Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 19 giugno 2019

Ha preso per la gola anche Kissinger


Antonio Marangi


LA BRILLANTE CARRIERA CULINARIA

DEL PUGLIESE ANTONIO MARANGI



Ha cucinato per George Bush e per
Steven Seagal, attore ed esperto in
arti marziali (cintura nera).                                  

E’ stato allievo della scuola alberghiera di
Castellana Grotte ed ha conquistato successi.

Ha lavorato come “chef” nei più
Grandi locali internazionali.











Franco Presicci

Prese per la gola persino Henry Alfred Kissinger, l’uomo politico americano divenuto il più prestigioso portavoce della Casa Bianca e si adoperò per una soluzione pacifica nella guerra contro il Vietnam, ottenendo il premio Nobel della Pace nel ’73. Antonio Marangi, “chef” noto ed apprezzato in tutto il mondo, mi fu presentato da Dino Abbascià, costruttore di un impero commerciale a Milano e “dominus” in tante aziende rilevanti non soltanto milanesi, oltre che vicepresidente dell’Unione Commercianti, in corso Venezia (scomparso da qualche anno).
Dino Abbascià tra il prof. Lenoci e Maura Arlunno
Una sera, durante una manifestazione nella sede dell’associazione pugliesi del capoluogo lombardo, parlando di cibi e di vini, ma soprattutto della storia del nettare di Manduria con Francesco Lenoci e della nostra Martina Franca, così luminosa e così seducente, il docente universitario allora numero due del sodalizio regionale, mi disse: “Ti presenterò un maestro della cucina che sicuramente apprezzerai. E’ un giovanotto di grande esperienza culinaria, famoso e disponibile, dalla parola affascinante”. Lenoci iniziò il suo giro di conferenze in l’Italia, e a far da tramite fu Abbascià, uomo intelligente, generoso, pieno di idee, piacevole parlatore, propulsore dell’associazionismo, lontano dall’abitudine di dire le cose tanto per dirle. Mi fissò l’appuntamento alle 10 del mattino del 15 maggio del 2008, un giovedì, e puntuale, mi presentai a Palazzo Bovara, in corso Venezia 51, dove incontrai Marangi, executive chef, all’AFM Banquetim, una delle aziende leader in Italia nell’ambito del “catering”, tra l’altro responsabile della ristorazione alla Borsa di Milano, alla Terrazza Martini, al circolo dell’Unione del Commercio, in alcune aree dell’autodromo di Monza e in “shoroom” di grandi della moda. Stando seduto dietro un tavolo lungo e largo, un gomito sul ripiano e la mano sotto il mento, aspettava le domande senza mai essere interrotto da uno dei 40 uomini alle sue dipendenze. Ma il telefono era ostinato. Una chiamata dopo l’altra, tutte professionali. Spuntò per un saluto Ruggero Fregonese, “chef” personale di Marina Berlusconi, in procinto di partire per un soggiorno di lavoro in Francia e gli prese una decina di minuti.
Gualtiero Marchesi e Antonio Marangi
Marangi dopo un’ora aveva un appuntamento in piazza della Scala con Gualtiero Marchesi (ritenuto il creatore della nuova cucina italiana), ma non mi dette fretta. (“Ci andiamo insieme, così potremo continuare a parlare tranquillamente”). Non arrivavano voci, nella sala; soltanto aromi: la cucina, che era in un ampio spazio attiguo era un sacrario. Marangi si raccontava, guardandomi fisso negli occhi. Lo interruppe una telefonata dal Giappone, e fu educato ma breve. Lo avvertivano che avevano spedito una spezie da lui ordinata. Mi dette notizie della sostanza, avendo intuito che ero interessato. Da piccolo sognava di diventare asso dei fornelli. E sapeva che avrebbe dovuto studiare parecchio per conquistare quel traguardo. Sapeva anche di avere intelligenza e costanza e che niente lo avrebbe distratto. E grazie alle sue qualità, che gli venivano riconosciute e incoraggiate, anticipò probabilmente qualche tappa. Era ancora giovane quando sfornellò per Kissinger, e per altre alte personalità, tra cui George Bush, Woody Allen, Zubin Metha e per “vip” della finanza internazionale.
Antonio Marangi
Un “curriculum” di tutto rispetto, quello di Antonio Marangi, che riportava in ogni riga un successo: affermazione nei locali più famosi ed eleganti, come “Le Cirque” di New York; secondo cuoco sulla “Sea Princess”, una diva del mare in navigazione in tutto il Pacifico… Poi, sette anni prima del nostro incontro, aveva gettato l’ancora a Palazzo Bovara. “Sono nato da genitori pugliesi a Maracay, in Venezuela, splendida città-giardino; città colta per i suoi teatri importanti, le sue biblioteche, i suoi musei. Quando lo intervistai aveva 40 anni. Alto, aitante, rispettoso, premuroso. Frugava nei ricordi e li riferiva sinteticamente, senza lasciare campo alla retorica. Non si vantava di ciò che aveva realizzato, si esprimeva con naturalezza. “Sono stato ‘chef’ ospite al Festival della cucina italiana nell’esclusivo ’Pacific Club Kovloon’ di Hong Kong, frequentato dai più danarosi e autorevoli esponenti della zona; al Metropolitan Hotel” di Dubai; all’Avana per l’esposizione della nostra gastronomia al Gruppo Palmares…”. A Milano “chef” di partita all’Hotel Gallia di piazza Duca d’Aosta (di fronte alla stazione Centrale), edificio vittoriano per anni sede del mercato del calcio italiano; all’apertura del Carlton Baglioni in via Senato; primo “chef” di cucina allo storico Giannino, i cui tavoli hanno a suo tempo ospitato Tito Schipa, Barbara Hutton, Sarah Churchill, Isa Miranda, l’Aga Khan…
La stazione Centrale
E’ stato secondo “chef executive” allo “Sheraton” di Bari; “chef” ospite per il battesimo del “Gohta Tower Hotel L’incontro” di Gatborg (Svezia); e in diverse stagioni capopartita al “Gallia Palace Hotel” di Prima Ala. Preparatissimo, instancabile. “A ‘Le Cirque’, dove ho accumulato l’esperienza più vasta e completa in una brigata numerosissima e multietnica, di squisiti professionisti, ogni giorno arrivava il ‘top’ dei prodotti da ogni angolo della terra: tartufi grossi quanto patate, nove tipi di caviale… Avevo 24 anni ed ero ‘chef tournant’”. Nelle sue cucine arrivavano prelibatezze sofisticate da ogni parte: da Tokio spiedini di bambù, che servono per la presentazione del cibo a boccone di forma e qualità ricercatissimi. Marangi era contento di vivere a Milano: “una città che adoro”. Palazzo Bovara lo affascina per le sue linee neoclassiche. Vi ebbe dimora Stendhal, tanto innamorato di Milano, delle dame meneghine e dello stesso corso di Porta Orientale che alimentò l’aurora della sua vita. Mentre parlava Marangi sorrideva.
La Lama a Martina Franca
Sergio Escobar e Franco Punzi














E tornava spesso indietro, alle origini: “Giunto in Italia all’età di 11 anni, andai a fare il garzone in una pasticceria di Martina Franca (dev’essere quella con le vetrine dalle parti della Madonna della Sanità e del Foro Boario). Dai 14 ai 17, allievo della scuola alberghiera di Castellana Grotte, in provincia di Bari. Ne uscii con la qualifica di cuoco addetto ai servizi di cucina e pasticceria. Dieci anni dopo ho conseguito la maturità di addetto professionale ai servizi alberghieri e della ristorazione. Durante la scuola a Castellana si muoveva tra le pentole in vari locali per accrescere la pratica. Prese a viaggiare: Toscana, Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria, Veneto… A 19 anni entrò come capopartita nella brigata del notissimo “chef” Angelo Paracucchi al “Royal Monceau”, uno dei luoghi più prestigiosi di Parigi. “Ho avuto come maestro di cucina classica Maurizio Campolonghi, mio grande amico, che mi reclutò a Salsomaggiore al ‘Grand Hotel et de Milan’, ammirevole testimonianza di ‘art decò’, che entusiasmava Ungaretti, Toscanini, Caruso, Pirandello e altri uomini illustri”. Ne ha fatta, di strada, con tanti amici, sparsi in ogni dove, che ricorda con affetto e stima. Tra questi, Mauro Tomasini, “chef” di gran classe, ed Eugenio Medagliani, considerevole esperto a livello mondiale di utensileria per l’arte culinaria. Ricordava anche i “vip” che aveva conosciuto: Steven Seagal, per esempio, attore, campione di arti marziali (cintura nera), musicista, definito in America Latina “La Tortuga” per la sua abilità nei combattimenti, e alcuni di quelli per cui ha cucinato, come George Clooney.
Questa sua carriera brillante non gli ha mai fatto dimenticare la sua Martina, la città dei trulli e del festival, (che è stato presentato dal presidente Franco Punzi e da Sergio Escobar al Piccolo di Milano proprio il 14 maggio, il giorno in cui, nel ’47, il teatro venne fondato da Giorgio Strehler, Paolo Grassi e da sua moglie Nina Vinchi). A Martina torna l’estate, anche per rivedere gli amici, alcuni titolari di una pasticceria, dove confezionano torte eccellenti, attirando una notevole clientela. Ricordo una serata molto affollata nella sua campagna, con grande quantità di piatti e ospiti provenienti da ogni parte della Puglia: Dino Abbascià dalla sua Bisceglie. Io, inesperto di tratturi martinesi, feci fatica a trovare l’indirizzo, e quando finalmente lo individuai chiedendo alla gente che incrociavo, non sapevo dove parcheggiare, e con l’aiuto di alcuni volenterosi riuscii ad incastrarla in una rientranza del muretto a secco. Gli invitati fecero notte, tra suoni e canti, e nessuno aveva l’aria di volersene andare. Sono anni che non sento Francesco Marangi. Di lui non ho neppure notizie. Chissà dove lo ha portato il vento. E la fama. La bravura indiscutibile.

giovedì 13 giugno 2019

Un aquilone vola libero nel cielo - EDIZIONE STRAORDINARIA


Enrico Nascimbeni

E’ DECEDUTO ENRICO NASCIMBENI
GIORNALISTA, POETA, CANTAUTORE







Cominciò la carriera collaborando
con “Il Corriere della Sera”, passò
poi al “Giorno”.

Scrisse canzoni con Roberto Vecchioni, che recensiva le sue poesie sul quotidiano di via Solferino.

Memorabile il suo impegno sociale a favore delle minoranze osteggiate.

Era coraggioso, buono disponibile.

I suoi concerti avevano successo, ebbe premi anche all’estero.



Interprete dei sentimenti dell'Autore e degli affezionati Lettori, pubblico con una edizione straordinaria, in contemporanea con l'articolo dell'amico Luigi Frisoli, la notizia riguardante la grave perdita del grande giornalista Nascimbeni, venuto a mancare improvvisamente all'età di 59 anni. Il direttore. 
Franco Presicci

Oggi, mercoledì 12 giugno, pomeriggio, alle 14.30, vado su Facebook e leggo una bruttissima notizia di Leonardo della Maga: è morto Enrico Nascimbeni, giornalista, scrittore, poeta, cantautore, figlio di Giulio, uno dei mostri sacri del “Corriere della Sera”, tra l’altro biografo di Montale. Le lacrime non mi hanno impedito di aprire il computer e di scrivere, sia pure di getto, un ricordo. Anzi più ricordi, susseguitisi con rapidità, tanto da farmi fare fatica a metterli insieme. Conseguita la laurea in lettere e filosofia, eccolo sulle orme del padre, che lui considerava un esempio, un modello.
Enrico Nascimbeni
Lo amava moltissimo, come si vedeva dalle fotografie che situava su Facebook (lui ragazzino seduto alla scrivania di fronte al grande Giulio, come l’allievo al cospetto del maestro, e in altre immagini che lo riprendevano con la mamma, che non c’era più). Dopo una collaborazione con “Il Corriere della sera”, venne al “Giorno”, già trasferito in piazza Cavour. Aveva 24 anni, era un ragazzo sveglio e tormentato. Quando catturava una notizia scattava, veniva da me e mi chiedeva se ero interessato ad occuparmene. Certo che lo ero, ma gli passavo volentieri il bastone, perché sapevo che era di stoffa buona e che doveva farsi le ossa. Un giorno ammazzarono due malviventi, sparando loro in faccia con un fucile a canne mozze, e mi interrogò con lo sguardo. Lo invitai a precipitarsi sul posto e io stesso telefonai al fotografo e all’autista, per fare più presto. Dopo un’oretta lo raggiunsi e la concorrenza, sempre pronta a malignare: “Non si è fidato, è venuto anche lui”. Era un avvenimento grosso, alle indagini partecipava anche un commissariato competente per territorio, dove io contavo tanti amici, e avrei potuto sapere particolari sulle vittime che magari a Enrico e agli altri non sarebbero stati rivelati. Enrico aveva già fatto una buona vendemmia e io me ne rallegrai. Tornati al giornale si mise subito a scrivere il pezzo, me lo fece leggere e gli dissi: “Bellissimo, dovizia di dettagli, ottima descrizione dell’ambiente e dei personaggi. Devi soltanto togliere la mia firma apposta accanto alla tua”. Insistette e io feci altrettanto. Una sera mi chiamò a casa mortificato: era andato al bar, aperto al primo piano del palazzo fino a notte, due rapinatori avevano fatto irruzione in un’oreficeria e un collega che non si occupava di “nera”, arrivato all’improvviso fuori dal suo turno e trovata deserta la cronaca, saltò in macchina catapultandosi sul posto. Al suo ritorno, Enrico gli regalò una chicca: “Uno dei rapinatori sentendo l’ululato delle volanti ha telefonato alla mamma in Sicilia esprimendole la paura di essere arrestato”.
Presicci con Enrico mentre finge un malore
Quindi Enrico telefonò a me e mi confidò la sua amarezza. “Non te la prendere - lo confortai – hai soltanto sentito il bisogno di andare a bere un caffè. A me è successo di arrivare in ritardo in piazza Filangieri per un’evasione collettiva, il 30 aprile ’80, perché ero a pranzo da un amico. Chi potrà giudicarti male? Un’altra volta andai al giornale verso mezzogiorno e trovai Enrico ad aspettarmi vicino all’ascensore. “Cosa è successo?”. In un negozio di parrucchiere nei pressi di corso Buenos Ayres un tossicomane ha rapinato l’incasso; mentre usciva la nipote del titolare per il terrore ha lanciato uno sgabello, quello si è voltato e ha fatto fuoco, uccidendo il titolare. Ho potuto raccogliere pochi dati perchè la serranda era abbassata e nessuno ha saputo dirmi qualcosa”. “Vuoi che ci andiamo insieme?”. “Mi farebbe piacere”. Davanti alla barbieria c’era un bar affollato. Entrammo e interpellando diversi avventori, che furono prodighi di brani della vita della vittima, che aveva esercitato per molti anni in quella via. Enrico notò una foto incorniciata su una parete; e sollecitando il proprietario, seppe che le persone ritratte, tra le quali c’era anche il parrucchiere, erano clienti assidui del locale (mi pare che giocassero tutti in una squadra di calcio). Enrico gli chiese in prestito il quadro, giurando che l’avrebbe riportato dopo un’ora la massimo: il tempo di andare al giornale, farlo riprodurre dai fotografi e tornare. E anche in quell’occasione scrisse un pezzo ammirevole. Per la mia collaborazione affettuosa mi ricambiò con il titolo di maestro. Mi fu riferito che lo aveva detto anche ai commissari all’esame di stato di giornalismo, affrontato nel ‘95. E ogni tanto lo scriveva su facebook. “Maestro di che, Enrico? Sei bravissimo, simpatico, generoso… Io ho soltanto un po’ di esperienza in più, visto che da anni mi muovo fra delitti, rapine, sequestri di persona, fatti di terrorismo… e ho un buon numero di amici che all’occorrenza mi riservano un occhio di riguardo.
Tanino Gadda e Luisella Seveso
Anche Giancarlo Rizza e Gaetano Gadda, conoscendo il tuo talento, ti darebbero una mano”. Un’altra sera stavo per uscire per andare con mia moglie alla festa del cronista che si svolgeva prima di Natale al circolo della stampa, squillò il telefono. “Franco, soltanto tu mi puoi aiutare. Ho saputo che gli uomini del commissariato…hanno ispezionato un’auto parcheggiata nella via… e vi hanno trovato 60 chili di cocaina (forse eroina, non ricordo). Ho telefonato e il piantone mi ha risposto che gli uffici sono vuoti perché tutti se ne sono andati a casa. La notizia è grossa, credo di averla soltanto io, ma mi manca il tessuto”. Feci un po’ di telefonate, seppi quello che dovevo sapere, lo trasmisi a Enrico, il quale il giorno dopo, aprendo il giornale, rimase demoralizzato: chi aveva realizzato il titolo in prima pagina,  per una svista (dovuta alla fretta con cui spesso si è costretti a lavorare in un quotidiano), aveva attribuito l’operazione alla squadra mobile. Non era una cosa da poco ed Enrico se ne addolorò, pensando alla figuraccia che avrei fatto io con chi mi aveva favorito, dandomi la notizia in esclusiva. 

Il poeta Nascimbeni
Rizza in barca col figlio Sergio
Provava imbarazzo quando qualche sprovveduto gli ricordava di essere il figlio unico di Giulio, che, redattore letterario del quotidiano di via Solferino, intervistò grandi personaggi del secolo, tra cui Marguerire Yourcenar, Pier Paolo Pasolini, Erich Fromm, George Simenon, Jorges Luis Borges, curò “Tuttilibri” per la Rai…. Come sè essere figlio di una penna nobile fosse una colpa. Poi Enrico lasciò “Il Giorno” e assunse l’incarico di capocronista all’”Arena” di Verona, quotidiano in cui il papà aveva iniziato la carriera a soli 16 anni, divenendo capo della terza pagina. Già scriveva libri di poesia, che Roberto Vecchioni recensiva sul “Corriere della Sera“, e canzoni per la voce di cantanti famosi, tra cui Mietta e Francesco Buccini. Su facebook faceva interventi contro gli omofobi, i razzisti, la cattiva politica…Un impegno sociale che svolgeva con coraggio, determinazione, per il quale tra l’altro subì un’aggressione sulla porta di casa da parte di due individui, che, ferendolo, gli urlarono “sporco comunista di m…”. Lavorava intensamente. Intervistò Craxi ad Hammamet, fece reportage a Kabul e nei Balcani; scrisse canzoni anche con Vecchioni, come “L’ultima notte di un vecchio sporcaccione” con lui interpretata al Premio Tenco nel 2003. Partecipava a manifestazioni contro la violenza di ogni tipo e faceva tante altre cose, compresa una collaborazione con “Il Corriere”.
Era nato nel ’59 a Verona (il papà a Sanguineto, dove gli hanno intestato una scuola), viveva a  Milano. Più volte negli anni gli ho telefonato, spesso parlando con Giulio perché lui era impegnato con la musica altrove. Mi chiamò per invitarmi a cena, ma io ero a Martina Franca. L’invito fu rimandato, ma quando rientrai Enrico era fagocitato dai suoi impegni ed era irraggiungibile.
La moglie Pat Vetti ha scritto che era un aquilone. “Ora vola libero e manda a tutti un abbraccio di libertà”. Ma gli aquiloni poi atterrano. Enrico ha compiuto il suo ultimo volo, e non lo vedremo più. Io ho uno scrupolo: non ho mai scritto un articolo su di lui: ragazzo meraviglioso che non aveva remore a stigmatizzare i mali della società in cui viviamo. Altri dicono “Ma chi me la fa fare? Tanto il mondo va a rotoli e non cambia”. Lui no, combatteva, inveiva, spesso con un linguaggio fuori delle righe. Adesso che se n’è andato, a 59 anni, sono tanti, anche su facebook, a salutarlo, a ricordare momenti esaltanti della sua vita: concerti di successo, premi a non finire, tra cui uno importantissimo in Australia... No, non sono stato il suo maestro. Avevo da imparare da lui. Non andrò al suo funerale: Enrico Nascimbeni, giornalista dall’85, uomo generoso e disponibile, schietto, amico sincero, è dentro il mio cuore.










mercoledì 12 giugno 2019

Luigi Frisoli, intelligente e dinamico



Frisoli con il giocatore Coco
COSTRUI’ CON I FRATELLI

LA LOMBARDINA CHE ALLEVO’

CAMPIONI DEL CALCIO


Il Comune di Milano, riconoscendo i suoi

meriti, gli dette l’Ambrogino d’oro e altri

premi importanti. Nato in Capitanata, si 

era trasferito nel capoluogo lombardo, 

dove divenne un personaggio. Amava il

dialogo, era schietto, gentile e generoso.






Franco Presicci
Non ha mai indossato una maglia da calciatore; e non ha mai dato neppure una pedata ad un pallone. Eppure, i campioni, il rettangolo di gioco e l’erba che lo tappezza, gli spalti da cui la domenica esplodono applausi ed incitamenti a squarciagola lo entusiasmavano. Nei suoi ricordi, fra i tanti, restava una parata in porta, effettuata per caso, durante la pausa di un allenamento: la partita era tra ragazzi, che avevano soltanto la volontà di guadagnarsi una vittoria.
Luigi Frisoli
“Sono sempre stato in panchina, affascinato dalle geometrie che venivano disegnate sul campo, da un tiro che violava la rete con la velocità di una saetta. Luigi Frisoli, allora 84 anni, cavaliere al merito della Repubblica, nel febbraio del 2010 mi ricevette nel suo studio alla Lombardina, la società di calcio per aspiranti cannonieri da lui fondata nel ’69 assieme ai fratelli Romeo e Francesco, accogliendomi a braccia aperte. Mi era stato presentato mesi prima in un oratorio dell’Isola Garibaldi, a pochi passi da piazzale Lagosta, e mi era piaciuto per la sua giovialità e la sua schiettezza. Accennò subito alla Lombardina, di cui era presidente, sollecitato da un comune amico che lo frequentava da tempo. Gli promisi una visita nel suo territorio, che diceva essere un elisir di lunga vita, “perché stare con i giovani si campa tanto”, e andai a in un mercatino di cose antiche poco distante che stava per chiudere i battenti. Non feci passare molto tempo: gli telefonai, mi fissò un appuntamento al giorno successivo, ed eccomi dinanzi a lui, nel suo ufficio di via Sbarbaro, pieno di coppe conquistate e di quadri appesi alle pareti, da cui occhieggiava assieme a Fraizzoli, Moratti, Prisco e ad altri famosi dirigenti dell’Inter, la squadra da lui amata. Il suo cuore naturalmente pulsava anche per le sue “nove squadre, dai pulcini agli esordienti della massima serie, 40 bambini della scuola-calcio, accanto all’Inter campus, diretto da Beppe Baresi a cui il nostro club è associato”. Sorrideva amabilmente, orgoglioso della sua creatura. “Se nella mia nidiata c’è un elemento che mostra di possedere le doti necessarie, l’Inter ha la preferenza nel reclutarlo”. Gli chiesi da chi altro fosse affiancato nel suo lavoro quotidiano, che svolgeva con un piacere immenso, e si soffermò sul fratello Francesco, direttore tecnico del sodalizio, e su Egidio Pezzoni, che aveva scoperto autentici talenti, tra cui Calcaterra e Minaudo. “Tutti sono passati da questo spazio. 

La Lombardina
Mi viene spesso in mente, come se fosse ieri, il giorno in cui il Comune ci consegnò l’area di via Enrico Fermi, in zona Niguarda. Facemmo la pulizia, allestimmo i servizi, gli spogliatoi, le docce, il bar, un ristorante dove vengono a sedersi sportivi acclamati, compreso Coco, e altre persone importanti”. Ne ha avute di soddisfazioni Luigi Frisoli, questo foggiano non molto alto, calmo, comprensivo, ricco di amici anche “in alto loco”. “Mi sono nutrito soprattutto di calcio. Quando alla Lombardina è in programma una competizione, io vivo la vigilia come una festa. E festa è con tutti quegli spettatori, grandi e piccini, uomini e donne, che applaudono come forsennati, sperando che i pargoletti diventino goleador”. So che qui sono stati allevati degli assi. “Per esempio, Massimo Brambati, il grande terzino del Torino, arrivato quando aveva soltanto 8 anni”. Nella sua famiglia moglie, figli, generi, nipoti fanno il tifo per la Lombardina? “Sette fratelli, una sorella, tre figli. 3 nipoti, mia moglie Wanda, buona, generosa, intelligente, che m’incoraggia, mi segue, mi apprezza, e tutti gli altri”. Era piacevole conversare con lui. Aveva una memoria inossidabile. Le sue parole erano come le ciliegie: una tira l’altra. Non si aveva bisogno di fargli domande: le anticipava, anche se sapeva ascoltare. Aveva pazienza. Non gli importava se le ore passavano e lui aveva lettere da scrivere, telefonate da fare. Tutto poteva aspettare se c’era un ospite curioso di conoscere meglio il frutto della sua laboriosità e della sua intelligenza. “Grande è la gioia di stare con un amico, perché, se mi permetti, io ti considero tale. Parlare con un giornalista può essere pericoloso, ma con te vado sul sicuro, già la prima volta ho capito chi sei: hai sensibilità, comprensione, sei interessato alla gente che costruisce, e io con i miei fratelli ho costruito la Lombardina. 

Luigino Frisoli
Me lo ha riconosciuto anche il Comune, che mi ha premiato con l’Ambrogino d’oro” per gli anni passati ad alimentare lo sport in questa organizzazione, fabbrica di giocolieri del pallone, contesi da squadre rilevanti. Anche Coco ha fatto qui il provino per entrare nell’Inter. Venne soffiato dal Milan, ma ci ripensò e tornò a casa”. Io non m’intendo di calcio: nella mia vita ho visto da ragazzo sì e no scampoli di partite le volte che il l’Arsenal-Taranto vinceva e aprivano le porte agli squattrinati che restavano fuori. Ho assistito a una rovesciata di Bagigalupo (se non ricordo male era proprio lui), che mi apparve una spettacolare acrobazia da circo equestre. Eppure, quando qualcuno mi parla di volate da un palo all’altro, di giocate sull’uomo, di trame offensive mi cattura”. Frisoli (“Luigi”: mi corresse), continuiamo con la Lombardina. “Nel ’68, Mario Festa, un uomo tutto cervello, ebbe l’idea di una società di calcio giovanile. Ne parlò con me e con i miei fratelli Romeo, che era suo genero, e Francesco, e non avemmo esitazioni. Eravamo al bar “Il Giardinetto” di via Maloia, uno dei tanti locali in cui gruppi di sportivi s’incontravano e discutevano di finte, sforbiciate e ribattute. L’anno dopo realizzammo il nostro sodalizio, dopo aver ottenuto il terreno dal Comune grazie all’assessore Gianfranco Crespi, che, va detto, concretizzò tante opere, compresa la piscina Scarioni”.
La via della Lombardina

Quindi la Lombardina ha festeggiato i 40 anni di vita? “Proprio così. L’abbiamo messa in piedi con tanto impegno e con le nostre forze; ed è per noi una gioia vedere tanti ragazzi agganciare la palla, svirgolare, duellare, bombardare la porta. Quando cominciammo a recintare e ad allestire i muri dei vari locali c’erano già due grosse società: la Folgore e la Niguardese, che c’è ancora, e noi andammo a pescare assi all’Isola. Quindi ci distribuimmo i compiti: io tenevo i contatti con gli enti, Romeo era il direttore generale e Francesco, che aveva giocato nella Baranzatese, il tecnico. Partimmo con le prime squadre di ragazzi di 14-15 anni, che al primo campionato si aggiudicarono la vittoria, e una Terza categoria di giovani oltre i 20. Istituimmo la scuola-calcio per i bambini fino agli 8 anni, facendo seguire Pulcini, Esordienti, Allievi, Juniores, under 21. Io ero presidente anche del convitto Achille Ricci, di fianco a noi, e proposi a Sandro Mazzola di acquistare lo spazio attorno. Accettò e sorse l’Inter Campus, intitolato a Giacinto Facchetti, dove si coltivavano, come da noi, le speranze del club nerazzurro”. Insomma la Lombardina è nido, palestra, fucina. “Tutto questo. E ci viene riconosciuto. 

Luigi Frisoli
Nelle occasioni solenni sono sempre presenti l’assessore Crespi, i sindaci Aniasi, Tognoli e altre personalità”. Avete sfornato diversi campioni. “Uno di questi, ripeto, Massimo Brambati”. Senti, presidente… M’interruppe garbatamente: ”Devo precisare: io oggi sono il presidente onorario. Quello effettivo è l’ingegner Massimo Cabrele” (suo genero). L’Inter vi ha dato fiducia e prestigio. “Certo. Sul nostro campo principale giocano tre squadre dell’F.C. Internazionale: i Giovanissimi nazionali, i Giovanissimi regionali e gli Allievi regionali. La Primavera su quello limitrofo”. Tu ti sei mai cimentato? Così, tanto per provare. Hai tirato qualche volta una pedata alla sfera di cuoio?”. “Mai”. Cambiamo argomento: Qual era la tua professione? “Nel ’47 cominciai a lavorare all’informazione medica di un’industria farmaceutica, dove in seguito diventai direttore commerciale”. Com’era allora Milano? “Circolavano molte bici, pochissime auto e pochi motorini. Io andavo su una Vespa neonata”. Ti piaceva Milano? “Mi piace anche adesso. E’ ospitale, industriosa, con angoli bellissimi. Penso al Naviglio Grande e ai mestieri che accoglieva nei cortili delle sue case: diciamo, vicolo dei Lavandai, dove avevano lo studio Aldo Cortina e Guido Beruzzi, Sarik e tanti altri”. Ricordi di quegli anni? Il ’47, per esempio. “Nacque il Piccolo Teatro; Remigio Paone, impresario teatrale geniale, prese in mano il Teatro Nuovo; in consiglio comunale si discuteva dell’aumento del prezzo del biglietto del tram; al Giro d’Italia vinse Fausto Coppi; caddero 20 centimetri di neve; i pendolari erano 200mila; la città pullulava d’idiomi; sorgevano nuovi palazzi; all’Excelsior si rappresentava ‘Piccoli borghesi’, di Gorkji; gli abitanti erano un milione e settecentomila…”. E la gente? “Era più disponibile”. Luigi Frisoli è scomparso qualche anno fa, e quando passo davanti alla Lombardina, famosa in tutta Milano, e non solo mi prende la malinconia. Se è giorno di partita e gli spalti come sempre formicolano di appassionati, penso che lui, lassù, è felice.













mercoledì 5 giugno 2019

Si conosce il mondo andando su due ruote


Alessandra Scolari
LA BICI NON E’ SOLO MEZZO DI TRASPORTO

MA LIBERTA’, PASSIONE, SOGNO, FELICITA’


La professoressa Alessandra Scolari pedala

dalle elementari. 

A 64 anni continua i suoi

giri in Italia e fuori. 

Racconta con dolcezza 

paesi, città, borgate, monumenti, riserve

naturali, cascine, strade

e le sue prossime mete.




Franco Presicci

Quando la professoressa di matematica e scienze, Alessandra Scolari, 64 anni, ha raggiunto l’età della pensione, l’ultimo giorno gli alunni della sua classe nella scuola melia le hanno regalato un libro sulla storia della bicicletta, riempiendo la prima pagina bianca di firme; e lo hanno accompagnato con una caricatura elaborata da uno di loro. 


Alessandra Scolari
Una testimonianza di stima e di affetto, di riconoscenza per averli aiutati a crescere. Sapevano che la docente amava cavalcare le due ruote tra salite e discese, terreni impervi ed asfaltati, paesaggi che incantano, sentieri che tagliano campagne costellate di papaveri e margherite, qua e là popolate di architetture rurali, ancora pulsanti del lavoro contadino; e l’autore l’aveva ritratta con la sua bici. La bicicletta è libertà, passione, gioia, festa, sport; porta il sole negli occhi, ti fa divorare la strada. Chi l’ha vista una volta, quell’immagine de “La Domenica del Corriere” del maggio 1905 con una folla di ciclisti pronti a partire dall’arco del Sempione per festeggiare a Milano l’anniversario del Touring Club, non la dimentica facilmente. Non sono incorniciati, ma a godersi lo spettacolo ci saranno state trecento mila persone.

Era domenica 28. La bicicletta ha una storia lunga e storie avvincenti.
Caricatura eseguita dagli allievi
La bici è avventura, bisogno di evadere, di respirare a pieni polmoni laddove non ti aggredisce lo smog, non ti ossessiona la folla, non ti coinvolge la fretta di arrivare chissà dove, tipica dei meneghini. La bici è stata complice di momenti d’amore, ha ispirato canzoni; è stata protagonista di film divertenti o amari: “Bellezze in bicicletta” con Silvana Pampanini, Renato Rascel, Delia Scala, Peppino De Filippo, Aroldo Tieri, Carlo Croccolo; “Ladri di Biciclette”, di Vittorio De Sica, toccante, con Lamberto Maggiorani, del ’48. Il compianto Ugo Ronfani, vicedirettore del quotidiano “Il Giorno”, una quarantina di anni fa, partecipando a un Premio sulla bicicletta - istituito dall’associazione del settore – in cui conquistò il secondo posto, scrisse una pagina preziosa ricordando, nelle prime righe, che la rivoluzione cinese era stata fatta cavalcando le due ruote. Aggiungo che I contadini raggiungevano i poderi lontani dal paese su vecchi trabiccoli; gli operai le fabbriche (donne e uomini); Padre Matteo (al secolo Terence Hill), nello sceneggiato tivù a lui intitolato va a ruota libera per le strade di Gubbio. La bicicletta trionfava sulle vecchie cartoline illustrate e su manifesti pubblicitari della Prinetti & Stucchi, della Maino… La Civica Raccolta Bertarelli custodisce, fra i tantssimi, un esemplare con un elefante che pedala su un cartellone e un altro con due innamorati che negli anni 40 si baciano castamente su un tandem. Oggi molta gente, per andare al lavoro, lascia l’auto in garage e inforca, se può, la bici, facendo lo slalom tra le cilindrate che sputano gas. Gli appassionati della gita domenicale in sella si moltiplicano. 

Ciclisti lungo il naviglio
E’ facile vederli, sparsi o a frotte, lungo le sponde del Naviglio Grande, il Ticinello, tra cascine, castelli, ville, prati ingioiellati, mentre il vaporetto fende l’acqua del canale e spumeggia dietro di sè. Sono di fronte alla professoressa Scolari, così dolce, così bella, che mi parla tranquilla, senza enfasi, delle sue “fughe”. Ogni tanto interpella il telefonino alla ricerca di un po’ di foto da farmi vedere e snocciola la sua biografia: “Sono nata per caso a Sanremo, sono stata 12 anni a Varese, poi sempre a Milano, con molta parte dell’anno a Marchirolo, centro a metà fra il lago Maggiore e il lago di Lugano. Lì vado spesso in bici, in montagna, fra tornanti e salite”. Chissà che fatica. “Macchè, amo le salite: farle è una condizione mentale. Nella bella stagione corro su quel cavallo meccanico almeno tre volte la settimana... “Adoro la mia ‘Mountain bike’”.

Cascina lungo il naviglio
La vocazione per la bicicletta l’ha colta quand’era bambina. “Dopo gli esami di quinta elementare volli in regalo una ‘Graziella’. Percorrevo tutto l’ampio cortile del caseggiato costruito da papà, ingegnere. Facevo il girotondo con gli amichetti e con gli altri bambini”. Organizzava il trenino: lei davanti in sella e cinque o sei sui pattini alle sue spalle. Con la bici andava all’oratorio, alla fattoria, dove muggivano i bovini e i galli, superbi e dominatori, corteggiavano le galline, che se la davano a gambe; sfiorava i prati e i terreni coltivati a foraggio per le bestie. “Che sofferenza per il nostro trasferimento a Milano, al Carrobbio”.. Dove ai tempi che furono sorgeva la famosa “Osteria dei Tre Scanni”, frequentata dal più grande comico del teatro milanese, Edoardo Ferravilla, morto nel 1916. “Lì non c’era la possibilità di giocare fuori, di vivere la campagna. 

Alessandra Scolari
Firme sul libro
I miei genitori mi hanno dato il permesso di prendere la bici quando facevo il liceo scientifico ‘Leonardo da Vinci’, vicino al Palazzo di Giustizia”. Poi ha cominciato ad affrontare itinerari più lunghi. “Non seguivo gli amici che facevano mille chilometri in macchina per andare in Sicilia. Ho messo un annuncio su ‘Secondamano’ per trovare amici disposti a pedalare con me verso i Paesi del Nord. Abbiamo attraversato un po’ l’Alta Italia, quindi via per la Norvegia, la Svezia... Ci siamo prima allenati... Al ritorno abbiamo pedalato sul lago d’Iseo, sulle rive del Po, del lago di Garda, del lago Maggiore”. Ogni tanto si fermavano per scattare foto al panorama, agli uccelli che planavano sull’erba o che attraversavano il cielo… In bici si apprezza di più la ricchezza della natura, la si gode di più, la si assorbe con felicità. La bici appartiene alla vita di chi la cavalca. Se la si appende al chiodo, si avverte che un’epoca è finita; e arriva la nostalgia. Un ottantenne pedalava ogni mattina alle 8 fino al Parco Nord, a Milano, e trasformava gli alberi morti in sculture: un alpino, un coccodrillo… Lo fermarono non le gambe, ma i vandali, che di notte frustavano le sue opere o se le portavano via. La stagione della bici non tramonta. Pedalando, osservi le perle create dall’uomo o da Dio e t’inebri. “Sostavamo davanti alle cascine, alle riserve naturali, alle chiese, ai monumenti… La pianura padana è strapiena di ricordi storici, di abbazie… Abbiamo anche pedalato sulla via Francigena da Milano a Sarzana”. L’amore per la bici indusse Alessandra, quando insegnava, a proporre ai suoi ragazzi di seconda una gita da Pavia a una fattoria di Zerbolò, che li ha ospitati per due notti. “Abbiamo fatto Milano-Pavia in treno, quindi il resto del percorso in sella, con visita alla città, alla Certosa... Un ragazzo non sapeva andare in bici e se ne vergognava. Ma ha trovato il coraggio di rimediare: ha imparato abbastanza per poterci seguire al Parco del Ticino”. Anch’io amo la bici, anche se viaggio in tram o in autobus. E a volte mi vengono in mente i quadri di Man Rey, di Segal, di Mario Schifano; le scene di un film della Rai, “Girotondo Show”, con cinque cantanti sulla stessa bici. Penso alla geometria di questo mezzo di locomozione affascinante. Lo “ricostruisco” pezzo per pezzo nella memoria (ci giocavo da marmocchio): la pedivella, la dinamo, la forcella, il mozzo… Lo rivedo, il mio ferrovecchio, e mi prende la voglia di tornare a filare, le mani strette sul manubrio. Ma l’energia appartiene al passato. “ La bici è anche meditazione, riflessione”. Curiosità. Ci sali, a volte senza sapere dove andare, e lei ti porta, leggera. Senza farti sentire Bartali o Girardengo.

Alessandra Scolari, in montagna
Non ce n’è bisogno, anche se qualcuno aspetta il Giro d’Italia, vi si accoda per vivere un momento più esaltante. La bici è bellezza, ti fa sentire giovane, mentre voli verso una città, un paese, un borgo per scoprire gli aspetti sconosciuti, la vita quotidiana della gente. ”Ho visto Policoro, in Basilicata, luogo splendido e riposante, interessante per il museo nazionale archeologico della Sirtide, gli uccelli migratori in sosta, le fragole… Ho visto Matera, ammirando i calanchi, i Sassi, un presepe naturale, noto in tutto il mondo; la cattedrale del XIII secolo... Eletta dall’Unesco patrimonio dell’umanità, fu visitata da Giovanni Paolo II nell’aprile del ’91. Secondo Enrico Caracciolo “Matera è città dell’uomo. Nessuna città come questa racconta lo stretto legame nel tempo fra uomo e territorio. Dall’età della pietra a oggi questo luogo è stato continuamente vissuto e abitato”. Raggiungere Matera in bici è un’emozione irripetibile. “La Basilicata è stupenda, con una diversità di colori e di profumi, con i suoi boschi, i faggeti… Le salite le ho trovate ripide, mentre quello che affronto nelle nostre montagne sono più dolci, come le strade militari della linea Cadorna. In Basilicata ho visto ampie estensioni di terra ben modulata lasciate a prati punteggiati di giallo, di rosso….  I cani dei pastori liberi per i ciclisti sono un pericolo, per difendere il gregge”. Dov’è stata ancora? “In Normandia, Bretagna, Borgogna, Alsazia-Lorena: in pullman che trasporta un carrello per le bici e poi pedalando per 100 chilometri”. Ma Alessandra Scolari cammina anche. E tanto. Fa riposare le due ruote e compie lunghe passeggiate. “Mi sono inoltrata sul cammino di Santiago, sul cammino portoghese…, assorbendo l’aria pura, ristoratrice”. Maratone solitarie e in comitiva. “Una volta in pensione, con un collega ho fatto il giro della Sardegna. In bici; quest’anno si aggrega un altro collega che va in pensione il primo settembre e andremo da Milano a Reggio Calabria. Sempre in bici”. E pensa al Salento, a Galatina, dove visiterà la chiesa di Santa Caterina di Alessandria, fatta erigere da Raimondello Del Balzo-Orsini, la più bella del Mezzogiorno. A Gallipoli, dal greco “città bella”, abbracciata dal mare limpido, con il profumo di pesce che inonda le sue piccole strade. Pensa a Lecce e al suo barocco, ricamo di pietra, trionfo di fantasia. A Maglie, dove nacque Aldo Moro; a Santa Maria di Leuca, punto d’incontro tra lo Jonio e l’Adriatico (l’estate in quel paradiso è più lunga che altrove). La bici è cultura. La bici è sogno. In sella, ogni giorno è diverso dal precedente. Con il vento in faccia si assapora la felicità. E’ così, Alessandra? Lei con la mente è già su nuove strade.








mercoledì 29 maggio 2019

Appuntamento ogni domenica in via Armorari

            Esposizione di figurine liebig di Roberto Fontana in via Armorari
NELLE FIGURINE DELLA LIEBIG

SCORRE LA STORIA DEL MONDO


Per realizzarle s’impegnarono artisti di alto livello, che non firmavano per il timore di perdere prestigio.

Splendidi anche i pezzi di “Bon Marchè”,             i magazzini fondati da Aristide Boucicaut.

Le figurine erano un veicolo pubblicitario che faceva sognare..









Franco Presicci   


L’apripista delle figurine e di altri stampati e quindi delle raccolte nel settore, fu Luigi Senefelder, di Praga, autore poco fortunato – parola di Massimo Alberini, autore tra l’altro, del volume “Collezionismo minore”, edito nel 1984 - convinto che “il procedimento di incisione all’acquaforte, su lastra di rame, può essere trasferito su pietra levigata che contrariamente al metallo non viene corrosa dall’inchiostro e consente la tiratura di migliaia, e non più di qualche decina, di esemplari. Fu la nascita della litografia … e della stampa a molti colori…”. 
Brera
Nel 1800 Senefelder si guadagnò l’incarico di direttore della stamperia reale di Prussia; e il litografo Engelmann, nel 1839, attuando quella scoperta, avviò la produzione in cromolitografia, battezzando quelle figure che dai collezionisti furono chiamate “cromo”. In seguito si svilupparono altri sistemi e il mondo delle figurine si allargò, facendo aumentare il numero degli appassionati. Per le figurine cominciò il successo. I Magazzini “Bon Mercihè”, fondati da Aristide Boucicaut, con quei quadretti, coinvolse i bambini e gli adulti prima con i “souvenirs” delle esposizioni universali, iniziando da quella di Parigi del 1889 e continuando con la storia dell’auto, i primi aeroplani, la moda, la visita dello zar, nel 1893, nella capitale francese...
Copertina figurine liebig



Brillante la sorte delle figurine Liebig, dal nome di Justus von Liebig (1802-1873), due cattedre universitarie e parecchie conquiste nel settore della chimica alimentare. Molti collezionisti assunsero una notevole importanza. Tra questi, il nostro Giancarlo Saccone. Nel febbraio del 2008 m’intrattenni un paio d’ore con Roberto Fontana, che operava in questo ambiente da quarant’anni. Lo incontrai in via Armorari (un tempo popolata da laboratori di valenti armaioli, tutelati, con i loro collaboratori, garzoni compresi, da un paratico, che tra l’altro imponeva loro una disciplina severa), dove ogni domenica mattina si svolge il mercato di ogni tipo di collezionismo, dai francobolli alle stampe antiche, alle cartoline d’epoca, alle medaglie, alle monete … Fontana si raccontò volentieri. ”A diciassette anni presi a cercare francobolli e fumetti. Per il piacere di classificare, ordinare, conservare”.
Roberto Fontana, collezionista figurine
Piazza Duomo nel dipinto di Corvaja
















Poi passò alle figurine, catturato ben presto dalle Liebig, e vi si dedicò con fedeltà assoluta. “Mi piacevano le immagini, una miriade: i fiori, gli attori del cinema, le ville d’Italia, le montagne, le manovre estive dell’esercito italiano, i costumi regionali, la coltivazione del tè e del caffè, le guerre, i monumenti, lo sport, i dinosauri, i segni dello zodiaco, i rifugi alpini, il canale di Suez, la guerra di Troia, le grandi battaglie, i personaggi celebri dell’antichità: con informazioni, sul retro, riguardanti il soggetto …”. Per esempio, la figurina dedicata a Cortina d’Ampezzo spiegava che le bellezze naturali di questo paradiso ‘devono la loro notorietà in gran parte anche agli impianti di funivia, come la Cortina-Poco, aperta nel 1926 e rinnovata trent’anni dopo per le Olimpiadi invernali; e la funivia di Faloria, data di nascita il ’39, altra considerevole finestra spalancata su un meraviglioso panorama”. Una figurina del 1910 commemorava i 50 anni della spedizione del Mille; una del 1912 la guerra italo-turca, un’altra ancora, del 1907, le rivoluzioni del XX secolo. Oltre 1800 temi, secondo l’autorevole catalogo Sanguinetti. Roberto Fontana ricordava, con entusiasmo e con grande competenza, questo tipo di collezionismo: “Un’enciclopedia a colori, dove la gente poteva anche imparare la storia, la geografia, conoscere gli angoli più suggestivi dello Stivale…”. E tanti infatti le ebbero come scuola. “A quei tempi i ‘mass media’ scarseggiavano, il piccolo schermo era di là da venire, e questi preziosi cartoncini, che parlavano in diverse lingue, compreso il russo, furono anche un veicolo pubblicitario efficacissimo. La cromolitografia per eccellenza era la Liebig. Portava un nome rilevantissimo, come detto quello del barone Justus von Liebig, a cui si deve il famoso estratto di carne. Un ingegnere inglese, nel 1862, ebbe l’idea di sfruttare quella ricetta e inaugurò una fabbrica in Uruguay, con ufficio ‘marketing’ a Parigi, città dalla quale ebbe inizio la suggestiva vicenda delle figurine Liebig”. Se ne innamorò subito, con fedeltà assoluta. ”Le osservavo quasi incantato: i fiori, gli attori del cinema, le ville d’Italia, le montagne, le manovre estive dell’esercito, i monumenti, lo sport, i segni dello zodiaco...
Via Dante da piazza Cordusio
Una del 1910 commemorava i cinquant’anni della spedizione dei Mille; un’altra, del 1912, la guerra italo-turca; un’altra ancora del 1907, le rivoluzioni del XX secolo. Oltre 1.800 temi, secondo l’autorevole catalogo Sanguinetti. Fontana, pacato, quasi sottovoce, espressione severa, sfornava notizie su notizie: “Il fenomeno stimolò molti editori. Decenni dopo nacquero i concorsi a premio, che coinvolsero schiere di persone; e il “Feroce Saladino”, che nel 1937 sfociò in un film interpretato dal simpaticissimo attore catanese Angelo Musco (figlio di un umile bottegaio, s’impegnò nel teatro a sedici anni con l’Opera dei Pupi”, affrontò il varietà, facendosi sempre più apprezzare, tanto che l’autore drammatico Nino Martoglio scrisse per lui “San Giovanni decollato”, il critico teatrale Renato Simoni lo esaltò e Luigi Pirandello gli affidò “Pensaci Giacomino”, Liolà… il successo a Milano con “Il paraninfo” di Capuana, ”… morì nel capoluogo lombardo nel ’37). Le figurine dunque furoreggiarono: esibendone un esemplare si poteva entrare al cinema senza passare dalla cassa. Sotto i portici di piazza Santa Redegonda a Milano si accalcavano centinaia di persone in cerca dei pezzi più particolari, rari, che oggi possono avere un valore di migliaia di euro. E’ stata un’avventura appassionante, quella delle figurine Liebig – commenta Fontana - Iniziata nel 1872, s’interruppe nel 1975 (all’estero tredici anni prima), riprese nel 1998, per terminare nel 2001 con la serie contrassegnata dal numero 1878. “Sono state emesse – parola del catalogo Sanguinetti – 1.871 serie, ogni serie, salva qualche eccezione, composta di sei pezzi.
Via Armorari
In tutto oltre 11 mila figurine solo nella nostra lingua”. Di questi esemplari – continuò – colpivano le vedute, il colore, il disegno, dovuti alla penna di artisti illustri, che non firmavano nonostante dessero vita a opere di autentica bellezza. Il motivo? Il timore di vedere calare il proprio prestigio. Fontana passava ore e ore a sfogliare gli album. Gli domandai quante serie possedesse: “Circa 1.800 e 20 mila figurine di altri tipi. Le apprezzano dai 40 anni in su. Io a 15 anni spendevo la paghetta per acquistare francobolli, mia figlia non ci pensa nemmeno”. E’ gelosissimo del suo patrimonio. “Non permetto che si tocchino le mie minuscole stampe. Sono piccoli gioielli, le Liebig”. Fontana ha un banchetto per lo scambio dei doppioni al mercatino di via Armorari, vicino a piazza Cordusio. Mi disse che conosceva quassi tutti i patiti che vi si riversavano. “Ci sono 200 tavoli, tutte le domeniche, già alle 9.30, qui si forma una folla di veri appassionati. Gente che chiede informazioni sulle date, sui contesti, sulle case editrici…”. Fontana ha risposte per tutti. Come fa Mauro Ferrari, con postazione di fianco, ricca di cartoline d’epoca, altri cartoncini meravigliosi, “viaggiati” e non. Qualcuno si mostra più erudito e intavola conversazioni sulla storia delle figurine, descrivendo quelle dette del cioccolato e quelle di una ditta di caffè.
La galleria
“Non va dimenticato – interruppe un signore alto e sottile, una nevicata sulla testa, gentile, gli occhiali alla Cavour - il filone delle figurine Perugina, alle quali appartiene il ‘Feroce Saladino’”. In via Armorari si danno appuntamento anche i milanesi lontani mille miglia dal collezionismo: sono spinti dalla curiosità o dal desiderio di godersi un po’ l’atmosfera di una storica via a due passi dal Duomo. “Mi piace andare da un banco all’altro – diceva un tale dal marcato accento barese, vestito elegantemente – e ascoltare i discorsi che s’intrecciano. Ho sentito parlare di raccolte di bottoni, sassi, scatole di fiammiferi, fascicoli di Topolino, manifesti pubblicitari, cartoline tranviarie, etichette d’acqua minerale… E ho voluto incrociare qualcuno di questi personaggi che devono avere tanto spazio a disposizione per potervi collocare tutti quei pezzi che in un’abitazione normale creano sicuramente qualche problema”. Intervenne un altro visitatore disinteressato, affermando “che gli oggetti elencati facevano parte, certamente non di un collezionismo di alto livello artistico, come i trenini, i grammofoni, con tromba o senza, le radio dei tempi del regime; ma di un collezionismo minore”, che comunque richiede la sua parte di tempo e anche di esperienza. ”A parte il piacere di tenere cose ambite, come contenitori di birra, magati di latta, giocattoli di una volta legati all’infanzia, conchiglie e via dicendo”. Proprio l’altra sera un mio amico che raccoglie di tutto ha acquistato vecchi calendari delle dimensioni anche 50 per 70 con figure che ti lasciano di stucco. Li ha aggiunti a libri antichi, fascette per sigari, menù, soldatini di carta…









mercoledì 22 maggio 2019

Una notte su una motovedetta della Guardia di Finanza


A CACCIA DEI CONTRABBANDIERI
DI ARMI E SOSTANZE STUPEFACENTI
Trent’anni fa sul “Nuziale”, un natante
veloce e sofisticato. I racconti del capitano
Gustavo Ferrone e i ricordi del cronista. I
trucchi per sfuggire alla trappola delle
“Fiamme gialle”. Gli affari da capogiro e
le alleanze fra clan.


Franco Presicci

La mia insaziabile curiosità mi portò una notte del settembre 1987 sul “Nuziale”, un guardacoste della Guardia di Finanza veloce e sofisticato. Mi eccitava il pensiero di seguire le “Fiamme gialle” che andavano a caccia delle imbarcazioni dei contrabbandieri di armi e di droga. E, ottenute le necessarie autorizzazioni dal comando generale del corpo a Roma, per due o tre sere telefonai al colonnello, trasferito da Milano come comandante del quartiere generale di Bari, che m’invitava ad avere pazienza perché il mare era in tu
Imbarcazione in dotazione alla Guardia di Finanza
multo. Alla fine gli dissi amichevolmente (lo avevo conosciuto frequentando come cronista de “Il Giorno” il Nucleo di polizia tributaria di via Fabio Filzi, che, se l’equipaggio usciva ugualmente, io potevo essere della
partita. Ed eccomi a bordo assieme a un capitano ventisettenne, Gustavo Ferrone, simpatico, intelligente, esperto, di Formia, che non si curava dei cavalloni e degli schiaffoni d’acqua che aggredivano il motoscafo. Improvvisamente sentii il rombo di un piccolo elicottero che ci sorvolava a un metro dalla poppa, a cinque o sei d’altezza, con funzione di scorta temporanea; come l’altro guardacoste al seguito, il “Drago”, 50 miglia orarie, due motori Isotta Fraschini da 350 cavalli l’uno, lunghezza 12 metri. Il capitano: “Adesso ce ne stiamo seduti qui e alle 23 gusteremo un bel piatto di spaghetti con il sugo preparato da…”. Non ricordo il nome del ”cuoco”, sicuramente abile non soltanto nell’arte culinaria. Gli “spalloni” sapevano che le “fiamme gialle”, nonostante la furia del tempo, erano uscite, come del resto avevano fatto loro. “E’ probabile che ci vada bene. Quelli ricorrono a mille espedienti per evitarci”.
Festa della G.F.-In prima fila a destra,Lorenzo Reali












Si ballava, ciononostante ero molto attento alle parole di Ferrone: “Il contrabbando è molto attivo in Puglia, e viene svolto con motoscafi che per ragioni di autonomia battono i litorali di Brindisi, Ostuni, Bari. E hanno anche on motopescherecci che tendono a mimetizzarsi tra quelli dei pescatori che operano nel basso e medio Adriatico, il tratto di costa a nord di Barletta e l’intero litorale garganico”. L’ufficiale proseguì: “Negli ultimi anni è stata notata una vasta collaborazione tra le organizzazioni locali ed elementi dell’area napoletana, che oltre ad assicurare un supporto logistico con la fornitura di sempre nuovi natanti provvedono a smistare i carichi nei luoghi di consumo. Ed è proprio la presenza partenopea ad accelerare il processo della conversione nella più lucrosa attività del traffico delle sostanze stupefacenti. Com’è dimostrato anche dal sequestro, un paio di anni fa, del cargo honduregno che trasportava nella stiva 2335 chili di hascisc, e dalla quantità di barche velocissime e molto attrezzate di cui dispongono i contrabbandieri”.
L’ufficiale raccontava e ogni tanto mi chiedeva: “Come va? Quest’inferno le dà sta dando fastidio? Se vuole rientriamo”. “Ma no, sto bene. Non posso rinunciare agli spaghetti che mi ha promesso”. Ferrone riprese: “E’ falsa l’idea che la gente ha dei contrabbandieri. Costoro non sono più quei personaggi romantici che attraversavano i monti con i sacchi sulle spalle. Sono figuri che fanno affari da capogiro con droga e armi”.
Imbarcazione Guardia di Finanza
Il “Nuziale”, classe Meattini, lungo 20 metri, due motori da 1200 cavalli, una velocità di 32 nodi, partito dal porto di Bari quasi planando, navigava verso Molfetta. Saltava come un canguro, beccheggiava, rullava, quasi si rovesciava investito da bordate d’acqua.
Il “Drago” era tornato indietro, anche perché il mare lo sollevava come una pulce e lo faceva ricadere paurosamente di pancia tra un cavallone e l’altro. Ferrone continuava: “Nel Brindisino, nell’Ostunese, nel Barese, i motoscafi clandestini di solito sono alla fonda nei porti di Savelletri, Torrecanne, Villanova e Brnidisi, ma anche nei porti di Molfetta, Mola di Bari e dello stesso capoluogo. Nel recente passato le consorterie avevano rapporti di sudditanza con quelle più compatte e articolate del circondario di Fasano; ma ultimamente si sono affrancate e hanno barche con grande autonomia e molto veloci. “I tabacchi lavorati esteri provengono da navi-emporio ancorate nel porto di Durazzo…”. Dopo averli prelevati, gli “sfrosador”, come il gergo definisce i contrabbandieri, li scaricavano sulle coste e da qui, con i camion, li trasportavano nei mercati illegali di Napoli, Roma, Milano, Torino, Bologna.
Presicci con i Generali della Guardia di Finanza Soreca e Reali
Il capitano conosce molto bene il suo lavoro. Ogni mia domanda trovava la sua risposta pronta, precisa, circostanziata. “Il movimento è nelle mani di quattro o cinque persone che incamerano un centinaio di miliardi l’anno. A Bari agiscono quattro capimaglia: i personaggi che predispongono la manovalanza pilotata dagli ordini in codice dati via radio”. Gli uomini in mare si disfacevano della “roba” appena si accorgevano di essere incalzati dal “Drago”, dal “Nuziale” o daaltri mezzi dei finanzieri, sempre solleciti, accorti, coraggiosi. I trucchi per aggirare gli inseguitori erano molti. Appena si sentivano in pericolo avvisavano i complici a terra e questi mandavano subito un'altra barca, pulita, facendo in modo che la finanza seguisse questa e non l’altra con il carico, che a volte riusciva così a farla franca.
Tante anche le curiosità. Una notte un motoscafo si era perso ed era finito in un punto diverso da quello prestabilito. L’equipaggio criminale cercava di dare la propria posizione ai complici a terra, ma tra una parola e l’altra commise un errore e fu localizzato da chi, secondo loro, non doveva; e finì in trappola. Il capitano era inesauribile, scrupoloso, amante del dettaglio: “I pagamenti avvengono via telex. In passato non sono mancate le truffe tra clan rivali, e hanno trovato la soluzione: il rappresentante di uno di questi andava nella baia di Durazzo, imbarcava le sigarette che vi arrivavano con i camion di Amburgo e ne attribuivano l’acquisto ad un falso concorrente. Adesso, per evitare i bidoni, chi deve comperare chiama via radio al mattino e dà i connotati del mezzo e dei messaggeri”.
Guardia di Finanza
Il “Nuziale” continuava a fronteggiare le onde. Chiesi a Ferrone di raccontarmi qualche operazione riuscita. “Una fresca fresca. Qualche settimana fa, alle 20, 45, a sei miglia al largo di Monopoli, abbiamo avvistato un motoscafo che andava verso la costa a luci spente con a bordo due persone. Lo abbiamo illuminato con i fari, gli abbiamo dato l’alt, ma quello ha accelerato, gettando in acqua il carico di sigarette e lunghe cime che stando alle loro intenzioni avrebbero dovuto impigliarsi nelle nostre eliche, bloccandoci. Noi l’abbiamo inseguito fino a mezzanotte, raggiunto, siamo saliti a bordo, neutralizzando i due”.
Il capitano, comandante della stazione navale del capoluogo pugliese, alto, occhi di antracite, mobilissimi, ricordò al cronista il piatto di spaghetti. “Vedrà che sugo!”. “Meglio di no. Con questo mare accigliato è meglio che lo stomaco resti vuoto”.
Bastò un caffè, anche quello fatto a regola d’arte, ma dall’ufficiale, che non sembrava avvilito dall’uscita andata a vuoto.
Io lo fui qualche giorno dopo, quando seppi che gli finanzieri guidati da Ferrone, erano saliti su una nave che aveva, nascosta tra le “pareti,” armi e droga. Se avessi seguito il consiglio del colonnello e pazientato per altre 48 ore, avrei fatto uno “scoop”.
Fabrizio Capecelatro dedica una copia del libro
Copertina libro Capecelatro



















Da quella notte sono trascorsi 32 anni. Il capitano Ferrone, che rividi due giorni dopo a Torre Canne, dove ero con il pittore barese Filippo Alto, sarà stato promosso generale e molte cose sono cambiate. Ogni tanto mi viene in mente quell’avventura entusiasmate. Me l’ha riportata alla mente il libro di Fabrizio Capecelatro, “Lo spallone” – Io, Ciro Mazzarella, re del contrabbando” (presentato da Peter Gomez), che fa anche un po’ la storia di quel traffico e dei suoi mezzi, dalle barche a remi del primo dopoguerra agli “scafi blu”... Don Ciro si racconta in queste pagine con schiettezza e racconta il contrabbando del fumo con dovizia di dettagli.
Ripenso con nostalgia a quegli anni (alla mia età restano i ricordi), alle caserme della Finanza, in via Fabio Filzi, in via Melchiorre Gioia, in via Medici del Vascello, in corso Sempione… e agli ufficiali poi promossi generali: Soreca, Maffei, Rabiti…