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mercoledì 12 aprile 2017

“Il sangue non si lava” di Capecelatro



LE RIVELAZIONI DI DOMENICO BIDOGNETTI

UN BOSS “PENTITO” DEL CLAN DEI CASALESI


Elencati gli affari dell’organizzazione:

il pizzo, lo smaltimento dei rifiuti, le

bische, i subappalti, gli allevamenti

delle bufale, il latte che veniva dalla

Svizzera e il cemento dalla Turchia e

dalla Grecia”… 

Rievocati gli assassinii

compiuti con ferocia, come quello di

don Giuseppe Diana, “colpevole” di

avere rifiutato di celebrare i funerali

dell’ennesimo “boss” ucciso. 

Il libro di Fabrizio Capecelatro è prezioso. 

 


Franco Presicci




Senza limiti il potere criminale del clan dei casalesi. Lo conferma Domenico Bidognetti, detto “’o Bruttaccione”, confessandosi con Fabrizio Capecelatro, giornalista trentenne di ottima stoffa. Nelle loro mani anche l’allevamento delle bufale. “Chi le rubava per venderle veniva ucciso”.
Di sangue ne hanno fatto versare tanto, i casalesi: per punire torti ed errori, per dare un avvertimento. E “il sangue non si lava”, come dice il titolo del libro di Capecelatro: il racconto del “boss”. Che è stato un killer spietato salito al vertice dell’organizzazione ingrassata con mille affari: le estorsioni, la gestione delle bische clandestine e delle macchinette dei videopoker, lo smaltimento dei rifiuti (126 milioni a notte d’incasso), i subappalti... “Controllavamo persino il latte che arrivava dalla Svizzera, il cemento dalla Turchia e dalla Grecia”. Poi “’o Bruttaccione” è stato arrestato, sottoposto al regime del 41bis, che rende la detenzione ancora più dura; ha cominciato a meditare, a ripassare mentalmente in rassegna le vite che aveva stroncato personalmente o attraverso i suoi ordini; e quelle che portavano la firma di altri. Ha pensato al dolore che aveva provocato alla sua stessa famiglia, e nel 2007 ha deciso di vuotare il sacco in lunghi colloqui con i magistrati di Napoli. Insomma, è diventato un collaboratore di giustizia.
Sandro Ruotolo presenta il libro
Un racconto lungo, dettagliato, il suo: dalla nascita dei casalesi alle ascese e ai crolli dei vari personaggi; con nomi e cognomi di alleati, amici fraterni e d’infanzia coinvolti in quel pianeta criminale; riconciliazioni strategiche e scissioni scandite da raffiche di mitra e colpi di pistola; i piani architettati per i “blitz” e anche il numero di quelli che vi partecipavano, i luoghi, i momenti. “Riuscii a fare uccidere il cassiere dei Tavoletta, fin dentro la sua abitazione. Era un commerciante di pneumatici e, per paura degli attentati, aveva costruito un ufficio con i vetri blindati da cui non usciva mai. Addirittura parlando con i clienti tramite la vetrata.
Capecelatro firma le copie
Mandai due miei affiliati vestiti da allevatori, con le tute ancora sporche di letame, a bordo di una Fiat Punto con le ruote distrutte. Con la scusa di dover cambiare le gomme dell’auto andarono più volte, cercando ogni volta di ottenere uno sconto maggiore, e così conquistarono un po’ della sua fiducia. Non appena quello aprì la porta dell’ufficio, gli spararono alla nuca…”.Ha anche ricostruito l’omicidio, commesso da altri del clan il l4 luglio ’92, di don Giuseppe Diana, il sacerdote che si era rifiutato di accogliere in chiesa un mafioso ammazzato. Il gesto fu considerato un affronto; e Il killer, entrato in sacrestia, dove la vittima stava indossando pianeta e stola per la messa, lo uccise. “Probabilmente don Peppe, negando il funerale… volle lanciare un segnale alle cosche in lotta, manifestando aperto dissenso per le carneficine, e soprattutto ai giovani di Casale…”, esortandoli a tenersi lontani dal precipizio. Anche sotto questo aspetto il libro di Fabrizio Capecelatro è prezioso.
Capecelatro e Giuseppe Borrelli dell'Antimafia
Lo stesso Bidognetti, in ansia per i propri figli, si rivolge alle nuove generazioni: “La camorra non protegge nessuno – ha ripetuto a suo tempo al TG1 - : dà solo morte, terrore e veleni”. E lo ha ribadito in una lettera che Giovanni Conzo, della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, ha letto proprio durante la commemorazione di don Giuseppe Diana a Casal di Principe. In quel messaggio “’o Bruttaccione”, dopo essersi presentato confidando le sue colpe, ha detto di aver cambiato percorso di vita e di fede anche grazie alla paura che i figli potessero intraprendere il suo stesso itinerario; o che qualcuno di quelli a cui aveva procurato un lutto potesse vendicarsi mirando a loro.
Il 2 maggio del 2008 toccò al padre, Umberto, pagare per la decisione di Domenico di cedere snocciolando i misfatti atroci, i “business” dei casalesi definiti dal presidente Obama il quarto sodalizio criminale più pericoloso al mondo. Bidognetti ebbe la notizia in cella da un altro detenuto. “Fu ucciso alle 5.50 in campagna, mentre iniziava la montatura delle bufale”.
Fabrizio Capecelatro al Gr3
Nato nel 1939, il più piccolo di otto fratelli, rimasto orfano di padre, Umberto aveva cominciato a lavorare a otto anni, portando l’acqua ai lavoratori che falciavano il fieno e il grano. Così aveva imparato a coltivare la terra, “quello che poi avrebbe fatto per tutta la vita, fino alla morte”. Umberto avrebbe voluto per Domenico un avvenire diverso, conquistato con lo studio o il lavoro, e invece lo aveva visto crescere, diventare potente in un ambiente infernale.
Togliendo la vita a quest’uomo onesto, gli esecutori avevano anche voluto scoraggiare chi consideravano infame. Tale è per la mafia chi per timore o coscienza o calcolo decide di scegliere la via del cosiddetto pentimento. Riattraversando i suoi vent’anni nel clan dei casalesi (“e allora non dimentico quando, nel maggio del 1988, per la prima volta andai a bloccare un cantiere che non ci aveva pagato il pizzo”), indicando ”doti” (come in gergo di mafia vengono chiamati i ruoli), parentele anche anagrafiche, esponenti di spicco, sodali o avversari, da Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, a Carmine Alfieri; da Antonio Bardellino, “boss” della camorra tra i primi associati campani a Cosa Nostra”, ucciso il 26 maggio 1988, a Giuseppe De Falco, detto “Barbacane; Antonio Jovine, “’o Ninno” ed altri, sapeva che esponeva se stesso e altri alla vendetta. Poi sul “Mattino” lesse la lettera della madre che gli rimproverava le sofferenze che lui aveva causato a lei e a tutta la famiglia, concludendo che “è facile pentirsi lasciando…noi nel dolore”.
F. Capecelatrro, G. Borrelli, G. Conzo e Gigi Di Fiore
Il 3 novembre del ‘97 la donna aveva pianto la morte violenta del figlio Salvatore, lontano dall’ambiente criminale, ucciso da cinque sicari. Troppi i delitti. L’elenco che Bidognetti compila nel libro di Fabrizio Capecelatro, autore di un altro “scoop”: “Lo spallone” (libro-intervista al re del contrabbando, Ciro Mazzarella), è impressionante. Come la strage del 18 settembre del 2008, compiuta da un commando a lui estraneo: obiettivo sei giovani immigrati che lavoravano in una piccola sartoria. Motivo? Lo stesso colore della pelle di una batteria di nigeriani che avevano inaugurato un traffico di stupefacenti nella zona del Casertano, senza chiedere la benedizione dei casalesi. Per i giornali fu la “Strage di San Gennaro” o “Strage di Castel Volturno”.
Fabrizio Capecelatro
Domenico Bidognetti, nato nel 1967 a Casal di Principe, che, ribattezzata “terra dei ‘mazzoni’”, “ancora oggi fa tremare la Campania e tutta la penisola”, a 12 anni lavoricchiava e studiava. Poi in un bar in piazza alcuni “amici di mio cugino mi chiesero un favore…Un favore che non avrei dovuto fare perché puzzava di sangue”. Aveva 25 anni quando superò la soglia che separa il bene dal male. Il suo primo omicidio lo commise “in pieno giorno, in piena estate, su un lido balneare”. Nella prefazione all’opera di Fabrizio, Giovanni Conzo annota che la scelta, sofferta, di Bidognetti “di collaborare con la giustizia, dapprima per la necessità di coinvolgere parenti e amici d’infanzia nelle sue dichiarazioni e poi per le gravi conseguenze personali che ha dovuto subire, fu la nostra vittoria…”. Insomma “Il sangue non si lava”, pubblicato da ABEditore nella collana “Terra dei fuochi” curata dallo stesso Capeceletro, 30 anni, milanese con il cuore a Napoli, firma del quotidiano on-line “NanoPress.it”, è una testimonianza di grande valore, raccontata in modo scrupoloso, attento a ogni dettaglio. La lettura non lascia tregua: ogni capitolo è denso di fatti: la latitanza che costringeva Bidognetti a cambiare alloggio quasi ogni notte (di solito masserie, in cui il rifugio è ritenuto più sicuro); il carcere con le sue leggi; l’isolamento; l’ora d’aria in pochi centimetri quadrati, i colloqui vigilati…. “Il sangue non si lava”, recensito da molti giornali e in televisione, e presentato in varie città d’Italia, a Milano, a Bari, a Napoli a Roma, a Benevento…, con la partecipazione di notevoli personalità del giornalismo (Sandro Ruotolo…), della magistratura (Giovanni Conzo…), delle forze dell’ordine, sta riscuotendo grande successo.




mercoledì 5 aprile 2017

I 90 anni di Franco Chieco






PREMIO ALLA CARRIERA

DI UN CRITICO EMINENTE


Franco Chieco

Il riconoscimento voluto e messo

a punto dalla Fondazione “Paolo

Grassi” di Martina Franca e dal

Festival della Valle d’Itria, che

il grande critico della “Gazzetta

del Mezzogiorno” ha seguito

con costanza e passione,

contribuendo alla sua crescita

e al suo prestigio.

Amato e stimato non soltanto in

Puglia e dai mostri sacri della

musica, ha scritto libri notevoli

e ricoperto incarichi importanti.

 


 

 
Franco Presicci



Con una bella e affollata cerimonia il 23 marzo scorso, nella sala conferenze dell’Ordine dei Giornalisti, in Strada Palazzo di Città, a Bari, è stata consegnata a Franco Chieco una targa di riconoscimento alla carriera, in occasione dei suoi 90 anni.
Franco Chieco
L’evento è stato voluto e messo a punto dalla Fondazione “Paolo Grassi” di Martina Franca e dal Festival della Valle d’Itria, di cui Chieco, critico musicale notissimo e apprezzato non soltanto nella città di San Nicola, ma anche nel resto dello Stivale e oltre, ha scritto sempre, puntualmente e con passione, contribuendo alla sua crescita, al suo prestigio e alla sua diffusione nel mondo. Martina, generosa e di lunga memoria, lo ha ringraziato.
Non ho il piacere di conoscere personalmente questo eminente protagonista della cultura e del giornalismo pugliese, ma ne ho spesso sentito parlare dall’indimenticabile pittore Filippo Alto (ha dipinto la Puglia con un’alchimia cromatica festosa), che per un tragico incidente stradale in cui, nel ’92, rimase vittima nei pressi di Ancona, non potè allestire una serata in onore del critico concittadino nell’ampio cortile della propria casa di Figazzano, collocata nella splendida campagna tra Martina e Locorotondo, dopo Sisto, come aveva fatto per il milanese Raffaele De Grada, critico e storico dell’arte. Me ne parlò il poeta, scrittore, giornalista, sceneggiatore radiofonico, commediografo Vito Maurogiovanni, che una mattina, ospite di Filippo, esaudendo un mio desiderio, mi fece dono di una copia dattiloscritta di un suo saggio su Tommaso Fiore, vincitore nel ’52 del Premio Viareggio con “Un popolo di formiche”. E me ne parlarono Mario Azzella, giornalista e documentarista della Rai; e Antonio Rossano, autore di tanti brillanti servizi sul Festival per la stessa antenna e di “Miracolo a Martina” e “O cambiamo protettore o rubiamo San Nicola”, dove se la prendeva con il Vescovo di Myra, accusandolo di non fare niente per la città che lo aveva come patrono (“Bari è adespota, senza padrini…”), pur avendo ispirato la figura di Santa Claus.
Franco Punzi-Paolo Grassi
Franco Chieco-Franco Punzi
Franco Chieco, al quale ho telefonato il giorno prima della manifestazione, è nato a Bari nel ’26, e svolge l’attività di giornalista da settant’anni. Durante il suo lavoro ha tra l’altro allevato molti giovani aspiranti, che possono ritenersi fortunati, visto che al giorno d’oggi nessun veterano ha voglia di imitare Chieco, firma nobile e già redattore capo centrale, severo e scrupoloso, de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, e critico musicale autorevole dal ‘59. Ha anche ricoperto incarichi prestigiosi: presidente dell’Associazione della Stampa di Puglia e Lucania; esponente consultato e ascoltato della Federazione nazionale della Stampa; dell’Ordine dei giornalisti; dell’Inpgi (il nostro ente di previdenza), della Casagit (preposta all’assistenza sanitaria)… Ha dato vita, nel ’95, al mensile di cultura, costume, spettacolo “Contrappunti”; è stato tra i fondatori e poi segretario dell’Associazione nazionale critici musicali; e presidente della giuria del Premio “Franco Abbiati” – sorto nel grembo dello stesso sodalizio - assegnato per sette volte alla rassegna martinese, premiando innanzitutto le scelte del direttore artistico Alberto Triola. Inoltre, alla bibliomediateca della Fondazione “Paolo Grassi” di Martina Franca ha donato oltre mille volumi di opera e musica classica di grande interesse.
Intenso il suo impegno anche nel sindacato. Mi dicono che, discutendo con i colleghi della difesa dei diritti della categoria, a volte addirittura si emozionava, soprattutto quando evocava le notti trascorse nelle trattative per un contratto dal parto difficile o nel tentativo di curare il malessere di una testata. E oggi, che ha vinto la tappa dei 90 anni, e si mostra deciso a lasciare il campo in cui è stato infaticabile e appassionato, continua ad essere interessato a quanto avviene nell’agòne dell’informazione, rincuorando così gli estimatori, che lo vorrebbero sempre sulla plancia.
Franco Chieco
Franco Chieco, persona dotata tra l’altro di una garbata, divertita ironia, è anche l’enciclopedia ambulante del giornalismo barese; e un punto di riferimento non soltanto per i vivai della professione, che è cambiata e diventata più difficile da praticare. E’ amato e stimato. Il 20 febbraio del 2007 fu acclamato da un numeroso pubblico nella sede della Pinacoteca Provinciale di Bari, dove la locale Fondazione lirico-sinfonica Petruzzelli e teatri allestì un incontro con lui, intitolandolo “Percorso di una carriera al servizio della musica: Franco Chieco”. Il 15 dicembre dell’anno scorso, nella cattedrale di Bari, il circolo “Vito Mastrogiovanni” gli ha assegnato il Premio “Testimone di verità”. Sono soltanto alcuni dei tributi da lui ricevuti.
 
da: La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 dicembre 2016
"EVENTI BARI - Giovedì 15 dicembre 2016, alle ore 20, nella Cattedrale di Bari, piazza dell'Odegitria 1, il Circolo «Vito Maurogiovanni» ha deciso di assegnare per questa prima edizione il premio «Testimone di Verità» al dott. Franco Chieco, alla presenza del Padre Arcivescovo, mons. Francesco Cacucci, in occasione della manifestazione «Natale Insieme» allo scopo di raccogliere fondi per la Mensa Caritas di Santa Chiara per i senza casa".
Martina F. -"Francesca da Rimini"-30.07.2016

"La Donna Serpente"-2014


Insomma, Franco Chieco, socialista e credente convinto, è una colonna, un pilastro. Molto considerato anche dai mostri sacri della musica. Commentando la cerimonia svoltasi a Bari il 23 marzo, Amerigo De Peppo ha riferito un episodio che la dice lunga. Trovandosi in ascensore nell’Hotel Vesuvio di Napoli con Riccardo Muti (tra l’altro direttore principale dell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano dal 1986 al 2005), cercò di avviare una conversazione, ma il maestro appariva stanco e schivo. De Peppo riuscì nell’intento usando come chiave il nome di Franco Chieco; “e Muti mi chiese notizie del critico, mandandogli i saluti”.
Presidente del Festival Punzi
Chieco ha anche pubblicato importanti volumi: “Contrappunti-diario musicale pugliese ” nel ‘71, editrice Adriatica; “Di quella pira”, nell’84, Laterza; “Il fu teatro Petruzzelli”, nel 2002, Adriatica.
E’ stato Franco Punzi, entusiasta, dinamico presidente del Festival della Valle d’Itria, relatore alla cerimonia del 23 marzo a Bari, a farmi sapere, nel corso di una delle nostre telefonate, del riconoscimento a Franco Chieco, chiedendomi di scrivere un pezzo. Data l’altezza del personaggio, l’ho scritto subito e volentieri.
Intanto critici, melomani, cantanti, orchestrali, studiosi, giornalisti attendono come ogni anno la presentazione del programma dell’edizione 2017 del Festival al Piccolo Teatro di via Rovello a Milano, prevista secondo Punzi per la prima metà di maggio. Farà gli onori di casa Sergio Escobar, direttore del teatro, ammiratore di Martina, della sua rassegna musicale e di quelli che fanno di tutto per non tradire le aspettative, facendo lievitare i successi, la fama e i simpatizzanti.
Palazzo Ducale Martina Franca
Il Valle d’Itria, sbocciato nel 1975 e giunto felicemente alla 43.ma edizione, si aprirà il 14 luglio con l’”Orlando furioso” di Vivaldi e si concluderà il 4 agosto con “Margherita d’Anjou” di Meyerbeer.
Un cartellone ancora una volta molto nutrito, con opere mai rappresentate nel nostro tempo, che il direttore artistico Alberto Triola e il direttore musicale Fabio Luisi hanno voluto dedicare alla memoria del maestro Rodolfo Celletti, che tutti gli anni viene ricordato a Milano da Franco Punzi, quando accenna alle novità, sempre interessanti, di questo Festival, che è anche trampolino di lancio e scuola per giovani di talento; annuncia le presenze prenotate da ogni parte del mondo; e invita a venire in Valle d’Itria, che Giuseppe Giacovazzo definì terra benedetta.
Arrivederci dunque nella città del belcanto, del sole, dei trulli dai simboli misteriosi, delle viti inginocchiate, care al poeta tarantino Raffaele Carrieri; dell’ulivo, del fico, albero per i Greci sacro a Dioniso; e delle case bianco latte; dei balconi spanciati che facevano camminare il regista, scenografo e costumista Pierluigi Pizzi con il naso all’insù.
Franco Chieco vorrà sicuramente cambiare idea e continuare a contemplare il paesaggio irripetibile, incantevole, luminoso di Martina, senza trascurare il suo lavoro di critico prezioso e intransigente. Ce lo auguriamo tutti.

mercoledì 29 marzo 2017

Si è spento Manuel Claudiano Zane




PRINCIPE DELLA RIBALTA E CAMPIONE DI UMANITA’

 

Claudiano

Da cinque anni era ospite della casa

di riposo “Giuseppe Verdi” a Milano.

Cominciò la carriera a 19 anni a Rio

de Janeiro, dove era nato, e riscosse

successi nel suo Paese, in Francia, in

Italia…Amico degli artisti più famosi,

considerava Milano la sua seconda

patria. Aveva una fede profonda ed

era buono e generoso.



Franco Presicci

Presicci intervista Walter Chiari e Patrizia Caselli
Stendhal era così innamorato di Milano, da esprimere il desiderio di esservi sepolto. Manuel Claudiano Filho Zane, sbocciato sotto il sole del Brasile, ha respirato il grigiore di questa città oggi frenetica e caotica. L’amore è cieco, si dice. Anche quello per l’ambiente in cui si vive. Claudiano, grandissimo artista ricco di umanità, a Milano ha trascorso tantissimi anni, abitando in una casa di ringhiera sprovvista di ascensore, ma ancora immersa nell’atmosfera familiare di una volta; e non si stancava di decantarlo, questo porto aperto a tutti quelli in possesso della voglia di fare. E quella voglia Claudiano ce l’aveva. Lo conobbi qualche anno fa, grazie al mio collega e amico Piero Lotito, che scrive anche libri. Mi parlò di lui, e quando si accorse di aver stuzzicato la mia curiosità, si offrì di accompagnarmi, regalandomi una di quelle giornate in cui mi sento arricchito.
Claudiano con Piero Lotito
Eccomi dunque di fronte ad un uomo color cioccolato, espansivo, travolgente, che con i suoi ricordi commuoveva, divertiva. Mi dette subito del tu, trattandomi come un vecchio amico riemerso, mentre Piero mi lanciava occhiate furtive ed eloquenti: “Vedi, è come te lo avevo descritto. Valeva la pena ascoltarlo”. Claudiano anticipava le domande, spalancava pagine della propria vita non solo professionale, con una spontaneità e una sincerità insolite. Mai reticente, pronto a duellare con la mia impertinenza, con sorrisi caldi, disarmanti. Mi parlò delle sue origini, della sua infanzia, delle sue esperienze, della sua carriera costruita mattone su mattone ben cementati, e delle persone che aveva conosciuto. E quando la conversazione stava per concludersi, mi raccomandò di tornare a fargli visita tutte le volte che avessi avuto tempo. Mi telefonò quando uscì l’articolo sul “Giorno” per ringraziarmi ripetutamente, come un neofita.. Mi ritelefonò per sapere se avessi notizie di Piero, che non sentiva da qualche mese. “Sta male, ha qualche problema?”. “Ma no, Claudiano: Piero a volte è come una favilla che balugina nel cielo di notte. Starà scrivendo un libro o un articolo. E poi lui è ancora legato alla sua scrivania al giornale; non è a spasso come me”. L’ironia lo fece ridere: era anche una delle sue virtù.
Primo piano di Claudiano
Claudiano, grande, grandissimo. Ancora una volta è stato Piero Lotito a parlarmi di lui. Ma questa volta per darmi una notizia che mai avrei voluto ricevere: “Sai, Claudiano si è spento nella casa di riposo per musicisti ‘Giuseppe Verdi’. Era lì dal 7 febbraio 2012. L’ho ricordato nel mio ‘Colpo d’occhio’ sul ‘Giorno’”. Se n’è andato, “il cantante spiritual dalla voce gioiosamente melodiosa, come quella di un fringuello; ballerino, showman.…”. Quando una persona cara scompare, avverti un vuoto; e subito pensi che non sia possibile. E ti avvilisci, se, trasmettendo ad altri il messaggio, senti commentare: “In fondo aveva più di 90 anni, aveva fatto la sua vita”. Odio l’anagrafe, la prima violazione della “privacy. ” Piero mi ha chiesto con garbo di scrivere un ricordo. Non ho perso tempo. Ho obbedito a un mio bisogno. E ripensando a quelle ore nella casa di Claudiano in via Imbonati, per la verità un tantino disordinata, tipica di chi non dà importanza alle cose e al posto che dovrebbero avere, me lo immagino ancora seduto su un fianco del letto, accanto alla finestra, mentre si rivolge a me, che me ne sto dietro al tavolo, dove non c’è spazio neppure per uno spillo, e faccio fatica a prendere nota del suo racconto che spumeggia come una bottiglia di “champagne”. Nella metropoli accarezzata dai navigli, queste vie liquide un tempo più animate di oggi, non si sentiva straniero. E parlava un italiano senza contaminazioni. La nostra lingua gli piaceva. “E’ quella del belcanto”, aveva dichiarato a Lotito, che gli aveva chiesto se avesse un pizzico di nostalgia per la Milano di una volta, così diversa. Ne aveva.
Manuel Claudiano Zane-Il mare...la sua passione
Ma ne aveva soprattutto per il mare. Gli mancava, il mare; gli mancavano il profumo della salsedine, le crespe d’argento, la musica dell’onda che lecca la rena. Per fortuna – confessava – aveva amici che gli glielo facevano ammirare ad Alassio. Era un uomo straordinario. Evocava le sue tappe esaltanti commuovendosi, scherzando, provando gioia, senza enfasi. Affascinava, coinvolgeva, celebrava Milano. Qual è la sua parte più bella? “Se ami una città, non puoi dire dove splenda di più”. Sarebbe come dire che una donna è bella ma ha le gambe storte. Quando passeggiava lungo il Naviglio Grande pensava al Brasile; quando era a Rio de Janeiro pensava a Milano. Aveva due amori. “Negli anni Sessanta dove sono nato c’era un razzismo subdolo. Se un lavoro teatrale comprendeva un personaggio di colore, l’interprete doveva essere un bianco con la faccia tinta”.
Claudiano
Quando decise di venire in Europa, in patria era già popolarissimo, avendo partecipato a molte trasmissioni radiofoniche e televisive e a quattro film. Sostò per sei anni a Parigi, frequentando molte celebrità dello spettacolo, da Yves Montand a Simone Signoret, a Charles Aznavour, e lavorando con Josephine Baker. Ne ’62 approdò infine a Milano, e cominciò ad andare in Galleria del Corso, allora affollata di case discografiche, dalla Carosello alle Messaggerie Musicali; e strinse rapporti con Giovanni D’Anzi e altri; in seguito con Wanda Osiris, Giulietta Masina, Nilla Pizzi, Walter Chiari, Pippo Baudo, Mia Martini, “alla quale volevo bene come a una sorella”, Paola Borboni, che gli dedicava molta cordialità. Era facile nutrire affetto per Claudiano, dalla simpatia spiccata, traboccante. Tra l’altro, era uno dei primi a portare la musica brasiliana nella terra del Porta.
Enrico Simonetti e Manuel Claudiano
Amico dello “chansonnier Enrico Simonetti, cantò con lui in un locale di Alassio. Fece poi due serate a Saint Vincent con il balletto “La Brasiliana”, quindi al “Carcano” di Milano. Ne ha raccolti di applausi entusiastici, questo ballerino, showman, attore di cinema e di teatro, cantante. I suoi pezzi forti? “Festa para un rei negro”, “Charlie Brown”… ”La mia famiglia d’origine era povera, ma non quella in cui sono cresciuto. Mi portavano sempre al cinema: la prima volta avevo 4 anni. A casa, poi, imitavo gli attori osservati dalla platea. Fui affascinato dalla danza assistendo a un film con Fred Astaire. A 19 Anni conquistai il palcoscenico. Studiavo molto, sui libri usati”. A 21 anni incontrò Julia, una ragazza ebrea che si era rifugiata in Brasile durante la guerra. La vide in un bar, prima di trasferirsi a Parigi, dove lei andava a trovarlo. Oltre che grande artista, Manuel Claudiano Zane era un uomo molto generoso. Si dava da fare per aiutare chi aveva bisogno. Nel ’70 – ricorda Piero Lotito – scoprì i bambini di un orfanotrofio di Cinisello Balsamo e ne rimase colpito. Si era imbattuto in tanta gente ricca e la coinvolse. Distribuiva l’indirizzo dell’istituto e sollecitava la solidarietà. Era anche un uomo di fede. Se riceveva un torto, pregava. Dalla fede derivavano il suo buonumore, la sua letizia, la sua fiducia nel prossimo. Il giorno in cui, sbucando dalla Galleria Vittorio Emanuele, vide il Duomo con le sue guglie merlettate “mi venne quasi uno svenimento”.
Adesso Claudiano è in un punto più alto del Duomo. Da lì forse prega per migliorare il mondo, che va in rovina.








mercoledì 22 marzo 2017

Il variegato mondo del collezionismo



UN CAVATURACCIOLI RARO

PUO’ COSTARE 3 MILA EURO

 


                                                                        Cavatappi in un tarocco              

                          
                                                               disegnato per noi da MENEGAZZI


                   

 

Sothebi’s all’utensile ha dedicato un volume.

L’interesse del British Museum.

Note le aste di Christie’s.

Le associazioni nate in diversi Paesi.

Si raccolgono soldatini di piombo e di carta,

trenini, bambole, ma anche figurine, medaglie,

adesivi, scatole, bottoni, ferri da stiro,

salvadanai…

 

L’opera di Vito Arienti, ispiratore di

giovanissimi talenti, e di Osvaldo Menegazzi,

artista surrealista.




Franco  Presicci  

                                                                                                           

Grazie a Vito Arienti, di Lissone, e al milanese Osvaldo Menegazzi, entrambi notissimi nel campo dei tarocchi (l’uno collezionista, oltre che stampatore di esemplari non soltanto storici; l’altro autore spesso surreale), a suo tempo mi sono imbattuto in tanti raccoglitori di scatole, fascette di sigari, biglietti di lotterie, segnapagine¸ fiammiferi, bottoni, portachiavi, etichette, bustine da zucchero, autografi, bambole, trenini, copricapo, giocattoli di latta, ferri da stiro, lumi a petrolio...
Vito Arienti

Una signora ultraottantenne mi ricevette fra centinaia di ventagli con scene bucoliche, interni rinascimentali, paesaggi, molti fabbricati da lei anche su commissione…; un’altra faceva incetta di locomotive a carbone eseguite con cartoncino nero da un signore anziano con un cespuglio sotto il naso e un volto severo. In uno spazioso appartamento un professionista alloggiava un esercito di soldatini di piombo (circa 40 mila); in un altro un ex bancario impilava cartoline d’epoca, raffiguranti donne con il cappello, donne in carrozza o in bici, da sole o in compagnia, la vecchia Centrale di Milano, le vie storiche…. Ad Altare in provincia di Savona due Bormioli, Alfio il padre, Amanzio il figlio, ricostruivano in piombo le battaglie napoleoniche contese da molti appassionati. E siccome erano bravi nel fabbricare anche oggetti in vetro, infilavano nelle bottiglie velieri o altre imbarcazioni e poi soffiando chiudevano il fondo, a volte alla presenza dei visitatori.
Osvaldo Menegazzi
Un amico incuriosito mi chiese come facessero, i collezionisti, a trovare lo spazio necessario all’accumulo degli oggetti del desiderio, soprattutto di quelli più ingombranti. Evidentemente chi ha questa passione, o hobby che dir si voglia, sa come risolvere il problema. Anche chi recupera computer o salvadanai, collocandoli anche su mensole fissate dappertutto, anche in bagno o nello sgabuzzino. A proposito di salvadanai, ce ne sono di prestigiosi, tanto che nel ’77 la Cassa di risparmio di Verona organizzò una mostra utilizzando anche pezzi spediti dalle ramificazioni dell’istituto in Germania e in Svizzera. Spiccavano un salvadanaio d’argento del 1820 e uno di origine peruviana risalente a qualche secolo addietro.

Tanti anni fa una signora disperata si lamentò del marito, persona ineccepibile, ma con il “vizio” di accumulare sotto il letto accendini in contenitori trasparenti. Un commerciante lasciava parcheggiata l’auto lungo il marciapiede, avendo occupato il box con un plastico ferroviario a più piani e molti elementi complementari: semafori, marmotte, stazioni, lampade, oltre a un discreto numero di vagoni, motrici, carrigrù, pianali con garitta… C’è chi in una teca custodisce circa 400 fischietti in terracotta usciti dai forni di Bassano del Grappa, Caltagirone, Grottaglie, Rutigliano…; e ne avrebbe certamente di più, se non rischiasse il divorzio. E c’è chi per nessuna ragione rinuncerebbe ai propri album di figurine Liebig, o alle pipe o ai fermacarte o ai cucchiaini o addirittura ai biglietti del tram di ogni Paese, ai calendarietti dei barbieri… 
Un calendarietto dei barbieri
Una quarantina di anni fa proprio Menegazzi mi presentò il titolare, abruzzese, di un ristorante molto ben frequentato. Collezionava orologi antichi. Paolo Cavallina, già conduttore della seguitissima trasmissione radiofonica “Ciamate Roma 3131”, mi aveva telefonato per affidarmi le ultime pagine, a colori, del neonato quotidiano, da lui diretto, “Il Mezzogiorno”, dedicato appunto all’Abruzzo; e quell’oste giungeva a proposito; quindi lo pregai di mostrarmi il forziere, custodito in banca. Per me fu un salto di qualità, dopo aver osservato solo tappi di sughero, menù, distintivi, medaglie, bottoni…. E passai una notte tra segnatempo di ogni tipo ed epoca, belli, estrosi, “notturni”, da collo, da tavolo, da petto… Ammirai specialmente quelli da tasca a doppia cassa, ricordando che erano stati soppiantati durante la prima guerra mondiale da quelli da polso perché meno vistosi e fastidiosi. Ricordo un orologio che andava su e giù su un piano oscillante; un altro era incastonato in un anello dell’800…Al termine, pensai alla collezione donata da Bruno Falk nel 1973 al Museo Poldi Pezzoli di Milano; e al “notturno” raffigurante Armida con i pastori conservato nel Museo elvetico.
Cavaturaccioli
Nel maggio del 2008 scoprii l’universo dei cavatappi: a leve multiple; con manico ad ancora o a serpente arrotolato o a “t”; con lo spazzolino di setola per eliminare lo sporco del tappo e dell’imboccatura della bottiglia; in legno decorato; in vetro soffiato; in forma di chiave; tascabili; da muro; da tavolo; antichi, moderni…Non ne avevo mai visti tanti in una volta sola, e non avrei immaginato l’esistenza di molti tipi pregevoli e cari. La raccolta non si esauriva nelle preziosità esposte. Altre erano deposte con molta cura in casse e cassettoni e altrove. Il titolare, un signore di poche parole, colto, serafico, gentile, Renato Nicolai, 84 anni, veterinario, di Cesena, studi a Bologna, a Milano dal ’60, ne parlava senza enfasi, guardando spesso un “tirabusciò” a forma di cane che troneggiava su un mobile di età rispettabile. Forse era tra i preferiti del dottore, che raccontava la storia e le caratteristiche tecniche di alcuni campioni, dicendosi dispiaciuto per uno che gli mancava: quello con l’immagine caricaturale del senatore statunitense Volstead, difensore della legge contro il commercio degli alcolici, che dal ’19 al ‘33 tenne in astinenza i bevitori.
  
Gli chiesi notizie di nuovi acquisti; e mi confidò che non aveva più voglia di andare in giro per mercatini, fiere, aste…”Ma se mi capitasse l’occasione di un pezzo appetibile, non me la farei scappare. Ce ne sono tanti di belli, originali, ingegnosi”. Molto apprezzati dai collezionisti del settore, polomeofili (dal greco tappo e tirare) i cavaturaccioli “jambes des dames”, a gambe di ballerine di can can, tipo quello tedesco dei primi del Novecento, in stivaletti in argentone e calze in celluloide, che si “pavoneggiò” in una rassegna memorabile. Ricercati anche quelli in stile Rococò a cremagliera (forniti di braccia); a concertina; a soggetto erotico… Un collezionista americano, Donald Bull, acquistò da un uruguaiano un “gioiello” in argento con la scritta, sull’astuccio, “Società del ‘tirabuscion’ fondata la notte tra il 25 e il 26 ottobre 1877 a Milano”: città in cui il 17 dicembre 1988, nella “Taverna della Trisa”, l’ingegner Paolo De Sanctis e l’architetto Maurizio Fantoni battezzarono l’Associazione italiana collezionisti cavatappi, con sede in via Vallazze 22.

 MA C'ERANO ANCHE GLI "INFILATAPPI",
 COME SI VEDE DALLE FOTO
 DI UN ESEMPLARE, REALIZZATO IN LEGNO DI NOCI,
 DA GIUSEPPE SANTORO (detto Peppino), CIRCA 70 ANNI FA,
 ANCORA CONSERVATO GELOSAMENTE DALLA
 FIGLIA MARIA PIA, SPOSATA CON ADAMO DI PALMA.



 
“La storia di questo utensile è iniziata secoli fa con il tappo di sughero. Poi si avvertì l’esigenza di sposare l’estetica con la tecnica, e si mobilitarono valenti artigiani, che realizzarono veri capolavori, come certi tirabusciò arabescati su fondo d’oro. E il British Museum prese ad interessarsi al cavatappo, argomento sul quale Sothebi’s ha dedicato un libro, per non dire delle aste battute da Christie’s e delle Associazioni sorte in Francia, America, Canada, Italia…”. La data di nascita – aggiunse Nicolai – non è certa. Tuttavia, stando ad alcuni storici, risale attorno al Settecento, in Inghilterra, quando si cominciò a invecchiare il vino in bottiglie di vetro. Il primo brevetto venne registrato nel 1795 dall’inglese Samuel Henshall.

Il dottore gentiluomo mi aveva aperto la porta di un altro mondo, ricco di curiosità. “Lo sa che uno di questi… arnesi può arrivare a costare 3 mila euro?”. “Non lo so ma ci credo”.

In seguito intercettai altre “collane”: di conchiglie, fermacarte, sigarette, manifesti, “press papiers”... Ma seguire sempre il lavoro di Osvaldo Menegazzi (presente con i suoi tarocchi nell’enciclopedia del Kaplan, grandissimo esperto, a livello mondiale). Quando Vito Arienti scomparve, anche dal Giappone si continuarono a richiedere i suoi mazzi, molti dei quali disegnati da giovani talenti dall’ispirazione originale. Che il lissonese valorizzava, come moltissimi anni prima, dal 1815, aveva fatto il Guppenberg nella tipografia dei giardini della Scala.

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