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mercoledì 20 luglio 2016

GIACINTO PELUSO, UN UOMO BUONO E GARBATO - STORICO SCRUPOLOSO E INFATICABILE

 Ha raccontato con passione fatti e figure della sua città

Giacinto Peluso e Nicola Mandese.



La sua memoria era limpida, inossidabile. Ha raccontato


tanti aspetti sconosciuti della Bimare, avvincendo il lettore


Tra i suoi libri, tutti interessanti “Taranto da un ponte all’altro”


pubblicato in elegante veste tipografica da Mandese





Franco Presicci





Piero Mandrillo, Alfredo Nunziato Majorano, Alfredo Lucifero Petrosillo, Diego Marturano, Nicola Caputo, Giacinto Peluso …Quanti tarantini nell’albo d’oro di questa città ricca di preziosità non solo paesaggistiche. Piero lo incontrai tante volte a Milano, e gli feci anche da guida in Galleria Vittorio Emanuele, dove si aprono il Savini, il Camparino, il Biffi …; in via Caminadella; in via Spadari, un tempo affollata di fabbricanti di sciabole; in via Orefici, che ospitò le botteghe dei battiloro… Ma soprattutto nei luoghi meno frequentati dai turisti, come i navigli, il vicolo dei Lavandai, che per il poeta Armando Brocchieri era una chiesa di artisti per tutti quegli “atelier” nei cortili, che sono anche tavolozze botaniche.

P.Mandrillo e F.Presicci sul naviglio
Piero non si accontentava di osservare: voleva anche sapere; e un giorno lo condussi dai pittori Guido Bertuzzi e Aldo Cortina, che tra l’altro era stato allievo di De Pisis, ed era sempre disposto, come Guido, a rispondere alle domande: Perché vicolo dei Lavandai, quando a lavare i panni erano le donne?. “Beh, non è che gli uomini se ne stessero con le mani in mano: ritiravano la roba per il bucato e la riportavano pulita; reclutavano i clienti…”. Le donne lavoravano anche d’inverno?. “Certo. Si difendevano dal freddo con qualche sorso”. 
Poi Piero telefonava a Raffaele Carrieri, e qualche volta andava da lui per una visita di cortesia o per un’intervista. Fu ricevuto anche da Eugenio Montale, nella sua abitazione in via Bigli; e da Giuliano Gramigna, nella sede del “Giorno” in via Fava. Con il grande critico letterario avevo confidenza e feci da tramite. Fui anche presente all’incontro; e nelle sue note sul “Corriere del Giorno” Piero m’incollò l’appellativo di psicopompo.
Di Petrosillo ancora oggi rileggo “’U travàgghie d’u màre”, “Chùdde”, “Bella cafona meje”… e altro; di Majorano “’A Sanda Mòneche”, “Zazzarèddere”…; di Marturano, oltre ai versi, “’U cuèrne de Marj’a canzìrre”, commedia in un atto che negli anni 50 venne rappresentata da un improvvisato gruppo di universitari al Circolo dei Marinai. Di Mandrillo ripasso il saggio sul “Carducci” e rivedo le trasmissioni su Tv Taranto. I libri di Peluso sono appilati sulla mia scrivania, e ogni tanto scorro le pagine sul pianino, su don Catàvete e dònna Pernìce… Lo ritrovo nel vocabolario di Gigante edito da Mandese, dove le sue spiegazioni sono, almeno per me, illuminanti.
Di quest’uomo ricco di umanità e di cultura ho molti ricordi.
Via Garibaldi vista dal mare
Un mezzogiorno, sul pullman che va a Solito, sentii una voce sparare il mio nome. Mi guardai attorno e notai una testa che cercava di sovrastare le altre. Mi avvicinai, salutai scavando nella memoria. Era un signore basso, pienotto, calvo, con un sorriso aperto. Sembrava contento di vedermi, ma chi era?. “Ti leggo sempre; sai? Sei infaticabile al ‘Giorno’. Spesso in prima pagina. Bravo…Quanti anni sono passati da quando lasciasti Taranto per trasferirti a Milano?”. Lo guardavo e cercavo un barlume, un guizzo, uno spunto. Pensò lui a spalancare il mio archivio: “E tu mi leggi sul ‘Corriere’?”. Bastò. “Certo che la leggo: lei insegna ai tarantini la loro storia; descrive figure antiche, interpreta, illustra le perle onomatopeiche del nostro dialetto, i suoi suoni... Professore, che piacere!”.
Quinta e fondale di teatro
Ero già in pensione, e continuavo a scrivere per il “Giorno”. Ogni settimana una mia pagina: i locali storici, i teatri, la vita milanese di Stendhal, il salotto letterario della contessa Maffei, i miei incontri con il presidente Pertini al Savini, al ristorante “Il Grissino”, in una casa privata… E gli sollecitai informazioni sulle vicende del lotto a Taranto ai primi del ‘900 per un articolo che mi accingevo a scrivere su questo gioco dal punto di vista demologico. Me ne dette subito una buona dose. Arrivammo alla fermata in fondo a via Cesare Battisti, proprio di fronte al luogo in cui ero atteso, m’invitò a casa sua per un caffè. E continuò il discorso, accennando alla ricevitoria che si trovava nella via Maggiore della città vecchia, in una sola stanza angusta semibuia del Palazzo De Santis, assiepata di gente che puntava sulle disgrazie, su una scazzottata, su un matrimonio, sui sogni… che l’addetto smorfiava. Scommettevano tutti, ricchi e poveri. Poi aggiunse che i numeri estratti venivano stampati su foglietti colorati nella tipografia Lodeserto, a Palazzo Galeota, e affidati, per la diffusione, ai ragazzi che lavoravano al mercato della frutta e verdura di piazza Fontana.
Piazza Fontana negli anni 20, da un libro di Peluso.
Gridavano “Tùtte le ruooote”, come, in tempi più recenti, Marche Polle, che, scarpinando, soprattutto in via D’Aquino nelle ore in cui l’andirivieni lievitava. Proponeva ‘”U panarjidde”, confezionato nella tipografia Leggieri, e incalzava, abbassando il tono, “A vuè ‘a schedìne?”. Peluso ne ha tracciato il profilo in uno dei suoi libri.
"A Duàne d'u pèsce".

Stetti ad ascoltarlo con interesse e ammirazione. Parlava con la stessa semplicità e chiarezza che trovo nei suoi libri. Poi mi accompagnò alla porta promettendomi di spedirmi a Milano il suo prezioso “Taranto da un ponte all’altro”, che stava per essere sfornato da Mandese, in veste elegante e con tante fotografie d’epoca (ne mostriamo due, autorizzati dallo stesso editore). Mantenne la promessa; e io gli restituii l’unica copia dell’edizione di molti anni prima (credo del ’32) che mi aveva dato in prestito. Il pacchetto conteneva anche una sorpresa: una xilografia fattami dal pittore e fotografo Salinari come premio dell’attenzione che riservavo ai suoi quadri, quando avevo 19 anni.

Mar Piccolo
Ne regalai, con dedica, un esemplare a Giacinto Peluso; e lui dopo 50 anni me la restituiva. Non capivo la ragione del gesto e la frase contenuta in un biglietto: “Adesso è meglio che lo tenga tu. L’ho conservata per tutto quel tempo”. Mesi dopo mi chiamò Nicola Mandese per avvisarmi che Giacinto Peluso non c’era più. Taranto e i tarantini perdevano una voce importante. Io una persona che mi era stata sempre cara. Ho ancora in mente i saggi consigli che mi ha somministrato, quando ero giovane.
Uomo colto, generoso, affabile, Peluso ha descritto fatti e personaggi, luoghi e tradizioni con dovizia di dettagli. Ha fatto conoscere la storia e le leggende della nostra “culla”. E lo ha fatto in uno stile garbato, avvincente, limpido. Invoglia il lettore a lasciarsi prendere per mano in questi suoi viaggi in una Taranto dissolta.
Vecchio tram vicino al Municipio, da un libro di Peluso
Quella, per esempio, del lume a petrolio, oggetto sconosciuto ai giovani: “’A gazzettèlle”, ’u bècche, ’u tùbbe, ’u lumecìne’?...Ce so’?”. “E ce jè ‘a buttìglie d’u petrolie?”. Si teneva di scorta nell’eventualità che la fiammella si spegnesse. Il combustibile si vendeva ovunque, soprattutto nei negozi dei carbonai. E se il becco andava in frantumi, ci pensava “’u conzalùme”, l’uomo che passava sottocasa ogni giorno cantilenando per avvertire le massaie.
Nicola Mandese
Nel 1925 arrivò la luce elettrica e il lume a petrolio, titolo di un libro di Cesare Giulio Viola, venne messo da parte. Oggi è oggetto da collezione.
Non sbiadisce nella mia memoria la figura di questo scrittore prolifico ed egregio. Una mattina lo incontrai nella libreria Filippi, in piazza Maria Immacolata, e all’uscita mi invitò a fare due passi. Passammo davanti alla Casa del libro, oggi inserita nell’elenco delle librerie storiche, sfiorammo la Sem, proseguimmo per piazza del Carmine. E camminando mi impartì una brevissima lezione sul volto perduto della nostra città.
Scoprii che il severo professore di francese aveva un cuore d’oro. Da Milano ebbi spesso la tentazione di telefonargli, e più volte impugnai la cornetta, riponendola subito, per il timore di disturbare. Ma di lui abbiamo parlato tante volte con Nicola Mandese, che gli era così vicino. E ne parliamo ancora, nelle mie rimpatriate.


mercoledì 13 luglio 2016

I viaggi sulla Michelangelo e sulla Raffaello



LA NAVE MICHELANGELO


Le giornate fra divertimenti e riposo. Le manifestazioni come “La dama dello zodiaco”. I pranzi, i balli, le cene i dolci fra sculture di ghiaccio. Gli spettacoli del grande Enrico Simonetti.
Una traversata con Raffaella Carrà e il Mago Waldner, titolare di una rubrica su “Grazia”.

I motori si spensero nel ’75 suscitando tanta malinconia.




Franco Presicci





Superba, signorile, imponente, magnifica, la Michelangelo, come la sua gemella Raffaello. avvolgeva subito i viaggiatori in un’atmosfera di serenità. Mi emozionavo ogni volta appena messo piede sul barcarizzo; e poi quando la banda intonava l’inno di Mameli per salutare la partenza.
Visita alla nave
Di solito si lasciava il porto di Genova al mattino, dopo aver passato la notte all’hotel Principe. E già lì incontravo gli amici che avrebbero condiviso l’avventura con me: Liliano Modena, addetto alla custodia e alla distribuzione dei “gadget”; il pittore Fed Ferrari, autore di un enorme ritratto della moglie del presidente della Repubblica, donna Vittoria Leone; il fotografo ufficiale di bordo Gianfranco Barabino; Adriano Bet, capufficio stampa della Società “Italia” di navigazione... L’incontro era una festa, a cui partecipavano l’avvocato Paolo Zucchi di Pavia, o il mago Waldner, che scriveva su “Grazia”. Conobbi le attrici Erica Blanc, Diana Torrieri, Solvi Stubing…; e poi Raffaella Carrà e Gianni Boncompagni; Alfredo Pigna, giornalista del “Corriere”, direttore della “Tribuna illustrata”, conduttore televisivo esperto di sci alpino, sceneggiatore (”Il fischio al naso”, nel ’67, di e con Ugo Tognazzi…), amico di Dino Buzzati.
Alfredo Pigna (al centro) e Presicci a sinistra ballano
Alto, simpatico, pronto alla battuta, Pigna fu protagonista di una scena imbarazzante che lui rese divertente: a una bellissima ragazza si slacciarono le bretelline del vestito e lui, con provvidenziale tempismo, le si parò di fronte, nascondendola agli sguardi, e rassicurò i presenti: “Ho evitato due gol”. Era con noi la moglie del vice di Bet, Bonfiglioli, una signora fine e deliziosa.
Ping-pong sulla Michelangelo







Le giornate sulla Michelangelo e sulla Raffaello trascorrevano in fretta con i tanti passatempi che gli animatori offrivano. E chi non voleva essere coinvolto, per esempio, dal tiro al piattello poteva scegliere fra i tuffi in piscina, le passeggiate sui ponti, le visite ai quadri disposti nel vestibolo, nei saloni delle feste, nella veranda-bar, nella sala da gioco e di lettura, nella sala da pranzo, nelle gallerie di collegamento: opere di Turcato, Santomaso, Dova, Fiume, Usellini, Omiccioli, Tosi…; e sculture di Calvelli, Alfieri…sulla Michelangelo; e, sull’altro transatlantico, un”Estate in Sicilia” di Sciltian, , un”Odalisca” di Cantatore, “Il paracadute” di Usellini…
Giochi sulla Michelangelo
In ogni traversata, una manifestazione, seguitissima: la “Signora del mare”, la “Dama dello zodiaco”… L’11 maggio del ’73 sulla Raffaello vinse il “collare di Nettuno” la bella e bionda tedesca Ute Marrè, innamorata del nostro Paese. A consegnarle il premio, mentre la nave andava beccheggiando verso Cannes, il comandante Narciso Fossati e la grande Diana Torrieri. Io rimasi un po’ deluso, essendomi battuto affinchè il riconoscimento andasse all’attrice teatrale, tanto che un membro della giurìa mi accusò, benevolmente, di averlo fatto per interesse in quanto addetto stampa dell’iniziativa. Comunque, l’attrice mi premiò facendomi leggere alcune sue poesie ancora in bozza.
Da sx: F. Presicci-A. Bet-i premiati Margaret Boeri e Enrico Simonetti

Il 2 ottobre dell’anno successivo venne eletta “dama dello zodiaco, sulla Michelangelo in rotta da Casablanca a Genova, Margaret Boeri, bulgara direttrice di una clinica. Lei si presentò con un bellissimo abito ispirato appunto all’astrologia, imponendosi per la figura avvenente. Dopo la cerimonia nel grande teatro si esibì il maestro Enrico Simonetti, che da un mese non toccava terra. In estate aveva mietuto un notevole successo in uno “show” televisivo, quindi era salito a bordo e invaghitosi della vita che vi si conduceva aveva deciso di navigare a lungo.
Non mi lasciai sfuggire l’occasione. Appena abbassarono il sipario, gli chiesi un appuntamento, e me lo concesse. Avevamo stabilito un buon rapporto da quando su un treno traballante eravamo andati insieme da Casablanca a Marrakesch, dove fummo assediati da una miriade di ambulanti di barracani e oggetti di artigianato locale.
Su un ponte della nave
Ci rivedemmo il giorno successivo alle dieci sotto il fumaiolo della nave. Cominciò parlando del suo maestro e delle sue raccomandazioni: “Il contadino che la domenica va in piazza ad ascoltare la banda deve capire ciò che cosa si suona; altrimenti a che serve allestire una cassa armonica? Sarebbe soltanto folklore e basta”. Lui non l’aveva mai dimenticato. E dopo i consensi ottenuti nei teatri, alla televisione e alla radio contava di ritirarsi nella sua Alassio e di aprire una scuola destinata ai giovani desiderosi di conoscere la musica in maniera corretta. “Ho detto informazione, non formazione musicale”, precisò. Il Comune gli aveva già messo a disposizione ciò che occorreva. Gli sollecitai un giudizio sui musicisti come Gaslini, che andavano a suonare nelle fabbriche; e mi rispose che li apprezzava molto. “Con loro la musica arriva direttamente al cuore della gente”. In altri Paesi, aggiunse, i giovani imparano sin da piccoli ad ascoltare la musica, quindi sanno a che serve uno strumento, la sua storia, com’è nato il suono. Parlava piano, con qualche cadenza romanesca, con un’affabilità sincera. Il suo era un discorso rettilineo, Raccontava senza costellazioni enfatiche il suo “Simonetti show” di 146 puntate con un successo strepitoso in Brasile, dove aveva soggiornato dal ’52 al ’61.
E.Simonetti e F.Presicci sulla nave
In Italia aveva trionfato con lo “show” “Excelsior”. In un western, del ’68, “Non cantare spara”, aveva lavorato con Mina. Il punto più alto lo raggiungerà nel ’75 con la musica composta per lo sceneggiato “Gamma”. Era uomo di ottime letture (Berto, Cassola, Ginzburg, Saviane, Pavese, libri scientifici, di fantascienza…). Schivava i dialoghi banali, i luoghi comuni, i giudizi superficiali, approssimativi; i discorsi che si diluiscono in mille rivoli senza conclusioni. “Mi viene la tentazione di creare un club dei matti, degli stralunati. Ne troverei dappertutto”. Si teneva lontano dagli ambienti degli artisti, non gli piaceva starsene seduto al caffè. Nella vita era come in tivù, senza storture divistiche. Aveva il gesto discreto, il sorriso cordiale. Una sua virtù? “Non esco mai dal mio orto”. In quei giorni gli era stato proposto un film con Edwige Fenech, ma il progetto non lo entusiasmava. “Se ho accettato di fare televisione l’ho fatto solo per rivalutare il pianoforte, per valorizzare la musica”. Doveva la sua amicizia con la tastiera alla nonna: lei cantava le romanze e lui l’accompagnava. Aveva sette o otto anni.
Erano quasi le 13, quando terminammo la conversazione. Ci aspettavano in sala da pranzo, che trovammo già al completo. La cena iniziava alle 21. E c’era quasi sempre chi compiva gli anni. Allora andava in scena un rito esaltante: si spegnevano le luci, dalla cucina sbucava un corteo di camerieri, ciascuno con una torta illuminata sul palmo della mano, mentre esplodeva un coro di auguri.
Ettore Colombin chef della Michelangelo
Lo “chef” Ettore Colombin si godeva la scena dalla soglia del suo regno. Dopo, chi a ballare sulla pista del salone delle feste (“Florence”, sulla Michelangelo; “Veneziana, progettata dagli architetti Attilio ed Emilio La Padula, sulla Raffaello); chi a una sfilata di moda; chi al bar a sorseggiare un drink. Il ganimede si pavoneggiava sulla scia di uno “Chanel numerò cinq” e smaltiva la sconfitta in un tango argentino. A mezzanotte ancora tavole imbandite: ricco “self-service” con ogni bendidio, compresi dolci monumentali fra architetture di ghiaccio.
Le ore erano dunque piene in questi sontuosi palazzi galleggianti. Trascorrevano veloci tra divertimenti e riposo, facendo bene allo spirito e alla salute. Io nella tipografia di bordo facevo anche un giornale, con la cronaca delle serate, le interviste ai passeggeri, alle personalità, al comandante, le curiosità, le foto che mi dava Barabino…. Peccato che nel ’75 questi gioielli del mare dovettero smettere il servizio. Dopo appena dieci anni di vita. Non le dimenticherò mai, soprattutto la Michelangelo, sulla quale viaggiai più spesso, ospite della Società di piazza De’ Ferrari, l’armatrice. La Michelangelo era lunga quasi 275 metri, larga 31; stazza lorda 45.911 tonnellate, 22 meno dell’altra, ricettività di 1775 passeggeri. Le dissi addio con tanta malinconia. Con la loro scomparsa finì un’epoca.






























mercoledì 6 luglio 2016

Una volta i ragazzi giocavano in strada






'A levòrie, archivio fotogafico di Nicola Giudetti.
ERANO I TEMPI

 “D’A LEVORIE”

E DELLA PALLA DI PEZZA







La Befana aveva le scarpe rotte e il sacco vuoto

Durante le feste, nelle piazze si issava l’albero

della cuccagna. Nei quartieri si accendevano i

falò per San Giuseppe e per il funerale di Carnevale

Nelle case si ballava con il grammofono a tromba.




Franco Presicci


Quando ero ragazzo avevo il campo-giochi davanti a casa (in via Nettuno, tra via Dante e piazza Messapia): un marciapiedi largo e sterrato, con un muretto di tufo mezzo smozzicato su un lato.
Gli stabili della via erano bassi: al massimo due piani. C’era solo un esercizio, la tabaccheria di don Damiano, e un calzolaio con il deschetto, mest’Andonie, che non ci sopportava per il chiasso che facevamo giocando alla livoria. Che cominciava dopo aver segnato “’a menàte”, il limite da cui si lanciavano le palle d’acciaio, tentando d’infilarle “gnìndr’a scìgghie”: cerchio di ferro del diametro di sei o sette centimetri dotato di una specie di chiodo che si conficcava nel terreno a una decina di metri dal punto di partenza; e se si mancava il bersaglio, lo si raggiungeva spingendo la boccia con la paletta. Per aggiudicarsi due punti in una botta sola, bisognava colpire, con la propria, quella dell’altro, facendole superare la “menata” al grido di “Càpe, ce mandène jè fàtte”, volendo dire che, se il “proiettile” toccava un piede, il premio era assegnato anche se non era stata superata la linea di demarcazione.
'A ròzzele.
vevamo anche gli spettatori: “’na decìne de uagnùne e ‘ngòrchie grànne”. Il numero lievitava con le donne affacciate ai balconi, che quando noi sloggiavamo, verso le 19, dirottavano l’attenzione sui passanti, snocciolando critiche sul loro modo di camminare, sui vestiti che indossavano, sui gesti, i tic…. La signora che fumava per strada era una novità, quindi un buon argomento da commentare; quella che addentava un pezzetto di pane “no’nge ‘u tène ‘u tàule a ccàse, pròbbie mmìenz’a stràte addà scè’ mangiànne?”. Molti avevano il soprannome. Lo zio di un mio coetaneo era “Cemenère”, “p’u sìchere” sempre stretto fra le labbra; una cinquantenne bassa e magra, “vacandìe”, claudicante, “mènza meròdde”, e non capivo perché, avendo saputo che “meròdde” in dialetto sta per cervello.
Piazza Messapia.
Un diciassettenne mingherlino, “cùrt’e màle cavàte”, era “’u malacàrne””, perché improvvisava scherzi non sempre divertenti, come quella volta che fece “avenè’ ‘a frève” a un ottantenne di passaggio. “’U panarìedde” aveva legato un filo a un portafoglio malridotto, reggendo fra le dita l’altro capo; il malcapitato vide la custodia e si piegò per prenderla; l’altro tirò piano il filo, il vecchietto attribuì il movimento al ventaccio che spirava da un paio di giorni e insistette. Così fino a quando il trucco non fu smascherato, scatenando tuoni e saette. Allora i palloni erano una rarità, e noi ci ingegnavamo facendo “’a pàlle de pèzze”, un po’ di stracci arrotondati con una corda. Era da poco finita la guerra, le famiglie avevano le tasche vuote e quindi anche “’u spezzidde”, la lippa, era di nostra produzione.
'U spezzìedde, foto di Taranto ha due mari.
Era un gioco molto in voga: stando “indr’o ‘ndurnìedde” tracciato per terra, si batteva “cu ‘a màzze” su uno dei lati affusolati “d’u spezzìdde“, che si teneva nella mano sinistra, per farlo finire il più lontano possibile. “’U ‘turnìedde’ si svolgeva anche in casa”: con il gesso tracciavamo sul pavimento un cerchio, dove, per vincere, bisognava far entrare le monete scagliate dalla “menàte”. “A spaccaghiangàte”, invece, le monete si lanciavano in alto cercando di farle atterrare su un mattone prestabilito. Anche qui, se si falliva, si ripeteva la manovra con un dito. Noi ci servivamo dei bottoni; e io, come altri, li razziavo, tanto che una volta il nonno, avendone perso uno, rimase con la brachetta ventilata finchè la nonna con affanno non trovò il sostituto.
'U currùchele gire.
 

 

“C’u currùchele”, la trottola a forma di pera con una punta di ferro all’apice, me la cavavo bene. Gli si avvolgeva attorno una corda, “’u cuènze”, che si tirava forte tenendo l’altro capo tra il mignolo e l’anulare; la corda si srotolava e “’u currùchele” girava; lo si faceva “salire” sul palmo della stessa mano sbattendolo poi contro l’altro. Il vincitore “azzugnàve” lo strumento del perdente, che con il tempo per i buchi subiti veniva escluso dalle competizioni. “A scarecabòmbe” alcuni si mettevano in fila piegati ad angolo retto e gli altri correndo li scavalcavano poggiando le mani sulla loro schiena, come quando gli indiani schizzano sul cavallo nei “western”. Ricordo “Manuè zò zò”. Due squadre: i ragazzi dell’una prendevano la rincorsa e si mettevano a cavalcioni sugli altri urlando: “Manuè, pèse ‘u chùmme?” (e “’u chiùmme no’nge pesavè”, per orgoglio). Altri si divertivano con la fionda, “’u tirammòlle”, mirando alle rondini.
Le scuole Acanfora.
Non le colpivano mai, eppure ad ogni lancio un peana: “Hàgghie pegghiàte ‘’a còde!”; “je pe’ pìcche no’ge l’hàgghie azzeccàte!”… Altri ancora preferivano “’u cingh’e mmìenze”; “’a mòrre”; “’u nìgghie-nìgghie”; “’u ’nzicca parète”, “’a stàcchie”, “bbòtt’e fùsce”… Noi a volte “’u scarecauarrìle”. I più spericolati maneggiavano “u carbùre”: scavavano una buca di una decina di centimetri, vi collocavano un pezzo di quel composto al centro; poi vi alloggiavano “’na buàtte” con l’apertura rovesciata dopo aver fatto un foro sulla parte esposta della stessa; vi avvicinavano un fiammifero a legna e il barattolo decollava. Mi regalarono un cerchio più grande della ruota di una bici e io, imprimendogli il movimento con una piccola mazza, gli correvo dietro facendo più volte il giro dell’isolato. Spesso gareggiavo con i compagni: la spuntava chi riusciva a tenerlo in piedi più a lungo.
Via Nettuno.
Gioco di abilità era quello “de le cìnghe pètre”: se ne mandava in alto una e se ne prendeva un’altra in tempo per afferrare la prima mentre ricadeva; e così via. Il passatempo delle ragazzine era “’a cambàne”. “Mosca cieca” vedeva maschi e femmine insieme: uno faccia al muro contava fino a dieci, il resto della compagnia si nascondeva finchè non era scovato. E poi c’erano giochi per i più piccoli; e altri per i grandi, come “patrùne e sòtte”, in cui il secondo proponeva al primo se tizio poteva sorseggiare mezzo bicchiere e quello approvava o negava, motivando. “Patrù’ - addumannàve ‘u sòtte’ davanti a un bottiglione di vino – Memìne po’ bbèvere ddò’ dìscete?”. ”Nòne, Memìne jè mangiapàne a trademìende: je accussènd’a fa’ bbèver’a Necòle, ca jè ‘nu galandòme”. Alla fine “vùne se ‘mburracciàve e ‘n’òtre rumanève all’assùtte”. E le mogli accoglievano con il randello l’ubriaco e con sorrisi chi non aveva assaggiato neppure un sorso ed era stato travolto da una valanga di insulti e di calunnie. Erano i tempi del grammofono a tromba, “d’u strecatùre”, “de l’asciucapànne”, del calamaio di terracotta, dei pennini con forme diverse, “de l’assucanghiòstre”, delle bottigliette di gazosa con la pallina di vetro,“d’u brustelatùre d’u cafèje”,
'U brustulatùre d'u cafèje.
“d’u macenìne”, “d’a speretière”, “d’a fracère”, d’a tagghiòle pe’ le sùrce”, “d’u scarfalìette”. Per le strade passava l’uomo che suonava il pianino agendo su una manovella, mentre una sua assistente ordinava al pappagallo di pescare per il cliente fra tanti foglietti colorati il “pianèta della fortuna con i numeri del lotto”. I ficcanaso gridavano al vetturino in transito “Alè, alè alè, ‘u uagnòne ste’ rète” e subito schioccava la frusta contro il portoghese. La Befana aveva le scarpe rotte e il sacco vuoto. Entrò in casa mia, non per il camino, che non c’era, e depose su una panca un anno un Pinocchio di legno e un altro cinque soldatini di piombo. Poi perdette l’indirizzo. Erano anche i tempi in cui in piazza Marconi nelle feste issavano l’albero della cuccagna; e io ritenevo ingiusto che i primi scalatori facessero tanta fatica inutile per vedere l’ultimo arrivato conquistare con una certa facilità la vetta arraffando salami, vini e formaggi. Mi spiegarono che era tutto previsto e che a porte chiuse “spartèvene suèzze”, in parti uguali. L’albero della cuccagna era uno spettacolo affollato e atteso. Una festa anche i falò che si appiccavano a San Giuseppe e per il funerale di carnevale. Per noi anche quei roghi erano un gioco.

mercoledì 29 giugno 2016

IL PITTORE FILIPPO ALTO DA BARI A MILANO



NEI SUOI QUADRI COGLIEVA 

 

IL FULGORE DELLA PUGLIA  






Locorotondo - panorama
D’estate dipingeva nella sua casa di 
Figazzano, vicino a Locorotondo, e la sera organizzava manifestazioni culturali, invitando amici e personalità della cultura, del giornalismo, dell’arte.
Della sua pittura scrissero i maggiori 
critici, da Raffaele De Grada 
a Roberto Sanesi  a Raffaele Nigro….
Fece mostre a Los Angeles, Toronto, 
Bruxelles…
Morì nel settembre del ‘92
in una clinica di Nottwill, in Svizzera 







Franco Presicci


Filippo Alto
Uno dei grandi pugliesi da inserire nell’albo d’oro di Milano è stato Filippo Alto, artista barese scomparso nel settembre del ‘92. Ricordo le tele da lui realizzate, con più brani di paesaggio insieme legati da tralci di vite o da rami di fico o da scampoli di muretto a secco, e penso all’amore che nutriva per la Puglia. Si trasferì al Nord, ma non dimenticò mai quest’angolo benedetto, dalla luce inconfondibile. Numerose le mostre personali: a Titograd, a Spalato, a Bruxelles, Toronto, Sarajevo, Los Angeles…Molti i critici che a suo tempo ne hanno parlato: Rossana Bossaglia, Pietro Marino, Maurizio Calvesi, Mario Lepore, Carlo Munari, Roberto Sanesi, Mario De Micheli, Raffaele Nigro… Ma non se ne vantava. Era un uomo equilibrato, tranquillo, discreto, riflessivo, sincero, rispettoso, amareggiato per le violenze che l’uomo fa alla natura.
Ugo Ronfani
E un’artista autentico: quante commozioni ha suscitato con la sua tavolozza antiretorica, con la quale celebrava la sua terra, che ritraeva ovunque si trovasse: a Trani, a Cisternino; ad Alberobello, a Ostuni, a Martina Franca. Aveva cominciato da ragazzo, quando in una stanza della sua casa in via Sonnino, a Bari, dipingeva i campanili e i tetti, le finestre, i balconi della sua città. Sogno, memoria, realtà si condensavano nelle immagini che catturava negli anni osservando dal finestrino di un treno che lo portava nella sua dimora estiva, dove fortificava le sue radici, spaziando fra i trulli, le vigne, gli ulivi, i muri a secco fatti con pietre zoomorfe. Un percorso fulgido. Presente nel panorama culturale italiano, Alto veniva invitato a collettive importanti e a convegni. Fu nel consiglio della Triennale di Milano, e nell’83 ebbe l’incarico di consulente del ministro per i Beni culturali Vernola.
F. Alto, S. Grasso e l'editore Fenu
Lo conobbi il giorno in cui Giacovazzo accolse i giornalisti in televisione, in corso Sempione, per la visione del documentario su Domenico Cantatore, che aveva realizzato nello studio dell’artista a Milano e a Ruvo di Puglia, dove il pittore delle Odalische era nato. Il primo documentario a colori per il piccolo schermo. Simpatizzammo subito, io e Filippo. E lui, salutandomi, “Vediamoci, abito in via Calamatta 17” (credo che il proprietario fosse Guglielmo Miani, un altro grande pugliese). Presi l’invito al volo e non lasciai passare molto tempo. Bussai un pomeriggio dal clima incerto. Mi mostrò le sue opere, dalle felici metafore, sulla Puglia e la stanza in cui nascevano. Ci rivedemmo a Martina, nella sua campagna, poi venduta per acquistare un palazzetto al termine di una salita a Figazzano, subito dopo Sisto.
Alto, Nenella, Giacovazzo e Chechele
Qui lo studio era all’ultimo piano, come il cassero di una nave mercantile.
Diventammo amici: d’estate stavamo spesso insieme. Non mancavo mai alle serate che organizzava nell’ampio cortile con centinaia di personalità, tra cui il ministro Vernola, il poeta Egidio Pani, il giornalista della Rai Antonio Rossano, Premio Saint Vincent di giornalismo nel ’75, tra l’altro autore del libro “Miracolo a Martina” sul Festival della Valle d’Itria, che seguiva per Rai3, e del libretto “O cambiamo protettore o rubiamo San Nicola”, considerato come San Cataldo amico dei forestieri.
Da sx: Filippo Alto, Presicci, il sindaco Tognoli, il gallerista Nencinil; dietro il giornalista Del Mare e il ministro Vernola
Ci veniva anche Giuseppe Francobandiera, scrittore, direttore del Circolo Italsider alla Masseria Vaccarella. In una di queste serate, dopo una splendida esibizione al pianoforte di un medico musicista, Filippo cedette il microfono a don Oronzo, un contadino anziano, estroso, arzillo, buon conversatore, con tante storie da snocciolare: la vendemmia di una volta, la vita di campagna, l’uva pestata con i piedi nudi, il mosto nei capasoni con la bocca cementata; la fatica, la grandine che colpiva le piante a tradimento annientando le speranze. A Figazzano arrivavano amici da ogni parte. Dalla città del Porta, fra gli altri, il critico d’arte Raffaele De Grada, docente a Brera, autore di una storia dell’arte pubblicata da un editore di Napoli. Poi a Milano Filippo traslocò in via Porro Lambertenghi, all’Isola Garibaldi, dove avevano avuto la culla Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri e il “re dei frigoriferi” Giovanni Borghi. E anche qui divorammo chili di orecchiette sagomate dalla deliziosa Ada o di pasta con i ceci innaffiati di peperoncino indiavolato, appetito da Vito Plantone,
Vito Plantone
Don Oronzo
Enzo Caracciolo, Martino Colafemmina, ingegnere di , Sebastiano Grasso, critico d’arte del “Corriere”; Arnaldo Giuliani, capocronista dello stesso giornale, uomo saggio e giornalista di notevole esperienza e bravura; Mario Marenco, architetto, designer, comico che dopo aver debuttato alla radio con “Alto Gradimento”, era passato in televisione con “L’altra domenica” , “Indietro tutta”…, e al cinema con “Il papocchio”, sempre con Renzo Arbore. Filippo aveva una laurea in ingegneria, ma non lo diceva mai. Se era costretto, spiegava che il titolo l’aveva conseguito per far piacere alla madre. Quando studiava se ne stava chiuso nella sua stanza a disegnare e appena sentiva i passi avvicinarsi nascondeva l’elaborato nel cassetto per riprenderlo quando cessava il pericolo di essere scoperto. A Milano era preside dell’Avio School International senza mai trascurare colori e pennelli. Mi viene in mente una sua esposizione nella Galleria di Renzo Cortina, in piazza Cavour, salutata con entusiasmo da una folla di professionisti e appassionati d’arte.
Acquaviva delle Fonti, Costantino Muscau, altrs colonna del “Corriere” (inviato speciale a Cuba, in Afganistan…). Amici anche Ugo Ronfani, vicedirettore de “Il Giorno” e critico teatrale, già corrispondente da Parigi; il poeta maceratese Leonardo Mancino, Mario Azzella, giornalista e documentarista della tivù; lo scrittore Nino Palumbo.
Mario Azzella e Nino Palumbo
Quando spensero le luci invitò alcuni di noi in un ristorante pugliese, concedendomi il piacere di sedere di fianco a Marietta, l’attrice che con “Coline” ogni domenica mi teneva inchiodato alla radio per ascoltare “La caravella” in dialetto barese. Me la presentò, rivelando a tutti questo mio segreto, e provai un’emozione indicibile. Filippo era un buontempone geniale. Un giorno Mario Oriani, direttore di “Qui Touring”, ci pregò di andare in redazione, in via Chiossetto, dove ci espose l’idea di cinque o sei pagine da dedicare in ogni numero ai capoluoghi delle regioni, cominciando da Bari. Io dovevo scrivere questo pezzo e Filippo doveva illustrare tutte le città. Accettammo e le pagine con i suoi dipinti sapientemente riprodotti riscossero ammirazione in tutta Italia. La nostra amicizia si è spezzata nella clinica di Nottwill, in Svizzera, luogo in cui Filippo si spense dopo un lungo calvario dovuto a un incidente stradale nei pressi di Ancona. Qualche giorno prima di Natale. Stava andando a Foggia con Ada e i due figli, Giorgio e Diego, per trascorrere le feste con la mamma.

mercoledì 22 giugno 2016

Franco Bompieri tonsore e scrittore






Fece la barba al principe De Curtis

che recitava nelle vesti di Totò


I suoi libri pubblicati da Rizzoli, Feltrinelli,Longanesi.

             

                       

La sua "Antica Barbieria Colla” vanta fra i suoi clienti Cesare Romiti, Tronchetti Provera, Enzo Bettiza.



In passato ha preso per

i capelli anche Enrico Cuccia, Luchino Visconti,Marcello Mastroianni e Raffaele Mattioli.









Franco Presicci




Bompieri con i suoi collaboratori
Bompieri con E. Tadini
Una sera del settembre 1966 avevano già spento le luci, quando comparve il portiere del Clubino per avvertire che il giorno dopo, verso le 10.30, il principe Filippo di Edimburgo sarebbe venuto nell’Antica Barbieria Colla per farsi radere.In Italia per una battuta di caccia organizzata dal marchese Medici del Vassello nella sua riserva La Mandria in Piemonte, dopo gli spari Filippo avrebbe partecipato a una festa a palazzo Belgioioso, dove il marchese abitava, quindi avrebbe dormito nella foresteria del Clubino.Il principale e i suoi collaboratori si dettero da fare per tirare a lucido il salone, collocarono anche un bel mazzo di fiori freschi sulla cassa, ma all’ora indicata sua altezza non si fece vedere. Lasciarono passare un po’ di tempo, poi chiamarono il messaggero, il quale si scusò: proprio in quel momento gli stavano dicendo che il principe si radeva da solo.
Allora Franco Bompieri, che racconta l’episodio, e tanti altri, nel suo divertente libro “Presi per i capelli”, non era ancora il proprietario della famosa barbieria di via Morone, che non solo collega
Piero Mazzarella con F. Presicci
via Manzoni a piazza Belgioioso: è anche il tracciato sinuoso su cui sorge la dimora di “don Lisander”, come chiamano i milanesi l’autore de “I Promessi Sposi”.
Bompieri ha una memoria fertile e fluida, e dei suoi clienti, presenti e passati, tutti personaggi importanti, da Enzo Bettiza a Enrico Cuccia, ricorda pregi, difetti, abitudini, particolari succosi. La prova è in quest’opera (pubblicata da Mondadori nell’aprile del 2000), in cui si apprende che l’autore fece addirittura barba e capelli al principe De Curtis, in arte Totò. A quel tempo cominciava la sua carriera professionale nella veste di secondo taglio nella barbieria dell’Hotel Continental, in via Manzoni. E subì un certo imbarazzo quando gli fu ordinato, essendo i suoi colleghi impegnati con altre teste, di andare nella suite 416 per servire Totò, a Milano per una serie di recite al teatro Nuovo.
Il Salone di Bompieri
Bompieri imboccò le scale di servizio, bussò e si trovò di fronte a una signora elegante e gentile. “Papà, è arrivato il barbiere”. Il comico, già famoso, uscì vestito di tutto punto, si sottopose a rasoio e forbici, poi si guardò allo specchio e al giovane tonsore, di soli diciassette anni, consegnò 10mila lire. “Non ho il resto”. “Non occorre”. Il taglio costava 3 mila lire. Tra i suoi clienti Bompieri ha avuto anche Raffaele Mattioli, per lui l’ultimo banchiere rinascimentale e per “Le Monde” il più grande banchiere italiano dopo Lorenzo de’ Medici. Abitava in via Manzoni e per andare al suo ufficio, alla Commerciale, in via Case Rotte, non più di cento metri, “usava – riferisce Gaetano Afeltra nel suo libro ‘Milano amore mio’ – un’automobile di vecchio modello, credo una Balilla”. Mattioli era anche un letterato: non vedeva alcuna differenza tra una poesia e un bilancio: tutt’e due erano per lui un’opera d’arte. Un banchiere umanista.
Franco Bompieri con Gianni Brera
Franco pregò Gianni Brera di scrivere la prefazione ad “Arriva il principe”; e il grande giornalista, deponendo piano sul tavolo una bottiglia di Barbaresco, acquistata a Casalpusterlengo da Croce, gli rispose: “Ho letto il tuo libro. Non è male, anzi. Te lo presento volentieri soprattutto perché sei uno dei pochi che sa usare il dialetto senza pretendere di inventarlo e di spiegarlo e perché dai la possibilità agli italiani di comprenderlo. E non ultimo perchè tu un sei barbiere, un plebeo come me, quale mi vanto di essere”.
Barbiere e scrittore. I suoi libri sono stati pubblicati da Feltrinelli, Rizzoli, Longanesi; e il suo salone è frequentato da Cesare Romiti,
Cesare Romiti con Franco Bompieri
Carlo De Benedetti; Tronchetti Provera, Gad Lerner; e in passato accolse il conte Carlo Faina, Ernesto Calindri, Enzo Jannacci, Indro Montanelli, Mario Soldati, Giuliano Gramigna; oltre a Marcello Mastroianni, Luchino Visconti, Vittorio Gassman… quando venivano a Milano. Un pomeriggio da Bompieri ho incontrato Enzo Bettiza, penna d’oro del “Corriere” ai tempi di Montanelli. Si sedette sulla poltrona girevole dopo aver appoggiato su una sedia una camicia e una cravatta sulle quali si rovesciò il caffè affidato da Bonpieri all’orlo del lavandino. Bettiza non si scompose e rincuorò il tonsore: “Nessun problema, dovevo comunque tornare a casa”. E prima di uscire lo abbracciò, come aveva fatto entrando.
Conobbi Franco Bompieri nel ’75, quando Longanesi sfornò “Il freddo nelle ossa” (nel 1994 riproposto da Feltrinelli). Mi ricevette con una cordialità da vecchio amico e si sottopose alle domande mentre sforbiciava a memoria una chioma illustre.
G. Gaber con Bompiani
E mi parlò del primo titolare del salone, Colla, un vero maestro che aveva rasato anche Pirandello e D’Annunzio. Mi disse che la barbieria fu aperta nel 1904 in via Manzoni 17, quando non si era ancora spento il ricordo del tuono del cannone imposto da Bava Beccaris nel 1898 per reprimere i moti milanesi. Quando Colla scomparve, gli successe Guido Mantovani, che un po’ maniaco di ogni cosa al suo posto esigeva che pettini e spazzole fossero sempre bene allineate sulle mensole di lavoro. E dopo Mantovani, il timone passò a Franco. Che lavorava di giorno e scriveva di notte. E continua a farlo, a Milano e a Tellaro, dove ha la casa delle vacanze. E’ nato nel ’34 a Volta Mantovana. Non gli interessava diventare qualcuno. Lo è diventato senza volerlo. E’ un uomo semplice, bonario, simpatico, pieno di curiosità. Anni fa volò a Londra per conoscere Trumpet, il maestro che cura i capelli del marito della regina.
Enzo Jannacci con F. Bompiani  
Parlarono di Milano, di quella sparita dalla memoria dei più; dell’Antica barbieria Colla, che si trova a due passi dalla Scala e da Palazzo Marino, in una via corta e breve che sbuca in una piazza storica, la Belgioioso, che ascoltò i sospiri di Stendhal per la baronessa Matilde Viscontini (dall’illustre spasimante francese definita “bella e altera come l’Erodiade leonardesca, anima angelica nascosta in un corpo meraviglioso”).
Di Milano, dove arrivò all’età di 14 anni, Franco Bompieri conosce ogni angolo. Di notte percepisce il suo silenzio mentre riempie le sue pagine.
E negli intervalli gli capita di pensare a Enzo Jannacci,a Giorgio Gaber, suoi amici per tanti anni; “a una Milano che negli anni Sessanta tutti ci invidiavano: gli anni di Dario Fo, di Bruno Simonetta, Giorgio Strehler, Paolo Grassi…e di Jannacci, …”dagli occhi incantati, dalla timidezza esasperata, che sfogava la sua malinconia nelle sue prime canzoni…”: “La luna l’è una lampadina”, “Il palo dell’Ortica”. Lo rivedeva un tantino impalato all’indietro “sul microscopico palcoscenico del Gerolamo”. Lo stesso in cui io ammirai Milly, cantante e attrice, che nel ’56 ricoprì il ruolo di Jenny ne “L’opera da tre soldi” di Brecht al “Piccolo Teatro”; e Piero Mazzarella, grande attore milanese che tra le sue interpretazioni più memorabili vantava quella di Peppon: il brumista che elimina l’amante della figlia, nel “Nost Milan” di Bertolazzi.
Quando parlo di Franco Bompieri, un amico che stimo moltissimo, mi ritrovo immerso in una folla di ricordi. E corro il rischio di perdere gli argini.

mercoledì 15 giugno 2016

La vita e le opere di Dino Abbascià, imprenditore geniale


Abbascià ad un convegno

ARRIVO’ DA BISCEGLIE A MILANO A 13 ANNI

E COSTRUI’ UN’AZIENDA D’AVANGUARDIA






Cominciò lavorando in un negozio di frutta e verdura compensato solo con vitto e alloggio; ma si rifaceva vendendo gelati la sera in un cinema.

Aprì la “boutique” della frutta” in via di Porta Nuova.

 

Divenne vice presidente dell’Unione Commercianti e sedeva in vari consigli di amministrazione.

 

Un giornalista lo definì “il cavaliere con il nome da sultano”.

Abbascià ad una festa pugliese

 

 

Milano gli ha dato l’ "Ambroginod’oro".

 








Franco Presicci



Dino giovane a Milano

Un giorno andai a fargli visita nel suo ufficio, in via Toffetti 110, al Corvetto, a Milano, e lo trovai intento a sfogliare “I luoghi persi: atri, corti e cortili di Bisceglie”. “Guarda quant’è bello questo arco di via Gramsci…Che ne dici della Villa Guarini con la doppia scala di servizio, a tenaglia, per accedere al piano superiore?…Te lo regalo, il libro, così potrai conoscere la mia Bisceglie…”. “Tanti anni fa ci sono stato.
Dino Abbascià
Vi accompagnai mio figlio per una partita di tennis. Ne approfittai per vedere il porto, un dolmen, una chiesa, un pozzo monumentale, avvertendo il profumo della frutta fresca.”. Era innamorato del suo paese, Dino Abbascià, il cavaliere con il nome da sultano, come lo definì un giornalista. I professionisti della notizia lo rincorrevano spesso; e lui, che si alzava alle 4 del mattino per correre all’Ortomercato a comprare i prodotti della terra all’ingrosso e andava a letto tardi, rifacendosi con un pisolo il pomeriggio, non diceva di no a nessuno. Lo chiamavano in televisione a spiegare il motivo del prezzo delle ciliegie che aveva subito un’impennata? Prendeva subito l’aereo, se la trasmissione era a Roma.
Dino Abbascià con Nico Blasi
Un cronista gli telefonava per chiedergli un’intervista? Abbascià, detto anche il “fruttivendolo d’oro” e “il leader dell’ortofrutta”, lo riceveva senza fargli fare anticamera. Non gli importava che fosse di “Repubblica” o del “Corrierone” o di un foglio di provincia. “Il capocronista de “Il Giorno” – scuotendo la mia vita di pensionato – mi affidò una serie di pagine: la prima su di lui, mostrandomi una bella foto a colori che lo ritraeva nel suo deposito, enorme, ricco di colori e di odori, da dove partivano i furgoni, con il nome della ditta sulle fiancate, che distribuivano la merce ad alberghi, ristoranti, negozi, compresa la sua “gioielleria della frutta” di fianco all’ospedale Fatebenefratelli.
Abbascià-Avv.Bernardini De Pace-Prof.ssa De Natale
Chi non conosceva Dino Abbascià, faccia da Serge Reggiani, basso, capelli argentati, sorriso aperto, dinamico, generoso, scomparso il 13 giugno dell’anno scorso, giorno di Sant’Antonio, cogliendo tutti, amici e conoscenti, semplici estimatori, alla sprovvista? Un giorno mi telefonò da un ristorante dicendomi: “Ti passo una persona che ti vuole bene”. Era Giovanni Morandi, il direttore di allora del mio giornale. Incontrai Dino le prime volte nel salone di rappresentanza dell’Unione Commercianti, in corso Venezia, alla presentazione del libro di Emilia Bernardini “Antonietta e i Borboni”, e a quella di “Capatosta” di Beppe Lopez. Non era ancora il presidente dell’Associazione regionale pugliesi, ma il vice di Carlo Sangalli nell’istituzione che ospitava le manifestazioni.
Le Noci-Abbascià-Michele Stacca
E sedeva in vari consigli di amministrazione e ne presiedeva. Massimo Alberini, autorevole gastronomo ed esperto di circo e collezionismo, sul “Corriere della Sera” sottolineò le sue doti di “imprenditore geniale”, che per primo aveva portato sulle nostre tavole kiwi, papaia, mango…”. Con chi gli ricordava il giudizio di Alberini lui, che amava scherzare, si schermiva: “Non sapevo come si mangiassero, ma che gioia vedere i contenitori svuotarsi uno dietro l’altro”. Era un piacere stare con lui. Alle feste dell’Associazione, all’hotel Quark o altrove, era un anfitrione ineguagliabile. Quelle feste erano sempre affollate. Mentre le coppie si esibivano in un tango figurato, arrivava la telefonata di auguri da Al Bano da Cellino San Marco o da un Paese straniero; e Abbascià la faceva ascoltare con il vivavoce.
Abbascià-Le Noci a Martina
Erano amici da tempo. Abbascià era stato più volte a far visita al cantante nella sua tenuta in Puglia; e il cantante per lui si esibì anche all’Arcimboldi, dove, oltre a intonare le sue canzoni, raccontò episodi dei suoi primi anni milanesi, in cui lavorò come cameriere in un ristorante. Anche per Abbascià gli esordi a Milano furono magri. Arrivò quando aveva appena 13 anni: il 10 luglio del ’55; e appena scese dal treno alla stazione Centrale si sentì come Pinocchio nella pancia della balena. Uscito dalla Galleria delle Carrozze, ebbe un attimo di smarrimento alla vista dei colossi di cemento armato, del traffico caotico e assordante, della gente che correva quasi come Mennea su una pista. Ebbe la tentazione di tornare al suo paese, dove l’ambiente era più tranquillo e rassicurante. Passarono i giorni, lenti e pesanti, e scrisse alla madre pregandola di trovargli un posto nell’ospedale di don Pasquale Uva.
Abbascià con la figlia Annamaria
Ma ascoltò il cuore: “Dino, tu sei coraggioso e volitivo, acuto e sfacciato, caricati di fiducia e vai. Milano è tua”. E dopo aver bussato a varie porte fu reclutato come garzone in un negozio di frutta e verdura di via Pacini. Solo vitto e alloggio; e libertà dalle 13 alle 19 la domenica. I soldi li prendeva la sera vendendo gelati in un cinema. Ai mercati generali, che allora erano in via Cadore, andava con il triciclo e la sera rientrava tutto bagnato per l’acqua colata dalla catalogna portata in spalla. Le consegne ai benestanti le faceva in bicicletta. Tra i garzoni vantava parecchi amici, con i quali si incontrava davanti alla Centrale o in piazza San Marco, dove giocavano al pallone, quando il titolare non gli chiedeva di accompagnare il bambino al Campo Giuriati. Il piccolo Abbascià cominciava a sperare.
Le Noci-Marasca-Abbascià
Veniva mandato in via Montenapoleone, il “salotto di Milano”, dove visse e morì Carlo Porta, ad acquistare tre pesche fuori stagione per una donna gravida nel negozio Moretti, per lo scrittore Alberto Vigevani il “Toscanini della frutta”, e lui osservando le ciliegie in mostra in cofanetti raffinati come fossero perle, sognava un regno come questo. Era contento. “Le clienti mi chiamavano ‘sciur’ e mi dicevano ‘Dino, el me daga un poeu de dote’, che erano gli ingredienti per il minestrone”. Era bravo, infaticabile, entusiasta. Urlava la qualità della merce con tanta passione da meritare anche qualche applauso dalle “sciure” in coda. Era un venditore nato. E vendeva tanto che gli altri ragazzi impegnati nello stesso lavoro, gareggiando con lui, perdevano sempre e dovevano pagargli l’aperitivo. Cambiò negozio, dove a 16 anni assunse il comando. I primi bagliori del successo.
Dino con la moglie Teresa tra i bambini in Kenia
Nel ’69 sposò Teresa, deliziosa, gentile archivista romana incontrata in una vacanza; rilevò l’esercizio di via Porta Nuova, gli cambiò i connotati, lo arredò con eleganza e divenne l’Armani della frutta. Il sogno si era avverato: Dino Abbascià il nuovo Moretti. Aveva già chiamato a Milano il fratello Donato, ma il suo impero, che si andava delineando, aveva bisogno di più forze; quindi arruolò gli altri fratelli, e fece venire a Milano anche i genitori. La famiglia si ricomponeva nella città che sa riconoscere e premiare il merito. Dino Abbascià era un “habanero” e non si cullava sugli allori. Perfezionava l’azienda che aveva modellato con cura, intelligenza, senza risparmio di energie. Lo prendevano ad esempio, cercavano di imitarlo.
Dino costruisce una scuola in Kenia
Lo sbarbatello venuto da Bisceglie aveva raggiunto i suoi obiettivi, era sulla vetta.Parlava nei convegni e nei consigli di amministrazione con garbo, competenza, da esperto di marketing, mercati internazionali, di leggi sindacali e sanitarie…I giornali continuavano a scrivere di lui. Il professore Francesco Lenoci, docente alla Cattolica e autore di oltre 30 libri, pellegrino e diffusore di cultura (a giugno parlerà a Noci nel chiostro delle Clarisse), ha detto: “Ha creato un’azienda d’avanguardia; è un eccezionale fornitore di qualità”.E lo vede cavaliere anche in cielo, perché lì sicuramente lo hanno portato le tante opere di beneficenza da lui compiute, tra cui la scuola in Kenya per bambini costruita con le proprie mani. Abbascià stimava moltissimo Lenoci, che ricambiava con affetto; e lo volle vicepresidente dell’Associazione pugliese. Un giorno a pranzo mi disse: “Sai, davanti a tanti laureati io parlo con il linguaggio della scuola dell’obbligo: sono un fruttivendolo”. Altro che fruttivendolo (era anche iscritto all’albo dei giornalisti). Quando prendeva la parola i laureati lo ascoltavano con attenzione. Lo rispettavano. La sua scuola era stata la vita. E sarebbe andato oltre, se non lo avesse fermato, a 73 anni, quella maledetta che nel mio dialetto si chiama “senzanase”. Milano ha dato a Dino Abbascià l’”Ambrogino d’oro”. Arrivando in ritardo.