I TANTI MESTIERI DI VITO CONTADINO GENTILUOMO

Vito Argese
Generosità, intelligenza, ironia, sensibilità guidano i suoi passi. A ottant’anni è forte e vivace e conserva un legame d’amore per la campagna.

FRANCO PRESICCI
A Quistello, nel Mantovano, sorge il monumento alla Lega del contadino, opera del grande scultore Giuseppe Gorni, che conobbi in una sua grande mostra a Palazzo Reale a Milano, presente Davide Lajolo, già direttore de “L’Unità”.
Fui felice nel sapere di quell’opera: era giusto l’onore reso a questo lavoratore sicuramente meritevole. Anche se non ha titolo di studio, non è una personalità, rende fertile la terra, ara, semina, provvede al raccolto, spreme i grappoli. Tutte operazioni che costano fatica.
Il contadino tiene piegata la schiena dall’alba al tramonto per un piatto di fave con la cicoria. Se noi abbiamo l’alimento di cui abbiamo bisogno lo dobbiamo a lui, alla sua competenza e alla sua esperienza, alla sua tenacia. Sa leggere nella luna se deve piovere o no; sa soffrire senza lamentasi; se la neve gli seppellisce la casa può correre il pericolo di non poter accendere il fuoco del camino, perchè la legna è accatastata fuori, in un angolo della campagna.
Oggi la categoria si è assottigliata, i figli hanno scelto un altro mestiere o l’emigrazione, gli anziani si sono trasferiti in paese. Tutto questo lo dice la storia e noi la leggiamo con dolore. Anzi la viviamo, quando cerchiamo “l’ome de fore” e spesso non lo troviamo. La Fondazione dei mestieri d’arte di Franco Cologni a Milano a suo tempo ha pubblicato un volume sul vignaiolo. Un poeta di Martina Franca, Sante Ancona, in un suo libro esalta l’impegno del contadino e inonda le sue pagine di amore e nostalgia. Mi dà gioia vedere un contadino al lavoro e dolore la vigna estirpata sostituita dalla stoppia giallastra. Non mi piace la motozappa: è duro manovrarla e gracchia come una cornacchia.
Ho conosciuto un ex contadino, la cui moglie ha portato avanti una piccola azienda agricola, con tre o quattro mucche e una decina di animali da cortile. Gli ho chiesto di raccontarmi la sua vita, ma si è schermito, restio ad esporsi, a far parlare di sé. Di lui molte cose le ho capite dai suoi discorsi, brevi e smozzicati. A volte ricorre ai proverbi o a quello che diceva la mamma o il papà o il nonno, antologie di saggezza, per illustrare il suo pensiero. Ed è sempre efficace.
Si dice che il contadino ha le scarpe grosse e la mente sveglia. Così è per Vito Argese, 86 anni, uomo ancora forte e sempre inebriato dagli alberi e dalla vite. Ovunque sventolino rami e foglie e danzino pampini si emoziona. Cura l’orto come la mamma il bambino; l’uccello il nido. Quando non piove soffre, non tanto perché le piantine che ha messo a dimora non germogliano e quindi non gli porteranno pomodori e melanzane, ma perché senz’acqua la terra s’inaridisce, e la terra è vita. Quando accende la televisione e cercando un film s’imbatte in un “blà-blà”, commenta le battute che ha captato e cambia canale. “Peccato, non c’è più il maestro Manzi”. Si pente di non essere andato a scuola.
Sono suo amico, spesso mangiamo insieme con tutta la famiglia, in un’atmosfera di allegria e leggerezza; e quando arriva l’ora del rientro a casa mi sento arricchito e mi accorgo a volte che negli scambi di idee ha ragione lui. Le sue opinioni sono sempre calibrate. Un giorno gli ho detto: “Se ne avessi il potere ti proporrei per l’investitura di cavaliere”. E lui come risposta “Per farne che?”. Ma è un’intera categoria che viene esclusa, per convinzione, abitudine, rispetto di una regola.
Un’onorificenza l’avrei data anche a mio zio Luigi di San Severo, dopo una vita di lavoro estenuante, spesso scartato dal caporale alle 5 del mattino in piazza, per i suoi capelli bianchi e le rughe profonde. No, per il contadino non è previsto il titolo di cavaliere del lavoro. Ha la pelle incartapecorita, le labbra screpolate, l’aiuto del bastone, quindi niente attestati di benemerenza. Per lo stesso Vito va bene così: un pezzo di carta da attaccare al muro non gli servirebbe. Sono ben altre le cose necessarie per vivere – dice - e fa un elenco lungo quanto un’autostrada. E’ pragmatico.
Non legge i giornali, tanto sa in quali condizioni versa il paese. Vito e la moglie Angela, una signora dolce, premurosa e sempre disposta alla fatica, sono persone generose. Fino a qualche anno fa tutte le mattine passava nel tratturo un vecchietto, loro gli andavano incontro e gli regalavano le uova. Li rispetto, li amo, li ammiro. Ripete: “A che servono le medaglie?”. Anche a dare testimonianza dell’impegno, dei sacrifici di chi le riceve. Chiediti perché a lui sì e a te no. Tutti e due avete dato l’anima al lavoro.
Vito è un uomo avveduto. Penso sempre a mia nonna Graziella, che era anche lei di Martina Franca e viveva a Taranto: “Chi trova un amico trova un tesoro”. Vito oggi vive in paese: in campagna va ogni giorno, perché deve dare da mangiare ai gatti. E ci va incurante del tempo, senza guardare la luna, se ha o no l’alone attorno. E’ anche il profumo della terra che l’attira. Peccato che oggi, a differenza di ieri, i tratturi non abbiano più voci. Sono vene vuote. Le attraversano le processioni seguite da canti liturgici e i fedeli che vanno a messa o alle funzioni serali nella chiesetta che ha alle spalle un pozzo antico e un orticello. Il prete viene da lontano. Una sera nel corso di una celebrazione sacra Vito e la sua famiglia ebbero la visita del vescovo.
Lui e la moglie Angela, figli compresi, partecipano, sempre insieme, a tutti i funerali e a tutti i matrimoni. Il cerchio degli amici è largo e quello dei parenti pure. Mai venire meno alle tradizioni, è il motto degli Argese, persone esemplari. Tutti qui hanno rispetto per Vito anche perché è stato un modello da secondo capo del comitato per gli onori alla Madonna della Consolata sulla vecchia strada per Noci. Angela ha le chiavi del tempietto e lo tiene in ordine. Durante la festa Vito prendeva parte al tiro alla fune e anche lì si distingueva. “Ricordi quando pilotavi il trattore?”. “E cudde me servève pe’ terà’ le mùcchie de pagghie”. E’ educato, riservato, intelligente, ha una volontà di ferro e una memoria inossidabile.
Aveva 8 anni quando cominciò a lavorare, portando per 3 anni, scalzo, al pascolo le pecore della masseria di don Ciccillo Casavola. Poi con il passar del tempo fece molti altri lavori: comprò un mezzo con cui trasportava terra e al tempo della vendemmia l’uva dai palmenti alle cantine. Il lavoro lo assorbiva anche la domenica. E’ contento di quello che ha fatto. Quando aveva 10 anni una nonna gli mostrò la neonata che teneva in braccio e gli pronosticò che quella sarebbe stata sua moglie. La vecchietta doveva possedere capacità paranormali, perchè quando lei arrivò a 10 anni e lui a 20, scoccò la scintilla e si guardarono fino a quando arrivarono ai piedi dell’altare.
Vito ha un carattere gioviale, ama lo stare insieme. Gli piace la buona tavola. Quando gioca a scopone in famiglia fa teatro: finge di meditare sulla carta da lanciare per tenere sulla corda l’avversario.
Una storia bella, la sua. La campagna è ancora la sua passione. Prega il cielo che mandi giù la pioggia, per irrorare il suo orto. “Il mago della pioggia, Vito, lo ricordi?”. “E’ una credenza popolare che viene da tempi lontanissimi. Chi ci crede è un ingenuo”. Ne parlavano quando io ero giovane: un uomo, con mantello e cappello neri saliva sul trullo, rivolgeva gli occhi al cielo e mormorava parole che nessun altro doveva sapere: facevano parte di un vocabolario personale. “Pioveva, dopo quel rito?”. Pioveva quando lo decideva chi sta in alto”. Guarda la luna incoronata dal cerchio giallo come la corona di una regina, e dice: “Ecco, domani, sì, arriva l’acqua”. Entra la figlia Antonella e comunica che sta gocciolando.
“Io non credevo neanche al fantasma che a mezzanotte altri vedevano seduto sulla bocca del pozzo a cinquanta metri dal trullo. Uno degli… spettatori consigliò di chiamare un prete e quello agitando l’aspersorio lo fece scomparire. Si misero l’animo in pace, nessuno lo avvistò più. Non era un ectoplasma, ma un effetto ottico”.
Quando era piccolo sentiva parlare delle riunioni notturne per interpellare i morti; e di quella volta in cui il tavolino fece un balzo e cadendo si spezzò le gambe creando il fuggi-fuggi. “I morti si devono lasciare in pace; scomodarli è un sacrilegio”, commenta. E’ un uomo di fede.
Dovrebbe essere istituito un comitato spontaneo con l’incarico di assegnare il titolo di cavaliere del lavoro al contadino meritevole, cioè a quello che non ha voltato le spalle alla terra per andarsene al Nord: a chi è rimasto ad innaffiarla con il proprio sudore.
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| Vito |
Fui felice nel sapere di quell’opera: era giusto l’onore reso a questo lavoratore sicuramente meritevole. Anche se non ha titolo di studio, non è una personalità, rende fertile la terra, ara, semina, provvede al raccolto, spreme i grappoli. Tutte operazioni che costano fatica.
Il contadino tiene piegata la schiena dall’alba al tramonto per un piatto di fave con la cicoria. Se noi abbiamo l’alimento di cui abbiamo bisogno lo dobbiamo a lui, alla sua competenza e alla sua esperienza, alla sua tenacia. Sa leggere nella luna se deve piovere o no; sa soffrire senza lamentasi; se la neve gli seppellisce la casa può correre il pericolo di non poter accendere il fuoco del camino, perchè la legna è accatastata fuori, in un angolo della campagna.
Oggi la categoria si è assottigliata, i figli hanno scelto un altro mestiere o l’emigrazione, gli anziani si sono trasferiti in paese. Tutto questo lo dice la storia e noi la leggiamo con dolore. Anzi la viviamo, quando cerchiamo “l’ome de fore” e spesso non lo troviamo. La Fondazione dei mestieri d’arte di Franco Cologni a Milano a suo tempo ha pubblicato un volume sul vignaiolo. Un poeta di Martina Franca, Sante Ancona, in un suo libro esalta l’impegno del contadino e inonda le sue pagine di amore e nostalgia. Mi dà gioia vedere un contadino al lavoro e dolore la vigna estirpata sostituita dalla stoppia giallastra. Non mi piace la motozappa: è duro manovrarla e gracchia come una cornacchia.
Ho conosciuto un ex contadino, la cui moglie ha portato avanti una piccola azienda agricola, con tre o quattro mucche e una decina di animali da cortile. Gli ho chiesto di raccontarmi la sua vita, ma si è schermito, restio ad esporsi, a far parlare di sé. Di lui molte cose le ho capite dai suoi discorsi, brevi e smozzicati. A volte ricorre ai proverbi o a quello che diceva la mamma o il papà o il nonno, antologie di saggezza, per illustrare il suo pensiero. Ed è sempre efficace.
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| Vito e Angela Argese |
Si dice che il contadino ha le scarpe grosse e la mente sveglia. Così è per Vito Argese, 86 anni, uomo ancora forte e sempre inebriato dagli alberi e dalla vite. Ovunque sventolino rami e foglie e danzino pampini si emoziona. Cura l’orto come la mamma il bambino; l’uccello il nido. Quando non piove soffre, non tanto perché le piantine che ha messo a dimora non germogliano e quindi non gli porteranno pomodori e melanzane, ma perché senz’acqua la terra s’inaridisce, e la terra è vita. Quando accende la televisione e cercando un film s’imbatte in un “blà-blà”, commenta le battute che ha captato e cambia canale. “Peccato, non c’è più il maestro Manzi”. Si pente di non essere andato a scuola.
Sono suo amico, spesso mangiamo insieme con tutta la famiglia, in un’atmosfera di allegria e leggerezza; e quando arriva l’ora del rientro a casa mi sento arricchito e mi accorgo a volte che negli scambi di idee ha ragione lui. Le sue opinioni sono sempre calibrate. Un giorno gli ho detto: “Se ne avessi il potere ti proporrei per l’investitura di cavaliere”. E lui come risposta “Per farne che?”. Ma è un’intera categoria che viene esclusa, per convinzione, abitudine, rispetto di una regola.
Un’onorificenza l’avrei data anche a mio zio Luigi di San Severo, dopo una vita di lavoro estenuante, spesso scartato dal caporale alle 5 del mattino in piazza, per i suoi capelli bianchi e le rughe profonde. No, per il contadino non è previsto il titolo di cavaliere del lavoro. Ha la pelle incartapecorita, le labbra screpolate, l’aiuto del bastone, quindi niente attestati di benemerenza. Per lo stesso Vito va bene così: un pezzo di carta da attaccare al muro non gli servirebbe. Sono ben altre le cose necessarie per vivere – dice - e fa un elenco lungo quanto un’autostrada. E’ pragmatico.
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| Martina di sera |
Non legge i giornali, tanto sa in quali condizioni versa il paese. Vito e la moglie Angela, una signora dolce, premurosa e sempre disposta alla fatica, sono persone generose. Fino a qualche anno fa tutte le mattine passava nel tratturo un vecchietto, loro gli andavano incontro e gli regalavano le uova. Li rispetto, li amo, li ammiro. Ripete: “A che servono le medaglie?”. Anche a dare testimonianza dell’impegno, dei sacrifici di chi le riceve. Chiediti perché a lui sì e a te no. Tutti e due avete dato l’anima al lavoro.
Vito è un uomo avveduto. Penso sempre a mia nonna Graziella, che era anche lei di Martina Franca e viveva a Taranto: “Chi trova un amico trova un tesoro”. Vito oggi vive in paese: in campagna va ogni giorno, perché deve dare da mangiare ai gatti. E ci va incurante del tempo, senza guardare la luna, se ha o no l’alone attorno. E’ anche il profumo della terra che l’attira. Peccato che oggi, a differenza di ieri, i tratturi non abbiano più voci. Sono vene vuote. Le attraversano le processioni seguite da canti liturgici e i fedeli che vanno a messa o alle funzioni serali nella chiesetta che ha alle spalle un pozzo antico e un orticello. Il prete viene da lontano. Una sera nel corso di una celebrazione sacra Vito e la sua famiglia ebbero la visita del vescovo.
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| La chiesa della Consolata |
Lui e la moglie Angela, figli compresi, partecipano, sempre insieme, a tutti i funerali e a tutti i matrimoni. Il cerchio degli amici è largo e quello dei parenti pure. Mai venire meno alle tradizioni, è il motto degli Argese, persone esemplari. Tutti qui hanno rispetto per Vito anche perché è stato un modello da secondo capo del comitato per gli onori alla Madonna della Consolata sulla vecchia strada per Noci. Angela ha le chiavi del tempietto e lo tiene in ordine. Durante la festa Vito prendeva parte al tiro alla fune e anche lì si distingueva. “Ricordi quando pilotavi il trattore?”. “E cudde me servève pe’ terà’ le mùcchie de pagghie”. E’ educato, riservato, intelligente, ha una volontà di ferro e una memoria inossidabile.
Aveva 8 anni quando cominciò a lavorare, portando per 3 anni, scalzo, al pascolo le pecore della masseria di don Ciccillo Casavola. Poi con il passar del tempo fece molti altri lavori: comprò un mezzo con cui trasportava terra e al tempo della vendemmia l’uva dai palmenti alle cantine. Il lavoro lo assorbiva anche la domenica. E’ contento di quello che ha fatto. Quando aveva 10 anni una nonna gli mostrò la neonata che teneva in braccio e gli pronosticò che quella sarebbe stata sua moglie. La vecchietta doveva possedere capacità paranormali, perchè quando lei arrivò a 10 anni e lui a 20, scoccò la scintilla e si guardarono fino a quando arrivarono ai piedi dell’altare.
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| In fondo la chiesa del Carmine |
Vito ha un carattere gioviale, ama lo stare insieme. Gli piace la buona tavola. Quando gioca a scopone in famiglia fa teatro: finge di meditare sulla carta da lanciare per tenere sulla corda l’avversario.
Una storia bella, la sua. La campagna è ancora la sua passione. Prega il cielo che mandi giù la pioggia, per irrorare il suo orto. “Il mago della pioggia, Vito, lo ricordi?”. “E’ una credenza popolare che viene da tempi lontanissimi. Chi ci crede è un ingenuo”. Ne parlavano quando io ero giovane: un uomo, con mantello e cappello neri saliva sul trullo, rivolgeva gli occhi al cielo e mormorava parole che nessun altro doveva sapere: facevano parte di un vocabolario personale. “Pioveva, dopo quel rito?”. Pioveva quando lo decideva chi sta in alto”. Guarda la luna incoronata dal cerchio giallo come la corona di una regina, e dice: “Ecco, domani, sì, arriva l’acqua”. Entra la figlia Antonella e comunica che sta gocciolando.
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| Vito e Angela tagliano le fave |
“Io non credevo neanche al fantasma che a mezzanotte altri vedevano seduto sulla bocca del pozzo a cinquanta metri dal trullo. Uno degli… spettatori consigliò di chiamare un prete e quello agitando l’aspersorio lo fece scomparire. Si misero l’animo in pace, nessuno lo avvistò più. Non era un ectoplasma, ma un effetto ottico”.
Quando era piccolo sentiva parlare delle riunioni notturne per interpellare i morti; e di quella volta in cui il tavolino fece un balzo e cadendo si spezzò le gambe creando il fuggi-fuggi. “I morti si devono lasciare in pace; scomodarli è un sacrilegio”, commenta. E’ un uomo di fede.
Dovrebbe essere istituito un comitato spontaneo con l’incarico di assegnare il titolo di cavaliere del lavoro al contadino meritevole, cioè a quello che non ha voltato le spalle alla terra per andarsene al Nord: a chi è rimasto ad innaffiarla con il proprio sudore.






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