Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 1 aprile 2026

Nicola Cardellicchio e la sua attività

PASSA LA VITA TROTTANDO PER LA DIFESA DEL DIALETTO

  

Nicola Cardellicchio
Ha fotografato processioni, le chiese, tutti gli angoli più belli della Bimare; creato associazioni culturali, aiutato le prime radio private… per restituire energia al vernacolo. 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Nicola Cardellicchio è una sorta di pozzo di San Patrizio. Cali il secchio e lo ritiri su zeppo di notizie e di curiosità. E quando si racconta, rievocando fatti e storie di una vita vissuta collezionando testimonianze su Taranto e partecipando a tutti i riti i, eseguendo e costruendo fortezze per la difesa del nostro dialetto, si accende e non ti resta che ascoltarlo con attenzione.
Nicola vicino alla locomotiva a vapore

Ricorda la locomotiva a vapore, che prese più volte, anche ai tempi in cui vinse il concorso nella ferrovia dello Stato, andò a lavorare a Bari, salì a Bolzano, rientrò nella Bimare, dove diventò dirigente della biglietteria. Andato in pensione, fu più libero di muoversi e creò centri culturali, cominciò a fotografare i palazzi della città vecchia, le pusterle, le chiese dentro e fuori, la Dogana (un tempo chiamata “a Duàne d’u pèsce”), la Torre dell’Orologio in piazza Fontana, Mar Piccolo, le pescherie, le barche…
Corri, ragazzo, corri, gli avrebbe detto qualche impertinente. Ma lui andava “lento pede”, si fermava davanti a un soggetto meritevole di uno scatto o a un angolo che lo sorprendeva. Non c’erano allora i telefonini e lui peregrinava con la macchina fotografica a tracolla. Lo stimolava la curiosità, l’amore, la volontà d’immortalare momenti irripetibili e strutture che avrebbero potuto cambiare faccia. Infatti se si vuole vedere Taranto di una volta occorre bussare alla sua porta o a quella di Antonio De Florio. Entrambi hanno fatto “clic” di fronte a un tramonto meraviglioso, lottato e mai smesso di farlo, per vitalizzare il dialetto, che è come una pianta: ha bisogno di essere continuamente annaffiata, per non estinguersi.
Cardellicchio e De Florio
Nicola Cardellicchio è tenace nel sostegno alla lingua dei nonni. “Non bisogna mai smettere di dare fiato a questa preziosità, di rinvigorirla, ideando occasioni, sviluppando progetti, inglobando nel cantiere quanto più gente possibile”. Così dice Nicola Cardellicchio, un uomo mite, quasi timido, che parla con voce bassa, sottile, come fosse continuamente in preghiera. Ascoltarlo è un piacere, ha tantissime cose da dire: il suo è un racconto infinito di Taranto, della sua storia millenaria, delle sue leggende, dei suoi riti, delle sue tradizioni. Se non fosse riservato, schivo, quasi un monaco che passa le sue giornate in una cella a leggere, studiare, meditare, programmare intraprese culturali, chi lo interpella scriverebbe un libro. Non uno dei tanti: uno di vita vissuta, con accadimenti reali visti, testimoniati, catturati con l’obiettivo.
Nicola Cardellicchio è dunque una fonte inesauribile: ha una collezione di migliaia di immagini di Taranto scattate da lui e digitalizzate; non so più quante cartoline d’epoca e libri e tantissimo altro. Un archivio privato. Ma è necessario un argano, ripeto, per farlo parlare; e quando si riesce a fargli aprire bocca all’inizio centellina le parole. Non è un uomo da far salire su una pedana e mettergli il microfono sotto il naso. Collabora con l’archivio di Stato; se gli chiedi una foto per corredare un articolo non si tira indietro: anche questo è un modo per fare amare la città, le sue caratteristiche, la sua bellezza. Conosce il borgo antico come l’oste il suo vino o il guardiano del fare gli umori del mare. E’ amico, oltre che di Antonio De Florio, di Nicola Giudetti, il mito del borgo antico, poeta, pittore, raccoglitore di tutto ciò che appartiene alla civiltà di una volta (il suo museo).
Nicola Giudetti

Finalmente Cardellicchio si apre del tutto come un sipario su una rappresentazione teatrale di una storia vera, rincuorando l’intervistatore. E allora è una pioggia copiosa di eventi realizzati. Grazie, Nicola, snocciola, sono qui tutto orecchie. “Ho fatto foto, migliaia, anche sulla passerella stesa tra entrambi i borghi, in sostituzione, nel ‘57, del ponte girevole in via di restauro; ho ritratto tutte le chiese di Taranto dentro e fuori; tutte le manifestazioni religiose, le processioni, anche quelle che non ci sono più”. Nel ‘76, quando a Taranto cominciarono ad aprire le radio private (la prima Radio Taranto) Angelo Fanelli e Giulio Pagani idearono un quiz alla Mike Bongiorno. Gli ascoltatori dovevano tradurre in lingua parole dialettali. Era il quiz di nonno Cataldo, interpretato da Pagani. Si scatenò una corsa alla Libreria Filippi a comperare il vocabolario De Vincentiis, che allora era l’unico, per prepararsi per le risposte.
Quale mossa migliore, intelligente, geniale per indurre la gente ad imparare il dialetto. Naturalmente Nicola collaborava, felice nel vedere tutto quel successo riportato da quell’idea. Alcuni anni prima alla Chiesa di San Pasquale padre Adiuto Putignani aveva invitato i poeti tarantini a scrivere opere e a mandarle alle radio, che si collegavano con la parrocchia, stimolando ”me e i miei fratelli a raccogliere libri e altre pubblicazioni. Andavamo in biblioteca a consultare o a studiare pagine anche di giornali, tra cui “’U Panarijdde”, dove scrivevano poeti rispettabili come Diego Fedele, Alfredo Nunziato Majorano, Diego Marturano... Per un periodo il direttore fu Alfredo Lucifero Petrosillo, autore fra tantissimi altri versi di “’U travàgghie d’u mare”…”.
Via Garibaldi

Nicola Cardellicchio non è mai stato con le mani in mano. Ha dato vita a un centro di incontro e di studio delle tradizioni, della storia, delle manifestazioni religiose, del dialetto di Taranto… Il sodalizio è stato poi trasformato in associazione culturale intitolata a Vito Forleo. (nel 2027 compirà 50 anni). “Perché quel nome?”. “Perché Forleo è stato scrittore, aneddotista, pubblicista, direttore per 40 anni della Biblioteca Acclavio dopo Emilio Consiglio di cui raccolse tutte le poesie italiane e dialettali. Nel 1907 scrisse, tra l’altro, ‘Taranto dove la trovo’ e poi ’Taranto dannunziata’, edito da Cressati. Insomma una personalità di tutto rispetto”. Ancora oggi quella fucina di cultura messa in piedi da Cardellicchio è attiva e compare spesso nei bellissimi video di Antonio De Florio. I tarantini dovrebbero leggerlo, questo libro di Forleo. che definisce Taranto la Parigi del mondo antico; e dovrebbero leggere o rileggere i poeti e Cesare Giulio Viola, autore di “Pater, il romanzo del lume a petrolio” e “Venerdì Santo”, che quando avevo ancora vent’anni andai a vedere al Teatro Orfeo, recitato da Emma Gramatica, da Elsa Merlini e Paolo Poli.
Il Galeso

Quante pagine su Taranto sono state prodotte e giacciono quasi impolverate sugli scaffali delle librerie. Nicola Cardellicchio le ha quasi tutte e non le lascia ingiallire. E anche questo è amore per la propria città. Come lo sono le serate culturali che, sempre Cardellicchio e i suoi collaboratori organizzano nella Chiesa di Stella Maris, a Porta Napoli (contiene i Museo del Mare), dove confluiscono nelle occasioni di concerti, marce funebri, letture di poesie tante persone legate come le radici dell’ulivo alla Bimare. Non parliamo delle visite guidate nella Città Vecchia tra vicoli e palazzi storici, “strittele” e “strittelìcchie”che sfociano in via Garibaldi immersa nel profumo del Mar Piccolo, celebrato dai poeti di casa nostra e dai viaggiatori stranieri.
Nato a Taranto nel ‘48, Nicola è dunque un operatore culturale molto impegnato. Per esempio fin dai tempi del Liceo Scientifico ritagliava gli articoli su Taranto e sul dialetto pubblicati da “La Voce del Popolo”. La famiglia, come tante altre, osteggiava la sua passione per la lingua dei nonni, che contiene la nostra anima, ma lui la coltivava ugualmente, ascoltando attentamente e mandando a memoria anche vocaboli non più consueti.
Giudetti nella chiesa  Madonna della Scala

Il vernacolo è sempre stato da molti emarginato. Mi si permetta un episodio personale: quando negli anni ’50 gli universitari tarantini decisero di portare in scena, in occasione della festa della matricola, una commedia in dialetto, scegliendo “’U cuèrne de Marjie ‘a canzirre” di Diego Marturano, girarono tutte le scuole (i licei, l’istituto magistrale, il professionale Maria Pia...), per coprire i ruoli femminili, la risposta fu: “Recitare in dialetto, per carità”. Allora i maschi indossarono la gonna e salirono sul palcoscenico, al Circolo dei Marinai in via Di Palma. Beata Anna Casavola, che ci dette l’onore di essere tra noi.
Oggi mi pare che, grazie a Nicola Cardellicchio, Nicola Giudetti, Antonio De Florio, il pregiudizio sia un po’ calato. Ricordo i tempi delle commedie di Alfredo Nunziato Majorano (‘A stutàte) con il il cinema teatro del dopolavoro ferroviario affollato da appassionati. In platea Antonio Rizzo, che aveva avuto appena l’invito dal “Giornale d’Italia” ad entrare nel suo equipaggio come critico teatrale e già anima e cuore del “Premio Taranto, nel ‘50). Torneranno quei tempi? Finché questo trio continuerà a trottare sono ottimista.