrata alimentava il sogno. Che orgoglio per i martinesi avere in casa loro il luogo in cui nascono le campane. Quell’orgoglio lo provai anch’io, che sono nato a Taranto e ho una lunghissima frequentazione di Martina.
Particolare della torre di Noci

Nelle città purtroppo quel suono è sopraffatto dai rumori: i clacson, lo scoppiettare delle marmitte delle moto, le sirene delle ambulanze e della polizia, lo sferragliare dei tram... Per ascoltare le “mie” campane devo andare alla vicina chiesa di piazza Belloveso, a poca distanza dall’ospedale di Niguarda, dove niente e nessuno impedisce l’ascolto. A Martina Franca il suono delle campane proviene da ogni dove, anche dai tempietti di campagna: quattro muri e una statua e il prete con la pianeta poche volte la settimana. Ogni chiesa rurale ha il suo piccolo campanile, con il pendolo che batte per comunicare che il celebrante e il chierichetto stanno quasi ai piedi dell’altare. E allora si svuotano i trulli. La campana è bella anche nella forma. Chi le fa ha le mani magiche. Non è un artigiano, ma un artista.
Risento i versi di Giovanni Pascoli: “Odi, sorella come note al core/ quelle nel vespro di tinnule campane/ empiono l’aria quasi di sonore grida lontane…”. E le frasi del romanzo breve di Charles Dichens e “Le campane” di Edgar Alan Poe. Ho letto e riletto questi palpiti quando mi pervadeva la malinconia E’ dolce il suono delle campane. Fu don Musto, quando avevo una quindicina d’anni, ad insegnarmi come tirare la fune per provocare una melodia. Ci provò don Cipolletta e quasi fu risucchiato verso l’alto per la sua figura minuta.
Anni fa ascoltai le campane di Notre Dame. Spesso mi hanno incantato quelle del Duomo di Milano. A Martina Franca mi faccio pellegrino e dove vedo una campana faccio scattare l’obiettivo fotografico per averne il ricordo. Sul Chiancaro ho riscoperto la chiesetta in cui celebrava quando poteva mio zio Martino Calianno, canonico penitenziere alla Basilica di San Martino.
Quanti ricordi scorrono al pensiero della serata dedicata al Palazzo Ducale di Martina Franca a Giuseppe Pino Bellucci. Una serata meritata, anzi di più, perché questo martinese prestigioso, esemplare ha tra l’altro portato il nome della sua città nel mondo. A Gerusalemme è di casa. La serata ha glorificato il talento, la laboriosità, l’infaticabilità, la passione di un costruttore d’arte. Opere d’arte, ripeto, sono le campane.
Bellucci e una sua campana

Sarei curioso di chiedere a Pino le sue aspirazioni giovanili. Immagino la risposta. Che cosa può rispondere chi fabbrica queste preziose cuspidi di trullo rivoltate? Mi fece tristezza vedere crollare la campana in piazza in un film di don. Camillo e Peppone. Era una finzione cinematografica architettata per rimarcare la rivalità fra i due protagonisti, ma rimasi amareggiato ugualmente. La campana è sacra e vederla franare con quel gran botto, ai miei occhi di ragazzo non fu una bella scena.
Conoscere Giuseppe Pino Bellucci è un onore e un piacere. Agostino Quero, direttore di “Noi Notizie” e allora anche titolare di un notevole incarico a Telenorba, lo invitò subito in trasmissione, a Conversano, dove l’artista tra l’altro spiegò come si forma una campana e come provando e riprovando le si dà il suono giusto. La trasmissione fu molto seguita, perché l’argomento non era di quelli più comuni.
Martina Franca, con il riconoscimento a Bellucci, ha dimostrato di essere molto attenta ai valori che ha in casa. Fra i trulli non vale il detto secondo il quale “nemo propheta in patria”. Una tradizione – dice Luciana Convertino – che unisce artigianato, fede e improvvisazione tecnologica, diventando negli anni motivo di grande soddisfazione per l’intera comunità martinese”, deve essere valorizzata e festeggiata.
Quante pagine scritte sulle campane! Le campane ispirano i maestri della penna e della tavolozza, L’editore Nicola Partipilo, un barese innestato nel tessuto di Milano, anni fa mi chiese di scrivere per lui un libro sui campanili. Feci molte foto, presi appunti, intervistai sacerdoti e sacrestani. ma poi l’idea naufragò per colpa mia e l’editore si dedicò al libro sui castelli. Oggi mi pento di quella rinuncia.
Bellucci a una conferenza

Chiedo: “Quanto pesa una campana?”. Tanto, tantissimo. Esistono campane che possono pesare anche 25 tonnellate. Suonano in alcune città del Giappone. E di che materiale è fatta, una campana? “Di bronzo e stagno in quantità diverse”. La prima campana probabilmente è stata fatta in Cina circa 1000 anni prima di Cristo. Insomma, queste coppe a testa in giù, queste campanule, queste calle, questi calici sono monumenti che hanno una storia davvero lunga. In alcune foto fornitemi dallo stesso Giuseppe Pino Bellucci compare il vescovo che benedice le sue campane, uso anche questo antico. Su alcuni campanili i pendoli che battono sulle pareti interne di più campane per produrre il suono possono sostituire un’orchestra. “Din don” è l’ora di pranzo. Il segnale arriva da Ramponio, la montagna di fronte a noi, ed è una delizia, che scatena il grido rauco dell’asinello, il quadrupede che adoro, soprattutto quando con il suo fiato scalda Gesù Bambino nella grotta di Betlemme.

mercoledì 17 giugno 2026

Segreto su una mostra personale

ANTONIO MELLONE, ARTISTA CHE NON FACEVA SORRIDERE I QUADRI

 



Antonio Mellone
Il critico Filippo Abbiati diceva che il pittore passava lunghi periodi sulla Costa Azzurra per alimentare la sua arte

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
 
Di Antonio Mellone ho tanti ricordi. Lavorava come giornalista grafico al “Giorno”, quindi ci incontravamo spesso. Se non lo incrociavo in corridoio, andavo a salutarlo nella stanza in cui disegnava i personaggi o le mappe o teatri di cronaca “nera” con il talento che esprimeva anche nelle sue opere pittoriche, che brillavano in mostre oggi in questa, domani in quella città, riscuotendo consensi di critica e di pubblico.
Mellone

Di lui scrissero positivamente critici d’arte severi; e lui continuava a svolgere il suo lavoro con umiltà. Era alla mano, serio, colto, intelligente, sincero, valori che si vanno estinguendo in questo mondo capovolto.
Antonio mi onorava della sua amicizia. E quando un giorno il direttore seppe che stavo correndo sul luogo di una rapina sanguinosa mi disse di chiamare Mellone e non un fotografo. Fui felice, anche perché sapevo che avrebbe realizzato scene icastiche. Il colpo era stato fatto a un tiro di fionda dal giornale e ricordo Antonio attentissimo al racconto degli impiegati ancora scossi per le armi spianate e i passamontagna sulle facce dei malacarne. L’abilità della sua matita faceva vivere al lettore il momento drammatico della “dura” (rapina con durezza) e ricevetti lettere di plauso per l’artista (che purtroppo non c’è più).
Più volte corremmo insieme su episodi di cronaca nera e le sue immagini erano sempre efficaci e davano l’impressione di essere, quasi in movimento. Un giorno mi disse che quella esperienza mi dava ragione quando affermavo che la “nera” affascinava. Ne vedevamo di tutti i colori: regolamenti di conti in trattorie di periferia, sulle strade, nelle piazze, in case private. Conversai anche con il cosiddetto “solista del mitra”, attributo inventato da un capocronista, che amava i giornalisti che battevano i marciapiedi. Campeggia nel mio studio, bene incorniciata, mezza pagina del “Giorno” con un fumetto, firmato Antonio Mellone, al tempo in cui feci un’inchiesta che durò 19 puntate. Non mi riconosce solo chi non vuole.
le ricostruzioni di nera di Mellone

Il mio era un amore ben riposto, quello per la nera, nonostante allora i cani da tartufo faticassero a catturare una notizia, tra freddo e sole cocente. Attendevano per ore dietro una porta, marciavano mangiando panini e polvere, passavano nottate in attesa della fine di un interrogatorio... Ne parlavo con Antonio, e solo con lui, e avvertivo che la sua considerazione per questo lavoro cresceva; e che se gli avessi chiesto di alzarsi una notte alle 2 per raggiungere il teatro di un regolamento di conti non se lo sarebbe fatto chiedere due volte. Sarebbe stato un bravo cronista, ma faceva l’artista. E con grande valore.
Era interessante per lui entrare in un istituto di credito non per un’operazione di cassa, ma per osservare i luoghi e le persone che avevano ancora terrore. Mellone, che di solito realizzava volti, magari caricaturati benevolmente e con sapienza e cuore, vere opere d’arte, o carte geografiche per localizzare un evento internazionale clamoroso o una calamità naturale, affrontava volentieri quella che per lui era una novità. A me piaceva vedere un artista del suo livello sul luogo di un assalto in banca.
Mellone a una mostra

Io avevo fatto come si dice il callo. Ogni tanto mi veniva in mente la rapina rimasta nella storia della nera nell’agenzia del Banco di Napoli di largo Zanzodai, il 25 settembre del 1967, quando per aprirsi una via di fuga i banditi scatenarono un mezzogiorno di fuoco per le vie della città, seminando morti e feriti. Il “Giorno” volle ricordarla 10 anni dopo e andai sul luogo con Antonio. Gli addetti erano stati trasferiti in un’altra sede e li raggiungemmo, facendoci ricostruire la scena. Mostravano ancora ansia nel rievocare i fatti.
Passarono gli anni. Io continuai a interrompere il sonno allo squillo del telefono, poi andai in pensione. Antonio mi chiamò a Martina Franca. Io poi perdetti il suo numero e chi me lo poteva dare me lo negò. Parlavo spesso di lui, che faceva mostre in Toscana e altrove, teneva conferenze sull’arte, ovunque apprezzato. Si fermò a Firenze, la città degli Uffizi e del Museo Zeffirelli.
Poco prima della conclusione dell’anno, mi è arrivata la frecciata al cuore: Antonio Mellone era scomparso. L’angosciante notizia l’ho appresa da “Il mio Giorno” su Facebook, in un toccante scritto di Leonardo della Maga. Antonio, gentiluomo di vecchio stampo, aveva deposto per sempre pennelli e tavolozza. Si sa che quando una persona cara se ne va, si porta appresso una parte di noi. Adesso restano i ricordi, e questi sono lame roventi. A tantissimi giorni dalla sua morte ho voglia di ricordare l’uomo, il professionista, l’artista, i dialoghi avuti con lui nei momenti di riposo con una fuga al caffè del primo piano del Palazzo dell’Informazione, dove s’incontravano non soltanto i giornalisti, i tipografi e gli impiegati del quotidiano che, nato in via Settala, via in cui all’epoca, di fronte, usciva “La Gazzetta del Sport”, aveva cambiato altre due sedi, in via Fava e in piazza Cavour; e direttori, da Gaetano Baldacci a Enzo Catania.
Mellone e il fotografo Mantegazza

Antonio Mellone era nato a Maglie, l’oasi dalle virtù gentilizie e delle accademie culturali (aveva dato i natali anche ad Aldo Moro), ma aveva casa a Parma, una gemma, una delle città più interessanti dell’Emilia- Romagna e poi a Firenze. Antonio era uno dei meridionali che avevano fatto una strada luminosa nella metropoli lombarda, difficile ma accogliente verso chi ha voglia d’impegnarsi e le doti necessarie. Antonio amava il suo nido, ma non ne parlava quasi mai. Era discreto, sincero, buono. E non accennava mai alla sua attività di artista della tavolozza. Eppure di lui s’interessavano le persone più competenti, mettendo in risalto la sua genialità. Un giorno, al tempo in cui frequentavo l’Associazione regionale pugliesi, in via Pietro Calvi (oggi è altrove), allora presieduta dall’imprenditore della frutta Dino Abbascià e oggi dal generale Camillo De Milato, vidi appesi alle pareti delle opere di Antonio, una più bella dell’altra. E notai un signore seduto di fronte che le ammirava. “Vorrei conoscerlo, questo talento”, disse. “Giuseppe Selvaggi, che qui è l’addetto culturale, può soddisfare la sua curiosità”.
Antonio Mellone era, ripeto, generoso. Mi fece un ritratto che mette in evidenza il mio carattere; poi un altro che sintetizza il mio lavoro di nerista vestito con un cappotto che mi arriva quasi ai piedi e una Volante a poca distanza. Con due poliziotti fuori dell’auto. Sono orgoglioso di averlo ispirato.
Uomo esemplare, amava la disciplina, il rispetto per il prossimo. E il suo comportamento da gran signore era molto apprezzato. Un collega, pugliese anche lui, quando lo incontrava nel lungo corridoio, che correva dall’ufficio del direttore fino all’uscita secondaria, che portava al parcheggio, gli posava una mano sulla spalla e diceva: “Viva la Puglia”.
Mellone parla a un'esposizione

Lui non rispondeva, ma immaginavo che gli desse fastidio. Si teneva lontano dalle parole inutili e dalla retorica. Pur amando le sue radici, il paese, nel Leccese, noto per l’arte del merletto. Come me, lavorava volentieri al “Giorno”, dove il clima negli anni di via Fava e di piazza Cavour era stimolante.
Suo amico era anche Piero Lotito, giornalista e scrittore di ottime qualità; Anche Lotito ama disegnare (i cavalli e le facce soprattutto): molti suoi lavori prendono a modello i nostri colleghi. Di me fece una grossa mela, ispirata dalla pancia che allora avevo molto prominente. Una sera al teatro Parenti si trovò seduto dietro a Eduardo De Filippo e ritrasse la nuca di quel gigante del teatro. “Con Antonio ci vedevamo anche fuori”, commenta Lotito, ricordando una mostra fotografica collettiva, alla quale Antonio aveva partecipato con un’opera contro la violenza sulle donne. “Era un uomo sensibile, oltre che colto e intelligente - scriveva Piero in occasione dell’esposizione del 2022 allo Spazio Labò in viale Zara – L’opera rappresenta l’universo femminile parlando di… uomini. Uomini speciali, però, che si dedicano al benessere delle donne anche compromettendo la loro vita privata. Uomini positivi insomma, che attraversano l’esistenza in armonia e amicizia con l’altro sesso. Con i suoi pennelli e le sue matite Antonio raccontava le più movimentate stagioni di cronaca milanese e internazionale. Per dirla all’inglese, Mellone è stato ‘art director’ del nostro quotidiano negli anni 80-90, quando coglieva la realtà dei fatti e intanto in una vita parallela dipingeva, faceva mostre e vinceva premi. Sempre,interpretando l’infinito mondo femminile.
Mellone tra i suoi quadri

Aveva appena 7-8 anni quando fu portato al Teatro Sistina a Roma per assistere alla ‘Madama Butterfly’. E sul finale gridò ‘Non morire’, scambiando per verità la finzione scenica della morte del soprano. Già allora, ancora bambino partecipava al dolore delle donne oggi sacrificate a un maschilismo atroce”.
Antonio: “Le donne dei miei quadri non sorridono mai”. Filippo Abbiati, critico di “Panorama” e del “Giorno”, durante una mostra di Mellone del 1992 al Museo di Milano, in via Sant’ Andrea, scrisse un lungo articolo, in cui tra l’altro diceva che passa lunghi periodi ogni anno alla luce estiva del Sud della Francia tra Provenza e Costa Azzurra…”, dove si alimentava la sua arte.
Giovanni Antonio Mellone non verrà dimenticato, lascia tracce significative delle sue virtù da tutti riconosciute. Da aggiungere la sacralità dell’amicizia. Era un modello. Un ”trombettiere” mi sussurra che qualcuno sta pensando di allestire una mostra di suoi quadri. Aspettiamo.

mercoledì 10 giugno 2026

Una bella storia in un libro Celip

IL PRIMO TRAM A MILANO ERA TRAINATO DA CAVALLI

 

 

Tram verso via Manzoni
Tanti specialisti messi insieme per raccontare questo mezzo che a Milano è una leggenda e fa parte della famiglia. Molti anni fa alcuni volevano eliminarlo ma altri risposero che Milano senza i tram non sarebbe stata più Milano.

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI


(Le foto sono di Marco Partipilo, tratte dal libro ''Milano in tram'')
 
Tram verso via Torino
Il tram è una finestra sulla città. Viaggiando seduti comodamente vicino al finestrino, si possono osservare strade, piazze, monumenti, giardini, edifici…. Una gita alla scoperta del luogo in cui si vive. E’ bello e interessante andare in tram senz’alcuna destinazione, ma soltanto per ammirare novità e curiosità. Che non è poco. Il viaggiatore si siede, guarda, ammira, si sorprende. Il tram corre sferragliando, si ferma per far salire o scendere la gente, e il “turista” vede campeggiare, enorme, un’opera d’arte che fa ancora discutere, come l’ago e il filo innalzati davanti alla stazione ferroviaria delle Nord; oppure sfiora viale con alberi come giganti o ci gira intorno; contempla opere possenti come quelle di Cascella, in piazza della Repubblica, o di Giò Pomodoro.
E il viaggiatore è sempre con gli occhi attenti per non farsi sfuggire le meraviglie, i capolavori. Il tram continua la sua corsa, facendo un po’ rumore, perché magari ha sulle spalle molti anni e ha ancora energia da consumare. Tra una fermata e l’altra, se ne incrocia un altro, uno antico rimesso a nuovo, con una pubblicità sulla fronte in alto, è inondato dalla nostalgia. C’è chi il tram lo ha preso infinite volte proprio per entrare dentro Milano.
Ci fu il tempo del bigliettaio che come Aldo Fabrizi in un film, quando il mezzo era più o meno affollato, esortava: “Avanti c’è posto”; “Signori, avanti”, perché i passeggeri non ingolfassero lo spazio attorno alla sua postazione.
Tram e bici

Poi il bigliettaio lo misero a fare altro, magari a guidare un carro-attrezzi, e sul mezzo bisognava salire con il biglietto già in tasca; e chi dimenticava di passare prima dal botteghino doveva vedersela, come oggi, con i controllori, che adesso sono in tre e salgono contemporaneamente ciascuno da un’entrata diversa, per evitare le fughe dei cosiddetti portoghesi.
E’ dunque una gioia andare in tram, soprattutto se il percorso è lungo e si ha desiderio di andare da un capolinea all’altro o dal centro in periferia. Mi piace sempre andare in tram, soprattutto se devo salire gli scalini di uno colorato di verde, che dicono ecologico. Come dal Giambellino a via Torino e oltre, quasi a Corsico, dove il conducente dice: “Deve scendere, signore”. “No, perché? Siamo al capolinea”. “Bene, aspetto che lei rimetta in moto il tram per tornare indietro”.
Sul tram sono fiorite tante storie. Qualcuno ricorda “el pret de Ratanà”, veggente, guaritore con erbe selvatiche, carattere un po’ brusco ma molto amato dai fedeli, scomparso nel 1941 e sepolto al Cimitero Monumentale? Certo che lo ricorda. Sono molti quelli che gli portano i fiori al cimitero e curano la sua tomba. Bene. Un giorno il sacerdote andava “lento pede” verso la fermata del “4”; da qualche minuto era passato l’orario di partenza e il conducente aspettava don Gervasini, che anzichè accelerare l’andatura la rallentava. Per dispetto o per divertimento. Allora il manovratore mise in moto e il tram dopo qualche secondo si fermò, come obbedendo ad un comando invisibile. Si mosse quando “el pret de Ratana si era accomodato, esclamando: “Possiamo andare”. Non tutti credono a questo episodio; figuriamoci se avessero ascoltato Febo Conti quando mi raccontò una sotiria da favola: un signore di contrada che ne voleva comprare uno e alla fermata di via Foppa incontrò un tizio che glielo vendette.
Tram che s'incrociano

Si scoprì la truffa quando la vittima espose i fatti al conduttore televisivo (recitava anche nei panni di Ridolini), allora sottufficiale di sicurezza – così si chiamava allora la polizia - addetto proprio agli scartiloffi, nome in gergo di mala. E’ una storia di quasi un secolo fa.
A tutto questo ho pensato sfogliando per la seconda volta, con grande soddisfazione, il libro della Celip “Milano in tram”, ricco di testi di autentici specialisti e di foto, tra cui alcune scattate da un giovane talentuoso: Marco Partipilo, figlio di Nicola, l’ex libraio di viale Tunisia e editore di straordinari libri su Milano. Anche il padre per anni andò in giro per Milano, ma in bicicletta per portare i libri a domicilio. Erano i giorni in cui faceva il commesso. Anche Marco porta i libri a destinazione, ma in auto e con il telefonino in mano. E quando gli passa davanti un tram si ferma e scatta, non lasciandosi scappare l’occasione di riprendere quelli, come dire?, più vecchi.
Il libro rende omaggio al tram. E’ arioso, splendido, capace di colpire subito l’attenzione. Il professor Francesco Ogliari, un centinaio di volumi sui trasporti ancora oggi consultati; già presidente del Museo della Scienza e della Tecnica, fondatore del museo del treno, lo avrebbe messo in mostra nel suo studio.
Marco Partipilo, il fotografo

Le foto di Marco Partipilo sono bellissime, colte nella luce giusta, nel punto giusto, da punti di vista giusti. Foto che impreziosiscono il volume. Ammirevole quella del tram che corre in via Manzoni, passando davanti all’Hotel et de Milan, dove trascorse gli ultimi momenti di vita Giuseppe Verdi. Altrettanto bella quella del tram che ne incrocia un altro in piazza Cavour.
Il libro ”Milano in tram-alla scoperta della Città” è presentato da Ferruccio De Bortoli, già direttore del “Corriere della Sera” e del ”Sole 24Ore”: “Il nostro tram dei desideri… semplicemente non ha binari. Va dove vogliamo. Impiega questa metafora anche Roberto Vecchioni, ripreso su un vecchio “1” in piazza Castello. Per il malinconico Enzo Jannacci “l’avvenire è un buco nero in fondo a un tram”. E per il bolognese Lucio Dalla -aggiunge De Bortoli- che celebrò anche Milano, se tutto sembra ordinato e si può coltivare la speranza è solo perché camminano i tram”. Per De Bortoli il tram fa parte della famiglia. “Sapere che c’è rassicura anche chi non lo prende. Ci sentiremmo orfani…
Tram davanti al Castello

Questo libro ci porta a scoprire la storia del tram. Se non ci fossero i tram non sarebbe Milano (sempre De Bortoli). Eppure negli anni ‘60 e anche prima esplose una polemica da parte chi li voleva eliminare. E in una serata, presente l’assessore Crespi, dal pubblico risposero che Milano senza il tram non sarebbe più Milano”. Come dice Gloria Ghezzi in una seconda presentazione il tram è il simbolo di Milano ”. L’icona. Ci fu un tempo in cui anche le donne si mettevano alla guida dei tram. Una vecchia foto ne immortala quattro o cinque durante la prima guerra mondiale. Poi arrivò la Vespa ed ecco chi in sella cerca di sorpassare un tram con il ballatoio zeppo di passeggeri curiosi ed entusiasti. E poi ecco un deposito con tutti quei binari che s’incrociano, si biforcano , si allineano. Un’altra foto presenta una giovanissima e bella Carla Fracci e il padre che sbircia dalla cabina di comando. Peccato che tra gli autori non ci siano Empio Malara, Guido Lopez. Guido Vergani, Carlo Castellaneta e tra i fotografi Mario De Biasi, tutti scomparsi.
Ne ho presi di tram per andare da via Lorenteggio a via Lunigiana e poi a piedi verso via Fava, per raggiungere il palazzo de “Il Giorno”, dove lavoravo. Durante questo percorso costeggiavo il canale Martesana, che allora fluiva gorgogliando all’aperto lungo tutta via Melchiorre Gioia.
Tram e grattacieli

Adesso è sotterrato, da dove tocca la famosa Cassina de’ Pomm, che ricorda brindisi storici e passeggiate fuoriporta. Una signora anziana originaria di Brindisi, ma mai rimodellata milanese, che viveva da sola appena fuori la cascina, un giorno mi raccontò una storia di fantasmi svoltasi secoli fa proprio dove il canale s’immerge. E io: “Non si dice che a Milano gli ectoplasmi non abbiano diritto di cittadinanza?”. Non è vero, i fantasmi qui si sollazzano ancora. Osservai la Martesana, che comincia a indossare il cappotto all’altezza della cascina e scorre sottotraccia, senza neppure sentire il peso e il fracasso del traffico.
Il mio amico Luigi Bazzani, scomparso da poco, dopo aver guidato il tram, passò ai comandi del metrò. Gli chiesi, in un’intervista, come fossero le sue giornale in galleria e mi rispose che non c’era lavoro migliore. Per lui il treno e il tram erano straordinari. In un lampo il mezzo sotterraneo ti fa percorrere tutta la città. Non posso regalargli questo libro, come non posso più gridargli “ciao” sul ballatoio. Diceva che il tram era una leggenda, il biglietto da visita della città. Era un saggio.

mercoledì 3 giugno 2026

Un ricordo di Benvenuto Messia


LA LEGGENDA DI MARTINA RIVIVE NEL CUORE DI TANTI

 

 

Benvenuto Messia
Sempre in bicicletta e sempre di corsa, al Foro Boario e in piazza Roma. Sostava solo per scattare una foto. Se n’è andato qualche mese fa, ma nessun martinese lo lo dimenticherà mai. 

 

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Vado peregrinando per le strade di Martina Franca, m’infilo nelle “‘nchiostre”, passeggio sullo stradone, sosto in piazza Roma o sulle scale della Basilica di San Martino, ma Benvenuto Messia non lo vedo più in sella alla sua bici. So che è volato via qualche tempo fa , ma i sogni non finiscono mai.
Benvenuto recita una sua poesia

Ben regna comunque nei miei ricordi, e anche quelli sono duri da scomparire. La mia memoria è piena di immagini di Ben. E quella non mi ha mai ingannato: non ha mai ingiallito una foto, non ha mai cancellato un nome. Vado per via Taranto e lo incrocio all’altezza della scuola con il suo farfallino sulla camicia e i pantaloni bianchi, mentre il caldo picchia. Gli umori del tempo gli erano indifferenti; non lo costringevano a sostituire la sella con l’ombrello; niente lo scoraggiava, se aveva portato all’altare le figlia sul telaio.
Lo immagino entrare in chiesa, percorrere il corridoio tra i banchi e fermarsi davanti al prete. Una scena da film, di quelli da lui girati con Lino Banfi e Sabrina Ferilli. Dove sei, Ben? Su un palcoscenico improvvisato davanti alla Chieda del Carmine a dare voce e gesti a una esilarante poesia da te appena scritta? Io ero lì in piedi a vederti trasformato in un fine dicitore. Che ridere, Ben! Alle tue composizioni davi voci e gesti da mattatore. Un giorno su Facebook ti seguii in un video mentre passeggiavi di fronte al bar Tripoli, raccontando la storia della tua città, indicando i palazzi storici, i luoghi che avevano tolto da tempo l’insegna o l’avevano sostituita, le persone illustri, come gli ex sindaci Alberico Motolese e Franco Punzi e Alessandro Caroli, Paolo Grassi, il Festival....
Chi avrebbe mai detto che ti avrei incontrato in piazza Duomo, a Milano, accompagnato da Francesco Lenoci, ambasciatore della Puglia nella città del Porta. Avevi il dono dell’ubiquità, grande Ben.
Messia e Lenoci in piazza Duomo a Milano

Mi sono sempre interessato alle tue imprese. Non eri più un giovanotto quando partecipasti all’ultima “passeggiata del plenilunio d’agosto”, organizzata dal notaio Alfredo Aquaro, che ti donò una bici fiammante in onore della tua abilità e costanza, dopo che Nico Blasi aveva illustrato la storia e le linee architettoniche di una masseria. Eri un’icona, Ben; una leggenda. Le leggende non sono mai inghiottite dal tempo e tu infatti sei ancora lì, su un piedistallo, come un maestro dell’arte fotografica e un campione della due ruote, che è simbolo di libertà, di sfida; emblema di voglia di correre all’aria aperta. E tu, Ben, tagliavi il vento, non ti curavi della pioggia, pedalavi con gioia.
Ho un desiderio, Ben: vedere un giorno il tuo nome campeggiare su una targa stradale. Non su una via in periferia, ma in centro; e sentire i turisti chiedere. “Benvenuto Messia, chi era?”. Un attore, un poeta, un fotografo primo della classe, l’uomo più simpatico della Puglia e oltre. Ricordo quel giorno di luglio che dirigesti il manubrio verso il mio tratturo per farmi un’improvvisata e ti fermasti nella zona industriale, perché era scoccata l’una di pranzo. Mettesti i piedi a terra e domandasti dove fosse il mio trullo e qualcuno che per caso mi conosceva te lo indicò in quello vicino alla vecchia strada per Noci (via Papa Domenico, che in fondo, prima di svirgolare a destra, sfiora la chiesa della Madonna della Consolata). A bloccarti furono la discrezione, la cortesia, la delicatezza del vecchio gentiluomo, non sapendo che mi avresti fatto un regalo oltre che una sorpresa.
Benvenuto in bicicletta

Non potrò dimenticare il giorno in cui arrivasti nella campagna di Oronzo Carbotti, sulla strada per Locorotondo. Io stavo chiedendo giudizi sulla Medea al figlio Giovanni, insegnante di Lettere e musicologo, perché sarebbe andata in scena alla Scala; e tu aspettasti che avessi una dettagliata risposta per tirare fuori dalla tasca un foglio. Una tua poesia con protagonista un uomo di fantasia fatto arruolare dalla moglie nella Congrega degli “imperatori”. Quanta fantasia! Fantasia felice e fertile. E che cuore! Grande quanto la Basilica di San Martino”. Sapevi tradurre in arte ogni parola. Che pomeriggio quello di Laterza, nella masseria “Il Cappotto”, di Giancarlo De Meo, dove recitasti “Il capocollo”, scatenando applausi effervescenti. In quello spazio c’è ancora l’eco della tua voce, Ben. Le tue poesie sono gemme spuntate nel roseto del tuo cuore.
Peccato che chi parte non possa fare ritorno almeno per un giorno. Quel treno fila senza conduttore e nessuno può sapere dove sia il capolinea. Al cimitero c’è un corpo ma non lo spirito, che vaga oltre le nuvole, dove non ci sono né trulli né tratturi. Ma la memoria di chi ti ha voluto bene non ti perde mai di vista. Tu attraversi ancora le vie di Martina Franca, piazza Roma, il ringo; sempre a cavallo della bici passi davanti al negozio di fotografo di Clementino, che quando è sull’uscio sembra fare la guardia al quartiere. Lo sai? E’ un patito dei fuochi d’artificio.
Due minuti fa ho sentito Giuseppe Pino Bellucci, il fabbricante martinese di campane. Appena gli ho detto che stavo scrivendo su di te, ha commentato: “Benvenuto, grande amico, grande fotografo, grande cuore”. Una vita esemplare, la tua. Tutta Martina era tua amica. Conoscevi tutto di tutti e tutti conoscevano te. Francesco Lenoci ti chiamava “il Messia”.
Benvenuto, Lenoci, Presicci a Laterza

E se in chiesa tu gli dicevi, per rimarcare la solidità di un tuo concetto: “Guarda che te lo dice il Messia”, lui rispondeva: Attento, che ci cacciano”. Giocavi sul tuo cognome.
Da grande fotografo, avevi ripreso tutta la città, beandoti nel puntare l’obiettivo sulla Valle d’Itria. Se ti chiedevo una foto, me ne mandavi tre. Se ti chiedevo notizie di un martinese “càpe de rròbbe”, mi raccontavi la sua biografia. Aprivi un libro che non finiva mai. Amavi Martina con tutto te stesso: la campagna dalla terra rossa, gli ulivi, il fico, i muretti a secco, le cui pietre qua e là sono antropomorfe. Filippo Alto, casa delle vacanze e studio a Figazzano, con il suo pennello li riportava sulla tela. E tu, quante volte le hai osservate, quelle pietre, che parlano, sono testimoni di tempi andati, della fatica del contadino, che una volta usava la zappa per smuovere la terra; aveva la casa nel trullo, dove tornava stanco dopo il tramonto e aveva appena la forza di fare due chiacchiere con la moglie e i figli, mentre nel paiolo pendente dalla gola del camino bolliva la minestra.
Lenoci e Messia

La conoscevi bene quella storia; e conoscevi bene quella raccontata da Maria Carmela Ricci nel suo bellissimo libro “La nevicata del ‘56”. Ti chiesi le foto per la recensione di quelle pagine toccanti e me mandasti quattro con “casedde” sotterrate dalla neve, gli abitanti imprigionati da quella “panna” che continuava a montare, quasi seppellendo cuspidi e tratturi. Eri molto generoso, Ben. Ti facevi in quattro per accontentare un amico. L’ultima volta ti ho incontrato alla masseria Pavone, dove Francesco Lenoci presentava un libro di un giornalista della tivù “Padre Pio”. Eri seduto in prima fila, con le braccia conserte, disciplinato come ti ti insegnò tuo padre Eugenio, primo fotografo di Martina. Tu ne avevi preso l’eredità e diventasti grande come lui.
Un giorno mi mandasti addirittura un’immagine di mio zio prete, don Martino, che una volta punì una mia sregolatezza, in cui avevo coinvolto mio cugino Enzo, facendoci zappare un pezzo di terra. Avevo fatto la casa a un pulcino scavando un piccolissimo fosso e ricoprendolo di paglia sotto un sole che spaccava i muri.
Lenoci e Messia a Palazzo Recupero
Avevo 11 anni. Ci scambiavamo i nostri ricordi e tu avevi il dono dell’ascolto. Caro Ben, ho tra le mani l’opuscolo che Elio Greco tantissimi anni fa presentò a Palazzo Ducale: un bel po’ di foto in cui campeggiano un forno a legna e un cestaio. Amavi le cose di una volta di Martina, Un altro giorno mi parlasti del lazzeruolo, un frutto che nella campagna di zio Martino stava in fondo, quasi sul confine. Produceva frutti simili a piccole mele. Bastò una parola e tu mi facesti la storia della pianta. Nella campagna sul chiancaro non c’è più, morta e sepolta. Cercai il tronco rinsecchito, ma qualcuno ne aveva già fatto legna da ardere. Ne trovai un gemello nel fondo di Pierino Pavone su via Mottola, a un chilometro da Martina.
Quanti amici avevamo in comune! Molti se ne sono andati prima di te. L’ultimo a partire è stato Ninì Ponte, che aveva la terra su via Ceglie, un po’ oltre il camposanto. Ancora una volta ho passato qualche oretta in tua compagnia. Almeno credo che mentre premevo i tasti tu fossi accanto a me. Credo che chi parte con l’ultimo treno torni a volte quaggiù per coltivare i sogni. San Pietro non lesina le licenze.

mercoledì 27 maggio 2026

In un libro la vita e le opere di un mito

 L’ARTISTA E IL CANTASTORIE GIGI PEDROLI UN VERO GRANDE

 

 

Copertina del libro
L’uomo più famoso del Ticinello e non
solo, che conosceva la storia, le persone, i cortili, i vicoli; il vero maestro dell’arte dell’acquaforte, l’artefice di opere note in tutto il mondo.

 

 


 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI


Nel dicembre del 2024 sul Naviglio Grande si è spenta la voce del mito. Eppure Gigi Pedroli, il mito appunto, aleggia ancora dentro e fuori il suo Centro dell’Incisione, che si affaccia sul canale, celebrato oltre che da lui da poeti, scrittori, giornalisti, come Alfonso Gatto, Calo Castellaneta e Gaetano Afeltra.
Gigi Pedroli

Il cortile dell’ampio negozio di abbigliamento militare di Graziana e Paolo Martin non potrà più essere animato, nelle feste, da quel menestrello che pizzicando le corde della sua chitarra rispolverava i personaggi più caratteristici che popolavano le sue canzoni; personaggi vissuti davvero in quel pezzo di Milano romantico e avvincenti. A sentirlo il pubblico di eccitava e gli chiedeva a gran voce i brevi racconti ironici che sapeva a memoria.
Le leggende non muoiono mai: s’inseriscono nelle pieghe della storia e si tramandano. Così fra 50 anni ci sarà ancora chi parlerà di quelle mani che sagomavano l’argilla e davano vita ad acqueforti con ambienti e figure trasfigurate, da favola, qua e là ironiche, divertenti, come in un’esperienza onirica piacevole. Chitarra e torchio. Con la prima cantava anche su palcoscenici importanti i soggetti curiosi che aveva conosciuto; con il secondo realizzava quelle immagini strabilianti che vagano in un mondo surreale.
Gigi Pedroli era un grande, come uomo e come artista. E pur essendo grande, era alla mano. Alto quanto un vichingo, un cappello a falde larghe e di colore scuro in testa, era legato al Naviglio Grande come l’edera al tronco di un albero secolare. Gli piaceva tutto, di quel corso d’acqua che ha addosso un tempo infinito e continua a scorrere con un silenzio da luogo sacro. Gigi, milanese doc. e uomo straordinario, che coglieva le storie e i comportamenti della gente umile, dal barbone al balordo, e, ripeto, le cantava sui palcoscenici, nei cortili amati, nel suo stesso Centro dell’Incisione, che respira l’atmosfera del Ticinello e la frescura del glicine e della vite americana che s’accoppiano fin dal corridoio che porta al suo laboratorio. E quando si esibiva, sempre tranquillo, con l’aria del prete che sta per eseguire un sermone, zac!, piazzava le sue arguzie e gliene veniva subito chiesta un’altra e un’altra ancora e un suo brano famosissimo, tratto dal suo ultimo c.d.
Il corridoio  coperto di glicine e vite americana

Chi non conosceva, a Milano, Gigi, il principe del Naviglio. Il suo Centro dell’Incisione era ed è la custodia di mille ricordi di cose, persone, avvenimenti, manifestazioni, mostre personali e collettive, serate memorabili... e il rumore del torchio, quasi un suono, una cantilena, un sottofondo. Gigi ha diffuso e insegnato l’arte dell’Incisione a centinaia di giovani appassionati, allevando il figlio Alessandro per la sua continuazione.
Gigi con la sua opera ha contribuito a far grande Milano, tanto che il Comune assegnò a lui e a Gabriella l’Ambrogino d’oro. Gigi primeggiò anche al Derby Club di Enrico Intra, aperto negli anni ‘60, ospitando nomi come Claudio Bisio, Massimo Boldi, Umberto Bindi, Daisy Lumini, i Gufi, Charles Trenet, Walter Valdi (di giorno avvocato)... e a volte tra gli spettatori Paolo Stoppa e Rina Morelli. Gigi era poliedrico: cantante, attore, umorista e mago dell’incisione.
Dal Centro di Gigi sono passati nomi illustri: Riccardo Bacchelli, per esempio, il poeta Franco Loi.... Una finestra sul Ticinello, che ha più di 50 anni di vita e di gloria, fabbrica di bellezza, guscio e rifugio, dominio del dialetto meneghino, quel dialetto che era musica sulle labbra di Gigi.
Lo incontrai la prima volta alla Fornace Curti. Ci presentò Sarik (Riccardo Saladin, genovese) che da vicolo dei Lavandai vi si era insediato prima di lui, La Fornace in piedi dal 1400 inforna i cotti per edifici storici e per il loro restauro (fregi, rosoni, mascheroni, solennemente “vigilati” da due enormi busti, di Leonardo da Vinci e di Benedetto Croce collocati su un’altana di fronte all’entrata).
Pedroli alla Fornace Curti
Ci andavo spesso e una volta sorpresi Gigi nel suo studio raccolto mentre dipingeva una figura su un piatto destinato al forno. Lo rivedo, Gigi, che amo con tutto il mio cuore.
Lo rivedo in un libro bellissimo, ricco di immagini a colori, di testi scritti anche con passione. Tante volte ho scritto di Gigi, della sua cortesia, della sua disponibilità, della sua sensibilità di artista di grandissimo livello, affabile con tutti, con gli artigiani (ormai pochissimi) che lavorano o lavoravano in un cortile della stessa alzaia, i galleristi, i pittori, i meridionali che negli anni ‘50 potevano permettersi di abitare in questa zona da sogno. Nella sala esposizioni del Centro, anche lei gentile e ospitale, c’era e c’è Gabriella, che per Gigi rappresentava il focolare, la gioia, l’amore esploso come un lampo su un tram: un germoglio perenne. Mi soffermo sul volume - “Il Centro dell’incisione, una storia d’arte iniziata 50 anni fa”, e pagina dopo pagina avverto il bisogno di narrarlo ancora, questo creatore d’arte infaticabile, felice d’insegnare ad allievi volenterosi un’arte antichissima, paziente, instancabile.
Quante volte ho assistito agli spettacoli di Gigi con Fabio Lossani nel cortile del negozio di Paolo e Graziana, la dama del Naviglio, amante della danza e del lavoro, un esempio di saggezza e lealtà. Il cortile si riempiva molto prima dell’avvio e della comparsa del mito: una parte del pubblico arrivava in gondola (che da qualche tempo incuriosisce i frequentatori del Naviglio Grande, mentre il signor Fagotto la pilota come fosse in Laguna). In quei pomeriggi esaltanti Gigi cantava le sue canzoni, come un cantastorie alla sagra di Montingelli d’Ongina o al Festival d’Inverigo, dove lui aveva signoreggiato.
Gigi il mito
Sfogliando e leggendo, m’imbatto in uno splendido articolo di Giangiacomo Schiavi, già capocronista del “Corriere della sera”, e già il titolo mi affascina: “Una favola da raccontare sul Naviglio Grande”. A lui piacciono, come a me, le favole e gli piace pensare che non finiscano mai. E mai finirà quella di Gigi Pedroli, l’icona del Naviglio, il re incoronato dalla gente comune che popolava via Magolfa, vicolo dei Lavandai…, per la simpatia e la dolcezza dei suoi modi.
Tutti i giornali hanno parlato di Gigi, di Gabriella e del loro Centro dell’Incisione, fucina di bellezza; delle mostre, come quella del 7 maggio ‘75, finita sul “Corriere d’Informazioni”, che definisce una Milano assolutamente inedita, quella di Gigi Pedroli, “che si è al principio cimentato con disegni a china e ad olio ed ora espone una serie di bellissime acqueforti al Centro dell’Incisione”, che qualcuno ha definito un luogo magico. Fatato. sì. Quando superi la soglia ti s’impone una veduta da regno delle meraviglie.
Un pomeriggio di qualche giorno prima di Natale fui avvolto dal suono delle cornamuse di due zampognari stagliati proprio all’ingresso della sala esposizioni del Centro. All’interno, opere appese alle pareti o raccolte in album su un bancone e Gabriella impegnata con gli acquirenti.
Alessandro Pedroli

Le foto richiedono una pausa di osservazione: la facciata del Centro, sorto nel 1975; Gigi e Alessandro che stampano le opere; il generale a dondolo; l’albero della vita; gli allievi a scuola; il torchio; la vetrina dello studio; il glicine che si arrampica dappertutto, coprendo i muri; una pagina del “Corsera” sui 40 anni del Centro; l’attestato dell’Ambrogino a Gigi e a Gabriella… Colore e bianco e nero, penombre e luci si susseguono: le testimonianze di una vita nell’arte, per l’amore dell’arte.
Quanta emozione suscitano queste pagine e quanti ricordi fanno emergere attraverso immagini della scuola, delle mostre, dei visitatori, di Gigi al lavoro: un’oasi edificante e ristoratrice racchiusa in una perla del Seicento brillante là, sul Naviglio Grande, in un alone di poesia.
Il libro dunque festeggia i 50 anni del Centro dell’Incisione, che continua l’attività grazie all’intelligenza e all’esperienza di Alessandro e di Gabriella, che nel nome di Gigi sono impegnati a diffondere ancora di più la fama conquistata con impegno e sacrificio, con amore e passione per un’arte, quella dell’acquaforte, che trova interesse e slancio anche fra i giovani.
Ho memoria delle mostre dei grandi nomi fra i quali Floriano Bodini; gli artisti arrivati da Mantova per l’orgoglio di esporre al Centro; centinaia di esposizioni, anche di ceramiche, acqueforti dipinte dallo stesso Pedroli… un’attività intensa, fertile, ammirevole. “Il Giorno” pubblicò un articolo intitolato “Gigi Pedroli, il cantastorie dei Navigli”.
Spettacolo nel cortile dei Martin
Nel 2022 la Famiglia Meneghina con la sua Associazione Culturale e Biblioteca in via San Paolo conferì a Pedroli il premio: “La mia vita per Milano”. Il riconoscimento gli venne consegnato nel corso di una cena nella prestigiosa cornice del Salone d’Oro della Società del Giardino, a Palazzo Spinola, uno dei salotti storici più eleganti della città, che a suo tempo ospitò galantuomini e regnanti anche in eventi musicali di vasto respiro e oggi non gradisce chi non indossa giacca e cravatta.
Gigi Pedroli è scomparso da oltre un anno, ma io credo che stia ancora sull’alzaia del Ticinello con i gomiti appoggiati sulla sponda e le mani racchiuse sotto il mento a guardare le barche che si lasciano dietro linee di schiuma. Il suo spirito aleggia fra le mura del civico 66 dell’alzaia, ma anche sulle acque del canale, che scorre placido e taciturno. Ovunque ci sia aria di Naviglio c’è lui. Nessuno dimenticherà Gigi Pedroli.