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mercoledì 15 marzo 2017

UN BINOMIO INDISSOLUBILE: BERARDI-CASOLARI


"La prima, la migliore"

 

   

PORTA I SUOI SPETTACOLI NEL MONDO

SENZA MAI DIMENTICARE CRISPIANO

 


Riscuote ovunque, in Italia e all’estero, un notevole successo di critica e di pubblico. 

 

Anche il severo critico di “Repubblica” lo ha elogiato.

 

L’1 aprile la Compagnia sarà a Lecce, al Cantiere teatrale Koreja, con     “Io provo a volare”;

 

il 6 a Gioia del Colle, al Teatro Rossini, con lo stesso spettacolo;

 

il 7 e l’8 a Bari, al Teatro Abeliano, con “La prima, la migliore”.

 

Ma il calendario è molto nutrito: comprende recite anche in Basilicata, a Perugia, a Milano e altrove.

 

 

                                    §§§*§§§


Servizio di FRANCO PRESICCI


E’ stata Marzia Annese, professione architetto, a farmi conoscere Gianfranco Berardi, inviandomi un video che lo coglie mentre risponde a raffica alle domande di un giornalista.

L’ho visto, non una, ma due volte, per il piacere di ascoltarlo. Ho subito deciso di telefonargli; ed è stato gentile ed esauriente, pur non avendo molto tempo, impegnato com’è, assieme a Gabriella Casolari, in una “tournèe” con “La prima, la migliore” (produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione), liberamente (lui dice “liberalissimamente”) ispirato al libro di Erich Maria Remarque, “Non c’è niente di nuovo sul fronte occidentale”: pagine in cui si rivive la crudeltà della prima guerra mondiale, dal punto di vista di un soldato di 19 anni.

Quello sconvolgimento, in cui lo stesso Remarque venne più volte ferito, e di anni ne aveva soltanto 18, e le cause che lo determinarono per Berardi e Casolari sono un pretesto per parlare della nostra epoca con i mali che l’affliggono: oltre alla crisi economica, la manipolazione ideologica, le promesse non mantenute, la propaganda, la deriva dei giovani, le delusioni, la distanza tra i luoghi in cui si prendono le decisioni e chi le deve affrontare: il popolo, le cui esigenze vengono sempre deluse…


"Io e Gabriella – dice Berardi – ci occupiamo di teatro controtemporaneo, nelle vesti di attori, registi e autori (mio fratello suona e canta brani popolari) e cerchiamo di scardinare i luoghi comuni, le convenzioni, le falsificazioni visibili e invisibili, i conflitti che le persone hanno con se stessi, oltre che con la realtà che le circonda, con un occhio particolare alle fasce deboli”.


Figlio di un operaio dell’Ilva, è nato nel ’78 a Bitonto. Quando aveva sei mesi la famiglia si trasferì a Crispiano, nel quartiere Santa Maria Goretti, dove poi costruirono una chiesa, che fu molto importante per Gianfranco: grazie a un prete, don Ignazio Blasi, che esortava a fare progetti, e a condividerli. E il ragazzo creò un gruppo con il quale realizzò vari laboratori, sviluppando le doti nate con lui.

Nel 2001 ha incontrato Gabriella Casolari, attrice impegnata in un sodalizio teatrale di Sassuolo venuto a Martina Franca, e con lei ha avviato un percorso convogliato nel 2008 nella compagnia Berardi-Casolari, “la cui poetica affonda le radici nella corrente riconosciuta come ‘Nuova drammaturgia’, pur considerando prioritario l’aspetto popolare di ogni singolo lavoro”.

Da una decina d’anni dunque calcano sempre insieme, in perfetta armonia, le tavole del palcoscenico; e insieme hanno recitato, e recitano, in giro per l’Italia e all’estero: dalla Bolivia all’Argentina. Il loro primo spettacolo è stato “Briganti”, con Gabriella impegnata nella regia e nelle luci e Gianfranco nei panni di nove personaggi, da Garibaldi a Cavour, al soldato piemontese… Spoglia la scenografia: soltanto una sedia in movimento, metafora del mondo che il brigante attraversa: le imboscate, le battaglie, i covi, la cattura, il carcere, la rabbia per le ingiustizie, i tradimenti, l’amore…

La compagnia ottiene elogi sui giornali, riscuote i consensi entusiastici del pubblico e l’apprezzamento di un aristarco autorevolissimo, Franco Quadri di “Repubblica”. “Briganti” vince il Festival internazionale di Lugano”, sezione Nuova drammaturgia; e un altro spettacolo del gruppo, “Land Lover”, il Premio ETI – Nuove creatività e il bando “Principi attivi” della Regione Puglia.



I riconoscimenti proseguono: “Io provo a volare”, omaggio a Domenico Modugno, capolavoro di teatro-musica, sostenuto dal Festival internazionale Castel dei Mondi (Andria Bat), pluripremiato allo “joakiminterFest” (Belgrado), Premio speciale della giuria, Premio migliore spettacolo scelto dal pubblico, ospitato al Cooper Festival Slovenia e all’Istituto italiano di cultura di Parigi, Premio Antonio Landieri a Napoli.

Nel 2010 incontrano Cèsar Brie, ed eccoli assistenti alla regia di “Albero senza ombra”, con cui “diamo vita alla nostra nuova produzione ‘In fondo agli occhi’, Berardi-Casolari, regia di Brie. Dopo la pubblicazione di “Viaggio per amore” – dal Deficiente a Land Lover” (UBU Libri), nel 2013 è apparsa la seconda pubblicazione, con titolo suggerito da “In fondo agli occhi”.

E arrivano gli inviti a partecipare a importanti trasmissioni televisive, da “Quelli che il calcio” ad “Applausi” condotta da Gigi Marzullo. Insomma una catena di successi, per Gianfranco e Gabriella. “Il nostro sogno era la conquista del palcoscenico. Volevamo fare gli attori, ma in modo indipendente, portando in scena opere classiche, ma anche opere originali partorite dalle nostre idee, dalle nostre esperienze, dal nostro modo di vedere il mondo.


Il nostro teatro è necessario soprattutto a noi, perché ci dà l’occasione, assieme a chi ci segue, di dissentire. I nostri temi sono attuali: riguardano i giovani decisi a non mollare; le storture, gli abusi, le disuguaglianze, i patti sociali svenduti, ma anche i nostri 40 anni”.


Con la loro attività febbrile, edificante, sognano, e con loro gli spettatori sempre numerosi. Con il loro talento, Gianfranco e Gabriella danno un contributo rilevante al tentativo della parte buona della società di raddrizzare la rotta pericolosa che la nave ha intrapreso. Il teatro è godimento estetico, ma anche educazione; è finzione, ma loro, un binomio indissolubile e di grande bravura, raccontano il malessere che ci sta travolgendo.

Gianfranco, che Sara Chiappori su “Repubblica” ha definito magnetico, ricorda volentieri i suoi primi passi in teatro, agevolati dalla professoressa Maria Pia Morelli, che volendo rappresentare “Ditegli sempre di sì” di Eduardo De Filippo, gli affidò un ruolo di primo piano. Poi, con la spinta della stessa insegnante, cominciò a scrivere testi. Il teatro lo prese, lo affascinò, lo avvinse.

Gianfranco cominciò a studiare, a meditare, a osservare il mondo, pieno di gente delusa, frustrata, incattivita per i soprusi, i sacrifici da affrontare; di giovani traditi; di veleni che insidiano l’ambiente; di retorica che stordisce; di banditori protagonisti in interminabili “bla-bla-bla” sul piccolo schermo; di governi che muoiono e risorgono; di programmi senz’anima urlati per catturare il consenso; di povertà che s’infittisce; di minoranze emarginate…: dinamiche che resistono nonostante le conquiste tecnologiche, culturali.

L’indagine storico-letteraria di Gianfranco Berardi e dell’emiliana Gabriella Casolari, interprete prestigiosa, è “tuttora in atto” e alimenta la loro drammaturgia, che va sempre più espandendosi.

E Crispiano, la bella cittadina a pochi chilometri dal grembo di Taranto; dal canale navigabile che, lambendo il Castello Aragonese, sposa due mari, il Grande e il Piccolo? “Io a Crispiano ho la casa, nello stesso quartiere in cui sono cresciuto, dove abitava anche Michele Annese. A Crispiano ha la sede la Compagnia”.

Come dimenticare Crispiano, la città delle cento masserie; della Biblioteca “Carlo Natale”, che tra l’altro è stata anch’essa un cantiere (tra le idee concretizzate “Il libro nei condomini”, gli incontri con gli autori, da Alberto Bevilacqua a Giuseppe Giacovazzo…) con la guida di Annese e l’impegno di valenti collaboratori confluiti nell’Università del Tempo libero e del Sapere. A Crispiano non pochi ricordano Gianfranco Berardi da ragazzo.

Di lui Michele Annese, oggi direttore del settimanale "on line” “Minerva News”, riferisce, con ammirazione, che “è sempre stato fautore di iniziative culturali e pronto a dare una mano a quelle promosse da altri”.
 

Mi piace concludere questo incontro che mi arricchisce con il pensiero di Sara Chiappori: “…Berardi ha trasformato la cecità in sensibilità teatrale aumentata…con una scintilla di empatia che non è mai di maniera”. Una persona autentica, vera. Come Gabriella.







Risultati immagini per Milano – Teatro Elfo Puccini

Teatro Elfo Puccini  Roma








Risultati immagini per teatro abeliano bari


Nuovo Teatro Abeliano Bari                                      




teatro_Rossini













Teatro Rossini Gioia del Colle


Testo e regia Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

Con Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari e Davide Berardi

Una produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione




“Oggi, nella patria della nostra giovinezza camminiamo come viaggiatori di passaggio. Gli eventi ci hanno consumato siamo divenuti accorti come mercanti brutali come macellai noi siamo più spensierati ma atrocemente indifferenti, sapremo forse vivere nella dolce terra ma quale vita? “
Volgendo lo sguardo agli spettacoli che dal 2003 a oggi abbiamo realizzato, ci accorgiamo che il conflitto, con noi stessi e con la realtà circostante, è stato e continua a essere il motore della nostra ricerca. Le dinamiche, i mutamenti e le opportunità da questo prodotte e derivate, sono attrazioni irresistibili verso cui tendiamo come attori, autori ed esseri umani. L’occasione questa volta è quella del centenario del primo conflitto mondiale che sconvolse l’Italia, l’Europa e il pianeta intero. E’ incredibile come studiando un evento accaduto ormai tanto tempo fa ci si senta coinvolti da situazioni e sensazioni che sembrano raccontare la nostra contemporaneità. Ed allora la condizione di una generazione “perduta” per un’ideologia  criminale, propagandata a tutto spiano,  la distanza fra il popolo  e  chi lo governa,  il cambiamento epocale ed il conseguente smarrimento esistenziale, diventano metafore  per raccontare la nostra condizione, il nostro tempo nel nostro paese. L’idea ci è venuta qualche anno fa leggendo il romanzo confessione “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di E.M. Remarque. L’autore in maniera lucida e feroce racconta di popoli lanciati uno contro l’altro, per odio e per orgoglio ed al contempo riflette  e fa riflettere sulla situazione  di depressione e disperazione che avvolge senza tregua la società ieri come oggi. Di qui è iniziata una  indagine, storico-letteraria, ancora in atto,  che mescola le materie di interesse, dal politico al sociale, dall’economico all’artistico, fornendo una contaminazione di linguaggi, stili ed argomentazioni in cui è sempre più interessante avventurarsi per proseguire il nostro cammino di ricerca, la nostra avventura  alla scoperta di chi siamo, di chi siamo stati e di chi potremo un giorno divenire.


“ Vengano i mesi e gli anni, non mi prenderanno più nulla. Sono tanto solo, tanto privo di speranza che posso guardare dinanzi a me senza timore. La vita, che mi ha portato attraverso questi anni è ancora nelle mie mani e nei miei occhi. Se io abbia saputo dominarla, non so. Ma finché dura, essa si cercherà la sua strada, vi consenta o non vi consenta quell’essere, che nel mio interno dice “io”.” 
DATE ED EVENTI PROSSIMI


APRILE 2017
9 aprile 2017
Io provo a volare
Oppido Lucano (PZ) – Teatro Obadiah

7-8 aprile 2017
La prima, la migliore
Bari – Teatro Abeliano

6 aprile 2017
Io provo a volare
Gioia del Colle (BA) – Teatro Rossini

1 aprile 2017
Io provo a volare
Lecce – Cantieri Teatrali Koreja

MARZO 2017
dal 27 al 31 marzo 2017
Laboratorio “I Figli della Frettolosa”
Lecce – Cantieri Teatrali Koreja

25 marzo 2017
In fondo agli occhi
Perugia – Teatro Brecht

10 marzo 2017
Io provo a volare
Asti – Teatro Giraudi

FEBBRAIO 2017
25 febbraio 2017
Io provo a volare
Settimo Torinese (TO) – Teatro Civico Garibaldi

dal 14 al 19 febbraio 2017
La prima, la migliore
Milano – Teatro Elfo Puccini

             RECENSIONI

  La prima, la migliore

      In fondo agli occhi

          Io provo a volare

         Briganti

       Land Lover

  • Rumor(s)cena – 23 mar 2012
  • Voci dalla Soffitta – 22 mar 2012 (Josella Calantropo)
  • puntoelineamagazine.it – 10 dic 2010
  • Gazzetta del Sud – 5 dic 2010 (Sergio Di Giacomo)
  • La Repubblica – 26 nov 2010 (Simona Spaventa)
  • del Teatro – 25 nov 2010
  • La Repubblica | Tutto Milano – 24 nov 2010 (Franco Quadri)
  • alibionline.it – 20 nov 2010 (Saul Stucchi)
  • milano.mentelocale.it – 20 nov 2010 (Lorenza Delucchi)
  • Corriere della Sera – 19 nov 2010 (Livia Grossi)
  • CronacaQui – 19 nov 2010
  • Magazine Festival Castel dei Mondi
  • la Repubblica
  • Manifesto | delteatro.it – giu 2009 (G. Capitta – M.G. Gregori)
  • Hystrio (Andrea Nanni).
  •  
  •  Biografia Berardi/Casolari 

    Nel 2001 Gianfranco Berardi incontra sulla scena l'attrice Gabriella Casolari, con la quale inizierà un percorso che convoglierà nel 2008 nella Compagnia Berardi-Casolari. La poetica espressa dal gruppo, affonda le sue radici nella corrente riconosciuta come “nuova drammaturgia”, pur considerando prioritario l'aspetto popolare di ogni singolo lavoro. Tra le produzioni: BRIGANTI Spettacolo vincitore del "Festival Internazionale di Lugano", sezione nuova drammaturgia; LAND LOVER spettacolo vincitore del Premio ETI - Nuove Creatività e del bando "Principi Attivi" dell' Assessorato alla Trasparenza e cittadinanza attiva della Regione Puglia; IO PROVO A VOLARE - OMAGGIO A DOMENICO MODUGNO Spettacolo di teatro - musica, sostenuto dal Festival Internazionale Castel dei Mondi (Andria, BAT), pluripremiato allo “JoakimInterFest” di Kragujévac (Belgrado, SERBIA), Premio speciale della giuria, Premio miglior spettacolo scelto dal pubblico, ospitato al Cooper Festival-Slovenia ed all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, Premio Antonio Landieri a Napoli nel 2011. Incontrano nel 2010 Cèsar Brie come assistenti alla regia dello spettacolo “Albero senza ombra”, con cui danno vita alla loro nuova produzione IN FONDO AGLI OCCHI di Berardi e Casolari, regia di Brie. Dopo la pubblicazione “Viaggio per amore- dal Deficiente a Land Lover“ - UBU LIBRI Milano settembre 2010, è uscita la seconda pubblicazione nel 2013, che prende il titolo dall’ultimo spettacolo “In fondo agli occhi” - Editoria&Spettacolo, che raccoglie i lavori degli ultimi dieci anni della Compagnia. In tv annoverano le apparizioni alle trasmissioni “Quelli che il calcio..” condotta da Vittoria Cabello, “Sostiene Bollani” condotta da Stefano Bollani, in radio nella trasmissione “610” su Radio2 condotta da Lillo e Greg a settembre 2014, “Applausi” condotta da Gigi Marzullo.



mercoledì 8 marzo 2017

UN'OPERA GRANDIOSA DI FRANCESCO OGLIARI



Francesco Ogliari

 

TRE SECOLI DI STORIA DEI TRASPORTI

NEL MUSEO EUROPEO DI VOLANDIA

 

 

Il visitatore s’immerge in un mondo affascinante

 

 

tra locomotive, tram, funicolari, stazioni con sale

 

 

d’attesa popolate da manichini in vestiti d’epoca.

 

 

C’è anche quella di Pio IX e quella che portava

 

 

Cadorna sulla linea del fronte durante la prima

 

 

guerra mondiale. Uno spettacolo da non perdere.

 

 








                                                                      Servizio di Franco Presicci  
                                                                                                                                             

L’ultima traversata d’“el barchett de Boffalora” avvenne nell’ottobre del 1913. Come al solito, il battelliere si appostò sotto il Trofeo, monumento poi abbattuto, e urlò: “El barchett el va, el barchett el vaaa!”. E un formicaio di gente sbucò dalle osterie del quartiere Ticinese correndo verso la darsena. L’urlo lo ripetè il “patrone”, il comandante, e iniziò il viaggio lungo il Naviglio Grande (reso navigabile nel 1272). A bordo una figura pittoresca di cantastorie suonava uno strumento bizzarro, costituito da uno spago teso e da una zucca vuota che fungeva da cassa di risonanza, e cantava raccogliendo il denaro per il biglietto.
El barchett de Boffalora
Il natante era fatto di rovere, era lungo oltre 17 metri e largo circa 2,90; aveva il fondo piatto e il casello con il tetto in legno; 40 posti a sedere; il timone a pala. Velocità massima 20 chilometri. A Piera Bottini Santinoli ha ispirato una poesia, da cui cogliamo un paio di versi: “L’è in partenza, sciuri… ch’el va…E sora l’acqua torbida e quietta/ el scarliga in cerca di praa! (…e sull’acqua torbida e quieta scivola in cerca di prato). Il 23 giugno del 2013, una domenica, una ricostruzione di questa barca-corriera è stata varata per celebrare i cent’anni dalla cessazione del servizio. Partita alle 13 da Boffalora, è arrivata alle 16.30 in darsena, accolta dalla fanfara dei bersaglieri. Durante la manifestazione, organizzata dall’Associazione “La Pianta”, sono state rappresentate alcune scene della commedia - che all’epoca ebbe oltre mille repliche - scritta da Cletto Arrighi nel 1870 e intitolata appunto “El barchett de Boffalora”, per Paolo Valera una specie di arca di Noè carica di giovani, vecchi, uomini, donne, venditori ambulanti, esponenti della “ligera”, manigoldi sempre ai margini del codice penale, scansafatiche… 
Busto di Ogliari all'ingresso del Museo
Anche di questo conversai con Francesco Ogliari la mattina del 4 aprile del 2006, tre o quattro giorni dopo la presentazione al Pac di via Palestro di uno dei suoi tantissimi libri, “Milano di dentro”, alla quale partecipò anche Renato Pozzetto. Andai a trovarlo nel suo ufficio, a due passi dalla Rotonda della Besana; e quando mi annunciarono uscì dallo studio, che era in fondo a un lungo corridoio, e mi abbracciò. “Grazie per l’articolo: bellissimo”. “Grazie a te per il godimento che mi hai regalato con le tue pagine”. E gli chiesi subito se secondo lui il barchetto prima o poi avrebbe potuto riprendere l’attività. Sorrise. “Non esageriamo. Potrà al massimo essere utilizzato per qualche gita, e sicuramente saranno in molti ad approfittarne, soprattutto quelli che hanno a cuore i gioielli di Milano. Come ben sai, scivolando sul Naviglio, si può ammirare un paesaggio meraviglioso: ville, cascine, castelli, viali alberati attraversati da persone in bicicletta…”.
Ogliari con alcuni collaboratori
Francesco Ogliari, persona affabile, empatica, nonostante la sua apparenza severa, in oltre 350 volumi ha raccontato tutto della città del Porta. Ricordo “Milano in tram”; “El tranvai”; un’enciclopedia dei trasporti di oltre 80 tomi; “Dall’omnibus alla metropolitana”; “Cinquant’anni di vapore a Milano (1840-1890), scritto con Francesco Abate; “Quando la gita costava due soldi”… Per Carlo Bo i libri di Ogliari sono entrati di diritto a far parte delle grandi opere civili dell’umanità.Era una figura di spicco della cultura lombarda: avvocato in Cassazione; docente di diritto dei trasporti all’università IULM di Milano; membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione; per 25 anni presidente del Museo nazionale della Scienza e della Tecnica; vicepresidente del Circolo della Stampa... Candidato al Premio Nobel per la letteratura, nel 2001 gli fu assegnato il Premio “Carlo Porta”. Inoltre, ha ricevuto sei riconoscimenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri… Stimatissimo, venne invitato al Quirinale da Sandro Pertini e ci andò con il figlio Giacomo.
Ogliari nel suo studio milanese
Locomotiva a vapore del Consorzio cooperativo Ferrovie reggiane
Infaticabile Ogliari. Raccogliendo e studiando documenti, notò che scomparivano i protagonisti dell’evoluzione dei trasporti. E si soffermò sul “Gamba de legn”, la mitica locomotiva a vapore che sferragliava dal capolinea di piazzale Baracca fino a Magenta, con bar, negozietti, posterie che fungevano da piccole stazioni lungo il percorso inaugurato nel 1870. “El gamb de legn” era uno spettacolo. Suscitava curiosità e molta attenzione, quando a 15 chilometri all’ora costeggiava architetture rurali, borgate, campi… Il biglietto costava dai 5 ai 7 centesimi in prima classe; 4 in seconda. L’ultimo sbuffo lo fece il 31 agosto del ’57.
A Ogliari “el gamba de legn”, al quale dedicò uno dei suoi volumi, piaceva moltissimo, tanto che un giorno, tornando da Parigi, ne vide uno a Domodossola, nella fonderia Galdarossa, e chiese al presidente della società di venderglielo. Ma l’interlocutore, apprendendo lo scopo dell’acquisto, glielo regalò.Era la locomotiva Busseto, che veniva anteposta al convoglio quando prendeva a bordo Giuseppe Verdi. Poi da un rottamaio di via Melchiorre Gioia, il professore scoprì un tram a cavalli a due piani, a cui però mancava l’originale imperiale. Era uno dei mezzi che l’8 luglio 1876 aveva aperto il servizio tra Porta Venezia e Monza.

Omnibus con due cavalli
Comperò un autobus 18 Bl Fiat, “oggi unico esistente e funzionante, che recuperai a Sommariva Bosco, vicino a Cuneo”. Nacque così a poco a poco il Museo Europeo dei Trasporti all’aria aperta a Ranco (Varese), dal 3 settembre 2015 spostato a Volandia, a pochi passi da Malpensa. Nel Museo, diretto dallo stesso Ogliari, si attraversavano tre secoli in tre ore. Fino al giorno della nostra conversazione lo avevano visitato un milione e 900 mila persone. Il professor Giovanni Puglisi del Museo ha scritto: “Non mi sono trovato di fronte a una pur encomiabile raccolta e cura di cimeli, ma ho osservato una contestualizzazione storica sapiente e una lungimirante valorizzazione di ciò che l’uomo ha ideato, prodotto e utilizzato per i propri spostamenti”.
El gamba de legn
















E il sociologo Francesco Alberoni: “Ogni anno ho il privilegio e la gioia di vivere, per un po’ di tempo, in un mondo in cui i prodigi della scienza e della tecnica arricchiscono la società umana fondamentalmente stabile nei suoi costumi e nei suoi valori…”.
C’è tutto un mondo affascinante, nel Museo di Francesco Ogliari: un mondo che tra l’altro fa sognare mète lontane e attraenti, con tutto il materiale prezioso che espone: ruote e binari che hanno fatto la storia; le prime rotaie per la trazione a cavallo; marmotte, stazioni, semafori, orologi, lampade; manifesti; un locomotore a batterie del 1926; un locomotore FS Gruppo E.626 costruito nel 1928; un posto di blocco ferroviario; la motrice a cremagliera con trazione diesel; telefoni ferroviari; funicolari; slitte; vagoni; tram; funivie; carrozze; un “break Vagonette”; una vettura per la manutenzione della linea aerea ferrotranviaria; più di un centinaio di manichini in abiti d’epoca nelle sale d’attesa ricostruite con arte. In bella mostra, anche la vettura di Pio IX rielaborata nei minimi particolari; e quella che portava Cadorna sulla linea del fronte nella prima guerra mondiale. Interessantissime una biblioteca con oltre diecimila volumi catalogati da esperti, e una collezione completa di francobolli sui trasporti in Italia… Un’opera grandiosa, una delle tante lasciate da Ogliari, deceduto a Milano nel marzo del 2009, a 78 anni. Per Alberoni, “tutte le opere di Ogliari donano felicità di sapere e di saggezza; sono mattoni di civiltà, che hanno edificato e realizzano il telaio di una società più giusta… Per compiere un viaggio nel tempo vengo a Ranco, in un lindo paese sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. Percorro sessanta chilometri da Milano e mi trovo nella mitteleuropa con il necessario nitore, con l’ordine e i rituali che accompagnano il vivere civile…“. Sono milioni gli adulti e i bambini che, seguendo l’esempio di Alberoni, entrano in questo grande teatro per assistere a uno spettacolo grandioso.

mercoledì 1 marzo 2017

AVEVA LO STUDIO IN VICOLO DEI LAVANDAI


 


Servizio di Franco Presicci







Guido Bertuzzi in vicolo Lavandai


Il direttore de “Il Milanese”, settimanale fondato da Arnoldo Mondadori, poi chiuso e risorto, mi confessò il suo amore per i pittori che avevano l’”atelier” in vicolo dei Lavandai, e per quello stesso nastro di terra battuta che parte quasi dall’inizio dell’alzaia Naviglio Grande e girando due volte a destra vi ritorna. “E’ la nostra Montmartre: fammi un favore: corri a visitarla e scrivimi un pezzo per il prossimo numero. Portati il fotografo”. Un invito a nozze, per me. Ero già passato davanti a quel vicolo, diretto al negozio di un tale che sosteneva di aver combattuto negli Stati Uniti su parecchi “ring” dominati, all’epoca, da un “boss” della mafia.
Vicolo dei Lavandai


Mi aveva colpito la tettoia, monumento nazionale che da sempre ispira maestri consacrati e pittori estemporanei; e mi interrogavo sulla targa all’angolo in alto, dedicato ai maschi, mentre a faticare inginocchiate sul “brellin” a lavare a suo tempo i panni erano le donne.
Colsi l’invito del direttore, e la prima persona che incontrai da quelle parti, nel ’76, fu il pittore Guido Bertuzzi, che di Milano conosceva storia, usi, costumi, personaggi e ogni aspetto, anche il più nascosto. “Non è che i maschietti non facessero niente – mi disse -. Andavano con il carretto a prendere i panni da immergere nel ‘rizulin’, il ricciolo d’acqua che attraversa quel chiasso su un lato, scomparendo dopo un breve tratto sotto la facciata che impone la svolta a destra.


 

Guido Bertuzzi vicino al suo studio

BERTUZZI, PITTORE DEI NAVIGLI

E INNAMORATO DELLA PUGLIA

 


Guido dipingeva i tetti, i cortili, i barconi,

i ponti, i vicoli, i pretini, i balconi fioriti

la darsena su tegole, padelle, mattoni, assi

di legno, spianatoie, tele. Sapeva tutto di

Milano, anche gli angoli più nascosti, e la

sua storia. Amico di Bearzot e Lodetti, fu

giocatore nella squadra ragazzi del Milan.

E’ scomparso una quindicina di anni fa.




Artista dalle pennellate carezzevoli, Bertuzzi era uomo generoso, ospitale, affabile, buono; e aveva una risposta per ogni domanda: sulle chiatte, allora ancora in servizio; sui barcaioli, sui loro sacrifici e sulla “rozza” del naviglio, cavalli vecchi, stanchi, ossuti, che dalla sponda tiravano le barche in navigazione controcorrente. Quei “legni” trasportarono tante merci: sabbia, generi alimentari, mattoni e per oltre cinquecento anni i marmi da Candoglia alla Fabbrica del Duomo. L’ultimo viaggio fu compiuto il 31 marzo ’79 dal natante con la sigla 61- 6043.
Il Naviglio Grande dal ponte
Le prime notizie sul vicolo e dintorni le appresi dunque da Bertuzzi. Mi parlò del corso San Gottardo, l’antico borgo dei formaggiai, dove. ai primi del ‘900, nei depositi allestiti nei locali che si susseguono nei cortili, c’erano almeno 200mila “ruote” di parmigiano. E quando uno del luogo andava in piazza Duomo, tutti capivano da dove proveniva per l’odore che si portava addosso. Guido mi guidò nelle case di ringhiera, parlando della vita quotidiana e dei laboratori, cominciando da quello dei maestri argentieri alloggiato al civico 4. “Negli anni Cinquanta, sui navigli abitavano moltissimi meridionali. Traslocarono quando gli affitti lievitarono”. Con i “terroni”, così detti per affetto e simpatia, rumorosi ma civili, si familiarizzava. Lui aveva amici pugliesi, calabresi, napoletani, siciliani, che stavano in via Magolfa, in via Pavia, in via Ascanio Sforza… Gli davano manate sulle spalle e lo invitavano alle loro riunioni gastronomiche. Un pranzetto o una cenetta facevano presto a improvvisarli, soprattutto i pugliesi, sempre pronti a dare sfogo alla nostalgia, tanto da trasmettere a Bertuzzi, milanese doc, l’amore per la loro terra.

Cortile sul naviglio
Un giorno andai da lui con il questore Plantone, in pensione da qualche mese. Guido sapeva chi era, perché Vito aveva trascorso quasi tutta la sua carriera a Milano, dove, oltre ad essere stato capo della Mobile, aveva diretto il commissariato Ticinese in via Tabacchi (un tiro di schioppo da qui), il quarto e il primo distretto, in via Poma e in piazza San Sepolcro. Sapeva anche il nome del suo paese, dove tanti anni fa (non so oggi) si svolgeva il concorso “Le noci d’oro”, che richiamava gente anche da Taranto e da Bari. Quindi lo accolse a braccia aperte; e ne approfittò per farsi raccontare brandelli di Puglia. Vito lo accontentò esaltando il centro storico della sua “culla”: riposante, dalle delicate linee architettoniche. Salirono sul “pont de preja” e ammirarono la meraviglia del Naviglio Grande; al ritorno nello studio Guido gli fece dono di un quadro
Francobolli con opere di G.Bertuzzi
Un giorno nell’atelier” di Guido trovai Bearzot seduto di fronte al camino. Il pittore me lo presentò e il “mister” mi regalò un sorriso aperto e comunicativo. Grazie a Guido conobbi anche Giovanni Lodetti, già centrocampista campione europeo nel ’68 con la nazionale italiana. Quando organizzai la presentazione del libro di Gianni Antonucci sulla squadra di calcio barese alla galleria Prospettive d’arte in via Carlo Torre (a poca distanza dal vicolo), Lodetti accettò volentieri un posto fra i relatori. Era molto amico di Bertuzzi, che negli anni verdi aveva giocato nel Milan-ragazzi e qualche volta con gli undici adulti. Figlio di un artista dell’Eiar, vecchio nome della Rai, era tra gli artisti più noti e apprezzati della nostra Montmartre.
Aldo Cortina
Dipingeva non solo sulle tele, ma anche sulle padelle, sulle spianatoie, sulle tegole, sui comignoli, sui cotti dell’Antica Fornace Curti, le cui origini risalgono al 1400. I temi preferiti: i navigli, i tetti, i chierichetti con la veste rossa, i cortili, la darsena, le ringhiere gonfie di fiori penduli... Più volte lo colsi all’opera. Mi sedevo su una cassapanca della nonna zeppa di tele ancora intonse e lui deponeva la tavolozza per riferirmi le novità o per soddisfare le mie curiosità. “Vieni – mi disse un pomeriggio – voglio farti conoscere una persona che sicuramente ti potrà dare tante informazioni”. E bussò alla porta di fianco alla sua. Aprì la signora Elvira Radice, 92 anni, una chioma bianca come la neve, ma una pelle liscia da donna in boccio. 
Casa di ringhiera lungo il Naviglio
Sollecitata da Guido, rispolverò i tempi in cui forniva la lisciva alle lavandaie che lavoravano cantando e d’inverno vincevano il freddo con un sorso. Si avvicinò una vecchina bassa, esile, gli occhi come olive, espressione da gendarme, che – confidò - aveva ancora nelle orecchie i tuoni dei bombardamenti dell’agosto del ’43. “Gli ordigni non caddero da queste parti, ma da qui sentivamo il fracasso e immaginavamo i disastri che producevano, terrorizzati che potesse toccare a noi”. Aggiunse: “Lo sa che lo studio di Guido era una locanda di tanto in tanto frequentata dal feldmaresciallo Radestky? Me lo riferì la vecchia proprietaria, a sua volta ragguagliata da altri. Vuol sapere quanta gente è passata da qui? Tanta”. E Guido ricordò due spazzacamini spariti all’improvviso senza lasciare traccia; il pittore Sarik (Riccardo Saladin, origini genovesi), bravo, simpatico, compagnone, che quando scoprì la ceramica si trasferì in uno dei tanti locali della Fornace Curti; Aldo Cortina, artista delizioso, già allievo di De Pisis, presidente del comitato pittori di via Bagutta, proprietario della grande libreria universitaria di fronte all’Università Statale; il Carletto, alto, sottile, naso prominente, un po’ ricurvo, polemico e sempre attento alla pulizia del “ricciolino”, tanto da essere definito “sindaco del vicolo” Guido Bertuzzi, come Cortina, non c’è più da tempo; e quando passo dal vicolo dei Lavandai per andare da Gigi Pedroli, egregio acquafortista e cantautore in dialetto milanese, mi fermo davanti al civico 4 e lo rivedo, Guido. Ripenso al lungo servizio che una quarantina di anni or sono gli dedicai su Telemontepenice in occasione di una Festa del Naviglio; alla cartella di acqueforti su Milano, che volle far presentare a me, terrone inossidabile, lasciando perplessi il poeta Armando Brocchieri e il gallerista-pittore Angelo Cottino (che si ricredettero e mi citarono nel brindisi). Poi Nencini, “dominus” della famosa Galleria Boccioni, mi affidò l’incarico di intervistare, al Cida (Centro informazione d’arte), in via Brera, una decina di importanti artisti meneghini su come vedevano Milano. Venne anche Guido e accennò al Naviglio Grande, definito un’autostrada liquida lunga 50 chilometri, le cui prime notizie risalgono al 1179. Una via d’acqua affascinante che racconta secoli di storia: una via celebrata da scrittori, poeti, grandi giornalisti e fotografi, da Giuseppe Pontiggia ad Alfonso Gatto, a Gaetano Afeltra, a Carlo Castellaneta, a Fulvio Roiter…














martedì 21 febbraio 2017

Il gergo della “mala”





LA MARMOTTA? LA CASSAFORTE

 

Se qualcuno pensava al roditore si sbagliava.

 

 

"Ladro in fuga" - disegno di Franco Presicci

Il “canarino” non è

 

il bell’uccellino che gorgheggia

 

in gabbia, ma il ruffiano, la spia.

 

La “quaglia” e “la fisarmonica”

 

il portafoglio. E “camporella”?

 

L’uscita dal carcere: la libertà.

 










Franco Presicci


Non so se i malavitosi milanesi, e quelli del resto della Penisola, parlino ancora il gergo della categoria. Se cioè dicano ancora “broccolare” per giocare d’azzardo; “bella” per fuga; “ciappone” per coltello; “bevuto” per arrestato; “stirato” per ucciso o squattrinato; “smorfire” per mangiare; “viole” per soldi...

L'orologio di San Vittore

Circa una trentina di anni fa, una notte di maggio calda e tranquilla in cui ero di turno in Cronaca, al “Il Giorno”, andai a bere un “bitter” nel bar aperto a pochi metri dal giornale; e, stando sulla soglia, ascoltai una conversazione, che si snodava sull’altro lato della strada, quasi sotto il lampione, fra una sorta di orso bruno attempato e un piccoletto grifagno che lo ascoltava come il discepolo il maestro. Il primo, che avevo già incrociato fra due divise in questura, nel lungo corridoio che dal cortile porta agli uffici della squadra Mobile, diceva di essere appena uscito dal “due” (il carcere di San Vittore, che si trova a quel numero di piazza Filangieri) e di non avere ancora pensato a “sfangarsi” (realizzare un’impresa).
E accennava alla propria “carriera”, sostenendo di essere una volpe, tanto da essere riuscito, a suo tempo, a “far caporetto” (fuggire) dalla Legione Straniera. Rientrato in Italia, era stato “pizzicato” (liberato), nuovamente “imballato” (ripreso in flagranza), rimesso in “casanza” (galera), “steccato” (condannato) per l’ennesima volta. Con voce cavernosa si vantava di avere conoscenze, non fra i “dilittanti”, nella società criminale e di essere un estimatore del capo del clan dei catanesi, Angelo Epaminonda, detto “il tebano”, che considerava un “manager”, un “er più”, termine copiato dal Belli. Era ricco, il suo lessico: “spisusu” (uomo ricco), “vicaria” (carcere), “gran finale” (resa dei conti), “ciummari” (sgraffignare), “spamare” (scoprire), “smalloppare” (andarsene)…, una mescolanza di voci di varie regioni.
di Roberto Baldasarre "Lo sbandato"
Dino Donati, in permesso-premio, venne a trovarmi al giornale il 2 novembre del ’79, per farmi dono del suo libro. “Lo sbandato”, scritto in cella nel carcere di Opera. Attese un bel po’ nel salottino, a causa di un tragico avvenimento (la strage di Moncucco, 8 morti ammazzati, di cui 7 perché testimoni), che teneva in fibrillazione i telefoni. Trovai un varco e lo ascoltai. Dopo pochi giorni lessi quelle pagine: una biografia fatta di “spaccate” (furto compiuto mandando in frantumi le vetrine dei negozi), arresti, traduzioni da un casa di reclusione ad un’altra, sofferenze, riflessioni…Un racconto dallo stile semplice e schietto, illustrato da Roberto Baldasarre e qua e là cosparso di parole come “balin” (branda della cella); “boia” (spia della polizia); “ciocco” (allarme); “cricca” (valigia); “spicciola” (bicicletta); “zanza” (imbroglione); “marmotta” (cassaforte a muro); “quaglia” (portafoglio); “rebonza” (refurtiva)…
 disegno di Franco Presicci
Anche in “Tango con sinuose movenze”, storie “di una Milano che è stata e di una Milano che è oggi”, pubblicato da Bruno Brancher nel 1997, ritrovai diverse voci di questa parlata. E ho anche apprezzato il contenuto del volume di questo “picaro di una straordinaria Milano leggendaria – parole di Oreste Del Buono -, passato attraverso ogni disavventura, sviste giudiziarie, carceri, follie, manicomi, più volte sceso agli inferi e più volte riemerso a forza di senso”. Brancher si fa seguire con attenzione e interesse: “… A Milano è tornato in auge il furto delle biciclette.
Il mio vecchio amico e compare … non demorde dalla sua antica professione di ladro di biciclette. Anch’io rubavo biciclette, ma ero giovane e inesperto. Infatti crescendo mi sono dato ad altre ruberie. Ricordo quando… fu preso da grande invidia nei miei confronti perché io riuscii in una clamorosa impresa: fregare la bicicletta del grande Fausto Coppi... Ma come oggi fa notare un altro grande, Umberto Eco (di cui sono ammiratore) in quel mestiere non dovevo essere bravo. Infatti mi beccavano sempre…”. L’autore precisa che l’amico era “lader de vòla, de “spiciùl” fin dal lontano anno 1945…”: “Vola” è il troncamento di volante (la squadra di pronto intervento della polizia) e “spiciùl” sta per spicciola, (due ruote), parola in uso non soltanto in Lombardia, ma anche in Veneto, Emilia e Toscana. “Par na spicioli te risci due barète” (per un velocipede corri il rischio di due anni di galera). A Palermo nell’ultimo dopoguerra a spaventare la piccola criminalità era la “lupa”, la “jeep” della “Military Police”. A Milano ai primi del ‘900 era “el Dondina”, un poliziotto severo, onesto e infaticabile, dal fiuto finissimo, terrore di teppa e “ligera” (i primi in origine buontemponi burloni e in seguito malavitosi di un certo calibro; i secondi giovani che sfioravano il codice penale.
Mario Castellani in Inscì parla la "mala"
I contrabbandieri dicono ancora “burlanda” o “sicura” per indicare la Dogana? E a Torino biliard”, tavolaccio in camera di sicurezza? E a Bologna “a vag a fer ‘na rapa”: una rapina, come si legge in “Gergo della malavita”, edito nel ’69 dal Ministero dell’Interno? E a Reggio Calabria va ancora di moda “’ncavallatu”¸ armato? A Palermo “omo di panza”? A Milano “zanzata”, roba truffata; “piove” per mettere in guardia i compari dall’arrivo della “pula”, la polizia …? Certo è che in terra meneghina sono ormai in pochi quelli che sanno del “bosch de la Merlada, antico luogo a nord della città un tempo abitato da briganti, il più famoso dei quali Giacomo Legorino, “magnà”, acciuffato, nel lontanissimo 1566. Stando a Giovanni Luzzi, sapido intenditore della materia (è suo “Inscì parla la ‘mala’”, edito dalla Libreria Meravigli), il gergo di cui parlo non è completamente caduto in disuso. Sopravvivono dunque “bava”, canaglia, derivato da Bava Beccaris, il generale che ordinò le cannonate del maggio del 1898; “canarino”, ruffiano, spia, delatore; e “cascettone”, in voga con lo stesso valore nel dialetto tarantino di una volta; “camporella”, che ha una doppia traduzione: il luogo isolato in cui gli innamorati si appartano per scambiarsi carezze e l’uscita dal carcere. Nel capoluogo lombardo in alcune cronache compare “cravattaro” per riferirsi allo strozzino e al ricettatore; ma nella “mala” forse nessuno più dice “cocumia” per Meridione e “maraman” per uomo del Sud.
di R. Baldasarre ne "Lo sbandato"
Non rintracciai espressioni gergali nel libro di Luciano Lutring, “Il solista del mitra”, titolo ispirato al nomignolo affibbiato negli anni Sessanta dal capocronista de “Il Corriere della Sera” Antonio Di Bella al personaggio diventato in carcere pittore e uomo onesto: nell’androne di uno stabile dal quale si vociferava fosse passato Lutring, venne rinvenuta la custodia di un violino, e la circostanza accese la fantasia del futuro direttore del quotidiano di via Solferino. Per inciso, in quel libro l’autore abbozza il ritratto del maresciallo Ferdinando Oscuri, “cintura nera di judo e terrore della malavita milanese. Il maresciallo era un uomo alto un metro e ottanta circa con capelli lisci castani tirati indietro, aveva uno sguardo duro, tanti davanti a lui tremavano, solo che lui li guardava in faccia e fu lui con i suoi superiori che eliminarono tante bande nel 1945 alla fine della guerra, e fu lui che tolse di mezzo i miei cugini…e le loro bande”… Compresa – aggiungo - quella di un bandito detto gentiluomo… (dava la mancia ai cassieri delle banche che rapinava), claudicante come “el Dondina”. Ma definisce “cok” il ricettatore; e la banda “gang”, voce appartenente al linguaggio mafioso italo-statunitense.
Uno dei cancelli del carcere
Paolo Valera, giornalista e scrittore, frequentatore degli ambienti degli Scapigliati milanesi, autore del romanzo “La folla”, elogiato da Emile Zola, soffermandosi in “Milano sconosciuta” sulla locanda del Berrini, che tra le seicento aperte a Milano nel 1874 “era la più famigerata” (tra l’altro – afferma – “vi si sono coricati quasi tutti gli inquilini che popolavano alternativamente la Polla”, carcere di via Santa Margherita demolito nel 1888), dice “sveglia”: sorveglianza della polizia; “piè”: soldi; “introibo”: porta d’ingresso; “bombola” o “bugliolo”: a suo tempo una vergogna che nelle celle prendeva il posto del cesso…. E anche nel capitolo in cui delinea l’irreprensibile, esemplare figura del Dondina, da lui definito “il Vidocq milanese dei locch” per l’attività svolta da colui che dopo essere stato tra l’altro il re delle evasioni creò e per un certo periodo guidò la gendarmeria francese, usa “fondeur” per borsaioli, “stecch”, per coltello, “goga”, per buffetto, “stacchett” per borsellino… Paolo Valera, nato a Como nel 1850, morì a Milano nel ’26, epoca in cui quel linguaggio pittoresco era la norma nella giungla della malandra.

















mercoledì 15 febbraio 2017

Verrà abbattuta la vecchia sede de “Il Giorno”



C O M ' E R A . . .














             S E D E  S T O R I C A  D E L  Q U O T I D I A N O                                                                            "I L   G I O R N O"










 

    .  .  . C O M' E'  



UN MONUMENTO ESEMPLARE

DEL GIORNALISMO ITALIANO

 



L’esecuzione, prevista per il 12 febbraio,

 

è stata rinviata. Chi ci ha lavorato giura

 

che non assisterà all’azione delle ruspe.

 

Sotto le macerie non verranno sepolte

 

tante pagine di storia.

 







Franco Presicci



L’”ecomostro” sta per essere raso al suolo. L’esecuzione era prevista per il 12 febbraio, ma per qualche ragione è stata rimandata. E’ certo che prima o poi la ruspa arriverà e con i suoi dentacci d’acciaio compirà l’opera.
Prima pagina del Giorno del 16 aprile '86
A liquidare con quella brutta parola l’edificio in agonia è stato un giornale degno di rispetto, di solito attento e misurato. Ma questa volta non ha considerato che quella era la vecchia sede di un quotidiano glorioso, “Il Giorno”, sede storica, e quindi meritevole di un po’ di rispetto. Come ha potuto l’autore dell’articolo essere così cinico da usare un termine più adatto a funghi di cemento armato che altrove sfregiano il paesaggio? Certo, visto com’è ridotto dopo tanti anni di abbandono non ha più un bell’aspetto, ma definirlo ecomostro mi pare un colpo al cuore di tutti quelli che vi hanno lavorato. E quando l’ultima firma verrà apposta sul via libera alla sentenza, verrà cancellata un’immagine esemplare del giornalismo italiano. Qualcuno ha detto che non andrà a vederlo mentre viene azzannato e fatto a pezzi, per poter continuare a credere che l’edificio di via Angelo Fava 6 sia ancora in piedi. E ogni tanto ricorderà la finestra da cui si affacciava per osservare il treno che correva verso la stazione Centrale o quella specie di dopolavoro in mezzo al prato, di fronte, a pochi metri, dove qualche volta impiegati, operai e giornalisti, uscendo all’una del mattino, anziché rientrare subito a casa, andavano a giocare al biliardo fino alle 5 del mattino dopo l’ultima forchettata di spaghetti preparati dal gestore.
La Cronaca - Presicci tra i colleghi della Redazione
Innumerevoli i ricordi. Si susseguono, si sovrappongono. Di fatti, ore frebbrili, trilli di telefoni. Di nomi eccellenti: Gianni Brera, principe dello sport raccontato e inventore di un linguaggio; Pietrino Bianchi, autorevole critico cinematografico e dopo di lui Morando Morandini; Marco Valsecchi, aristarco dell’arte; Giuliano Gramigna della letteratura; Giulio Confalonieri della musica; Pilade Del Buono esperto di boxe e non solo; Roberto De Monticelli di teatro; Mario Fossati di ciclismo; Pier Maria Paoletti, tra l’altro elegante commentatore di opere liriche; Giulio Confalonieri, mostro sacro, autorevole investigatore musicale, che assisteva alle prime non dalla platea ma dal loggione (ci ha lasciato anche un bellissimo libro, “I barboni a Milano”, e una voluminosa storia della musica). E ancora: Mario Zoppelli, che fu anche corrispondente da Mosca; Bernardo Valli, apprezzatissimo inviato estero; Ettore Masina, bravissimo vaticanista; Aldo Bernacchi…I vicedirettori, da Angelo Rozzoni, un mito, a Ugo Ronfani, a Guido Gerosa; e Paolo Murialdi, caporedattore centrale, autore anche di una storia del giornalismo italiano; Maurizio Chierici, profondo conoscitore dell’America Latina; Alfonso Madeo… E i direttori? Gaetano Baldacci, Italo Pietra, Gaetano Afeltra, Lino Rizzi, Guglielmo Zucconi.
Riunione di Redazione
Tra i cronisti doc, Patrizio Fusar, Giancarlo Rizza, Maurizio Acquarone, Tanino Gadda, Franco Abruzzo, che si trasferirà a “Il Sole” e diventerà presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardi (vanta “scoop” memorabili); e Natalia Aspesi, trasmigrata a “Repubblica”… Nell’albo d’oro del “Giorno” anche Giancarlo Fusco, giornalista e scrittore (“Le rose del ventennio”, “Quando l’Italia tollerava”…), Vittorio Emiliani, che andrà poi a dirigere “Il Messaggero”; Manlio Mariani; Leonardo Valente (poi primo direttore di “Avvenire”); Enzo Forcella; Alfredo Barberis; Nicola Cattedra; Romeo Giovannini, un toscano dalla parola a volte caustica e sempre schietta, che oltre ad essere un titolista efficace e originale, aveva tradotto i classici latini; Guido Nozzoli; Ermanno Rea, nel 2008 finalista al Premio Strega con “Napoli ferrovia”; nel ’96 Premio Viareggio con “Mistero napoletano”; Premio Campiello nel ’99 con “Fuochi fiammanti a un’ora di notte”, e autore de “La dismissione”, “Il Po racconta”... E non vanno dimenticati quelli venuti in anni più recenti: il capocronista Enzo Catania, che nel ’79 prese il posto di Enzo Macrì, che a sua volta aveva ereditato la poltrona da Giorgio Susini e da Franco Nasi; Nino Gorio, che vinse il premio “Cronista dell’anno” a Senigallia per la scoperta in Francia di un quadro rubato in Italia; Alberto Delfino, a cui si deve “Un libro da 100 tonnellate” sulle vie di Milano.

Un tipografo impegnato nell'impaginazione
Famosi e molto seguiti gli inserti ”Giorno Donna”, curato dalla collega Cornelli; il “Giorno-motori” da Nicola Cattedra; il “Giorno-ragazzi” con le vignette di Jacovitti, al quale era legato il trenino sempre affollato che circolava nei giardini di via Palestro con il titolo dell’inserto. Molto lette le rubriche di Luigi Veronelli, il poeta del vino che illustrava le sue ricette; e i racconti surreali di Mario Soldati… Oggi sono oggetto di collezione i numeri del rotocalco accoppiato al “Giorno”, con gli articoli di un principe del giornalismo: Tommaso Besozzi, che raccontò mirabilmente la dinamica della morte di Salvatore Giuliano; le memorie della duchessa di Windsor, i saggi storici di Winston Curchill, collocati tra grandi fotografie anche a colori. Insomma, “Il Giorno” – ha scritto Vittorio Emiliani – fu “per noi un’alba luminosa”. Come indica anche il manifesto di Savignac. Via Fava: un sogno tramontato. Per andare dalle redazioni al bar, aperto al pianoterreno, si attraversava un lungo corridoio: una sorta di “promenade” che consentiva la vista della rotativa, gigantesca, che, girando a grande velocità, sfornava migliaia di copie al minuto, trasportandole con un catena aerea fino ai banchi dei distributori. A mezzanotte nel piazzale a ridosso della ribalta erano già parcheggiati i camion, pronti per caricare la prima edizione.
Il Giorno 20 luglio '69
A quell’ora si lavorava a ranghi ridotti. Soprattutto in Cronaca, che era al quarto piano, come le redazioni di Lombardia e Provincia. Sullo stesso piano c’era anche la redazione che confezionava il telegiornale di Antennatrè, la grande televisione guidata da Enzo Tortora. Il capo era Aldo Catalani, il vice Giangaspare Basile. Gli Spettacoli, al vertice Giulio Cisco, erano al quinto. La direzione e la segreteria di redazione al secondo; l’Economia e Finanza al terzo. “Il Giorno”, prima uscita il 21 aprile del ’56, era una testata innovativa: frequenti inchieste, di Bocca, della Aspesi, di Giampaolo Pansa…; freschezza e brevità delle notizie; scomparsa della terza pagina; la “Situazione”, anziché l’articolo di fondo; otto colonne, la pagina di giochi e fumetti; le prime righe degli articoli in neretto; un’edizione del pomeriggio; il telefono nelle edicole pronto a squillare appena le copie si esaurivano; la cronaca senza firme, la prima pagina-vetrina...L’edificio, otto piani, cominciava ad animarsi verso le 10 del mattino; ma qualche cronista arrivava alle 8, e a volte anche alle 7, per lasciare il giornale anche alle 22. Si faticava con entusiasmo, con gioia, con l’orgoglio di appartenere a una testata il cui primo numero venne salutato ovunque. “Nesweek” titolò “The Upstart in Milan”; il “Times”: “Rottura con la tradizione”; l’”Espresso” “Spunta il giorno”…. Facemmo fagotto nel 1985, diretti in piazza Cavour, nel Palazzo dell’Informazione, “irto di marmi, mosaici, sculture e bassorilievi di Sironi e generoso di spazi monumentali (Guido Vergani: n.d.a. ), dove Mussolini, nel ’42, trasferì da via Lovanio la sede del “Popolo d’Italia”. Di fianco i giardini di via Palestro; di fronte, via Turati. Nella nuova casa cambiò la tecnica: al piombò si sostituì il procedimento fotografico. Ma pur lavorando in quella sede importante, progettata dall’architetto Giovanni Muzio, a due passi dal Teatro Manzoni, dalla Scala, da Palazzo Marini, dal Museo Poldi-Pezzoli, da via della Spiga, dall’hotel in cui visse gli ultimi momenti Giuseppe Verdi, il pensiero correva spesso a via Fava, tra le vie del Progresso e della Giustizia. Adesso quel monumento, quel contenitore di storia, uno scrigno, sta per essere smantellato. E’ vero, da tempo è in pessimo stato, ma sentirlo bollare come ecomostro fa proprio male al cuore.