CELEBRA TARANTO NELLE SUE POESIE

Nicola Giudetti
Conosce benissimo la città vecchia, dove in una chiesa sconsacrata dedicata alla Madonna della Scala, glorifica il dialetto tarantino.

FRANCO PRESICCI
Nel borgo antico, nella chiesa, sconsacrata, della Madonna della Scala, si svolgono altre celebrazioni, domenicali e non. Pontefice massimo Nicola Giudetti, che raccoglie attorno a sé centinaia di appassionati soprattutto del dialetto tarantino.
A cercarlo sono anche i turisti, che ne hanno sentito parlare dalle televisioni locali, dai giornali, dal passa parola e dai tanti video postati su Facebook. In quelle riunioni improvvisate e non Giudetti, memoria storica della città, recita sue toccanti poesie in vernacolo impreziosite dal suo modo di interpretarle e tra una composizione e l’altra racconta Taranto, la sua storia, le sue leggende, i personaggi di una volta, i vicoli, “le strìttele”, le chiese, la musica del Mare Piccolo, cantato da poeti e scrittori anche stranieri.
Nicola Giudetti è dunque il tarantino più famoso. Chi dice che non è vero finirà all’inferno. Ma in verità non lo dice nessuno. Moltissimi, appena entrano nel borgo antico, chiedono di lui e c’è sempre chi indica prima di tutto il suo piccolo museo di via Duomo, dove si possono ammirare gli attrezzi antichi, i suoi quadri e le sue processioni in terracotta e ascoltare dalle sue labbra una poesia sulla mamma o sul compleanno della moglie o sull’incanto di questa perla, che è il mondo al di qua del ponte girevole.
A volte Nicola lo si trova stagliato sulla soglia del suo museo come il guardiano del faro. Osserva il passaggio di gente che non conosce e saluta; i ragazzini che giocano, rincorrendosi e urlando; il vecchietto che avanza a passo incerto…, e si rallegra quando un nugolo di persone si ferma assiepandosi davanti a lui, desiderosa di conoscerlo e di ascoltarlo. E qualcuno gli chiede pure l’autografo. Poi la siepe si frantuma, ricomponendosi dopo aver visto una nassa o una lanterna. Nicola prende il filo di una narrazione che qua e là sa di fiaba e invece è verità indiscutibile. Conosce molto bene la sua città, le sue tradizioni, i suoi pregi e i suoi difetti e la descrive in modo semplice, mescolando vernacolo e lingua, suscitando simpatia e affetto.
Adesso che arieggia ancora la Pasqua, e tutti hanno visto la processione del “Misteri” plasmata con l’argilla dalle sue mani tutti gli chiedono mille notizie sui riti, le poste, i confratelli (“le perdùne”)… Lui soddisfa ogni domanda con quel suo linguaggio che seduce. Non ha bisogno di paroloni per spiegare i volti della città, anche le facciate dei palazzi, che pur essendo screpolate hanno il loro fascino. Di quei palazzi e di tutti quelli della città vecchia lui può evocare gli abitanti, il mestiere che esercitavano, la vita che conducevano, il carattere, i soprannomi, i difetti e le virtù.
Giudetti è un uomo acuto, generoso, affabile. Sa entrare nell’anima delle persone, ha voglia di dialogare, di confrontarsi., di sentirsi protagonista. Qualche domenica fa – mi ha riferito Antonio De Florio, comandante del gruppo “Foto Taranto Com’era” su Facebook e abile regista di video, un artista, suo amico - nella chiesa di cui Nicola ha le chiavi, piena di gente che ascoltava il mattatore pendendo dalle sue labbra, un altro Nicola, Cardellicchio (innamorato di Taranto) riprendeva ogni momento, immortalando i volti e le loro espressioni.
Quando Nicola Giudetti parla, nel pubblico cala il silenzio, ma lui è sempre pronto a troncare un discorso pur di dar voce agli altri. Qualcuno lo ha definito un mito, il re della città vecchia, che odora di mare.
E il mare c’è, dopo la discesa Vasto e sbocca in via Garibaldi, che a sua volta porta a piazza Fontana, lasciandosi alle spalle la chiesa di San Giuseppe, banchi di “cozzarùle”, pescivendoli e il ricordo inesauribile di “Pesce Fritte” e dell’esercizio di “Cicce ‘u gnùre”, di cui Nicola potrebbe rispolverare le vicende quotidiane e il tipo di clientela, sfiorando “’a Duàne” e “’a Tòrre d’u relògge”, che ispirò a Diego Marturano commoventi versi.
Mi piacerebbe andare per queste vie, avendo come guida Nicola; riattraversare “a vieremìenze” ricordando quella che era ai tempi in cui avevo 16 anni e frequentavo la chiesa di “Sanemìnghe”, dove il parroco era don Stefano Ragusa, di Martina Franca. Mi piacerebbe essere discepolo di questo Socrate arzillo, dalla memoria fertile e inossidabile. Con lui, tra “strìttele” e vicoli avrei tanto da apprendere.
Sì, vorrei essere un turista al fianco di un uomo che ama la sua città e non dimentica nulla degli anni che questa si porta sulle spalle. Lo sento, Nicola, mentre informa su ‘u trainìere ca purtàve le rafanìjdde da le Caggiùne a chiàzza Marcòne” (Diego Fedele scrisse una poesia godibile e divertente sull’argomento); indica la targa di Paisiello; o racconta i vecchi artigiani, compreso l’anziano orologiaio, che aggiustava una sfera e scrutava i passanti: un ometto con gli occhiali alla Cavour, basso e in carne.
Quando mi capita di fare un salto nella città vecchia con qualche amico del Nord, sosto davanti al locale dov’era “Pesce Fritto”. Una sera – gli dico - ci andai con i colleghi universitari che avevano organizzato la festa della matricola. Offrimmo una bottiglia di vino a tre marinai inglesi e loro ricambiarono bevendo e gridando “Queen Elizabeth!” e noi arricchimmo il coro.
Poeta e pittore, affabulatore unico, geniale. Antonio De Florio e Nicola Cardellicchio di solito la domenica si ritrovano nel suo sacrario per conversare, progettare iniziative, come quella volta qualche anno fa dei vecchi mestieri con Nicola che, vestito da artigiano, manovrava il trapano a mano fingendo di ricucire la ferita di “’nu lìmme”.
Senza voler fare, per carità, il Pico della Mirandola, vorrei chiedere ai giovani il significato del termine “limme” o “de strecatùre”. Probabilmente non lo sanno e non è colpa loro: il dialetto, se non lo si usa, ”se stùte”. E invece bisogna tenerlo vivo, palpitante, vibrante, perché è un tesoro. I genitori di una volta imponevano ai figli di adottare la lingua italiana e non il vernacolo e beato chi almeno in questo disobbediva. Io in casa parlavo come voleva mia madre, e con gli amici, olè”, la parlata della città vecchia, dove Alfredo Nunziato Majorano, poeta ed etnologo, andava per ascoltare la musica che usciva dalle labbra dei pescatori con i capelli arsi. Nicola è la roccaforte del dialetto. E’ un menestrello che fa rivivere fatti, persone, brani di vita di una Taranto scomparsa, molto lontana da noi.
Nicola Giudetti è un maestro di dialetto. In uno dei miei soggiorni nella Bimare, in una cena tra amici cari, recitai dei versi che scrissi quando frequentavo il liceo (“D’a Ròcche mò tu è scisce ‘nzìgn’a Tàrde/ p’acchià’ d’a tarandine ‘a pàgghia bbòne…”). Erano tutti di Taranto e mi chiesero che lingua fosse. Divenni una statua di sale come la moglie di Lot. Del resto un bel mucchio di pugliesi quando arrivano a Milano imparano il dialetto di Meneghin e Cecca, per distinguersi.
Nicola, continua in quei tuoi incontri ad esaltare la nostra parlata, come hanno fatto Diego Fedele, Diego Marturano, Alfredo Lucifero Petrosillo... Continua a valorizzare “’a parlàte d’u nònne”, a dire “femenàzze” e “stangachiàzze”, “vecetàre” e “carlasciòne”. Che delizia per le orecchie di un tarantino in esilio, di un delfino errante, come dice Antonio De Florio.
Giorni fa mi ha chiamato Nicola Giudetti e ho esultato. Una voce amata, musicale, lontana ma vicina. Mi ha portato un soffio della mia culla. Che voglia di prendere un volo per Bari o Brindisi e poi correre sulle rive del Mar Piccolo per captare la sua melodia e bearmi al suo profumo. M’incanta vedere su Facebook Nicola con due valve “de parecèdde mmàne”, che le persone colte chiamano “pinne nobilis” e ricordano che dal suo pelo le donne di una volta ricavavano ciò che serviva per fare il bisso, arte che, anche quella, non si pratica più. Il suo ciuffo di peli sulle valve è chiamato dai pescatori la “chioma di Venere”.
Quante cose s’imparano frequentando il museo e la chiesa a disposizione di Nicola, dove si fanno anche mostre di pittura, conferenze, concerti e in talune occasioni, aprendo la tenda, appare il... celebrante, cioè Nicola, fra applausi ed evviva. Poi magari un rinfresco.
Ripeto, Nicola Giudetti è il mentore del borgo antico. E nessuno lo potrà defenestrare, ammesso che abbia la forza, le doti e la volontà. Nicola non è Luigi XIV, ma è comunque un personaggio storico della città più bella del mondo.
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| Giudetti legge una sua poesia |
Nicola Giudetti è dunque il tarantino più famoso. Chi dice che non è vero finirà all’inferno. Ma in verità non lo dice nessuno. Moltissimi, appena entrano nel borgo antico, chiedono di lui e c’è sempre chi indica prima di tutto il suo piccolo museo di via Duomo, dove si possono ammirare gli attrezzi antichi, i suoi quadri e le sue processioni in terracotta e ascoltare dalle sue labbra una poesia sulla mamma o sul compleanno della moglie o sull’incanto di questa perla, che è il mondo al di qua del ponte girevole.
A volte Nicola lo si trova stagliato sulla soglia del suo museo come il guardiano del faro. Osserva il passaggio di gente che non conosce e saluta; i ragazzini che giocano, rincorrendosi e urlando; il vecchietto che avanza a passo incerto…, e si rallegra quando un nugolo di persone si ferma assiepandosi davanti a lui, desiderosa di conoscerlo e di ascoltarlo. E qualcuno gli chiede pure l’autografo. Poi la siepe si frantuma, ricomponendosi dopo aver visto una nassa o una lanterna. Nicola prende il filo di una narrazione che qua e là sa di fiaba e invece è verità indiscutibile. Conosce molto bene la sua città, le sue tradizioni, i suoi pregi e i suoi difetti e la descrive in modo semplice, mescolando vernacolo e lingua, suscitando simpatia e affetto.
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| Giudettti in barca sotto il ponte |
Giudetti è un uomo acuto, generoso, affabile. Sa entrare nell’anima delle persone, ha voglia di dialogare, di confrontarsi., di sentirsi protagonista. Qualche domenica fa – mi ha riferito Antonio De Florio, comandante del gruppo “Foto Taranto Com’era” su Facebook e abile regista di video, un artista, suo amico - nella chiesa di cui Nicola ha le chiavi, piena di gente che ascoltava il mattatore pendendo dalle sue labbra, un altro Nicola, Cardellicchio (innamorato di Taranto) riprendeva ogni momento, immortalando i volti e le loro espressioni.
Quando Nicola Giudetti parla, nel pubblico cala il silenzio, ma lui è sempre pronto a troncare un discorso pur di dar voce agli altri. Qualcuno lo ha definito un mito, il re della città vecchia, che odora di mare.
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| Antonio De Florio in piazza Fontana |
E il mare c’è, dopo la discesa Vasto e sbocca in via Garibaldi, che a sua volta porta a piazza Fontana, lasciandosi alle spalle la chiesa di San Giuseppe, banchi di “cozzarùle”, pescivendoli e il ricordo inesauribile di “Pesce Fritte” e dell’esercizio di “Cicce ‘u gnùre”, di cui Nicola potrebbe rispolverare le vicende quotidiane e il tipo di clientela, sfiorando “’a Duàne” e “’a Tòrre d’u relògge”, che ispirò a Diego Marturano commoventi versi.
Mi piacerebbe andare per queste vie, avendo come guida Nicola; riattraversare “a vieremìenze” ricordando quella che era ai tempi in cui avevo 16 anni e frequentavo la chiesa di “Sanemìnghe”, dove il parroco era don Stefano Ragusa, di Martina Franca. Mi piacerebbe essere discepolo di questo Socrate arzillo, dalla memoria fertile e inossidabile. Con lui, tra “strìttele” e vicoli avrei tanto da apprendere.
Sì, vorrei essere un turista al fianco di un uomo che ama la sua città e non dimentica nulla degli anni che questa si porta sulle spalle. Lo sento, Nicola, mentre informa su ‘u trainìere ca purtàve le rafanìjdde da le Caggiùne a chiàzza Marcòne” (Diego Fedele scrisse una poesia godibile e divertente sull’argomento); indica la targa di Paisiello; o racconta i vecchi artigiani, compreso l’anziano orologiaio, che aggiustava una sfera e scrutava i passanti: un ometto con gli occhiali alla Cavour, basso e in carne.
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| Giudetti al lavoro |
Quando mi capita di fare un salto nella città vecchia con qualche amico del Nord, sosto davanti al locale dov’era “Pesce Fritto”. Una sera – gli dico - ci andai con i colleghi universitari che avevano organizzato la festa della matricola. Offrimmo una bottiglia di vino a tre marinai inglesi e loro ricambiarono bevendo e gridando “Queen Elizabeth!” e noi arricchimmo il coro.
Poeta e pittore, affabulatore unico, geniale. Antonio De Florio e Nicola Cardellicchio di solito la domenica si ritrovano nel suo sacrario per conversare, progettare iniziative, come quella volta qualche anno fa dei vecchi mestieri con Nicola che, vestito da artigiano, manovrava il trapano a mano fingendo di ricucire la ferita di “’nu lìmme”.
Senza voler fare, per carità, il Pico della Mirandola, vorrei chiedere ai giovani il significato del termine “limme” o “de strecatùre”. Probabilmente non lo sanno e non è colpa loro: il dialetto, se non lo si usa, ”se stùte”. E invece bisogna tenerlo vivo, palpitante, vibrante, perché è un tesoro. I genitori di una volta imponevano ai figli di adottare la lingua italiana e non il vernacolo e beato chi almeno in questo disobbediva. Io in casa parlavo come voleva mia madre, e con gli amici, olè”, la parlata della città vecchia, dove Alfredo Nunziato Majorano, poeta ed etnologo, andava per ascoltare la musica che usciva dalle labbra dei pescatori con i capelli arsi. Nicola è la roccaforte del dialetto. E’ un menestrello che fa rivivere fatti, persone, brani di vita di una Taranto scomparsa, molto lontana da noi.
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| Giudetti mostra i suoi quadri |
Nicola Giudetti è un maestro di dialetto. In uno dei miei soggiorni nella Bimare, in una cena tra amici cari, recitai dei versi che scrissi quando frequentavo il liceo (“D’a Ròcche mò tu è scisce ‘nzìgn’a Tàrde/ p’acchià’ d’a tarandine ‘a pàgghia bbòne…”). Erano tutti di Taranto e mi chiesero che lingua fosse. Divenni una statua di sale come la moglie di Lot. Del resto un bel mucchio di pugliesi quando arrivano a Milano imparano il dialetto di Meneghin e Cecca, per distinguersi.
Nicola, continua in quei tuoi incontri ad esaltare la nostra parlata, come hanno fatto Diego Fedele, Diego Marturano, Alfredo Lucifero Petrosillo... Continua a valorizzare “’a parlàte d’u nònne”, a dire “femenàzze” e “stangachiàzze”, “vecetàre” e “carlasciòne”. Che delizia per le orecchie di un tarantino in esilio, di un delfino errante, come dice Antonio De Florio.
Giorni fa mi ha chiamato Nicola Giudetti e ho esultato. Una voce amata, musicale, lontana ma vicina. Mi ha portato un soffio della mia culla. Che voglia di prendere un volo per Bari o Brindisi e poi correre sulle rive del Mar Piccolo per captare la sua melodia e bearmi al suo profumo. M’incanta vedere su Facebook Nicola con due valve “de parecèdde mmàne”, che le persone colte chiamano “pinne nobilis” e ricordano che dal suo pelo le donne di una volta ricavavano ciò che serviva per fare il bisso, arte che, anche quella, non si pratica più. Il suo ciuffo di peli sulle valve è chiamato dai pescatori la “chioma di Venere”.
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| Nicola Giudetti mangia una cozza |
Quante cose s’imparano frequentando il museo e la chiesa a disposizione di Nicola, dove si fanno anche mostre di pittura, conferenze, concerti e in talune occasioni, aprendo la tenda, appare il... celebrante, cioè Nicola, fra applausi ed evviva. Poi magari un rinfresco.
Ripeto, Nicola Giudetti è il mentore del borgo antico. E nessuno lo potrà defenestrare, ammesso che abbia la forza, le doti e la volontà. Nicola non è Luigi XIV, ma è comunque un personaggio storico della città più bella del mondo.






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