IL POLIZIOTTO PAOLO SCROFANI RIVIVE SULLA TARGA DI UN PARCO

Paolo Scrofani a destra
Lo ricordano in tanti, i poliziotti e i cronisti e la gente comune. Una tragedia come quella non si può dimenticare. Un’esplosione, una porta che salta, abbattendosi su un funzionario di polizia, che era lì solo per convincere l’uomo a desistere dalle sue intenzioni

FRANCO PRESICCI
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| Gattari e Berticelli |
Il vicequestore Paolo Scrofani era dunque buono e coraggioso. Una mattina imboccammo insieme quella specie di tunnel che collegava il cortile e la Squadra Mobile, alla centrale operativa, alla sezione Omicidi, alla Volante, dove spiccava la figura di Silvano Gattari, anche lui una pasta d’uomo.
Non l’ho mai visto con il muso duro, mai scortese, mai sbrigativo. Alto. Elegante, colto, poliziotto severo e ligio al dovere, linguaggio pulito, passione per la montagna e per la moto Anche l’FBI e la Dea gli avevano rilasciato attestati di ammirazione. Quando era dirigente della sezione antinarcotici dette filo da torcere ai trafficanti anche nell’Hinterland. Era anche il punto di riferimento milanese del questore Enzo Boncoraglio, che operava in Colombia, dove dava la caccia ai produttori di cocaina.
Un aspirante cronista, notando un un via-vai di auto nel cortile, andò a bussare alla porta dell’antidroga e Scrofani disse, celiando, che anche gli uomini della Volante, finito il turno, tornano a casa. E siccome il neofita insisteva, osservò che ogni cosa va fatta al momento opportuno e che se è giusto informare è altrettanto giusto tutelare le indagini e la stessa sicurezza degli uomini impegnati nel costruire una trappola alla criminalità organizzata.
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| Un sequestro di droga |
Non perdeva mai la calma. Intelligente, preparato, una gran voglia di fare. All’antidroga dicevano che stare nella sua quadra era un vero piacere. Valorizzava i suoi collaboratori, dava loro la carica, li faceva sentire indispensabili. Non soffriva di protagonismo; non covava invidie, non dava gomitate, era indifferente allo sport delle malelingue. Era sposato con Emma Ivagnes, leccese, vicequestore dirigente della sezione giudiziara di Palazzo di Giustizia epoi diventata questore, una figlia di 12 anni. Una volta corse il rischio di rimetterci un occhio per un limone lanciato da quelli del Leoncavallo durante una manifestazione in piazza Duomo. Ma lui soffrì in silenzio. Mandò al “gabbio” (in cella) molti criminali e neutralizzò una “baby band”. La consorteria era capeggiata da un marmocchio che dopo aver rapinato altri ragazzini, li obbligava ad inginocchiarsi per farsi baciare le scarpe.
Paolo Scorfani conquistò più volte le pagine dei giornali, ma non cercava la pubblicità, non montava mai le notizie per avere più spazio. Il 28 giugno del 2002, suo giorno di riposo, era al volante della sua auto, quando per radio captò la notizia che in viale Giovanni da Cermenate durante un’operazione di sfratto un tale aveva aperto i rubinetti del gas e si era barricato in casa.
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| Il prefetto Francesco Colucci |
Senza pensare due volte Paolo accorse per tentare una mediazione, ma un’esplosione, saltò in aria la porta d’ingresso e gli cadde addosso con violenza. Portato in ospedale, apparve subito grave. Arrivò tutta la polizia e il prefetto Ferrante… Dopo poco morì. Gli hanno assegnato una medaglia d’oro al valore civile e in questura gli hanno dedicato la sala in cui si tengono le conferenze-stampa. Gli hanno dedicato il parco del luogo della tragedia. La scomparsa di Paolo Scrofani provocò dolore in tutti quelli che lo conoscevano e ammiravano. Sconvolto, il prefetto di Firenze, che lo aveva visto crescere: “Paolo era eccezionale, apprezzavo molto il suo entusiasmo, a volte mi specchiavo in lui, mi rivedevo giovane, animato dalla sua stessa voglia di fare. Paolo era sempre misurato, pronto, serio, attento, nemico dell’improvvisazione. La stessa considerazione provo per Emma”.
Il giornalista Alberto Berticelli, del “Corriere della Sera”, lo ricorda con affetto e stima; “Era educato, un bel ragazzo; sempre in giacca e cravatta, molto cortese. Un bravo poliziotto, onorava le istituzioni. Perdette la vita un maledetto giorno in cui era fuori servizio”.
Avrebbe potuto godersi il giorno di libertà e invece non si tirò indietro. Scrofani aveva 40 anni. Era entrato in polizia a Roma nel 1988.
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| L'ispettore Alberto Sala |
L’anno successivo approdò a Milano, in via Fatebenefratelli, quindi guidò il commissariato Scalo Romama, in via Benaco. Poi passò alla Narcotici e vi rimase fino al 1998, quando prese l’incarico di vice capo della Mobile di Genova. Rientrò nel capoluogo lombardo, con destinazione la prima poltrona del commissariato di via Tabacchi. Un investigatore puro, acuto. Un uomo coerente. Davanti a quella porta, fragile confine tra la vita e la morte, gli fu difficile ricorrere ad altri mezzi. La figlia oggi sarà fiera di aver avuto un padre come lui. Il commissario Silvano Gattari, una vita alle Volanti, esprime un dispiacere immenso. “Quella mattina ero in centrale operativa, dove ricevetti la sua telefonata, in cui mi comunicava che stava andando sul posto. Aveva appena terminato il servizio e gli consigliai di non farlo. Era una bella persona, intelligente, funzionario modello. L’apprezzavo molto anche per la sua disponibilità e il suo attaccamento al lavoro”. L’ispettore capo Alberto Sala, che ha collaborato con la Dea, l’Fbi e altre polizie di mezzo mondo, ammirava la bravura, la volontà, la voglia di crescere, di dare il massimo, i modi di Paolo Scrofani. “Faceva parte dello ‘staff’ della Squadra Mobile” e questo provava la sua formazione”, aggiunge il mastino di via Fatebenefratelli. Un giudizio unanime in questura e nei commissariati che lo ebbero come dirigente. A vent’anni dalla sua morte venne commemorato nel parco a lui dedicato tra le vie Giovanni da Cermenate e Pezzotti, con la partecipazione dei familiari, di molte autorità, tra cui il questore Giuseppe Paronzi e il prefetto Renato Sacconi. Un’altra cerimonia si svolse in questura, seguita da una Messa nella chiesa di Sant’Angelo. Al suo nome venne istituita anche una borsa di studio.
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| Il questore Nino Damato |
Ho interpellato alcuni colleghi di Paolo: l’ispettore capo Ugo Brignoli, che andò con lui in America assieme a due magistrati per una rogatoria e dice di Scrofani: “Bravo, intelligente, una voglia d’impegnarsi, dotato di coraggio e dedizione. “Dopo un po’ di tempo diventammo amici. Lo apprezzavo anche come persona. Era leale, rispettoso, determinato”. All’epoca Paolo era all’Antidroga”.
Un altro poliziotto che lo stimava molto e lo ricorda volentieri è Enrico Salvi. “Posso dire di lui tutto il bene possibile. Era un poliziotto di grande valore. Il suo nome lo porto scritto nel cuore”. Anche il prefetto Francesco Colucci, che fu vicecapo della Squadra Mobile e conosceva molto bene molti personaggi della mala, ha parole di grande stima per Paolo Scrofani, “che perdette la vita per la passione con cui faceva il suo lavoro. Consapevole del rischio che andava ad affrontare. Era un grandissimo professionista, con l‘aspirazione di diventare capo della Mobile – disse il compianto questore Nino Damato a Porta a Porta, la trasmissione di bruno Vespa. “Svolgeva il suo lavoro con una professionalità e una dedizione enormi. Aveva fatto un corso di mediatore e aveva diretto la divisione criminalità di Genova…”E’ commovente, straziante ascoltare Nino Damato da questore in un famoso studio televisivo.
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| Scrofani e Damato |
Non c’è più neppure lui, un grande, nato in Puglia, a Taranto. “Quando ho conosciuto Paolo Scrofani era un giovane funzionario della Narcotici. Il suo capo era Massimo Mazza. Scrofan, cresciuto a quella scuola, era sempre un’interlocutore affidabile per noi giornalisti, Notizie zero, . Andarsene così, a 40 anni, c’era da non credere, eppure,come tante volte succede di pensare, era reale una aiutava a non sbagliare prospettiva negli articoli. Chi c’era non dimentica”. Come dimenticare? Ogni volta che c’era una conferenza-stampa in quella che è stata chiamata “Sala Scrofani, mi veniva in mente il giovane alto, magro, frettoloso che era e che è morto durante uno sfratto. Ero arrivato poco dopo e ricordo un poliziotto, Antonio Scorpaniti, della Omicidi, con i calcinacci ancora addosso e una ferita credo alla fronte”. Una persona come Paolo, un gentiluomo, un poliziotto dal fiuto lungo lascia un ricordo indelebile non soltanto su una targa.






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