LA LEGGENDA DI MARTINA RIVIVE NEL CUORE DI TANTI

Benvenuto Messia
Sempre in bicicletta e sempre di corsa, al Foro Boario e in piazza Roma. Sostava solo per scattare una foto. Se n’è andato qualche mese fa, ma nessun martinese lo lo dimenticherà mai.

FRANCO PRESICCI
Vado peregrinando per le strade di Martina Franca, m’infilo nelle “‘nchiostre”, passeggio sullo stradone, sosto in piazza Roma o sulle scale della Basilica di San Martino, ma Benvenuto Messia non lo vedo più in sella alla sua bici. So che è volato via qualche tempo fa , ma i sogni non finiscono mai.
Ben regna comunque nei miei ricordi, e anche quelli sono duri da scomparire. La mia memoria è piena di immagini di Ben. E quella non mi ha mai ingannato: non ha mai ingiallito una foto, non ha mai cancellato un nome. Vado per via Taranto e lo incrocio all’altezza della scuola con il suo farfallino sulla camicia e i pantaloni bianchi, mentre il caldo picchia. Gli umori del tempo gli erano indifferenti; non lo costringevano a sostituire la sella con l’ombrello; niente lo scoraggiava, se aveva portato all’altare le figlia sul telaio.
Lo immagino entrare in chiesa, percorrere il corridoio tra i banchi e fermarsi davanti al prete. Una scena da film, di quelli da lui girati con Lino Banfi e Sabrina Ferilli. Dove sei, Ben? Su un palcoscenico improvvisato davanti alla Chieda del Carmine a dare voce e gesti a una esilarante poesia da te appena scritta? Io ero lì in piedi a vederti trasformato in un fine dicitore. Che ridere, Ben! Alle tue composizioni davi voci e gesti da mattatore. Un giorno su Facebook ti seguii in un video mentre passeggiavi di fronte al bar Tripoli, raccontando la storia della tua città, indicando i palazzi storici, i luoghi che avevano tolto da tempo l’insegna o l’avevano sostituita, le persone illustri, come gli ex sindaci Alberico Motolese e Franco Punzi e Alessandro Caroli, Paolo Grassi, il Festival....
Chi avrebbe mai detto che ti avrei incontrato in piazza Duomo, a Milano, accompagnato da Francesco Lenoci, ambasciatore della Puglia nella città del Porta. Avevi il dono dell’ubiquità, grande Ben.
Mi sono sempre interessato alle tue imprese. Non eri più un giovanotto quando partecipasti all’ultima “passeggiata del plenilunio d’agosto”, organizzata dal notaio Alfredo Aquaro, che ti donò una bici fiammante in onore della tua abilità e costanza, dopo che Nico Blasi aveva illustrato la storia e le linee architettoniche di una masseria. Eri un’icona, Ben; una leggenda. Le leggende non sono mai inghiottite dal tempo e tu infatti sei ancora lì, su un piedistallo, come un maestro dell’arte fotografica e un campione della due ruote, che è simbolo di libertà, di sfida; emblema di voglia di correre all’aria aperta. E tu, Ben, tagliavi il vento, non ti curavi della pioggia, pedalavi con gioia.
Ho un desiderio, Ben: vedere un giorno il tuo nome campeggiare su una targa stradale. Non su una via in periferia, ma in centro; e sentire i turisti chiedere. “Benvenuto Messia, chi era?”. Un attore, un poeta, un fotografo primo della classe, l’uomo più simpatico della Puglia e oltre. Ricordo quel giorno di luglio che dirigesti il manubrio verso il mio tratturo per farmi un’improvvisata e ti fermasti nella zona industriale, perché era scoccata l’una di pranzo. Mettesti i piedi a terra e domandasti dove fosse il mio trullo e qualcuno che per caso mi conosceva te lo indicò in quello vicino alla vecchia strada per Noci (via Papa Domenico, che in fondo, prima di svirgolare a destra, sfiora la chiesa della Madonna della Consolata). A bloccarti furono la discrezione, la cortesia, la delicatezza del vecchio gentiluomo, non sapendo che mi avresti fatto un regalo oltre che una sorpresa.
Non potrò dimenticare il giorno in cui arrivasti nella campagna di Oronzo Carbotti, sulla strada per Locorotondo. Io stavo chiedendo giudizi sulla Medea al figlio Giovanni, insegnante di Lettere e musicologo, perché sarebbe andata in scena alla Scala; e tu aspettasti che avessi una dettagliata risposta per tirare fuori dalla tasca un foglio. Una tua poesia con protagonista un uomo di fantasia fatto arruolare dalla moglie nella Congrega degli “imperatori”. Quanta fantasia! Fantasia felice e fertile. E che cuore! Grande quanto la Basilica di San Martino”. Sapevi tradurre in arte ogni parola. Che pomeriggio quello di Laterza, nella masseria “Il Cappotto”, di Giancarlo De Meo, dove recitasti “Il capocollo”, scatenando applausi effervescenti. In quello spazio c’è ancora l’eco della tua voce, Ben. Le tue poesie sono gemme spuntate nel roseto del tuo cuore.
Peccato che chi parte non possa fare ritorno almeno per un giorno. Quel treno fila senza conduttore e nessuno può sapere dove sia il capolinea. Al cimitero c’è un corpo ma non lo spirito, che vaga oltre le nuvole, dove non ci sono né trulli né tratturi. Ma la memoria di chi ti ha voluto bene non ti perde mai di vista. Tu attraversi ancora le vie di Martina Franca, piazza Roma, il ringo; sempre a cavallo della bici passi davanti al negozio di fotografo di Clementino, che quando è sull’uscio sembra fare la guardia al quartiere. Lo sai? E’ un patito dei fuochi d’artificio.
Due minuti fa ho sentito Giuseppe Pino Bellucci, il fabbricante martinese di campane. Appena gli ho detto che stavo scrivendo su di te, ha commentato: “Benvenuto, grande amico, grande fotografo, grande cuore”. Una vita esemplare, la tua. Tutta Martina era tua amica. Conoscevi tutto di tutti e tutti conoscevano te. Francesco Lenoci ti chiamava “il Messia”.
E se in chiesa tu gli dicevi, per rimarcare la solidità di un tuo concetto: “Guarda che te lo dice il Messia”, lui rispondeva: Attento, che ci cacciano”. Giocavi sul tuo cognome.
Da grande fotografo, avevi ripreso tutta la città, beandoti nel puntare l’obiettivo sulla Valle d’Itria. Se ti chiedevo una foto, me ne mandavi tre. Se ti chiedevo notizie di un martinese “càpe de rròbbe”, mi raccontavi la sua biografia. Aprivi un libro che non finiva mai. Amavi Martina con tutto te stesso: la campagna dalla terra rossa, gli ulivi, il fico, i muretti a secco, le cui pietre qua e là sono antropomorfe. Filippo Alto, casa delle vacanze e studio a Figazzano, con il suo pennello li riportava sulla tela. E tu, quante volte le hai osservate, quelle pietre, che parlano, sono testimoni di tempi andati, della fatica del contadino, che una volta usava la zappa per smuovere la terra; aveva la casa nel trullo, dove tornava stanco dopo il tramonto e aveva appena la forza di fare due chiacchiere con la moglie e i figli, mentre nel paiolo pendente dalla gola del camino bolliva la minestra.
La conoscevi bene quella storia; e conoscevi bene quella raccontata da Maria Carmela Ricci nel suo bellissimo libro “La nevicata del ‘56”. Ti chiesi le foto per la recensione di quelle pagine toccanti e me mandasti quattro con “casedde” sotterrate dalla neve, gli abitanti imprigionati da quella “panna” che continuava a montare, quasi seppellendo cuspidi e tratturi. Eri molto generoso, Ben. Ti facevi in quattro per accontentare un amico. L’ultima volta ti ho incontrato alla masseria Pavone, dove Francesco Lenoci presentava un libro di un giornalista della tivù “Padre Pio”. Eri seduto in prima fila, con le braccia conserte, disciplinato come ti ti insegnò tuo padre Eugenio, primo fotografo di Martina. Tu ne avevi preso l’eredità e diventasti grande come lui.
Un giorno mi mandasti addirittura un’immagine di mio zio prete, don Martino, che una volta punì una mia sregolatezza, in cui avevo coinvolto mio cugino Enzo, facendoci zappare un pezzo di terra. Avevo fatto la casa a un pulcino scavando un piccolissimo fosso e ricoprendolo di paglia sotto un sole che spaccava i muri.
Avevo 11 anni. Ci scambiavamo i nostri ricordi e tu avevi il dono dell’ascolto. Caro Ben, ho tra le mani l’opuscolo che Elio Greco tantissimi anni fa presentò a Palazzo Ducale: un bel po’ di foto in cui campeggiano un forno a legna e un cestaio. Amavi le cose di una volta di Martina, Un altro giorno mi parlasti del lazzeruolo, un frutto che nella campagna di zio Martino stava in fondo, quasi sul confine. Produceva frutti simili a piccole mele. Bastò una parola e tu mi facesti la storia della pianta. Nella campagna sul chiancaro non c’è più, morta e sepolta. Cercai il tronco rinsecchito, ma qualcuno ne aveva già fatto legna da ardere. Ne trovai un gemello nel fondo di Pierino Pavone su via Mottola, a un chilometro da Martina.
Quanti amici avevamo in comune! Molti se ne sono andati prima di te. L’ultimo a partire è stato Ninì Ponte, che aveva la terra su via Ceglie, un po’ oltre il camposanto. Ancora una volta ho passato qualche oretta in tua compagnia. Almeno credo che mentre premevo i tasti tu fossi accanto a me. Credo che chi parte con l’ultimo treno torni a volte quaggiù per coltivare i sogni. San Pietro non lesina le licenze.
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| Benvenuto recita una sua poesia |
Ben regna comunque nei miei ricordi, e anche quelli sono duri da scomparire. La mia memoria è piena di immagini di Ben. E quella non mi ha mai ingannato: non ha mai ingiallito una foto, non ha mai cancellato un nome. Vado per via Taranto e lo incrocio all’altezza della scuola con il suo farfallino sulla camicia e i pantaloni bianchi, mentre il caldo picchia. Gli umori del tempo gli erano indifferenti; non lo costringevano a sostituire la sella con l’ombrello; niente lo scoraggiava, se aveva portato all’altare le figlia sul telaio.
Lo immagino entrare in chiesa, percorrere il corridoio tra i banchi e fermarsi davanti al prete. Una scena da film, di quelli da lui girati con Lino Banfi e Sabrina Ferilli. Dove sei, Ben? Su un palcoscenico improvvisato davanti alla Chieda del Carmine a dare voce e gesti a una esilarante poesia da te appena scritta? Io ero lì in piedi a vederti trasformato in un fine dicitore. Che ridere, Ben! Alle tue composizioni davi voci e gesti da mattatore. Un giorno su Facebook ti seguii in un video mentre passeggiavi di fronte al bar Tripoli, raccontando la storia della tua città, indicando i palazzi storici, i luoghi che avevano tolto da tempo l’insegna o l’avevano sostituita, le persone illustri, come gli ex sindaci Alberico Motolese e Franco Punzi e Alessandro Caroli, Paolo Grassi, il Festival....
Chi avrebbe mai detto che ti avrei incontrato in piazza Duomo, a Milano, accompagnato da Francesco Lenoci, ambasciatore della Puglia nella città del Porta. Avevi il dono dell’ubiquità, grande Ben.
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| Messia e Lenoci in piazza Duomo a Milano |
Mi sono sempre interessato alle tue imprese. Non eri più un giovanotto quando partecipasti all’ultima “passeggiata del plenilunio d’agosto”, organizzata dal notaio Alfredo Aquaro, che ti donò una bici fiammante in onore della tua abilità e costanza, dopo che Nico Blasi aveva illustrato la storia e le linee architettoniche di una masseria. Eri un’icona, Ben; una leggenda. Le leggende non sono mai inghiottite dal tempo e tu infatti sei ancora lì, su un piedistallo, come un maestro dell’arte fotografica e un campione della due ruote, che è simbolo di libertà, di sfida; emblema di voglia di correre all’aria aperta. E tu, Ben, tagliavi il vento, non ti curavi della pioggia, pedalavi con gioia.
Ho un desiderio, Ben: vedere un giorno il tuo nome campeggiare su una targa stradale. Non su una via in periferia, ma in centro; e sentire i turisti chiedere. “Benvenuto Messia, chi era?”. Un attore, un poeta, un fotografo primo della classe, l’uomo più simpatico della Puglia e oltre. Ricordo quel giorno di luglio che dirigesti il manubrio verso il mio tratturo per farmi un’improvvisata e ti fermasti nella zona industriale, perché era scoccata l’una di pranzo. Mettesti i piedi a terra e domandasti dove fosse il mio trullo e qualcuno che per caso mi conosceva te lo indicò in quello vicino alla vecchia strada per Noci (via Papa Domenico, che in fondo, prima di svirgolare a destra, sfiora la chiesa della Madonna della Consolata). A bloccarti furono la discrezione, la cortesia, la delicatezza del vecchio gentiluomo, non sapendo che mi avresti fatto un regalo oltre che una sorpresa.
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| Benvenuto in bicicletta |
Non potrò dimenticare il giorno in cui arrivasti nella campagna di Oronzo Carbotti, sulla strada per Locorotondo. Io stavo chiedendo giudizi sulla Medea al figlio Giovanni, insegnante di Lettere e musicologo, perché sarebbe andata in scena alla Scala; e tu aspettasti che avessi una dettagliata risposta per tirare fuori dalla tasca un foglio. Una tua poesia con protagonista un uomo di fantasia fatto arruolare dalla moglie nella Congrega degli “imperatori”. Quanta fantasia! Fantasia felice e fertile. E che cuore! Grande quanto la Basilica di San Martino”. Sapevi tradurre in arte ogni parola. Che pomeriggio quello di Laterza, nella masseria “Il Cappotto”, di Giancarlo De Meo, dove recitasti “Il capocollo”, scatenando applausi effervescenti. In quello spazio c’è ancora l’eco della tua voce, Ben. Le tue poesie sono gemme spuntate nel roseto del tuo cuore.
Peccato che chi parte non possa fare ritorno almeno per un giorno. Quel treno fila senza conduttore e nessuno può sapere dove sia il capolinea. Al cimitero c’è un corpo ma non lo spirito, che vaga oltre le nuvole, dove non ci sono né trulli né tratturi. Ma la memoria di chi ti ha voluto bene non ti perde mai di vista. Tu attraversi ancora le vie di Martina Franca, piazza Roma, il ringo; sempre a cavallo della bici passi davanti al negozio di fotografo di Clementino, che quando è sull’uscio sembra fare la guardia al quartiere. Lo sai? E’ un patito dei fuochi d’artificio.
Due minuti fa ho sentito Giuseppe Pino Bellucci, il fabbricante martinese di campane. Appena gli ho detto che stavo scrivendo su di te, ha commentato: “Benvenuto, grande amico, grande fotografo, grande cuore”. Una vita esemplare, la tua. Tutta Martina era tua amica. Conoscevi tutto di tutti e tutti conoscevano te. Francesco Lenoci ti chiamava “il Messia”.
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| Benvenuto, Lenoci, Presicci a Laterza |
E se in chiesa tu gli dicevi, per rimarcare la solidità di un tuo concetto: “Guarda che te lo dice il Messia”, lui rispondeva: Attento, che ci cacciano”. Giocavi sul tuo cognome.
Da grande fotografo, avevi ripreso tutta la città, beandoti nel puntare l’obiettivo sulla Valle d’Itria. Se ti chiedevo una foto, me ne mandavi tre. Se ti chiedevo notizie di un martinese “càpe de rròbbe”, mi raccontavi la sua biografia. Aprivi un libro che non finiva mai. Amavi Martina con tutto te stesso: la campagna dalla terra rossa, gli ulivi, il fico, i muretti a secco, le cui pietre qua e là sono antropomorfe. Filippo Alto, casa delle vacanze e studio a Figazzano, con il suo pennello li riportava sulla tela. E tu, quante volte le hai osservate, quelle pietre, che parlano, sono testimoni di tempi andati, della fatica del contadino, che una volta usava la zappa per smuovere la terra; aveva la casa nel trullo, dove tornava stanco dopo il tramonto e aveva appena la forza di fare due chiacchiere con la moglie e i figli, mentre nel paiolo pendente dalla gola del camino bolliva la minestra.
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| Lenoci e Messia |
La conoscevi bene quella storia; e conoscevi bene quella raccontata da Maria Carmela Ricci nel suo bellissimo libro “La nevicata del ‘56”. Ti chiesi le foto per la recensione di quelle pagine toccanti e me mandasti quattro con “casedde” sotterrate dalla neve, gli abitanti imprigionati da quella “panna” che continuava a montare, quasi seppellendo cuspidi e tratturi. Eri molto generoso, Ben. Ti facevi in quattro per accontentare un amico. L’ultima volta ti ho incontrato alla masseria Pavone, dove Francesco Lenoci presentava un libro di un giornalista della tivù “Padre Pio”. Eri seduto in prima fila, con le braccia conserte, disciplinato come ti ti insegnò tuo padre Eugenio, primo fotografo di Martina. Tu ne avevi preso l’eredità e diventasti grande come lui.
Un giorno mi mandasti addirittura un’immagine di mio zio prete, don Martino, che una volta punì una mia sregolatezza, in cui avevo coinvolto mio cugino Enzo, facendoci zappare un pezzo di terra. Avevo fatto la casa a un pulcino scavando un piccolissimo fosso e ricoprendolo di paglia sotto un sole che spaccava i muri.
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| Lenoci e Messia a Palazzo Recupero |
Quanti amici avevamo in comune! Molti se ne sono andati prima di te. L’ultimo a partire è stato Ninì Ponte, che aveva la terra su via Ceglie, un po’ oltre il camposanto. Ancora una volta ho passato qualche oretta in tua compagnia. Almeno credo che mentre premevo i tasti tu fossi accanto a me. Credo che chi parte con l’ultimo treno torni a volte quaggiù per coltivare i sogni. San Pietro non lesina le licenze.






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