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giovedì 26 dicembre 2024

Regista alla Scala de “La forza del destino”

HA APERTO LA STAGIONE LIRICA ENTUSIASMANDO IL PUBBLICO

 



Leo Muscato
Leo Muscato, 51 anni, è nato a Martina Franca e ha studiato a Roma Lettere e Filosofia. Poi eccolo nella compagnia di Luigi De Filippo e in tanti teatri famosi e prestigiosi. Una carriera brillante.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI




Elio Greco e Guido Le Noci
Sarà l’aria che vi si respira, l’incanto del paesaggio, la pace, la forza destino, certo è che a Martina Franca spesso si accende una stella.
E allora tutti a guardarla, ad ammirarla, a bearsi di quella luce. Leo Muscato, regista e drammaturgo, studi di regia alla scuola d’arte “Paolo Grassi” di Milano, ha una bella carriera da mostrare. Tra opera e prosa. Dal 2001 ha portato in scena 30 composizioni liriche e altrettanti testi teatrali. Ha prodotto per il Teatro alla Scala, per il Petruzzelli, per il Maggio Musicale Fiorentino e per tanti altri templi anche all’estero, compreso il Greek National Opera. E naturalmente ha portato a casa molti riconoscimenti, tutti prestigiosi. Il più recente, in onore della sua strepitosa attività, il trentasettesimo “Mario Campus”, intitolato al giornalista che si prodigò per il Festival di Spoleto e il Festival della Valle d’Itria; un Premio ideato dal compianto Elio Greco, presidente di Fondazione Nuove Proposte, e oggi continuato dalla figlia Cinzia.
Durante la cerimonia di premiazione, nel Ridotto dei palchi Arturo Toscanini, alla Scala, il professor Francesco Lenoci, docente all’Università Cattolica di Milano, nella sua “laudatio”, ha tratteggiato icasticamente la personalità di Leo Muscato, la sua genialità artistica, l’impegno, la passione; e lo ha fatto con parole toccanti, anche ricordando il luogo di nascita, la culla del Maestro: Martina Franca, la città che custodisce gelosamente la bellezza che Dio le ha donato.
Lenoci, conferenziere di notevole valore, viaggiatore culturale infaticabile, ha tra l’altro cercato d’intercettare l’uomo oltre l’artista, il suo amore per la sua città d’origine, la città del sole, della luce, del ristoro. Il Premio Campus - ha detto - viene assegnato a personalità illustri, che danno sempre più valore alla cultura, offrendo opere che rimarranno e saranno celebrate dai posteri. E Leo Muscato, 51 anni, illumina il panorama culturale italiano e internazionale. E ha aggiunto: “Un tributo non solo al suo talento registico, ma anche alla sua capacità di raccontare storie che coniugano tradizione e innovazione”.
Muscato sotto il doppio busto

Il Premio comprende un’opera pittorica di Manuel Campus e una mini-biblioteca di 50 volumi, che Leo Muscato ha donato ad un carcere, nella speranza che la lettura contribuisca alla rinascita umana dei detenuti e al loro reinserimento nella società.
La serata alla Scala, com’era prevedibile, rimarrà nella storia del Teatro. La scenografia dell’opera andata in scena, “La Forza del Destino” 2024 rappresenta le guerre, ma non per esaltarle, essendo la guerra, come afferma don Tonino Bello, “il più sacrilego dei peccati”; ma per condannarle, esecrarle. Infatti il soprano Anna Neprerbko alla fine canta: “Pace, pace, mio Dio”. E quel canto dovremmo ripeterlo tutti a gran voce contro tutti i conflitti in corso, che stanno portando feriti, morti, distruzioni di Paesi.
Per Leo Muscato l’opera dell’altra sera, che ha inaugurato la stagione 2024 del tempio della lirica, è stata l’affermazione della sua grandezza, del suo talento: un orgoglio per gli italiani e tutti i martinesi, non solo quelli presenti alla Scala per acclamarlo con grande entusiasmo, presenti Bruno Vespa, Milly Carlucci e tanti altri protagonisti dello spettacolo, del giornalismo, dell’imprenditoria.
Ingresso al Piccolo Teatro

Questo figlio della città dei trulli e del belcanto, della terra rossa e degli ulivi - la città benedetta da Dio, come disse tantissimi anni fa Alessandro Caroli presentando il suo libro, “Musica in Valle d’Itria”, sul Festival nato da una sua idea - ha inanellato un altro trionfo ai tanti già conseguiti. Come quello che contrassegnò il suo contributo al Festival della Valle d’Itria, uno dei momenti più esaltanti della musica lirica italiana. In occasione del cinquantesimo anniversario il regista e drammaturgo ha realizzato il documentario “L’Utopia della Valle”, opera in grado di far sfolgorare Martina, un gioiello, dando ancora più lustro al Festival, esaltato durante le presentazioni al Piccolo di Milano da Sergio Escobar, direttore del Teatro di via Rovello.
Muscato, che andando per il mondo, si porta appresso il cuore di Martina, appena sono esplose le luci della ribalta della Scala, ha offerto il ,capolavoro verdiano e la prova che il teatro, come diceva Paolo Grassi, “è il luogo dove si vede ciò che è invisibile agli occhi”. Il mondo intero si è emozionato, grazie a lui.
Ripercorrere l’itinerario artistico di Leo Muscato non è impresa da poco. E bisogna pur farlo, perché non tutti conoscono i grandissimi passi da lui compiuti. Nel 2007 l’Associazione Nazionale dei Critici Teatrali gli ha assegnato il Premio della Critica come miglior regista teatrale; nel 2012 i critici musicali il Premio Abbiati come miglior regista d’opera; nel 2016 la Fondazione Verona per l’Arena gli ha assegnato l’International Opera Awards – Opera Star (oscar della lirica), come miglior regista … Una lista lunghissima anche di opere, da “Un ballo in maschera” al “Rigoletto”, dalla “Cenerentola” al “Barbiere di Siviglia”, al “Nabucco”, alla “Bohème”, estendendo sempre di più la sua popolarità. Inoltre, per tre anni (dal 2019 al 2022) è stato direttore artistico della Compagnia Teatrale di Luigi De Filippo. Del 2015 il suo documentario ”Geometrie Anarchiche”, prodotto da Fruit ADV, co-diretto da Laura Perini, con Vincenzo Mollica, Tullio Pericoli, Giobbe Covatta…
Lenoci e Leo Muscato
Un’attività artistica straordinaria, di altissimo livello. Come straordinario è stato il successo da lui riportato alla Scala l’8 dicembre con “La forza del destino”, “opera sontuosa, importante, da far tremare le gambe a tutti, con contenuti molto più alti di una prima lettura”, ha detto Muscato; opera in quattro atti di Giuseppe Verdi, testo di F. M. Piave. La prima volta andò in scena al Teatro Imperiale di San Pietroburgo il 10 novembre del 1862. e fu accolta con grande slanci dal pubblico e dalla critica. Il 7 febbraio del 1863 in Italia. Verdi non era convinto del testo, lo rivide e lo presentò alla Scala il 27 febbraio 1869.
I melomani sono in festa per il risultato delle prestazioni scaligeri di Leo Muscato, da prendere come modello, come esempio, ha detto un estimatore anziano, che pur volendo rimanere anonimo ha rivelato di essere in procinto di scrivere una biografia di Muscato. Starà già raccogliendo il materiale necessario. Ne ha da mietere.
La Scala

Nato il 12 luglio del 1973, Muscato si trasferì nella Capitale per studiare Lettere e Filosofia e già quando era all’università gli si aprirono le porte del teatro, avviando un percorso sfavillante fra teatro, lirica, cinema e pedagogia teatrale. Un percorso ricco di eventi, date, consensi, trionfi, dirigendo 40 opere nei teatri più importanti e famosi del mondo (oltre alla Scala, il Teatro San Carlo di Napoli, il Petruzzelli di Bari), firmando la regia di oltre 30 testi teatrali, collaborando con istituzioni come il Teatro Greco di Siracusa e il Teatro Stabile di Genova.
Leo Muscato è l’emblema dell’impegno, del sacrificio, della determinatezza, della passione indispensabili per conseguire una meta sfavillante, come provano anche le numerose tesi di laurea presentate in tante università. In un comunicato si dice tra l’altro che il grande artista ha insegnato in istituzioni eccellenti, tra cui la Scuola Holden e i Dams di Torino, promuovendo “masterclass” “che esplorano le molteplici possibilità espressive del teatro e della lirica”.


mercoledì 18 dicembre 2024

E’ scomparso alcuni giorni fa

IL MITO DEL NAVIGLIO L’ARTISTA GIGI PEDROLI




Pedroli racconta il Naviglio
Milanese vero, acquafortista, cantautore, pittore, era amato e stimato da tutti. Con la moglie Gabriella aveva fondato il Centro dell’Incisione di fronte al Ticinello. Alla sua morte “Il Corriere della Sera” ha dedicato una pagina, con firma di Pietro Ichino.















FRANCO PRESICCI






Ricordo con affetto Gigi Pedroli, visto mesi fa nel cortile del negozio di abbigliamento militare e janserie di Graziana e Paolo Martin. Su un palcoscenico improvvisato cantò le sue canzoni in dialetto e in italiano, sfornò battute di spirito, dialogò con il numeroso pubblico, che espresse il suo entusiasmo non solo battendo le mani, ma chiamandolo a gran voce in segno di ammirazione. Poi tutti si alzarono in piedi, e lui, strofinandosi le mani, che forse stavano perdendo energia, rimase immobile aspettando che il diluvio si placasse.
Gigi Pedroli in una sua esibizione
In prima fila, sulla destra, Graziana e Paolo tradivano l’emozione che provocava quella festa, impreziosita da un personaggio come Gigi Pedroli, l’emblema, il cantore del Ticinello, grande acquafortista, pittore, uomo buono, sincero, pacato, un sorriso discreto, fondatore con la moglie Gabriella del Centro dell’Incisione, sull’alzaia Naviglio Grande, in un luogo che sa di magico, di fiaba e di leggenda: dicono che sia stato il casino di caccia di Ludovico il Moro.
Se n’è andato qualche giorno fa, il grande Gigi, addolorando tutti quelli che lo conoscevano. E a Milano, e non solo, erano in tanti a conoscerlo e ad amarlo.
Ricordo la sera in cui al Centro dell’Incisione Nicola Partipilo, patron della casa editrice Celip, barese doc, presentò uno dei suoi libri monumentali su Milano. Tra i presenti, il professor Lauria, docente di veterinaria alla Statale, addossato a uno stipite della porta, pendeva dalle labbra di Gigi, che rispolverava i tempi in cui la zona era abitata prevalentemente da pugliesi e ospitava laboratori di artigiani di ogni tipo, dai maestri argentieri ai corniciai; e gallerie d’arte e studi di pittori. Poi, accompagnandosi con la chitarra, cantò alcuni suoi brani in vernacolo: “El pitur de Madoin”, “El cartunista”, “L’Ernesto”, “el Viagra”… spandendo allegria nella sala e fuori, dove il pubblico debordava. L’avevo già ascoltato alla Fornace Curti, nello studio di Sarik (Riccardo Saladin), tra artisti, professionisti, fotografi… Anche Gigi aveva un laboratorio da Curti, dove realizzava prestigiosi oggetti in ceramica.
L'entrata del Centro dell'Incisione
Quando andavo a fargli visita al Centro dell’Incisione lo trovavo sempre piegato sul tavolo a produrre l’idea: folle di gente, la Galleria Vittorio Emanuele con figure fantastiche, deformate, nell’Ottagono, mani, volti che volano; oli su tela, con un paesaggio ligure, su carta con uomini e alberi… Renzo Margonari, in un suo intervento in un libro sull’artista intitolato “Vena popolaresca e cultura antica nell’opera di Gigi Pedroli, cantastorie lombardo e pittore di vita”, ha scritto che “avviene spesso che la figurazione allegorica si aggiri nei territori del visionario e del fantastico…”, aggiungendo che “Pedroli è per sua natura dotato di sapienza compositiva…”. Ha scritto questo e tantissimo altro, il critico, illustrando appieno il contenuto artistico di Gigi. Io mi limito a far scorrere nella mia mente le opere che con il passare del tempo ho visto estasiato nelle sale del Centro, alle quali si arriva attraversando un corridoio che sembra un giardino immerso nel silenzio e nella pace.
Se era assente Gigi, perché alla Fornace in via Walter Tobagi o altrove, mi forniva le notizie che cercavo Gabriella, sempre gentile e impegnata con persone anche straniere e anche del sud, che stazionavano davanti alle opere appese alle pareti o consultavano gli album nei quali erano custodite tante acqueforti eseguite da Gigi.
Su “Il Corriere della Sera” è Pietro Ichino, di cui ricordo un libro bellissimo, che incastona Gigi nella storia del naviglio, a descrivere in un’intera pagina la figura, l’arte e lo spessore umano del mito del Ticinello: “Nella vita sua e della moglie Gabriella si esprime una laica povertà evangelica: distacco dalle ricchezze apparenti che nasce da una serenità profonda e ispira serenità al prossimo, attaccamento alle ricchezze vere della vita, quella per la quale gli occhi di Gigi Pedroli si illuminano e ridono: l’affetto per gli amici e degli amici, la grandezza nascosta degli ultimi (persone vere che la città relega ai margini e di cui egli ci insegna a vedere e amare l’umanità nelle sue canzoni…”.
Pedroli alla Fornace Curti

Gigi non aveva bisogno d’indottrinamenti, di apprendere lezioni di vita da maestri improvvisati e autocelebrati; egli stesso era l’esempio da seguire, imitare. Ho parlato tanto con lui, anche all’antica Fornace di Alberto Curti. Un giorno lo colsi mentre lisciava con il pennello un paesaggio siciliano su un piatto di argilla. Rimase seduto indicandomi una sedia e parlammo di Milano e della Festa del Naviglio che si avvicinava. Era quella un’altra occasione in cui gli ammiratori affollavano il Centro con le porte spalancate. Un anno, verso metà dicembre, quasi sulla soglia della sala esposizioni sorpresi e fotografai due zampognari, che poi vennero invitati ad entrare continuando a soffiare nello strumento. Ho rivisto la scena in un video girato da un amico di Gigi, che si tiene in disparte e qualcuno cerca di spingerlo verso i pifferi.
Nato nel marzo del 1932 a Milano, Pedroli frequentò il collegio di don Guanella in via Mac Mahon, dove ebbe la possibilità di studiare. Dopo fu alla civica scuola d’arte del Castello, quindi ottenne un impiego di grafico in uno studio pubblicitario. Fece tanti passi faticosi per andare avanti, grazie anche all’incoraggiamento di Gabriella, intelligente e sensibile. E lui giorno dopo giorno conquistava uno scalino. Gli amici lo stimavano e lo stimolavano, e lui sempre più impegnato, sempre più attento, sempre più ammirato e noto. Partecipò a mostre, ricevette riconoscimenti, premi.
Gigi Pedroli al Centro discute

A Roma, Sestri Levante, Modena… Il suo nome si afferma, la sua arte è apprezzata ovunque. I critici consacrati si accorgono di Pedroli. Gilberto Finzi, Gilberto Cavicchioli, Mario Passi… esaltano l’attività e la personalità del milanesissimo Gigi, che per erigere il suo tempio sceglie il Naviglio Grande, caro ad Alfonso Gatto, a Gaetano Afeltra, a Empio Malara, a Carlo Castellaneta, a Tullio Barbato, grande giornalista del quotidiano del pomeriggio “La Notte” e fondatore della gloriosa Radio Meneghina. E in quella radio Gigi Pedroli, amico di Tullio, fu accolto con riguardo per dare voce alla sua ispirazione. Che gioia ascoltare le sue composizioni, dettate al suo cuore dalle vecchie osterie raccontate da Luigi Medici, dalla gente umile, dai personaggi caratteristici, protagonisti delle sue canzoni, diffuse in ogni angolo dell’alzaia, della ripa e altrove, dalle case di ringhiera con i cortili a zig zag ad Inverigo, sede del Festival della canzone milanese ideata negli anni 50 da Giovanni D’Anzi. Disse Roberto Buttafava che Gigi le sue canzoni non le scriveva per venderle, ma per se stesso, per farle ascoltare agli amici che con lui si riunivano per divertirsi, per passare una serata in allegria, godendo la sua ironia garbata e la sua genialità di cantautore naif, che amava la gente, Milano, i navigli, di cui conosceva bene le vicende e gli usi e i costumi dei meridionali che abitavano in quelle case fino a quando non impazzirono gli affitti.
Come dimenticare Gigi Pedroli, uomo sottile e alto non soltanto fisicamente, uno sguardo luminoso, capelli radi e bianchi come i baffi.
Le storie di Pedroli

Le sue tracce sono indelebili, profonde. Non restano soltanto le sue opere, che trascinano l’osservatore in un mondo di sogni. “Nessuno potrà prendere il tuo posto nel nostro cuore”, ha scritto Graziana Martin. Cinzia Alibrandi; “Una preghiera per la figura storica del Naviglio”. La notizia della scomparsa dell’icona del Ticinello si è sparsa immediatamente sulle sponde del corso d’acqua, commuovendo tutti i lombardi, e non solo. Ciascuno aveva un ricordo da regalare all’altro, mi ha riferito un amico, che ha partecipato ai funerali. Luca Barbato ha postato su facebook una foto di Gigi con la chitarra in mano, dedicata a Tullio, riandando al Festival Milanocanta, Arca Canora, il “Buschett del Ghino, la Sur e Gio per i navigli e le ore a Radio Meneghina. Sara Basilico lo ha definito una leggenda del Naviglio. Io ho riascoltato le sue storie lombarde, soprattutto “Il cartunista, che andava in giro di notte per raccogliere gli scatoloni che la gente buttava via, a Milano, nonostante i pericoli che quando cala il buio possono presentarsi in una grande città. “L’ho incontrato ad uno sfasciacarrozze con un’automobile tutta a pezzi. Lui cercava un parafango e non voleva spendere nulla…”. Addio, caro Gigi.

Gigi Pedroli


giovedì 12 dicembre 2024

Un bellissimo libro della Celip

UN LUNGO VIAGGIO IN TRAM ALLA SCOPERTA DI MILANO



Tram in via Tommaso Grossi
A bordo di queste vetture si fanno incontri, si discute e si
osservano le bellezze della città. Prefazione di Ferruccio De Bortoli, testi di autori di altissimo libello, immagini di maestri dell’obiettivo: Mario De Biasi ed altri.








FRANCO PRESICCI





Tram colorato in piazza Duomo
Una volta il tram sferragliava anche nella mia città,Taranto: da Solito alla stazione, passando sui due
ponti, di pietra e di ferro. I ragazzini viaggiavano gratis, sul predellino, fino a quando il controllore non li sorprendeva, costringendoli a scendere in corsa. Il binario era unico, con quello di scambio in via di Palma, di fronte al Teatro Odeon, dove chi veniva da un capolinea aspettava l’altro, per proseguire. Arrivava all’arsenale, percorreva via Leonida, svoltava a sinistra, in piazza Ramellini, continuava su via Cesare Battista andava vicino allo Stadio Corvisea. Il birichino prendeva al volo anche la carrozza e si accovacciava nella parte posteriore; il solito giocherellone urlava una frase fatta e il clandestino si beccava un paio di frustrate mentre abbandonava la... postazione. Ma questa è un’altra storia.
Quando giunsi a Milano non sapevo niente della città. La stazione centrale mi sembrò il ventre di una balena d’acciaio e rimasi esterrefatto, abituato a frequentare lo scalo di Taranto per andare a Martina Franca, dove la locomotiva a vapore cambiava binario per collocarsi sulla piattaforma girevole che le faceva cambiare senso di marcia. Tutta lì la mia esperienza ferroviaria.
E c’era il tram, che nella Bimare era scomparso da tempo. Nel capoluogo lombardo ci fu un periodo in cui si discuteva sull’utilità di questo mezzo di trasporto. Scrivevo sullo storico quotidiano “L’Italia” e una sera Graziano Motta, un pilastro del giornale, mi mandò a seguire un dibattito tra l’assessore Crespi e i cittadini: uno di quelli che hanno il peperoncino piccante nella testa, sosteneva che era necessario smantellare i binari, perché secondo lui ostacolavano la circolazione ed erano brutti, Non c’era verso di accorciare la sua tiritera, fino a quando si sentì una voce tonante venire dalle ultime file: “Dobbiamo ascoltare la sua filastrocca o lasciare che anche l’assessore esprima le sue idee?”. Ma anche questa è un’altra storia.
Tram affiancati in via Tommaso Grossi

I tram sono ancora lì che percorrono le vie della città, incrociandosi, affiancandosi, sostando uno accanto all’altro, tagliando quando possono la circolazione, facendo bella mostra di sé, nuovi e vecchi imbellettati come donne anziane che curano ancora la loro bellezza.
Se sono a piedi, io li fotografo con il telefonino agli incroci, alle fermate, durante il tragitto: i tram sono belli a vedersi, dentro e fuori, soprattutto quelli che sembrano appartenere ad altri tempi. Se dovessi contare le ore passate sui tram, seduto o aggrappato alla maniglia, il risultato sarebbe lungo e complicato. Ci salivo, in viale Fulvio Testi, prima della Manifattura Tabacchi, per scendere in piazza Cavour, dove aveva sede il mio giornale, “Il Giorno”, nel Palazzo dell’Informazione. A volte dava un colpo di campanella, altre volte più d’uno, con rabbia, quando qualche automobilista faceva una manovra azzardata.
I miei viaggi in tram erano spesso divertenti. Ascoltavo le conversazioni e frenavo spesso una risata quando sentivo le asinate; per esempio, il giorno in cui una persona non tanto anziana, controfigura di Gèrard Depardieu, disse al vicino che se nel suo giardino appassivano i fiori la colpa era tutta “della bomba tonica”. Una scena poco spassosa fu quella di un vecchietto che voleva convincere il conducente… ad iscriversi alla mafia e arzigogolava sulla formula. Ma la bellezza dell’andare in tram non è solo quella di ascoltare i discorsi della gente, ma quella di vedere la città attraverso i finestrini. Lo dica chi pensa che questa città sia brutta, idea che balla nel capo di chi non la conosce. E’ brutta una giovane che non si trucca perché vuole mantenere genuina la propria bellezza?
Tram ai bastioni di Porta Venezia

E’ brutta quell’altra che non eccede con il rossetto per provare ad essere sensuale? Che non si pompa le labbra come uno pneumatico? Dite, dite pure: la parola è lecita anche se il contenuto è sbagliato. L’ho ammirata tante volte Milano dei tram. Via Manzoni, per esempio, piazza Cordusio, via Torino, piazza della Repubblica, con le sue quattro braccia: Vittorio Veneto, via Montesanto, via Vittor Pisani, via Turati. Sul tram si raccolgono tante storie, come quella del veicolo che a Baggio si rifiutava di avviarsi nonostante i tentativi del conducente, perché aspettava el pret de Ratanà, che stava arrivando “lento pede” e si mosse soltanto quando il reverendo salì e si mise comodo. Sono tanti i motivi per cui amo i tram. Li amo anche perché chi ne ha voglia può godere un tessuto urbano che non ha niente da invidiare ad altre città più elogiate. Per non dire del tram belvedere, dove puoi cenare, conversare e sbirciare la città di notte: il tram atmosfera.
Ed eccomi intraprendere un delizioso viaggio scorrendo le pagine di “Milano in tram, alla scoperta della città”, della Celip di Nicola Partipilo. Si inizia da una veduta notturna di viale Regina Giovanna all’incrocio con corso Buenos Ayres, luogo sacro per l’editore, perché lì, a due passi, aveva la sua famosa libreria, che suscita ancora oggi nostalgia negli ex avventori che passano per viale Tunisia. Un libro delizioso, in cui ogni pagina ha il suo tram: largo Cairoli nei presi del Castello Sforzesco, fra un’esplosione di colori: cespugli arrotondati di un verde punteggiato di ocra; e poi a un tiro di fionda da dal Duomo, superbo con i suoi ricami architettonici e il sagrato pieno di turisti; un altro ancora mentre sfiora l’arco di Porta Ticinese…
Arco di Porta Ticinese

Tanti di questi tratti affascinanti di Milano li offre Marco Partipilo, che come fotografo ha l’occhio magico, e si diverte, passione a parte, a riprendere “gioielli” all’altezza dei bastioni di Porta Venezia, dove qualche secolo addietro c’era il parcheggio delle carrozze.
E’ bravissimo, Marco, ha talento, sensibilità, sa cogliere l’attimo fuggente. Si fa pellegrino di Milano e ovunque scopra un tesoro punta l’obiettivo. Ed eccole in questo stupendo volume le sue foto scattate a Porta Garibaldi con i grattacieli di Gae Aulenti sullo sfondo.
Una passeggiata dai grattacieli al Castello Sforzesco la compie anche Roberta Cordani anche per mostrare ai forestieri angoli nascosti di Milano che i più, per pigrizia o indifferenza, non vedono. Roberta ha occhi di lince e una cultura doviziosa, per cui sa dove andare a cercare. Le sue foto incantano e i suoi testi seducono anche per i dettagli. Ama sorprendere le pedalate sulle piste ciclabili con tetti vegetali, gli archi, i monumenti, i giardini, i laghetti. Oltre ai tram, che scampanellano ad ogmi imprevisto, i palloncini policromi che danzano tenuti dal filo del venditore. Subito dopo alberi di gelsi a baldacchino. Roberta Cordani va dove la portano i suoi sentimenti e le sue conoscenze: una miriade. Altri cacciatori d’immagini fanno di questo volume un tesoro.
Monumento a Garibaldi

Roberta Cordani e Marco Partipilo si ritrovano di fronte alla stazione Cadorna e colgono la scultura “Ago, filo e nodo”. Quante cose si possono ammirare dopo essere scesi dal predellino o passando in tram. E in questo libro eccezionale, arioso, ricco di colori. Tanti tram hanno le fiancate colorate: “murales” come sulle facciate di certe case. Il libro sprigiona gioia. Dev’essere stato gioioso anche per chi lo ha concepito e realizzato. Nella prima pagina uno scritto esemplare di Ferruccio De Bortoli, intitolato “Milano sound”. Nella seconda, Giulia Ghezzi, presidente dell’Atm. Seguono riflessioni della stessa Cordani, Pietro Ichino, Giovanna Mori, Rosa Teruzzi... Titolo “Milano in tram, alla scoperta della città”. La parola viene data anche a due tranvieri, ed era proprio il caso. Sono loro che guidano le vetture, ci sia o no la “scighera” (la nebbia), il sole o la pioggia, la neve, il freddo, l’acqua che deborda dal Seveso o dal Lambro. E quando si snodano i cortei di protesta, che tappano la circolazione fino a quando non si raggrumano in piazza Duomo. Per i tranvieri quelli sono momenti delicati e sicuramente qualcuno di loro sogna di essere mandato alla guida dei treni del metrò.
Tram in via Dante

Per me il tram è una platea che consente di godere,lo spettacolo di questa grande, bella città, che è Milano. Soprattutto oggi, con i giardini pensili, i grattacieli con la parte superiore a punta come la bocca del pesce-spada, Affascina anche l’interno dei depositi, con tutti quei binari che s’intersecano per far posto ad ogni tram a riposoa. Come sarebbe Milano senza tram? Non me lo immagino., Ho sempre viaggiato in tram. Ricordo l’1”, quando aveva il capolinea in viale Lunigiana; il “2”, quando aveva la fermata in viale Fulvio Testi all’incrocio con la via che porta alla Bicocca; il “5”, che mi portava in viale Tunisia alla libreria di Nicola Partipilo. A proposito, glielo hanno dato l’Ambrogino d’oro per i meriti acquisiti come editore di straordinari volumi su Milano, la città con il cuore in mano? Lui ha il cuore d’oro, oltre all’intelligenza, la sensibilità, l’amore per la città del Porta, che conosce come pochi. Conosce anche il dialetto, ma non lo usa per pudore, e anche per non confondersi con quei pugliesi che vogliono farsi passare per meneghini..

(Le foto sono di Marco Partipilo)

mercoledì 4 dicembre 2024

Un grande presepista tarantino

LUCIANO MAZZARANO RACCONTA LA SUA VITA




Luciano Mazzarano
Aveva 15 anni quando realizzò la sua prima rappresentazione
sacra. E seguiva il padre, che montava la sua cassarmonica nei paesi della Calabria, della Basilicata, della Puglia. Poi il chiosco lo fece in scala di 85 centimetri.






FRANCO PRESICCI




Mancano pochi giorni a Natale. La gente ovunque si prepara ad erigere l’albero di Natale o ad allestire il presepe o entrambi, affollando i negozi per fornirsi di palle colorate, nastri argentei, pacchettini ornamentali, luci, statuine di ogni dimensione, granelli verdi o bianchi che simulano la neve o l’erba, alberelli, casette, pezzi di sughero o sacchettini di gesso… Noi ogni anno andiamo a cercare i fabbricanti professionisti non soltanto per immergerci nell’atmosfera della festa.
La chiesa del Carmine in mostra

E ci vengono inevitabilmente in mente i tempi di una volta, quando la nonna friggeva in cucina le pettole, mentre il mio papà collocava carta di giornale impregnata di argilla quasi liquida per ricoprire lo scheletro di legno del presepe e il nonno, a noi nipoti seduti con lui attorno al braciere, raccontava storie della Befana, che già allora era vecchia e stanca; e di Gesù Bambino, che stava per nascere come da tradizione in una grotta spoglia e gelida, fra pastori e pecorelle, uomini genuflessi con il berretto in mano, qualche zampognaro e più in là il guardastelle.
Queste riflessioni le ho confessate a Luciano Mazzarano, figlio del cavalier Antonio, deceduto a 105 nel 2016. Padre di sei figli, era famoso e apprezzato anche fuori i limiti di Taranto come autore di eccellenti rappresentazioni sacre. Me lo fece conoscere – avevo vent’anni – il professor Raffaele D’Addario, un gentiluomo che dopo aver lavorato come scenografo a Cinecittà era tornato nella Bimare ad insegnare disegno nelle scuole, credo alla “Maria Pia” di via Dante, angolo via Aristosseno. Anche D’Addario faceva presepi, che metteva in vetrina nel negozio del padre in via D’Aquino, quasi all’angolo con piazza Maria Immacolata e di fronte al negozio il cui titolate aveva il figlio che recitava con Emma Gramatica.
“Vieni, ti voglio far conoscere una persona che ti piacerà”. Ed eccomi in via Principe Amedeo vicino al Palazzo del Governo, di fronte a un signore dall’espressione severa, che suscitava un po’ di imbarazzo. Ci mostrò un presepe già pronto per essere trasferito in una casa privata e caverne, casette con i tetti innevati, strutture da completare. Quell’uomo mi rimase impresso e sulla via del ritorno, quasi sotto casa di Raffaele in via Cataldo Nitti, mi venne l’idea di cimentarmi con un paesaggio così ricco di elementi. ma ritenni che fosse impresa difficile per un giovane volenteroso ma inesperto. Il presepe è arte, magia, spettacolo, scenografia, bellezza, luce disposta convenientemente. Il presepe emana fascino, incanta, trascina. Ne ho visti, al Museo di Dalmine e li ho visti a Taranto, a Napoli, a Lecce, a Cantù in cascine in miniatura con pomodori appesi alle ringhiere e braccianti al lavoro.
La chiesa di San Domenico

Comunque D’Addario, uomo generoso e disponibile, che aveva una stanza tutta adibita alla sua passione, mi regalò qualche prezioso consiglio, utile per il mio lavoro di cronista alle prime armi, di navigatore curioso nel mondo incantato dei presepi. E mi fece assistere alla trasformazione di una scatola di cartone in presepe con lo sfondo ricavato da un ritaglio di carta celeste a mo’ di cielo.
Torno indietro da Luciano Mazzarano, 81 anni, pronto a inondarmi di aneddoti che hanno costellato la sua biografia: realizzò la sua prima opera quando di anni ne aveva 15. Quel lavoro non era un presepe ma una cassarmonica in scala di 85 centimetri, illuminata e con gli orchestrali nell’atto di dar fiato agli strumenti. Questo chiosco Luciano lo conosceva bene, perché all’epoca il padre ne possedeva uno vero, che con il suo aiuto e quello degli altri figli, smontava e rimontava alle feste in Calabria, Basilicata e nella stessa Puglia. “A quei tempi stavano i ‘traìni’ tirati dai cavalli”, aggiunge Luciano, che seguiva il padre provvedendo all’illuminazione, fatta collocando sotto la cassarmonica i gasometri alimentati con il carburo e il gas che usciva dagli ugelli…”.
Nel 1948 il negozio era nella città vecchia, in via Duomo, allora ricca di esercizi di ogni tipo (il vecchio orologiaio, il salumiere, il merciaio, il figulo che vendeva “perdùne”, trulli, piccoli arredi presepiali…). Poi, negli anni 60, traslocò in via Principe Amedeo, nel borgo nuovo. E lì i tarantini, e non solo loro, appena si cominciava a respirare aria di Natale, andavano ad acquistare ciò che serviva per mettere su il presepe, compreso sughero, figure di due centimetri di altezza, prevalentemente donne in tunica bianca, angeli.... E anche botti, sedili rustici, vasi in terracotta. C’era chi i fichidindia se li confezionava da sé con i semi di zucca (“le spassatìembe” nel nostro vernacolo) e i chicchi di riso pitturati in rosso, giallo, bianco.
Particolare della chiesa di San Domenico

Quando giravano per i paesi ad innalzare la cassarmonica nelle piazze presero a dedicarsi ai presepi e ad esporli alle gare del settore, riscuotendo premi. Luciano costruiva anche le casette e le illuminava in modo che da ogni finestra, da ogni porta uscisse la luce, era un maestro. E tra altre opere riprodusse la Torre Eiffel, un vascello e tutto ciò che gli veniva in mente. Intanto diventava grande e nelle ore non giocava più in strada a “mauè’ zò zò” a “’u cinq’e mmìenze” e a “levòrie”, gioco in uso anche tra i giovani di Taranto vecchia, come mostrano alcune preziose foto d’epoca della collezione di Nicola Giudetti.
Stimolo Luciano a indicarmi anche altri aspetti della sua attività e lui mi descrive la chiesa del Carmine, da dove escono i Misteri a Pasqua e quella di San Domenico, da cui confratelli, “nazzecanne”, portano fuori l’Addolorata., “Andavo a scuola il mattino e il pomeriggio facevo il garzone nell’officina di un fabbro, che anziché pargarmi si faceva pagare.”, aggiunge allegramente Luciano, che ama i dettagli che fanno risaltare meglio ciò che dice. Nel ‘59 entrò all’Italsider, perché era caduto due volte dalla cupola della cassarmonica e voleva evitare altri pericoli. Nell’acciaieria era addetto alle riparazioni e da elettricista ed elettromeccanico veniva chiamato ovunque occorresse la sua esperienza; ed era talmente bravo che fu nominato capoturno.
Ancora i presepi. “Non avevo smesso di farli: preparavamo lo scheletro di legno, lo rivestivamo con la carta roccia e il sughero, arricchendolo con le cascate, i ponti, i luoghi del lavoro, la lavandaia, perché il presepe è splendore. acqua, fuoco, elementi che hanno tutti un significato. Abbiano creato presepi nell’ingresso del Palazzo di Città, a San Pasquale e in altri templi”. Mazzarano Michele, suo zio, faceva l’addobbo nelle chiese.
La cassarmonica

La cassarmonica sotto la campana di vetro 

In casa tutti i fratelli e la mamma seguivano Antonio alla novena: avevano il Bambino a grandezza naturale, che prima fu portato nella chiesa della Sanità , a Tàrde vècchie”, e poi nella chiesa del Carmine. Gli domando: “Il giorno di Natale a pranzo nascondevate la letterina sotto il piatto di papà?”. “Sìne, ma nog’ère ‘na lèttere, ma ‘nu fuègghie accum’era ère”.
Luciano è simpatico: anche perché con gli amici e i parenti parla il dialetto, con gli estranei no. Il suo è un dialetto naturale, con tutte le sue armonie, i suoi toni e chi ama il dialetto come me lo ascolta con piacere. E’ l’unico della famiglia che parla il dialetto. Beato lui! Come posso parlarlo io, che vivo tra i meneghini orgogliosi di esserlo. Ma quando posso mi lascio andare, perché, come dissi una volta a Francesco Lenoci, il dialetto “jè ‘a zòche ca me tène strìtt’a Tarde”. Nelle mie rimpatriate, per dovere e per amore, vado a far visita a Mar Piccolo e ad ascoltare parole come “sannacchiutere”, “iavatùne”, “travàggjie”, “’mbòte”, “ficchetemmìenze” come escono dalle labbra screpolàte de le pesciauèle”. Lo dico a Luciano, ma la lontananza fa perdere la voce nel telefono.
Luciano è nato in via De Cesare 57, dove una volta c’era la libreria del cavalier Antonio Mandese, che riceveva Riccardo Bacchelli, Raphael Alberti e tante altre personalità. Oggi abita in periferia al quinto piano di un palazzo che gli consente di vedere e ammirare i paesi del circondario. Tiene a dire che sta ad est, dove sorge il sole. Fa ancora presepi? “No, mi limito a realizzare casette da cui la luce filtra da ogni apertura…”.
Riproduzione del ponte girevole

Ecco la storia di un uomo che ha trascorso la vita lavorando: allestendo la cassarmonica, riproducendola in scala, facendo il garzone da un fabbro, costruendo presepi anche con effetti speciali, con anfore e boccali, rustici con stalle, fienili, mulini, scale, pagliai, taverne, tegole, sentieri in discesa, ringhiere di legno con panni sparsi al sole. E Gesù, San Giuseppe, la Madonna, il bue e l’asinello al gelo in una grotta.
Mi viene la tentazione di chiedergli un po’ di storia del presepe, come e quando è nato a Taranto e nei paesi vicini, dove il Natale è ancora molto sentito e onorato. Ma si è fatto tardi. E non posso neppure chiedergli che cosa pensi delle rappresentazioni di carta o cartone eseguiti negli ultimi anni da Raffaele D’Addario, grande estimatore della dinastia dei Mazzarano.

mercoledì 27 novembre 2024

E’ morto il giornalista Gino Morrone

IL PILOTA DELLA CRONACA DEL QUOTIDIANO “IL GIORNO"


Gino Morrone
Quando andò in pensione animò il Circolo “De Amicis”, con
serate di altissimo livello culturale e scrisse libri. Al giornale inventò le pagine locali e creò un clima di armonia.










FRANCO PRESICCI






Se n’è andato Gino Morrone, già capocronista del quotidiano “Il Giorno” ai tempi di piazza Cavour. La notizia l’ha data su “La Voce dei Giornalisti, che dirige, Giuseppe Gallizzi, che fu capo redattore centrale de “Il Corriere della Sera” e presidente del Circolo della Stampa, incarico tenuto, negli anni 50, da Ferruccio Lanfranchi.
Gino Morrone

Morrone, che tutti chiamavamo Gino, era nato in San Giovanni in Fiore, in Calabria, e aveva 86 anni. Giornalista di ottima stoffa, venne a Milano nei primi anni 60 con Franco Abruzzo (che diventerà presidente dell’Ordine giornalisti lombardi) e prese alloggio in via Fatebenefratelli, in un locale al primo pano dello stabile che ospita il ristorante “La Tavernetta da Elio”, dove andava spesso Indro Montanelli, qualche volta in compagnia di Gaetano Afeltra, suo amico, l’uno di Fucecchio e l’altro di Amalfi.
Gino fu per anni alla guida della cronaca del “Giorno”, una redazione affiatata, entusiasta, solerte, dove non si guardava mai all’orologio soprattutto se c’era una notizia da irrorare. Gino si muoveva a passi felpati, non faceva mai rumore, dava suggerimenti, con delicatezza, incoraggiava, difendeva a spada tratta i suoi collaboratori da stilettate immeritate, sapendo che il più delle volte erano inferte da malelingue irrefrenabili.
Il suo passato di cronista era brillante: era in ferie e si trovava nella caserma dei carabinieri quando captò la notizia della bomba in piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, alla Banca Nazionale di Agricoltura, e fu il primo ad arrivare: la città tremava, caduta nell’angoscia, a terra i morti e i feriti tramortiti, il pianto, la disperazione dei parenti, il buco sul pavimento che rimarrà emblema dell’orrore. Il luogo affollato di polizia e carabinieri, che cercavano testimoni da ascoltare, la piazza gremita di gente attonita. Gino telefonò al giornale, mettendosi subito a mietere particolari.
Era un maestro nel mestiere, sapeva come muoversi e dove andare a piluccare. Aveva amici e “trombettieri” dappertutto. Aveva fiuto ed abilità, comprensione per gli errori degli altri: se da capocronista un collega era in ritardo, trovava sempre il modo per rimediare, senza appendere il muso o esplodere.
Gino Morrone in una cerimonia

Quando seguii il delitto del catamarano da Ancona a Tunisi un fabbricatore di pettegolezzi gli soffiò che avevo visto troppi film americani: in Italia non c’era la guardia costiera, ma la capitaneria di porto: Gino non si scompose, tirò fuori dal cassetto una rivista del Corpo con il titolo contestato e senza scomporsi, lo gelò: “Te la regalo”. Se c’era da sostenere un collega anche davanti al direttore, non esitava a chiarire, spiegare, precisare. Era umano, generoso, rispettoso. Mi viene in mente un vecchio episodio: eravamo arrivati da poco a Milano: io lavoravo un una piccola azienda che mi pagava ad ogni morte di Papa; poi passai ad un’altra, che mi fece stendere biografie di personaggi e alla fine del mese mi comunicò che non c’erano più soldi. Era questa la mia situazione economica, quando una sera m’incontrai con Gino Morrone nei pressi della Scala. Volevo comprare un mazzo di fiori per il compleanno di mia moglie, ma le mie tasche piangevano. Gino, che non navigava nell’oro neppure lui, da una parola intuì e mi disse: “Ci sono io”. Non ho mai dimenticato quel gesto.
Il direttore Rizzi, Morrone, il questore Fariello

Gino veniva spesso a farmi visita in via Lorenteggio., dove ho abitato fino al ‘64. Una volta addirittura a piedi da piazza Cordusio. Non parlava molto, ma sapeva ascoltare. Un’altra volta eravamo in compagnia di un cronista colmo di fede, arrabbiato contro un prete che aveva detto a un comunista “Cerchiamo la verità insieme”. Gino cercava sempre il dialogo (“costruisce, arricchisce, fa crescere”) e anche quella volta tentò di dire pacatamente la sua, da socialista, ma l’interlocutore era talmente infuriato da non considerare idea diversa dalla propria. Finimmo davanti a un manifesto del Teatro Gerolamo che annunciava la messa in scena del “Barchett de Boffalora” di Cletto Arrighi, il collega infervorato, amante di teatro, si placò e cambiò discorso.
Con Gino ho lavorato benissimo. Una sera venne da me leggendo un mio pezzo su un bambino dodicenne che spostava i mobili con il pensiero (almeno così mi era sembrato in una notte trascorsa in casa del ragazzino con il fotografo Dante Federici, vedendo volare riviste, monili, sedie): “Se permetti, ci aggiungerei: ‘Se c’erano trucchi, io non li ho visti’”. Una prudenza che mi avrebbe salvato da sorrisi caustici. Invece... Mi chiamò a Rai1 Piero Badaloni per raccontare l’esperienza e Michele Santoro mandò a Milano il vaticanista Giuseppe De Carli per “Samarcanda”.
Gino Morrone
Gino Morrone era uomo delicato, sensibile, rispettoso e mi disse:. “Non ti curar di lor… La cronaca è seguita e apprezzata questo basta”. Tra quelli che ci incoraggiavano erano Gian Maria Gazzaniga, Franco Giannantoni, Mario Zoppelli…
Io frequentavo spesso ovviamente per lavoro il Lorenteggio, dove in una via si sviluppava un grosso mercato di droga. Parlavo con la gente, mi nascondevo dietro una persiana di un alloggio per osservare il traffico; e una mattina Gino mi domandò: “Ti senti sicuro? Guarda che non vale la pena di rischiare”. “Chi è impegnato nella nera rischia sempre, Gino, lo sai meglio di me”. Sorrise e mi battè una mano sulla spalla.
Quando il direttore Antonio Baroni mi chiese di fare un servizio su come nasce “Il Giorno” per il suo “Milanese”, il settimanale fondato da Arnoldo Mondadori e poi naufragato, intervistai Afeltra, Aldo Catalani, Angelo Rozzoni, Giuliano Gramigna, Renzo Dall’Ara, Ugo Ronfani, uomo dalla cultura immensa… ma tirar fuori uno scampolo della sua storia a Gino Morrone fu impresa dura. Si limitò a descrivere in brevi tratti il suo lavoro, avendo come collaboratore il bravissimo Aldo Catalani, che era stato, con me e Gino, a “L’Italia”, storico quotidiano cattolico diventato “Avvenire”.
Ho smaltito parecchie notti nelle bische clandestine all’aperto: all’Arena, in via Palmanova, piazza Tirana (ora trasformata in giardino con fontane e altri arredi, senza più gli urli dei biscazzieri dalle 14 alle 6 del giorno dopo); e quando il mattino dopo leggeva il mio articolo non mancava di raccomandarmi di stare attento. E non mi lesinava mai lo spazio, con tanto di foto. Una scattata da me dalla camera da letto di un abitante, stufo degli schiamazzi notturni.
Gerosa, Morrone, sindaco Tognoli

E’ stato un piacere e un divertimento lavorare con Gino Morrone, che tra l’altro era stato l’inventore delle pagine locali del giornale. Aveva testa, passione, amore per il giornale. Per un lungo periodo ebbe come vice Giulio Giuzzi, che arrivava da ’”Avvenire” carico di esperienza e di dinamismo. Giulio era anche un buontempone, sempre sereno, mai rabbuiato, concreto, intelligente. Una bella coppia: in chimica si chiama composto, come ci hanno insegnato al liceo. Era una cronaca appetita: molti volevano venirci. Tra l’altro l’aria che vi si respirava era salubre. C’era spirito d’iniziativa, di collaborazione, di amicizia. I colleghi tutti bravi, tutti uno per l’altro. Dopo la tragedia di Stava uno dei nostri rientrò senza la foto della vittima di cui si stava occupando. Aveva sudato sette camice per trovarla, ma non ce l’aveva fatta. Senza dire una parola, qualcuno avvicinò il parroco della chiesa del quartiere e quello interpellando i fedeli, pescò l’immagine desiderata. Altri avrebbero fatto lo stesso.
Era Gino l’esempio: era lui che alimentava la concordia. Ho amato la cronaca, ho voluto bene a Gino. Quando capì che desideravo seguire la Stramilano non aspettò che glielo chiedessi. Dava a tutti la possibilità di coltivare al meglio il proprio orto e anche di uscire dal seminato.
Quando scatto il momento di andare in pensione era amareggiato. “Non andrò a sedermi su una panchina del parco a leggere il giornale”. Infatti cominciò un’altra vita: accettò l’incarico di direttore della rivista “Lettera” fondata da Ferruccio Parri, edita dalla Federazione italiana associazione partigiane; animò la vita sociale del Circolo De Amicis, organizzando serate culturali di altissimo livello... Ha scritto anche libri, uno, “Grazie, Iso, dall’Ossola a Palazzo Marino, a Montecitorio”, dedicato ad Aldo Aniasi).
Morrone, Presicci, Rizza, Pizzo

No, non si è seduto sotto i giganteschi alberi dei Giardini Pubblici, non se n’è andato a spasso per le vie di Milano. Ha ripreso a lavorare e a produrre. Lo incontrai a volte all’Associazione lombarda giornalisti di via Montesano e in corso Venezia, dove si svolgevano le votazioni della nostra categoria e ci abbracciammo, ricordando le ore del “Giorno”, in via Fava, in piazza Cavour; i direttori Lino Rizzi, Guglielmo Zucconi...
Le persone come Gino non si dimenticano, restano sempre nel cuore di chi ha saputo apprezzarle. E proprio Gallizzi lo ha ricordato, definendolo giornalista di razza e grande capocronista del quotidiano “Il Giorno”. E il collega Mario Consani: “Noi cronisti potremmo scrivere pagine e pagine su di lui, sui nostri ricordi, sul suo modo di rapportarsi con noi. Mi ricordo il mio primo giorno di lavoro con una stretta di mano, una battuta e il giro della redazione per presentarmi…”. In questa redazione c’erano segugi come Piero Lotito. Giorgio Guaiti, Nino Russo, Nino Gorio, Luciano Pizzo, Carlo De Barberis, Marinella Rossi, Luisella Seveso, Luigi Ferrarella, Giancarlo Rizza, Franco Bozzetti, Antonio Scialoia, Giancarlo Botti…, il drappello di cronisti del quotidiano di via Fava e poi di piazza Cavour, che vantava un pilota come Gino Morrone.

La cronaca:  Morrone al centro con il sindaco Tognoli

mercoledì 20 novembre 2024

Su Foto Taranto com’era

LE IMMAGINI DI DE FLORIO RACCONTANO LA CITTA’




Antonio De Florio oggi
L’autore si apposta come un cacciatore e aspetta la luce giusta
per lo scatto. Rende la bellezza della Bimare, la esalta. E’ regista sapiente di video con musiche che toccano il cuore.










FRANCO PRESICCI




E’ il pellegrino di Puglia. In ogni momento libero mette in tasca il suo obiettivo e se ne va in giro per la città a cogliere gli aspetti più belli nelle condizioni di luce più magiche.
Un angolo di Taranto Vecchia
Ha cominciato a scarpinare per Taranto, percorrendo San Vito, il ponte di ferro, piazza Fontana; a puntare il mirino più volte sulla Torre dell’Orologio, sulla scogliera, sulla ringhiera, sul Castello, soffermandosi “’ngàt’a duàne d’u pèsce”, “ ‘mbàcce a le lambàre”, che danzano con la musica del Mar Piccolo, non trascurando “le parànze”, il locale che ospitava il famoso ristorante “Pesce Fritto”, meta di tarantini e forestieri; la rivendita di cozze, “caùre”, “nuce”, cacasanghe”, “scorfane”, “gàmmare” e ”angidde” de “Cicce ‘u gnùre”, personaggio mai dimentcato.
So parlando di Antonio De Florio, comandante del sito su facebook di “Foto Taranto com’era”, è nato con il contrassegno della Bimare stampato sulla fronte. Taranto ce l’ha nel sangue, nell’anima, nel cuore, nei pensieri. Taranto è per lui la casa, il rifugio, l’oasi. Taranto per Antonio De Florio è amore, calore, abbraccio. Non c’è avvenimento, laico o religioso, che non lo veda impalato con il suo occhio nel miracoloso strumento che immortala uomini e cose. E’ un artista sensibile nel catturare ciò scruta: processioni, bande, angoli riposti, a volte sconosciuti, sopravvivenze archeologiche, vie storiche, targhe dedicati a uomini illustri, monumenti… E’ un cacciatore d’immagini. E come il cacciatore si apposta in un’uccellanda in attesa dell’uccello di passo, lui aspetta pazientemente la luce che più gli aggrada per fare lo scatto. E su facebook ammiriamo i suoi prodigi fotografici e quei video che ci lasciano incantati, anche grazie alle musiche che accompagnano le vedute.
Ho conosciuto tante delizie della mia città, grazie a questo esploratore mai stanco, viandante curioso e attento, legato alla sua città come l’ostrica allo scoglio. Le sue foto mi emozionano, mi esaltano, mi arricchiscono, mi fanno immaginare i luoghi dove la mia Taranto non c’è più: il vecchio sentiero che dai Salesiani andava adagio adagio alla scogliera è nascosto sotto le nuove costruzioni che Antonio riprende, scrivendo nelle didascalie che lì una volta c’era questo e c’era quello. De Florio sa tutto di Taranto, di quella di una volta e di quella moderna.
Antonio De Florio in piazza Fontana

Il borgo antico per lui non ha segreti. Lì s’incontra con gli amici, fa loro da guida, spiega, racconta, illustra, osserva, ricorda. Forse anche Alfredo Nunziato Marturano, poeta ed etnologo, amico di Rohlf, nei suoi giri per Taranto vecchia ascoltava dalle labbra screpolate dei pescatori, intenti a ricucire le reti, i suoni del dialetto, che ritrovavo inei suoi versi e in quelli di Diego Marturano, Alfredo Lucifero Petrosillo (“‘U travàgghie d’u màre”, poema che coinvolge, trascina, fa palpitare il cuore). Taranto vecchia per me è sacra, e tale è sicuramente per Antonio De Florio, che vi trascorre ore preziose sul ponte di pietra o sulla discesa di San Domenico, “indr’a le strìttele”, “le vichele” che hanno perduto un po’ del loro contenuto: negozi e negozietti, saloni di barbiere, ‘u buggegattele” dell’orologiaio, il locale pieno “de perdùne” e di statuine della Settimana Santa… C’è Nicola Giudetti, pittore e raccoglitore di oggetti detla città di una volta (forme di calzolaio, macinini del caffè, bracieri, bilance, “vummìle”, “strecatùre”, valve di “parecedde”…), che tra l’altro attraggono l’attenzione dei tanti turisti, affascinati dal linguaggio del simpaticissimo Nicola tra il vernacolo e un italiano originale, reinventato. Nicola è il re della città vecchia. Con sede in via Duomo, dove confeziona anche le processioni dei Misteri in terracotta e dipinge la città vecchia con amore. Questo laboratorio, ormai noto nel mondo, è un’altra meta di De Florio, che ha ritratto Nicola in ogni modo, puntando l’obiettivo anche sull’ingresso di quella specie di museo.
Facciata di uno stabile di Taranto vecchia
Seguo molto “Foto Taranto com’era”. Contemplo le foto di piazza della Vitoria, dove De Florio scatta nascosto tra il pubblico in occasione delle feste della Marina e di altre. Non lo si vede mai nei video elaborati dagli altri: lui è discreto, riservato, non si esibisce accodandosi alle autorità, non è mai in primo piano, eppure rende appieno il senso delle cerimonie. Durante una solennità ho cercato d’intercettarlo, di vederlo spuntare da qualche parte, ma era acquartierato chissà dove. Ho poi ammirato i suoi video e le sue immagini.
Adesso vedo in “Taranto com’era” anche foto realizzate da amici del gruppo a Massafra, a Manduria, a Sava, a Martina Franca, a Grottaglie, a Ceglie Messapica, a Lizzano, oltre alle vedute “imprigionate” da lui stesso e cartoline d’epoca… E vedo le sue riprese delle gare ciclistiche, l’arrivo della Milano Taranto, che io ventenne applaudivo al lungomare e qualche volta all’arrivo esaltante al Palazzo del Governo di fronte alla rotonda. Antonio dovrebbe allestire un’esposizione in una sede prestigiosa, magari il Castello Aragonese, per mostrarle a chi non va sul suo sito, che conta migliaia di soci. Mi affascinano, le foto di Antonio De Florio, comprese quelle scattate “quànne pònn’u sòle”, con quella policromia che lascia estasiati.
Il municipio in piazza Castello

Le foto di De Florio fanno storia. Lui non ne parla, è restio. Quando al telefono lo estorto ad esporre i suoi “quadretti” lui nicchia. Insisto e lui tace o devia il discorso. Posta le sue foto su facebook per documentare le bellezze della città. Antonio ama le linee architettoniche delle masserie. “La Valle d’Itria spaziosa senza spreco e fiabesca con quei birilli che contrabbandano case, ha fatto esclamare più volte da un terrazzo di Locorotondo: ma questa è la patria di Andersen”, scrive Giuseppe Cassieri in “Radici di Puglia” … “un Andersen mediterraneo, transadriatico, con più balenanti misteri”.
Andando per i tratturi della Valle, Antonio De Florio guarda, medita, contempla, s’inebria e sceglie gli elementi da riprendere: case incappucciate, ulivi saraceni, vigneti, aratri, covoni, stoppie giallastre… tutto baciato dal sole o dalla notte, che illumina le crespe del mre. Un paesaggio incantevole, gioioso, da sogno; che ti entra nel cuore. C’è sentimento, nelle foto di Antonio De Florio. Lui la foto la vive.
Monumento vicino al Ponte girevole
Lo seducono la campagna, il mare, il suo mare, il nostro mare, quello della città che ha accolto i nostri primi respiri; il mare di Taranto, il Piccolo e il Grande, legati dal canale navigabile. Ama sorprendere i personaggi caratteristici, e gli attrezzi dei pescatori: le nasse, le reti sparse sul pontile, e le navi da cui sbarcano il pesce. Adora il dialetto, le musiche più belle, fatate, che fanno da sottofondo ai suoi video. Adesso riceve foto apprezzabili dall’esercito di amici che vanta su facebook e le sistema, con le sue, su “Foto Tarato com’era”. Anche quelle foto raccontano la città, vista da diverse angolazioni.
Antonio ha passato una vita tra camere oscure e scatti. Aveva 13 anni quando entrò nel laboratorio di Mario Oliva in via Anfiteatro (abitava in via Nettuno a pianterreno in una casa con loggetta con vista sulla strada. Quando andava a fotografare i matrimoni il “maestro” consegnava ad Antonio una borsa e gli diceva: Quànne passe quìdde c’u piattòne pìgghie e mìette gnindre”, e si portavano a casa una buona parte di dolci, facendo festa con la propria famiglia. Per lo sviluppo andava da De Siati, uno dei migliori fotografi tarantini di allora (anni 60”) e aveva le dita marrone per l’ipoclorito, usato appunto per quel procedimento.
De Florio militare a Treviso
Ne ha, di ricordi. “Il gestore del circolo dei marinai, in via Di Palma, sviluppava tutti i negativi, prevalentemente di donne in costume da bagno (allora una novità), che gli portavano “le marenàre”. I “fororeporter” andavano invece da Mario Oliva e mentre le pellicole passavano da una bacinella all’altra, spifferavano storie di amori fioriti e dissolti in un lampo.
Poi Antonio fece un concorso in arsenale e risultò 130esimo. E prese la via dell’Istituto Righi per il diploma di perito industriale. Andò militare a Treviso; dal ‘71 al 2004 all’Italsider, in pensione da “quadro” aziendale. Non chiuse con il lavoro: andò avanti tra lavoro e fotografia. Da sempre ricercatore scrupoloso, ha anche esplorato la storia di Taranto. Ha conosciuto bene figure particolari come Marche Poll, ha letto i testi più importanti sulle vicende della Bimare, vive la città ogni giorno, con il telefonino o con la macchina fotografica accesi. Ha un archivio ricchissimo e ordinato anche di poesie dialettali, da Diego Marturano a Diego Fedele, da Alfredo Nunziato Maiorano a Claudio Cuia, a Nerio Tebano, ad Alfredo Lucifero Petrosillo, ad Arturo Caforio... Fai un nome e lui ti declama un verso. Se non un’intera poesia.