Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 17 giugno 2026

Segreto su una mostra personale

ANTONIO MELLONE, ARTISTA CHE NON FACEVA SORRIDERE I QUADRI

 



Antonio Mellone
Il critico Filippo Abbiati diceva che il pittore passava lunghi periodi sulla Costa Azzurra per alimentare la sua arte

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
 
Di Antonio Mellone ho tanti ricordi. Lavorava come giornalista grafico al “Giorno”, quindi ci incontravamo spesso. Se non lo incrociavo in corridoio, andavo a salutarlo nella stanza in cui disegnava i personaggi o le mappe o teatri di cronaca “nera” con il talento che esprimeva anche nelle sue opere pittoriche, che brillavano in mostre oggi in questa, domani in quella città, riscuotendo consensi di critica e di pubblico.
Mellone

Di lui scrissero positivamente critici d’arte severi; e lui continuava a svolgere il suo lavoro con umiltà. Era alla mano, serio, colto, intelligente, sincero, valori che si vanno estinguendo in questo mondo capovolto.
Antonio mi onorava della sua amicizia. E quando un giorno il direttore seppe che stavo correndo sul luogo di una rapina sanguinosa mi disse di chiamare Mellone e non un fotografo. Fui felice, anche perché sapevo che avrebbe realizzato scene icastiche. Il colpo era stato fatto a un tiro di fionda dal giornale e ricordo Antonio attentissimo al racconto degli impiegati ancora scossi per le armi spianate e i passamontagna sulle facce dei malacarne. L’abilità della sua matita faceva vivere al lettore il momento drammatico della “dura” (rapina con durezza) e ricevetti lettere di plauso per l’artista (che purtroppo non c’è più).
Più volte corremmo insieme su episodi di cronaca nera e le sue immagini erano sempre efficaci e davano l’impressione di essere, quasi in movimento. Un giorno mi disse che quella esperienza mi dava ragione quando affermavo che la “nera” affascinava. Ne vedevamo di tutti i colori: regolamenti di conti in trattorie di periferia, sulle strade, nelle piazze, in case private. Conversai anche con il cosiddetto “solista del mitra”, attributo inventato da un capocronista, che amava i giornalisti che battevano i marciapiedi. Campeggia nel mio studio, bene incorniciata, mezza pagina del “Giorno” con un fumetto, firmato Antonio Mellone, al tempo in cui feci un’inchiesta che durò 19 puntate. Non mi riconosce solo chi non vuole.
le ricostruzioni di nera di Mellone

Il mio era un amore ben riposto, quello per la nera, nonostante allora i cani da tartufo faticassero a catturare una notizia, tra freddo e sole cocente. Attendevano per ore dietro una porta, marciavano mangiando panini e polvere, passavano nottate in attesa della fine di un interrogatorio... Ne parlavo con Antonio, e solo con lui, e avvertivo che la sua considerazione per questo lavoro cresceva; e che se gli avessi chiesto di alzarsi una notte alle 2 per raggiungere il teatro di un regolamento di conti non se lo sarebbe fatto chiedere due volte. Sarebbe stato un bravo cronista, ma faceva l’artista. E con grande valore.
Era interessante per lui entrare in un istituto di credito non per un’operazione di cassa, ma per osservare i luoghi e le persone che avevano ancora terrore. Mellone, che di solito realizzava volti, magari caricaturati benevolmente e con sapienza e cuore, vere opere d’arte, o carte geografiche per localizzare un evento internazionale clamoroso o una calamità naturale, affrontava volentieri quella che per lui era una novità. A me piaceva vedere un artista del suo livello sul luogo di un assalto in banca.
Mellone a una mostra

Io avevo fatto come si dice il callo. Ogni tanto mi veniva in mente la rapina rimasta nella storia della nera nell’agenzia del Banco di Napoli di largo Zanzodai, il 25 settembre del 1967, quando per aprirsi una via di fuga i banditi scatenarono un mezzogiorno di fuoco per le vie della città, seminando morti e feriti. Il “Giorno” volle ricordarla 10 anni dopo e andai sul luogo con Antonio. Gli addetti erano stati trasferiti in un’altra sede e li raggiungemmo, facendoci ricostruire la scena. Mostravano ancora ansia nel rievocare i fatti.
Passarono gli anni. Io continuai a interrompere il sonno allo squillo del telefono, poi andai in pensione. Antonio mi chiamò a Martina Franca. Io poi perdetti il suo numero e chi me lo poteva dare me lo negò. Parlavo spesso di lui, che faceva mostre in Toscana e altrove, teneva conferenze sull’arte, ovunque apprezzato. Si fermò a Firenze, la città degli Uffizi e del Museo Zeffirelli.
Poco prima della conclusione dell’anno, mi è arrivata la frecciata al cuore: Antonio Mellone era scomparso. L’angosciante notizia l’ho appresa da “Il mio Giorno” su Facebook, in un toccante scritto di Leonardo della Maga. Antonio, gentiluomo di vecchio stampo, aveva deposto per sempre pennelli e tavolozza. Si sa che quando una persona cara se ne va, si porta appresso una parte di noi. Adesso restano i ricordi, e questi sono lame roventi. A tantissimi giorni dalla sua morte ho voglia di ricordare l’uomo, il professionista, l’artista, i dialoghi avuti con lui nei momenti di riposo con una fuga al caffè del primo piano del Palazzo dell’Informazione, dove s’incontravano non soltanto i giornalisti, i tipografi e gli impiegati del quotidiano che, nato in via Settala, via in cui all’epoca, di fronte, usciva “La Gazzetta del Sport”, aveva cambiato altre due sedi, in via Fava e in piazza Cavour; e direttori, da Gaetano Baldacci a Enzo Catania.
Mellone e il fotografo Mantegazza

Antonio Mellone era nato a Maglie, l’oasi dalle virtù gentilizie e delle accademie culturali (aveva dato i natali anche ad Aldo Moro), ma aveva casa a Parma, una gemma, una delle città più interessanti dell’Emilia- Romagna e poi a Firenze. Antonio era uno dei meridionali che avevano fatto una strada luminosa nella metropoli lombarda, difficile ma accogliente verso chi ha voglia d’impegnarsi e le doti necessarie. Antonio amava il suo nido, ma non ne parlava quasi mai. Era discreto, sincero, buono. E non accennava mai alla sua attività di artista della tavolozza. Eppure di lui s’interessavano le persone più competenti, mettendo in risalto la sua genialità. Un giorno, al tempo in cui frequentavo l’Associazione regionale pugliesi, in via Pietro Calvi (oggi è altrove), allora presieduta dall’imprenditore della frutta Dino Abbascià e oggi dal generale Camillo De Milato, vidi appesi alle pareti delle opere di Antonio, una più bella dell’altra. E notai un signore seduto di fronte che le ammirava. “Vorrei conoscerlo, questo talento”, disse. “Giuseppe Selvaggi, che qui è l’addetto culturale, può soddisfare la sua curiosità”.
Antonio Mellone era, ripeto, generoso. Mi fece un ritratto che mette in evidenza il mio carattere; poi un altro che sintetizza il mio lavoro di nerista vestito con un cappotto che mi arriva quasi ai piedi e una Volante a poca distanza. Con due poliziotti fuori dell’auto. Sono orgoglioso di averlo ispirato.
Uomo esemplare, amava la disciplina, il rispetto per il prossimo. E il suo comportamento da gran signore era molto apprezzato. Un collega, pugliese anche lui, quando lo incontrava nel lungo corridoio, che correva dall’ufficio del direttore fino all’uscita secondaria, che portava al parcheggio, gli posava una mano sulla spalla e diceva: “Viva la Puglia”.
Mellone parla a un'esposizione

Lui non rispondeva, ma immaginavo che gli desse fastidio. Si teneva lontano dalle parole inutili e dalla retorica. Pur amando le sue radici, il paese, nel Leccese, noto per l’arte del merletto. Come me, lavorava volentieri al “Giorno”, dove il clima negli anni di via Fava e di piazza Cavour era stimolante.
Suo amico era anche Piero Lotito, giornalista e scrittore di ottime qualità; Anche Lotito ama disegnare (i cavalli e le facce soprattutto): molti suoi lavori prendono a modello i nostri colleghi. Di me fece una grossa mela, ispirata dalla pancia che allora avevo molto prominente. Una sera al teatro Parenti si trovò seduto dietro a Eduardo De Filippo e ritrasse la nuca di quel gigante del teatro. “Con Antonio ci vedevamo anche fuori”, commenta Lotito, ricordando una mostra fotografica collettiva, alla quale Antonio aveva partecipato con un’opera contro la violenza sulle donne. “Era un uomo sensibile, oltre che colto e intelligente - scriveva Piero in occasione dell’esposizione del 2022 allo Spazio Labò in viale Zara – L’opera rappresenta l’universo femminile parlando di… uomini. Uomini speciali, però, che si dedicano al benessere delle donne anche compromettendo la loro vita privata. Uomini positivi insomma, che attraversano l’esistenza in armonia e amicizia con l’altro sesso. Con i suoi pennelli e le sue matite Antonio raccontava le più movimentate stagioni di cronaca milanese e internazionale. Per dirla all’inglese, Mellone è stato ‘art director’ del nostro quotidiano negli anni 80-90, quando coglieva la realtà dei fatti e intanto in una vita parallela dipingeva, faceva mostre e vinceva premi. Sempre,interpretando l’infinito mondo femminile.
Mellone tra i suoi quadri

Aveva appena 7-8 anni quando fu portato al Teatro Sistina a Roma per assistere alla ‘Madama Butterfly’. E sul finale gridò ‘Non morire’, scambiando per verità la finzione scenica della morte del soprano. Già allora, ancora bambino partecipava al dolore delle donne oggi sacrificate a un maschilismo atroce”.
Antonio: “Le donne dei miei quadri non sorridono mai”. Filippo Abbiati, critico di “Panorama” e del “Giorno”, durante una mostra di Mellone del 1992 al Museo di Milano, in via Sant’ Andrea, scrisse un lungo articolo, in cui tra l’altro diceva che passa lunghi periodi ogni anno alla luce estiva del Sud della Francia tra Provenza e Costa Azzurra…”, dove si alimentava la sua arte.
Giovanni Antonio Mellone non verrà dimenticato, lascia tracce significative delle sue virtù da tutti riconosciute. Da aggiungere la sacralità dell’amicizia. Era un modello. Un ”trombettiere” mi sussurra che qualcuno sta pensando di allestire una mostra di suoi quadri. Aspettiamo.

Nessun commento:

Posta un commento