Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 27 novembre 2024

E’ morto il giornalista Gino Morrone

IL PILOTA DELLA CRONACA DEL QUOTIDIANO “IL GIORNO"


Gino Morrone
Quando andò in pensione animò il Circolo “De Amicis”, con
serate di altissimo livello culturale e scrisse libri. Al giornale inventò le pagine locali e creò un clima di armonia.










FRANCO PRESICCI






Se n’è andato Gino Morrone, già capocronista del quotidiano “Il Giorno” ai tempi di piazza Cavour. La notizia l’ha data su “La Voce dei Giornalisti, che dirige, Giuseppe Gallizzi, che fu capo redattore centrale de “Il Corriere della Sera” e presidente del Circolo della Stampa, incarico tenuto, negli anni 50, da Ferruccio Lanfranchi.
Gino Morrone

Morrone, che tutti chiamavamo Gino, era nato in San Giovanni in Fiore, in Calabria, e aveva 86 anni. Giornalista di ottima stoffa, venne a Milano nei primi anni 60 con Franco Abruzzo (che diventerà presidente dell’Ordine giornalisti lombardi) e prese alloggio in via Fatebenefratelli, in un locale al primo pano dello stabile che ospita il ristorante “La Tavernetta da Elio”, dove andava spesso Indro Montanelli, qualche volta in compagnia di Gaetano Afeltra, suo amico, l’uno di Fucecchio e l’altro di Amalfi.
Gino fu per anni alla guida della cronaca del “Giorno”, una redazione affiatata, entusiasta, solerte, dove non si guardava mai all’orologio soprattutto se c’era una notizia da irrorare. Gino si muoveva a passi felpati, non faceva mai rumore, dava suggerimenti, con delicatezza, incoraggiava, difendeva a spada tratta i suoi collaboratori da stilettate immeritate, sapendo che il più delle volte erano inferte da malelingue irrefrenabili.
Il suo passato di cronista era brillante: era in ferie e si trovava nella caserma dei carabinieri quando captò la notizia della bomba in piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, alla Banca Nazionale di Agricoltura, e fu il primo ad arrivare: la città tremava, caduta nell’angoscia, a terra i morti e i feriti tramortiti, il pianto, la disperazione dei parenti, il buco sul pavimento che rimarrà emblema dell’orrore. Il luogo affollato di polizia e carabinieri, che cercavano testimoni da ascoltare, la piazza gremita di gente attonita. Gino telefonò al giornale, mettendosi subito a mietere particolari.
Era un maestro nel mestiere, sapeva come muoversi e dove andare a piluccare. Aveva amici e “trombettieri” dappertutto. Aveva fiuto ed abilità, comprensione per gli errori degli altri: se da capocronista un collega era in ritardo, trovava sempre il modo per rimediare, senza appendere il muso o esplodere.
Gino Morrone in una cerimonia

Quando seguii il delitto del catamarano da Ancona a Tunisi un fabbricatore di pettegolezzi gli soffiò che avevo visto troppi film americani: in Italia non c’era la guardia costiera, ma la capitaneria di porto: Gino non si scompose, tirò fuori dal cassetto una rivista del Corpo con il titolo contestato e senza scomporsi, lo gelò: “Te la regalo”. Se c’era da sostenere un collega anche davanti al direttore, non esitava a chiarire, spiegare, precisare. Era umano, generoso, rispettoso. Mi viene in mente un vecchio episodio: eravamo arrivati da poco a Milano: io lavoravo un una piccola azienda che mi pagava ad ogni morte di Papa; poi passai ad un’altra, che mi fece stendere biografie di personaggi e alla fine del mese mi comunicò che non c’erano più soldi. Era questa la mia situazione economica, quando una sera m’incontrai con Gino Morrone nei pressi della Scala. Volevo comprare un mazzo di fiori per il compleanno di mia moglie, ma le mie tasche piangevano. Gino, che non navigava nell’oro neppure lui, da una parola intuì e mi disse: “Ci sono io”. Non ho mai dimenticato quel gesto.
Il direttore Rizzi, Morrone, il questore Fariello

Gino veniva spesso a farmi visita in via Lorenteggio., dove ho abitato fino al ‘64. Una volta addirittura a piedi da piazza Cordusio. Non parlava molto, ma sapeva ascoltare. Un’altra volta eravamo in compagnia di un cronista colmo di fede, arrabbiato contro un prete che aveva detto a un comunista “Cerchiamo la verità insieme”. Gino cercava sempre il dialogo (“costruisce, arricchisce, fa crescere”) e anche quella volta tentò di dire pacatamente la sua, da socialista, ma l’interlocutore era talmente infuriato da non considerare idea diversa dalla propria. Finimmo davanti a un manifesto del Teatro Gerolamo che annunciava la messa in scena del “Barchett de Boffalora” di Cletto Arrighi, il collega infervorato, amante di teatro, si placò e cambiò discorso.
Con Gino ho lavorato benissimo. Una sera venne da me leggendo un mio pezzo su un bambino dodicenne che spostava i mobili con il pensiero (almeno così mi era sembrato in una notte trascorsa in casa del ragazzino con il fotografo Dante Federici, vedendo volare riviste, monili, sedie): “Se permetti, ci aggiungerei: ‘Se c’erano trucchi, io non li ho visti’”. Una prudenza che mi avrebbe salvato da sorrisi caustici. Invece... Mi chiamò a Rai1 Piero Badaloni per raccontare l’esperienza e Michele Santoro mandò a Milano il vaticanista Giuseppe De Carli per “Samarcanda”.
Gino Morrone
Gino Morrone era uomo delicato, sensibile, rispettoso e mi disse:. “Non ti curar di lor… La cronaca è seguita e apprezzata questo basta”. Tra quelli che ci incoraggiavano erano Gian Maria Gazzaniga, Franco Giannantoni, Mario Zoppelli…
Io frequentavo spesso ovviamente per lavoro il Lorenteggio, dove in una via si sviluppava un grosso mercato di droga. Parlavo con la gente, mi nascondevo dietro una persiana di un alloggio per osservare il traffico; e una mattina Gino mi domandò: “Ti senti sicuro? Guarda che non vale la pena di rischiare”. “Chi è impegnato nella nera rischia sempre, Gino, lo sai meglio di me”. Sorrise e mi battè una mano sulla spalla.
Quando il direttore Antonio Baroni mi chiese di fare un servizio su come nasce “Il Giorno” per il suo “Milanese”, il settimanale fondato da Arnoldo Mondadori e poi naufragato, intervistai Afeltra, Aldo Catalani, Angelo Rozzoni, Giuliano Gramigna, Renzo Dall’Ara, Ugo Ronfani, uomo dalla cultura immensa… ma tirar fuori uno scampolo della sua storia a Gino Morrone fu impresa dura. Si limitò a descrivere in brevi tratti il suo lavoro, avendo come collaboratore il bravissimo Aldo Catalani, che era stato, con me e Gino, a “L’Italia”, storico quotidiano cattolico diventato “Avvenire”.
Ho smaltito parecchie notti nelle bische clandestine all’aperto: all’Arena, in via Palmanova, piazza Tirana (ora trasformata in giardino con fontane e altri arredi, senza più gli urli dei biscazzieri dalle 14 alle 6 del giorno dopo); e quando il mattino dopo leggeva il mio articolo non mancava di raccomandarmi di stare attento. E non mi lesinava mai lo spazio, con tanto di foto. Una scattata da me dalla camera da letto di un abitante, stufo degli schiamazzi notturni.
Gerosa, Morrone, sindaco Tognoli

E’ stato un piacere e un divertimento lavorare con Gino Morrone, che tra l’altro era stato l’inventore delle pagine locali del giornale. Aveva testa, passione, amore per il giornale. Per un lungo periodo ebbe come vice Giulio Giuzzi, che arrivava da ’”Avvenire” carico di esperienza e di dinamismo. Giulio era anche un buontempone, sempre sereno, mai rabbuiato, concreto, intelligente. Una bella coppia: in chimica si chiama composto, come ci hanno insegnato al liceo. Era una cronaca appetita: molti volevano venirci. Tra l’altro l’aria che vi si respirava era salubre. C’era spirito d’iniziativa, di collaborazione, di amicizia. I colleghi tutti bravi, tutti uno per l’altro. Dopo la tragedia di Stava uno dei nostri rientrò senza la foto della vittima di cui si stava occupando. Aveva sudato sette camice per trovarla, ma non ce l’aveva fatta. Senza dire una parola, qualcuno avvicinò il parroco della chiesa del quartiere e quello interpellando i fedeli, pescò l’immagine desiderata. Altri avrebbero fatto lo stesso.
Era Gino l’esempio: era lui che alimentava la concordia. Ho amato la cronaca, ho voluto bene a Gino. Quando capì che desideravo seguire la Stramilano non aspettò che glielo chiedessi. Dava a tutti la possibilità di coltivare al meglio il proprio orto e anche di uscire dal seminato.
Quando scatto il momento di andare in pensione era amareggiato. “Non andrò a sedermi su una panchina del parco a leggere il giornale”. Infatti cominciò un’altra vita: accettò l’incarico di direttore della rivista “Lettera” fondata da Ferruccio Parri, edita dalla Federazione italiana associazione partigiane; animò la vita sociale del Circolo De Amicis, organizzando serate culturali di altissimo livello... Ha scritto anche libri, uno, “Grazie, Iso, dall’Ossola a Palazzo Marino, a Montecitorio”, dedicato ad Aldo Aniasi).
Morrone, Presicci, Rizza, Pizzo

No, non si è seduto sotto i giganteschi alberi dei Giardini Pubblici, non se n’è andato a spasso per le vie di Milano. Ha ripreso a lavorare e a produrre. Lo incontrai a volte all’Associazione lombarda giornalisti di via Montesano e in corso Venezia, dove si svolgevano le votazioni della nostra categoria e ci abbracciammo, ricordando le ore del “Giorno”, in via Fava, in piazza Cavour; i direttori Lino Rizzi, Guglielmo Zucconi...
Le persone come Gino non si dimenticano, restano sempre nel cuore di chi ha saputo apprezzarle. E proprio Gallizzi lo ha ricordato, definendolo giornalista di razza e grande capocronista del quotidiano “Il Giorno”. E il collega Mario Consani: “Noi cronisti potremmo scrivere pagine e pagine su di lui, sui nostri ricordi, sul suo modo di rapportarsi con noi. Mi ricordo il mio primo giorno di lavoro con una stretta di mano, una battuta e il giro della redazione per presentarmi…”. In questa redazione c’erano segugi come Piero Lotito. Giorgio Guaiti, Nino Russo, Nino Gorio, Luciano Pizzo, Carlo De Barberis, Marinella Rossi, Luisella Seveso, Luigi Ferrarella, Giancarlo Rizza, Franco Bozzetti, Antonio Scialoia, Giancarlo Botti…, il drappello di cronisti del quotidiano di via Fava e poi di piazza Cavour, che vantava un pilota come Gino Morrone.

La cronaca:  Morrone al centro con il sindaco Tognoli

mercoledì 20 novembre 2024

Su Foto Taranto com’era

LE IMMAGINI DI DE FLORIO RACCONTANO LA CITTA’




Antonio De Florio oggi
L’autore si apposta come un cacciatore e aspetta la luce giusta
per lo scatto. Rende la bellezza della Bimare, la esalta. E’ regista sapiente di video con musiche che toccano il cuore.










FRANCO PRESICCI




E’ il pellegrino di Puglia. In ogni momento libero mette in tasca il suo obiettivo e se ne va in giro per la città a cogliere gli aspetti più belli nelle condizioni di luce più magiche.
Un angolo di Taranto Vecchia
Ha cominciato a scarpinare per Taranto, percorrendo San Vito, il ponte di ferro, piazza Fontana; a puntare il mirino più volte sulla Torre dell’Orologio, sulla scogliera, sulla ringhiera, sul Castello, soffermandosi “’ngàt’a duàne d’u pèsce”, “ ‘mbàcce a le lambàre”, che danzano con la musica del Mar Piccolo, non trascurando “le parànze”, il locale che ospitava il famoso ristorante “Pesce Fritto”, meta di tarantini e forestieri; la rivendita di cozze, “caùre”, “nuce”, cacasanghe”, “scorfane”, “gàmmare” e ”angidde” de “Cicce ‘u gnùre”, personaggio mai dimentcato.
So parlando di Antonio De Florio, comandante del sito su facebook di “Foto Taranto com’era”, è nato con il contrassegno della Bimare stampato sulla fronte. Taranto ce l’ha nel sangue, nell’anima, nel cuore, nei pensieri. Taranto è per lui la casa, il rifugio, l’oasi. Taranto per Antonio De Florio è amore, calore, abbraccio. Non c’è avvenimento, laico o religioso, che non lo veda impalato con il suo occhio nel miracoloso strumento che immortala uomini e cose. E’ un artista sensibile nel catturare ciò scruta: processioni, bande, angoli riposti, a volte sconosciuti, sopravvivenze archeologiche, vie storiche, targhe dedicati a uomini illustri, monumenti… E’ un cacciatore d’immagini. E come il cacciatore si apposta in un’uccellanda in attesa dell’uccello di passo, lui aspetta pazientemente la luce che più gli aggrada per fare lo scatto. E su facebook ammiriamo i suoi prodigi fotografici e quei video che ci lasciano incantati, anche grazie alle musiche che accompagnano le vedute.
Ho conosciuto tante delizie della mia città, grazie a questo esploratore mai stanco, viandante curioso e attento, legato alla sua città come l’ostrica allo scoglio. Le sue foto mi emozionano, mi esaltano, mi arricchiscono, mi fanno immaginare i luoghi dove la mia Taranto non c’è più: il vecchio sentiero che dai Salesiani andava adagio adagio alla scogliera è nascosto sotto le nuove costruzioni che Antonio riprende, scrivendo nelle didascalie che lì una volta c’era questo e c’era quello. De Florio sa tutto di Taranto, di quella di una volta e di quella moderna.
Antonio De Florio in piazza Fontana

Il borgo antico per lui non ha segreti. Lì s’incontra con gli amici, fa loro da guida, spiega, racconta, illustra, osserva, ricorda. Forse anche Alfredo Nunziato Marturano, poeta ed etnologo, amico di Rohlf, nei suoi giri per Taranto vecchia ascoltava dalle labbra screpolate dei pescatori, intenti a ricucire le reti, i suoni del dialetto, che ritrovavo inei suoi versi e in quelli di Diego Marturano, Alfredo Lucifero Petrosillo (“‘U travàgghie d’u màre”, poema che coinvolge, trascina, fa palpitare il cuore). Taranto vecchia per me è sacra, e tale è sicuramente per Antonio De Florio, che vi trascorre ore preziose sul ponte di pietra o sulla discesa di San Domenico, “indr’a le strìttele”, “le vichele” che hanno perduto un po’ del loro contenuto: negozi e negozietti, saloni di barbiere, ‘u buggegattele” dell’orologiaio, il locale pieno “de perdùne” e di statuine della Settimana Santa… C’è Nicola Giudetti, pittore e raccoglitore di oggetti detla città di una volta (forme di calzolaio, macinini del caffè, bracieri, bilance, “vummìle”, “strecatùre”, valve di “parecedde”…), che tra l’altro attraggono l’attenzione dei tanti turisti, affascinati dal linguaggio del simpaticissimo Nicola tra il vernacolo e un italiano originale, reinventato. Nicola è il re della città vecchia. Con sede in via Duomo, dove confeziona anche le processioni dei Misteri in terracotta e dipinge la città vecchia con amore. Questo laboratorio, ormai noto nel mondo, è un’altra meta di De Florio, che ha ritratto Nicola in ogni modo, puntando l’obiettivo anche sull’ingresso di quella specie di museo.
Facciata di uno stabile di Taranto vecchia
Seguo molto “Foto Taranto com’era”. Contemplo le foto di piazza della Vitoria, dove De Florio scatta nascosto tra il pubblico in occasione delle feste della Marina e di altre. Non lo si vede mai nei video elaborati dagli altri: lui è discreto, riservato, non si esibisce accodandosi alle autorità, non è mai in primo piano, eppure rende appieno il senso delle cerimonie. Durante una solennità ho cercato d’intercettarlo, di vederlo spuntare da qualche parte, ma era acquartierato chissà dove. Ho poi ammirato i suoi video e le sue immagini.
Adesso vedo in “Taranto com’era” anche foto realizzate da amici del gruppo a Massafra, a Manduria, a Sava, a Martina Franca, a Grottaglie, a Ceglie Messapica, a Lizzano, oltre alle vedute “imprigionate” da lui stesso e cartoline d’epoca… E vedo le sue riprese delle gare ciclistiche, l’arrivo della Milano Taranto, che io ventenne applaudivo al lungomare e qualche volta all’arrivo esaltante al Palazzo del Governo di fronte alla rotonda. Antonio dovrebbe allestire un’esposizione in una sede prestigiosa, magari il Castello Aragonese, per mostrarle a chi non va sul suo sito, che conta migliaia di soci. Mi affascinano, le foto di Antonio De Florio, comprese quelle scattate “quànne pònn’u sòle”, con quella policromia che lascia estasiati.
Il municipio in piazza Castello

Le foto di De Florio fanno storia. Lui non ne parla, è restio. Quando al telefono lo estorto ad esporre i suoi “quadretti” lui nicchia. Insisto e lui tace o devia il discorso. Posta le sue foto su facebook per documentare le bellezze della città. Antonio ama le linee architettoniche delle masserie. “La Valle d’Itria spaziosa senza spreco e fiabesca con quei birilli che contrabbandano case, ha fatto esclamare più volte da un terrazzo di Locorotondo: ma questa è la patria di Andersen”, scrive Giuseppe Cassieri in “Radici di Puglia” … “un Andersen mediterraneo, transadriatico, con più balenanti misteri”.
Andando per i tratturi della Valle, Antonio De Florio guarda, medita, contempla, s’inebria e sceglie gli elementi da riprendere: case incappucciate, ulivi saraceni, vigneti, aratri, covoni, stoppie giallastre… tutto baciato dal sole o dalla notte, che illumina le crespe del mre. Un paesaggio incantevole, gioioso, da sogno; che ti entra nel cuore. C’è sentimento, nelle foto di Antonio De Florio. Lui la foto la vive.
Monumento vicino al Ponte girevole
Lo seducono la campagna, il mare, il suo mare, il nostro mare, quello della città che ha accolto i nostri primi respiri; il mare di Taranto, il Piccolo e il Grande, legati dal canale navigabile. Ama sorprendere i personaggi caratteristici, e gli attrezzi dei pescatori: le nasse, le reti sparse sul pontile, e le navi da cui sbarcano il pesce. Adora il dialetto, le musiche più belle, fatate, che fanno da sottofondo ai suoi video. Adesso riceve foto apprezzabili dall’esercito di amici che vanta su facebook e le sistema, con le sue, su “Foto Tarato com’era”. Anche quelle foto raccontano la città, vista da diverse angolazioni.
Antonio ha passato una vita tra camere oscure e scatti. Aveva 13 anni quando entrò nel laboratorio di Mario Oliva in via Anfiteatro (abitava in via Nettuno a pianterreno in una casa con loggetta con vista sulla strada. Quando andava a fotografare i matrimoni il “maestro” consegnava ad Antonio una borsa e gli diceva: Quànne passe quìdde c’u piattòne pìgghie e mìette gnindre”, e si portavano a casa una buona parte di dolci, facendo festa con la propria famiglia. Per lo sviluppo andava da De Siati, uno dei migliori fotografi tarantini di allora (anni 60”) e aveva le dita marrone per l’ipoclorito, usato appunto per quel procedimento.
De Florio militare a Treviso
Ne ha, di ricordi. “Il gestore del circolo dei marinai, in via Di Palma, sviluppava tutti i negativi, prevalentemente di donne in costume da bagno (allora una novità), che gli portavano “le marenàre”. I “fororeporter” andavano invece da Mario Oliva e mentre le pellicole passavano da una bacinella all’altra, spifferavano storie di amori fioriti e dissolti in un lampo.
Poi Antonio fece un concorso in arsenale e risultò 130esimo. E prese la via dell’Istituto Righi per il diploma di perito industriale. Andò militare a Treviso; dal ‘71 al 2004 all’Italsider, in pensione da “quadro” aziendale. Non chiuse con il lavoro: andò avanti tra lavoro e fotografia. Da sempre ricercatore scrupoloso, ha anche esplorato la storia di Taranto. Ha conosciuto bene figure particolari come Marche Poll, ha letto i testi più importanti sulle vicende della Bimare, vive la città ogni giorno, con il telefonino o con la macchina fotografica accesi. Ha un archivio ricchissimo e ordinato anche di poesie dialettali, da Diego Marturano a Diego Fedele, da Alfredo Nunziato Maiorano a Claudio Cuia, a Nerio Tebano, ad Alfredo Lucifero Petrosillo, ad Arturo Caforio... Fai un nome e lui ti declama un verso. Se non un’intera poesia.

mercoledì 13 novembre 2024

Il Festival delle cento masserie

A CRISPIANO UNA TRE GIORNI DI STRAORDINARIO SUCCESSO




La locandina del festival delle cento masserie
Una buona parte della manifestazione è stata dedicata alla poetessa dei navigli, Alda Merini, che per quattro anni fece le vacanze nella villa di Crispiano del marito Michele Pierri.











FRANCO PRESICCI


Crispiano celebra le sue cento masserie, centro e fulcro del lavoro contadino, oasi di pace e di serenità, fucina di cultura. Le celebra con un Festival, giunto alla sua terza edizione, fra la partecipazione entusiasta dei cittadini, sempre attenti alle idee realizzate per far conoscere meglio il territorio e quello che produce, come il pomodoro giallorosso. Il Festival, durato tre giorni, è stato anche un omaggio a chi è nato in questa terra e anche a chi per motivo di lavoro o di carriera se n’è andato lontano; ed un mezzo per farlo conoscere di più, amare di più, attirando sempre più turisti.
Sagra del pomodoro giallorosso a San Simone
Sono stati giorni di festa, e non solo, perché questi gioielli meritano di essere valorizzati sempre di più anche per dare a chi ha voglia di venire a Crispiano la possibilità di ammirare le sue bellezze, le caratteristiche architettoniche e paesaggistiche, la squisitezza della gente e le prelibatezze della cucina locale.
Crispiano è una città dinamica, laboriosa, che offre tra l’altro, aria buona, da sempre, visto che durante il secondo conflitto mondiale molti tarantini vi si riversavano per sfuggire ai bombardamenti e poi per farvi la villeggiatura. Anche la poetessa Alda Merini, nei suoi quattro anni trascorsi a Taranto, soggiornò a Crispiano nella villa di suo marito Michele Pierri, importante poeta anche lui e primario del pronto soccorso del vecchio ospedale della Bimare. Grazie a Michele Annese, uno dei personaggi che sono stati ricordati nel corso del Festival, a suo tempo gustai le delizie coltivate in alcune masserie, come la Monti del Duca, la Pilano, la Belmonte, dove nella gola del camino venne acciuffato il brigante Pizzichicchio, al secolo Cosimo Mazzeo, che pareva imprendibile, sottraendosi a tutte le imboscate (un affresco ricorda ancora la cattura). Sempre guidato da Annese, assistetti a iniziative in tante altre masserie, fra cui Le Monache, dove si consacrò il gemellaggio con la Grecia, tra prelibatezze del luogo, comprese le mozzarelle e le ciliege ferrovia. Una serata memorabile, durante la quale mi si riservò il posto di fianco a Donato Plantone, già segretario comunale deceduto proprio in questi giorni.
Le ficazzedde
In un’altra masseria anni fa si svolse il convegno sull’allevamento delle lumache, avviato dal dottor Liuzzi, che convocò esperti della materia provenienti dal Leccese, presente un altro Liuzzi, già sindaco e medico pediatra.
Le masserie a Crispiano hanno sempre ospitato o promosso idee eccellenti, come quella di far rivivere i tempi di una volta con mestieri e persone in costume, briganti con tanto di schioppo a tracolla e artisti come Mimino Miccoli, che esponeva i suoi Don Chisciotte eseguiti intrecciando un filo speciale.
Tre giorni di appuntamenti interessanti ed istruttivi, dunque, con molti interventi, a cominciare da quello del sindaco Luca Lopomo. Qualcuno ha chiesto alla dottoressa Anna De Marco, guida preparatissima, già solerte collaboratrice di Michele Annese nella biblioteca “Carlo Natale”, se le masserie di Crispiano siano davvero cento. Tante sono, tranquillo. E sono tutte nel volume intitolato appunto “Le cento masserie di Crispiano”: libro, del 1988, arricchito dalle meravigliose immagini del fotografo Romano Gualdi, di Castelfranco Emilia, che intervallano testi di Silvia Laddomada, Michele Annese, Angelo Carmelo Bello, Tony Fumarola, Pasquale Pellegrini, Renato Perrini.
Allestimento della sala consiliare per il festival delle cento masserie
La famiglia di Michele seguì passo passo la fattura del libro anche attraverso le conversazioni che il padre faceva a tavola con lo stesso Gualdi e con cittadini che aspettavamo con ansia l’uscita dell’opera, mentre s’infoltivano le foto di ulivi saraceni, grappoli d’uva, facciate, interni, cappelle, cortili, trulli, coltivazioni, vecchiette sedute su una panca con il bastone tra le mani: scatti che introducono il visitatore negli ambienti, consentendogli di osservare i soggiorni, le cucine, le camere con letti in ferro battuto, camini, quadri, ritratti di personalità…
Il Festival delle masserie è stato organizzato, dal Comune e dall’Info-Point, coordinato da Manuela Santoro con l’appoggio della Biblioteca. Si sono susseguiti dialoghi e presentazione di temi specifici: per iniziare c’è stata la proiezione di un video girato da Aldo De Pace, un tarantino che aveva casa a Crispiano e che è stato molto vicino a Michele Annese nella formulazione dei progetti della biblioteca (video trasmesso per la prima volta nell’88 alla masseria Le Mesole durante la presentazione del libro “Le cento masserie di Crispiano); a seguire il Panel “Radici a distanza”, moderato da Anna De Marco, che aveva l’intento di accertare il legame di chi ha scelto altre residenze fuori Crispiano, continua ad avere con la sua città nativa. Per questo è stata data la parola alle figlie di personaggi rilevanti per la storia di Crispiano.
Testimonianza della fam. Pierri su Alda Merini
Con il coordinamento di Manuela Santoro, il microfono è stato dato a Marzia, figlia di Michele Annese, che vive a Milano e ha raccontato come il padre per Crispiano abbia fatto davvero tanto, per rendere omaggio alle cento masserie e anche per rendere sempre più ricca e prestigiosa la biblioteca, diventata vanto della città. Loredana, figlia di Aldo De Pace, che vive a Monza, ha ricordato che il padre sentiva Crispiano come la sua seconda casa; Maria Vittoria, figlia di Angelo Bello, che vive a Roma Ciampino, ha parlato dei tanti libri scritti dal padre sul territorio locale ed Eugenia che invece è rimasta a Crispiano, figlia di Michele Vinci che si dedica da tempo al teatro e alla cultura vernacolare nel paese. Raffaella, la figlia del fotografo Romano Gualdi di Castelfranco Emila, ha inviato un messaggio, letto da Marzia, rafforzando così il legame oltre i confini con Crispiano.
Si è anche accennato all’opera di Gianpaolo Annese, “Dimmi chi era il chiodo”, che meriterebbe un premio anche per il ritratto icastico che l’autore (giornalista dello storico quotidiano “Il Resto del Carlino” di Bologna) ha fatto del padre e per le molte informazioni che Michele ha fornito in quella conversazione interrotta a causa della sua morte.
Sindaco Lopomo all'ingresso del Villino Valente
Il Festival ha riservato poi la seconda giornata ad Alda Merini, alla quale su uno dei ponti che scavalcano il Naviglio Grande, a Milano, hanno dedicato una targa. Per l’occasione, con il coordinamento di Giuse Alemanno, i due figli di Michele Pierri, Lucio e Pucci e il nipote, Dino hanno raccontato l’accoglienza riservata alla poetessa in un’atmosfera di serenità a Crispiano. Presenti Don Franco Semeraro, Tony di Corcia e Anna Maria Frascati. Gabriella Perrini e Roberto Parabita hanno declamato versi della Merini e di Pierri per la Merini, alcuni inediti (i versi di Pierri, a suo tempo letti da Ungaretti, furono accolti con entusiasmo).
E’ stato anche organizzato un giro letterario per le vie di Crispiano, sulle tracce della poetessa, con Anna De Marco e Tiziana Mappa che tra l’altro sulla Merini ha scritto una tesi di laurea. Il percorso ha attraversato i luoghi di cultura di Crispiano, dalla biblioteca “Carlo Natale” agli istituti scolastici, al Teatro Comunale, alle piazze principali fino al Villino “Valenti” dimora estiva di Alda Merini e del marito Michele Pierri.
Tra gli altri eventi della manifestazione, il dibattito “Feudalesimo masserie e brigantaggio” introdotto da Nico Santoro e curato da Giorgio Sonnante; una premiazione nominata “Ambasciatori e Sentinelle” per chi si è distinto come il Cammino Materano, Rotta dei due Mari e Cicale di Puglia, con la presentazione di Ottavio Cristofaro.
Villino Valente, dimora estiva della poetessa Alda Merini

Al Teatro Comunale, spettacolo teatrale “I Girovaghi: Contadini traditi dopo la morte del sergente Romano”, a cura della Pro Loco. Il sergente Romano aveva militato nell’esercito borbonico; poi raggruppò una banda, con la quale nel 1861 costrinse i piemontesi a lasciare la città. Acquartierato nel bosco delle Pianelle, due anni dopo, fu tradito e sorpreso nel suo rifugio di Gioia del Colle, sua città natale, dove fu ucciso.
A chiudere le manifestazioni, un week end tutto dedicato alla sagra del pomodoro giallorosso a San Simone, con stand e mercati della terra dello Slow Food di Crispiano e Martina Franca.
Il Festival delle masserie di Crispiano ha riscosso un grande successo anche di pubblico. Un programma denso di temi e di eventi; memorabile la visita, per cui è stato aperto per la prima volta il cancello della casa delle vacanze della poetessa del Naviglio e di suo marito Michele Pierri, poeta “rivolto a cercare un’intima religiosità e fu salutato all’inizio da Betocchi e Pasolini con giusto fervore critico”: parole di Giacinto Spagnoletti nella “Storia della Letteratura Italiana del Novecento”.
Onore dunque a Crispiano, dove le cose si fanno sempre bene, e ad alto livello.

mercoledì 6 novembre 2024

Un bel libro di Carmela Maria Ricci

QUANDO LA VALLE D’ITRIA FU INVASA DALLA NEVE



La valle d'Itria
L’opera è stata presentata in mezza Italia: da Martina Franca a
Milano, sul Naviglio Grande, ovunque con successo. La Ricci ha scritto pagine emozionati, qua e là poetiche.






FRANCO PRESICCI




Quando la neve cade lievemente e stende un tappeto candido sul paesaggio è una gioia. Ma quando fiocca in abbondanza, si gonfia come la panna e seppellisce le case e i campi, spargendo ansia e problemi, è un dramma.
La nevicata del '56, foto Messia

Nel ‘56 Nina aveva soltanto cinque anni; e osservava sorpresa e sbigottita quella massa candida che imprigionava il paese, impedendo ai contadini di mettere piede fuori dei trulli per rifocillarsi. L’elicottero provvedeva, dove riusciva, a lanciare il cibo dall’alto; e quando la gente tentava di aprire la porta, per acciuffare un pollo nel recinto, si accorgeva che quella difesa era… puntellata e occorrevano ripetute spallate per aprirla: la neve continuava a cadere a larghe falde, come pezzi di bambagia. Nina tremava anche per il freddo, aveva fame, come papà e mamma e tutti quelli coinvolti in quell’evento eccezionale. Il camino era spento e nella credenza c’era solo un pezzo di pane secco e una piccola spolverata di farina. Tutti si domandavano, spaventati: “Quando potremo trovare una via di sbocco in questo accerchiamento?”
Oggi Giulia è una bellissima signora, elegante, un sorriso dolce, laureata in scienze biologiche, già insegnante di matematica nelle scuole superiori, marito bravissimo tenore dalla voce potente come il tuono, e tesse abilmente e con tocchi di poesia le sue pagine, come nella trama di “Quella nevicata del ‘56 in Valle d’Itria”. Pagine bellissime, avvincenti, scritte con uno stile limpido, cristallino, come l’acqua di un ruscello che si può bere raccolta nei palmi delle mani. Le ho lette avidamente, con gioia, senza farmi mai distogliere dagli odori della cucina o dalle telefonate.
Cade la neve

Il racconto cattura subito l’attenzione, trascina il lettore, lasciandogli immaginare di essere lì, nel contesto, con Giulia e tutti gli altri, imprigionati da una barriera solida e inattaccabile anche dal piccone. “Mi sembra di essere diventato l’orso della candelora”, disse tatà Martino. E subito suscitò perplessità: “Chi è costui?”. E’ pericoloso, azzanna, sbrana? “Quando la ‘canulore’ è chiara l’orso si fa il pagliaio e se si fa il pagliaio l’inverno è duro e lungo”. Un modo di dire, una credenza antica, come tante nel mondo contadino.
“Il 3 febbraio si svegliarono di buonora, cercarono di aprire la porta d’ingresso e trovarono resistenza; le finestre erano, anche quelle, ostruite. Si accorsero che un’abbondante nevicata nella notte aveva ammantato la Valle d’Itria e aggiunto magia al già magico paesaggio della vallata”. Ma nessuno “avrebbe potuto pensare che quella montagna di neve si sarebbe protratta per quasi un mese e che sarebbe stata ricordata come la nevicata del secolo”. Tante famiglie che abitavano in campagna, nel trulli, nelle “casedde” rimasero circondate, come un forte dagli indiani. Le famiglie avevano tra l’altro bisogno della legna da mettere nel camino e quella che era già in casa era poca per accendere il fuoco e per di più umida.
Carmela Maria Ricci, l’autrice di questi ricordi, ha letto tanto, nella sua vita. Andata in pensione, ha coltivato con più passione la poesia, la narrativa, la pittura. E quando ha deciso di sedersi davanti al computer per raccogliere fatti, personaggi e ambienti di 68 anni fa non ha avuto difficoltà a smuovere la memoria, componendo un libro che è come un viaggio nel passato, che nonostante sacrifici, delusioni e speranze, a volte ci fa stare meglio.
Si spala la neve
Presentato da Francesco Lenoci e pubblicato da Giacovelli editore (sede a Locorotondo), l’opera sta peregrinando in quasi tutt’Italia, riscuotendo meritati consensi dappertutto. A Milano è entrato nella sede del Libraccio, sull’alzaia Naviglio Grande, dove è stato accolto da un pubblico attento e colto.
Quanti ricordi, in queste 200 pagine. Ricordi vivi, che si susseguono con un bel ritmo. Nina, che invocava ripetutamente l’estate, lamentando i geloni ai piedi e alle mani, non ha dimenticato un minuto di quelle giornate. “Se l’hanno prossimo sento qualcuno dolersi del caldo gli rompo la testa”, esclama un personaggio,.
Carmela è davvero brava: descrive in modo icastico paesaggi, persone, luoghi, emergenze: il lavoro contadino, che “sradica i sassi dalla terra”, rende gravide le viti, trasforma il loro sangue in vino, semina, raccoglie, quando la grandine non bombarda il frutto del suo sudore. Ricorda le danze sulle aie, i canti, i suoni, le botti di vino, occasioni per far fiorire un amore.
Nei giorni della nevicata faceva un freddo cane, mentre d’estate, dice un altro personaggio, se si voleva bere un bicchierone di nettare fresco occorreva immergere la bottiglia nel pozzo. Maria Carmela Ricci ha una memoria fertile e generosa, che evoca anche le neviere. “A quei tempi a Martina, durante l’inverno alcune famiglie, che lo facevano per mestiere, usavano stipare la neve in appositi magazzini sotterranei, scavati nella roccia…”. D’estate veniva venduta ai caffettieri, che la usavano per tenere fresche le bibite e confezionare le granite o alle famiglie per gli stessi scopi.
Benvenuto Messia nel '56

“Quella nevicata del ‘56” dunque non trascura nulla. E ripesca gli usi e i costumi… I fichi più pregiati, tagliati a metà, allineati sui cannizzi (le “sciaie”); diventati secchi, racchiusi con una mandorla all’interno. I fichi e le pere malandati erano dati in pasto ai maiali in apposite “pile”. Ed ecco la fiera della Bamminella, della Madonna Bambina, che si svolgeva a settembre a Cisternino. Nel paese delle braci deliziose si allestivano le bancarelle con sacchi di legumi, frutta secca… mentre i mercanti di bestiame intrecciavano affari. La fiera calamitava molti forestieri, che tra l’altro potevano ascoltare i cantastorie, assistere ai giochi come la morra. Mamma Comasia domandava se i presenti ricordassero la prima volta che fecero la salsa e tutti risero perché la ricordavano, eccome: mentre le bottiglie erano nel forno il silenzio fu scosso da vari scoppiettii; aprirono la porticella e si trovarono di fronte a tanti vetri in frantumi. Che jattura! La salsa era andata in gloria. Un gatto miagolò attirando l’attenzione di tutti i convenuti. Era tigrato e aveva gli occhi spaventati. Qualcuno lo aveva lasciato dietro il cancello per disfarsene. Lo sfamarono, ma quando tentarono di accarezzarlo digrignò i denti. Da grande conservò il carattere spigoloso e passava il tempo dietro la catasta dei sarmenti, negando ogni contatto. Era anche ladro con destrezza: approfittava di ogni occasione per scoperchiare le pentole, facendo fuori il contenuto. Una volta divorò il coniglio destinato come secondo al pranzo della famiglia.
Foto multipremiata di Messia

Maria Carmela ama il dettaglio e coglie tutti quelli di persone e luoghi in cui la trama si svolge. E accenna ai giochi preferiti da Nina, come l’altalena sistemata su un grosso ramo del ciliegio, il cui ombrello pendeva sul cortile. Si consumavano gli anni e d’inverno le case a cono di gelato si svuotavano: gli occupanti trovavano più comodo trasferirsi in paese. I tratturi perdevano le voci. Quando il tratturo tace si fa triste, ma la campagna non perde la sua malia. La campagna di Martina, la Valle d’Itria hanno un fascino che non esiste altrove. L’amata Valle è benedetta, disse tantissimi anni fa Alessandro Caroli, che fu tra i pilastri del nascente Festival, la rassegna che ha inondato di musica Martina.
Maria Carmela è anche una delicata poetessa e soffi di poesia si avvertono anche in questo suo libro, tra l’altro ricco di fotografie che aiutano il lettore a prendere più dimestichezza con il contesto. Alcune sono di Benvenuto Messia, fotografo eccellente, pluripremiato, che quella nevicata l’ha vissuta. La prima è un vigneto imbiancato. Seguono immagini dei genitori di Benvenuto, che è anche poeta, attore, fine dicitore, ciclista infaticabile, erede del papà Eugenio nell’arte delle immagini. E poi gli oggetti in uso nelle case tanti anni fa, come “’u mòneche”, una sorta di capanna con braciere, dove asciugavano i panni; pignatte “ferite” ricucite con il fil di ferro; capasoni: la pompa per il vetriolo; catena del camino con il paioli, detta camastra; un uomo infagottato che emerge da un cumulo di neve; un contadino con il ronciglione in mano; un orcio di creta per fare il bucato; un trullo con la cuspide avvolta nella coltre bianca, un ulivo saraceno, di quelli dallo zoccolo possente e dal tronco con sagoma scultorea; trulli dipinti dalla stessa Carmela ... Insomma un libro interessante e piacevole anche dal punto di vista della dote fotografica; con alcune poesie in lingua tradotte in dialetto martinese. Un libro che consiglio agli appassionati della lettura. La lettura che arricchisce, la lettura che resta, la lettura che dà gioia.
Neve sullo stradone, scatto di Messia