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mercoledì 26 ottobre 2016

Incontro con Giuliano Folcia







TRASFORMAVA IN OPERE D’ARTE

I TRONCHI DEGLI ALBERI SECCHI




Ha smesso perché le sue sculture venivano sfregiate o trafugate.

Scomparve anche un San Francesco che tira Gesù giù dalla croce.

La Zona 9 lo ha insignito dello “Zonino d’oro”; e lui lo dice con orgoglio.





Franco Presicci


Nell’aprile del 2005 un giornale scrisse che Milano doveva prendere esempio da Lugano, “dove le piante morte non le tagliano, ma le scolpiscono”. E’ quello che stava facendo Giuliano Folcia, oggi ottantasettenne, in quell’oasi di verde che è il Parco Nord. Ogni santo giorno lo raggiungeva in bicicletta e trasformava in un cane, in uno scoiattolo, in una tartaruga, in una figura umana i tronchi mozzati degli alberi stroncati dalla malattia.

Giuliano Folcia
Nato a Cinisello Balsamo e subito trapiantato a Milano, dal ’64 Folcia sta di casa in via Monterotondo, al quarto piano del civico 8, nel quartiere Niguarda, a due passi dalla chiesa di San Martino, del XV secolo, e dalla cascina, sede decentrata del Comune e dei “ghisa”. Al Parco ci va ancora, non più sulla “due ruote”, ma in tram: e osserva il paesaggio, seduto sempre sulla stessa panchina, quella piazzata subito dopo l’ingresso da Cinisello . “E penso al mio alpino, al quale di notte qualcuno staccò la penna del cappello e all’uccellino segato e trafugato”. Stessa sorte toccata allo gnomo con il piffero seduto su un fungo; e al San Francesco che tira giù Gesù dalla croce… “Io volevo abbellire il Parco, e avevo ottenuto l’autorizzazione ad adoperare scalpello e mazzuolo. La gente apprezzava i miei lavori, tanto che li fotografava e mi regalava la copia. Guardi qua le immagini dello scoiattolo, dell’elfo che suona la fisarmonica, della fontanella, della conchiglia. dell’arrotino… Con l’età, artisticamente ho acquisito maggiore manualità…Il mondo è cambiato. E’ cambiata in tutti i sensi anche la nostra zona. Tra l’altro si è riempita di case. Una volta c’erano gli orti ed era meno popolata; si assaporava un’aria da borgo antico, con il fabbro, l’arrotino, il falegname. Tante cose sono venute a mancare a Milano, voci, spazi, figure…Non la riconosco, la mia città”. Parla a raffica, si alza, gesticola, si commuove. Ne ha da dire, di cose, quest’uomo alto, dalla bella faccia tonda, dal sorriso dolce.

L’dea di creare al Parco Nord una sorta di galleria d’arte tra i viali e sull’erba gli venne ammirando la natura. “Già da ragazzo, alla scuola elementare, nel disegno mi distinguevo”. Il padre lo mandò a Brera per un corso, ma lo frequentò per pochi mesi. “Sa, c’era la guerra, con i bombardamenti… massacrarono la Scala, la Galleria, piazza San Fedele, il quartiere di Greco…; e c’era la miseria. Così dovetti andare a lavorare. Imparai a fare il tappezziere, l’imbianchino, il verniciatore e a rivestire le pareti di carte da parati”. Verso i 40 anni cominciò a dipingere. “Facevo mostre, partecipavo a collettive, vincevo premi; ma i compratori latitavano. Poi presi a cimentarmi con la scultura. Realizzai un paio di scarponcini, piacquero a uno che se ne intendeva e mi sentii stimolato a continuare”.

Mentre parla mi indica pregevoli esemplari collocati su un mobile in cucina: eseguiti in una stanzetta, occupata dal bancone, da sgorbia, pettinella, subbia, gradina… E mi mostra i riconoscimenti ricevuti: uno dei tanti lo “Zonino d’oro” assegnatogli dal consiglio di Zona 9 come “scultore del Parco Nord”. Nel 2003 a Villa Litta ha vinto il primo premio per le opere in legno. “Usavo il tiglio, soprattutto il cirmolo, che non hanno venature, e qualche volta anche il ciliegio e il nocciolo. Acquistavo le travi da un falegname di Civenna, sul lago di Como, le facevo tagliare e le depositavo in cantina. Sono cresciuto nell’arte. Il medico mi ha detto che mi fanno più bene le mie sculture che le medicine. Nel farle, provo un’emozione forte, difficile da descrivere. Più forte quella che provavo al Parco Nord. Era come se, incidendo quei tronchi secchi, dessi loro un’altra vita. Non ho titoli di studio, non ho potuto conseguirne, ma ho sensibilità”, aggiunge Giuliano, il “nonno del Parco Nord”.

Folcia alle prese con un volto
E’ cordiale, avvincente, orgoglioso dei suoi manufatti, che comprendono le statuine per il presepe. “E ama la pesca”, interviene Marilena, la moglie, che lo incoraggia, colma i vuoti che lui lascia mentre si racconta”. “Marilena è il mio amore da 47 anni – esplode lui accarezzandola – Litighiamo, ma il litigio rafforza il sentimento. Marilena mi ispira, condivide la mia passione. Un’altra moglie non avrebbe permesso che una stanza venisse adibita a laboratorio”. E’ Marilena a tirare fuori del cassetto le foto che ritraggono il marito al Parco mentre cambia i connotati a ciò che resta di un albero rigoglioso. “La nostra vita si snoda all’ombra degli alberi”, commenta Giuliano. E io penso alla poesia di Wang Ya-P’ing: “Un albero secco/ fuori della mia finestra/ solitario/ leva nel cielo freddo/ i suoi rami bruni…Ogni giorno quell’albero/ mi dà pensieri di gioia: / da quei rami secchi/ indovino il verde a venire”. L’albero è un simbolo, un organismo che si sviluppa, un monumento; ha una sua personalità. Mi affascinano l’ulivo e il fico. Il primo nell’”Odissea” è utilizzato per il talamo nuziale di Ulisse; il secondo appartiene a una famiglia numerosa; è di origini remote, robusto, resistente, attecchisce anche nei terreni più avari; ai suoi piedi si rintanarono Adamo ed Eva dopo il peccato. Lo vedo, il fico, sui bordi di qualche viale, al Parco, con le sue palle da albero di Natale, quando è tempo.

L'alpino sotto la neve
Anche a Giuliano Folcia piace il fico. Ce n’era uno in un cortile di corso Garibaldi, all’angolo con via Moscova. E’ finito nell’archivio della memoria. Come l’antica via dei Guast (oggi via Anfiteatro), inondata dagli odori delle osterie e formicolante di carbonai, straccivendoli, imbianchini... “Accanto alla mia porta, c’era una trattoria che faceva il castagnaccio. Da ragazzo andavo a venderlo all’Arena, dove giocava anche l’Ambrosiana. Nel 1894 e nel 1906 in quell’”anfiteatro” si esibì il Buffalo Bill’s Wilde West, con William Frederick Cody che “eseguiva volteggi da fare invidia a un clown”, a sentire Emilio Salgari.

Dal tronco secco l'alpino
“Adesso sono al capolinea”. “Al capolinea il tram riprende la sua corsa”. “Sì, ma io non sono il tranvai. Mi hanno messo il ‘pacemaker’ e le gambe mi danno problemi…”. E’ anche molto simpatico, il “nonno del Parco Nord”, circondato dall’affetto di centinaia di persone, soprattutto dei bambini che quando lo vedono smettono di dar pedate al pallone per parlargli, chiedergli dov’è finito lo gnomo con il piffero o quando riprenderà a tirar fuori dei tronchi le sue magie. Qualcuno lo prega di vendergli una tartaruga o un riccio, una lumaca; ma lui non gradisce. Qualche volta cede all’insistenza, spinto dai languori della sua pensione. E’ un uomo buono, spassoso, schietto. “Vedo tanta tristezza in giro, e ne soffro. So che la vita non è tutta rose e viole, ma un po’ di serenità non guasterebbe”. Tornerà a scolpire al Parco Nord, magari in una giornata di sole? “Non credo. E poi, ripeto, sono al capolinea”. Ho l’impressione che lo dica per scaramanzia.




mercoledì 19 ottobre 2016

Il ceramista Giuseppe Rossicone a Milano dal ’53



NELLA SUA BOTTEGA DI VIA CHIOSSETTO

SI SONO ALTERNATI I MAGGIORI ARTISTI


Ha allestito mostre in tante città in Italia e all’estero

ottenendo riconoscimenti ovunque.

 

 

 

Le sue opere a quattro mani,

tra cui i totem e il paesaggi di

Kodra

e i nudi di Cantatore, sono

molto apprezzati dai critici e

dai collezionisti.

 

 

 Un percorso lungo e luminoso.













Franco Presicci

Nel dialetto milanese antico “ciussett” indica una contrada brutta, stretta e storta. Ma la via che da quella voce prende il nome è, sì, stretta, ma non brutta e nemmeno sbilenca. E, se non fosse percorsa dalle auto che dalla Visconti di Modrone corrono verso il Palazzo di Giustizia, sarebbe anche tranquilla e silenziosa.
Giuseppe Rossicone e Arnaldo Pomodoro.
Anche per questo forse, nel ’53, appena approdato a Milano, Giuseppe Rossicone la scelse per la sua bottega, che dal 2011, sindaco Letizia Moratti, è stata inserita fra quelle storiche. Si trova in una sorta di scantinato, con ampie finestre e scaffali che reggono a stento il peso di multipli, prove d’autore, sculture, molti frutto di un’intensa attività svolta a più mani in questa fucina, in cui si sono alternati i più grandi esponenti dell’arte contemporanea: fra gli altri, Michele Cascella e Bruno Cassinari; Floriano Bodini e Virgilio Guidi, Arnaldo Pomodoro, Hsiao-chin, Gianni Dova, Morishita Keizo, Trento Longaretti, Umberto Mastroianni, Franco Gentilini, Salvatore Fiume, Remo Brindisi, il pittore che nel ’70 a Lido di Spina fondò il “Museo Alternativo”, con una raccolta di capolavori del Novecento.

Rossicone al lavoro.
Nel seminterrato bisogna muoversi con cautela, perché i vari pezzi sono collocati anche sulle sedie, sul divano, su un paio di panche, persino sul pavimento soprattutto quelle nate dalla fantasia di Rossicone: lampade-forme, faraglioni in azzurro ferrigno (così definito proprio da Brindisi), il colore “che fa parte di me - confida l’autore - che mi aiuta a comunicare le mie emozioni”; il colore dei suoi sogni da quando, ragazzo, a scuola saltava gli intervalli per seguire l’estro.                                         Persona generosa, serena, ospitale, nota non soltanto nell’ambito nazionale, l’artista vanta un percorso di tutto rispetto. Nato a Scanno, in Abruzzo, nel febbraio del ’33, nel ’60 vinse due volte consecutive il premio per la ceramica di Gualdo Tadino. Al pubblico lombardo si presentò nel ’61 con una personale alla Villa Reale di Monza, ottenendo un notevole riconoscimento critico. Da allora giornali e riviste gli riservano ampio spazio, mentre lui continua a fare esposizioni molto apprezzate in gallerie e sedi culturali; e a ricevere premi prestigiosi.
Giuseppe Rossicone in una sua mostra.
Lo conobbi nel anni ’70, quando Paolo Cavallina, giornalista popolare per la sua trasmissione radiofonica “Chiamate Roma 31-31”, nominato direttore del quotidiano “Il Mezzogiorno”, mi telefonò per chiedermi di scrivere sugli abruzzesi che operavano nella città del Porta. Giuliano Adonai, un bravissimo pittore veneto che aveva sostituito Alessandro Cutolo sulla pancia della rivista “Historia” della Del Duca, mi parlò di Rossicone con tale entusiasmo da indurmi a fargli visita. Lo sorpresi al tornio a pedale a modellare un vaso, e si scusò di non potermi stringere la mano inzaccherata d’argilla. “Ti prego di avere pazienza: non posso lasciare il lavoro a metà”. Avevo tempo, e osservavo piatti di Terruso, Schifano, Gonzaga…, appena usciti dal forno e allineati su un ampio tavolo addossato alla parete. “Arte antica, quella della ceramica. Le origini di questa lavorazione si fanno risalire al 6.500 avanti Cristo…”, diceva Rossicone, tenendo sempre lo sguardo fisso al recipiente che si lasciava plasmare dalle sue mani abili e sottili come quelle di un pianista. “In Asia Minore in tempi lontanissimi i manufatti venivano cotti in fuochi coperti di terra e letame…”. Parlava sottovoce, calibrando le parole.
Rossicone al tornio.
Al termine della “pedalata”, mi mostrò alcune sue sculture, una a forma di mantice di fisarmonica, un’altra ritmata da segni e solchi, con i bordi frastagliati, pronti per la cottura, un’altra ancora con un volto di donna schizzato sulla superficie. Immaginai che l’autore traesse suggerimenti dalle pietre dei muri a secco che, a guardarci bene, hanno fattezze umane o animali. E’ rimasto infatti fortemente legato al suo paese e a quelle sagome, che sono monumenti naturali. Deve essere una gioia per lui manipolare l’argilla, così docile “all’intenzion dell’arte”, accarezzarla, lisciarla. L’ho visto impegnato, Rossicone, non solo il primo giorno; e l’ho ammirato mentre dalla terra ricavava la foggia e sulla stessa faceva poi vibrare il colore. Ci mette l’anima, nella sua fatica. Ancora oggi, che ha superato gli ottanta, conservando la sua serenità, il suo ottimismo.
Provo sempre commozione quando varco la soglia della sua bottega. Anche perché ogni volta in questo opificio rivedo i grandi artisti con i quali Rossicone ha collaborato: oltre a quelli già citati, Ernesto Treccani, sostenuto e severo (ricordo il suo volume “Arte per amore” e i suoi ritratti di mondine); Ibrahim Kodra, socievole, spassoso e nottambulo; Filippo Alto, il vichingo sereno, arguto e spiritoso che dipinse con ardore la sua Puglia e la sua città (Bari), e non solo; Domenico Purificato, gentile e disponibile, che intervistai a Brera, accompagnandolo poi fino alla sua abitazione in via San Marco… Oggi non ci sono più.

Scultura di Rossicone.
Ma io scrivo ancora di Attilio Alfieri, generoso, polemico, scorbutico, che aveva lo studio in via Pantano, a due passi dalla Torre Velasca. Non dimentico le sue impennate di fronte alle piastre ispirategli dai vizi capitali, dove il rosso non era vivo come quello dei meloni ammonticchiati sui carretti del suo paese: Loreto. Per colpa del suo carattere per un lungo periodo Attilio si era inimicato i critici, che però non potevano fare a meno di celebrare la sua pittura. Stempiato, sguardo penetrante, basso, la pipa quasi sempre spenta tra le labbra, ritraeva nature morte, volti di donna... Arrivato a Milano nel ’25, già negli anni 30 si distingueva per i suoi bozzetti per i manifesti della Fiera campionaria. Per lui Giuseppe Rossicone era (e lo è per tantissimi altri) un ceramista incomparabile. Per Carlo Franza, critico attento e intransigente, solo “Rossicone poteva dare vita a un laboratorio, o meglio ad un’officina della ceramica a Milano…fin dagli anni storici del dopoguerra, ovvero negli anni in cui Milano era tutta un fermento, quella Milano della Grande Brera, come la significò Franco Russoli, che per tutti gli artisti d’Italia e del mondo diventava un mito da vivere intensamente. Da quegli anni storici Rossicone ha dato vita a un centro singolarissimo…che si pone come uno dei punti-chiave della ceramica artistica contemporanea”.
Treccani e Rossicone in via Chiossetto.
Rossicone non si lascia incantare dagli elogi. Ha il culto del lavoro, la passione per la ceramica, arte in cui, ribadisco, eccelle. Non l’ho mai visto esaltarsi davanti a una sua scultura. Dirotta l’attenzione sui totem di Kodra, sulle Venezie e sulle pastorali di Brindisi, su un nudo di Domenico Cantatore, pugliese di Ruvo di Puglia, che sono tra le opere a quattro mani esposte in personali e collettive, e che fanno della fucina di via Chiossetto una ricca galleria, che comprende multipli di Mario Botta, il grande architetto elvetico; di Franz Borghese; di Sandro Chia..., che per il critico Domenico Cara sono “testimonianze sicure, luminose” elaborate da Giuseppe Rossicone, definito incomparabile ceramista, su modelli creativi dei maestri indicati.
Una  storia lunga e onorevole, dunque, quella dell’esimio abruzzese, che ha saputo sposare la pittura con la ceramica: un binomio, un connubio, una dialettica felici. Un esempio, un valore, come ripeteva un altro indimenticabile abruzzese: Fulvio Nardis, restauratore di Palazzo Clerici, a Milano. Grande Nardis, amante del pesce al cartoccio, che gustava sempre nello stesso ristorante di Foro Bonaparte, e sempre in compagnia degli amici. Acquistò un castello a Ocre, sognando di potervi ospitare un concerto di Massimo Bogianckino del Teatro alla Scala, già direttore artistico a Santa Cecilia e al Festival di Spoleto. Non fece in tempo.

mercoledì 12 ottobre 2016

Dall’Everglades alle Isole Vergini




UNA PASSEGGIATA SUL MARE

VERSO UN MONDO FAVOLOSO

 


Giorni, indimenticabili con un’intervista a un capo indiano, soste su spiagge dorate e visite a giardini gonfi di fiori.

La casa di Al Capone e notti in una stanza del superbo, grandissimo Hotel Fontainebleau di Miami













Franco Presicci


Capo Osceola.
La prima volta che quel gentiluomo del direttore, Lino Rizzi, mi annunciò di volermi mandare negli Stati Uniti una brutta influenza pose drasticamente il veto. Quando tornò sull’argomento, presi la palla al volo, nonostante lo zampino del demonio, che, mentre scendevo dal tram numero 9 alla fermata di fronte all’Associazione lombarda dei giornalisti di via Montesanto, mi fece scivolare, procurandomi un dolore all’osso sacro. Ai primi di novembre del 1986 quindi la macchina del giornale guidata dall’autista Giovanni Musazzi mi portò alla Malpensa, dove incontrai Lorenzo Zulli, persona garbata, disponibile, orgogliosa dei suoi baffetti neri, rappresentante per la Liguria della Twa, la compagnia che ci avrebbe fatto navigare. Sorseggiando un caffè al bar, conversammo sul viaggio; e al momento di salire a bordo ci demmo appuntamento all’arrivo. Seduto vicino all’oblò, guardai nuvole bianche attraversare il cielo, sfogliai una rivista acquistata all’aeroporto, lessi pagine di un libro su Tommaso Fiore. A New York traslocammo su un altro aereo, diretto a Miami, dove, in attesa del bagaglio, mi trovai di fianco a Renato Rascel, che teneva per mano un bambino. Con Lorenzo e due operatrici turistiche, una più graziosa dell’altra, in taxi raggiungemmo l’Hotel Fontainebleau, grandissimo, superbo, 5 piscine all’aperto, 2 discoteche, 9 ristoranti, palestre, negozi..., nostro piacevole soggiorno per una trentina di ore prima d’imbarcarci su una nave della Costa. C’era tempo per un giro nei dintorni; e appena fuori del colosso fui attratto da una Limousine con i vetri oscurati. Mi fermai ad osservarla e all’improvviso si materializzò un bottiglione, che, senza rivolgermi la parola, spalancò le portiere, ostentando l’interno del salotto mobile.
Interno di un chickee.

A cena Lorenzo mi presentò Rocco, un uomo robusto, stempiato, capigliatura alla Einstein e barba alla Cavour, che, prossimo alla soglia dei quaranta, "ha deciso di cambiare mestiere preferendo accompagnare i forestieri, con un pullmino, a visitare la città, mostrando loro, tra l'altro, la villa di Al Capone, che è sempre chiusa, eserciti di alberi con rami che agguantano il terreno e vi si allungano...".
Lorenzo fu interrotto dall'amico, che si rivolse a me:  “Tu sei stato inviato a Miami dal tuo giornale ed io voglio farti arricchire l'articolo che scriverai. Voglio farlo non solo perchè mi sei simpatico. Se mi parli di Milano, dove ho soggiornato un paio d'anni prima di trasferirmi qui; se mi fai sognare ricordandomi i navigli, gli splendidi cortili, il Duomo, la Scala, il carnevale ambrosiano, ti porto gratuitamente da Sonny Bill, il nuovo "tribal chairman", presidente, della tribù dei Miccosuchee...", discendenti dal leggendario Osceola, "sachem", capo elettivo, dei Seminole.
Intervista di Presicci(2°da sx)

Il giorno successivo eccomi, con Zulli e le due fanciulle, tra i “chickees” (capanne tradizionali aperte ai lati e con il tetto intessuto con rami e foglie di palma), nell’”Indian village of Miccosukee tribe”, a pochi passi dall’autostrada “Tamiami Trall”, su un margine della sconfinata palude del sud della Florida: l’Everglades. Sonny, alto, massiccio, quattro figli sposati, ci accolse con grande cortesia, pronto a soddisfare ogni mia domanda. Parlò con tono sommesso, poco di sé e molto della vita quotidiana e della storia della sua gente; si proclamò uomo di pace, pur essendo determinato, soprattutto quando emergeva l’esigenza di salvaguardare i diritti della comunità. Non avrebbe voluto essere nessuno dei grandi capi del passato: nè Geronimo né Toro Seduto. Stimava Osceola, che fu un “sachem” coraggioso, anche se impulsivo, vendicativo, feroce; morto in prigione dopo aver condotto battaglie memorabili. “Fu tirato per i capelli: viveva tranquillo nella sua terra, quando una notte un gruppo di soldati di Fort King irruppero nel villaggio distruggendolo. Tra i prigionieri c’era anche Rugiada del mattino, la moglie di Osceola”, nato nel 1804 a Tallahasses. Poi Sonny mi disse che lì attorno erano accampati altri mille indiani, che vivevano, anche loro, con gli spettacoli degli alligatori e con l'artigianato.
Da sx: Un indiano, Rocco, Sonny Bill e Presicci.
L’intervista fu lunga. Feci anche domande sulla condizione della donna, e Sonny mi rispose che uno dei suoi compiti era di garantire a tutti uguali diritti e uguale dignità, indipendentemente dal sesso. E sorrise divertito alla mia impertinenza: “Sonny Bill è un bell’uomo; gli succede di essere corteggiato?”. Macchè, la donna era per lui un’espressione di bellezza e madre. “E poi io non sono un ‘play boy’”. Aveva oppositori? “Quelli che hanno ambizioni di carriera si comportano come gli italiani”. Le sue giornate? “Le passo leggendo, guardando la tivù, occupandomi dei problemi collettivi”. Al termine ci fece visitare i “chickees”, gli alligatori assopiti in un recinto e la sala in cui erano esposti gli oggetti prodotti dalle signore: bambole, monili…. Rientrammo a Miami, attesi per la gita a bordo di un hovercraft su un tratto dell’Everglades, tra boschi di mangrovie, 14 tipi di orchidee, enormi ciuffi di erba tagliente come coltelli, alligatori e 25 specie di serpenti, di cui 5 o 6 velenose…Mancavano poche ore all’inizio della crociera, che avrei poi raccontato sul Giorno”.

PARCHI NAZIONALI AMERICANI DELLA FLORIDA MENO NOTI   

               Everglades

La casa galleggiante, la “Costa Riviera”, lunga 14 metri, 31.500 tonnellate di stazza lorda, 21 nodi di velocità, bella, elegante, maestosa, era all’ancora. Imboccai il barcarizzo con gioia, come quando andavo sulla Raffaello e sulla Michelangelo. Tra i viaggiatori, messicani, americani, italiani… , alti, corti, sdogati, allegri, musoni, roccaforti, che non tardai ad espugnare, con l’aiuto di Lorenzo, padrone dell’inglese, raccogliendo un gran numero di storie. Uno mi confidò che aveva preso il largo spesso. “Quando ero giovane lavoravo due anni e il terzo m’imbarcavo”. Un altro, un po’ brillo, era ossessionato dalla sua parlata: “Papà era calavrese di Reggio e mammà di Tropea. Io so’ ‘nu poche ciucce e no canosche bbène l’americane, perciò me sfottono. Jè ggiuste?”. “No, non lo è. Tu sembri il fratello gemello di Bob Hope e ti muovi come Jerry Lewis“, lo adulò un altro dalla faccia affilata e birichina. “Ho sognato questo viaggio e voglio godermelo”, sbottò una simpaticissima, effervescente sessantenne che avevo invitato a ballare sottraendola alla penombra del salone. La sera in cui prese il microfono un cantante nero, Leroy Schultz, e invitò il pubblico a ritmare i brani che lui cantava, lei fu tra le più scatenate.

Sull'overcraft si parte.
La vita a bordo sospende le ansie quotidiane, e la Costa Riviera non faceva eccezione. Non se ne potevano certo avere a St Thomas, nelle Isole Vergini, che offriva visite al “Coral World e alle sue affascinanti visioni sottomarine; al supermercato del tabacco; ai lussuosi negozi, tra cui quello di Laura Biagiotti. Con un bel gruppo di turisti salimmo su un traghetto mezzo sgangherato che ansimava verso Saint John, splendida, silenziosa, profumata per i giardini gonfi di fiori.
Fachiro a Saint Croix
Di nuovo a bordo, dove già tintinnavano i bicchieri per il cocktail del comandante. Poi cena, e via per il casinò “Monte Carlo”; o per la “Sala Riviere”, dove la “disco music” si alternava a tanghi e valzer; o per la sala-feste “La Scala”, riservata a spettacoli di cabaret. La regina del mare slittava verso Saint Croix, la più grande delle Isole Vergini, scoperta da Cristoforo Colombo nel 1493. Vi assistemmo alle esibizioni di una pertica di colore che camminava sui carboni accesi e su frammenti di vetro, mentre un grosso “nautilus” che avevo trovato sulla riva passava in altre mani per un attimo di distrazione. A Nassau, la maggiore delle Bahama, a nord di Cuba, spiaggia costellata di noci di cocco come palle di “rugby”. Pregai un indigeno, fotocopia di Gungadin, di farsi fotografare, pretese di essere compensato e dopo il “clic” mi voltò sdegnosamente le spalle. Ancora a bordo. Sul ponte-sole ammiravo “miss Messico”, discendente di Juan Ponce de Leòn, primo a mettere piede in Florida, nel marzo del 1513; e il mare liscio come una tavola piallata. Lorenzo, disteso su una sdraio, confessava di essere triste perché la parentesi si stava chiudendo. Io pensavo all’attacco dell’articolo; e al direttore, che mi aveva chiesto di andare ad Orlando e avrebbe appreso del mio colloquio con Sonny Bill.

mercoledì 5 ottobre 2016

La storia di Giovanni e dei suoi animali




UN POLLAIO CON GALLI TENORI

E GAIE POLLASTRE BALLERINE


Era un paese in miniatura con consiglio

comunale e primattori omerici. Una notte

fu svuotato dai ladri. Gli episodi del cane

che portò in commissariato il portafoglio

trovato nel Parco di Trenno e degli uccelli

del pittore surrealista Osvaldo Menegazzi.

 

 
George Orwell.


          



          La fattoria degli animali (Animal Farm)
          è un romanzo satirico del 1945, scritto da George Orwell.
          In italiano è stato pubblicato per la prima volta nel 1947.










Franco Presicci

“A quelle creature ero attaccato come un’ostrica allo scoglio. Facevano quasi parte della mia famiglia. Adesso che se le sono portate via mi sento mutilato. Avevo assegnato a ognuno un ruolo e nomi importanti.
Il gatto
Erano belle e vivevano in armonia. Ecuba era cerimoniosa: quando mi vedeva arrivare mi girava attorno; Milva era gaia e affettuosa... E’ finita”…Piangeva, Giovanni, elencando i suoi pupilli. Ettore, cresta fiera, piumaggio policromo, bargigli color porpora, non si atteggiava a re del pollaio, e si accostava senza alterigia al genere femminile, che lo ammirava soprattutto quando faceva salti anche di due metri, non per esibizionismo, ma per sgranchirsi le zampe; e non era bellicoso con i suoi omogenei, che in quanto all’aspetto e alle qualità atletiche avevano molto da invidiargli. Achille, il coniglio, non era un emulo di Mennea o di Alberto Cova; e se ne stava spesso in un angolo a sonnecchiare, come l’onnipresente personaggio del presepe. Non parliamo poi di Elena, un tantino civettuola, ma creanzata e ligia al dovere di scodellare il suo uovo quotidiano.
Pollaio
Da quel giorno sono trascorsi circa 40 anni, ma la mia memoria lo conserva limpido anche nei dettagli. La mattina, verso le 10, appena messo piede nel suo lenzuolo di terra, Giovanni notò fuori del cancello tracce di pneumatici e nell’orto penne sparse tra l’insalata e i cetrioli. Capì subito che, durante la notte, i ladri, sicuramente a bordo di un furgoncino, avevano spopolato il pollaio. Rischiò l’infarto. “Potrà rifarsi”, gli sussurrai per confortarlo; e lui alzò il capo, mostrando i suoi occhi lucidi: “Sono insostituibili, per me. Quando morì Agamennone fu una giornata di lutto… Non ho mai ucciso uno dei miei amici per metterlo in tavola. Non li crescevo per mangiarli”.Un vicino, accorso alla notizia, mi ribadì che quasi tutti quegli animali avevano un incarico: uno sindaco, altri assessori, altri ancora consiglieri… Ettore no: era il tenore. Andromaca, per il suo modo di camminare da cutrettola, “la ballerina”. Claudio Villa e Luciano Pavarotti, pur non possedendo le doti del “reuccio della canzone” e dell’ambasciatore nel mondo del belcanto all’italiana, erano stati così battezzati per capriccio. “Non credere che Giovanni sia fuori di testa; anzi è assennato e acuto… Ha letto ‘l’Iliade’, segue il festival di Sanremo e ascolta la musica operistica”.
Il diamantino nutre la prole
Giovanni mi aveva chiamato, disperato, al “Giorno”. E io, che mi occupavo di altro, chissà perché, pensai che fosse il caso di rispondere all’appello anche se si trattava di un semplice furto di pollame. L’orto era tenuto ben curato e testimoniava la passione del titolare, “che – mi informarono persone che lo conoscevano - passa parecchie ore in questo suo paese in miniatura, tra le piante che coltiva con gioia… e il suo piccolo popolo che gli è stato sottratto”.
Orto al parco nord di Milano
Tornato in redazione, allora in un palazzone dell’Eni in via Angelo Fava, a Greco, 30 metri dai binari della ferrovia diretti alla stazione Centrale, stesi l’articolo. Nel pomeriggio andai a Legnano, ad Antennatrè Lombardia, televisione, allora diretta da Enzo Tortora, per la quale confezionavamo il telegiornale. Mi feci seguire da Giovanni per fargli raccontare la spoliazione subita; e lo fece e con toni pacati, ma con dolore evidente, tanto che commosse tutti gli operatori dello studio. La stessa sera ricevetti la telefonata di un signore, disposto a donare 30 pulcini anche l’indomani. Per scrupolo, informai Giovanni, pur immaginando la reazione: “Grazie, grazie davvero, dal profondo del cuore, ma non me la sento di rimpiazzare i miei beniamini. Non me ne voglia, ringrazi per me”. Non l’ho più sentito. Ma ho pensato a lui e al suo amore grande per gli animali. Avrei voluto conoscere Ettore e Agamennone; il sindaco e tutti gli altri. Ma per loro erano già pronti pentole e fornelli.
Osvaldo Menegazzi
Anche Federico C. ama gli animali, soprattutto gli uccelli. Ha avuto anche un paio di canarini olandesi che erano una meraviglia e in gabbia davano spettacolo. Due diamantini volavano nel soggiorno, planavano sul divano, sulla sua spalla, gli beccavano le orecchie, per simpatia; e quando concludevano il numero rientravano nella gabbia, lasciata era sempre aperta.
Il pittore Osvaldo Menegazzi, che nei suoi quadri fa navigare conchiglie nello spazio, ed è anche autore di tarocchi che hanno avuto l’onore di molte pagine nell’enciclopedia del Kaplan, esperto internazionale del settore, viene frequentemente visitato da una decina di passerotti, nel suo negozio di via General Fara a Milano, quasi sotto l’edificio del Comune, nei pressi del punto in cui sorgeva la vecchia sede de “La Gazzetta dello Sport”, da tempo demolita. In occasione di un’intervista per “Il Giorno” mi spiegò che l’andirivieni era cominciato un paio di mesi prima, con una bestiolina impertinente. “Entrò, si guardò intorno, saltò su una pila di mazzi di carte, su un cassettone, sul soppalco, e indugiò sulla lampada Liberty, fissandomi come per chiedermi un favore. Riempii un portacenere di briciole di pane e quella si servì voracemente”.
Orto al parco nord 3
Fin qui niente da obiettare. Fu il seguito a lasciarmi perplesso. “Il giorno dopo – era un martedì - furono in due ad entrare cipcipiando: l’altro era il ‘partner’ del primo, che ricomparve con il fratello, poi con il cognato e con i cugini… E capita che qualcuno di loro rimanga dentro quando spengo le luci e abbasso la serranda dell’esercizio”, a suo tempo praticato dall’attore Arnoldo Foà. “Lo sorprendo sul mio tavolo di lavoro o su uno scaffale: fa colazione e scompare. Divertente; non trovi?”. “Sì, ma come hai fatto a stabilire i loro gradi di parentela?”. “Questione d’intuito”, e sparò una risata. La storia mi affascinò, tanto che le ho dedicato una delle mie filastrocche.
Anche perché l’ho sentito io parlare a un pennuto: “Non è ora di pranzo, e poi, vedi?, sono impegnato: devo soddisfare la curiosità di quel giornalista. Ripassa più tardi, ti prego”.
A Piero S. (che cosa ci posso fare se non vuole essere individuato?) regalarono un pappagallino, “Chiacchierone”, presentandolo come maschio. Era socievole, gli faceva festa quando lui riempiva il beccatoio o cambiava l’acqua nel beverino, non stava mai zitto. Dopo un mesetto, sorpresa: un uovo nel bagnetto; poi un altro. Per evitare al volatile la fatica della cova, inutile dato che era scompagnato, Piero li rimosse, avendo l’imprudenza di non farlo al buio per non farsi scoprire; e da quel momento non potè più infilare la mano nella gabbia: il ciarliero attaccava infuriato, sbatteva le ali e utilizzava il becco come arma. Il padrone era diventato un nemico; e dovette privarsi di quella bellezza.
Il coniglio
Piero ama gli uccelli ed è contro le schioppettate. Apprezza chi ha rispetto per le quattro zampe che circolano in casa. Come il nostro grande collega Tanino Gadda, che nella sua rubrica specializzata sul “Giorno” intitolata “Cani e gatti” dava suggerimenti e idee. La signora Virginia Craja, ultrasettantenne deliziosa, aveva un canile a pochi chilometri da Milano: duecento ospiti che non poteva più assistere, anche perché le avevano notificato lo sfratto. Cercò aiuto; per raccogliere un po’ di soldi si propose alla Fiera dei Sogni, il programma di Mike Bongiorno. Scrissi anche di lei e di quello splendido uccello che atterrò sul bordo di un laghetto, ai margini della metropoli, il giorno in cui partecipavo come cronista all’apertura della caccia. Un altro illustre collega e amico, Nino Gorio, autentico intenditore di flora e di fauna, oltre che appassionato di storia degli indiani, mi svelò il nome di quel miracolo (che al momento mi sfugge), aggiungendo che scende soltanto dove scorre acqua pulita. Gli animali sono straordinari. Un “cocker spaniel”, su una panchina del Parco di Trenno, nel giugno del ’78, trovò un portafoglio; lo strinse fra i denti, lo portò al commissariato San Siro, in fondo a via Novara, nei pressi dello stadio, e lo depose sulla scrivania dell’ufficio-denunce, come aveva visto fare mesi prima al suo padrone. Il poliziotto rimase esterrefatto. “Sogno o son desto”? Mi chiamò per riferirmi la scena, ma con il timore che lo prendessi in giro. Ma io conosco le capacità e la sensibilità di un Fido.