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mercoledì 15 maggio 2019

Il 45esimo Valle d’Itria nel nome di Paolo Grassi





UN FESTIVAL SEMPRE PIU’ GRANDE

PRESENTATO AL PICCOLO DI MILANO


Cartellone del Festival
Copertina del libro di Pizzigallo
L’appuntamento il

14 maggio, data

storica per il 

Teatro di via 

Rovello: quel 

giorno, nel ’47, il

“martinese di 

Milano”, sua 

moglie Nina 

Vinchi e Giorgio 

Strehler crearono 

lo Stabile che ospitò

anche Eduardo.

 

Franco Presicci

Il pubblico si è alzato in piedi battendo le mani, quando è stato fatto il nome di Giuseppina, la moglie di Franco Punzi che dietro le quinte lavorava meticolosamente per il Festival, presentato al Piccolo Teatro il 14 maggio. Giuseppina è deceduta un mese fa e il meraviglioso mosaico del Festival è rimasto con una tessera in meno.
Escobar, Luisi, Punzi, sindaco di Martina, Triola
Il presidente all’applauso ha risposto pregando tutti di lasciare da parte l’uomo e di pensare al Festival. E ha avviato il suo discorso, ricordando che “quello di oggi è un appuntamento storico che si rinnova nella tradizione”. Storico anche perché il Piccolo fu fondato proprio il 14 maggio, del ’47, da Giorgio Strehler, da Nina Vinchi e da suo marito Paolo Grassi, che non fu soltanto il demiurgo del teatro di via Rovello, ma anche un uomo di cultura e un gentiluomo dalle larghe vedute, che credeva nel teatro e nella sua funzione educativa. Subito dopo Punzi ha ringraziato Escobar per l’ospitalità che ogni anno riserva alla “troupe” martinese e per la sua fertile collaborazione, l’apprezzamento, l’amicizia per la rassegna, che fra sacrifici, conquiste, riconoscimenti, progetti nuovi, sorprese è andata sempre più avanti. 
Prima fila del  pubblico
E quest’anno festeggia il suo 45esimo compleanno, dedicato a un mito del teatro, che a Martina Franca e al Festival - ha affermato – ha dato molto. Fu Grassi a chiedere a Punzi di mettersi alla guida della compagine musicale, che tanti trionfi ha riportato, dimostrando che l’autorevole personaggio, che fu anche sovrintendente alla Scala e presidente della Rai, aveva visto giusto. E Punzi non manca mai di sollevare lo sguardo per ringraziarlo.Poi il presidente ha informato che quest’anno è stata la Fondazione Paolo Grassi di Martina Franca, “squadra eccezionale”, a preparare l’evento musicale che attira migliaia di melomani da tutt’Italia e dall’estero. ”Il Festival deve avere una lunga storia e una certezza anche nello sviluppo organizzativo, puntando come sempre sui giovani, che sono la forza, la speranza, la linfa vitale del Valle d’Itria”.
Tra il pubblico, Noemi Colaianni (2^ fila a sx.)
Ed ecco tra il pubblico Noemi Colaianni, 21 anni, studentessa brindisina presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM, impegnata in una tesi di laurea su Paolo Grassi che discuterà a luglio durante il Festival; la prof.ssa – ha sottolineato Punzi - ha voluto indicare nel suo lavoro il Festival e la squadra di Martina Franca impegnata in questi appuntamenti prestigiosi ed ha preannunciato la pubblicazione sempre che sia una tesi meritevole. La parola è passata a Sergio Escobar, direttore del “Piccolo”: “Abbiamo voluto che questo incontro avvenisse il 14 maggio, per ricordare Paolo Grassi… C’è molta sintonia tra il Piccolo e Martina Franca, con notevole attenzione ai giovani, rispetto per il pubblico e il teatro d’arte”. E ha ricordato Eduardo e il lungo rapporto tra il grandissimo attore e autore e il teatro di via Rovello“. A sua volta il sindaco di Martina Franca, Franco Ancona, ha confidato che sempre con entusiasmo raggiunge Milano per il Festival e che con immenso piacere riconosce tanti giovani che poi vede a Martina. “Sono felice per le tante manifestazioni che accompagnano la rassegna, come la mostra a Palazzo Reale che si trasferisce da noi, rimanendo aperta da luglio a ottobre.
Entrata del Piccolo Teatro
Punzi intervistato dalla Tv
E ha proseguito tornando sul tema dei giovani: “E’ bello vedersi circondati dalle nuove leve, anche perché il senso di Paolo Grassi era di andare verso di loro e farne il cemento della rinascita”.Ancora Punzi: “Parliamo della Regione Puglia, che in questi anni ci ha dato il suo conforto; e del bilancio del Festival, che è in pareggio, essendo affidato a mani oneste”. Quindi è stato proiettato un messaggio visivo di Loredana Capone, assessora della Regione Puglia, che ha ringraziato per il Festival, accennando alla sua storia, alle sue caratteristiche, invitando il folto pubblico a venire in Puglia e a Martina, città accogliente, bellissima, con mille attrattive, dai trulli alle masserie, dal centro storico alla Valle d’Itria, che qualcuno definì una terra benedetta da Dio. Capone ha sottolineato la bellezza della musica colta che attira, coinvolge e migliora; come la bellezza della Valle d’Itria, dove si trova la migliore accoglienza possibile.
Sergio Escobar
E’ stata ricordata anche la peculiarità del Festival, di rappresentare opere mai viste ai nostri tempi e di fare da trampolino di lancio a decine di preparatissimi neofiti della ribalta. Aldo Patruno, direttore generale dei settori Turismo, Cultura, Valorizzazione del territorio della Regione Puglia, ha ricordato come la nostra terra si muova su tanti fronti, sia presente nelle situazioni importanti, sia la Biennale di Venezia sia il Salone del Libro di Torino.
Il notaio Alfredo Aquaro al Piccolo
E ha ripetuto “che sono beati i genitori che sanno mettere le ali ai figli; e beati quelli che sono in grado di dar vita a iniziative che ci uniscono, ci esaltano e non si concludono nei nostri confini…”. Il Festival è un’offerta culturale di altissimo livello elaborata da personaggi che posseggono doti di grande competenza, sensibilità, bravura, intelligenza e hanno la capacità di guardare all’orizzonte, di toccare punti sempre più elevati, mète sempre più significative, con impegno inesauribile, costanza, amore. La tradizione continua. Un esempio: Francesca Grassi, che ha assunto l’eredità del padre – ha affermato ancora Punzi – “Non siamo soli in questo percorso: abbiamo anche la collaborazione del Teatro Petruzzelli, di vari organismi nazionali e internazionali…E poi i giovani, bella risorsa, la luce dei nostri occhi e le speranze del nostro lavoro”. Quindi ha messo in evidenza il prestigio, il livello delle nostre accademie musicali. “Nel teatro, nella musica, nella cultura si trova l’essenza della vita in un tempo di incertezze e di confusione…”.
Lenoci, Francesca Grassi, Costantini
Nonostante tutto, lui ha sempre energie da impiegare. Abbia sempre la volontà di condurre il Festival. Sono dieci anni che il direttore artistico Alberto Triola presenta il Festival a Milano. “Dieci anni sono una tappa apprezzabile. Devo ringraziare quelli che ci hanno creduto, condividendo l’attività della famiglia del Festival (perché il Festival è una vera famiglia); gli artisti che vengono anche se non sono in cartellone, i giornalisti… Abbiamo tre grandi omaggi da rendere: a Paolo Grassi, per i suoi cento anni dalla nascita; a Pier Luigi Pizzi, che sta vivendo una seconda stagione artistica, legato a Martina da una lunga amicizia; a Napoli, capitale europea della musica, della cultura”. Il titolo della 45esima edizione è appunto “Albori e bagliori: il secolo d’oro", Napoli e l’Europa.
Paolo Grassi su una locandina del Festival
Il progetto ”1919-2019 Paolo Grassi 100 anni a Martina Franca” è realizzato, con il supporto di Giovanni Soresi, dalla Fondazione di Martina che porta il nome di questo indimenticabile pilastro, organizzatore teatrale, un monumento… e “vuole essere innanzitutto una testimonianza delle sue idee e del suo modo di fare: dalla necessità del teatro come funzione civile e come servizio pubblico alla difesa di una musica alta e partecipata negli anni trascorsi come sovrintendente alla Scala e come presidente della Rai, al sostegno intelligente e creativo del Festival della Valle d’Itria…”. Il Festival si apre dunque il 16 luglio e termina il 4 agosto. Il 16, il 20, il 31 luglio a Palazzo Ducale di Martina verrà rappresentato “Il matrimonio segreto” di Domenico Cimarosa, regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi, orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari; il 19 luglio, ancora al Palazzo Ducale, “Coscoletto ovvero Il Lazzarone”, di Jacques Offenbach (prima esecuzione in Italia), direttore Sesto Quatrini, con i cantanti dell’Accademia del bel canto “Rodolfo Celletti”; il 30 luglio e il 4 agosto “Ecuba”, di Nicola, Antonio Monfroce, direttore Fabio Luisi, orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari; il il 2 agosto, “Orfeo”, di Nicola Porpora, direttore George Petrou; il 21, il 23, il 25, il 27 e il primo agosto “L’ammalato Immaginario” e “La vedova ingegnosa”, opere in masserie (non va dimenticato il ruolo di queste architetture rurali, tra le quali la Monti del Duca di Crispiano). Poi recital di bel canto con Olga Peretyatko; e concerti, festival junior, festival d’arte per tutti, concerto del sorbetto,” All’ora Sesta”, “Già la notte si avvicina”, “Galileo sotto le stelle”, al Chiostro di San Domenico; “Danze, Virtuosi e…”, “Novecento e oltre”. Insomma, come al solito un programma denso e appetitoso.Un comunicato informa che la 45esima edizione del Festival, noto in tutto il mondo (gli spettatori arrivano addirittura dal Giappone, oltre che da tutta Europa), comprenderà molti spettacoli ispirati al “martinese di Milano” (così Paolo Grassi viene definito con affetto), “fra cui una biografia teatrale di Grassi intitolata “Paolo” a cura di Davide Gasparro; uno spettacolo di teatro e musica a cura di Benedetto Sicca: “Per tutti! Il sogno di Nino, Paolo e Giorgio”, la mostra “Un poeta dell’organizzazione – 1919-2019; numerosi pianisti nel centro storico di Martina; “Andy Warhol: l’alchimista degli anni Sessanta”, a Martina, Ostuni, Mesagne. Verranno solennizzati in molti luoghi i Cento anni dalla nascita di questa celebrità, famoso, autorevole, mitico protagonista del teatro, che ebbi l’onore di conoscere nel ’64 a una cena al Circolo svizzero di piazza Cavour con l’editore Lacaita di Manduria, il gallerista Guido Le Noci, l’avvocato Raffaele Salinari e altri; e lo incontrai nuovamente, come vice-critico teatrale del quotidiano “L’Italia”, al Piccolo in occasione della rappresentazione de “I Lanzichenecchi” (lui nel ridotto del teatro aspettava Giuseppe Giacovazzo, che veniva apposta, credo, da Roma). Questo sarà dunque l’anno di Paolo Grassi: una mirabile occasione per ripercorrere la sua ineguagliabile personalità di intellettuale, promotore di cultura e uomo di spettacolo.






mercoledì 8 maggio 2019

La vita nelle case di tolleranza


Libro di Guido Vergani

LE “SIGNORINE” ERANO MERCE
DA COMPRARE E DA VENDERE

Quando la bellezza sfioriva erano
declassate sino ad arrivare alla
terza categoria. Dopo c’era la
strada, così piena di pericoli. Si
ricorda ancora la tragica fine di
Mary Pirimpo, la giovane venuta
a Milano dalla sua Calabria per
cercare fortuna.




Franco Presicci


Il 20 febbraio del ’58 si avverò il sogno della senatrice Lina Merlin: la chiusura celle case di piacere, per la quale si era battuta. Sono passati oltre sessant’anni; e si torna ad auspicarne l’apertura, per togliere il mercato dalla strada.
Libro di Luigi Inzaghi

Libro di Tullio Barbato
Quando a Milano, molto prima dell’entrata in vigore della legge, le ruspe azzannarono la “maison” di Via san Pietro all’Orto, per Mario Soldati “evocazione perfetta della ‘Belle Epoque’, lunghi sedili in felpa rossa, ricche sontuosità delle decorazioni, le cornici dorate, gli specchi dovunque e comunque…”, preferita dagli stranieri e con la “sciura” Gina che faceva gli onori di casa con maggiori attenzioni verso le persone di rango, un noto autore meneghino espresse il suo “magon” in una raccolta di versi del ’57, distribuita dattiloscritta in un giro ristretto, dagli amici: “Aria de stabiell”: “Vecc San Pedron/ fusinna de l’amor/ porta coi ciod, piastrèj sul corridor/ mi te ricordi come el talisman/ d’on temp tant divers e tant lontan”. L’iniziativa della Merlin suscitò molte polemiche, basate sulla convinzione che se il suo intento era quello di abolire le schiave bianche del ventesimo secolo, avrebbe fatto un buco nell’acqua.
Paripatetica
Comunque, i 717 postriboli del Paese, entro i sei mesi previsti della norma, dovettero rinunciare all’attività. I frequentatori sfogarono il loro disappunto trascorrendo l’ultima sera nelle varie case dalle persiane chiuse, che Tullio Barbato, giornalista e fondatore di Radio Meneghina, ha descritto parecchi anni fa in “Case e casini di Milano”: quella di via Filelfo, per esempio, elegante, arredata dalla sciura Maria con i mobili del San Pedròn, che era dalle parti del Sempione, dove, parola di Giancarlo Fusco, il più mordente “panplettista” italiano, autore del voluminoso “Quando l’Italia tollerava” (36 tavole a colori inedite di Mino Maccari e 55 foto autentiche), c’era chi si portava il registratore a manovella per immortalare i discorsi delle ragazze che cantavano “Solo me ne vo per la città” o “Serenata celeste”.
Prostituta
I postriboli del capoluogo lombardo erano tanti: quasi ogni quartiere ne aveva uno o più. I più eleganti erano quello di via Tadino 10, all’angolo con viale Tunisia, uno dei più esclusivi, che ogni 15 giorni organizzava feste sontuose per salutare arrivi e partenze (commovente il commiato della favorita Aspasia); via Disciplini 2, che secondo Mario Soldati “evocava irresistibilmente i piaceri più raffinati e la realtà una volta tanto non tradiva l’aspettativa letteraria” (“era la casa più chiusa tra tutte le case chiuse; la più discreta, la più signorile, la più specializzata. Dove si poteva, all’occorrenza, offrire una bottiglia di ‘champagne’, cenare, riposare e anche passare la notte…”. E via Rutilia, il casino più giovane, nato nel ‘40; via Fiori Chiari 17; via San Carpoforo (pavimento in terra battura, tariffa una lira), dove erano tre, detti “de San Carpin” o della “territoriale”, perché popolate da dame al tramonto (all’epoca qualcuno dell’alta società giurava di avervi visto un’alta personalità del regime); via Porlezza 2, nota come “San Gioann sul mur”; via San Sisto; via Stampa, zona Carrobbio; via Alberto Mario (verso San Siro); via Soncino Merati 5…”, dove erano assidui i giornalisti della questura (allora in piazza San Fedele), che dopo il giro telefonico delle 22, se non era accaduto alcunchè di interessante, lasciavano il collega più attempato al giornale e vi facevano un salto, ovviamente scattando se una telefonata segnalava un’emergenza.
Libro di Giancarlo Fusco
Le “signorine” meno… appariscenti stazionavano nelle due case di vicolo Bottonuto, un budello, in seguito demolito, di 100 metri nei pressi di via Larga. In una di queste, “el Peocet”, si svagò l’anarchico Gaetano Bresci la sera prima della partenza per Monza per uccidere Umberto I. Il professor G. M., simpatico, spiritoso, basso, corpulento, barbuto, che ha dedicato una poesia alla casa che accolse le sue esperienze fuggevoli, mi confidò. “Con i miei amici bazzicavo ‘el Ciaravall’, che stava appunto in via Chiaravalle: un postribolo di seconda categoria noto e celebrato, con un salone a specchi, una statua in bronzo raffigurante un fauno e una vergine, il maggior numero di ‘odalische’. La prestazione semplice nel ’57 costava 250 lire; la doppia 500. Era l’unico casotto ad avere l’ascensore. Ricordo la porta in noce con la parola ‘Entrata’ scritta in grande. Ricordo anche una ’vamp” che veniva giù per le scale vestita da sposa. La direttrice, I. B., girava tra i clienti raccontando le barzellette spinte. Era generosa. E si diceva che avesse aiutato un ragazzo romagnolo a laurearsi, facendolo studiare lì dentro”. Nelle case da battaglia, i casermoni, la “maitresse” spronava i perditempo: “Andemm in camera, andemm!”. Oppure: “Ste chi a fa flanella? Andè a spass in Galleria”. Le incitazioni esplodevano nelle case di terza categoria. Nelle altre c’era più classe. Durante il fascismo, allo “Scudino” di via San Cristoforo imperava il grido: “Camerati, in camera!”; e i sansepolcristi marciavano verso la “doppia”. Lo slogan era stato inventato dal tenutario che aveva anche il Disciplini, al quale poi aggiunse il “San Pedron”, dove le ragazze, quale che fosse la loro provenienza erano indicate con i nomi “la bolognese”, la “modenese”, la meneghina… Altrove “la ciuffetta”, “Tilde tirabusciòn”, Gilda, Lolita … Era l’epoca della canzone “Se potessi avere 1000 lire al mese” e lui ne incassava 5mila al giorno. Seduto dietro la scrivania con la cornetta del telefono in mano in attesa di essere interpellato, il docente distribuiva i suoi ricordi: “Ai miei tempi verdi le ragazze di famiglia erano blindate ed era quindi difficile l’approccio. Un giorno un amico riuscì a farsi prestare l’auto dalla sorella e andammo a cuccare nella campagna pavese. Al ritorno uno della comitiva aveva il muso lungo: la ragazza aveva rifiutato di baciarlo per paura di rimanere incinta. Era stato il parroco a metterla sull’avviso. I casini ci hanno insegnato tante cose: per esempio, la differenza tra il sesso e l’amore. Ci andavamo in compagnia. 

Prostituta
Quando uno compiva i 18 anni si faceva la colletta per pagargli il noviziato. Ma non eravamo sempre spinti dal bisogno. In quelle sale ci attardavamo ad osservare il via vai, le facce, le espressioni, i comportamenti; ad ascoltare le chiacchiere; ad ammirare le signorine discinte, che cambiavano ogni 15 giorni. Ci divertivamo”. Anche beffeggiando quella che salmodiava le proprie qualità. Le professioniste, loro no, non si divertivano. Nel febbraio del’’88, ricorrendo i trent’anni dall’eliminazione delle “maison”, andai ad intervistare un’ex “madame”, che quando seppe il motivo della mia visita, diventò pallida, confessandomi che era nonna di un ragazzino che alla vista delle peripatetiche le diceva: “Sai, quelle lì vanno con gli uomini”; e ogni volta era per lei un colpo d’ascia. Le garantii la massima discrezione e m’invitò ad entrare nel salottino arredato con mobili stile Liberty. “Cominciai al Disciplini. Una vita da schiave; sfiancata da 30-40 incontri al giorno. Anche se, quando l’uomo ci stava addosso, pensavamo ai fatti nostri, fingendo di partecipare. I clienti erano di tutti i tipi: i ‘teneroni’, che sgranavano le loro delusioni d’amore, le loro frustrazioni, i rifiuti delle mogli al cosiddetto debito coniugale, i tradimenti, le delusioni…. C’erano poi i ‘monsignori’, gente altolocata che arrivava alla chetichella per non essere notata. Rari per fortuna i deviati. Avevamo l’ordine di essere gentili con tutti per non fare assottigliare il ‘business’; e di non truccarci in modo pacchiano. 
Prostituta
Nel ’57, nelle case di lusso, la tariffa era di 1000 lire per la ‘semplice’. Ce la passavamo così e così grazie ai regalini, ma eravamo sfruttate…”. Quella vita ha ispirato tanti scrittori e pittori, oltre agli affreschi erotici pompeiani. La freschezza non è un bene di lunga durata, in quegli ambienti. E quando sfiorisce, ”vieni declassata alla seconda e poi alla terza categoria, fino ad arrivare all’ultima: la strada”. Che presenta mille pericoli. C’è chi ricorda ancora Mary Pirimpo, al secolo Maria Boccuzzi, trovata morta a mezzogiorno del 29 gennaio del ’53 su una sponda del canale Olona, sotto il ponte di via Renato Serra, a San siro, da un gruppo di ragazzi che giocavano al pallone. La donna era stata uccisa il giorno prima. Bastarono poche ore alla polizia per identificare la vittima e ricostruire la sua storia: nata a Radicena, Reggio Calabria, l’8 ottobre del 1920; giunta a Milano nel ’36 con i genitori, primo lavoro come operaia, lasciato perché attirata dall’avanspettacolo, ricavandone una grande amarezza. Fidanzata con uno studente universitario, osteggiato dal padre, un onesto dipendente dei Monopoli di Stato, aveva abbandonato la famiglia, andando a vivere con il giovane che amava. Altro naufragio, altri incontri e una serie di vicissitudini che si conclusero sul marciapiedi, con la nascita di una nuova falena. Viveva in un alberghetto quando fu assassinata con sei colpi di pistola. Mary fu la quarta vittima della strada. Quindi non la prima e neppure l’ultima. Sembra che la “la canzone di Marinella” di Fabrizio De Andrè contenga proprio la tragedia di questa ragazza calabrese venuta a Milano in cerca di fortuna.







giovedì 2 maggio 2019

La malavita milanese tra ‘800 e ‘900


Kodra su un velocipede in corso San Gottardo
NELLA CITTA’ ALLIGNAVANO


“LOCCH”, “SCOPOLA, “LIGERA”…


Sulle associazioni criminali vigilava

un poliziotto severo, il signor Mazza, 

“el Dondina” per il passo dondolante.

Era notissimo, temuto e inflessibile,

tanto che parecchi protagonisti di

testi teatrali sono ispirati a lui.


 
Franco Presicci
Tra la seconda metà dell’800 e l’inizio del ‘900, a Milano allignavano varie specie di malavita. Ogni quartiere era infestato dalla “ligera”, dai “locch”, dalla “scopola”… A queste consorterie dava la caccia un appuntato di polizia capo della squadra volante, “el sciur Dondina, basso, tarchiato, un po’ ignorante, claudicante (da qui l’etichetta), inflessibile, per il quale in questo sottobosco era stata persino composta una canzone. 

Cortile
E, pur temendolo, quando lo vedevano spuntare, i balordi la canticchiavano, divertiti, smettendo quando il cavalier Mazza – nome vero del segugio – si stagliava davanti a loro, sfidandoli: “E adesso? Sentiamola tutta, questa tiritera”. Il brano era intonato in ogni dove: “El Dondina quand l’è ciocch el va intorna a ciappà i ‘locch’…”. Il “pulè”, per intenderci, il poliziotto, era tanto popolare che Bertolazzi chiamò come lui una guardia scelta, sagace e intelligente, nel suo “El nost Milan”. Paolo Valera, lo scrittore scapigliato suo contemporaneo, che lo aveva incontrato e praticato, gli dedicò un profilo in “Milano sconosciuta”, definendolo “l’Attila dei pregiudicati, degli oziosi, dei vagabondi, dei pericolosi”. Che aveva un bel da fare, dalla mattina alla sera, a perlustrare soprattutto le zone di Porta Genova e del Ticinese, nei pressi della darsena, dove il Naviglio Grande, che viene dal Ticino, lecca il Pavese, che va a Pavia. La “ligera” non aveva un rilevante spessore criminale: costituita prevalentemente da ”dilittanti”, che ogni giorno rasentavano il codice penale; e quando ci finivano dentro era per un piccolo furto, un borseggio; e se qualcuno andava oltre, ovviamente soggiornava più a lungo nella “baita”, eufemismo gergale che sta per carcere, e rimaneva segnato.
Cascine lungo il naviglio
Mario Bonfadini, il 27 aprile del ’64, sul “Corriere della Sera”, delineava gli associati alla categoria in modo efficace e veritiero: “Un ladro casalingo, per così dire, come il gatto, pigro e bonario…; un ‘bravo ragazzo’ che a un certo punto ha voltato male, ha smesso di lavorare, perchè non riusciva ad adattarsi agli orari, e non lo persuadeva dover faticare tanto per guadagnar così poco; o perché era diventato troppo bravo alle boccette e al bigliardo e si era lasciato vincere dalla tentazione di mettere in mezzo qualche tipo dal portafoglio troppo gonfio un certo pomeriggio dopo il mercato; o perchè si era trovato disoccupato e si era messo a rivendere certa merce di dubbia provenienza…”. 

Kodra su un barcone
Così era stato “bevuto”, arrestato, dal Dondina, “steccato”, condannato, una prima, una seconda volta, e da allora, tornato libero, sempre sospettato, trascorreva qualche notte in camera di sicurezza, fino a quando, istigato da una pellaccia, ha fatto il salto, impegnandosi in un “palchetto”, colpo più grosso. I “locch” erano i duri, dediti allo sfruttamento del meretricio, al furto con destrezza; abili nell’uso del coltello a serramanico, “martino” o “maresciall”, sempre nel linguaggio della malandra. Frequentavano una locanda di via del Guast, quella del Berrini, dove – parole del Valera – mangiavano per pochi centesimi ciò che passava il convento e potevano concludere anche qualche “abbusco”, altrimenti detto affare. Il protagonista di “El nost Milan”, Carloeu detto ”el Togasso”, è un “locch” facile alla violenza, pronto nel tirar fuori la lama. La “scopola” era formata da una truppa di malandrini, uomini e donne, tutti giovani, i primi specialisti, anche loro, del furto; le seconde impegnate nella “misurazione” dei marciapiedi.
Si aggregavano per realizzare un progetto, si dividevano gli utili e si scioglievano, ricomponendosi in un’occasione successiva. Avevano l’abitudine di sedersi a tavola in una trattoria e mangiare a sbafo, incuranti delle proteste del titolare al quale avevano dato appunto la scopola. Milano non si sentiva sicura. Un autore, Bazzetta, si prese la briga di elencare i “barabba” più in vista, tra cui “Nerone”, considerato campione del “caschè” (borseggio); “Magher sech”, che operava al dazio di Porta Ticinese; “Peppinet”, cieco da un occhio, notissimo magnaccia… Alcuni di questi personaggi ispirarono abbondantemente i cantastorie menenghini. Quando spuntava “el Dondina”, che avrebbe tenuto testa persino a Francoise Vidocq, il re delle evasioni francese che interruppe la carriera criminale per fare il comandante della brigata della Suretè, che lui stesso era stato incaricato di costituire secondo il principio che un malvivente è un esperto del suo settore e quindi può combatterlo più facilmente, scattavano dunque le “castagnole”, manette, nonostante le suppliche e i giuramenti di non ripetere il “fioco”, l’atto furfantesco.
Cassina de' Pomm
Ma il cavalier Mazza, neppure lui, aveva il dono dell’ubiquità. Ma gli bastava una descrizione sommaria del colpevole per andarlo a cercare ovunque si fosse nascosto, conoscendo tutti i covi e gli angoli malfamati della città. Dondina era dunque il terrore della malandra, anche se non aveva mai mollato un ceffone a qualcuno che lo meritasse. Insomma anche allora le strade pullulavano di ladri, truffatori, ricettatori, assassini, vagabondi che chiedevano l’elemosina e pescavano nelle fisarmoniche, i portafogli … e bazzicavano ricettacoli putridi, pieni di pidocchi, con letti fetidi… Il Berrini si era arricchito ospitando questi elementi e piangeva miseria, anche per non essere importunato da chi cercava un prestito o per non cadere nell’esca di qualche malintenzionato. 

L'uomo del barcone
Altra casa di ringhiera










Il cavalier Mazza agiva in maniera autonoma, nelle sue operazioni non riceveva ordini dai superiori, dei quali si era guadagnato la fiducia. Ma quando questi andarono in pensione o vennero trasferiti, il nuovo “staff” non accettò l’indipendenza di quel sottufficiale che andava e veniva senza rispettare gli orari e senza rendere conto a nessuno. Cominciarono così con imporgli di rivelare i nomi dei suoi “sordi”, informatori. Dondina si rifiutò categoricamente e capì che l’aria era cambiata: non aveva altra soluzione che lasciare il servizio. Gli furono fatti ponti d’oro e lui si mise a riposo. A poco a poco fu quasi dimenticato. Dondina non era ancora nato quando impazzava la Compagnia della Teppa (in dialetto milanese “muschio”): rampolli di famiglie altolocate sopraffatti dalla noia e usi a far bisboccia nei migliori locali. Si riunivano negli antri dalle parti del Castello, dove organizzavano i vari piani, quindi scavallavano per la città e ne combinavano di tutti i colori. Tra le loro imprese, le aggressioni agli innamorati, bastonando lui e sequestrando lei; progettare addirittura beffe al cardinale e alle autorità civili… All’inizio erano mattacchioni che si divertivano alle spalle degli altri, ma poi il loro gioco divenne pesante con crimini veri e propri. Il termine teppista assunse così il significato di delinquente, dappertutto. Non avevano limiti. Non li fermava nessuno. Buttarono impunemente nel naviglio una garitta con la sentinella all’interno e ne fecero una più grossa, in una villa storica, dove convocarono un gruppo di nani, promettendo loro un incontro con molto bene attrezzate “biciclette”, prostitute. Adescarono invece deliziose fanciulle della buona società, che si presentarono vestite elegantemente, ingannate dal biglietto d’invito, che parlava di una serata di gala. Mentre si svolgeva la festa, tra balli e suoni, i nani irruppero nel salone e assalirono le damigelle, che si difesero con soprammobili, sedie e ogni altro oggetto. Spuntarono i coltelli e il quarantotto fu tale da far intervenire la polizia austriaca, che fino a quel momento aveva fatto finta di non vedere e di non sentire. I “goliardi”, come qualcuno li aveva definiti quando infastidivano un passante, soprattutto se anziano, strappandogli il cappello e riducendolo a uno straccio, non vennero mandati alla Malastalla, un vecchio reclusorio milanese dalle parti di via Orefici, demolito successivamente, nell’800; o al “Pollèe”, “casanza”, carcere di via Santa Margherita, ma dovettero indossare la divisa militare e andare altrove, grazie al potere delle loro famiglie. Ma la Compagnia proseguì le sue scorribande, che duravano dal 1816.





















mercoledì 24 aprile 2019

I cinquant’anni della biblioteca di Crispiano



UNA STORIA ILLUSTRE IN UN VOLUME
AFFIDATO ALL’EREDE DEL GRANDE NUNZIO
 


Il Presidente del Senato Spadolini con Schena



Schena fu apprezzato da grandi personaggi,
tra cui Paolo Grassi, Giovanni Spadolini,
Alfredo De Marsico, il Dalai Lama, il Papa. Negli anni ’80 ricevette l’onorificenza, di “Chevalier dans l’ordre des artres et des lettres” dal governo francese e di Grand’Ufficiale al Merito dalla Presidenza della Repubblica italiana. Per
l’Università di Pavia pubblicò a tempo di record
un libro evitato da altri editori per l’urgenza
richiesta, meritando la laurea honoris causa in Lettere.







Franco Presicci - Premio "Vita da Cronista 2015"

“Un giorno dobbiamo andare insieme a Crispiano, a far visita a Michele Annese, direttore della biblioteca ‘Carlo Natale’. Crispiano è una cittadina tranquilla, dove durante la guerra si rifugiavano i tarantini per scampare alle bombe. La biblioteca è straricca di volumi interessantissimi e di documenti riguardanti Eugenio Montale. Nel 1996, il professor Giuseppe Milano, donando la sua collezione di libri e testimonianze sul Poeta vincitore del Premio Nobel, pubblicò su di lui un trattato. “E tu, che sei di Noci, dove vai ogni anno a villeggiare, come lo sai?”.
Il compianto Vito Plantone
“Mio fratello Donato lì è segretario comunale e ad ogni incontro, spesso in campagna da mio cognato Lino, sapendomi interessato a ciò che accade in Puglia, mi fornisce notizie anche sull’attività della biblioteca, che tra l’altro possiede un’emeroteca invidiabile”. Incuriosito, più volte lo sollecitai, quando stavamo lui a Noci e io a Martina tra vigneti gravidi, zolle rosse e coccodè di galline; ma all’ultimo momento un impegno di lavoro lo dirottava. Poi si ammalò e io Annese lo conobbi al funerale. “Verrò un giorno a Crispiano – gli dissi – l’ho promesso a Vito”. E mantenni la parola, con ancora il groppo in gola. Con Vito Plantone avevamo trascorso ore nei suoi uffici di dirigente dei distretti di via Poma e di piazza San Sepolcro, a Milano, quindi, promosso questore, in quelli di Catanzaro, Palermo, Brescia, Livorno… e serate a cena nelle rispettive abitazioni o da Enzo Caracciolo, che fu capo della Squadra Mobile severo e infaticabile, prima di andare in pensione anche lui da questore.
Filippo Alto
Serate allietate da amici cari, immancabili, con la moglie Ada, il pittore cantore della Puglia Filippo Alto, barese trapiantato a Milano. Argomento delle nostre conversazioni spesso la nostra terra. Di Noci Vito era innamorato. Sosteneva che il suo centro storico fosse più bello di quello di Martina, più pulito, più fiorito, più luminoso, più silenzioso; e quando mi invitava, sulla tavola trionfavano le mozzarelle e le salsicce del luogo, oltre alla “‘nduria”, che io non avevo mai neppure assaggiato. Aveva la virtù dell’ospitalità tipicamente pugliese. L’amicizia per lui era sacra. La lealtà un bene inviolabile. E sapeva scherzare, raccontare barzellette. Una sera degli anni ’70 lo sorpresi in un ristorante con la moglie Emma, a gustare le fave con la cicoria. Lo avevo intervistato una sola volta durante una mia inchiesta sulla Milano di notte (lui allora dirigeva la sezione antirapine in questura), m’invitò a sedermi, ordinando per me lo stesso piatto. Quella sera nacque un’amicizia preziosa. Ma mai, dico mai, mi privilegiò nel mio lavoro di cane da tartufo; e io non lo misi mai in imbarazzo con domande indiscrete. Era inflessibile: le notizie, quando poteva senza compromettere le indagini, le distribuiva indiscriminatamente a tutti i cronisti. Aveva lavorato con Mario Nardone, un mito della polizia, e sui fatti passati non scomodava mai i nomi dei protagonisti (“Possono aver cambiato vita, avere figli all’università…”). Quando mi accennò a Crispiano eravamo già come due fratelli. E fu per me una sofferenza andarci da solo. Annese mi ricevette nel suo quartier generale con molta cordialità.
Aprì un armadio e tirò fuori un grosso libro arieggiato con immagini di ulivi, carte topografiche, volti di contadini e massari, sagome di briganti, stalle, cappelle, cortili e facciate di masserie, tra le quali Le Mesole, la Pizzica, la Monti del Duca, le Monache, l’Amastuola, il cui sottosuolo, indagato da esperti dell’ateneo di Amsterdam, ha restituito sopravvivenze archeologiche di grandissimo valore... Lo sfogliai, sorvolando i saggi, che una volta a casa trovai importanti, stimolanti: firmati da Silvia e Michele Annese, Angelo Carmelo Bello, Tony Fumarola, Pasquale Pellegrini, Renato Perrini, Nicola Colucci, Domenico Luccarelli, prefazione del sindaco Francesco Paolo Liuzzi.
Un gioiello, che Annese mi volle regalare, dopo avermi sottolineato che era ”la sintesi di un lavoro di documentazione storico-architettonica delle masserie – durato vent’anni – che ha caratterizzato il territorio con la denominazione di ‘Le cento masserie del territorio di Crispiano’”, che dava il titolo al libro. Informandomi, mi accompagnava in una visita ai diversi locali, tutti con libri ordinati su lunghe mensole e pile di quotidiani e settimanali su un tavolo. Fui colpito da una decina di anziani intenti alla lettura del giornale e da studenti, che impegnati nelle tesi di laurea, trovavano alimento nella biblioteca. Non si sentiva volare una mosca.Due signore, collaboratrici esperte e premurose, in un baleno estraevano i libri richiesti e li consegnavano. Mimino Tagliente e Tonino Palmisano, che tra l’altro suona da maestro la chitarra in un precedente complesso, “Crispianapoli”, catalogavano i nuovi arrivi. Io avevo bisogno di consultare un’opera di Giacinto Peluso, storico della bimare: “Taranto: dall’Isola al Borgo”, che non ero riuscito a reperire altrove, e mi fu subito fornito da Comasia Basta, che insieme a Rina Lofano assicurava i servizi al cittadino.
Mass.Monti del Duca:Donato Plantone
Fui conquistato dalla Biblioteca di Crispiano, che a Michele Annese era costata tanta fatica.“Annese per noi è indispensabile – mi confidò una persona che mi era stata presentata in un bar da Donato Plantone – Pensi che anni fa, vincitore di un concorso, aveva deciso di andarsene al Nord, a Torino, e un gruppetto di concittadini lo raggiunse alla stazione, tirandolo giù dal predellino del treno”, proprio perché si curasse della biblioteca, ancora in embrione. I frutti si videro. In biblioteca lievitavano idee anche originali. Una di queste, libri in condominio: si mandavano titoli direttamente nelle portinerie, negli studi medici, nelle palestre; la gente li leggeva e li restituiva anche in postazioni diverse, dove trovava la possibilità di prendere altri libri. “Tutti onoravano puntualmente l’impegno della restituzione”.

Franco Presicci. Michele Annese
Annese,Alfredo De Lucreziis,Vito Santoro
Si organizzavano corsi di ogni genere, tenuti da specialisti dei vari settori (computer, sartoria, ufficio-stampa, lingue straniere, recupero anni scolastici, strumenti musicali, recitazione, danza, ricamo…); si ospitavano mostre di fotografia e pittura. Si svolgevano letture di poesie, come quella di Giacomo Salvemini (nato a Manfredonia nel ’46, vive a Crispiano), autore tra l’altro di bellissimi versi raccolti in “Via Convertino 10”. Venivano invitati scrittori famosi, come, per esempio, Alberto Bevilacqua, che parlò dei suoi libri, del padre, delle sue origini letterarie, calamitando l’attenzione del folto pubblico nell’atrio della biblioteca, in via Roma 9. E poi ancora Marcello Veneziani, Stefano Zecchi e Folco Quilici; assegnate cittadinanze onorarie a personaggio importanti, come Francesco Paolo Casavola Presidente della Corte Costituzionale, Franco Punzi Presidente del Festival della Valle d’Itria, a mons. Guglielmo Motolese arcivescovo di Taranto ed altri. Da ricordare anche “La biblioteca in vetrina”, curata da Anna Sorn, che non aveva bisogno di pungolare i commercianti, subito impegnati in una gara tra chi montava lo spazio espositivo più scenografico.
Annese impostava spettacoli teatrali, concerti, presentazioni di “bèst sèller” nei cortili delle pregevoli architetture rurali, che per l’occasione si riempivano di spettatori provenienti da Taranto, Bari, Brindisi, Grottaglie, Martina, Ceglie Messapica… Centinaia e centinaia furono quelli che accorsero quando Giuseppe Giacovazzo, già direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, alla Monti Del Duca illustrò “Puglia, il suo cuore”, aggiungendovi particolari sconosciuti risalenti al tempo in cui lui faceva la campagna elettorale per Aldo Moro. In un’altra masseria Annese organizzò una manifestazione con figure in costumi d’epoca calate in lavori scomparsi, “sorvegliati” da briganti con tanto di fucile a tracolla. Su una fila di bancarelle erano allineati manufatti in legno, in pietra o in metallo: primeggiava un don Chisciotte stilizzato, eseguito con maestria autentica da Mimino Miccoli, uno scultore di Statte, che meriterebbe una maggiore considerazione al di fuori dei suoi confini. Alla Pilano andò in scena uno spettacolo con musiche polacche.

Masseria "Le Monache": cucina
Cappella Lupoli: Crocifisso in legno
Cortina: Silvia Laddomada, Michele Annese
Alle Monache fu celebrato il gemellaggio fra Crispiano e la Grecia, con una memorabile esibizione di Vito Santoro, virtuoso della fisarmonica e divertente affabulatore. La biblioteca vantava dunque collaboratori validissimi ed entusiasti, come Anna De Marco e Pina Solito, addette alle visite guidate nel territorio: alla masseria Russoli, dove abitano un centinaio di asini di Martina, razza apprezzata in tutto il mondo; alla Francesca, che tra i suoi cavalli murgesi ospita quello che balla la pizzica…
Proprio la De Marco anni fa mi pilotò alla masseria Lupoli di Luigi Perrone, dotata di una chiesetta con un Cristo in croce sulla sinistra dell’ingresso, e di un ben fornito museo della civiltà contadina. Passando da un salone all’altro, mi veniva in mente Tommaso Nicolò D’Aquino: “tra mirti fresca ombrosa valle/ ergesi a manca un clivo, ed a l’in suso/ di fruttifere ombreggia olive sparte…”. Le iniziative della “C. Natale” contribuivano alla conoscenza di luoghi antichi e attraenti e delle attività che ancora oggi in alcune di loro si sviluppano. Come appunto la Monti Del Duca, che ha, tra l’altro, una scuderia di cavalli imponenti.
Angolo del museo alla Masseria Lupoli
La Biblioteca era un opificio, guidato, ripeto, da Michele Annese dinamico, appassionato, coinvolgente, promotore di cultura. Tanto che quando il sodalizio é entrato crisi, lui e Silvia hanno istituito a Crispiano l’Università del tempo libero e del Sapere, che propone molte occasioni d’incontro. Leggo di una serata dedicata a Dante e di una a Montale, gestite da Silvia, che è professoressa in pensione di lettere, e giornalista. Insomma, questa coppia non riesce a stare mai ferma. Adesso ha affidato alla casa editrice Schena, di Fasano, governata da Angela, figlia di Nunzio, una pubblicazione sui cinquant’anni della biblioteca. Non poteva che essere Schena a fornire i caratteri a questo volume, per la sua storia gloriosa, iniziata con Nunzio, ammirato da grandi personaggi: Giovanni Spadolini, Paolo Grassi, il Dalai Lama, Alfredo De Marsico, avvocato di grido e docente universitario di diritto (nei salotti napoletani le signore commentavano le sue arringhe, di nascosto, perché lui non gradiva), e ministro della Giustizia all’epoca di Mussolini. Schena era stimatissimo anche all’università di Pavia, per la quale aveva stampato a tempo di record un volume evitato da altre case editrici per l’urgenza richiesta. La Grafischena in tutta la sua lunga vita ha dato alla luce migliaia di titoli importanti e giornali creati e confezionati dallo stesso fondatore, che andava da un paese all’altro in bicicletta, a tratti con una mano stretta ad un appiglio della corriera per fare più presto. Un formicone di Puglia, un faro adesso acceso nelle pagine di questo libro, che certamente riceverà molti consensi fra chi ha amato la biblioteca “C. Natale” e Nunzio Schena, a cui Fasano ha giustamente intestato una via. La percorro quando vado alla stazione per accogliere un parente o un amico, e mi commuovo. Due anni fa proprio davanti alla Grafischena si bruciò la frizione della mia macchina e colsi l’occasione per dire ai miei ospiti che oltre quel cancello aveva lasciato le sue tracce l’intelligenza e la laboriosità di un uomo che ha fatto onore alla Puglia e al Paese.









mercoledì 17 aprile 2019

Quando Piero Colaprico faceva la “nera”


RACCONTAVA SCRUPOLOSAMENTE LE IMPRESE E I “BOSS” DELLA MAFIA





Scrive libri gialli di successo e saggi,
pubblicati da case editrici importanti:
Garzanti, Rizzoli, Saggiatore. Cominciò
a scriverli con Pietro Valpreda e con
il maresciallo Binda come protagonista.
Da mesi è caporedattore a Milano del
quotidiano “La Repubblica”.










Franco Presicci

Era quasi mezzanotte e in un ristorante di via Tertulliano, in periferia, conversavo con un amico, che spesso mi soffiava notizie interessanti. E mentre sorseggiavano un bicchiere di bianco di Martina Franca, commentandone l’eleganza, il profumo, il sapore, una telefonata mi segnalò una imponente operazione che polizia e carabinieri insieme, con mezzi blindati, cani-poliziotto, un elicottero, stavano per compiere, alle 5 del mattino, in uno dei più attivi mercati della droga.

Colaprico, Presicci, il questore di Milano
Continuai a parlare con l’amico, un po’ imbarazzato per la presenza di un cameriere, immobile a due passi da noi, stanco e imbronciato, ma attento alle nostre parole, in evidente attesa che si spegnessero le luci. Ogni tanto guardavo l’acquario diventato troppo stretto per i due piccoli coccodrilli che vi abitavano, ricordando la femmina che una volta riuscì a varcare la vasca e a rifugiarsi in cucina. Poi avvertii mia moglie e in macchina andai ad appostarmi in una via vicina a quella dell’imminente irruzione, da dove però potevo vedere l’arrivo delle truppe. Verso le 4 arrivò Piero Colaprico, molto più giovane di me, tenace, ricco di talento, infaticabile. Mi vide, s’infilò nella mia 850 con molta cautela per evitare sospetti da parte di eventuali “sentinelle” e aspettammo l’evento. All’ora prevista spuntarono due “pantere”, seguite da una colonna che sembrava non finire mai. Dagli abitacoli sbucarono gli uomini, agenti e ufficiali, ispettori e commissari, che entrarono negli androni di quelle case screpolate, bussarono alle porte, salirono sui tetti, altri si appostarono in punti strategici, mentre qua e là esplodevano voci rabbiose di uomini sorpresi nel sonno, urli di donne. Frugarono dappertutto, piombarono negli orti, scavarono alla ricerca della “roba”, evidentemente sapendo per controlli eseguiti a distanza in precedenza che sotto le insalate e i pomodori, le zucchine, era nascosto il veleno che veniva fornito ai ragazzi.
L'ispettore Sala, Colaprico, Presicci
Con Piero seguimmo le varie fasi dell’operazione, salimmo anche noi sui terrazzi, vedemmo decine di persone, i polsi bloccati, agitate come animali in trappola; l’elicottero che sorvolava la zona; cordoni di folla contenuta da poliziotti inflessibili. Sollecitammo alcuni abitanti, che la curiosità aveva spinto sulla strada, a raccontarci la vita quotidiana nella zona, ma ricevemmo soltanto silenzi ostinati. Paura o disperazione per il degrado del contesto o tutte e due le cose insieme. L’operazione durò parecchie ore; e quando stava per concludersi, verso mezzogiorno, si presentarono i nostri colleghi, che avevano appreso la notizia alle 11, l’ora in cui di solito ci ritrovavamo nella sala-stampa di via Fatebenefratelli per fare il giro dei vari uffici, tra cui quello del capo della squadra Mobile, che allora era Ermanno Rea. Con Piero ci incontravamo spesso davanti a una banca rapinata o un morto ammazzato. Ricordo la volta in cui erano stati trovati a letto due giovani morti, pieni di sangue, e sul momento non si capiva se fosse stato un omicidio-suicidio o un duplice omicidio.
Colaprico e il prefetto Paolo Scarpis
Notai la meticolosità con cui svolgeva il suo lavoro, l’accortezza con cui faceva domande agli inquilini, ai vicini: domande che non erano mai banali. Ricordo anche il delitto nel centro storico, il 26 gennaio ’88, che a Milano e in Lombardia suscitò clamore, dominando le pagine di cronaca per settimane. Piero e io ci incrociammo e vendemmiammo insieme, portando a casa un buon raccolto. Ricordo la strage di via Selvanesco, il 29 giugno ’84; e il delitto di corso Magenta, il 26 dello stesso mese e dello stesso anno, per il quale qualche giorno dopo andai in aereo a Zurigo, presi alloggio all’hotel Bahnpost, dove avevano arrestato l’autrice del fatto, rientrando 48 ore dopo a Milano in treno, nello stesso vagone riservato alla giovane donna, seduta, con tre poliziotti (due svizzeri e un italiano) di fianco al finestrino con lo sguardo fisso al paesaggio. Milano trasudava di storie di delitti, in quegli anni. Anche uno o due al giorno. E due furono le vittime di una sparatoria in piazzale Susa. Uno fu ucciso in piazza Napoli un pomeriggio, dopo essere appena uscito da san Vittore. Il 18 novembre dell’81, la mattanza di via Delle Rose, al Lorenteggio: quattro uomini uccisi per vendetta dopo una “dura” in una bisca clandestina.
Piero Colaprico e Antonio Velluto
Con Piero abbiamo commentammo spesso quegli episodi: ha una memoria che non fatica a sfornare situazioni, personaggi e date, come quella dell’arresto, il 29 settembre dell’84 in zona Fiera, del re della coca e delle “rondini del fango” o case da gioco clandestine; le catture contemporanee, il 4 aprile dello stesso anno, di un capo delle Br vicino alla stazione Centrale, e di un altro sotto le finestre di un convento di suore; le grandi operazioni, da “Fiori di San Vito”, realizzata dallo Sco (Servizio centrale operativo della polizia), illustrata ai giornalisti dal vice questore Manganelli, che tra l’altro elencò le “doti”, cioè gli incarichi nella ‘ndrangheta o “fibbia”         (“santista”, trequartino, “vangelista”, “sorella d’ omertà”, “mastro di giornata”), i riti d’iniziazione dell’organizzazione criminale, le sue imprese; e la “Nord Sud”. Serio, grande volontà e bravura, leale, quando Piero addentava la notizia la spolpava. Ne ha consumate, di scarpe! Ne ha trascorse, di ore appostato davanti all’abitazione di un “trombettiere” che gli poteva riempire il carniere o in un posto dove poteva sorprendere uno della malandra da intervistare. A volte quelle attese le abbiamo fatte per caso insieme; e insieme abbiamo cercato elementi delle vecchie consorterie criminali, che avevano fatto assalti in banca rimasti nella storia della “nera”; e ancora insieme abbiamo interpellato i parenti di un ragazzo finito nei guai per fatti gravi allo stadio di San Siro. Ero convinto che Piero avrebbe fatto una carriera brillante. Non ha mai avuto la puzza sotto il naso: sempre calmo, sereno, saggio, rispettoso, disponibile, indifferente al collega, quasi vicino alla mia età, che guardava i giovani dall’alto in basso e continuava a tenere banco vantando una superiorità non legittimata.
Colaprico tra il giornalista Zelio Zucchi e lo storico Guido Lopez
Avrebbe dovuto invece prendere lezioni dal giovane pugliese, che non si fermava alle conferenze-stampa, ma indagava per conto suo senza risparmiarsi. Su “Repubblica”, dove oggi è caporedattore nella redazione milanese, pubblicò, in coppia con Oreste Del Buono, un’inchiesta di tre puntate su una famiglia che dettava legge a Quarto Oggiaro e se non ricordo male riuscì a parlare con chi guidava la compagnia. Insomma con il suo impegno faceva rivivere i vecchi tempi, quelli che nell’85 furono ricordati da Gabriele Bensan, che ormai ultraottantenne viveva ad Arco di Trento, rivolgendo spesso il pensiero a Milano, dove aveva lavorato anche al quotidiano “Il Giorno”, vivendo ore di ansia per captare una notizia. Gabriele parlò con me, che stavo rispolverando fatti, protagonisti, ambienti della malavita di un tempo e le fatiche affrontate dai vecchi cronisti per afferrare un particvolare. Erano Arnaldo Giuliani e Fabio Mantica, Salvatore Conoscente e Mario Berticelli, Patrizio Fusar, tanti anni al “Giorno”, Giancarlo Rizza, Falletta, che avrebbero con ragione potuto gloriarsi della stoffa di cui erano fatti e non lo facevano per pudore. Qualche anno fa Piero ha cominciato a scrivere libri di successo assieme a Pietro Valpreda, e con il maresciallo in pensione Pietro Binda come protagonista. 

Colaprico a un convegno
Poi l’anarchico ballerino è morto e Piero ha continuato da solo. Alcuni titoli, tutti di successo: “La nevicata dell’85”, che mise in ginocchio Milano; “Trilogia della città di M.”, “La quinta stagione”; “La donna del campione”; “Mala storie”; “Quattro gocce d’acqua piovana”, edito da Marco Tropea. Ancora: “Il giallo e il nero della vita metropolitana”, dal Saggiatore; “Le cene eleganti” da Feltrinelli; “Kriminalbar”, da Garzanti; “La strategia del gambero”. Ricordo la presentazione di una fatica di Colaprico alla Feltrinelli di piazza Piemonte -presente anche il questore Paolo Scarpis -, in cui il vicedirettore di “Repubblica” Dario Crestodina confidò di non capire dove potesse trovare il tempo di compilare libri un cronista così preso dal lavoro per il giornale. Li ha scritti, il resto importa poco. E ha scritto anche diversi saggi, tra i quali ”Duomo connection”, con Luca Fazzo; “Manager calibro 9 - Vent’anni da malavita a Miano”, anche di questo coautore Fazzo; “Mala storie: il giallo e il nero della malavita metropolitana”, edizione Il Saggiatore; e chissà quante pagine ha nel cassetto in attesa del “labor limae”. Il 4 aprile, in una sala di Corsico, in un incontro sulla legalità, ha raccontato la mafia nell’Hinterland di Milano, mentre la dottoressa Dolci Alessandra, procuratore aggiunto, capo direzione distrettuale antimafia di Milano nel suo intervento, ha invitato a leggere i segnali, quai sono e come capirli. Nato a Putignano – nel Barese - paese posseduto per secoli dai Cavalieri di Malta; noto per il carnevale, dalle origini antiche; le grotte carsiche e la farinella, un cibo tipico del luogo; laurea in giurisprudenza, da sempre a “Repubblica”, dove è stato anche inviato e oggi titolare, fra l’altro, di una rubrica di risposte ai lettori. Quando si occupava prevalentemente di “nera” curava ogni dettaglio, e la lettura dei suoi articoli era sempre piacevole, avvincente. Ricordo a memoria l’attacco di un suo pezzo scritto in occasione della cattura di un esponente rilevante di “Cosa nostra”, eseguita dalla polizia: “Sul tavolo fumava ancora un piatto di spaghetti al pomodoro…”. Oggi Piero Colaprico non segue più la “nera”, ma è impegnato con la stessa energia di un tempo e con la stessa volontà, forse con un po’ di nostalgia per le strade bazzicate e anche per la sveglia che gracchiava alle prime ore del mattino.


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