GIUDETTI CELEBRA IL DIALETTO IN UNA CHIESA SCONSACRATA

Nicola fuori e dentro a un suo quadro
Ai turisti racconta i tempi ormai passati e quelli di oggi, e lo ascolano con piacere e interesse. Recita le sue poesie e, miracolo, lo capiscono e si commuovono. Nicola è un esempio.

FRANCO PRESICCI
Chi va a fare quattro passi nella città vecchia, passando per vicoli strozzati, vicoli tanto stretti da consentire il transito a una persona per volta, strade, pusterle, piazzuole, senza infilarsi nel museo di Nicola Giudetti, il mito del borgo antico, il cantore di quel mondo storico, il poeta dai toni emozionanti, il pittore dal pennello delicato e dai colori sgargianti, compie un piccolo peccato. Soprattutto si perde racconti eloquenti che risuscitano anni sepolti dal tempo.
![]() |
| L'esterno del "museo" di Giudetti |
Ma Nicola snocciola anche narrazioni di fatti, di personaggi, di storie che racchiudono persone, avvenimenti vissuti, e lo fa con partecipazione emotiva, con colpi di teatro, con un linguaggio suggestivo, mezzo dialetto e mezzo italiano. Bisogna entrare nel suo museo in via Duomo per capire quest’uomo ricco di esperienze, passione, amore per quest’angolo, che fu amato ed esaltato da tanti tarantini veraci (molti non ci sono più e occorrerebbe riproporli) e continua ad essere nel cuore di tanti che frugano nelle sue pagine antiche anche per trovare testimonianze iconografiche e aspetti non ancora conosciuti. Ecco, ascoltando Nicola Giudetti nella sua roccaforte di via Duomo sicuramente si esce arricchiti, dopo aver osservato i reperti sparsi in ogni dove e le processioni che realizza con le sue mani d’oro, utilizzando l’argilla o il gesso.
Soprattutto i giovani dovrebbero tuffarsi nello spazio di Giudetti per ammirare “’a frezzòle”. ‘u tràpene a mmàne”, “’a vulanze”, “’a stadère”, “’u pisasàle”, “’a ciucculatère”, “’u spizzecafàve”… Tra gli oggetti che una volta erano usati dalle famiglie. Non sarebbe tempo sprecato ascoltare dalle labbra di questo ex italsiderino, scrigno indiscusso delle cose di un tempo andato, anche i vecchi mestieri, ambulanti e non. Hanno mai sentito parlare, i giovani, “d’u cadaràre”, “d’u ‘nghiappacàne”, “d’u trainìere”, “d’u caggiunìere”... A quest’ultimo, Diego Fedele dedicò una poesia, che mi piace rinverdire: “”Quanne turnave ‘a bella primavere/ cu ‘ll’arie c’addurave d’ogne cose/’u caggiunìere assève de bonore/ cu ‘nu traìne russe, ciànche e nère/ Le ròte ca sckmavene sus’a stràte…”. Il dialetto fa parte della nostra anima, è la nostra radice, forti come quelle dell’ulivo e del fico, che cresce anche sulle pietre. Mai cercare di comprimere il dialetto, quello che parla Nicola Giudetti, dal timbro inconfondibile.
E’ il dialetto dei vecchi ragazzi di strada, come fui io, ritenuto bravo nel gioco “d’a levorie” (“cape ce mandène jè fàtte”). Oggi chi ricorda gli strumenti di quel gioco (“palle, palette e scìgghie”)? A Taranto vecchia, sulle sponde del Par Piccolo, vi si dedicavano anche gli adulti, mentre a pochi passi dai barconi si scaricavano le cozze, l’oro di Taranto.
![]() |
| Giù alla marina |
E’ il dialetto dei vecchi ragazzi di strada, come fui io, ritenuto bravo nel gioco “d’a levorie” (“cape ce mandène jè fàtte”). Oggi chi ricorda gli strumenti di quel gioco (“palle, palette e scìgghie”)? A Taranto vecchia, sulle sponde del Par Piccolo, vi si dedicavano anche gli adulti, mentre a pochi passi dai barconi si scaricavano le cozze, l’oro di Taranto.
Da Nicola ho appreso tante cose, scorrendo i suoi video, ascoltandolo di persona con la dovuta attenzione, la stessa dello studente mentre dalla cattedra il professore spiega la battaglia di Canne. Da piccolo ho amato il dialetto. Mia madre, come molte altre madri, mi diceva che bisognava parlare l’italiano, perché la lingua che dava nobilita e io mi chiedevo se ci fosse un altro motivo di quest’ostracismo al dialetto. Perchè non potevo dire “furmìchele” invece di formica; “scazzecàre” invece di prendere un peso? Se io volevo rimanere un proletario ne avevo il diritto. E i diritti vanno rispettati. Con tutto il bene e il rispetto che portavo a mia madre e oggi al suo ricordo.
![]() |
| Antonio De Florio |
Nicola celebra il dialetto nella chiesa della Madonna della Scala, un tempio sconsacrato, quindi accessibile alle cerimonie private. Nicola ha le chiavi e quando può programma manifestazioni, frequentate dagli amici e da chiunque altro voglia presenziare. E il più delle volte vi si incontrano Nicola Cardellicchio e Antonio De Florio, altri tutori del dialetto e cultori della storia di Taranto. Fra l’altro De Florio è il comandante su Facebook del gruppo “Foto Taranto com’era”, che, se sono bene informato, vanta oltre 25 mila aderenti. Un numero confortante, perché vuol dire che tante persone amano la città dei due mari, il suo aspetto antico, visto che vengono postati anche cartoline dell’epoca in cui a Taranto viaggiavano i tram, i cui binari attraversavano anche il ponte girevole. I quadretti storici di De Florio fanno palpitare una Taranto che pochi conoscevano. Quante cose sono cambiate, per esempio, dai tempi in cui stavano costruendo l’arsenale? Ma anche da tempi meno lontani, da quando a lungomare stavano gli stabilimenti balneari e in viale Virgilio il Santa Lucia, dove andavano a fare il bagno gli arsenalotti. Anche abbascie ‘a marine” sono stati apportati cambiamenti, da quando Diego Marturano scriveva “’u Relògge d’a chiazze” e Alfredo Nunziato Majorano “L’erva salvàgge e dò’ pummedòre appìse hònne cangellàte sècule de storie”.
Sempre più bello, più seducente, più amabile è “’u màre peccerijdde”, la stessa musica, lo stesso splendore, le stesse crespe sotto la luna. Apro Facebook ed ecco un’immagine di Nicola Giudetti con un cappello di paglia in testa e un trapano a mano puntato “sus’a ‘nu lìmme” (un grosso vaso a piramide mozzata in cui le massaie immergevano i panni per lavarli). Toh, Nicola imita “’u conzagràste”. Interessante. Mi viene in aiuto Antonio De Florio e mi speiga che quella foto fu scattata in occasione di una rassegna dedicata ai vecchi mestieri davanti all’Auchan. Perchè non ripeterla? Io ho nelle orecchie il grido del venditore di pampanelle, che passava alle 7 del mattino e bisognava stare pronti perché era un fulmine. Prima dell’urlo le donne erano già pronte.
![]() |
| Giudetti fra le sue opere |
Quante cose ci sarebbero da dire su Taranto. Ma invito i turisti, i cittadini sensibili di fare un salto dal mito, in via Duomo. Mostrerà anche le valve di due paricelle grandi, dove una volta, dopo aver gustato il frutto, i pittori dipingevano i paesaggi di Taranto. E qui mi viene in mente il grande Raffaele D’Addario, già scenografo a Cinecittà, tarantino doc, costruttore di presepi di sughero, di carta che esponeva nella vetrina della drogheria del padre in via D’Aquino. Dipingeva anche sulla perla delle paricelle paesaggi e rose rosse. Lo conobbi nello studio del fotografo e pittore Salinari in via Di Palma, di fronte all’edicola di Passatore e dell’Ottica Pignatelli.
A quei tempi – ero giovanotto – non conoscevo Giudetti. Ne sentii parlare più tardi, quando cominciai a peregrinare in quel piccolo mondo antico, tra la chiesa di San Domenico e la piazzetta in cui sorge la cattedrale. Proprio in quello spazio, in una piccola parrocchia, feci una recita, “Il piccolo ateo”, sotto gli occhi vigili del parroco di San Domenico, don Stefano Ragusa, un martinese dinamico e pieno di idee.
A parlarmi di Nicola Giudetti fu mio cognato Alberto, che lo frequentava assiduamente e lo stimava. Più volte mi sollecitò ad andare a fargli visita; e quando mi decisi fu per me una sorpresa e una ricchezza. Trovai un uomo simpatico, gentile, scherzoso, empatico che si commuoveva recitando le poesie sulla mamma, che accoglieva i turisti come fossero amici di lunga data, che a loro volta – miracolo! - capivano il suo dialetto e si divertivano.
Lo si troverebbe da qualche altra parte un altro Nicola Giudetti? Io dico di no: Giudetti è unico, irripetibile, insostituibile. No, non c’è da nessun’altra parte uno come lui. Il visitatore gl chiede notizie del ponte girevole; e lui apre un libro di date, episodi, personaggi, Nicola, Mare Picce. E allora dalle sue labbra escono poesie che sconvolgono. Nella chiesa della Madonna della Scala, tra qualche arredo sacro superstite e tante persone è un primattore che appena sbuca dalla tenda viene applaudito. Li si festeggiano matrimoni tra pitture e versi: lì si parla della vecchia Taranto e della Taranto di oggi: di poeti come Claudio De Cuia, scomparso da anni, e prosatori. Taranto è nel cuore di tutti. Ho detto ad Antonio De Florio che io sono in attesa di una seconda rassegna dei vecchi mestieri, tra i primi “’u scarpàre cu ‘a sùgghie mmàne”. E vorrei vedere chi ha il coraggio di interpretare “’u ‘nghiappacàne”.
![]() |
| I due poeti Alberto e Nicola |
Lo si troverebbe da qualche altra parte un altro Nicola Giudetti? Io dico di no: Giudetti è unico, irripetibile, insostituibile. No, non c’è da nessun’altra parte uno come lui. Il visitatore gl chiede notizie del ponte girevole; e lui apre un libro di date, episodi, personaggi, Nicola, Mare Picce. E allora dalle sue labbra escono poesie che sconvolgono. Nella chiesa della Madonna della Scala, tra qualche arredo sacro superstite e tante persone è un primattore che appena sbuca dalla tenda viene applaudito. Li si festeggiano matrimoni tra pitture e versi: lì si parla della vecchia Taranto e della Taranto di oggi: di poeti come Claudio De Cuia, scomparso da anni, e prosatori. Taranto è nel cuore di tutti. Ho detto ad Antonio De Florio che io sono in attesa di una seconda rassegna dei vecchi mestieri, tra i primi “’u scarpàre cu ‘a sùgghie mmàne”. E vorrei vedere chi ha il coraggio di interpretare “’u ‘nghiappacàne”.





Nessun commento:
Posta un commento