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mercoledì 21 marzo 2018

Autrice di opere splendide EVI ZAMPERINI PUCCI REGINA DELL’IKEBANA



    Evi Zamperini Pucci
Nelle sue tante

realizzazioni, armonia,

eleganza, luce.
              

Fiori, foglie, ramoscelli

rinsecchiti prendevano 

dignità artistica.



Autorevoli i volumi di Evi.

 

L’ikebana si diffuse in Italia ai

primi degli anni ‘60 del‘900.





Franco Presicci


Era il 1972 quando Giuseppe Rossicone mi presentò nel suo laboratorio di via Chiossetto, a Milano, Evi Zamperini Pucci, ancora bellissima, quasi immutata dall’epoca in cui partecipava alle serate danzanti del Circolo della Stampa. Conservava anche il sorriso radioso, i modi raffinati, lo spirito brioso. Era considerata regina dell’ikebana, e questo fu il motivo per cui l’amico ceramista, sapendomi curioso e ficcanaso, volle farmela incontrare.
Il laboratorio di Rossicone
La bottega, diventata con il tempo storica per decisione del Comune, intramezzata da pareti sottili che creano corridoi e sfoghi di luce, sale e salette, era piena di opere d’arte. Evi sedeva nell’angolo in cui l’artista espone i mappamondi di Kodra decorati con suonatori di “banjo” o altri strumenti; i galli e le figure femminili di Treccani, vasi, faraglioni ispiratigli dalla sua Scanno, in Abruzzo… Appena mi vide emergere dal corridoio semibuio, Evi si alzò e mi strinse la mano. E cominciò a parlare dell’arte che praticava, dopo avermi autorizzato a darle del tu. La prese alla larga, sfiorando la storia: “L’ikebana è antichissima. Risale al VI secolo dopo Cristo. Si diffuse in Giappone, dove da offerta votiva agli dei divenne una forma d’arte”.
Scultura di Ernesto Treccani
Parlava con dolcezza e spiegava con chiarezza come le sue mani realizzavano un ikebana. “Si può realizzare con un ippeastro, pianta originaria dall’America meridionale, sempreverde: se ne conoscono un’ottantina di specie. Questi fiori dalle corolle imbutiformi e dalle foglie a nastro non hanno la finezza delle rose, ciononostante vantano un loro tipo di bellezza”. I fiori, anche nella loro combinazione, esprimono significati profondi, simbolici. Se poi a disporli è un’artista, si ottengono risultati di grazia, armonia, purezza, eleganza. Un girasole spento, il capo reclinato sul petto si rianima e tesse un discorso non solo sentimentale tra i fiocchi di due brattee vellutate. Quasi accovacciato tra piatti di Trento Longaretti, Umberto Mastroianni, Morishita Keitzo, Sandro Chia, Franz Borghese, Walter Pozzi… (osterie, arlecchini innamorati sotto la luna…), vicino a un tavolo sgangherato di età indefinibile, Peppino Rossicone, che per Evi realizzava i vasi multiformi, con il bordo basso, di cui lei aveva di volta in volta bisogno, aveva un ‘espressione contemplativa.
Saverio Terruso e Rossicone
Mentre io meditavo sui rami rinsecchiti, ossuti, con squarci, senza più la pelle, che possono assumere la dignità di una scultura. “L’ikebana – riprese Evi – è l’arte di far vivere a lungo i fiori, fiori ‘viventi’, cammino di elevazione spirituale all’insegna della filosofia Zen”, (“sii autentico verso i tuoi sentimenti, non opporti al flusso della vita, sii responsabile di te stesso e del mondo…”). Lei riusciva a dare fremiti a un frascame intrecciato, a una fronda solitaria. Le sue spirali di giunchi, le sue “stelle” rosso-cremisi tra filamenti di verde, le sue palme annodate – magari una pala di ficodindia ferita maculata di giallo – non hanno soltanto lo scopo d’imprimere splendore a un luogo della casa, ma anche quello di esaltare attraverso l’accostamento la divina euritmia della natura; con una gorgonia rosa-corallo o un arbusto scortecciato così come li trovava, manipolati, poi, dalla sua sensibilità, con quella forma slanciata, “cinetica”, come protesa verso qualcosa o qualcuno invisibile, ricavava immagini suggestive, per esempio una spinta all’abbraccio, uno slancio verso l’altro. Evi Zamperini Pucci, sorella della sindaca di Palermo di allora, il marito ammiraglio, un figlio, era dinamica, deliziosa, gentile, vezzosa come un’”euphorbia pulcherrima”; e, parlava con entusiasmo nascosto delle sue creazioni, moltiplicando la simpatia che trasmetteva. L’ikebana era il suo mondo di poesia, di palpiti, di riscatto lirico della natura che ogni giorno l’uomo offende, ferisce, avvelena, deforma.
Rossicone a una sua mostra
Per approfondire questo mondo ricco di colori, forme leggiadre, bagliori arcani si era cimentata con la difficile lingua giapponese; e per percorrere con consapevolezza culturale il “kado”, questa magnifica ”via dei fiori”, si era introdotta nella vita, nella storia, nella mentalità, nei costumi del popolo nipponico, e per agosto aveva in programma un volo verso quella che per la gente dell’Asia fu per molti secoli l’ultima Tule, la terra estrema del continente, e avrebbe visitato Kyoto, considerato il luogo di nascita della civiltà del Sol Levante, dove l’arte nel costruire i giardini si era sviluppata nel periodo Heian. Evi Zamperini Pucci: un’autorità nel campo dell’ikebana. Scrittrice prolifica, curava i suoi libri con affetto quasi materno. Oltre a “Lezioni di ikebana”, che faceva testo, “l’Alfabeto Ikebana” (entrambi editi da Gorlich) è la sua creatura più riuscita, la prediletta, anche per le foto in bianco e nero e a colori delle sue opere più suggestive. Per la De Agostini stava preparando un libro che a giudicare dalla prima impostazione era destinata a riscuotere molto interesse.
Un piatto di Rossicone
Le chiesi: Com’è nata la tua passione per l’ikebana? “Per caso. Durante una mostra in cui vidi una donna che trattava dei fiori con molta delicatezza. ‘Che bello!’, pensai. Allora io sudavo su traduzioni dall’inglese e mi annoiavo. Inconsciamente avevo forse bisogno di evadere, di volare, di fantasticare e mi rivolsi alle stelle della terra”. Hai avuto una guida, chi t’ha portata per mano, ti ha insegnato la tecnica? Intuisco che questa sia un‘arte difficile. “Sì, certo, ho avuto una maestra, che è morta. Mi è servita molto e le sono grata… Ecco, ti regalo uno dei miei volumi e ti scrivo una dedica con affetto e stima”.
Rossicone e Arnaldo Pomodoro
Ma si accorse di averlo lasciato in macchina; e chiese a Rossicone di darmi la sua copia, che era bene in vista sullo scaffale dello studiolo: una scrivania, una sedia, un divanetto e tante opere di Arnaldo Pomodoro, Remo Brindisi, Treccani, Dova, appese alla parete di legno, appoggiate su una colonnetta non a scopo decorativo e su un ripiano che nonostante il peso resisteva per miracolo. Qua e là alcune ikebane in attesa dei vasi che uscissero dal forno. Con i fiori Evi Zamperini creava atmosfere primaverili, paesaggi incantevoli, armonie cromatiche in stile libero che nell’ikebana è riservato ai maestri. Si avvicinava a una gardenia, a una fascina con evidente umiltà; e la fascina nel tocco delle sue dita prendeva l’aspetto di braccia imploranti. La regina dell’ikebana era prodiga d’informazioni non soltanto sulle origini, ma anche sui segreti di quest’arte. “Tutti i componenti, foglie, rami, fiori, devono essere disposti a triangolo, seguendo un sistema ternario. L’arbusto più lungo raffigura un elemento che tende al cielo; il più corto la terra, quello che sta in mezzo l’uomo”. E ancora:
Un ikebana
”L’ikebana cominciò a prendere piede nel nostro Paese all’alba degli anni 60 del ‘900…”. La rividi più volte, oltre che nel “labirinto” storico di Rossicone, in una serata tra amici se non ricordo male a casa o nello studio di lei in via Gonzaga, anfitrione impareggiabile il marito, che con grande cortesia esortava a intrecciare valzer e tanghi, mentre Evi offriva dolci e riempiva bicchieri. Una serata memorabile, spensierata. Questa signora ricca di fascino, artista a pieno titolo, amava far conoscere l’ikebana, descriverla in tutto il suo equilibrio. Mi condusse nel territorio degli astrusi ideogrammi come un esperto in una foresta intricata. Per me quel groviglio di aste era impenetrabile e misterioso. Lanciai uno sguardo a un ventaglio di palme su un fuoco di dalie che trionfava su una vaschetta: una delle tante poi esposte in una mostra in Brianza, che riscosse notevole successo. E lo dirottai su di lei, che appariva sempre più bella. Poi, di Evi non ho avuto più notizie. Secondo Rossicone può essersi trasferita a Pavia o nelle vicinanze, in casa del figlio. Ogni tanto sfoglio uno dei suoi libri e continuo ad essere attratto da quelle combinazioni floreali che anche dalle riproduzioni suscitano emozioni. Prima di conoscere Evi Zamperini Pucci sapevo poco o niente della “via dei fiori”. Grazie a lei e ai suoi libri me ne sono fatto un’idea. Per tantissimo tempo ho conservato un’ikebana donatami da Evi oltre 40 anni fa. Rossicone custodisce qualche esemplare dei vasi destinati a questa signora deliziosa donatrice di sogni.








mercoledì 14 marzo 2018

Amalia Moretti Foglia


 
Amalia Moretti Foglia
PRIMA PEDIATRA DI MILANO


ASSISTEVA GRATIS I POVERI


Considerava il suo lavoro una missione.

Aveva due rubriche
 
sulla “Domenica del Corriere”:

di medicina e di cucina.        

Nata a Mantova, era una donna

forte, coraggiosa, femminista.

Morì a Milano nel 1947.

                                                




Franco Presicci


Donna coraggiosa, forte, colta, laica, femminista, Amalia Moretti Foglia fu la prima pediatra di Milano. Per lunghi anni esercitò anche nell’ambulatorio della Poliambulanza di corso Venezia, noto per la magnificenza dei suoi edifici: da Palazzo Serbelloni, ideato in stile neoclassico dall’architetto Simone Cantone, di Muggio di Mendrisio, per ordine di Gian Galeazzo Serbelloni, e dal 1796 dimora di Napoleone Bonaparte, a Palazzo Bovara, che aveva a due passi la dimora di Giovanni Verga, detto il “gentiluomo siciliano”, e il ricordo di Renzo Tramaglino.

Corso Venezia
Il presidio sanitario era stato fondato da lei stessa anche per curare, oltre ai bambini, le peripatetiche… e, gratuitamente, le famiglie in povertà. Considerava la medicina una missione. Amica di molte donne importanti, fra cui Matilde Serao (1856-1927), tra l’altro autrice de “Il paese di cuccagna” (1890), “Riccardo Joanna”, “Il ventre di Napoli” (1884), libro in cui racconta la sua città con tinte forti: i quartieri popolari in cui la gente vive “senz’aria, senza luce, senz’igiene, diguazzando nei ruscelli neri, scavalcando monti d’immondizie, respirando miasmi e bevendo un’acqua corrotta… non è collerica nella sventura…Vi è chi l’ha intesa esclamare: ‘O Gesù, vurrìa murì per sta ccà’”. Anche donna Matilde, come Amalia Moretti Foglia, è quasi caduta nell’oblìo. Se si chiedono a un giovanotto notizie di queste signore, ti risponde candidamente: “Mai sentite nominare. Chi erano?”. La Serao, giornalista e scrittrice copiosa (oltre 40 volumi), fu la prima donna a fondare un quotidiano: nel 1884, anno in cui sposò Edoardo Scarfoglio (la festa venne raccontata dalla penna di Gabriele d’Annunzio), “Il Corriere di Roma”; nell’82, con il marito, “Il Mattino” di Napoli; nel 1904 “Il Giorno” (ovviamente non quello di Enrico Mattei). Aveva cominciato la carriera collaborando nella capitale con “Il Capitan Fracassa”… Nel ’26 il regime fascista le impedì di ricevere il Premio Nobel. Di Amalia Moretti Foglia qualche anziano, stimolando la memoria, a fatica forse ritroverebbe qualche traccia.
Renzo Dall'Ara,giornalista e storico della Gazzetta di Mantova
Non l’ha dimenticata Renzo Dall’Ara, giornalista egregio, esperto di cucina, mantovano purosangue, che lavorò al “Giorno” dal ’65 all’81, in via Fava; e lo ha dimostrato dedicando ad Amalia il volume “Petronilla e le altre-Il mestolo dalla parte di lei”. Un indagatore meticoloso, appassionato come lui non poteva non occuparsi di questa sua illustre concittadina che meritò tanta stima non soltanto per le sue doti di medico. Amalia è riemersa anche in “Pane nero”, donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale, di Miriam Mafai, che l’ha delineata con grande efficacia.
Massimo Albertini
Massimo Alberini, storico della gastronomia, del collezionismo e del circo, collaboratore de “Il Corriere della Sera” (lo incontrai al Festival del clown nel ’64), la definì “la vera amica di famiglia di centinaia di migliaia di casalinghe, una delle prime donne in Italia ad avere avuto il coraggio di laurearsi in medicina, divenendo assistente del temutissimo professor Murri…”. Nata nel 1872 da una famiglia di farmacisti, si laureò a Padova in Scienze Naturali, quindi, consigliata da un docente di anatomia, si iscrisse in medicina nella dotta, oltre che grassa, bellissima, seducente Bologna. Si laureò nel 1898 e venne assunta come pediatra nell’ospedale di Firenze. Conobbe Angelica Balabanoff, donna politica di origine russa che, arrivata in Italia nel 1897, fu attiva nelle fila del Partito socialista, svolgendo un ruolo rilevante nella scissione socialdemocratica del 1947. Amalia salì a Milano e strinse amicizia con Anna Michajlovna Kuliscioff, colei che, nata in Crimea, primeggiava nella lotta tesa a migliorare le condizioni della donna e con Filippo Turati, al quale era legata, dirigeva “Critica Sociale”.
Porta Venezia
Nel capoluogo lombardo Amalia iniziò a fare il medico alla Società Operaia Femminile oltre che nell’ambulatorio di Porta Venezia, dove tra l’altro faceva diagnosi, somministrava cure, e distribuiva consigli alle coppie traballanti, rivelando fra l’altro una notevole carica umana e una notevole capacità d’intuizioni psicologiche. Nel 1902 sposò il suo collega Domenico Della Rovere e aprì la porta di casa a personalità insigni, tra cui Eugenio Balzan (1874-1953), direttore amministrativo e comproprietario del “Corsera” (per celebrarlo la figlia ha istituito l’omonima Fondazione con lo scopo di stimolare iniziative umanitarie e culturali). Colpito dal carattere di Amalia e dal suo considerevole bagaglio cultuale, nel ’26 Balzan le fece affidare, con cadenza settimanale, sulla “Domenica del Corriere”, una rubrica di consigli medici firmata “dottor Amal” (doveva figurare maschio per il fatto che all’epoca una donna-medico non aveva molto credito). Adottava un linguaggio chiaro, scorrevole, alla portata di tutti, spiegando addirittura la complessità del corpo umano, il modo di leggere gli esami clinici, esortando a praticare l’attività fisica, perché una buona passeggiata fa tanto bene alla salute, contrariamente alle pantofole e ai divani.
Arcibaldo e Petronilla sul Corriere dei Piccoli
Quanti ricordano Petronilla, moglie di Arcibaldo, nel famoso fumetto che fin dal 1921 compariva sul “Corriere dei Piccoli”, conosciuto anche come “Corrierino”, che introdusse nel nostro Paese le “nuvole” americane e fino al ’95 pubblicò fra l’altro storie con firme autorevoli, da Buzzati a Rodari? Entrambi immigrati negli Stati Uniti dall’Irlanda, lavoravano lui in una fabbrica di mattoni, lei in una lavanderia; divennero ricchi grazie a una vincita; e reagirono con atteggiamenti diversi, preferendo, lei, ambiziosa e “snob” un po’ buffa, l’alta società; lui la frequentazione delle bettole, a cui era abituato. Bene, con lo pseudonimo di Petronilla, Amalia, sempre sulla “Domenica”, inaugurò la rubrica “Tra i fornelli”, molto letta da folle di massaie, che, adorandola, decretarono il suo successo. “Se seguite la mia ricetta – diceva Amalia – avrete di certo come l’ho avuto io uno di quei maritali ‘Grazie cara’ che scendono dritti dritti dentro il cuore’”. Petronilla instaurò con le lettrici un dialogo costante e costruttivo. Durante il secondo conflitto mondiale insegnò come mangiare sano spendendo poco; facendo anche a meno degli usuali ingredienti o diminuendone le loro, dato che allora erano reperibili quasi soltanto al mercato nero. Pochissimi dunque si potevano permettere cene come quelle di Trimalchione, uomo volgare e singolare, nel “Satyricum” di Petronio.
Cronisti del Giorno, dietro Presicci, Renzo Dall'Ara
Amalia pubblicò anche le “Perline”, una collana di libri. Era un punto di riferimento, l’antesignana delle rubriche oggi curate da gastronomi e “chef” spesso sussiegosi, che imperversano in televisioni pubbliche e private. Sostenitrice della dignità della donna tra i fornelli, giornalista in un’epoca molto avara con il sesso cosiddetto debole, soprattutto nell’ambito della carta stampata, era considerata l’Artusi in versione femminile. La passione per i sapori e i profumi della cucina non le fece però trascurare l’arte di Ippocrate, al quale è stato attribuito il “Peri diaites”, l’opera più pregevole giunta fino ai giorni nostri sull’alimentazione e la dietetica. Continuò ad esercitarla con nobiltà e slancio, abnegazione, saggezza. Per quanto riguarda le sue ammiratrici, furono da lei invitate a non ritenerla una cuoca vera e propria, capace di architetture culinarie eccezionali, ma una come loro che aveva appreso da ragazza a far da mangiare. Non era esattamente così, ma fu anche questa sua umiltà a farla crescere nell’affetto e nell’apprezzamento di chi non si lasciava scappare un numero della “Domenica”, di cui lei, Amalia Moretti Foglia, della terra di Sordello, era ormai un pilastro. Altruista, sempre pronta a far del bene, coerente con le sue idee, non badava alle ore che l’assorbivano.  Morì, nella sua casa di via Sandro Sandri al civico 2, a Milano, nel 1947, anno in cui si spegneva, a Livorno, Giuseppe Modigliani, che nel 1922 con Filippo Turati e Claudio Treves aveva dato vita al Partito socialista unitario; e nel capoluogo lombardo veniva inaugurato il Piccolo Teatro, protagonisti Paolo Grassi, critico e operatore teatrale e culturale (fu anche sovrintendente della Scala e presidente della Rai), e Giorgio Strehler, regista teatrale.










mercoledì 7 marzo 2018

Gabriele Benzan, grande “nerista”


“CONSUMAVAMO SCARPE  E MANGIAVAMO POLVERE”



Arnaldo Giuliani
 

Lavoro duro, ma appassionante.

La vecchia guardia della “nera”
era fatta di veri e propri segugi:
 
Arnaldo Giuliani; Patrizio Fusar;

 
Alfredo Falletta,che la mattina
era solito entrare nel bar di fronte
alla questura per cercare uno dei
suoi “cardellini”;


Mario Berticelli,
che rifiutò uno stipendio doppio
per non tradire il suo giornale; 
Giancarlo Rizza; Fabio Mantica.










 Insegna che da oltre un secolo campeggia su  una parete della prima sala-stampa della questura di Milano









Franco Presicci

Avevano la pelle dura e non si facevano fiaccare dalle ore sottratte al riposo e dalle sgambate, che incipriavano di polvere le loro scarpe. Alcuni non badavano al pericolo, pur di riempire il carniere, come i due castori del “Corriere della Sera”, Giuliani e Mantica, che, grazie ad una soffiata, appiattiti sull’erba, assistettero dopo mezzanotte a un duello rusticano all’Idroscalo. Della “nera” sapevano tutto: la storia, le imprese, i protagonisti… Una notte lo stesso Giuliani, percorrendo al buio una via del centro, si sentì chiamare per nome, e scoprì che era un “boss” latitante, seduto in un’auto parcheggiata lungo il marciapiede. Parlare con uno di questi cronisti della vecchia guardia era piacevole e interessante. Si raccontavano e raccontavano con entusiasmo: assalti in banca, omicidi, sparatorie, come quella di largo Tel Aviv… Vero, Gabriele Benzan? Lo avevo cercato per tanto tempo. Poi l’amico e collega del “Corriere della Sera” Alberto Berticelli, sorbendo un cappuccino nel bar di fronte alla questura, mi dette l’indicazione giusta: Gabriele viveva a Rovereto E mi dettò il numero di telefono.
Gabriele Benzan
Gabriele rispose al secondo trillo, e mi fece festa. “Vorrei ripassare con te i giorni della ‘nera’ di una volta”. “Da dove cominciamo?”. Senza aspettare le domande, partì come un velocista, descrivendo i prìncipi della categoria suoi contemporanei; i poliziotti che li tenevano in simpatia, da Ferdinando Oscuri a Vito Plantone; gli espedienti che inventavano per carpire o verificare una notizia o per impolparla… Ricordava con limpidezza anche i dettagli di episodi lontani. Ottantacinque anni suonati, “già accanito fumatore con due pacchetti di Kent al giorno, e non di rado anche due e mezzo; smesso di colpo nel ’65. Tutt’oggi vivo e vegeto con cinque by-pass aortocoronarici e un ‘angioplastica distale… Strano ma vero, più che nel passato e nei ricordi del tempo che fu, mi ritrovo benissimo nel presente, così mutevole e sorprendente”. Lo ascoltavo affascinato, questo simpatico, anziano collega un po’ sosia di Walt Disney. Una vita trascorsa fiutando come un cane da tartufi. “Bisognava procurarsele in un clima di concorrenza spietata, le notizie. Il lavoro non finiva mai. la sera, mentre cenavi, all’improvviso ti assaliva il timore di aver preso un ‘buco’. Ma era bello. La ‘nera’, come sai bene, avvince, appassiona. Ogni giorno sempre diverso e sempre movimentato. Eravamo marciatori allenati. Conoscevamo tutte le strade, che alcuni di noi attraversavano in bici. Tu hai vissuto le estenuanti attese, le speranze che un’anima buona premiasse la tua fatica.
 Jovine,Max Monti,Plantone,Giuliani
Il nostro è un mestiere fatto di trepidazioni. Se non stai sempre all’erta, la concorrenza ti mette a terra”. Le rapine? “Quelle si susseguivano con ritmo incalzante: novanta, a mano armata, solo quelle, fra l’ottobre del ’46 e il marzo del ’47, della banda capeggiata da un bandito claudicante detto gentiluomo, perché alla fine di ogni assalto dava… la mancia al cassiere” (ormai in pensione, venne a trovarmi al giornale e mi chiese d’intervistarlo). A parte le “dure” rimaste negli annali, non si potevano attraversare di sera i boschetti di Trenno senza essere depredati. L’attrice Emma Gramatica fu aggredita in carrozzella in piazzale Lotto. La prima consorteria criminale organizzata di allora, la famigerata “banda Dovunque”, che aveva in organico elementi di diversa provenienza (uno, il più notevole, dieci anni dopo indosserà la tuta blu nella clamorosa “volata” di via Osoppo, il 27 febbraio del ’58). Il “cast” del commando debuttò nel centro di Milano la sera del 30 marzo del ’49. Poco prima delle 8, attaccò la gioielleria Spoggi in via Bigli e svuotò le tre vetrine del negozio: braccialetti d’oro, anelli con brillanti, collane, orologi, parure… L’obiettivo successivo la Cassa di Risparmio di Bologna, e poi ancora altri. Tanti. Le forze dell’ordine dovevano fronteggiare “confraternite” agguerrite, che fiorivano come papaveri. A dare filo da torcere al tramonto degli anni Cinquanta furono anche Carlo Bollina, detto il “Paesanino”, che da ladro di bestiame aveva fatto il salto di qualità; e il suo “apostolo”, complice, Carlo Brambilla, che prendeva il soprannome dai suoi natali a Sant’Angelo Lodigiano. Forniti entrambi di un’astuzia rustica e di grande prudenza nello spendere i “grisbì”, erano primule rosse.
Il maresciallo Oscuri, a destra
Venivano a Milano in moto e realizzavano colpi sensazionali. Alla fine, allettati come da una sirena dalla bella vita, dalle macchine di lusso, dalle belle donne, affogarono tra bollicine di champagne: una notte il commissario Mario Nardone sorprese il “Paesanino” nel sonno nella sua villa di Oggebio, dalle parti di Novara. I nostri ricordi fluivano come l’acqua di un ruscello. Il vecchio segugio si rivedeva acquartierato con i colleghi sotto le finestre della Mobile per captare qualche frammento di un interrogatorio. Famoso quello di Rina Fort, la trentunenne friulana che il 29 novembre ’46 sterminò la famiglia del suo amante. A condurre le indagini, Mario Nardone, il “Gatto”, allora commissario. Benzan lo ricorda benissimo, con ammirazione. Non indugia quando lo esorto a soffermarsi sulla rivolta di San Vittore del 21 aprile ’46, giorno di Pasqua. “Noi cronisti ci trasferimmo al secondo piano di un palazzo in costruzione all’angolo tra viale Papiniano e via Dugnani, da dove si poteva osservare l’ingresso del carcere in tumulto.
Le prime auto della polizia
Fuori, autoblindo, carabinieri, polizia, un reparto della “Folgore”, mitragliatrici del 3° Bersaglieri sul tetto dell’Istituto Beccaria. All’interno, guardie in ostaggio, spari, bombe a mano…”. L’evasione in massa venne bloccata da un agente ventiduenne, Salvatore Rap, che sparò sopra le teste, ma venne fulminato dagli ammutinati. Un’autoblindo si piazzò nell’androne; dietro, il maggiore dei carabinieri Giovannini, un maresciallo, Milanesi, amico di Benzan, che nel ’45 si faceva spesso ospitare dalla mensa dell’Arma di via Moscova a causa dell’avaro stipendio dell’agenzia Orbis, che lo indusse a passare a “Il Giorno”, dove lavorò dal ’56 al ‘60. Milanesi sussurrò a Benzan che in una cella era prossimo un incontro tra un ufficiale dell’Arma e il “conte Mino”, un ex legionario che con Ezio Barbieri e altri cinque era alla testa dei ribelli. Il cronista riuscì ad insinuarsi e assistette alla trattativa. Il 24 aprile, la resa. “Tu te lo ricordi sicuramente, Barbieri?”.
 Alberto Berticelli,Giancarlo Rizza,Giuliano Molossi
Uno dei banditi più temuti del dopoguerra. Assieme a Sandro Bezzi, con un’Aprilia nera diventata leggendaria, aveva terrorizzato Milano. Il 26 febbraio del ’46 lui fu catturato alla cascina Torrazza di Pero e l’altro ucciso dalla “pula”, polizia, sotto il ponte della ferrovia di Greco. Nell’immediato dopoguerra in via Fatebenefratelli la sala-stampa era di là da venire, “e noi cronisti ci incontravamo nell’androne e aspettavamo il decano apripista, Guido Rossi, del ‘Corriere’. Risale a quell’epoca la mia prima e ultima ‘gaffe’, che mi dette qualche grattacapo. All’ufficio politico, al terzo piano, avevano preso uno svizzero borsaro nero, con l’accusa di collaborazionismo. L’uomo aveva riferito di aver portato al Principe di Savoia una lettera per un esponente del controspionaggio francese, e io scambiai l’albergo di piazza della Repubblica per Umberto II, e quando uscì un titolone sul mio giornale, che allora era “L’Unità”, con quell’errore, si sollevò un polverone”.
Tanino Gadda con la collega Luisella Seveso
Che fare? Benzan salì al piano nobile della questura e spiegò l’equivoco al maggiore Kane, che dopo una grassa risata gli regalò uno “scoop”: dopo qualche giorno sarebbe entrato in funzione il “777”, oggi “113”, sul modello londinese della “Fliyng Patrol”. Primo mezzo, una Lancia Astura, poi seguita da vecchie jeep ereditate dagli alleati. “Di lì a poco ci fu il cambio della guardia tra l’amministrazione anglosassone e gli italiani; e noi quella notte ne approfittammo per occupare un locale al pianterreno, che fu l’embrione dell’odierna sala-stampa”. E vennero gli anni Sessanta. Il Gruppo Cronisti Milanesi stabilì fra l’altro rapporti sempre più stretti con le istituzioni. “In sala-stampa, alloggiata nell’ammezzato di via Fatebenefratelli, “trascorrevamo le notti giocando a carte o chiacchierando”, nell’attesa di un evento: una “dura”, una spaccata, un assassinio… Se non succedeva niente, non ci abbandonavano alla noia. Ogni tanto uno di noi batteva i corridoi alla ricerca di un ‘cardellino’ e tendeva le orecchie affinate da anni di mestiere”. Da una foto ancora oggi appesa a una parete della sala-stampa occhieggiano cronisti eccellenti dell’epoca: ‘Zsù-Zsù Baronj, che nel ’45 per essere tornato a piedi dalla Germania, a Milano, anche per fare solo cento metri, come andare dal giornalaio, prendeva il taxi o si faceva portare il quotidiano dal tassista; Arnaldo Giuliani, “Giulianino”, figlio d’arte, ragazzo pulito, mite, rispettoso di tutto e di tutti; Salvatore Conoscente; Giancarlo Rizza; Patrizio Fusar; Max Monti; Alfredo Falletta, che, coppola in testa, tutte le mattine, prima di varcare la soglia della questura, era solito entrare nel bar di fronte per interrogare con lo sguardo qualche suo fedele trombettiere (ne aveva tanti); Mario Berticelli, un signore, cronista serio, preciso, attento, legatissimo alla sua testata, “L’Unità”, tanto da rifiutare l’offerta di uno stipendio doppio da un settimanale ancora oggi molto letto. La mia conversazione con Gabriele Benzan, lunga ed emozionante, risale al marzo del 2006. Il grande “nerista” se ne andò qualche anno dopo. Il Gruppo Cronisti Lombardi non lo aveva dimenticato: gli aveva riservato un premio, che non fece in tempo a consegnargli.















mercoledì 28 febbraio 2018

Mario Jovine: un grande poliziotto


 
Mario Jovine
IN UN’INTERVISTA A VENEZIA
DELINEO’ LA MALA DI MILANO

Napoletano, molto simpatico,
elegante, giovanile, alla mano.
Fu capo della Mobile milanese,
poi questore di Roma e della
città lagunare; da prefetto fu
a Palermo e a Firenze. Guidò le
indagini sulle più spettacolari
e clamorose rapine

 



Franco Presicci



Il questore Antonio Fariello
Quando nel maggio dell’85 Guido Gerosa, collega coltissimo, autore di libri di storia e di romanzi appassionanti (in uno, se non ricordo male, fa emergere Gianni Brera dalle acque del lago di Como), profondo conoscitore della “nera” (appena facevi un nome rispolverava il personaggio), memoria inossidabile (era capace di scrivere in meno di un’ora una pagina su Sartre o Spadolini), già vicedirettore, assunse l’incarico di capo cronista mi chiamò nel suo gabbiotto, come indicavamo scherzando la plancia di comando, e mi disse che dovevo prepararmi a fare il giro d’Italia. “Devi andare a cercare tutti i questori che hanno combattuto la malavita a Milano e farti raccontare i loro ricordi; i “boss” e i gregari che hanno affrontato; le indagini su una rapina, su un sequestro; i metodi adottati per sciogliere una matassa aggrovigliata… Insomma non c’è bisogno che io ti dica quello che devi fare”.
Mario Jovine nella sua casa di Bologna



Pensai subito a Mario Jovine, che era questore a Venezia; poi a Vito Plantone, a Catanzaro; ad Antonio Fariello a Torino, e a Mario Nardone, detto il “Gatto” per il suo fiuto formidabile. Jovine lo conoscevo da quando era capo della Mobile meneghina (’63-’65), lo avevo incontrato spesso, anche al Teatro Sant’Erasmo, dove sulla pista ottagonale calcata dagli attori si rappresentava “Il generale della Rovere” di Indro Montanelli. Avevamo tessuto ottimi rapporti. Il giorno dopo gli telefonai. “Domani sono da te, dobbiamo fare una chiacchierata”. All’arrivo in piazza San Marco trovai un motoscafo della polizia, che puntò verso la questura. Persona cordiale, ospitale, disponibile, simpaticissima, mi ricevette nel suo ufficio al primo piano di un edificio del ‘700; ci sedemmo uno di fronte all’altro; e dopo aver ricordato Milano, via Fatebenefratelli… voltammo pagina. Mario prese la rincorsa, parlando della rapina di via Osoppo, che Don Whitehead aveva incluso nel suo “Journey into crime” (Viaggio nel crimine), intitolando il capitolo “Saint Rita and the Robbers” (Santa Rita e i rapinatori), perchè il capo della Mobile di allora, Paolo Zamparelll, dopo la clamorosa impresa si era rivolto alla sua santa preferita; e, risolto il caso, grazie anche alla scoperta di una tuta nel canale Olona, aveva convocato nel suo ufficio dirigenti, funzionari e agenti che avevano collaborato all’inchiesta e detto loro: “Domani tutti a messa alle 8”.
Jovine-Plantone-Caracciolo
Nessuno mancò all’appuntamento nella chiesa dedicata alla santa alla Barona: Nardone, lo stesso Jovine, Barone, De Rose, Visconti, Oscuri, Giannattasio. Qualcuno, preceduto da Zamparelli, fece la comunione. Jovine mi elencò i nomi degli elementi del commando, le loro personalità, le loro origini criminali, la tecnica con cui avevano realizzato la “dura”, il 27 febbraio ’58, ricavando 115 milioni, che per quei tempi era una cifra rispettabile. E i “bravi ragazzi di Angera”? “Ah quelli. Formavano la banda del lunedì. Lavoravano solo il primo giorno della settimana, in modo artigianale. Erano in tre, tutti cresciuti sulle rive del lago Maggiore. Una vita noiosa. Un giorno uno della combriccola, che assunse il ruolo di capo, stimolò gli altri a darsi una mossa e il 4 dicembre del ‘61 sfoderarono le armi (due pistole e un mitra rubato in una caserma) nella Banca Popolare di Tronzano Vercellese, bottino un milione e mezzo. Improvvisatori, dilettanti; eppure i giornali li definirono assi della rapina”. Il 15 aprile del ’64 in via Montenapoleone, zona elegante, della moda, delle vetrine brillantemente addobbate, di solito un’oasi di tranquillità, si svolse una scena da Chicago anni ‘30. I “duristi” assaltarono l’oreficeria Colombo, “grisbì” 350 milioni.
Arnaldo Giuliani e il prefetto Mario Jovine
Un’azione spettacolare, un’operazione da manuale. In via Fatebenefratelli balenarono elementi che fecero cadere i sospetti sui marsigliesi. L’intuizione si rafforzò con il ritrovamento di un polsino di camicia con il disegno della Torre Eiffel. In pochi giorni scattarono le manette. “Passarono quasi tutti davanti alla mia scrivania. Uno di loro, detto ‘Bocca cucita’, rimaneva ostinatamente muto. Sapevo che mi sarebbe stato difficile tirargli fuori una frase e le inventai tutte per poter avviare il dialogo; intanto studiavo la sua psicologia. Disse soltanto che la cella non lo deprimeva né fisicamente né moralmente”. Quando aggiunse che era un tipo forte, Jovine lo sfidò a saltare a piedi uniti al di là del tavolo tenendo appoggiato una mano sullo spigolo. “Mi tolsi le scarpe e feci il salto. Lo avevo fatto altre volte, ero bravo. Accettò la sfida e ci riuscì, ma continuò a tacere”.
Il cronista de Il Giorno Giancarlo Rizza
Mario, napoletano spassoso, amava raccontare. Qualche anno dopo, già in pensione dopo essere stato questore di Roma, prefetto di Palermo e di Firenze, lo fece anche da Paolo Limiti, in una trasmissione su Rai due. Raccontando, si divertiva; e tra una vicenda e l’altra battuta sfornava una battuta. Dopo quasi tre ore d’intervista e di ricordi milanesi, mi invitò a pranzo a casa sua, ma io nel pomeriggio avevo un impegno a Milano. Rimandammo l’invito. Avevamo ancora un po’ di tempo, e Mario rievocò l’omicidio dell’affittacamere di via Anfossi. Nel novembre del ’64 una signora di 74 anni venne trovata uccisa nella sua pensione: colpita al capo con quadretti di porfido e poi strangolata con la cintura di un pigiama. Il motivo? Una rapina. “Oddio l’’hanno ammazzata!”, urlò una donna, e subito un brivido corse per la tromba delle scale. “L’urlo provocò un coro disperato. L’allarme rimbalzò in questura, oltre che alla centrale operativa dei carabinieri, e in via Anfossi piombò anche Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora colonnello. Terrificante la scena del delitto: sangue dappertutto, quattro sassi avvolti in una copia de “Il Corriere della Sera”. “Scorremmo le inserzioni apparse sui giornali, esplorammo gli indirizzi più vicini...
Il direttore de Il Giorno Rizzi,Gerosa,Olivieri,Giuliani
In una ditta la segretaria aveva annotato su un foglietto i nomi di quelli che si erano sottoposti a un recente colloquio. Il pezzo di carta era finito appallottolato nel cestino. L’impiegata descrisse tutti candidati e ci soffermammo su uno di loro, al quale aveva già accennato la portinaia dello stabile. L’uomo aveva bussato alla guardiola alla ricerca di un posto-letto ed era stato fatto salire. Anche quello fu un lavoro di gruppo”. Sbrigato in fretta, nel timore che qualche giornalista dei più attenti, Giancarlo Rizza, de “Il Giorno” e Max Monti de “Il Corriere della Sera”, che amava definirsi il “re di Monforte”, fiutassero qualche particolare e pubblicandolo mettessero sull’avviso il colpevole. Non furono soltanto questi gli episodi che Mario Jovine, allora 56 anni, sempre giovanile, elegante, rispolverò nei dettagli. Ripercorse anche i suoi rapporti con la stampa, sempre civili.

Mario Nardone e Enzo Caracciolo
Glieli aveva affidati Nardone, all’epoca dirigente della Mobile. “Ed ero io che subivo l’ira di Rizza e dei suoi colleghi quando una notizia non era stata data o non era stata data in tempo utile. Comunque fra noi c’era molta stima, anche affetto, tanto che il giorno in cui lasciai via Fatebenefratelli proprio Rizza mi abbracciò piangendo, trasmettendomi la sua emozione”. E i rapporti con la malavita? “Tutti rispettavano il gioco delle parti. Eravamo avversari ma non nemici. Io davo del lei ai cittadini che arrestavo; e cercavo di farli parlare usando l’intelligenza”. Quale personaggio della “mala” lo aveva colpito maggiormente? Joe Adonis, soprannome derivante dal fatto che una donna gli aveva detto “Joe, sei un Adone”; e da quel momento Giuseppe Doto fu ribattezzato con il nome del bellissimo pastorello che, allevato dalle Naiadi, da giovanotto affascinò Afrodite, che per vivere con lui abbandonò l’Olimpo. Una mattina, convocato da Jovine, Adonis s’inchinò più volte ma non si sedette. E si rifiutò di rivelare la sua data di nascita, perché negli Stati Uniti aveva fatto la galera per aver sbagliato quei numeri. Non era soltanto Adonis ad avere riguardo per le forze dell’ordine. “La ‘malanda’ sapeva che chi stava dall’altra parte faceva solo il suo dovere. Negli anni ‘70 questa mentalità cominciò ad incrinarsi. “Hobby, Mario, oltre alla chitarra?”. “Quella la strimpello”. Non era vero, suonava bene anche il pianoforte. “Giocavo al pallone nel ruolo di portiere. Poi a Bologna in una partita con i carabinieri m’infilarono quattro gol e smisi. Vado in bicicletta, mi piace molto…”. Sposato con la signora Pia, due figli medici, aveva ancora un’aria da ragazzo e una gran nostalgia di Milano.












mercoledì 21 febbraio 2018

L’ultimo dei grandi cantastorie


FRANCO TRINCALE RITORNA

A INTONARE LE SUE BALLATE?




Franco Trincale


E’ una speranza. I suoi temi:

la disoccupazione giovanile,
 
i politici ballerini, gli scandali,

il malcostume, i femminicidi,
 
l’indolenza della burocrazia,
 
le tragedie, le incertezze della
 
gente.






 



Franco Presicci


All’alba del Novecento, e anche dopo, decine di voci vibravano per le strade di Milano. Voci sonore, cavernose, tonanti: dello spazzacamino; del venditore di uccelli imbalsamati, che grazie alla pubblicità avevano il potere di sconfiggere le tarme; dell’ombrellaio; dell’arrotino; della donna che commerciava in segatura; della banda musicale del Tirazza, in scena in via Passerella quando non nelle bettole; dei pattee, rigattieri, che nel Medio Evo avevano i depositi in via Pattari, alle spalle del Duomo; dello strillone, che urlava le notizie del giorno: “La ‘figlia di Jorio’ di D’Annunzio è rappresentata a Milano dalla Compagnia Talli con grande successo!!!”.
Lo strillone
“Lo sciopero generale si estende rapidamente da Milano a Monza, a Genova, a Torino… per protestare contro la determinazione delle forze dell’ordine nelle manifestazioni popolari!!!”. “Inaugurato il traforo del Sempione, il più lungo del mondo con i suoi 19,825 metri”... Nel ’60 questa voce si era già spenta. “La Notte”, quotidiano del pomeriggio, che usciva a mezzogiorno, sistemava le copie sul pavimento dell’entrata da piazza della Scala della Galleria Vittorio Emanuele e i lettori si servivano lasciando il denaro. E non c’era il furbo che approfittasse dell’assenza di sorveglianti. Gridava il gelataio che girava con il suo carrettino a forma di rapace, assorbendo le storielle che lì attorno si snocciolavano assottigliando la zuccherosa cupola multicolori. Stando a una di queste, la giovanissima e affascinante contessa russa Giulia Samoyloff, patita di cavalli e altri animali, in un carnevale organizzò un corteo di gatti e vendeva sottobanco a un ben frequentato Caffè dell’epoca, noto per i suoi sorbetti, il latte d’asina in cui s’immergeva ogni giorno nella propria casa di via Borgonuovo 20. Davanti ai Magazzini Bocconi un vecchietto si sgolava per reclamizzare una sua invenzione: l’anello che consentiva di chiudere l’ombrello con maggiore facilità. Fra le tante voci che s’incrociavano a Milano non si udiva mai quella di Teresina Bardi, che gestiva un banchetto di fiori tra le vie Verdi e Manzoni, a un passo dal Teatro alla Scala.
Piazza Scala intorno al 1850-Stampa Raccolta Bertarelli
Aspettava pazientemente gli avventori; e quando questi arrivavano architettava con abilità e gusto i suoi mazzetti di rose rosse o gialle o di orchidee che i signori per simpatia pagavano mettendo i soldi in una busta chiusa... Questo era un mestiere diffuso, tanto da ispirare una canzone: “…la va girand, pass a pass/ neij anni anca lèe la sfioriss…me on fior pass…”. Il testo era dedicato ad ambulanti, sprovviste di postazioni stabili. Altri versi vennero composti per Teresina, che aveva dimestichezza anche con orchestrali e cantanti, fra cui Angelica Pandolfini, Mimì nella “Bohème” scaligera del 1897. Teresina era rispettata, considerata quasi una prima donna. Un brutto giorno uno spasimante, rampollo di una famiglia d’alto rango, la ferì sfregiandola. Il processo, che provocò grande interesse e curiosità in tutta la città, e non solo, concluse la drammatica pagina con l’assoluzione, suscitando la rabbia di quanti avevano seguito con commozione la vicenda. Passarono gli anni, i decenni, e Teresina Bardi non entrò nell’oblio. Ancora oggi qualcuno la ricorda. Fino a poco tempo fa i meneghini diretti alla Banca Commerciale attraversando piazza della Scala, si fermavano, davano uno sguardo al vecchio banchetto di Teresina e mandavano un saluto a quella bella e dignitosa signora che vendeva “gilji”, “margaritt”, “dali”… con garbo e discrezione.
La Scala su un cartellone
Altre fioraie comparvero laddove aveva avuto il posto Teresina: offrendo “bouquet” facevano la ronda da un angolo di strada all’altro, ma per quanto ce la mettessero tutta, non riuscirono ad entrare nel cuore dei milanesi come Teresina, che alimentò anche il repertorio del Barbapedana, figura del teatro meneghino portata sulle scene da Enrico Molaschi. Accompagnandosi con la chitarra cantava filastrocche e ballate in dialetto e in estate portava l’allegria esibendosi all’aperto proponendo un almanacco che si pubblicava nel 1635. Con i suoi emuli, considerati gli antesignani dei cantastorie, nell’ultimo dopoguerra tenevano banco anche nei “trani”, aperti dagli immigrati provenienti dalla città pugliese. Oggi i vecchi milanesi usano la parola “tranatt” per indicare i clienti più assidui di questi luoghi, mentre ai tempi del Porta il termine in uso era “boeucc”, (buca), da cui prende il nome un famoso ed elegante ristorante di piazza Belgioioso (oltre 600 anni attività: data di nascita 1696).
La Resistenza su un cartellone
Per anni gli storici ebbero il sospetto che la volontà dei meneghini d’insorgere contro gli austriaci fosse maturata più nei locali eleganti che nei salotti della contessa Clara Maffei o della marchesa Trivulzio. E a proposito di menestrelli, sono in tanti a Milano ad avere nostalgia di Franco Trincale, e si augurano che quanto prima torni alla ribalta. Nato nel ’35 a Militello in Val di Marsala, il cantastorie siciliano salì nel ’46 a Milano, dove pizzicando le corde della sua chitarra ha sciorinato le sue ballate prima in piazza Duomo e poi, dal ’92, in piazza San Babila.
Trincale va in piazza San Babila
I suoi temi: “Mani pulite”, le lotte degli operai, a volte irritando il potere; i fatti clamorosi che hanno avuto risonanza nazionale. Si ricordano la scomparsa, il 31 gennaio del ’69 a Viareggio, del dodicenne Ermanno Lavorini, poi scoperto da un cane sepolto sotto la sabbia nella Pineta di Vecchiano, dopo tante affannose ricerche (si ricorse anche a una sensitiva). Franco Trincale tra l’altro incise un 45 giri, esortando i rapitori a restituire il bambino alla famiglia. Raccontò il sequestro di Milena Sutter, avvenuto il 16 maggio del ’71 (la ragazza non rientrò mai più a casa); e la fine delle tre bambine di Marsala, sparite il 10 ottobre dello stesso anno e trovate morte successivamente; l’assassinio a Dallas di Jhon Kennedy... Nel 2002 un’ordinanza comunale del 19 luglio, che vietava l’uso di amplificatori per evitare molestia alla cittadinanza e disturbo alle attività, suscitò polemiche e proteste perché ritenuta un fulmine contro il cantastorie contestatore, che se la prendeva con la politica, il malcostume, la corruzione, la sonnolenza della burocrazia….
Piazza San Babila
Ne parlarono anche i giornali: Francesco Merlo, sempre garbato e dallo stile signorile e avvincente, scrisse sul “Corriere” che Milano senza Franco Trincale sarebbe più povera. Poi il sindaco Albertini spiegò che il provvedimento non aveva l’intenzione di zittire Trincale, e Merlo aggiunse che sarebbe stato un peccato se al menestrello siciliano, noto anche oltreconfine (l’”Herald Tribune” a suo tempo gli aveva riservato una pagina), fosse stato impedito di esprimersi. Nel gennaio del 2005 un personaggio molto in vista si credette insultato dai versi di Trincale e un giornalista osservò che chi ama Gaber non può sentirsi diffamato da un artista di strada che di Gaber è il gemello povero.
La Banda musicale del Tirazza
Uomo intelligente, dinamico, artista di notevoli qualità, Trincale, con il suo cartellone alle spalle e le sue corde, è l’ultimo menestrello di Milano, e non solo. Lo rivedremo, non importa se in uno dei suoi antichi prosceni? Non credo che uno come lui voglia solo godersi il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli che nel gennaio del 2008 ha ottenuto dal governo Prodi, la Medaglia d’Oro di benemerenza civica che Il 7 dicembre successivo il Comune di Milano gli ha consegnato, oltre ai tanti successi conseguiti. Nel ’69 gli operai dell’Alfa Romeo in lotta gli regalarono una chitarra, che il cantastorie considera storica. Ci sarebbe tanto altro da dire su questo menestrello, che ha una biografia lunga quanto l’autostrada Milano-Taranto e un archivio che la sua abitazione forse non riesce più a contenere. Eletto “Trovatore d’Italia” nel ’67 e nel ‘68”, è uno degli ultimi rappresentanti dei cantastorie siciliani. Sono in molti ad avere nostalgia della sua voce. Trincale, uomo combattivo, non può rimanere in pantofole. Con tutto quello che ha ancora da dire sugli scandali, i femminicidi, i politici saltimbanchi e parolai, le lotte intestine nei partiti, le defenestrazioni degli avversari… Il Barbapedana, gli strilloni, i venditori di ogni sorta di mercanzia… sono soltanto un ricordo che resiste in chi è appassionato della storia di Milano. Franco Trincale, un artista autentico che prende nota di ciò che accade ogni giorno e lo racconta, ha tutta l’energia necessaria per riprendere il suo ruolo.