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mercoledì 27 maggio 2026

In un libro la vita e le opere di un mito

 L’ARTISTA E IL CANTASTORIE GIGI PEDROLI UN VERO GRANDE

 

 

Copertina del libro
L’uomo più famoso del Ticinello e non
solo, che conosceva la storia, le persone, i cortili, i vicoli; il vero maestro dell’arte dell’acquaforte, l’artefice di opere note in tutto il mondo.

 

 


 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI


Nel dicembre del 2024 sul Naviglio Grande si è spenta la voce del mito. Eppure Gigi Pedroli, il mito appunto, aleggia ancora dentro e fuori il suo Centro dell’Incisione, che si affaccia sul canale, celebrato oltre che da lui da poeti, scrittori, giornalisti, come Alfonso Gatto, Calo Castellaneta e Gaetano Afeltra.
Gigi Pedroli

Il cortile dell’ampio negozio di abbigliamento militare di Graziana e Paolo Martin non potrà più essere animato, nelle feste, da quel menestrello che pizzicando le corde della sua chitarra rispolverava i personaggi più caratteristici che popolavano le sue canzoni; personaggi vissuti davvero in quel pezzo di Milano romantico e avvincenti. A sentirlo il pubblico di eccitava e gli chiedeva a gran voce i brevi racconti ironici che sapeva a memoria.
Le leggende non muoiono mai: s’inseriscono nelle pieghe della storia e si tramandano. Così fra 50 anni ci sarà ancora chi parlerà di quelle mani che sagomavano l’argilla e davano vita ad acqueforti con ambienti e figure trasfigurate, da favola, qua e là ironiche, divertenti, come in un’esperienza onirica piacevole. Chitarra e torchio. Con la prima cantava anche su palcoscenici importanti i soggetti curiosi che aveva conosciuto; con il secondo realizzava quelle immagini strabilianti che vagano in un mondo surreale.
Gigi Pedroli era un grande, come uomo e come artista. E pur essendo grande, era alla mano. Alto quanto un vichingo, un cappello a falde larghe e di colore scuro in testa, era legato al Naviglio Grande come l’edera al tronco di un albero secolare. Gli piaceva tutto, di quel corso d’acqua che ha addosso un tempo infinito e continua a scorrere con un silenzio da luogo sacro. Gigi, milanese doc. e uomo straordinario, che coglieva le storie e i comportamenti della gente umile, dal barbone al balordo, e, ripeto, le cantava sui palcoscenici, nei cortili amati, nel suo stesso Centro dell’Incisione, che respira l’atmosfera del Ticinello e la frescura del glicine e della vite americana che s’accoppiano fin dal corridoio che porta al suo laboratorio. E quando si esibiva, sempre tranquillo, con l’aria del prete che sta per eseguire un sermone, zac!, piazzava le sue arguzie e gliene veniva subito chiesta un’altra e un’altra ancora e un suo brano famosissimo, tratto dal suo ultimo c.d.
Il corridoio  coperto di glicine e vite americana

Chi non conosceva, a Milano, Gigi, il principe del Naviglio. Il suo Centro dell’Incisione era ed è la custodia di mille ricordi di cose, persone, avvenimenti, manifestazioni, mostre personali e collettive, serate memorabili... e il rumore del torchio, quasi un suono, una cantilena, un sottofondo. Gigi ha diffuso e insegnato l’arte dell’Incisione a centinaia di giovani appassionati, allevando il figlio Alessandro per la sua continuazione.
Gigi con la sua opera ha contribuito a far grande Milano, tanto che il Comune assegnò a lui e a Gabriella l’Ambrogino d’oro. Gigi primeggiò anche al Derby Club di Enrico Intra, aperto negli anni ‘60, ospitando nomi come Claudio Bisio, Massimo Boldi, Umberto Bindi, Daisy Lumini, i Gufi, Charles Trenet, Walter Valdi (di giorno avvocato)... e a volte tra gli spettatori Paolo Stoppa e Rina Morelli. Gigi era poliedrico: cantante, attore, umorista e mago dell’incisione.
Dal Centro di Gigi sono passati nomi illustri: Riccardo Bacchelli, per esempio, il poeta Franco Loi.... Una finestra sul Ticinello, che ha più di 50 anni di vita e di gloria, fabbrica di bellezza, guscio e rifugio, dominio del dialetto meneghino, quel dialetto che era musica sulle labbra di Gigi.
Lo incontrai la prima volta alla Fornace Curti. Ci presentò Sarik (Riccardo Saladin, genovese) che da vicolo dei Lavandai vi si era insediato prima di lui, La Fornace in piedi dal 1400 inforna i cotti per edifici storici e per il loro restauro (fregi, rosoni, mascheroni, solennemente “vigilati” da due enormi busti, di Leonardo da Vinci e di Benedetto Croce collocati su un’altana di fronte all’entrata).
Pedroli alla Fornace Curti
Ci andavo spesso e una volta sorpresi Gigi nel suo studio raccolto mentre dipingeva una figura su un piatto destinato al forno. Lo rivedo, Gigi, che amo con tutto il mio cuore.
Lo rivedo in un libro bellissimo, ricco di immagini a colori, di testi scritti anche con passione. Tante volte ho scritto di Gigi, della sua cortesia, della sua disponibilità, della sua sensibilità di artista di grandissimo livello, affabile con tutti, con gli artigiani (ormai pochissimi) che lavorano o lavoravano in un cortile della stessa alzaia, i galleristi, i pittori, i meridionali che negli anni ‘50 potevano permettersi di abitare in questa zona da sogno. Nella sala esposizioni del Centro, anche lei gentile e ospitale, c’era e c’è Gabriella, che per Gigi rappresentava il focolare, la gioia, l’amore esploso come un lampo su un tram: un germoglio perenne. Mi soffermo sul volume - “Il Centro dell’incisione, una storia d’arte iniziata 50 anni fa”, e pagina dopo pagina avverto il bisogno di narrarlo ancora, questo creatore d’arte infaticabile, felice d’insegnare ad allievi volenterosi un’arte antichissima, paziente, instancabile.
Quante volte ho assistito agli spettacoli di Gigi con Fabio Lossani nel cortile del negozio di Paolo e Graziana, la dama del Naviglio, amante della danza e del lavoro, un esempio di saggezza e lealtà. Il cortile si riempiva molto prima dell’avvio e della comparsa del mito: una parte del pubblico arrivava in gondola (che da qualche tempo incuriosisce i frequentatori del Naviglio Grande, mentre il signor Fagotto la pilota come fosse in Laguna). In quei pomeriggi esaltanti Gigi cantava le sue canzoni, come un cantastorie alla sagra di Montingelli d’Ongina o al Festival d’Inverigo, dove lui aveva signoreggiato.
Gigi il mito
Sfogliando e leggendo, m’imbatto in uno splendido articolo di Giangiacomo Schiavi, già capocronista del “Corriere della sera”, e già il titolo mi affascina: “Una favola da raccontare sul Naviglio Grande”. A lui piacciono, come a me, le favole e gli piace pensare che non finiscano mai. E mai finirà quella di Gigi Pedroli, l’icona del Naviglio, il re incoronato dalla gente comune che popolava via Magolfa, vicolo dei Lavandai…, per la simpatia e la dolcezza dei suoi modi.
Tutti i giornali hanno parlato di Gigi, di Gabriella e del loro Centro dell’Incisione, fucina di bellezza; delle mostre, come quella del 7 maggio ‘75, finita sul “Corriere d’Informazioni”, che definisce una Milano assolutamente inedita, quella di Gigi Pedroli, “che si è al principio cimentato con disegni a china e ad olio ed ora espone una serie di bellissime acqueforti al Centro dell’Incisione”, che qualcuno ha definito un luogo magico. Fatato. sì. Quando superi la soglia ti s’impone una veduta da regno delle meraviglie.
Un pomeriggio di qualche giorno prima di Natale fui avvolto dal suono delle cornamuse di due zampognari stagliati proprio all’ingresso della sala esposizioni del Centro. All’interno, opere appese alle pareti o raccolte in album su un bancone e Gabriella impegnata con gli acquirenti.
Alessandro Pedroli

Le foto richiedono una pausa di osservazione: la facciata del Centro, sorto nel 1975; Gigi e Alessandro che stampano le opere; il generale a dondolo; l’albero della vita; gli allievi a scuola; il torchio; la vetrina dello studio; il glicine che si arrampica dappertutto, coprendo i muri; una pagina del “Corsera” sui 40 anni del Centro; l’attestato dell’Ambrogino a Gigi e a Gabriella… Colore e bianco e nero, penombre e luci si susseguono: le testimonianze di una vita nell’arte, per l’amore dell’arte.
Quanta emozione suscitano queste pagine e quanti ricordi fanno emergere attraverso immagini della scuola, delle mostre, dei visitatori, di Gigi al lavoro: un’oasi edificante e ristoratrice racchiusa in una perla del Seicento brillante là, sul Naviglio Grande, in un alone di poesia.
Il libro dunque festeggia i 50 anni del Centro dell’Incisione, che continua l’attività grazie all’intelligenza e all’esperienza di Alessandro e di Gabriella, che nel nome di Gigi sono impegnati a diffondere ancora di più la fama conquistata con impegno e sacrificio, con amore e passione per un’arte, quella dell’acquaforte, che trova interesse e slancio anche fra i giovani.
Ho memoria delle mostre dei grandi nomi fra i quali Floriano Bodini; gli artisti arrivati da Mantova per l’orgoglio di esporre al Centro; centinaia di esposizioni, anche di ceramiche, acqueforti dipinte dallo stesso Pedroli… un’attività intensa, fertile, ammirevole. “Il Giorno” pubblicò un articolo intitolato “Gigi Pedroli, il cantastorie dei Navigli”.
Spettacolo nel cortile dei Martin
Nel 2022 la Famiglia Meneghina con la sua Associazione Culturale e Biblioteca in via San Paolo conferì a Pedroli il premio: “La mia vita per Milano”. Il riconoscimento gli venne consegnato nel corso di una cena nella prestigiosa cornice del Salone d’Oro della Società del Giardino, a Palazzo Spinola, uno dei salotti storici più eleganti della città, che a suo tempo ospitò galantuomini e regnanti anche in eventi musicali di vasto respiro e oggi non gradisce chi non indossa giacca e cravatta.
Gigi Pedroli è scomparso da oltre un anno, ma io credo che stia ancora sull’alzaia del Ticinello con i gomiti appoggiati sulla sponda e le mani racchiuse sotto il mento a guardare le barche che si lasciano dietro linee di schiuma. Il suo spirito aleggia fra le mura del civico 66 dell’alzaia, ma anche sulle acque del canale, che scorre placido e taciturno. Ovunque ci sia aria di Naviglio c’è lui. Nessuno dimenticherà Gigi Pedroli.

mercoledì 20 maggio 2026

Il poeta etnologo dialettologo

ALFREDO MAIORANO ASCOLTAVA LE VOCI DELLA CITTA’ VECCHIA

 

 

Alfredo Majorano
Scriveva di teatro e per Gaetano Savelli le sue
scene erano popolari, senza mai essere volgari. Era in corrispondenza con Roklfs, l’autore della Grammatica italiana. 

 






 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Avevo letto i suoi “’U fìgghie d’a Madònne” e ”’A trucculesciàte de fratèlle Spiridòne”, ma anche altre sue opere, quando lo intercettai in una bella giornata di sole nella città vecchia, dove aveva vissuto tra la gente anche nella sua giovinezza. Stava parlando con un pescatore da poco sceso da un’imbarcazione ancorata quasi di fronte alla chiesa di San Giuseppe. Sostai a poca distanza per discrezione. Si salutarono e io feci un passo avanti, felice di poter salutare il poeta dialettale Alfredo Nunziato Majorano, che conoscevo soltanto di nome e di vista.
Maiorano nella città vecchia

Quando mi presentai mi chiese: “Ma a te te piàce ‘stu màre ca se mundevèsce Picce?”. “Certo che mi piace. E’ un incanto”. E poi ancora lui: “Sì’ fìgghie o nepòte d’u dottore?” E io: “No, ho solo parenti proletari”. Mi dette dunque subito del tu, concedendomi di fare la stessa cosa con lui. .”Vieni spesso a Taranto Vecchia?”. “Quando posso, volentieri, con il cuore in mano”. “Hai letto qualcosa di mio”. E gli recitai i primi versi di “Tàrde vècchie mije”_ “L’èrva sarvàgge e ddò pummedòre appìse hònne cangellàte do’ sècule de stòrie…”. Sorrise. E c’incamminammo verso piazza Fontana, parlando dell’emozione che suscita passeggiare per questa parte di Taranto.
“Ci vengo spesso e tengo l’orecchio teso verso il dialetto che parlano qui, mi rivelò. Il poeta non aveva fretta. Ogni tanto si fermava, osservava il Mar Piccolo e mormorava: “Che musica! Fàce nazzecà’ le lambare”. Aveva nel taschino del cappotto “’U Panarijdde” e dopo essersi intrattenuto con me oltre un’ora, commentando tutto ciò che passava sotto i nostri occhi, gli dissi che già all’età di sedici anni venivo a Saneminghe, dove avevo organizzato una piccola filodrammatica.
Non era soltanto un poeta consacrato e celebrato ma anche dialettologo, etnologo, autore di teatro, amico di Gerhard Rohlfs, autore della Grammatica italiana e dei suoi dialetti, che era venuto a Taranto per incontrarlo. E si scrivevano tanto.
Majorano era nato a Taranto il 22 dicembre del 1902 e quando l’ho conosciuto abitava in piazza Maria Immacolata, di fianco alla Libreria Filippi, dove io acquistavo di solito i libri della Bur. E fu lì che venni a sapere che il poeta era amico di Rohlfs.
La moglie, Elena, che ebbi il piacere di conoscere un giorno che Alfredo mi invitò a casa sua, ha custodito meticolosamente e con passione tutto ciò che in qualche modo aveva già sistemato il marito: scritti, documenti, oggetti della civiltà contadina e di quella dei pescatori, che costituiscono il Museo Etnografico custodito nel Palazzo Pantaleo con il suo nome, nella città vecchia.
Tradizione e dialetto

Ero affezionalo a don Alfredo. Quando seppi che al Cinema Dopolavoro Ferroviario andava in scena la sua commedia in tre atti “’A stutàte”, andai a vederla. Di fianco a me era seduto Saverio Nasole e alcuni suoi amici ed estimatori. L’opera fu molto applaudita dal pubblico in piedi. Molti urlavano il suo nome, tanti altri si congratularono con lui, che nel ‘32 aveva scritto anche “Canti popolari tarantini”. Era presente anche Dino Rizzo. giornalista esperto di teatro, tanto da essere chiamato dal “Giornale d’Italia” per svolgere il lavoro di critico in quella redazione.
Negli anni Cinquanta, Rizzo fu la fonte, l’anima, l’architetto e il capo cantiere del Premio Taranto, che portò a Taranto i maggiori nomi dell’arte contemporanea, da Migneco a Cassinari, e i critici più famosi e severi, tra cui Marco Valsecchi. La mostra venne ospitata nei locali dell’Istituto Talassografico. Ricordo la reazione dei pittori locali, tra cui Giuseppe Pignataro, che contestavano l’esposizione scrivendo sui muri “Viva Raffaello”, ai quali rispondeva Oronzo Valentini dalle pagine della “Gazzetta del Mezzogiorno”. Ne parlammo con don Alfredo, che passando per rientrare a casa mi m’intercettò all’ingresso del “Cin Cin Bar.
Negli anni ‘50 una Compagnia universitaria improvvisata portò in scena “A Sanda Moneche” e in quella occasione gli interpreti – tranne la grande Anna Casavola, attrice di grandi qualità, che recitava con Enzo Falcone, attore e regista - espressero il loro discutibile estro pindarico, ma l’autore, Majorano, chiuse un occhio. Anzi, scrisse un articolo sulla “Voce del Popolo”, in cui manifestava il desiderio che a Taranto nascesse un gruppo teatrale universitario, magari coinvolgendo i cittadini. Ma nessuno rispose all’appello.
Il ponte di pietra

Poi la compagnia si sciolse e addio teatro studentesco. La città in materia aveva una tradizione rispettabile, contava attori bravissimi, oltre alla Casavola, Lina Mirabile e il padre, un comico surreale, D’Auria, Murianni, Enzo Valli, al secolo Murgolo, e il papà, che nella vita di ogni giorno era brigadiere dei vigili urbani… Nell’edizione locale del “Messaggero” su “’A Sanda Moneche” apparve un lungo articolo con foto di Riccardo Catacchio, ottimo corrispondente del quotidiano romano. Anche il “Corriere del Giorno” e “La Gazzetta” di Gennarini, corrispondente da Taranto, fecero altrettanto. Poco tempo dopo l’Enal, direttore Carmelo Imperio, che covava un’affiatata Compagnia, rappresentò al Circolo Sottufficiali “Trenta secondi d’amore”, con in prima fila Piero Mandrillo.
Don Alfredo lo incontrati diverse volte. Nelle nostre discussioni c’era spesso il dialetto e gli faceva piacere sapere che io lo preferivo alla lingua imposta dai genitori e dagli insegnanti. Mi piacevano le voci “sciacqualattùche” e “manzegnòre”. Un giorno lo intercettai in via D’Aquino e mi invitò a seguirlo in un vicolo vicino a via Duomo, dove aveva appuntamento con un costruttore di nasse che ne teneva quattro o cinque appese nel vicolo. E poco dopo: “Mo’ sciàme a fa’ do chiàcchiere cu ‘nu patrùne de varche”. Ma la barca era vuota e sul pontile c‘erano tre o quattro persone, meno quella che cercava lui.
Eravamo già sotto casa sua, quando ci raggiunse un cronista del “Corriere del Giorno”, che gli chiese notizie della masseria “La Battaglia”, e della sua grande festa del 6 gennaio dedicata ai lavoratori della terra, “che accoglie decine e decine di persone, tutte contadine, che partono da altri paesi”.
Il Galeso

Gli interessi di Alfredo Nunziato Majorano erano molteplici. Amava entrare nell’anima dei concittadini e lo rivedo tra i vicoli, le pusterle e “le strìttele de Tàrde vècchie”, mentre guarda quasi inebriato “’u màre peccerìjdde” con il suo giardino in cui nascono e s’impolpano le “cozze gnòre”, il tesoro della città noto e apprezzato in tutto il mondo: l’oro che ha ispirato poesie, sagre, pagine di storia.
Don Alfredo era un uomo alla mano e molto amato. A Lizzano lo considerano un mito. Gli hanno dedicato diverse iniziative, compresa una mostra nel palazzo che porta il suo nome. La sera dell’inaugurazione il sindaco Generoso Tocci affermò che con quell’impresa s’intendeva far conoscere alla cittadinanza, ma anche a tanti visitatori ”il valore e la passione del nostro Alfredo Majorano”. Aggiungendo che per loro era un dovere da portare all’attenzione finalmente la figura adamantina di questo appassionato dei valori del popolo e della tradizione della nostra terra”.
Infatti Majorano era infaticabile nella ricerca e nello studio, tanto che il grande etnologo Antonio Mario Cirese – curatore della mostra “Aspetti della ritualità magica e religiosa nel Tarantino nel lontano 1971 - si spese molto perché fosse dato il nome di Majorano al Museo Etnografico della Bimare. Il poeta “che ebbe una vita fruttuosa – scriveva Betty Majorano, assessora alla Pubblica istruzione e alla Cultura di quella città – che si è risolta in un’impresa bellissima, quella della collezione che diventò prima una mostra importantissima e poi la base e la sostanza di un museo etnografico...”, un museo con il su nome.... A Lizzano, di cui era originario, dunque, Majorano è sempre stato ricordato con affetto anche perché era presente a tutte le occasioni.
Il ponte girevole
Prendo da uno degli scaffali contenenti i libri sulla mia terra e scovo dei fogli contenenti i premi e i riconoscimenti che Majorano ricevette copiosi e un intervento, a suo tempo apparso su “Taranto da una guerra all’altra” (edito da Mandese), di Giuseppe Francobandiera - scrittore delicato, fertile e profondo conoscitore delle cose di Taranto - secondo il quale “questi ‘petali’ del genere narrativo scenico, anche se germogliati oltre mezzo secolo fa, non sono affatto appassiti”. “Le scene di Alfredo Majorano – scrisse a sua volta Gaetano Savelli sulla “Gazzetta del Lunedì” del 1931 - hanno il merito di essere popolari senza essere volgari, fedelissimo specchio della vita cittadina, dell’anima del suo popolo, quel popolo che viveva “ind’u strittele ca stè semb’arrajàte c’u sole…”.
Alfredo Nunziato Majorano è morto il 28 giugno del 1984. Non ha provato l’amarezza di vedere chiusa definitivamente la “Casa del Libro” di via D’Aquino, che ha pubblicato alcune delle sue opere.

mercoledì 13 maggio 2026

Franco Bompieri, barbiere e scrittore

POTAVA LE TESTE ILLUSTRI NEL SUO SALONE DI VIA MORONE

 

Bompieri sulla soglia della barbieria

Da lui andavano Cuccia, Bettiza, Brera, Calindri, Soldati, Stoppa; e quando erano a Milano Visconti, Mastroianni, Filippo di Edimburgo… Fece la barba a Totò. I suoi libri sono pubblicati da  Feltrinelli,Longanesi, Rizzoli.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
FRANCO PRESICCI
 

Enzo Bettiza lo immortalò in un’intera pagina della “Stampa”; Marco Nozza fu il primo a recensire il suo libro “Il freddo nelle ossa”, pubblicato da Longanesi negli anni Settanta. Franco Bompieri di giorno tagliava i capelli a Tronchetti Provera, Cesare Romiti, Guido Piovene, Indro Montanelli, Leonardo Mondadori, Filippo di Edimburgo, Raul Gardini, Cesare Zavattini, Enzo Jannacci... Quando erano a Milano sulla sua poltrona girevole si sedevano Luchino Visconti, Marcello Mastroianni, Mario Soldati, Raffaele Mattioli… E fece la barba a Totò in una camera del Grand Hotel et de Milan. Per Enrico Cuccia aveva una saletta riservata.
Franco Bpmpieri con Cesare Romiti

Franco Bompieri non depilava soltanto le celebrità. Di notte scriveva romanzi di successo che apparivano nelle collane dei grandi editori: Longanesi, Rizzoli, Feltrinelli. Quante notti trascorse alla scrivania a battere i tasti del computer, ma non sembrava stonato il giorno, quando manovrava forbici e pettine. Conosceva pregi e difetti di tutti quelli che prendeva per i capelli. Poteva raccontare, e lo ha fatto ampiamente in un libro, curiosità divertenti e gesti di ogni singolo cliente, con uno stile icastico e qualche volta simpaticamente ironico. Aveva gran rispetto per quelle teste geniali. A qualcuna di loro offriva anche la tazza di caffè, che andava a prendere al bar vicino, tra via Morone, dove aveva la bottega, e via Manzoni. Un giorno presente, non come barbuto da radere, ma come ficcanaso, mi vennero i brividi al rumore del vassoio che si ribaltava, macchiando la camicia e la cravatta che Bettiza si portava dal barbiere come indumenti di ricambio a lavoro finito. Franco sprofondò nel baratro, ma l’illustre giornalista gentiluomo lo risollevò con diplomazia, poi rivolto a me esclamò: “Succede, ai vivi”.
Poi arrivò Cuccia, entrò, con le mani congiunte sotto la schiena, entrò nel suo salottino privato e attese un secondo di essere servito. Franco diventò una gazzella, riaprì la porta e salutò il banchiere con il riguardo dovuto.
Franco Bompieri nella barbieria

L’Antica Barbieria Colla, la famosissima bottega di Bompieri, era spesso sui giornali, quindi, a Milano e fuori, tutti apprezzavano il barbiere-scrittore, parola facile e cortese, sorriso comunicativo e coinvolgente, occhi di antracite, passo signorile, camice bianco-latte come la cuspide dei trulli di Martina Franca; e gli attrezzi del mestiere nel taschino, dove i medici hanno lo stetoscopio. Era bello e divertente stare con lui. Di più quando lo si incontrava a Tellaro, dove aveva la casa delle vacanze, a poca distanza da quella di Mario Soldati. Sembrava di essere il comandante di un battello, quando era in bottega: i collaboratori tutti in piedi al loro posto, seri e composti; chi curava la testa di un avventore lo faceva in silenzio come il chierichetto nell’offerta delle ampolline al prete, durante la messa. Ordine e silenzio regnavano in questo salone aperto in una via tranquilla e riposante che sfocia in una delle piazze più belle di Milano: la Belgioioso, che ospita un ristorante antico di 600 anni, il “Boeucc”.
Andavo a trovarlo, Franco Bompieri, amico da tanti anni. Lessi il suo “Arriva il principe” e mi divertii molto. Questo nobile che aveva mobilitato il paese, impegnando tutti a restaurare le facciate delle case, a rendere lindi come piatti da cucina le strade, addirittura a restituire dignità al castello e quello tardava, deludendo e innervosendo i faticatori.
Mario Soldati (La Fratta)

Presentò il libro in un locale presso via Torino, presenti il sindaco Carlo Tognoli e l’editore Scheiwiller. Era compiaciuto nel vedere tutto quel pubblico che gli voleva bene. Dell’amico Leonardo Mondadori diceva: “Solo il nome mi bastava per respirare aria di casa dell’editore. E mi venivano in mente Poggio Rusco e Ostiglia, terre al di là e al di qua del Po, terre mantovane insomma, come la mia… Per me Arnoldo Mondadori era William Sarov, Hans Fallada, Stefan Zweig, Luigi Pirandello e decine di altri narratori che avevano soccorso la mia fame di evasione negli anni dell’immigrazione. A Milano, quando, fosse estate o inverno, la luce veniva inflessibilmente alle otto di sera e io tiravo tardi leggendo alla luce del lampione sotto casa o davanti a un caffellate in latteria…”.  
Era colto, ma non ci teneva a mostrarlo. Un giorno facemmo una breve passeggiata per le vie della vecchia Milano, percorrendo via Bigli, via Montenapoleone, via Sant’Andrea... Quanta storia attraversavamo e lui era taciturno, come se immaginasse i personaggi che le avevano calpestate. Tanti per andare al salotto della contessa Clara Maffei o alla casa del Manzoni. Che è in via Morone. La conosceva bene, la sua zona, e l’amava. Via Manzoni no: troppo rumorosa, troppo frequentata; e poi i tram che passano ansimando, i taxi, che in due secondi arrivano da piazza Scala a piazza Cavour. “Perchè non vanno più piano? E’ la follia della corsa”. Enzo Bettiza, Franco?. E’ un grande, un signore, forse bacia ancora la mano alle donne. Oltre all’italiano parla perfettamente il russo, il tedesco, il francese e l’inglese”.
Ricordo natalizio

Era un uomo generoso, Franco Bompieri. Un Natale, invece di fare un calendarietto dei barbieri come facevano tutti, distribuì un cartoncino in cui campeggiavano lui, una candelina, un cerbiatto e uno scrittore con una barba appiccicata (non ricordo più chi fosse). Me lo regalò due anni dopo, quando gli chiesi notizie sui calendarietti profumati per un articolo sul “Giorno”. Me lo aveva chiesto personalmente il nuovo direttore, Giovanni Morandi, sapendomi appassionato di tarocchi, cavatappi, francobolli, trenini, tram... E mi venne tra le mani un libro da lui preso da una vetrina della barbieria, accanto ad un’altra con una piccola collezione di attrezzi storici della categoria. “Ecco, è una storia dei calendarietti. Guarda quante belle foto. Buon Natale”. “A te”. Volevo scrivere un articolo sui barbieri partendo dall’antica Grecia, quando già i saloni erano luoghi d’incontro e di conversazioni.
Cominciò a stare male, non andava quasi più in via Morone e neppure a Tellaro. Quante volte mi ha invitato a sedermi su una delle sue poltrone per potare il cespuglio che portavo in testa. “No, Franco, chiedimi di andare a piedi da qui al Giambellino, ma non di accularmi su una di quelle postazioni prestigiose”.
Ernesto Calindri nello studio di casa

Mi chiese il motivo: “Perchè”? Sarebbe presunzione. Io su un seggio destinato a personaggi come Roberto Benigni e di Bettino Craxi? Io sono un umile cronista e voglio stare sempre nei miei confini. Rise. Rideva sempre quando ascoltava cose che non condivideva. “Franco – gli domandai - è vero che Piovene uscì dalla barbieria senza accorgersi di essere stato... sbarbato da un rasoio senza lametta?”. Non rispose. Incalzai: “E’ vero che l’attore Ernesto Calindri cambiava sempre la forma dei suoi baffi?” Calindri, che sorseggiava un aperitivo a base di carciofo seduto come su un trono tra le auto in transito, cambiava sempre la forma dei baffi? “Calindri era una persona affabile e simpaticissima, vero?”. Lo intervistai nella sua casa a Milano e lo incontrai in un convegno sul teatro a Taranto, organizzato da Ugo Ronfani. Rischiò di cadere dalla pedana e lo salvò un operatore di una tivù locale. La prima frase che diceva quando mi vedeva arrivare era: “Andiamo al bar”. Era il suo modo per dire che era felice di vedermi. Ci facevamo delle telefonate. Io per chiedergli qualche foto per un testo su di lui. Risposta: “Ti passo la Lalla”. La Lalla era una bellissima signora che profumava la cassa. 
Franco Bompieri non c’è più da un pezzo, ma io lo ricordo sempre volentieri. Ogni tanto rileggo uno dei suoi libri e mi vengono in mente gli inviti che mi faceva a Tellaro. Lì lo incrociò mio Figlio Luca e Bompieri gli fece festa. Caro amico, nato scrittore. Ricordo il giorno in cui celebrasti l’anniversario della barbieria (1904-2004) e il Comune fece chiudere la strada per sicurezza. C’erano tante personalità, da Cesare Romiti a Tronchetti Provera a Enzo Jannacci.

mercoledì 6 maggio 2026

Da Scanno a Milano anni ‘50

GIUSEPPE ROSSICONE GRANDE CERAMISTA

 

 



Giuseppe Rossicone
Dal suo laboratorio storico passare artisti come Treccani, Alfieri, Dova, Cantatore, Alto. Arnaldo Pomodoro… Le sue opere, dalle figure ai faraglioni, sono in tante collezioni private

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Non molti anni fa in via Chiossetto, stretta, silenziosa, qualche passante e qualche cilindrata non frettolosa c’era la redazione di “Qui Touring”; l’ufficio di un famoso petroliere riservato; lo studio del pittore Max Quatty e il laboratorio di un grande ceramista abruzzese, Giuseppe Rossicone. La via parte da via Francesco Sforza e si conclude di fronte al Palazzo di Giustizia.
Giuseppe Rossicone a una sua mostra

Se la si percorre a piedi in pochi minuti si conquista la vista dello storico edificio, iniziato nel 1932 e concluso 7 anni dopo. L’ingresso per avvocati, giudici, cancellieri e non solo è da via Freguglia. Non era una mia meta quotidiana: ci salivo per fare un saluto ai miei colleghi della sala stampa, acquartierati al primo piano quando non erano in una sala delle udienze per prendere nota dello svolgimento di un processo.
Io mi fermavo prima: al laboratorio di Giuseppe Rossicone, che avevo conosciuto negli anni ‘60, grazie al pittore veneto Giuliano Adonai, che venne a farmi visita al “Giorno” e mi mostrò la foto di un su quadro che esprimeva il grido di una delle vittime del disastro del Vajont. Adonai era un artista di talento, studioso di storia, tanto che andò a dirigere “Historia”, di Cino Del Duca, dopo il professor Alessandro Cutolo. passato alla televisione a condurre trasmissioni con il suo stile chiaro e semplice.
Tornando a Rossicone andai a trovarlo un pomeriggio, sorprendendolo al tornio. Non smise di fermare il piede sul pedale e rispose alla mie domande per uno dei miei articoli richiestimi da Paolo Cavallina, conduttore di “Chiamate Roma 31-31, per un giornale abruzzese “Il Mezzogiorno”, diretto da lui “Ti do una pagina intera con foto a colori”, mi aveva detto telefonandomi. Rossicone era di Scanno e aveva appena vinto il Premio Tadino ed era l’artista che io cercavo. Urlò “Avanti” dalla sua postazione e m’inoltrai in un angusto corridoio, poi un altro e mi ritrovai in un a stanza ampia che prendeva luce da una finestra aperta nel cortile.
Giuseppe Rossicone nel laboratorio

Era appena andato via Remo Brindisi, un grande pittore abruzzese che aveva lo studio in via Pietro Calvi. Era stato lui a definire azzurro ferrigno il colore usato da Rossicone per le sue lampade-forme, le figure, i faraglioni, i vasi, molti destinati a Evi Zamperini Pucci, maestra dell’ikebana e donna bellissima che spiccava anche per gli abiti e l’eleganza nelle feste al Circolo della Stampa, presieduto da Ferruccio Lanfranchi, capocronista del “Corriere della Sera”.
Quando uscì il mio articolo, Rossicone lo mise in cornice, appendendolo a una parete; e lo lessero Ernesto Treccani, Attilio Alfieri, lo stesso Brindisi… Da allora cominciai a frequentare la bottega di Peppino, diventata poi storica. Lo vidi lavorare, dipingere i suoi multipli che prese a realizzare su bozzetti di Arnaldo Pomodoro, Filippo Alto, Cassinari, Dova, Cantatore, Cascella, Schifano, Purificato… Era infaticabile. Arrivava in bicicletta alle 9 e andava a pranzo alle 13; riprendeva alle 14 e andava avanti fino alle 20. Era sempre cortese, disponibile, generoso. Faceva nostre personali nelle gallerie prestigiose non soltanto di Milano. Conosceva tutti. Un giorno mi parlò a lungo di Bruno Contenotte, che io avevo conosciuto nella sua esposizione in via Fatebenefralli, piena di quadri... psichedelici, come il pavimento della sua abitazione, dove si camminava su luci che cambiavano colore ad ogni passo.
Ogni volta che andavo in via Chiossetto Giuseppe mi parlava di tutto, degli incontri con le persone che entravano nel laboratorio per osservare le opere esposte o sistemate su lunghi scaffali ricurvi per il peso o su un tavolo, su un divano, tante, ma proprie tante, alcune pronte a partire per una esposizione anche nel Sud. Tanti artisti italiani e stranieri che hanno fatto la storia dell’arte – ha scritto qualcuno – sono passati da via Chiossetto. Pittori e scultori. In un locale piccolo quanto una sacrestia di paese campeggiava una grossa sfera di Ernesto Treccani e alcune statue di Ibrahim Kodra, l’artista albanese che pur legato alla sua terra attraversò oltre mezzo secolo di storia di Milano.
Chechele e Nennella

Rossicone parlava spesso di lui, della sua attività, a, dei suoi lavori esposti nelle gallerie di Palermo, di Positano… Io ho scritto tanto di Rossicone, che tra l’altro non mancava mai alla cerimonia della consegna del Premio Milano nel ristorante di Chechele e Nennella, la cui prima edizione premiò Giovanni Valentini, che a 29 anni dirigeva “L’Europeo”. Rossicome era una persona alla mano. In tanti anni non l’ho mai visto arrabbiato né alzare il tono di voce. Era paziente, ottimista, fedele e schietto nell’amicizia. Quando la sua bottega venne inclusa nell’elenco dei luoghi storici mi comunicò la notizia senza esaltarsi. La sua gioia s’intuiva da un sorriso quasi impercettibile. Era discreto, non usciva mai dal suo orto, sapeva ascoltare. Nell’arte della ceramica, antichissima come il Vecchio Testamento e nobile, era una personalità. Mi piaceva vederlo plasmare l’argilla con quelle sue mani abili. Dall’argilla estraeva forme sinuose, con graffi, incisioni, segni. Le sue opere avevano un fascino particolare. Un giorno gettò un pezzo d’argilla sul piano di un tavolo rugoso e tarlato e dopo averlo trattato con la spatola sembrava uno di quegli scogli del mare di Taranto. Lo fece quasi per scherzo, ma con un risultato che ai miei occhi esaltava il suo estro.
Quanto ho scritto su Peppino. E continuo a farle per ricordarlo a chi gli fu vicino con affetto.
Nico Blasi

Dopo che era uscito dall’ospedale andai a trovarlo più di una volta e lo trovavo stanco, al punto da reggere con fatica la spatola e il pennello. Parlava più piano del solito, seduto vicino alla scrivania in uno dei minuscoli spazi tramezzati, fra tante carte, cataloghi, libri, ritagli di giornale e qualche multiplo di Pozzi, Franz Borghese, Vittorio Di Muzio, Arnaldo Pomodoro, Morshita Kenzo, Domenico Cantatore, a cui negli anni ‘70 Giuseppe Giacovazzo dedicò il primo documentario a colori della televisione, in parte ambientato a Ruvo di Puglia, città natale dell’artista. Giuseppe non aveva più addosso il grembiule macchialo di colori, forse perché lavorava molto meno del solito.
Così è finita la fiaba del grande ceramista di Scanno che creava in quella via silenziosa come un chiostro di frati, dove le parole dette non arrivavano mai al cortile, tranquillo, senza voci e senza gesti. Mi pesa aver chiuso quel percorso. Sono anni in cui non salgo alla redazione in cui Mario Oriani fabbricava le sue riviste, da “Qui Touring” ad “Aqua”; anni che non passo più davanti al Bar Taveggia, dove il fotografo Golizia presentò il suo libro sulle masserie di Puglia con saggi interventi di Nico Blasi e del prefetto Ferrante. Quindi non so se in quel laboratorio sotterraneo ci siano ancora le tracce dell’artista nato a Scanno nel ‘33.
Non l’aveva mai dimenticato, il suo paese in provincia dell’Aquila, in parte assorbito dal Parco Nazionale. Ci tornava, eccome. Aveva radici solide: abruzzese autentico, orgoglioso di esserlo, come Barracca, titolare dell’Osteria del vecchio Canneto e del ristorante “Gran Sasso”, dove ogni sedia aveva sullo schienale il nome della persona illustre che vi era stato seduto, compreso il mitico Gianni Brera.
Rossicone, Ibrahim Kodra, Filippo Alto

Ho qualche opera in cui si combinano i nomi di Kodra e Rossicone, due amici indimenticabili che si sono portati via un pezzo del mio cuore. Quando il figlio di Giuseppe, Gianluca mi telefonò per dirmi che il padre non c’era più piansi. E non potetti essere presente al funerale, perché le gambe non hanno più equilibrio. Mi restano i ricordi, tanti, che a momenti fluiscono copiosi. Mi vengono in mentre la semplicità di Giuseppe, la giovialità, l’umiltà. Un paio d’anni fa i figli di Filippo Alto, Giorgio e Diego, mi chiesero chi poteva parlare del padre, fra le personalità che conosceva, del suo comportamento con gli amici… e li accompagnai da Giuseppe Rossicone, che pur conoscendo bene, trovava difficoltà a raccontarlo davanti all’occhio magico della macchina fotografica.
Così era Giuseppe Rossicone: aveva raggiunto la fama, la stima di personaggi di rilievo, l’apprezzamento della critica, ma di fronte all’obiettivo diventava timido.