Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 2 novembre 2016

Il pane di Altamura, Laterza e Matera alla corte di sua maestà Lenoci


Lenoci Pane Olio e Vino
                                           
Lenoci impegnato con la generazione ERASMUS


PERSONAGGIO ECLETTICO


DOCENTE DELL'UNIVERSITÀ CATTOLICA
SACRO CUORE DI MILANO



PROFESSIONISTA MOLTO APPREZZATO DALLA GENERAZIONE ERASMUS E DAL MONDO DELLA CULTURA  

                                                                    

DEVOTO DI DON TONINO BELLO                                                          




Franco Presicci



Lo hanno definito: il professore viaggiatore, il conferenziere instancabile, un veicolo di cultura, l’intellettuale alla ricerca dei valori diffusi nel nostro Paese. Docente di “Metodologie e determinazioni quantitative d’azienda 2” all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, quando gli impegni professionali glielo consentono, Francesco Lenoci è sempre pronto ad accettare un invito, venga da Milano, da Messina, da Pesaro, per parlare de “L’Italia dei sogni”, l’interessantissimo volume di Goffredo Palmerini; di un suo libro fresco di stampa, di Pace…
... generazione Erasmus
La prima volta l’ho ascoltato alla festa per i 25 anni de “Il Rosone”, il periodico battezzato nel ’70 nel ristorante “La Porta Rossa” di Chechele e Nennella, in via Vittor Pisani a Milano; e in seguito alla facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo barese, dove intrattenne l’uditorio sul sistema bancario, spiegando con parole semplici passaggi intricati. L’ho seguito a Grottaglie, per ascoltare da lui la storia di Nicola Fasano, che nell’ambito delle creazioni in terracotta realizzò iniziative “rivoluzionarie” anche dal punto di vista commerciale. In uno dei nostri incontri ho ripercorso in un baleno i miei trascorsi a San Severo, rispolverando episodi cari: la cerimonia al Teatro Comunale per la consegna del Premio Fraccacreta, nel ’57, a Vittore Fiore per il volume di versi “Ero nato sui mari del tonno”, presente il padre del poeta, Tommaso; il panificatore che per una mostra dell’artigianato del ’50 fece un esemplare tanto grande, che per tirarlo fuori dal forno dovettero allargare l’apertura. Credevo di stupirlo, e Lenoci mi compensò con un sorriso, facendomi capire che ormai non era più una novità da “Guinness dei primati”.
Pane di laterza delle Fornerie Laertine
Francesco Lenoci ha un rapporto particolare con i mitici grandi pani, che ha avuto inizio nel 2014. Il 9 agosto eccolo nella masseria “Cappotto” di Laterza, dove si è inginocchiato di fronte a una gloria della stessa città: 8 chili di peso, delle Fornerie Laertine.
L’11 ottobre a Milano Golosa presso il Palazzo del Ghiaccio, aiutato da Giacinto Mingione, ha preso in braccio un pane di Matera di ben 10 chili, confezionato dall’Antico Forno a Legna di Perrone Lucia. Il 28 novembre al Teatro Mercadante del paese natale di Tommaso Fiore (scrittore e uomo politico, nato il 7 marzo del 1884, autore di “Un popolo di formiche”, Premio Viareggio ’52, e di altri libri, come “Il cafone all’inferno”), con un valido sostegno, ha sollevato un pane di Matera di addirittura 12 chili, orgoglio dei fratelli     Di Gesù.
Pane di altamura con Beppe Di Gesù
Nel 2016, nuovamente al Palazzo del Ghiaccio della terra del Porta si è cimentato, emozionandosi, con una  delizia di 15 chili, sfornata, anche questa, da Perrone Lucia. Un crescendo di dimensioni e di qualità degne del Museo del pane di Sant’Angelo Lodigiano, sorto nel 1983 per iniziativa della Fondazione Morando Bolognini. Di pane Lenoci ha parlato anche su vari palcoscenici, in “Dalla terra la vita”, messa in scena durante Expo 2015. A Laterza, che sorge a 362 metri sul margine della Gravina omonima, nella masseria “Cappotto” dei coniugi De Meo è tornato nell’agosto dell’anno scorso, accompagnato dai poeti dialettali Giovanni Nardelli e Benvenuto Messia.

Pane di matera con Giacinto Mingione
Nell’occasione ha dedicato solo qualche accenno: al pane, che vanta una storia millenaria; ai panificatori, che hanno tra gli antenati gli Egizi, autori dei primi forni con volta a cupola; a Roma, che ospitò i primi negozi per la vendita del prezioso alimento. Ha trattato il tema dell’ambiente e degli sfregi che incoscienti speculatori fanno della natura, un patrimonio che appartiene a tutti. Francesco Lenoci è una calamita. Ovunque attira un pubblico numeroso e attento, riscuotendo approvazioni entusiastiche, come nelle sale di rappresentanza di alcuni istituti di credito milanesi, in via Feltre, in piazza Affari…; al Rotary Club di Merate; al Lions Club di Martina Franca, sua città natale; nella Capitale, presso la Biblioteca del Senato per il Premio Menichella, di cui è segretario generale; a Milano, un po’ dappertutto, invitato dalla generazione di giovani che gli sta tanto a cuore: la generazione Erasmus. All’Umanitaria, nel capoluogo lombardo, ha tenuto una lezione di gastronomia, nel corso di un’esposizione di prodotti pugliesi in vista dell’Expo, tra cui il capocollo di Martina Franca e, ancora il pane, che con il vino e l’olio extravergine d’oliva domina le nostre tavole.

...generazione Erasmus
Lenoci esalta il nettare, sapientemente raccontato in “Vino al Vino” da Mario Soldati, che compì “viaggi d’assaggio” da Palermo a Venezia, da Napoli a Sassari, a Taranto, contemplando la fisionomia del paesaggio. Lenoci ha celebrato il sangue della vite presso la Biblioteca comunale di Verona, la città di Vinitaly, e a Milano, da vari anni nel corso della “Notte di San Martino”, la più grande festa salentina fuori del Salento, dove ripete senza soluzione di continuità “Amo il buon vino, festeggio San Martino”. Lenoci ama l’ulivo. Ha parlato dell’olio a Corato, la città della coratina, che ha il centro storico a forma di cuore; e recentemente a Milano presso il Palazzo dei Giureconsulti, dove ha esortato ristoratori e farmacisti a imitare il comportamento degli chef al cospetto dell’olio extravergine d’oliva, cospargendo il dorso della mano dei clienti con preziose gocce di olio evo. Con il professore discutiamo di tante cose: del Festival della Valle d’Itria, del quale è un appassionato; e di Paolo Grassi, che di quella rassegna, nota in tutto il mondo, è stato un sostenitore; della “Ghironda”, che da Martina si è trasferita altrove; e di Milano, dei suoi cortili, dei suoi palazzi, delle facciate Liberty, delle chiese, dei navigli e dei ponti che li scavalcano, amati dal poeta Alfonso Gatto, che era di Salerno, dal giornalista Gaetano Afeltra, di Amalfi, dall’architetto Empio Malara, che vanta una lunga militanza nella difesa di questi corsi d’acqua carichi di storia.
             
Veduta di Milano dallo Studio di Lenoci

A Lenoci piace Milano. Dalle finestre del suo studio, al quinto piano della Terrazza Martini, si vedono le guglie della cattedrale e l’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele, che dà su piazza del Duomo. So che quando può fa quattro passi fino a via Morone, che sfocia in una delle più belle piazze, la Belgioioso, che raccolse i sospiri di Stendhal sotto le finestre della baronessa Matilde Viscontini, “bella e altera come l’Erodiade leonardesca, anima angelica nascosta in un corpo meraviglioso”, per lo spasimante francese.

Francesco Lenoci
E da via Morone, dopo aver sostato qualche minuto davanti al portone di casa Manzoni, va in via Bigli, dove abitò Eugenio Montale e Clara Maffei, la contessa più famosa del Risorgimento, tenne il suo salotto culturale, frequentato da patrioti meneghini, da Balzac, Liszt, Tommaso Grossi, GiuseppeVerdi… Un paio di quelle passeggiate le abbiamo fatte insieme fino a piazza Missori per imboccare via Torino, un tempo ricca di artigiani di altissimo livello (armorari, spadari, orefici…), tutti ricordati sulle targhe; e sede, nel Cinquecento, della Malastalla, un carcere per debitori insolventi e minori deviati, che vivevano in condizioni disastrose non solo dal punto di vista igienico. Camminando discutevamo delle attrattive della metropoli: i monumenti, il Castello e toccavamo anche il tema delle prelibatezze locali, come il panettone, la cui nascita si interseca con la leggenda: frutto dell’amore fra Ughetto, falconiere di Ludovico il Moro, e Adalgisa, figlia di un “prestinee”. L’idea di aggiungere al pane burro e zucchero e poi cedro candito e uova e uva sultanina fu del giovanotto, che ottenne così uno strepitoso successo. Era nato il “pan grande” o “pa de ton”, da servire il giorno di Natale.

mercoledì 26 ottobre 2016

Incontro con Giuliano Folcia







TRASFORMAVA IN OPERE D’ARTE

I TRONCHI DEGLI ALBERI SECCHI




Ha smesso perché le sue sculture venivano sfregiate o trafugate.

Scomparve anche un San Francesco che tira Gesù giù dalla croce.

La Zona 9 lo ha insignito dello “Zonino d’oro”; e lui lo dice con orgoglio.





Franco Presicci


Nell’aprile del 2005 un giornale scrisse che Milano doveva prendere esempio da Lugano, “dove le piante morte non le tagliano, ma le scolpiscono”. E’ quello che stava facendo Giuliano Folcia, oggi ottantasettenne, in quell’oasi di verde che è il Parco Nord. Ogni santo giorno lo raggiungeva in bicicletta e trasformava in un cane, in uno scoiattolo, in una tartaruga, in una figura umana i tronchi mozzati degli alberi stroncati dalla malattia.

Giuliano Folcia
Nato a Cinisello Balsamo e subito trapiantato a Milano, dal ’64 Folcia sta di casa in via Monterotondo, al quarto piano del civico 8, nel quartiere Niguarda, a due passi dalla chiesa di San Martino, del XV secolo, e dalla cascina, sede decentrata del Comune e dei “ghisa”. Al Parco ci va ancora, non più sulla “due ruote”, ma in tram: e osserva il paesaggio, seduto sempre sulla stessa panchina, quella piazzata subito dopo l’ingresso da Cinisello . “E penso al mio alpino, al quale di notte qualcuno staccò la penna del cappello e all’uccellino segato e trafugato”. Stessa sorte toccata allo gnomo con il piffero seduto su un fungo; e al San Francesco che tira giù Gesù dalla croce… “Io volevo abbellire il Parco, e avevo ottenuto l’autorizzazione ad adoperare scalpello e mazzuolo. La gente apprezzava i miei lavori, tanto che li fotografava e mi regalava la copia. Guardi qua le immagini dello scoiattolo, dell’elfo che suona la fisarmonica, della fontanella, della conchiglia. dell’arrotino… Con l’età, artisticamente ho acquisito maggiore manualità…Il mondo è cambiato. E’ cambiata in tutti i sensi anche la nostra zona. Tra l’altro si è riempita di case. Una volta c’erano gli orti ed era meno popolata; si assaporava un’aria da borgo antico, con il fabbro, l’arrotino, il falegname. Tante cose sono venute a mancare a Milano, voci, spazi, figure…Non la riconosco, la mia città”. Parla a raffica, si alza, gesticola, si commuove. Ne ha da dire, di cose, quest’uomo alto, dalla bella faccia tonda, dal sorriso dolce.

L’dea di creare al Parco Nord una sorta di galleria d’arte tra i viali e sull’erba gli venne ammirando la natura. “Già da ragazzo, alla scuola elementare, nel disegno mi distinguevo”. Il padre lo mandò a Brera per un corso, ma lo frequentò per pochi mesi. “Sa, c’era la guerra, con i bombardamenti… massacrarono la Scala, la Galleria, piazza San Fedele, il quartiere di Greco…; e c’era la miseria. Così dovetti andare a lavorare. Imparai a fare il tappezziere, l’imbianchino, il verniciatore e a rivestire le pareti di carte da parati”. Verso i 40 anni cominciò a dipingere. “Facevo mostre, partecipavo a collettive, vincevo premi; ma i compratori latitavano. Poi presi a cimentarmi con la scultura. Realizzai un paio di scarponcini, piacquero a uno che se ne intendeva e mi sentii stimolato a continuare”.

Mentre parla mi indica pregevoli esemplari collocati su un mobile in cucina: eseguiti in una stanzetta, occupata dal bancone, da sgorbia, pettinella, subbia, gradina… E mi mostra i riconoscimenti ricevuti: uno dei tanti lo “Zonino d’oro” assegnatogli dal consiglio di Zona 9 come “scultore del Parco Nord”. Nel 2003 a Villa Litta ha vinto il primo premio per le opere in legno. “Usavo il tiglio, soprattutto il cirmolo, che non hanno venature, e qualche volta anche il ciliegio e il nocciolo. Acquistavo le travi da un falegname di Civenna, sul lago di Como, le facevo tagliare e le depositavo in cantina. Sono cresciuto nell’arte. Il medico mi ha detto che mi fanno più bene le mie sculture che le medicine. Nel farle, provo un’emozione forte, difficile da descrivere. Più forte quella che provavo al Parco Nord. Era come se, incidendo quei tronchi secchi, dessi loro un’altra vita. Non ho titoli di studio, non ho potuto conseguirne, ma ho sensibilità”, aggiunge Giuliano, il “nonno del Parco Nord”.

Folcia alle prese con un volto
E’ cordiale, avvincente, orgoglioso dei suoi manufatti, che comprendono le statuine per il presepe. “E ama la pesca”, interviene Marilena, la moglie, che lo incoraggia, colma i vuoti che lui lascia mentre si racconta”. “Marilena è il mio amore da 47 anni – esplode lui accarezzandola – Litighiamo, ma il litigio rafforza il sentimento. Marilena mi ispira, condivide la mia passione. Un’altra moglie non avrebbe permesso che una stanza venisse adibita a laboratorio”. E’ Marilena a tirare fuori del cassetto le foto che ritraggono il marito al Parco mentre cambia i connotati a ciò che resta di un albero rigoglioso. “La nostra vita si snoda all’ombra degli alberi”, commenta Giuliano. E io penso alla poesia di Wang Ya-P’ing: “Un albero secco/ fuori della mia finestra/ solitario/ leva nel cielo freddo/ i suoi rami bruni…Ogni giorno quell’albero/ mi dà pensieri di gioia: / da quei rami secchi/ indovino il verde a venire”. L’albero è un simbolo, un organismo che si sviluppa, un monumento; ha una sua personalità. Mi affascinano l’ulivo e il fico. Il primo nell’”Odissea” è utilizzato per il talamo nuziale di Ulisse; il secondo appartiene a una famiglia numerosa; è di origini remote, robusto, resistente, attecchisce anche nei terreni più avari; ai suoi piedi si rintanarono Adamo ed Eva dopo il peccato. Lo vedo, il fico, sui bordi di qualche viale, al Parco, con le sue palle da albero di Natale, quando è tempo.

L'alpino sotto la neve
Anche a Giuliano Folcia piace il fico. Ce n’era uno in un cortile di corso Garibaldi, all’angolo con via Moscova. E’ finito nell’archivio della memoria. Come l’antica via dei Guast (oggi via Anfiteatro), inondata dagli odori delle osterie e formicolante di carbonai, straccivendoli, imbianchini... “Accanto alla mia porta, c’era una trattoria che faceva il castagnaccio. Da ragazzo andavo a venderlo all’Arena, dove giocava anche l’Ambrosiana. Nel 1894 e nel 1906 in quell’”anfiteatro” si esibì il Buffalo Bill’s Wilde West, con William Frederick Cody che “eseguiva volteggi da fare invidia a un clown”, a sentire Emilio Salgari.

Dal tronco secco l'alpino
“Adesso sono al capolinea”. “Al capolinea il tram riprende la sua corsa”. “Sì, ma io non sono il tranvai. Mi hanno messo il ‘pacemaker’ e le gambe mi danno problemi…”. E’ anche molto simpatico, il “nonno del Parco Nord”, circondato dall’affetto di centinaia di persone, soprattutto dei bambini che quando lo vedono smettono di dar pedate al pallone per parlargli, chiedergli dov’è finito lo gnomo con il piffero o quando riprenderà a tirar fuori dei tronchi le sue magie. Qualcuno lo prega di vendergli una tartaruga o un riccio, una lumaca; ma lui non gradisce. Qualche volta cede all’insistenza, spinto dai languori della sua pensione. E’ un uomo buono, spassoso, schietto. “Vedo tanta tristezza in giro, e ne soffro. So che la vita non è tutta rose e viole, ma un po’ di serenità non guasterebbe”. Tornerà a scolpire al Parco Nord, magari in una giornata di sole? “Non credo. E poi, ripeto, sono al capolinea”. Ho l’impressione che lo dica per scaramanzia.