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mercoledì 8 giugno 2016

Nel capoluogo lombardo arrivò nel ’46 da giovane commissario


IL MITICO MARIO NARDONE UNA VITA PER LA POLIZIA





Raiuno lo ha raccontato a milioni di persone in uno sceneggiato di diverse puntate; ma a Milano, e non solo, lo avevano conosciuto e amato tutti. Trascorreva più notti in questura che a casa.
La moglie Eliana, milanese, aveva imparato a cucinargli i polipi affogati, ma si raffreddavano nell’attesa che lui bussasse alla porta.
E’ morto nel luglio del 1986







Franco Presicci





Uno sceneggiato in onda su Raiuno tempo fa lo ha raccontato a milioni di persone. Ma Mario Nardone era già ampiamente conosciuto, soprattutto in Lombardia. Sempre in pista, impegnato in indagini spesso complicate; nella cattura di malviventi, senza mai guardare l’orologio.
Mario Nardone (5° da sinistra) con la sua squadra
Fu lui ad occuparsi, nel novembre del ’46, arrestandola poche ore dopo l’esplosione della follia, di Rina Fort, che aveva ucciso, in un appartamento di via San Gregorio, la moglie e i tre figli del proprio amante; e fu ancora lui che, nel marzo del ’58, partendo da un paio di pantaloni trovati nel canale Olona, individuò la “batteria” responsabile del famoso assalto al furgone della Banca Popolare in via Osoppo; e quella che a due passi da via Montenapoleone aveva fatto razzia nell’oreficeria Colombo. Lui e la sua squadra. I giornalisti, tra i quali Enzo Biagi e Nantas Salvalaggio, lo cercavano per intervistarlo e quando ci riuscivano era come aver vinto un terno al lotto.
Mario Nardone con il questore Enzo Caracciolo
Mario Nardone era instancabile; sembrava avere il dono dell’ubiquità. Tutti convinti che quel genio delle investigazioni arrivato a Milano da Avellino nel ’46, all’età di 31 anni, non aveva “parenti” in letteratura: non era Maigret, come la gente lo definiva, e neppure l’ispettore Javert, che ne “I Miserabili” manda al bagno penale Jean Valiant. Per il suo fiuto era paragonato al gatto, ma lui fingeva di non saperlo: rifiutava le etichette. Era simpatico, Nardone, estroverso, spontaneo, semplice e soprattutto umano. Aiutò a guarire da una malattia misteriosa la moglie di un detenuto; e non fu quello il solo caso. “Io rispetto la mala anche se la combatto con tutte le mie forze; e la mala rispetta me”. Amava il silenzio, “Quando ho parlato con una persona ho parlato con centomila. Non è mai venuto fuori il nome di chi ha collaborato con me. Il segreto è sacro.
Ferdinando Oscuri e Mario Nardone
Non ho mai tradito nessuno”. Era già in pensione quando il 18 maggio 1985, ricevendomi con grande cortesia nella sua abitazione in via Tortona 76, dopo avermi preparato il caffè personalmente, perché la moglie, Eliana, era fuori, mi parlò anche dei propri difetti. “Uno dei tanti: mi arrabbio a freddo. Alla Mobile facevo di quelle sfuriate! Ma dopo cinque minuti mi dimenticavo e invitavo al bar chi avevo trattato male”. Il padre era questore; e quando dopo la laurea Mario gli comunicò l’intenzione di seguire le sue orme, si sentì rispondere: “Se ti aspetti che io ti raccomandi, stai fresco…”. Anche il papà era molto umano, “ma più duro, spartano”. Dottor Nardone, rievochiamo qualche sua indagine. Per esempio, quella che la portò in un appartamento sul lago Maggiore, dove, travestito da idraulico, sorprese mentre russava il “Paesanino”, un mungitore dall’astuzia rustica, che con il suo socio, il “Santangiolino”, aveva fatto i primi dei numerosi colpi indossando il mantello nero dei briganti della Bassa. “Da una cicala della ‘mala’ avevo avuto un’indicazione troppo vaga, ma io localizzai il rifugio e con la scusa di dover controllare una tubatura riuscìi ad entrare nell’appartamento vicino di un ricettatore e questi mi informò senza neppure immaginare che stava dando una mano alla polizia. Con me c’erano i marescialli Valente e Navarra”.
Prefetto M.Jovine e il Proc.Gen. A. Beria di Argentine
E la banda del semaforo rosso? “Erano elementi duri e specializzati della malavita romana. Molti rappresentanti di gioielli venivano rapinati con il sistema della gomma a terra; e ogni volta trovavamo una moto Guzzi di grossa cilindrata targata Roma, che risultava appartenere ad un tale rinchiuso a Regina Coeli. Lui giurò di non saperne nulla; non gli credetti, ma capii che in quell’orto non avremmo raccolto alcunchè. Fremevo. Ogni due o tre mesi i rappresentati, dopo aver visitato i clienti, giunti al semaforo, si ritrovavano con la vettura azzoppata; scendevano, azionavano il ‘cric’; e mentre eseguivano l’operazione la valigetta con il tesoro spariva. Incalzai i miei uomini, e non tardarono a portarmi in ufficio due ‘giovanotti’, che, messi alle strette, confessarono: erano in quattro, venivano a Milano in aereo, con la moto facevano il colpo, la lasciavano e se ne tornavano volando nella capitale. Smantellai così la loro attività durata un paio d’anni, dal ’58 al ‘60”. E di “Cip” che cosa mi dice, dottor Nardone? “Cip” passava le notti su una branda all’Albergo Popolare di viale Ortles; una sera rientrando rubò una “24 Ore” da un’auto parcheggiata lungo il marciapiedi, l’aprì e la trovò piena di oggetti che a suo giudizio erano cianfrusaglie.
Le prime macchine della polizia lasciate dagli americani
In un’osteria vicina alla darsena, tracannando bicchieri di vino e versandone generosamente ai presenti, li dispensò, in cambio di un bacio, una carezza, un abbraccio, un giro di valzer, alle prostitute che entravano per un panino o un caffè. Per sé tenne soltanto un anello. Uscì barcollando all’alba, si accasciò su una panchina e qualcuno gli sfilò il cerchietto d’oro con brillanti dal dito. Lo svegliò Mario Nardone, già al corrente dell’impresa di “Cip”, rivelandogli che collane e bracciali non erano bagattelle. I nomi, dottor Nardone. “Quelli no, mai. Per me è una questione di correttezza. Non ne faccio. Non per proteggere chi delinque, ma le loro famiglie. Possono avere figli che studiano o faticano onestamente; perché esporli, metterli alla berlina?”. Ascoltare Mario Nardone era davvero un piacere e un arricchimento per un cronista curioso e inappagabile, che trovava tanta polpa, in quel piatto. Ne approfittai.
Le jeep per il pronto intervento del dopoguerra
Aveva condotto indagini anche a livello internazionale, arrestando non solo trafficanti di droga, rapinatori di notevole spessore fuggiti all’estero, omicidi, ma anche professionisti del bidone… Accennò a “Don Mimì”, che dello scartiloffio era un fuoriclasse: si fece passare per marajà di una zona inesistente dell’India, e ottenne sovvenzioni per una serie di conferenze sulla schiavitù di quel popolo; vendette a Starace uno “yacht” appartenente ad altri; e a un gruppo di industriali elvetici una nave con tutto il carico, presentandosi nei falsi panni dell’armatore. La malandra le ha tolto il sonno, vero, dottor Nardone? Ha passato più notti in via Fatebenefratelli che a casa. “Già”. La signora Eliana, milanese, aveva imparato a cucinargli i polipi affogati e le melanzane alla parmigiana, ma spesso si raffreddavano nell’attesa che lui bussasse alla porta; e quando finalmente ce la faceva a stare a tavola con i suoi cari, riceveva una telefonata e correva magari dimenticando la giacca sull’attaccapanni. Qualcuno gli domandava: “Dottor Nardone, lei non dorme mai?”. “Mi bastano poche ore”. Di quelli che collaboravano con lui aveva una stima illimitata.
Vito Plantone ad una festa della Polizia
Erano Mario Jovine e Vito Plantone, in seguito nominati prefetto l’uno e questore l’altro di Palermo; Enzo Caracciolo, dopo il ’70 promosso questore anche lui…; e i sottufficiali Oscuri, Petronella, Giannattasio, Valente… ”Con Dalla Chiesa litigavo, ma eravamo sempre amici”. Oscuri mi disse: “Non delegava, voleva essere presente sul luogo del delitto, vedere di persona, ascoltare la gente, pescare indizi, particolari”. Aveva in testa nomi, cognomi, soprannomi di caporioni e gregari, gli indirizzi, i posti e le persone da loro frequentati. Dalla tecnica usata risaliva all’autore. Negli interrogatori osservava, leggeva le pause e i silenzi, le risposte tardive; tendeva tranelli, scandagliava, e alla fine vinceva. Basso, sottile, capelli neri disciplinati dalla brillantina, baffi discreti alla David Niven. Lo riconoscevano per strada e lo ossequiavano. A un tassista che non voleva farsi pagare la corsa sorrise, tirando fuori il portafoglio: “Scherziamo? Mi dica quant’è”. “Ma lei è il dottor Nardone!”. “Al servizio dei cittadini.Tenga il resto”. Era un poliziotto integerrimo, oltre che astuto, abile, allergico alla resa. Lo chiamavano dalla Cina e dagli Stati Uniti. Ce lo invidiavano. J. Edgar Hoover, capo dell’Fbi per quasi 50 anni (dal ’24 al ’72), ce lo voleva soffiare. Avrebbe fatto carte false per averlo nel suo “staff”. Lionel Hampton gli consegnò l’emblema di cittadino onorario di New York. Fu Mario Nardone a inventare la Mobile e il centralino telefonico per le chiamate di emergenza. Commissario nel ’46, fu a Parma, a Monza, a Milano. Da vicequestore gli venne assegnato il comando della Criminalpol. Nel ’70, eccolo questore, prima sede Como. E’ li che lo incontrai la prima volta, svolgendo un’inchiesta sugli aspetti motivazionali della droga. “Dalla polizia ho avuto molte soddisfazioni. Mi hanno mandato in Vietnam, in Giappone, in Cambogia, negli Usa, dove mi volevano arruolare, ma non sapevo l’inglese…Rifarei tutto quello che ho fatto”. Parlava senza enfasi. Stando in pensione passava i pomeriggi a guardare le partite in televisione. Se veniva a sapere di un delitto, gli scattava la molla, ma doveva reprimerla. Mi confessò che quando un’indagine era disseminata di ostacoli, alzava gli occhi al cielo e sussurrava: “Aiutami, papà!”. Morì il primo luglio del 1986.

















mercoledì 1 giugno 2016

"La Grotta di Trofonio" di Giovanni Paisiello alla 42° edizione del Festival della Valle d'Itria


 

La presentazione del programma al Piccolo Teatro Grassi di Milano con l'intervento del Presidente Franco Punzi, del direttore artistico Alberto Triola e del direttore musicale Franco Luisi. 

 

Il Comune di Martina 

rappresentato dall'Assessore alla Cultura

Antonio Scialpi

 

 


Servizio di Franco Presicci

"Premio vita da cronista 2015"



L'ass.re alla Cultura Scialpi con il presidente Punzi
La 42.ma edizione del Festival della Valle d’Itria andrà in scena a Martina Franca dal 14 luglio al 5 agosto. Intanto il 25 maggio è stato presentato il programma al Piccolo Teatro di via Rovello, 2, a Milano, presenti critici musicali, cantanti, compositori, giornalisti, melomani. A parlarne, il direttore artistico Alberto Triola; il presidente Franco Punzi; il direttore musicale Fabio Luisi, intervallati da un contributo dell’assessore alla Cultura del Comune martinese, Antonio Scialpi.
Triola ha raccontato le varie opere in maniera dotta e avvincente, cominciando da quella che inaugurerà la rassegna: “La Grotta di Trofonio” di Giovanni Paisiello, che, nato a Taranto nel 1741, tra i due mari visse l’infanzia nella casa di piazza
Monteoliveto, a pochi passi dagli odierni edifici che ospitano la capitaneria di porto e la cattedrale, nella città vecchia. Appena dodicenne Paisiello andò a Napoli e studiò con i maestri Gerolamo Abos e Carlo Cotomacci. Fu poi a Parigi come maestro di Cappella, diventando il musicista prediletto di Napoleone, che lo indicava – ricorda Giulio Confalonieri nella sua “Storia della musica” – “come modello proprio a quei maestri della Pleiade franco-italiana, i quali si sforzavano di esprimere gli ideali dell’era consolare e imperiale”. Paisiello - aggiunge, l’autorevole critico prima del “Giorno”, poi del “Corriere della Sera” - al Bonaparte “dava riposo, gli accarezzava l’orecchio”, per “la gran pace musicale” delle sue creazioni. “Il grande confessore del melodramma buffo del Settecento” (sempre Confalonieri), che Taranto ha la fortuna di avere avuto come figlio, fu apprezzato ovunque in Europa: Caterina II di Russia lo invitò a Pietroburgo tramite madame d’Epinay e il suo amico, barone Grimm, intellettuale illuminista che compilava tutto da solo un periodico specializzato; e in quella corte Paisiello compose un’opera seria, “Nitteti”, e tre giocose; e nel 1782 “Il Barbiere di Siviglia”, rappresentato, acclamatissimo, per la prima volta al Teatro del Palazzo imperiale il 15 settembre dello stesso anno. Ma aveva nel cuore Napoli e fece fagotto per ritornarvi, rispondendo all’appello di Ferdinando IV.
Escobar intervistato da Telenorba
Durante il viaggio, nel 1784, si fermò a Vienna, che lo ricevette con tutti gli onori; nel 1783 applaudì il suo “Barbiere”, quindi “La grotta di Trofonio”. Nel capoluogo partenopeo, dove aveva studiato al Conservatorio Sant’Onofrio a Capuana, imponendosi come autore di musica sacra a soli diciannove anni; composto, nel 1763, le sue prime opere, “La Pupilla” e “Il mondo alla rovescia”, seguite da “L’idolo cinese” e da il “Socrate immaginario”; sposato nel 1772 Cecilia Pollini e nel 1789 battezzato con grandissimo successo la “Nina pazza per amore” nei giardini della Reggia di Caserta, morì nel 1816. Nella sua città natale, pur ricordato e celebrato da associazioni di volontari, non gode di molta attenzione. Lo stabile, acquistato dal padre nel 1754, è in stato di abbandono e di degrado; la targa affissa sulla facciata quasi illeggibile. Nel dicembre del 2014 rifiuti e robacce sparsi all’interno presero fuoco e i locali furono giudicati inabitabili, per cui venne allontanata una famiglia nullatenente che vi aveva trovato rifugio. Insomma questa gloria tarantina alla quale nel 1907 Vincenzo Fusco intestò uno stabilimento balneare e nel 1915 un teatro tra le vie Mazzini e De Cesare, entrambi chiusi da tempo, hanno eretto un monumento, inaugurato nel 1960; dedicato una via nella città vecchia; ma lo stabile in cui nacque e visse parte della sua esistenza ha quasi bisogno delle grucce, e nessuno pensa a restaurarlo per valorizzarlo come museo.
L'assessore Scialpi con Annese
La memoria corta e l’incuria consentono all’erba selvaggia d’infiltrarsi tra le ferite di questa culla illustre (mi viene in mente “Tàrde vècchie mjie di Alfredo Nuniato Majorano). “Anche ad altri è stata riservata da noi quella sorte”, commenta un amico che ha la musica nel sangue. A Martina invece si apre il Festival proprio con un’opera di Paisiello “eccezionalmente ricca di pezzi d’assieme”, ha spiegato Alberto Triola, un’opera “in cui Paisiello esalta il meccanismo teatrale caratteristico del genere comico”. Un drappello di personaggi stravaganti – ha proseguito – “di varia caratterizzazione ed estrazione sociale, colti in un complesso intreccio di interessi contrastanti, nell’alternarsi di una tavolozza di sentimenti (seduzione, gelosia e competizione) si muove all’interno di una dimensione apparentemente realistica e quotidiana, in realtà perfettamente idealizzabile…con ambizioni, meschinità, egoismi e fragilità secondo i caratteri della satira e dei costumi del tempo…”. “La grotta di Trofonio” –frutto della collaborazione con la Fondazione del Teatro San Carlo di Napoli - andrà in scena per la prima volta in tempi moderni nel cortile di Palazzo Ducale il 14 e il 31 luglio. Il 30, il 2 e il 4 agosto sarà la volta, in prima assoluta mondiale, dell’inedita “Francesca da Rimini” di Saverio Mercadante.
Il presidente Punzi con Sergio Escobar
“Si tratta - ha sottolineato Triola nella conferenza stampa - di uno dei progetti più ambiziosi dell’intera storia del Festival della Valle d’Itria, che allinea un grande titolo di un compositore tra i maggiori dell’Ottocento italiano, un soggetto leggendario e due personaggi divenuti archetipi culturali per l’Ottocento: Paolo e Francesca, gli sfortunati amanti immortalati da Dante nel V canto de ‘La Divina Commedia’”. Nato ad Altamura nel 1795, Mercadante studiò anch’egli a Napoli, con i maestri G. Tritto, G. Furno, N. Zingarelli. Debuttò in qualità di operista nel 1819 e fu maestro di cappella nel Duomo di Novara dal 1833. Nel ’40 fu nominato direttore del Conservatorio partenopeo. Di lui si ricordano anche “Il bravo”, “Il reggente”, “Il giuramento”. Morì all’ombra del Vesuvio nel 1870. A Martina “Paolo e Francesca” avrà maestro concertatore e direttore d’orchestra Fabio Luisi e nella veste di regista Pier Luigi Pizzi, “che sta preparando una lettura destinata a sorprendere, essendo improntata sul più asciutto dei minimalismi possibili: i protagonisti si muoveranno all’interno di uno spazio scenico
Il dott. Basso e Annese incontrano il presidente Punzi
completamente vuoto, scosso da chiaroscuri di una colossale vela nera…”. Pizzi torna a Martina dopo vent’anni. Lo intervistai, allora, la sera in cui stava per far ritorno a Venezia e tra l’altro mi decantò la bellezza del barocco. “Percorro queste strade e stradine con il naso all’insù, affascinato”. Era attratto dalle ringhiere spanciate, e non solo da quelle. A dicembre fu protagonista come regista alla Scala, se non sbaglio nella “Medea”. Il cartellone del Festival comprende anche “Baccanali” di Agostino Stefani; e “Così fan tutte” di Mozart, con la direzione di Fabio Luisi; due serate prestigiose nel Chiostro di San Domenico: un omaggio a Henze e Boulez e “Giochi di Eros” con un inedito dittico in inglese, “Hand of Bridge” di Samuel Barber e “The Bear” di William Walton da Cechov. Per l’opera in masseria riecco Paisiello con “Don Chisciotte della Mancia”.
Non mancheranno i concerti, oltre al consueto appuntamento con i più giovani nell’ambito delle finalità anche educative del Festival perseguite grazie all’impegno della Fondazione Paolo Grassi diretta da Gennaro Carrieri. Lo ha ricordato Franco Punzi, introducendo il suo discorso con un omaggio a Paolo Grassi, che sempre incoraggiò ed esaltò la rassegna martinese, e a Nina Vinchi, che fece altrettanto e donò a Martina la biblioteca di famiglia. Il presidente ha quindi salutato il direttore del “Piccolo” Sergio Escobar, che ha ricambiato ribadendo che “scegliersi i compagni di viaggio è un diritto che rivendichiamo… e noi abbiamo scelto Martina, che ha un livello artistico molto alto, la responsabilità di esplorare in modo originale gli aspetti musicali…Martina è parte essenziale della cultura musicale italiana…”. Martina ha mantenuto la sua identità, ha ripreso Punzi. Martina incrementa l’importanza del Festival, con amore, entusiasmo, impegno, chiarezza, competenza, sostenendo, stimolando soprattutto i giovani, per i quali questo palcoscenico è un trampolino di lancio. Punzi ha poi letto il messaggio del presidente della Regione Puglia, Emiliano, il quale si è detto convinto che il Festival “continuerà negli anni a veicolare i valori della cultura e le qualità che da sempre hanno caratterizzato questo angolo meraviglioso della Puglia”. Che va visitata, per il Festival, ma anche per la magia del paesaggio. “La Valle d’Itria, spaziosa senza spreco e fiabesca con quei birilli che contrabbandano case ha fatto esclamare più volte da un terrazzo di Locorotondo: ‘Ma questa è la patria di Andersen!’”. Parola di Giuseppe Cassieri in “Radici di Puglia”.

martedì 24 maggio 2016

Il 10 giugno 1987 per la presentazione del libro di Emilio Tadini


“Minerva News” ringrazia l'Archivio fotografico Gestione Navigazione Laghi per l'autorizzazione concessa alla pubblicazione delle due foto




Piroscafo Concordia
Motore piroscafo Concordia 

Foto pubblicate per gentile concessione dell'Archivio fotografico Gestione Navigazione Laghi)


 
            

 Servizio di Franco Presicci - "Miglior Cronista 2002"

 

Lago di Como
La notte del 10 giugno 1987 pioggia e vento sembravano averci teso un’insidia, per guastare la festa. Quando salimmo a bordo del piroscafo Concordia diretti a Bellagio, il cielo era, sì, imbronciato, ma non al punto da far sospettare una violenza imminente. Così, in fila indiana, dal pontile numero 3 di piazza Cavour andammo a prendere posto nel salone, da dove potevamo vedere la nave che partiva, salutando con la sirena chi, non essendo della compagnia, rimaneva a terra.
Un’ora dopo l’acqua cominciò a cadere lentamente, bucando il pelo del lago e gocciolando sulle vetrate. Ma dopo pochi minuti venne giù a bariglioni, aizzata da Eolo che ruggiva. Il Concordia beccheggiava, ma avanzava spedito. I naviganti sapevano di poter stare tranquilli, e conversavano, gustavano l’aperitivo, stringevano mani, si scambiavano battute. Alcuni si dicevano contenti di potersi godere questa traversata, sognata e sempre rimandata. L’occasione era importante:
Da sx: O. Patani, R. De Grada, G. Ballo, E. Tadini
la presentazione del libro “La lunga notte” di Emilio Tadini, uno degli artisti più versatili del dopoguerra. Giovanna Silvestri, guida dell’ufficio stampa della casa editrice, la Rizzoli, aveva fatto le cose in grande, scegliendo quella imbarcazione storica, ispirata dal contenuto dell’opera, la cui trama si svolge appunto sul lago di Como. Un giornalista, di quelli che vanno sempre alla ricerca di uno “scoop”, piomba in una villa di Torno per intervistare un gerarca “polveroso e dannunziano” da tutti chiamato Comandante, e apprende che l’uomo è appena deceduto. Ma può parlarne la vedova, Sibilla, che lo fa, immaginandosi l’ultima ribalta, con toni enfatici e apologetici, mischiando realtà e inventiva. Per festeggiare Emilio Tadini e per discutere del suo libro avevano risposto all’appello Umberto Eco, Giorgio Bocca, il giallista Renato Oliveri (fra i tanti suoi testi “Il caso Kodra”, “Largo Richini”, “Maledetto ferragosto”, da cui venne tratto un film in parte girato nella questura di Milano con Ugo Tognazzi e Carlo Delle Piane), lo stilista Ottavio Missoni, Giulia Borgese… Alle 20 tutti a tavola, per una cena gustosa.
Tognazzi nella lavorazione del film di Olivieri
Gli oratori presero la parola al “dessert”, coinvolgendo gli invitati, fra i quali quattro o cinque giornalisti che il libro (poi ripubblicato da Einaudi) lo avevano già letto. Al termine qualcuno tentò di uscire ma fu respinto dalla burrasca; e si riunì al suo gruppo, impegnato negli elogi del Concordia, che, nato con il nome di “28 Ottobre” in omaggio alla marcia su Roma, venne ribattezzato il 25 luglio ’43, quando Vittorio Emanuele III liquidò il duce facendolo arrestare e affidò il governo al maresciallo Badoglio. Imbarcazione bellissima, veloce, snella, accogliente, decorazioni Liberty, lunghi divani di cuoio, tendine di velluto rosso nel prestigioso salone. Varata nel 1926, lunga 53 metri, larga 12, capienza fino a 900 passeggeri, mezzo cassero, motore a vapore a vista, che si poteva ammirare dalla balaustra; e molti vi si affacciarono, quando finalmente l’estro del tempo si placò, dopo un fulmine fragoroso come una bomba. Una signora alta, magra, capelli biondi, dotta, sui sessanta, straniera, dissertava sui libri di Francesco Ogliari
Ogliari con amici nel suo museo dei trasporti di Ranco
(nella foto il secondo da sinistra-docente universitario, esperto di trasporti e già presidente del Museo della Scienza e della Tecnica) e definiva il Concordia una casa galleggiante signorile. Ero d’accordo. Tra l’altro felice di non essere stato messo al tappeto dal mal di mare per le avversità meteorologiche, come mi era accaduto nel ’73 sul transatlantico Michelangelo di ritorno a Genova da Casablanca. “Mi propongo di visitare almeno l’esterno di Villa Pliniana a Torno – confidai all’interlocutrice -, che come lei sa ospitò il Bonaparte, Byron, Manzoni, Stendhal, Verdi, Bellini…: e offrì ad Antonio Fogazzaro l’ambientazione di ‘Malombra’ e a Mario Soldati quella della sua trasposizione cinematografica”. “Fu costruita nel 1573 – aggiunse lei - e divenne poi nota come dimora di fantasmi per un grave fatto di sangue di cui era stata teatro”. “E vorrei fare un salto nei luoghi in cui trascorse parte dell’infanzia e dell’adolescenza Liala”.  “Lo pseudonimo alla scrittrice, all’anagrafe Amalia Liana Negretti Odescalchi, lo suggerì Gabriele d’Annunzio, a cui si deve anche il nome della Rinascente…. Liala passò quegli anni tra Carate Lario, dov’era nata, e Urio, nella casa dei nonni, sul lago di Como”. E citò alcune sue opere, tra le quali proprio “Tempesta sul lago”.
Umberto Eco
Poi tacque, abbassò lo sguardo e dirottò la memoria su altri piroscafi contemporanei alla trama di Tadini: il Como; il Savoia, che il 28 maggio del ’27 a Villa Olmo prese a bordo il re, a Como per il centenario della morte del Volta, e il 25 luglio ’43 fu rinominato Patria; il Lecco, che, in servizio dal 1874, il 27 maggio del ’23 ricevette Umberto II diretto a una commemorazione manzoniana; il Lombardia, il Lario, il Plinio… Quanti! Tutti meravigliosi. Anche Roberto Serafin, redattore de “Il Corriere d’Informazione”, il quotidiano del pomeriggio di via Solferino, dove lavoravano anche Edoardo Raspelli, autorevole gastronomo, oggi pellegrino fra allevamenti zootecnici, colture agricole e arte culinaria per Rete4; e Mario Ligonzo, che dopo aver curato per anni la prima pagina del “Corriere del Giorno” di Taranto, nei primi anni Sessanta si era trasferito a Milano, chiudendo la sua galleria d’arte in via Mignogna. Serafin si occupava prevalentemente di libri e spettacoli, e riportò il discorso sul testo di Tadini, pittore, poeta, critico, scrittore., definito “narratore per immagini”, e da Umberto Eco scrittore che dipinge e pittore che scrive. Per Domenico Porzio “lo strepitoso ritratto del comandante che Tadini dipinge e anima con felici, epiche e grottesche cadenze cèliniane ci viene consegnato con una mano disincantata”. La
Un battello lascia il pontile
prosa di Porzio, tarantino come il poeta e critico d’arte Raffaele Carrieri, che collaborava con il “Corriere della Sera” e con “Epoca“ e pubblicava con Mondadori, è elevata, arguta, smagliante, avvincente. Da qualche anno non c’è più, e non ci sono più neanche Tadini, deceduto nel 2002 a 75 anni nella sua casa di via Jommelli, a Milano; Eco, Missoni, Bocca, Ogliari, il cui museo europeo dei trasporti di Ranco, così ricco di testimonianze storiche (carrozze a uno, due cavalli, stazioni ricostruite su disegni d’epoca, locomotive a vapore, una funicolare, un “Gamba de legn”, binari, marmotte, sale d’aspetto…) è stato trasferito a Volandia, vicino a Malpensa.
Provai molta amarezza quando nel 2011 mi dissero che il Concordia spegneva il motore; e che quindi andava in archivio un pezzo di storia del Lario. Ma il 20 maggio 2016, data memorabile, il profilo slanciato, raffinato di questa perla del lago è ricomparso, fra applausi calorosi e prolungati. Durante la cerimonia solenne del varo, benedetta da monsignor Renato Pini, che ammira il piroscafo da quando era ragazzo, il direttore della Navigazione Laghi Salvatore Vitulano ha detto che “siamo riusciti a raggiungere un traguardo di cui andare fieri”. E il direttore della Gestione governativa laghi, Alessandro Acquafredda: “C’è l’antico che risplende unito alla tecnologia”. Già, il Concordia è tornato a brillare. Si riascolterà ancora il suo fischio alle partenze e agi arrivi. Per dare il benvenuto e l’arrivederci ai turisti ansiosi di godere il fascino del lago di Como. Lo vedremo attraccare al pontile di Argegno, paese-bomboniera di circa 700 abitanti, mentre ci accingiamo a salire per arrivare a Laino.

mercoledì 18 maggio 2016

Vito Arienti e le sue Edizioni del Solleone







LA STORIA DEL COSTUME

 

NEI TAROCCHI STORICI

 

 




Valorizzò talenti giovani e tradusse in mazzi le loro creazioni nella sua tipografia di Lissone.


Ridette vita a carte antiche come la “Corona Ferrea” e i vecchi mestieri di Milano di Ferdinando Gumppenberg, stampatore tedesco emigrato nel capoluogo lombardo nel 1809


                                                                                               





                                                                                        

                                                                                     

Il gioco geografico pubblicato da Vito Arienti nel 1975.


Franco Presicci


Era di Lissone. Un quarto d’ora di macchina da Milano. Lì aveva casa e bottega: una tipografia bene avviata. La casa, una villetta al centro del paese, sulla porta subito a destra dell’ingresso, aveva un foglio bianco con la scritta: “Teatro di Vito Arienti”. E in quel teatro lui custodiva circa 10mila tarocchi storici provenienti da molti Paesi, persino dalla Cina, e da diversi secoli. Ci volle quasi una notte per osservarne più meno trenta. Li prendeva con una delicatezza che si usa con un oggetto di vetro antico, e li spiegava con la pazienza e la competenza che tutti gli riconoscevano. “Queste vengono da Pechino, sono di bambù, hanno varcato la frontiera durante la diplomazia del Ping Pong; questi sono i “Tarocchi della Corona Ferrea”, del 1838, usciti dalla stamperia dei Giardini della Scala del bavarese Ferdinando Gumppenberg; questo è il Gioco del Cuccù (1846), che era in voga nelle valli bergamasche… Questo è uno dei due sopravvissuti al rogo nel settembre del 1725. E’ la “Geografia intrecciata nel gioco dei tarocchi”. Nel ‘700 si usava dare notizie di ogni tipo, anche filosofiche, sulle facciate delle carte. Questa con il numero 21 indica, come vedi, in Bologna un governo misto, mentre la gerarchia ecclesiastica ne rivendicava l’esclusiva’”. E allora? Allora si scatenò il quarantotto: l’arcivescovo Ruffo, imparentato con l’omonimo della Repubblica partenopea, ordinò che i mazzi venissero portati in piazza per essere bruciati, e che la disobbedienza fosse punita con il carcere (5 anni in Forte Urbano per i plebei, 3 per i patrizi). La tipografia venne chiusa; il tipografo perseguito; il canonico Montier, autore dell’opera, spedito in esilio, ma a quanto pare, avendo protettori in Vaticano, fece soltanto mezza strada.
Tarocco della Corona Ferrea
“Il mazzo della ‘Geografia’ lo ripubblicherò io e gradirei che fossi tu a fare la presentazione, rispolverando questa vicenda”. Parlava piano, sottovoce, Vito Arienti. E ogni tanto regalava un sorriso amabile. Lo conobbi nel luglio del ’72; avrà avuto una cinquantina d’anni. Alto, robusto, volto da Gino Cervi. Si alzava alle sei, leggeva le lettere che gli arrivavano da ogni parte del globo e andava in ufficio, dove rispondeva a collezionisti russi, giapponesi, americani che condividevano con lui un gusto quasi pagano per queste preziosità. Usava il termine “cartagiocofilia” mentre mi mostrava i “Tarocchi del Mantegna”; un mazzo con immagini caricaturali; “I tarocchi Visconti-Sforza”, Milano XV secolo, “realizzati da un artista la cui identità non è stata ancora individuata con certezza. Esistono elementi che ricondurrebbero a Bonifacio Bembo, ma non solo a lui. Che fosse destinato alla famiglia viscontea si ricava dalle insegne araldiche incise su alcune pezzi”.     E  poi: “Guarda che bello questo.    Ogni   volta   che   lo   guardo   mi  pare    di
Osvaldo Menegazzi
avvertire l’odore della polvere da sparo della Rivoluzione Francese”. Quando gli dissi che avevo bisogno di una sua fotografia per corredare l’articolo già atteso da Paolo Cavallina, che dopo aver condotto per anni la seguitissima trasmissione su Rai 2 “Chiamate Roma 3131”, aveva assunto la direzione de “Il Mezzogiorno”, quotidiano per l’Abruzzo confezionato a Roma, tirò fuori da una elegante scatola d’acciaio un mazzo disegnato dal pittore Domenico Balbi di Genova pubblicato nel '78 per l’Italsider: “Pubblica quattro o cinque di queste figure e l’impaginazione risulterà sicuramente migliore.
Hai a disposizione un’intera pagina”. Era fatto così Vito Arienti. Era considerato il maggiore collezionista di tarocchi storici d’Europa, aveva una cultura profonda in materia, faceva conferenze in ambienti elevati, era stato collaboratore della “Linea Grafica”, periodico autorevole del settore, ma era schivo alla pubblicità. Più volte, autorizzato dal pittore Filippo Alto e da Bruno Marzo, il primo responsabile culturale dell’Associazione regionale pugliesi (quando la sede era in piazza del Duomo) e il secondo presidente, ma mi pregò di soprassedere perchè aveva male a una gamba ed era costretto ad usare il bastone. Non voleva farsi vedere con quell’appoggio. “Quando avrò superato la difficoltà sarò lieto di venire. Adesso proprio no, ti prego. Sai che amo la Puglia e ho grande simpatia per i pugliesi”.Era di una cortesia disarmante. E generoso. Sensibile. Rispettoso. Cercò per anni gli stampi di un mazzo; venne a sapere che li possedeva un tipografo; intensificò la ricerca, e si trovò in un ospedale.
 Steve Erenberg, Stuart Kaplan e Osvaldo Menegazzi
“Non puoi immaginare la mia sofferenza quando fui di fronte a quel collega non più in grado di capire quello che dicevo”. Poi si accinse ad acquistare il mazzo con cui aveva giocato Gabriele d’Annunzio; ma gli chiesero una somma spropositata e fece marcia indietro. Decise allora di ripubblicare i classici, tra cui alcuni di quelli stampati dal Gumppenberg e di stimolare idee nei nuovi talenti, cominciando dal figlio architetto, che aveva un tratto graffiante. Ed ecco, quindi, le Edizioni del Solleone, che propose una produzione limitata e a prezzi molto bassi per regolare il mercato, ed ebbe un tale successo che, quando dal Giappone arrivò la richiesta di un quantitativo consistente, Arienti aveva solo qualche esemplare. Trascorrevo ore ad ascoltare Vito Arienti, nella sua tipografia, dove trovavo a volte Osvaldo Menegazzi, che ha creato bellissime carte elogiate da Stuart R. Kaplan, personaggio interessante, specialista mondiale della materia (di Osvaldo ricordo il “Tarot de Napoleon”, che per gli arcani maggiori si ispira alle imprese del Corso, ma anche i quadri surreali con le conchiglie che vagano tra le nuvole).
Massimo Alberini
E in quelle conversazioni apprendevo, per esempio, la storia del “mahjong”, nato in Cina forse nel XIX secolo; ammiravo un mazzo con scene de “I Promessi Sposi” realizzate dal Gonin; un altro con i vecchi mestieri di Milano, “Il Tarocchino lombardo”… Mi si apriva un mondo affascinante. “Sono esempi di “imagerie populaire”, testimonianze di costume, grafica, gusto pittorico…”.. Ferdinando Gumppenberg ritornava spesso nei suoi racconti.
Diceva: “Cominciò a ristampare vecchi giochi e valorizzò tanti artisti lombardi”. Proprio come stava facendo lui, riscuotendo  l’apprezzamento   di   Massimo  Alberini,   vero
Tarocchi di D. Balbi, di Genova
intenditore degli ambienti del circo e del collezionismo. Spuntò a un certo punto la curiosità sulle origini dell’uso “divinatorio” di ori e figure, e Arienti strinse il mento tra il pollice e l’indice e rispose: “Bah, c’è chi tira in ballo gli arabi, chi gli ebrei, chi i nomadi”. Stando a Boiteau d’Ambly, il cui volume “Les cartes à jouer e la cartomanzie” (Parigi 1852), ristampato a suo tempo dall’editore Forni di Bologna, la cartomanzia venne portata in Europa dagli zingari venuti dall’India. Per il Merlin, autore di “Origine des cartes à jouer” (Parigi 1869), nella storia degli arabi e degli ebrei le carte non erano previste nei mezzi di chiaroveggenza, dei quali pure parlano Peucer (1553) e Richelet (1732). Secondo altri, la pratica non ha radici antiche. Sarebbe stata inventata da un parrucchiere, un certo Alliette, che diventò benestante al tempo della Rivoluzione, stendendo un opuscolo sulla tecnica di “fare le carte” con un gioco detto di picchetto. Il barbitonsore anagrammò il proprio nome (Etteila) e fu imitato anche dalla Lenormant, confidente di Giuseppina Bonaparte. Pseudoindagini sul futuro a parte, le carte erano invise sia all’autorità politica sia agli ordini religiosi. Il 23 marzo 1376 il Consiglio della Repubblica di Firenze vietò il gioco delle carte (naibbe), comminando pene pesanti quanto quelle stabilite per il gioco d’azzardo. Nel 1473 San Bernardino da Siena tenne una predica a Bologna bollando le carte come la bibbia del diavolo. Vito Arienti non c’è più da anni. Ma mi capita di pensare alle sue dotte “lezioni” su questo pianeta, tra l’altro non immune dalla separazione fra ricchi e poveri: i primi utilizzavano carte dipinte su pergamena, cuoio o carta di lusso da veri artisti; mentre i secondi carte eseguite in qualche maniera.

mercoledì 11 maggio 2016

UN TEMPO SUL NAVIGLIO NAVIGAVANO I BARCONI



Portavano sabbia, ghiaia, generi alimentari,  i marmi di Candoglia per la Fabbrica del Duomo.

Da oltre un secolo è scomparso  anche “el Barchett de Boffalora”;  da quattro anni la Viscontea,  bella, elegante, salottino signorile 

 


Solo un poeta disse loro addio

 




Franco Presicci
 
Veduta del Naviglio Grande
Che io sappia, non hanno eretto un momento agli uomini che governarono i barconi sul Naviglio Grande.E non so se a qualcuno sia venuta in mente l’idea. A suo tempo a San Rocco di Quistello nel maggio ’74 hanno fatto onore alla prima Lega del contadino con una statua in bronzo eseguita dal grande scultore Giuseppe Gorni, che plasmava l’argilla del Po; a Massimo Visconti nel ’72 hanno immortalato l’ombrellaio; a Vigevano il calzolaio e da qualche altra parte lo spazzacamino. Ma i barcaioli, in milanese “battilocch”, che per secoli portarono a Milano ogni genere di merce, soprattutto il marmo di Candoglia prelevato a Tornavento per la Fabbrica del Duomo, sembra siano stati dimenticati. A ricordarli, attraverso la storia di uno di loro rimasto senza lavoro, è stato il regista Lamberto Caimi con il cortometraggio “Ona strada bagnada”, che nel 1999 vinse, tra gli altri, il Premio Studio Universal. Nel maggio del 2015, a mo’ di testimonianza, ne hanno rimesso in acqua un esemplare dopo averlo opportunamente restaurato.
Il Barcone
Facemmo in tempo ad incontrarne due, di “barchiroeu”. Salimmo sulla loro chiatta a un paio di chilometri dalla darsena, notando sulla chiglia la scritta “Aufo” (acronimo di “ad usum fabbricae opus”, quindi materiale esente da dazio, da allora usata per bollare chi mangia sulle spalle altrui). Era prossimo il 31 marzo del ’79, un sabato, giorno previsto per la cessazione dell’attività. Ma non fu quella, lunga 38 metri, larga 5, sigla 6L-6043, l’ultima ad approdare nel porto di Milano, dove il Naviglio Grande e il Pavese si congiungono. Nel brevissimo viaggio, e all’approdo, i nostri personaggi, che stavano uno a prua, uno a poppa, si mostrarono restìi alla conversazione. Riuscimmo a cavare appena i nomi, qualche parola di circostanza e la durata del loro lavoro giornaliero, dall’alba al calar del buio: quasi la stessa vita del cavallante, che nella cascina aveva cura delle stalle.
Il pittore Kodra saluta da un barcone

Nemmeno una supplica rivolta al patrono della categoria, San Giovanni Nepomuceno (in meneghino e per simpatia “San Gioann né pù né men”), al quale un simulacro è stata concesso, avrebbe avuto qualche risultato. Entrambi di media statura, bene in carne, un berretto in testa, all’attracco si scusarono avviandosi verso il ponte dello Scodellino. Erano davvero stanchi. Come non capirli, dopo tutta quella fatica? Altri barcaioli ci accolsero durante una Festa del Naviglio con la “troupe” di Telemontepenice e il pittore Ibrahim Kodra, che della Montmartre milanese subiva il fascino.Non si curavano dell’operatore che con l’occhio magico li riprendeva; non avevano il tempo né la voglia di alzare gli occhi verso la gente che assediando le bancarelle sull’alzaia o il “pont de preja”, li applaudiva. Dovevano badare a guidare il bestione, che non era impresa facile né agevole.
Vendemmiammo notizie dal pittore Guido Bertuzzi, che dipingeva i barconi osservandoli dal parapetto; conosceva tutti i “barchiroeu”, e molte storie, come quelle di Giovanni Re, detto “Paronett” per aver ereditato un lenzuolino di terra; e di Luigi Colombo, “Scarp-e ghett” per via delle ghette calzate la domenica dal nonno. Di quei lavoratori conosceva la vita e le sgobbate. Che durante i viaggi controcorrente aumentavano, nonostante il contributo della “rozza del naviglio”: cavalli vecchi e bolsi difesi in consiglio comunale da chi voleva metterli a riposo, riuscendoci dopo il 1918, facendoli sostituire con un piccolo trattore. Poi le chiatte finirono in deposito e stimolarono versi toccanti: “Adio navili beIl/ adio barcon/ amis che t’hee servii l’ingegn de l’omm”…Il barcone si fermava per sempre, dopo aver fatto avanti e indietro per secoli, con la pioggia, il sole o la “scighera” (la nebbia): “l’han soteraa senza sonà i campan”…. “Adio me car barchett del temp passaa”.

La Viscontea
Dalla seconda metà del XVIII secolo al 1913 su quelle acque navigò anche “el barchett de Boffalora” (altro nome ”de Bbiagrass”). Faceva il percorso da Milano a Magenta, portando contadini di Corsico, Gaggiano, Abbiategrasso, Castelletto, Magenta, ambulanti di ogni tipo,…e, a sentire Paolo Valera, giornalista e scrittore senza peli sulla lingua nato nel 1850, anche “una ciurma indisciplinata, sghignazzante, che metteva sossopra, rumoreggiava, canterellava, sciaramellava, sacramentava….”. Gente povera ma perbene, dunque, ma anche malfattori che a domanda rispondevano di essere diretti “a fa el monda del ris in Piemont”; mentre tenevano scritto in fronte l’appartenenza alla consorteria dei “locch”, i duri della malandra meneghina, che si sfamavano nella famigerata locanda di via dei Guast.
La cascina Guardia di Sopra vista dal Naviglio Grande
Il “barchett” partiva di buon mattino; e all’ora stabilita l’avvisatore andava sotto il Trofeo, monumento scomparso voluto da un vanaglorioso governatore spagnolo, urlando ” El barchett el vaaa!”, e gli interessati uscivano dalle osterie correndo per non perdere la traversata.Per sconfiggere la noia, su quella che veniva paragonata all’Arca di Noè si esibiva il “torototela”, una sorta di cantastorie dai versi zoppicanti, che alla fine del numero chiedeva “el sesin” (il soldo), mentre l’avvisatore passava con la “basletta”, un vassoio di legno, per riscuotere il prezzo del biglietto (43 centesimi per i viaggiatori e 5 per le merci). Poi la scena era tutta di “quel de la riffa”. Il “barchett” fu reso famoso dall’omonima commedia dell’apprezzatissimo autore del Teatro Milanese Cletto Arrighi, al secolo Carlo Righetti, presentata per la prima volta con successo nel 1870, avendo fra gli interpreti l’esordiente Edoardo Ferravilla, il più grande comico dei palcoscenici meneghini, tra l’altro maestro nel dosare la mimica e i silenzi. Per lui le luci della ribalta si spensero nel 1916.

Scorcio del Naviglio Grande
L'architetto Empio Malara
Oggi sul Naviglio Grande - che i milanesi, già durante i lavori battezzarono “Panperduto” per l’enorme quantità di denaro che assorbiva; tanto che insorsero e uccisero, gettandolo nel fosso, il podestà Beno de’ Gozzadini, colpevole di non aver osservato il programma di eliminare certe tasse preferendo finanziare il proseguimento dei lavori del canale - corrono barche, barchette, gommoni. Fino a qualche anno fa spiccava la Viscontea, voluta dIl pittore Kodra saluta da un barconeal noto e stimato architetto Empio Malara, che oltre ad aver dato alle stampe numerosi libri sui navigli, si batte per un loro uso più adeguato al nostro tempo e a quello futuro.
Sulla Viscontea, bella, comoda, elegante, un salottino signorile, facemmo un viaggio fino a Gaggiano in occasione dell’inaugurazione della nuova sede dell’Associazione Amici del Naviglio. Con noi c’era anche lo storico di Milano Guido Lopez, tra l’altro autore di “Navigliando”, di “Milano in mano”… Sollecitato dalle domande, Lopez descriveva le ville di delizia, le cascine, che dal naviglio prendevano l’acqua, le chiese, i castelli… che passavano davanti ai nostri occhi.
A fare gli onori di casa a Gaggiano fu Malara, qualche anno dopo mente della discesa da Locarno a Venezia di una decina di natanti su questa via liquida celebrata dal poeta salernitano Alfonso Gatto e da tanti altri, compresi i giornalisti Guiodo Vergani e Gaetano Afeltra. Il secondo, amalfitano innamorato di questi capolavori creati dall’uomo, scrisse: “La prima volta che venni a Milano, la proprietaria della pensione di via San Marco, quasi a scusarsi che dalla mia camera non si vedeva più il naviglio, mi disse: ‘Non sa com’era bello prima affacciarsi. Adesso si vede solo la strada. L’è brutt l’è brutt!’”. E nel volume “I Navigli” della Celip don Gaetanino annotò che queste vene d’acqua davano alla città un’atmosfera serena, di campagna. E’ qui che Carlo Castellaneta portava i forestieri, in via Magolfa o davanti alla chiesetta di San Cristoforo, “dove si dice che i nobili milanesi prima di partire per le crociate appendessero le chiavi delle cinture di castità”. E parlava loro dei barconi e dei “barchiroeu”, ai quali chissà se un giorno lo faranno, il monumento.