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Dal finestrino del treno da Milano |
SCHEGGIANO DAL FINESTRINO
D’UN “FRECCIAROSSA”
Se si ha voglia di viaggiare e non sipuò lo si fa nella propria stanza,
premendo un pulsante.
Basta un po’ di fantasia e di
esperienza, e si parte verso
qualunque destinazione.
Franco Presicci
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Passaggio a livello a Martina |
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I miei treni |
Ne vedo tanti su Facebook: treni con macchine di ogni tipo, una più bella dell’altra, persino la Frecciarossa, che mi è capitato tante volte di veder correr viaggiando in auto sull’autostrada Milano-Bologna. Che linea, ha questo treno ad alta velocità! Elegante, simile alla fusoliera di un aereo, il muso da delfino.
Treno Martina-Crispiano |
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Treno ripreso da Messia tantissimi anni fa |
“Tantissimi anni fa – mi racconta un conoscente -feci un plastico, di cui conservo ancora scambi, rotaie, locomotive, vagoni, e anche la Littorina. Ma il mio non aveva niente a che vedere con i gioielli che vedo nei video che si susseguono su Facebook, dove c’è addirittura un gruppo di appassionati che invita gli interessati ad iscriversi. Molti di questi costruttori di sogni si associano, forse si scambiano idee o realizzano una strada ferrata insieme. Tempo fa andai ad intervistare un professionista che custodivauna nutrita serie di treni. Tutta un’abitazione per locomotori, convogli, materiale ferroviario…E parlava di treni con la competenza di un addetto al settore. In un paese vicino a Milano incontrai nel suo laboratorio un signore che costruiva locomotori su scala. Impiegava anche un anno e più per completare il suo lavoro, il cui risultato era perfetto e affascinante. Nel gennaio del 2008 un amico mi indicò un collezionista di treni eseguiti da lui stesso.
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Roberto Trionfini |
Si chiamava Roberto Trionfini. Gli telefonai e mi dette appuntamento in casa sua per il giorno dopo. Aveva 72anni, era alto, un bel paio di baffi alla Francesco Giuseppe, l’atteggiamento severo. Non incline a lunghi discorsi, ma se affrontava questo argomento non lo fermava nessuno. I suoi treni erano ben in vista su uno scaffale, ben protetti per evitare il danno della polvere e altri su un tavolo. E altri ancora in capienti scatole di cartone. Infilò i guanti,per non lasciare impronte, prese alcuni esemplari e li sottopose alla mia attenzione, spiegandomi i dettagli. La sua collezione comprendeva modellini italiani, svizzeri, austriaci e una motrice Reno della Virginia & Truckee” ricavata da una fotopubblicataa corredo di un articolo sul Far West sulla rivista “Life”. “L’ho fatta negli anni ’50, in legno, alluminio e cartoncino. Trionfini era stato tagliatore grafico in una tipografia; e non avendo molti soldi a disposizione, incontrava difficoltà a nutrire la sua passione, acquistando locomotori della Lima o della Rivarossi, che hanno alimentato le chimere di tanti ragazzini, oltre che di tanti papà. Così dette il via al ”fai da te”. Le sueprime opere risalivano al 1989, in occasione dei 150 anni delle Ferrovie italiane: una Bayard del 1839, che percorreva la tratta Napoli-Granatello di Portici, anticipando di una anno la Milano-Monza, a cui seguì la Milano-Treviglio. Mi mostrò poi una locomotiva a vapore E 3/3 in servizio turistico nella Val Moira, due di quelle che circolavano nella Repubblica Democratica Tedesca; una A 3/5 delle ferrovie del Giura svizzero, “inaugurata prima che le ferrovie diventassero federali; e un esemplare della trancia Verese-Luino.
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Logo del treno storico |
“Con l’età della pensione mi è venuta l’idea di confezionare locomotive in cartoncino nero, partendo da una foto. “Effettuo il disegno delle varie parti e le assemblo rigorosamente in scala. Non sono quindi soltanto un piccolo collezionista. Il mio è un ‘hobby’ meraviglioso”. Gli riempiva le giornate, anche perché leggeva molto sulla storia dei trasporti, sulle caratteristiche di una motrice, su questa o quella compagnia ferroviaria.
Ed era un piacere sentirlo parlare del rapido tedesco “Rheinpfeil” con cupola belvedere; o del “Mistral”, che viaggiava tra Parigi e Lione; dei ponti girevoli che consentivano alle locomotive a vapore di entrare in rimessa; dell’automotrice Fiat diesel ALN e del18.616, che partiva da Stamberg diretto a Monaco, attaccato al tender mediante un gancio corto che garantiva la distanza ridotta anche nelle curve.
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Jazz sul treno treno (foto di Lepore) |
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L'orchestra del Salento torna a casa di G. Lepore |
Mi disse anche che collezionava cartoline con soggetti ferroviari; e che per gli auguri natalizi spediva biglietti con l’immagine di locomotive che sbuffano all’uscita da gallerie o sui binari fiancheggiati da alberi ad alto fusto. Insomma, uscii più istruito, dall’abitazione di Trionfini, un uomo cortese, ospitale, disponibile. Non ricordo se il suo nome figurasse nel Brogliaccio di Vito Arienti di Lissone, che dedicò una vita al collezionismo, ma di tarocchi storici (aveva oltre 10 mila mazzi), campo nel quale era davvero un’autorità. Non mi sono mai chiesto da che cosa derivi questa passione per i treni, quelli che viaggiano su rotaie vere, passano sotto gallerie vere, attraversano scambi veri,e quelliche fanno sempre lo stesso percorso, cambiando direzione tramite gli scambi decisi dall’ingegno dell’autore del plastico; e non se lo chiese neppure Alberini, che sui treni e sui collezionisti e sui riproduttori si itinerari, paesaggi e quant’altro aveva tanto, ma proprio da dire. Sarà la volontà nascosta di correre a conoscere nuove città, nuovi uomini, nuovi mondi, nuovi costumi; o di provare quella sensazione che lo stesso viaggio su rotaie reali ti fa provare, il rumore delle ruote che sferragliano, il fischio della macchina mentre sta per arrivare allo scalo: tutte cose create ad arte nei plastici, addirittura la voce dell’altoparlante che annuncia arrivi e partenze. Sarà tutto quello si vuole, forse anche un impulso che proviene dal subconscio, personalmente adoro il treno e basta. Con ansia andai un’ora prima allo scalo di Martina, il primo agosto del 2015,ad spettare il Salento Express” per i turisti e scrivere un articol, intitolato Un treno chiamato jazz”, su “Minerva news”. E vorrei, ma non ne sono capace, fare un plastico grande quanto una stanza con quattro, cinque convogli che si muovono contemporaneamente. Di quello, elementare, che feci nel ’70 per mio figlio Gianluca che aveva tre anni e quando vedeva un treno vero agitava le mani egli brillavano gli occhi mi rimane una foto sbiaditae tutti gli elementi. Feci un altro plastico rudimentale per un mio nipote che in campagna si annoiava; un altro ancora per un mio figlioccio, che oggi ha più di vent’anni elo nella sua stanza e non permette a nessuno di toccarlo. Ma questi plastici non hanno niente a che fare con quelli che vedo su Facebook, “firmati” da autentici artisti del ferromodellismo. Per concludere, una confessione: quei plasticili feci forse per me, per esaudire un mio desiderio. Ho l’impressione che cresciamo, lavoriamo, accumuliamo esperienze, ma rimaniamo sempre marmocchi.