Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 20 aprile 2016

“Cinquant’anni di poesia” di Montale apparve con 10 opere di Kodra


 

 

Kodra artista di rinomanza 

internazionale

 

Uomo generoso, colto, affabile, pacato, schietto






  

Premio "Vita da Cronista 2015"

 


  Franco Presicci



 
Dieci anni fa, il 7 febbraio, si spense a Milano il grande pittore albanese Ibrahim Kodra, che da ragazzo era stato pupillo di re Zogu e della regina Gèraldine.
Kodra saluta dal Naviglio Grande
Innamorato del nostro Paese, soprattutto della città del Porta, che lo ospitò per circa 70 anni, soggiornò più volte a Positano, Catania, Palermo…, città in cui allestì importanti personali. E adorava la Puglia, il suo calore, i suoi colori, la sua gente. Ne parlavamo spesso, nella sua abitazione-studio all’ultimo piano del 2 di piazzale Lagosta (locali già appartenuti ad Antonio Ghiringhelli, sovrintendente alla Scala dal ’45 al ‘72), da dove si dominava, come dalla plancia di comando di un transatlantico, tutto viale Zara e parte del suo prolungamento, che porta il nome di Fulvio Testi. Kodra era un artista di rinomanza internazionale e un uomo generoso, colto, affabile, pacato, schietto. Abbigliamento un po’ stravagante, quasi una tavolozza, vaga somiglianza con Charles Bronson, lo si poteva incontrare all’Isola Garibaldi, dove spesso brevi passeggiate. Mi chiedeva di seguirlo, e a volte lo accontentavo, ascoltando i suoi progetti e i suoi impegni. Poi al ritorno nello studio dava gli ultimi tocchi a una tela, mentre saccheggiavo i ritagli di giornale che la signora bionda con funzione di assistente ammucchiava su un tavolo spazioso quanto un biliardo; o ammiravo i suonatori, le barche a vela, il paesaggio di Sciacca, i soldati geometricamente schierati appesi, incorniciati, alle pareti.
"La guerra per la pace"
Se per un po’ non mi sentiva, mi telefonava, invitandomi a cena o a pranzo; e io dovevo trovare sempre una scusa per dire di no, non gradendo i pasti fuori casa. “Alle 4 del pomeriggio”, gli promettevo. “Arrivo alle 4”. Ed ero sempre puntuale. Quando con Filippo Alto ebbi l’idea del Premio Milano di giornalismo, lo proposi come presidente della giuria, che annoverava nomi rilevanti della televisione, della carta stampata, dell’arte…Ibrahim accettò di buon grado, e non cercò mai d’imporre un proprio candidato. Si limitò a sorridere benevolmente alla scelta di Alberto Cavallari, che poi sostitui Franco Di Bella, premiato con lui “ex aequo”, alla direzione del quotidiano di via Solferino. Cavallari inviò un telegramma da Parigi, dov’era corrispondente, assicurando la sua partecipazione alla cerimonia di consegna.  E mantenne la promessa. Rivedo il suo abbraccio affettuoso con Ibrahim, che volle seduto accanto a sè. Nato in un piccolo villaggio, Ishmi, il 22 aprile del ’18 (in questi giorni avrebbe compiuto 98 anni),
Kodra con una scolaresca
Kodra arrivò in Italia nel ’38 con una borsa di studio per l’Accademia di Brera. I gerarchi del regime lo accolsero a Roma festosamente e gli chiesero di tenere un discorso in onore del capo del fascismo. Ma lui conosceva soltanto tre o quattro parole del nostro vocabolario, e manifestò il proprio imbarazzo. Quelli insistettero, suggerendogli di usare la sua lingua; e lui allora colse al volo l’idea di contare da uno a cento, intervallando i numeri con le espressioni all’epoca considerate sacre “duce”, “fascismo”, “Mussolini”, scatenando applausi fragorosi e commenti entusiastic:i “Eccezionale, Kodra, discorso affascinante”. Nel ’39 era a Milano. E frequentando il quartiere di Brera ben presto divenne leggendario. I primi tempi furono magri, anzi magrissimi. Gli urli della fame li placò nella latteria delle pie sorelle Pirovini,
Kodra con le sorelle Pirovini
che gli proposero di convertirsi al cristianesimo in cambio della cancellazione del suo conto, allungatosi quanto un’autostrada anche per colpa delle pance degli amici. Dalle Pirovini al bar “Giamaica” il passo era breve. E lì, dentro e fuori, s’intrattenevano Gianni Dova, Lucio Fontana, il giornalista Guido Vergani, il critico cinematografico Pietrino Bianchi, il musicologo Giulio Confalonieri, Intra, Gaber... “Mamma Lina”, al secolo Lina Mainini, ricordava Benito Mussolini, che si faceva servire il cappuccio senza schiuma, prima di andare alla sede del “Popolo d’Italia”, in via Lovanio. Gli episodi che riguardavano Kodra trasmigravano dall’uno all’altro in un baleno. Avete saputo? L’altra notte in via Fabio Filzi due banditi armati gli hanno intimato di consegnare la borsa. Quale borsa? Non aveva l’ombra di un centesimo. Era pronto a farsi perquisire per dare la conferma. Si sono impietositi e gli hanno dato la mancia. Era il ’44. Venne investito da una moto americana, gli ingessarono un braccio e tutta la sua compagnia sperava in un ottimo risarcimento, e per questo lo supplicavano di tenere la protezione oltre il tempo previsto..
Kodra con P. Ballo e A. Petruso
Tutti conoscevano la sua storia. Alcuni la raccontavano, e i cronisti ne prendevano nota. In Albania aveva imparato le buone maniere alla corte di re Zogu, ma il giorno in cui doveva fare l’inchino alla regina Gèraldine sbagliò un gesto e corse il rischio di cadere coinvolgendo sua altezza. A portarlo al Palazzo era stato il questore di Durazzo, che, dal suo tavolo in una trattoria, si accorse che il pivello che gli stava dirimpetto lo guardava, abbassava la testa e faceva fremere una matita. Gli si avvicinò incuriosito e vide il proprio ritratto su un foglio. “Sei davvero bravo! Complimenti!”. E subito dopo: “Che cosa fa tuo padre?”. Era un capitano di lungo corso sempre in navigazione, e la madre aveva perso la via di casa. Allora il questore pensò di presentarlo alla regina, che in seguito lo spedì in Italia con la borsa di studio. Destinazione l’Accademia di Brera. Una manna per il giovane, che amava la musica, oltre alla pittura, suonava il banjo, aveva vinto il campionato di giavellotto e aveva diversi hobby.  Ibrahim era deciso a farsi strada, e la fece. Ecco in estrema sintesi il suo percorso. Nel ’39 cominciò a seguire, a Brera, i corsi di Carpi, Carrà, Funi; nel ’43 conseguì la maturità artistica. Aprì il primo studio e uscì un libro con disegni suoi, di Birolli, Vedova. Nel ’46, Antonio Tullier scrisse la presentazione nel catalogo di una sua mostra. Nel ’52 fu al “Maggio di Bari”. Nel giugno del ’57 Marco Valsecchi recensì sul “Giorno” la sua esposizione alla Galleria Bergamini. Nel ’58 Guido Ballo gli dedicò un articolo sull’”Avanti!”…. E poi una prima pioggia di critiche di Mario Lepore, De Micheli, dello stesso Cavallari… Viviane Bost parlò di Kodra su “Nice-matin”; Davide Lajolo su “Vie Nuove” titolò “Un albanese per le vie di Milano” sottolineando nel sommario che “la semplice, tenace magia di Kodra rintraccia le scaglie luminose dei vecchi mosaici bizantini”. Lucio Cabutti su “Bolaffiarte” ne “L’albanese in via Brera” ricorda l’adesione del pittore a “Oltre Guernica” nel ’45 e il suo incontro con Paul Eluard, che lo definiva “il primitivo di un’altra civiltà”, proseguendo con l’accenno “all’impronta geometrica sempre più marcata, nella sua pittura” “Cinquant’anni di poesia” di Montale apparve con 10 opere di Kodra. Nella monografia “Kodra in corpo 8”, pubblicata dalle Edizioni d’arte La Tela di Palermo, sono incluse, fra tantissime immagini, centinaia di articoli sull’intensa attività di questo artista geniale, che a detta di Mario Stefanile “pungolò la fantasia anche dei critici con i misteriosi e orfici incanti della propria pittura”. Per settant’anni protagonista della vita milanese, l’albanese di Ishmi se ne andò nel 2006. Fui invitato da una tivù di Tirana a parlare della sua arte e della sua umanità; e mi vinse l’emozione.


mercoledì 13 aprile 2016

Hai le ali? Vola sempre più in alto ma non dimenticare mai la tua culla



GIA’ NEL TITOLO E’ BELLO

IL LIBRO DI GOFFREDO PALMERINI

Le radici e le ali” presentato da Francesco Lenoci
all’Aquila mentre si compiono i sette anni
dal disastroso terremoto.


Franco Presicci

E’ già nel titolo, “Le radici e le ali”, la bellezza del recente volume di Goffredo Palmerini: Vola, esplora altri mondi, incontra altra gente, stringi nuove amicizie, corri nel luogo che ti dà lavoro, ma non dimenticare mai la culla. Se cedi a questa tentazione, non hai più un paese. Il vecchio può non riconoscerti più, il nuovo non sarà mai completamente tuo. Tanta gente che per bisogno ha fatto fagotto, costretta a stabilire la dimora in terre lontane, non manda in archivio la via da cui è partita; continua a sospirarla, ripercorrendola con il ricordo. Molti tornano e ritornano, e sono accolti con un abbraccio. E’ come se non si fossero mai allontanati. Goffredo li segue, li ascolta, li racconta. Mario Fratti, uno degli autori di teatro più famosi al mondo, aquilano di nascita, si è stabilito a New York dal ’63, ma per lui ogni occasione è buona per rivedere la sua città, tormentata e offesa. L’ultima volta l’anno scorso per la prima al Teatro Comunale del suo Frigoriferi”, uno dei suoi brillanti lavori, tradotto in “musical” dalla Compagnia Mamo e dall’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretta dal maestro Luciano Di Giandomenico.
Lenoci e Palmerini
E ci andrà ancora a settembre per la presentazione del suo romanzo “Diario proibito-L’Aquila anni Quaranta”. Fratti è come Palmerini: gira il mondo, presenta le sue opere (ne ha scritte circa 90 tradotte in 22 lingue) e scopre nuovi sentieri. Vola in Brasile, Canada, Argentina… e ripiomba a New York. Cronista scrupoloso, attento, indagatore, Palmerini prende nota dei successi dello scrittore, lo incontra, lo intervista e ne scrive pagine belle e sentite.
Goffredo Palmerini e Francesca Alderisi
Laura Benedetti, aquilana anche lei, nel gennaio scorso ha ricevuto a Wasinghton l’ambito riconoscimento: Three Wise Women conferito dall’Organizzazione Nazionale Donne Italo-americane. La motivazione indica i suoi meriti nella critica letteraria, ma anche l’infaticabile impegno da lei speso nella diffusione della cultura italiana. E Goffredo riferisce la notizia in ogni dettaglio, indugiando sugli scritti della Benedetti sulla letteratura medievale e sulla sua attività di curatrice della voce letteratura italiana per l’Encyclopedia Britannica Year in Rewiew, inanellando i tanti seminari incontri, convegni che ha organizzato, come “Dopo la caduta: memoria e futuro”, tenutosi a L’Aquila nel giugno 2010. Nulla sfugge a Goffredo. Informato di tutto, viaggiatore accanito, sempre alla ricerca di storie da narrare. Non esita a prendere un treno o un aereo per raggiungere un luogo, una persona, un talento da descrivere, per farli conoscere agli altri. Nell’agosto di tre anni fa è stato a Cellino San Marco per la Settimana della promozione della Puglia nel mondo: “Ospitalità dalla terra dei Messapi al Salento”. E ha illustrato il patrimonio artistico, paesaggistico, culturale, enogastronomico, storico della nostra regione, accennando alle sue origini magno greche.
Palmerini con Dan Fante
Ha seguito gli ospiti nelle visite al sito archeologico di Muro Tenente, a Mesagne, alle Colonne Romane di Brindisi, al grandioso, festoso Barocco di Lecce, ai trulli di Alberobello; e cita anche le persone che svolgono incarichi meno rilevanti, come il brigadiere Capoccia, che, avendo l’incarico di agevolare i rapporti con e tra i forestieri, si è distinto nel fare gli onori di casa all’ambasciatore d’Albania Neritan Ceka, che – ha confidato - quando dall’altra sponda pensa all’Italia, la prima terra che immagina è la Puglia, molto più conosciuta delle altre dalle sue parti. E ha parlato di Albano Carrisi, definendolo “ambasciatore di Puglia straordinario ed amatissimo”.
Palmerini è un infallibile “trait-union” tra gli italiani che sono rimasti e quelli che hanno cercato il pane altrove; tra i nostri connazionali e i fratelli stranieri. I suoi scritti invogliano alla conoscenza di quanto accade nei nostri confini e oltre; esortano a vedere se stessi nel prossimo, al dialogo, alla solidarietà reciproca. “C’è un antico rapporto d’affezione, quasi d’amore tra New York e l’Italia”, dice. E così titola un capitolo: “A New York e Princeton con nel cuore l’Aquila candidata a capitale europea della cultura nel 2019”.
Il duomo de L'Aquila
E snocciola episodi antichi, con un tono da favola: “Lì, a New Amsterdam , nel 1635 andò anche a risiedere il marinaio veneziano Pietro Cesare Alberti. Il primo italiano. La città andò avanti quasi in tranquillità fin quando il governatore Peter Styvesant nel 1657 fece sapere ai quaccheri inglesi, nel frattempo arrivati, che non erano molto graditi”.
Affascinano, le pagine di Goffredo Palmerini. Leggendole si ha la sensazione di compiere viaggi edificanti da un Paese all’altro; di essere fisicamente di fronte a persone mai viste, di ascoltare le loro voci, le loro esperienze. Palmerini ama la gente, non solo quella abruzzese sparsa per il mondo. Va a cercarla e ne traccia un ritratto palpitante. Con uno stile limpido, scorrevole, delicato. Avvincente. Espone i fatti con lealtà; penetra nei personaggi con notevole capacità d’introspezione psicologica. I suoi scritti sono affollati: situazioni, protagonisti di grandi eventi, maestri della scrittura e della tavolozza… Ed ecco, in “Le radici e le Ali”, “Taranto. Oltre la notte”, illustrato a Roma nella Biblioteca del Senato, per tenere viva l’attenzione sui drammi della Bimare e dell’Aquila”.
Palmerini (al centro) in un programma RAI
Con un intervento di Tiziana Grassi, che invoca un patto di fratellanza fra le due municipalità.. “E per quanto arduo sia un parallelo tra i problemi delle due città – dice Palmerini - l’una martoriata nel suo ‘habitat’ ambientale, l’altra devastata dal terremoto, resta comune il fatto che la loro rinascita passa per un forte impegno del sistema Paese congiunto in un sapiente impegno sociale”. Impegno che lui ha dimostrato nel consiglio comunale della sua città e poi nella veste di assessore e vicesindaco..
C’è un tesoro in “Le radici e le ali” (che comprende anche scritti di altri autori), fatto di vite vissute, di iniziative intraprese…di luoghi memorabili. Charleroi, per esempio, dove nell’agosto del ’14 i tedeschi sconfissero i francesi e dal 27 al 29 settembre 2013 si è svolta l’assemblea del Consiglio regionale Abruzzesi nel mondo. Palmerini naturalmente era presente. In una giornata di sole, “di quelle tiepide, come promettono le incipienti ottobrate romane…Man mano che l’aereo guadagna il nord s’increspano nuvole candide e cirri, disegnando al suolo arabeschi d’ombre lungo la costa toscana e sulla campagna frammentata di colture cangianti nelle tonalità del verde e delle terre di Siena…”.
“Le radici e le ali” ha un ampio corredo di foto: panorami e brani di paesaggi, chiese, monumenti, feste patronali con processioni, palazzi patrizi, vedute dall’alto. In appendice lo splendido discorso che fece a Milano Francesco Lenoci sul libro dello stesso Palmerini “L’Italia dei Sogni”. Seguono “L’Italia dei sogni è un paese possibile”, di Lucilla Sergiacomo; “L’Italia dei sogni, dove la natura fa parte del risveglio”, di Flavia Cristaldi… Il sottotitolo di “Le radici e le ali”: storie, curiosità e annotazioni sulla più bella Italia nel mondo”.

mercoledì 6 aprile 2016

La bella avventura dei professori Franco Marasca e Mario Pernice


DA LONDRA A FOGGIA A BORDO DI UN TAXI



Acquistato a Edimburgo per 7 milioni, era un gioiello. Marciò spedito tra saluti, baci volanti, applausi da chi incontrava, soprattutto dai giovani, sui piazzali di sosta e agli autogrill. Un viaggio tra gioia e timori conclusosi con un trionfo. Avrebbero voluto girare l’Europa, ma si stavano riaprendo le scuole.















(Franco Presicci) Fu una passione improvvisa quella di Franco Marasca e Mario Pernice, il primo insegnante d’inglese; il secondo di storia dell’arte, per i meravigliosi taxi di Londra.
Durante una vacanza nell’agosto del ’91 nella città attraversata dal Tamigi ne videro a decine incolonnati ad un semaforo, li osservarono, si scambiarono un’occhiata e s’intesero. Il viaggio di ritorno a Foggia l’avrebbero fatto guidandone un esemplare. Nessun indugio. Chiesero a destra e a manca dove avrebbero potuto soddisfare la cotta; e di indirizzi ne ebbero, ma ovunque il costo non scendeva al di sotto dei 10 milioni. “Andate a Edimburgo: lì sicuramente troverete quello che cercate - suggerì alla fine qualcuno – Da quelle parti il mercato è meno esigente”. Ed eccoli ad Edimburgo, una delle città più visitate, nota per aver dato i natali al filosofo ed economista Adam Smith, all’attore Sean Connery, ad Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes; per il Castello dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, per il festival del teatro apprezzato in tutto il mondo... Qui altre sgambate, perché un taxi in vendita non era certo facile da scovare.
Franco Marasca con Renzo Arbore
Ma, come si sa, la fortuna assiste chi s’impegna, e come per incanto comparve “Edimburgo 443”, 10 anni, 300mila chilometri all’attivo, motore Austin, 2520 centimetri cubici, colore nero, targa ASG 55W, prezzo 7 milioni. Affare fatto. Consegna a settembre: anche se la macchina godeva di buona salute, una guardatina bisognava pur darla, per sicurezza.
E arrivò il giorno sospirato, accompagnato però da qualche legittima preoccupazione: “E se ‘Edimburgo’ non ce la fa, dove andiamo a sbattere la testa? Deve percorrere 3mila chilometri, che non sono uno scherzo. E’ anzianotto, quegli anni per un taxi non sono pochi. Può perdere fiato, bloccarsi, lasciandoci a piedi. E poi?”. Dovete andare tranquilli, siete su un mulo di ferro, vedrete che non sarete delusi, risposero alcuni tassisti con i quali si erano confidati. Si fidarono, ingranarono la marcia e via verso l’Italia.
Mario Pernice
A Doncester li aspettava una scena da teatro comico: nell’abitacolo si trovava momentaneamente solo Mario Pernice, quando un tale aprì la portiera, si sedette sul divanetto posteriore e indicò l’indirizzo al quale era diretto. Pernice cercava di spiegargli che il taxi era fuori servizio, aveva altra destinazione, privata e non pubblica; ma non conoscendo una sola parola di inglese non riusciva a farsi capire nemmeno con i gesti dall’altro, che, persa la pazienza, alzò il tono della voce, si agitò, tanto che, se non fosse sopraggiunto Franco Marasca a spiegare l’equivoco, la situazione avrebbe richiesto l’intervento del poliziotto di quartiere. Il battibecco finì dunque in una bolla di sapone, il mancato cliente si trasferì su un altro taxi e i due professori, tirando un sospiro di sollievo, partirono.

Erano entusiasti. Stavano vivendo un’esperienza invidiabile, passando da un posto ad un altro ricevevano saluti, baci volanti, fischi di acclamazione, complimenti per la bellezza fiera di “Edimburgo”. Ma a Dover, mentre stavano per imbarcarsi, si risvegliò la paura: il taxi aveva sputato acqua. “E adesso? Questo, sì, che è un guaio serio. Chi ci salva? E’ sabato, dove andiamo a rintracciare un meccanico aperto e disponibile? Avremmo fatto meglio a metterlo su un treno…”. Povero “Edimburgo”, stava facendo il suo dovere e gli toccava prendersi una colpa che non aveva. E non ne avevano neanche i due piloti (al volante facevano i turni): chi aveva versato il liquido aveva esagerato e il radiatore aveva vomitato il superfluo. “Tutto qui, può capitare”, predicarono i presenti. Peccato veniale.

Piero Lotito
I timori si riaddormentarono, e Franco e Mario ripresero la marcia, facendo tappa a Milano, dove sul piazzale di fronte al Castello Sforzesco, furono circondati da una piccola folla, che voleva sapere tutto di quel gioiello, la sua provenienza, le sue caratteristiche. Poi telefonarono a Piero Lotito, ammiratore delle auto d’epoca, giornalista attento e scrupoloso.
Lotito, foggiano anche lui, non si fece attendere, e l’equipaggio gli somministrò un’ampia dose di notizie sull’impresa che si stava svolgendo in quell’altalena di esultanza e di dubbi. Piero prese nota, si congratulò con loro, elogiò il taxi, dicendosi certo della bontà delle sue prestazioni. Taxi di quel tipo ne aveva visti e li considerava monumentali. Si congedò e i due amici, dopo un ultimo sguardo fugace al maniero, la cui storia s’intreccia con quella della città; e a via Dante che sfocia in piazza Cordusio, sfiorando il Teatro Strehler, riaccesero il motore.

Mario Pernice e Franco Marasca e il taxi
A Melegnano imboccarono l’autostrada e “Edimburgo” continuò a recitare il ruolo di mattatore, dando l’impressione di essere consapevole della sua qualità di oggetto del desiderio. Nei pressi di Pescara, fermi in una stazione di rifornimento, per fare il pieno e bere un caffè, Marasca e Pernice notarono un camionista inglese alto e robusto, biondo, testa pelata, in maniche di camicia, gli occhi fissi su “Edimburgo 443”. Cinque minuti dopo il motivo dell’attrazione venne spiegato: il padre del conducente del “bisonte” faceva il tassista e guidava proprio un confratello di quel campione. Aggiunse che non avrebbe mai potuto pensare che un giorno l’avrebbe visto circolare in un paese lontano dal suo.

Di nuovo in pista. “Edimburgo 443” andava spedito. Fagocitava l’asfalto con un rumore lieve che era musica per le orecchie dei padroni. Finalmente ecco la sagoma di Foggia, che si avvicinava velocemente. Franco e Mario avvertirono la stanchezza. Varcato il casello, entrarono in città, ne percorsero un tratto.

Antonio Velluto
Al termine del viaggio, un trionfo. “Edimburgo” fece colpo su tutti. Per i due docenti abbracci, pacche sulle spalle, acclamazioni, come se fossero corridori al traguardo del “Tour de France”, o assi su bolidi all’autodromo di Monza. L’avventura si concluse, quindi anche la festa. “Avremmo voluto girare tutta l’Europa con ‘Edimburgo’, ma non avevano più tempo. Le scuole stanno per riaprirsi. Chissà, magari l’anno venturo”. Ci fu chi si offrì subito di essere arruolato. “Vedremo”. Lessero l’articolo di Lotito sul “Giorno”, corredato da una foto che li ritraeva appoggiati alla “star”, e ne furono contenti. Lo lessi anch’io, quel pezzo, e l’ho riletto. Un pezzo da antologia.

Il duo, ricco di cultura e di umanità, è scomparso, ma a Foggia lo ricordano sempre con grande affetto anche per le opere che ha lasciato. Mario era pure scultore, autore tra l’altro di portali bronzei per chiese non solo della Capitanata: artista di alto livello, tanto che suoi lavori si trovano in molte collezioni. Franco, plurilingue (bravissimo tra l’altro a parlare il russo), fondatore di una casa editrice (le Edizioni del Rosone), che oltre a centinaia di libri sulla Puglia stampa ancora oggi tre periodici: “Il Rosone”, il “Provinciale”, “Carte di Puglia”, grazie alla moglie Falina, professoressa di lettere, e alla figlia Marida, laureata in materie bancarie. Era nato a Troia, città dalle sette vite come i gatti: tante volte distrutta e altrettante volte rinata. Persona gentile, riservata come Mario, soggiornò a Milano, dove “Il Rosone” fu battezzato, padrino il compianto Antonio Velluto, giornalista alla Rai, detto “il principe” per i modi garbati.

Non so se poi quel viaggio nei Paesi europei lo abbiano realizzato. Non ho fatto in tempo a chiederlo a Franco Marasca (che stimavo come uomo e come professionista). E non gli ho chiesto neppure notizie del destino di “Edimburgo 443”, il taxi che sapeva dare spettacolo.

mercoledì 30 marzo 2016

“Scoop” di Gianpaolo Annese, cronista di ottima stoffa


 

MULTATO IL CELLULARE DEL BARBIERE CON LA VOCE DI DONNA SUMMER

“Chi diffonde musica nel suo locale deve pagare”, ha detto il funzionario della Siae che ha steso il verbale. “Meno male che è rimasto muto il telefonino di mia moglie con la colonna sonora di ‘Un pugno di dollari’”, si è consolato il barbitonsore, parlando con il giornalista che ha snidato e pubblicato la notizia...




Franco Presicci 

Mi domando se nella bottega del barbitonsore don Nonò, che potava tutta la famiglia Cammilleri, per il concertino domenicale con chitarra e mandolino di Pirrotta e Spitaleri, il primo ferroviere e il secondo falegname, si pagassero i diritti d’autore alla Siae, nata a Milano il 23 aprile del 1882. Il famosissimo scrittore, Andrea, classe 1925, di Porto Empedocle, padre del commissario Montalbano, non ne fa cenno (almeno così ricordo), ma probabilmente nessun uccellino cinguettò all’orecchio d’un funzionario, e don Nonò se la passò sempre liscia.
Pagina di un calendarietto con la donna in Grecia
Non è stato così fortunato Giuseppe Laiso, 68 anni, che da una vita maneggia pettine e rasoio a Fiorano, in provincia di Modena.
Ecco il fatto. Una sua assistente aveva lasciato sul tavolo il proprio Smartphone, che all’improvviso, ricevendo una chiamata, l’ha segnalata a suon di musica. Galeotto, cacio sui maccheroni per un ispettore della Siae, che ha steso un verbale specificando il brano: “Love to love you baby” di Donna Summer, cantante americana che per i suoi successi negli anni 70 venne insignita del titolo di “Regina della disco music”. “Meno male – si è consolato più tardi Laiso – che è rimasto muto il telefonino di mia moglie, che avrebbe intonato un pezzo della colonna sonora di Ennio Morricone per ‘Un pugno di dollari’ di Sergio Leone con Clint Eastwood; altrimenti le multe sarebbero state due”.
Le conquiste della tecnica, si sa, a volte hanno i loro aspetti negativi, ma non entro nel merito, anche perché non me ne intendo granché; e tra l’altro penso di non correre questi rischi, dato che il mio apparecchio tascabile ha il verso di un usignolo, che immagino, venendolo a sapere, non pretenderà di essere retribuito. Mi interessa invece il discorso sui cronisti, prendendo ad esempio proprio l’autore di questo “scoop” pubblicato sul “Quotidiano Nazionale” e sul “Resto del Carlino”, simbolo di Bologna, il cui primo numero uscì il 21 marzo del 1885 con l’editoriale di Giulio Padovani. Parlo di Gianpaolo Annese, 40 anni, laureato in Scienze della comunicazione, nato a Mola di Bari, residente a Crispiano, trasferitosi a Modena dopo un eccellente rodaggio professionale nella redazione barese di “Repubblica” e all’Adn Kronos, e l’esperienza di sette anni da direttore di “Polites”. Un cronista di ottima stoffa, che con quest’articolo ha assestato un “buco” a tutta la concorrenza, che ha dovuto riportarlo il giorno successivo.
Giuseppe Laiso
Non solo Gianpaolo ha snidato la notizia, ma l’ha riferita con misura, senza enfasi, controllando ogni particolare, interpellando un rappresentante sindacale; la stessa Siae, secondo la quale il barbiere, che smentisce, aveva il telefonino connesso con un amplificatore…Ha dato al lettore tutte le informazioni che gli possono interessare, elencando, in un pezzo d’appoggio (titolo: “Lo Smartphone è sanzionabile solo se attaccato alle casse o usato come radio”), i locali che devono osservare le regole che disciplinano la materia, dagli studi professionali agli ascensori; oltre agli aggeggi come le segreterie telefoniche.
Dice persino come si corrispondono i compensi per i diritti d’autore per la musica di sottofondo e altro ancora. Un servizio completo, puntuale, scrupoloso.
Enzo Jannacci e Franco Bompieri
La notizia è di quelle che fanno discutere; e infatti da giovedì 25 marzo, giorno in cui è apparso lo “scoop” di Annese, sento gente che lo commenta, chiedendosi se sia giusto prendersi una multa per il trillo del cellulare. Sulla “Lilla”, il serpentone che corre nel ventre di Milano senza conducente, un passeggero diceva a un altro che si era messo al sicuro sostituendo “Bella ciao” con la sveglia dell’orologio; e l’altro: “Toh, io ho cancellato “Va, pensiero….”. Non se ne parla soltanto sui mezzi pubblici, tra l’altro bazzicati da suonatori ambulanti di tromba, chitarra, mandolino, fisarmonica (ed è bene, a mio parere, che si chiuda un occhio, come lo si chiuse anni fa per l’artista che sul metro deliziava con il suo violino e poi acquerellava figure sul pentagramma). La polemica è spuntata anche in un mercato rionale. “E’un peccato colpire sistematicamente i lavoratori, soprattutto in questi tempi difficili…”, esplode una signora bassina, sdogata, con tanto di zucchero filato sul capo, mentre il fruttivendolo infila con rabbia le cime di rapa nel sacchetto.
Il prefetto Francesco Colucci nel salone di Salvatore Seccia, al centro
E da un argomento si passa a un altro, comune denominatore il denaro da sborsare. In un negozio soffiava il lamento di un cliente per le librerie risucchiate dal vortice dei canoni di affitto, come la Partipilo, in viale Tunisia a Milano, la Mandese in via D’Aquino a Taranto, per la quale io stesso su Facebook ho emesso un grido di dolore, e tantissime altre. Ma questa è un’altra faccenda. L’episodio della barbieria di Fiorano, oggetto dello “scoop” di Gianpaolo Annese, mi ha procurato un po’ di amarezza. Anche perché amo questo mestiere, che come quello di calzolaio è un’arte e ha una bella storia. Amo l’ambiente in cui viene esercitato e gli arredi, gli utensili: dalla poltrona girevole all’affilarasoi, al bacino, allo spruzzatore, alla tazza per la saponatura… Nel piccolo regno del mio amico mantovano Franco Bompieri, barbitonsore e scrittore, sono esposti in una vetrinetta; e quando vado a trovarlo, in via Morone, a Milano, a due passi dalla casa di don Lisander (il Manzoni, intendo) li osservo e penso a Massimo Alberini, esperto del settore e di circhi, che avrebbe dovuto inserirli nel suo “Collezionismo minore” tra cavatappi, pipe, treni…
Ogni volta Franco tenta di distrarmi proponendomi di dare una regolata alla mia chioma; ma non mi sottopongo al procedimento perché troppo importanti sono quelli che lui e i suoi collaboratori prendono per i capelli. Qualche nome? Cesare Romiti, Marco Tronchetti Provera, Enzo Bettiza…Oggi; e ieri? Su quelle poltrone si sono seduti Adriano Olivetti, Indro Montanelli, Luchino Visconti, Enrico Cuccia, Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Marcello Mastroianni…
Pagine di un calendarietto dei barbieri con la bottega nel Settecento
Quello di Bompieri è un salotto, e lo è la barbieria di un altro mio amico, Salvatore Seccia, orgogliosamente di San Ferdinando di Puglia, che ha fra tanti noti clienti Maldini e in passato ha depilato personaggi come Ivanhoe Fraizzoli e Nicolò Carosio, il radiocronista popolarissimo dagli anni 30 al dopoguerra, un buontempone, che da pensionato, seduto a un tavolo del bar (da anni scomparso) di Galleria Unione, quasi sotto il Duomo e, tenendo in mano un bicchiere di whisky, esortava i passanti a farsi sforbiciare da Salvatore, che svolgeva l’attività di fronte. Come in tutti i salotti, in questi “atelier” si chiacchiera, si discute, ci si racconta, si scherza, ci si rilassa, addirittura si stringono amicizie. Era così nella Grecia antica e nella Roma dei Cesari, dove soprattutto Nerone aveva gran cura della sua capigliatura; e Augusto, nell’attesa di essere servito, leggeva e scriveva.E siccome sono ormai uscito dai binari, posso riandare con il pensiero alla barberia che frequentavo da ragazzo, il cui titolare veniva indicato con un soprannome (“Puperùsse”), dovuto alla forma del suo naso. Ci entravo con un compagno di giochi a cui piaceva suonare l’organetto a bocca, acquistato in una festa di paese. La moglie del titolare, che di solito cicalava, sollecitava il ragazzo ad esibirsi, e quello eseguiva. Una sera il marito, rapito dal suonatore, mi fece sanguinare un orecchio. Era uomo fortunato: non incappò mai nei rigori della legge per aver consentito la diffusione della musica nel suo salone. E a Natale fischiava e canticchiava quando regalava ai clienti quei bellissimi calendarietti profumati, detti dei barbieri, che molti ricordano ancora con nostalgia. E avrei concluso così, se alla notizia non fosse spuntata la coda: la Siae ha ribadito la propria versione, che non trova riscontro nel verbale, e da parte sua il barbiere replica che non è vera. Comunque fino ad oggi la multa non è arrivata, forse perchè l’ente ha fatto marcia indietro.
                                                                                   

mercoledì 23 marzo 2016

Il pesante e avvincente lavoro del cronista di “nera”


LA NOTIZIA VA SNIDATA GALOPPANDO
E MANGIANDO PANINI E POLVERE

 

Tre “S” fanno vendere i giornali, diceva il mitico Guglielmo Zucconi, direttore del “Giorno”: Sangue, Sanità e Salute. Alcuni delitti che hanno sconvolto Milano. L’uomo che la notte della vigilia di Natale confessò al “nerista” di aver ucciso due tedeschi nell’ultimo conflitto mondiale.

 




Piero Vigorelli al centro mentre intervista  l'avvocato e il giornalista davanti alla stazione della Bovisa
Franco Presicci
Qual è il bello del lavoro del cronista? - mi domandò una sera un giovane neolaureato in lettere nel salotto di un amico. “State sempre all’erta; trascorrete ore e ore sul marciapiede e a volte intere notti, saltando spesso domeniche e feste comandate; vivete nel timore di un “buco” sparato dalla concorrenza; nel rischio di una smentita o di una querela; uscite al mattino senza sapere dove andare e che cosa fare…roba da cardiopalmo, non ti pare?”.E senza una pausa aggiunse che è il caso a programmare i nostri impegni, o la malvagità umana. Risposi che chi va per questi mari conosce i pesci che lo frequentano; che avevo scelto questo mestiere per passione dopo essermi occupato di circhi, teatro, festival in un vecchio e prestigioso quotidiano: “L’Italia”, poi fusosi con un confratello di Bologna assumendo il nome di “Avvenire”.
Achille Serra e Franco Presicci
Non ho mai sentito come un peso correre in una via scossa da un regolamento di conti; in una trattoria in cui pistole o mitra avevano sparso il terrore, spegnendo vite umane... E ricordai il titolare di un noto night accoltellato in casa da due giovani in cerca di soldi per l’eroina; il pittore ucciso nel suo studio in via Solferino; la donna che fece la stessa fine in un palazzo del centro storico; il ristorante “La strega” a Moncucco, dove, il 2 novembre del ’79, furono ammazzate 8 persone, di cui 7 soltanto perché testimoni; il delitto Isola, il 26 gennaio ’88, in via Morigi. E lui Francesco D’Alessio, fulminato il 26 gennaio ’84 da un’aspirante fotomodella americana (feci il viaggio in treno con lei e i poliziotti da Zurigo, dove era stata scoperta nell’hotel Banphost ed estradata, fino a Chiasso). Infine, un po’ turbato, accennò alla bravissima studentessa diciassettenne aggredita e uccisa la sera dell’8 novembre dell’87 in via Candiani, mentre andava alla stazione della Bovisa per rientrare a casa in treno… Di lei e di altre vittime, che commossero Milano; si discusse nelle trasmissioni su Raidue di Giorgio Santalmassi (“La macchina della verità”), di Piero Vigorelli (“Detto tra noi”); e a “Telefono Giallo” su Raitrè condotto da Corrado Augias, che m’invitò anche per commentare la telefonata che avevo ricevuto, qualche sera prima, da un tale che, presentatosi come l’autore del crimine, mi aveva minacciato di morte se lo avessi ancora definito mostro (ma forse era uno che aveva fantasie sostitutive e s’identificava con l’altro). Il mio interlocutore, ben dotato di volontà e cultura, e così interessato alla “nera" forse coltivava l’idea di intraprenderla. Lo pensai il 29 settembre dell’84 quando il capo della Mobile Achille Serra e il sostituto procuratore della Repubblica Francesco Di Maggio, investigatore coltissimo, severo, oratore arguto e affascinante, alle 2 del mattino arrivarono nel covo di un “boss”, detronizzandolo definitivamente. Il mese precedente era toccato a due luogotenenti dello stesso capintesta a Misano di Rimini, grazie anche alla strategia del vice capo della Mobile Francesco Colucci (oggi prefetto in pensione), che conosceva i misfatti di tutta la criminalità meneghina. Ma non era stato il duetto ad illuminare gli investigatori. E ne ebbi quasi la conferma nell’agosto dell’88, una settimana dopo il mio ritorno da Tunisi, dove sulla spiaggia di Gal el Mel la polizia aveva bloccato la fuga del “Rambo dei mari”, il criminale che aveva assassinato e gettato in acqua, a Porto San Giorgio, una skipper per impadronirsi del suo catamarano. Il capocronista e vice direttore de “Il Giorno”, Enzo Catania, scrisse un libro edito da Marsilio, in cui all’argomento dedicò un lungo capitolo; e ne parlò in una conferenza ad “Antennatrè Lombardia, per la quale “Il Giorno” confezionava il telegiornale, diretto da Aldo Catalani. “Certo è una professione interessante. Quasi quasi, se riesco ad entrare in un quotidiano chiedo di essere assegnato alla ‘nera’. Che ne dici”. “Saresti il benvenuto, tra i cacciatori”.
Caricatura del Prefetto F. Colucci
Perché tale è un cronista che si rispetti. Con una differenza: il cacciatore punta contro gli uccelli per metterli in padella; il cronista, dopo averla vagheggiata, cercata, corteggiata, snidata, dà vita nuova alla notizia. Che va irrorata e mai mollata, come il cane non molla l’osso, diceva Gaetano Afeltra, direttore del “Giorno”. Il cronista deve galoppare, mangiando panini e polvere; osservare, rilevando ogni dettaglio; origliare, interpretare, interpellare investigatori affidabili, ascoltare testimoni; spigolare tra gli amici, i conoscenti della vittima, gli abitanti della zona teatro della tragedia; e se al mosaico manca qualche tessera la serietà, mai colmare il vuoto con la fantasia. Una riprova l’ha fornita nei giorni scorsi Gianpaolo Annese con lo “scoop” che ha avuto in tutta Italia la sua cassarmonica. Io a volte ho avuto dalla mia parte anche la fortuna. Come la notte in cui vidi due tipi far fuoco contro le finestre di una televisione privata. Il fotografo che era con me scattò le foto e il giorno dopo il capocronista, che allora era Enzo Macrì, lunga esperienza a “L’Europeo”, vedendole, mi chiese: “Ma tu la notte dormi o vai a spasso?”. Gli risposi che soffrivo d’insonnia. E a chi attribuire, se non alla fortuna, la notizia che ricevetti al giornale la vigilia di Natale dell’85? A mezzanotte lo squillo del telefono mi fermò sulla porta, tornai indietro e ascoltai la confessione di un lettore dell’hinterland, che, diceva, durante la guerra aveva ucciso due tedeschi. “Sta venendo al mondo il Bambinello e desidero che ai parenti vengano restituiti i corpi”. Feci di tutto per convincerlo ad incontrarmi. Non potevo fidarmi della voce di un anonimo.
Ugo Ronfani
Gli dissi che io ero come un prete e che mai avrei fatto il suo nome. Lo ripetetti almeno dieci volte. Il giorno dopo ero in casa sua. Mi indicò il luogo della sepoltura, il paese, Reggiolo (Reggio Emilia), le circostanze del fatto. Scrissi il pezzo; quasi una pagina. Il magistrato ordinò di scavare e il racconto venne confermato. Il direttore, che allora era il mitico Guglielmo Zucconi, m’incaricò di andare sul posto, vicino a Brescello, il paese dei film di Peppone e don Camillo. Al ritorno incrociai nel corridoio del secondo piano Guido Gerosa e Ugo Ronfani, due pilastri del “Giorno”, penne aristocratiche, cultura sconfinata, entrambi vicedirettori, che si complimentarono con me. Zucconi mi scrisse una lettera, che conservo. I ricordi sono come le ciliegie. Soprattutto quando qualcuno li stimola. Una notte dei primi anni ’80 io per “Il Giorno” e Vittorio Feltri per “Il Corriere della Sera” seguimmo la polizia in una decina di controlli in locali notturni alla moda. Alle due del mattino mi si avvicinò una specie di mastino imbottito d’alcol, accusandomi di aver sorriso alla sua donna: una modella dalla bellezza sfolgorante. Negai con garbo. E lui mi battè una mano sulla spalla, invitandomi a una bevuta. Addolcii il rifiuto, tirando in ballo l’ulcera e mi lasciò in pace. Era uno dei duri della mala. Ne conoscevo il nome e il “curriculum”. Mi capita ancora di essere interpellato per fatti di cronaca del passato. Tre anni fa fui invitato anche alla trasmissione su Rai2 di Magalli in occasione dell’uscita di un libro su un “manager” della malandra ucciso anni fa barbaramente. Oggi scrivo di quei fatti solo su questo giornale. Il giovane che mi aveva tanto interrogato? Fa il giornalista; ed è di stoffa buona. Ma non si occupa di “nera”, almeno per ora. Ci siamo visti ancora e gli ho ricordato le parole di Zucconi, successore di Afeltra nell’80: “Tre ‘esse’ fanno vendere i giornali: sangue, soldi, salute”.

mercoledì 16 marzo 2016

Dal “Boeucc” al “Savini”, al “Caffè della Peppina”


LA STORIA DI MILANO NEI SUOI LOCALI CHIC


 Alla trattoria “La Pesa” lavorò Ho Chi Minh; al “Camparino,  in Galleria sorseggiarono il Bitter Umberto I e Edoardo VII d’Inghilterra . 
La pizza fu lanciata nel 1929 dal “Santa Lucia” di Leone Legnani. Al “Cova”, in via Montenapoleone, a mezzogiorno prendeva l’aperitivo con le amiche la Wandissima.

 

 

  Servizio da Milano di Franco Presicci 

Premio “Miglior cronista 2002”

 


Giovanni Verga nella città del Porta, dove arrivò nel 1872, fu circondato da rispetto e stima, e lavorò assiduamente. “Provasi davvero la febbre di fare”, confidò in una lettera a Luigi Capuana. Trascorse molti pomeriggi nel salotto letterario della contessa Clara Maffei, in via Bigli, stringendo amicizia con Arrigo Boito, Emilio
Trattoria della Pesa
Praga, Torelli-Vollier e rapporti con gli Scapigliati; prese parte a convegni culturali; frequentò la Scala; scrisse “Milano per le vie”, racconti sulla realtà milanese; e fu sospirato e amato dalle donne. Abitò in corso Venezia, poi a Brera; e predilesse il Biffi, data di nascita 1847, in Galleria, famoso per i panettoni che facevano gola a Pio IX e per essere con il Cova e il Savini un ritrovo di altissimo livello. Di caffè, pasticcerie, ristoranti prestigiosi ce n’erano tanti anche allora a Milano I primi sorti attorno al Duomo, nella zona dei Cappellari. Molti allestivano solenni banchetti in occasione di eventi importanti, qualcuno proprio in onore di Verga. Come le “Tre Marie” e il “Craja”, che fra gli anni ’30 e ‘40, a sentire Alfonso Gatto, “fu una piccola stazione planetaria da cui partire per l’Europa illuminata, lontana da noi come un astro di Klee”: giudizio probabilmente condiviso dai critici Giancarlo Vigorelli, Beniamino del Fabbro, Sergio Solmi, Giansiro Ferrata…dai poeti Sinisgalli, Sereni; dai pittori Birolli, Treccani, Guttuso,
Wanda Osiris
che vi si riunivano, magari ammirando la fontana di Fausto Melotti, in fondo a uno degli ambienti (che a Carlo Belli pareva un vagone a tre scompartimenti), dando vita a dibattiti accesi. “E’ morto anche il caffè – si lamenterà Gatto - nel darne conto/ il cronista dirà: qui, sui divani del Craja/ i sogni attesero il domani”. Leggendario, fu il primo esempio di architettura moderna. Il Caffè della Peppina non è solo il titolo di una canzone dello “Zecchino d’oro” ’71.
Era anche il nome di un luogo conosciutissimo di Milano, in via del Cappello, dove si davano appuntamento artisti, professionisti, letterati, e cospiratori, che Giovanni Visconti Venosta definiva democratici. Magnifico, classe 1867, arredi di Eugenio Quarti, il Camparino, in Galleria, dove Umberto I arrivava da Monza per il piacere di gustare al banco il favoloso Bitter. Lo sorseggiarono anche il re d’Inghilterra Edoardo VII; Marinetti, Boccioni, Albertini…Uno dei simboli di Milano, è gestito da Teresa, figlia del grande pugliese di Andria, il compianto Guglielmo Miani, che lo rilevò per la sua passione per Milano. Al Caffè Greco, al Rebecchino, si ritrovava con amici e avversari Pietro Verri, che con il consenso dei soci dell’Accademia dei Pugni, da lui fondata, dette al suo giornale il nome della mitica bevanda. Non c’è spazio per raccontare tutti i locali della vecchia Milano. Alcuni hanno spento da tempo le luci. Ma altri, signorili, raffinati, rinomati, arredamenti firmati, atmosfere romantiche, servizio eccellente, continuano la loro attività.
Ingresso Boeucc
Il “Boeucc”, per esempio, che proprio in questi giorni ha compiuto 320 anni. Aperto come osteria nel 1696, fece un grandissimo salto di qualità. Nel ’79 l’acquistò Paolo Brioschi, impreziosendone il fascino, l’eleganza. Al compimento dei 300 anni Paolo invitò tutta Milano a un brindisi. Scomparso lui nel 2005, la figlia Monica, che lo conduce assieme al marito Marco Fuzier (primo “chef” Marco Pasi), a questo tempio dell’arte culinaria, in stile classico ha affiancato il Boeucc-bistrot.
Una sala del Boeucc
Una volta questo gioiello era in via Durini; poi si trasferì nella sede odierna di piazza Belgioioso, nel palazzo che fu del “Giovin Signore” del Parini. Uno dei clienti più affezionati era Guido Piovene, che si presentava con la moglie, si accomodava fra le colonne schizzate dal Piermarini, avendo accanto maestri e cantanti della Scala, intellettuali, industriali…Eduardo de Filippo dopo aver cenato nella saletta dei pittori, dichiarò che i migliori spaghetti con pomodoro e basilico al di fuori di Napoli venivano preparati in questa cucina, che conserva tracce della storia meneghina. Memorabili anche il “Do colonn” e “I serv”, le cui vetrine si affacciavano in Corsia dei Servi. E che dire del Grand Hotel et de Milan, solenne, sfarzoso ancora oggi? Vi passarono Mascagni, Hemingway e tante altre personalità.
Wanda Osiris al Santa Lucia
Giuseppe Verdi vi trascorse gli ultimi giorni di vita, Si racconta che per impedire alle carrozze di disturbare il riposo del Maestro fosse stata cosparsa di paglia tutta via Manzoni. Il primo disco del tenore Enrico Caruso venne registrato proprio in quest’albergo, dove negli anni ’50 il mio amico tonsore e scrittore Franco Bompieri, titolare dell’Antica Barbieria Colla di via Morone, a un passo da Casa Manzoni, fece la barba al principe de Curtis, che, come dirà, scherzando, lo stesso nobiluomo, mangiava grazie a Totò. Un innamorato di Milano, Gaetano Afeltra, sbarcato da Amalfi a Milano nel ’38, trovando alloggio in una pensione che si specchiava nel naviglio Martesana (dal ’42 in via Solferino, diventò vicedirettore del “Corriere della Sera”, direttore del “Corriere d’Informazione”, trapiantandosi nel ’72 sul ponte di comando del “Giorno”), in “Milano, amore mio” ha descritto sette locali storici, compresi il “Peck” e il “Campari”.
“Nascono quasi in uno stesso momento – annota - la Galleria e il Savini, che allora si chiamava Birreria Stocker, una birreria di lusso… per appuntamenti di affari e di cuore. Ma a trasformare la birreria Stocker e a ribattezzarla fu un giovanotto venuto dalla Valcuvia: Virgilio Savini”. La Galleria era già un salotto e lui nel suo ventre ne creò un altro, “più esclusivo”. E su quei divanetti di velluto rosso s’intrattennero D’Annunzio, Pirandello, Guido da Verona, Renato Simoni, Ugo Ojetti, Toscanini, Gigli, la Duse, la Gramatica, la Simionato…”. Profanato dalle bombe del ’43, venne ricostruito e la sera del 26 dicembre ’50 inaugurato, attirando Lana Turner, Ava Garden, Charlie Chaplin, Grace di Monaco… Nell’Antica Trattoria della Pesa in via Pasubio 10, nel ’33,
Placido Domingo al Santa Lucia con dedica
sfaccendò Ho Chi Minh (nel ‘64 nominato presidente del Vietnam), che a Londra nel 1915 era stato aiuto chef pasticciere del “re dei cuochi” Auguste Escoffier. Sulla facciata dello stabile milanese in cui ebbe dimora, di fianco al locale, campeggia una targa che lo ricorda.
La trattoria spuntò nel 1880 sotto la guida della famiglia Calatti e fu subito scoperta da Arrigo Boito, dal pittore Angelo Dal Boca, dal giornalista Arnaldo Fraccaroli. Li seguirono Pietro Arrigoni, Giuseppe Prezzolini, Curzio Malaparte, Pier Paolo Pasolini ed altri.
La storia del “ Santa Lucia” ebbe inizio, grazie a Leone Legnani, nel 1929, in via Agnello, con i piatti napoletani, tutta roba genuina, e la pizza, che i milanesi non apprezzarono subito, sospettosi come sono con i primi venuti. Così la squisitezza sferica scodellata dal forno a legna era richiesta solo dai poliziotti e dai cronisti di nera del “Corriere della Sera”, Talloni, Guidorossi, ecc., del turno di notte in questura, che allora era nella vicina piazza San Fedele.
Ma decollò grazie all’idea di regalarne un pezzo con un frutto a chi dalle 16 alle 19 ordinava un quartino di vino o un bicchiere di birra. Si chiudeva alle tre del mattino, quando attori e cantanti, tra cui Josèphine Baker, Yves Montand, Paolo Stoppa, Sergio Tofano, la Osiris, Mastroianni, Totò, Angelo Musco…, in cartellone al Nuovo o all’Odeon, si alzavano per andare a dormire. Nel ’57 si traslocò in via San Pietro all’Orto 3, con i “vip” e i 400 ritratti di celebrità, da Mascagni a D’Annunzio, che al Gambrinus di Napoli avrebbe scritto il testo di “Vucchella, per dimostrare a Ferdinando Russo che anche un abruzzese poteva esprimersi in dialetto napoletano.
Un detto circola da circa 90 anni: “Se si è in compagnia di una bella donna bisogna andare al Santa Lucia’”. Lo riporta Mariangela Rossi nel capitolo “Quella carezza di Mastroianni”, contenuta nella bellissima ‘brochure’ fatta pubblicare due anni fa dall’attuale titolare Alberto Cortesi: “Ottantacinquesimo anno tra palcoscenico e cultura”, curata da Enrico Guagnini. Al Cova, in via Montenapoleone, lussuoso, servizio accuratissimo, mèta in ogni ora di distinti signori, base a suo tempo del “Club dell’Unione” e del “Jockey Club”, dei patrioti delle Cinque Giornate, e punto di ritrovo di Cairoli, Garibaldi, Mazzini, Verga, Bacchelli, Boito…, a mezzogiorno compariva la Wandissima per conversare con le amiche, prendendo insieme l’aperitivo. Era una signora dolce, affabile, discreta. Ricordo la sua bellissima casa in via Sant’Andrea, con il maggiordomo in divisa.