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giovedì 11 gennaio 2018

Gigi Pedroli, artista eclettico e virtuoso


 
I SUOI PERSONAGGI PROVENGONO
 

DA UN MONDO FATTO DI SOGNI
 

Gigi Pedroli agli 80 anni della Martin
Realizza le sue opere sull’alzaia

Naviglio Grande nel suo Centro

dell’Incisione, nato oltre 40 anni

or sono. Ha esposto in Italia e

all’estero, in gallerie d’arte,

osterie, circoli, associazioni

culturali …

In questi giorni le sue

creazioni sono in uno spazio della

Martin Luciano, a pochi passi dal

Centro, per gli 80 anni della famosa azienda.





Franco Presicci

Se un turista ha voglia di conoscere la vita di una volta sul Naviglio Grande, deve rivolgersi a Gigi Pedroli, gigante buono e artista eclettico: pittore, scultore, ceramista, affreschista, cantautore…
Gigi Pedroli nel Centro dell'Incisione
Non so più da quanti anni lavori sull’alzaia, in una bella struttura che ospita il Centro dell’incisione da lui diretto assieme alla moglie Gabriella; so che, se interpellato, lui risponde con dettagli, facendo nomi di artigiani e di artisti che non ci sono più, come Guido Bertuzzi, Aldo Cortina, Riccardo Saladin (in arte Sarik), il poeta Armando Brocchieri che esaltava la sua Milano in versi dialettali… Gigi evoca con piacere le atmosfere; ricorda gli abitanti che da tempo hanno fatto fagotto, tra cui i tanti meridionali che non potevano più sopportare il galoppo dei canoni. E racconta con grazia carezzevole le vicende che si sono susseguite su queste “strade d’acqua silente” (Alfonso Gatto) anche nelle sue canzoni, briose, divertenti: ”el barbun”, “el pitur”, “el barun”…, con cui intrattiene gli amici in una sala di quell’oasi di tranquillità, di pace dominata da decorazioni di vite americana che si arrampica e si spande sui muri. Il suo regno è qui che Gigi Pedroli costruisce le sue figure che sembrano emergere da un mondo onirico, come in “Quater pass in Galeria”, dove una folla di persone deformate, stravolte, una sull’altra, rese con un’ironia mai caustica, quasi arriva al tetto del salotto di Milano, la Galleria Vittorio Emanuele; o come in quell’acquaforte, in cui i frutti di un albero dal tronco a mo’ di barile sono troppo in alto per chi tenta di raggiungerli; o ancora laddove un’altra folla, molto più nutrita, solleva il Duomo come fosse di cartapesta.
Pedroli esegue un lavoro di ceramica
Gigi sembra divertirsi a snaturare i suoi personaggi e l’ambiente che popolano; a sconfinare nell’immaginario. L’osservatore viene catturato da tutte quelle figure strambe, sofisticate, surreali immerse in un’atmosfera di autentica poesia: sagome che volano; innamorati seduti immobili come statue su una panchina sovrastata da un paesaggio; uomini o donne seduti al tavolo di un caffè… che ora sfilano in una mostra organizzata nell’ambito delle celebrazioni per gli ottant’anni della ditta di divise militari Martin Luciano, che sorge a una decina di metri dal Centro dell’Incisione (che è in alzaia Naviglio Grande 46), dove Gigi Pedroli tiene fra l’altro corsi d’incisione. L’artista è un narratore piacevolissimo. E quando interpreta i suoi brani pizzicando la chitarra si accendono sorrisi ed esplodono risate. Tra i più assidi frequentatori delle serate che Gigi allestisce in onore del vernacolo meneghino, il professor Lauria, docente in pensione alla facoltà di veterinaria e geloso custode della lingua del Porta; Roberta Cordani, brillante curatrice dei pregevoli volumi su Milano e la Lombardia editi dalla Celip; Graziana Martin, titolare con il fratello Paolo del grande negozio aperto alla mostra...
Gigi Pedroli
Sia nelle sue canzoni sia nelle sue opere si scopre un amore profondo per il prossimo, soprattutto per i meno fortunati che dormono e sognano sotto i ponti o in scatole di cartone anche quando il freddo fa battere i denti. Il gigante buono, capelli spioventi sulla nuca, alto quanto un giocatore di basket, prende di mira anche i titolati, come quello che “el purtava la vestaja con le cifre e lo stemma del casato”. Suona anche il pianoforte e altri strumenti. Della sua arte non parla. Non la giudica, non la esalta. Lascia che siano gli altri a valutarla. E stando davanti a un suo quadro, a una sua ceramica, a un suo olio ci si ferma a lungo, rapiti dagli impulsi, dalle emozioni che questo artista prolifico e brioso esprime. Non cerca la pubblicità, anche se sono in molti a scrivere di lui, dei suoi quadri, delle sue canzoni, delle tante iniziative che nel tempo ha avviato.
Pedroli al lavoro
Artista virtuoso, versatile, originale; uomo simpatico e affabile, disponibile, saggio. In testa un cappello a falda larga, sollecitato apre uno spiraglio della sua biografia. “Sono nato negli stabili dei tranvieri di via Gran San Bernardo, dove i gabinetti erano stati già tolti dai cortili e sistemati nelle abitazioni; e ho cominciato a manovrare spatole e pennelli nelle case di ringhiera del Naviglio Grande. Ho amato e ritratto, come oggi, la gente, soffrendo nel vedere quelli che se ne andavano. Lavoravo e partecipavo alle associazioni, che. organizzando esposizioni, richiamavano giornalisti, architetti, medici…”. Era il 1970, La sera improvvisavano teatrini nei locali, lui suonava la chitarra e cantava le sue ballate che “dipingevano” i barboni, la “vegia ustaria”, “la mundna”… e con eleganza e riguardo le signore che passeggiavano sui marciapiedi lottizzati; le osterie in cui andavano a mangiare la trippa o il bollito con l’insalata, la minestra. In una composizione Gigi si ispira ai “terun”, perché – dice – la realtà del naviglio comprendeva anche loro, ”che salivano a Milano in cerca di sistemazione”.


Il Naviglio Grande
Festa sul Naviglio

E continua: “Quando sono venuto qui era tutto tramezzato: in ogni spazio la brandina per l’immigrato”. Sauro, il vecchio barbone che innaffiava le sue alette di pollo con il vino della ‘vecchia osteria del porto’, passava le notti all’addiaccio, sotto il ponte della ferrovia, con il pigiama di flanella. Era sempre brillo: Gigi compose anche per lui una ballata, seguita da ‘L’acquarellista’, che non lavorava dal giorno in cui tracannò la prima bottiglia e viveva racimolando qualche soldo nelle gallerie d’arte della zona. Indossava sempre il cappotto anche quando Milano arrostiva. E l’Adamo? Non c’era giorno che non mandasse giù il sessanta per cento di Barbera e il 40 di ‘alternativa’”. Sbarcava il lunario con i suoi quadretti: grossi cerchi neri su fondi bianchi e viceversa. Una notte in cui il clima era più rigido si addormentò in un androne e lo trovarono morto il mattino dopo. Tutti conoscono Gigi Pedroli. Anche la gente comune, che passa ore e ore alla Festa del Naviglio o al Mercatone dell’antiquariato, e svirgolando fra le centinaia di bancarelle fluisce al Centro dell’Incisione attirata dal suo mondo fantastico. Una volta ci andai con Ibrahim Kodra, il pittore albanese il cui nome è rimasto scritto nel cuore della gente di Brera e non solo. Qualche giorno dopo v’incontrai Nanni Svampa e Francesco Salvi. “Ogni giovedì offrivo con Faini lo spettacolino ‘Sorrisi e lacrime’ e alla fine regalavamo agli intervenuti un’incisione”. Il “curriculum” di Gigi è corposo. Si apre con il diploma conseguito alla Scuola d’arte del Castello e i corsi di Renato Bruscaglia a Urbino, frequentati con passione e tenacia.
Gigi Pedroli, a destra
E continua con le tante mostre allestite non soltanto a Milano, ma a Varese, a Lodi… e all’estero; non soltanto nelle gallerie, ma anche nei circoli, nelle osterie, nelle sedi di associazioni culturali. In questi giorni eccolo in uno spazio dei Martin, dove lo avevamo visto mesi fa alla festa degli 80 anni dell’azienda, con Luciana Savignano, etoile della Scala, amica di Graziana, che, amante della danza, non si perde uno spettacolo del tempio della lirica. Graziana è contenta di ospitare i “teatrini” di Gigi, che affascinano gli amanti dell’arte. Gigi ha anche altre qualità: si muove a suo agio tra i fornelli. I suoi risotti e la sua polenta cucinati alla maniera dei contadini di una volta: nel paiolo sospeso sulla legna. Li hanno gustati tanti amici del Centro, sorto una quarantina di anni or sono. Autenticamente milanese, ama la compagnia. Ed è felice quando vede quelli che vengono sull’alzaia o sulla ripa ad ammirare il corso d’acqua, i ponti, la bellezza di questo angolo di Milano, decantato da tanti poeti e ripreso da tanti fotografi di classe, come Mario De Biasi e Fulvio Roiter, che per puntare l’obiettivo sul Ticinello arrivò da Venezia, raccogliendo poi le sue perle in un libro festoso pubblicato da Nicola Partipilo, che ha il cuore a Bari e a Milano. I navigli sono percorsi dell’anima, vero Gigi? Attirarono De Pisis; furono amati dai vedutisti dell’Ottocento e dai viaggiatori, che rimasero estasiati, come Stendhal, che li vedeva disposti nella città, come il “boulevard” della Bastiglia alla Madelaine.







mercoledì 3 gennaio 2018

Pezzi di Milano di un tempo




IL CANALE MARTESANA PALPITA

SFIORANDO UN’ANTICA CASCINA


Era la “Cassina de’ pomm”, che ospitò Napoleone, Casanova e
La vecchia “Cassina de’ pomm”

qualche volta il vicerè

Raineri. La frequentava

anche Carlo Porta, amico

di Manzoni, Foscolo,

Berchet e Stendhal..,che

lo ammirava.

Era un ritrovo alla moda.

Vi sostava chi andava

o tornava da Monza e

l’èlite milanese.







Franco Presicci


Scivola tranquillo, placido, silenzioso, il Martesana, attraversando spadini, ciuffi, chiome d’erba che s’incurvano quasi a volerlo baciare. Sfiora la “Cassina de’ Pomm”, e s’inoltra gorgogliando nella griglia di ferro, che imbriglia rami e rametti, continuando il suo tragitto senza farsi più vedere sotto via Melchiorre Gioia.

Il Martesana sfiora la Cassina de' Pomm
Coperto in parte negli anni 70, questo coriandolo d’acqua, che partendo da Trezzo sull’Adda arriva a Milano, nell’Ottocento divenne una via importante per il trasporto di vario materiale, tra cui il legno, mentre ai suoi lati fiorivano dimore e ville che i benestanti e i nobili utilizzavano per la villeggiatura. Un paesaggio decantato dal Cantù e dal Manzoni, ma anche da Luigi Medici, che tra l’altro compose “Mi son la Martesana”. Una volta sulle sue sponde sognavano gli innamorati e passava il postino in bicicletta, con la corrispondenza nel cestino, per raggiungere viale Monza più in fretta. Oggi tanta gente si tiene in forma percorrendola sulla “due ruote”, magari mentre fischia un treno appena partito dalla stazione Centrale. Quando lo vidi per la prima volta, nel ’76, il Martesana, canale antico che un tempo arrivava alla Cascina, era un tantino trascurato; e c’era chi si lamentava di qualche maceria che guastava il suo contesto. Qualcuno diceva che le rive del canale erano come una ruga sul volto di una signora attempata con ancora una bellezza da mostrare. E se ne dispiacevano gli sfilacci di aristocratici diretti alle loro case di vacanza e i borghesi che la domenica e negli altri giorni festivi, provenendo da Porta Renza e da Porta Nuova in “barchett”, omnibus, o a piedi, scampagnavano su questo ritrovo alla moda. Alcuni si spingevano un po’ più in là, da dove s’intravvedevano le modulazioni della Brianza.
Il Martesana va a nascondersi
E nel punto in cui il Martesana svirgola per nascondersi si aveva l’impressione di aver fatto un passo indietro di un paio di secoli, ammirando questa architettura, che conservava un’atmosfera di graziosa ospitalità. Ai giorni nostri è più dimessa, quasi nascosta da spioventi di verde ed è rimasto solo il nome un tempo celebrato. “E’ vero che è stata toccata dalla storia?”, mi domandò un signore che osservava il movimento rumoroso sulla griglia. “Pare che Carlo Porta vi abbia letto qualche sua poesia, come riferisce Luigi Medici in un suo libro, “Vecchie osterie milanesi”, del 1932. Secondo il Medici, “el sciur Carlin” (espressione che indicava il maggiore poeta in vernacolo meneghino in quei locali), proprio lì fece ascoltare agli amici, il 14 maggio del 1809, un brindisi pro Napoleone. Ma gli studiosi negano che quei versi fossero del Porta, che nel 1810 più verosimilmente compose “Il brindisi del Meneghino all’osteria” per le nozze del Corso con Maria Luigia d’Asburgo Lorena, dove auspica un buon governo per Milano e la Lombardia. Sembra che quei versi l’autore di capolavori come la “Ninetta del Verzee”, il mercato ortofrutticolo di Porta Tosa, li avesse elaborati nell’ufficio del Debito Pubblico, dov’era impiegato. Frequentatore della Scala e della Società del Giardino, amico di Manzoni, di Foscolo, Berchet, Grossi, Stendhal, che in una domenica di sole fece un giro da queste parti per completare la conoscenza della città.
Foto del 1976 - lungo la Martesana

Parlava tanto del poeta, che ha avuto tra l’altro il merito di elevare il dialetto milanese a dignità di lingua. Il giovane amico, che arrivato dal Sud e diretto a Padova, mi aveva telefonato per invitarmi a pranzo proprio alla “Cascina dei pomi”, della quale aveva molte informazioni. “Tra i commensali a volte c’era Carlo Porta”. “Già, era un buon compagno, ambrosiano di ottima lega, affabile e ironico, a suo agio nell’allegria e davanti a una tavola imbandita…”. Ci veniva di tanto in tanto dopo aver attraversato le vie di Milano poco illuminate e, come ha scritto qualcuno, “zeppe di prepotenti che salpavano dall‘Isola Garibaldi e di lacchè con fiaccole accese davanti ai break dei nobili pronti a partire pe la Scala”. E si dice anche che in questa osteria avesse preso alloggio il Bonaparte e che Giacomo Casanova vi fosse stato portato dagli amici per gustare piatti tipici e i “navicellini”, pasticceria non più presente. Si faceva vedere anche il vicerè Raineri.
La Griglia
Durante le 5 Giornate di Milano vi si distribuiva il pane ai patrioti e Stendhal vi trovò l’ispirazione per alcune sue opere. Insomma, questo è un posto blasonato” - insistette l’amico, che non vedevo da dieci anni -. Immagino che la sera vi si potessero vedere coppie in abito elegante e avere la gioia di trovarsi seduti vicino a un personaggio illustre come il Porta, che forse vi si rifugiò anche per smaltire l’ansia dovuta al caso "Prineide”, una satira caustica contro l’uomo politico Giuseppe Prima a quanto pare scritta da Tommaso Grossi con la collaborazione del Porta. Ci ritornai nel ’settembre del 76. Vicino alla cascina, sulla ringhiera sventolavano lenzuola bianche e il suolo del cortile era un tantino scalcinato; le porte chiuse, qualche comignolo sul tetto. Da una porta che si apriva scricchiolando, emerse una gentile signora ottantaduenne, vedova di un pirotecnico, bassina, con i capelli argentei, brillante, loquace, che cominciò subito a sfornare episodi veri e fantasiosi. “Io abito lì. La mia casa è separata dalla locanda da un tronco di 200 anni almeno”, ricurvo come la schiena di un contadino del Sud avvizzito dalle fatiche e dal sole, oltre che dalla vecchiaia. “Sono nata in provincia di Brindisi e sono venuta a Milano cinquant’anni fa, vivendo sempre fra gli stessi muri”. Si bloccò un attimo per esaminare uno sconosciuto che stava varcando la soglia del fabbricato, e riprese: “Qui sono venuti Mina, Rascel, Achille Togliani, Lola Falana… E “Coccolo Spinnatu”, lo dico, per carità, con tanta simpatia e stima e rispetto”.

Passeggiata sul Martesana
Presicci nel tombino con il fotografo Duilio Zanni e un tecnico

“D’accordo, ma chi è, questo Coccolo?”. “Pietro Nenni. Sulla testa di capelli non ne ha più” (il nomignolo appartiene al dialetto brindisino, che la signora non aveva perduto). Aggiunse che in questo cortile sostavano le diligenze mentre i cavalli riposavano. Il Martesana era solcato dai barconi e tanti anni fa i ragazzi vi si tuffavano e sulla riva la gente si raccoglieva per suonare e giocare. “Alcune cose le ho viste io con questi occhi; altre me le hanno raccontate persone davvero istruite”. Fece una breve pausa per ripescare una storia incredibile. “All’epoca in cui stavano facendo il Martesana le autorità avevano prosciugato la cassa. Allora una contessa, disperata perché il figlio era stato condannato a morte, promise di offrire lei la somma necessaria se avessero revocato la pena.
Il Martesana venne terminato, ma la sentenza eseguita”. E la nobildonna scatenò una maledizione: “In quelle acque ne devono morire sette alla settimana”. E la maledizione, secondo l’interlocutrice, si avverò. Ma come? Si dice che al Nord, e a Milano in particolare, maledizioni, fatture, fantasmi non hanno diritto di cittadinanza? Lo ha scritto anche un autorevole giornalista e autore di libri importanti”. Risposta che non ammetteva repliche da parte di un ometto dagli occhi fulminanti che sino a quel momento era rimasto in disparte e all’apparenza disinteressato al nostro dialogo: “Ha mai sentito parlare della donna velata del parco Sempione che adescava gli uomini, li portava in una villa vicina e poi scopriva il volto, che era un teschio?”. “Ne ho sentito parlare, ma è una credenza dalle radici antiche”. Tornai a guardare l’ampio cortile della “Cassina de’ Pomm”, via Melchiorre Gioia, movimentata e ricca di palazzi; la chiesa, mentre sentivo il sibilo del treno che correva verso la stazione Centrale. E pensavo al quartiere Greco, che una volta era un borgo, ricordato oggi dalla via Comune Antico, e alla stessa via Melchiorre Gioia che ha sotto la pelle un brivido d’acqua, che prima degli anni Settanta era scoperto. E pensavo anche a quella volta in cui Guido Gerosa, vicedirettore e capocronista de “Il Giorno”, mi incaricò di compiere un viaggio nel grembo di Milano e tentai d’infilarmi in un tombino all’angolo con viale Lunigiana e non riuscendoci ricevetti dall’assessore Polotti il suggerimento di entrare da piazza Bonomelli. Giorni fa rieccomi davanti alla cascina, che non ha più i pomi, ma conserva la sua aria antica, mentre ciò che le sta attorno ha cambiato faccia.



mercoledì 27 dicembre 2017

Il commercialista Giacomo Lezoche


AMBASCIATORE DELLA PUGLIA


NELLA METROPOLI LOMBARDA


Lezoche sul balcone a Trani
La nostra terra era tutto per lui.

Tornava quando poteva nella sua

dimora di Trani, il cui bel

terrazzo si affaccia sul porto.

Avvertì la necessità di accogliere i

pugliesi in un sodalizio anche per

non farli sentire lontani dalla loro

culla. Era persona affabile,

disponibile, generosa, studiosa

dei problemi che riguardano la

nostra terra.




Franco Presicci



Quando conversava con Giacomo Lezoche, commercialista noto e stimato con studio in corso Venezia 8, a Milano, quasi sotto le guglie del Duomo, l’interlocutore si sentiva arricchito.
Mario Azzella e Nino Palumbo
Giacomo parlava della sua Trani, dove aveva una splendida casa, acquistata da una famiglia di pescatori e restaurata con sapienza; dei suoi rapporti con lo scrittore suo concittadino Nino Palumbo, emigrato giovanissimo, nel ’39, a Milano, dove si laureò con sacrifici in economia e commercio, abbandonando nel ‘51 bilanci e questioni tributarie, per trasferirsi a San Michele di Pagana, in Liguria, interessato prevalentemente ai suoi libri: nel ’57 “Impiegato d’imposte”, che vinse il Premio Deledda; nel ’66 “Il Giornale”, pubblicati da Mondadori; nel ‘62 “Le giornate lunghe”…; e ai contatti con eminenti esponenti della letteratura, tra cui Elio Vittorini, con il quale tenne una fitta corrispondenza (fu anche direttore della rivista “Diogene”…). Lezoche rispolverava le vicende dei corregionali in Lombardia; la storia dell’associazione pugliesi, atto di nascita il 1921, seconda sede via Torino 34, telefono 83974; mostrava documenti, lettere, fotografie, opuscoli, giornali, come “Terra di Puglia”, il cui primo numero uscì nel giugno del 1930…
Lezoche e Zecchillo all'arrivo del pesce
Si soffermava anche sul vino delle nostre parti, in particolare quello di Trani, sostenendo che era già largamente affermato negli anni 1880-1900, “come dimostra l’accenno che il noto commediografo Carlo Bertolazzi ne fa esplicitamente nella fortunata opera teatrale in vernacolo ‘El nost Milan’ (1893), quando, per dire che una brutta sbornia si era sciolta ricorreva all’espressione “El Trani l’è passàa“. i trani a Milano erano i locali, che, aperti dai tranesi, sono stati celebrati in un bel libro, “Il trani di via Lambro”, di Vincenzo Pappalettera, e cantati da Giorgio Gaber in “Trani a go go”, dove ”si passa la sera scolando barbera”. Lezoche aveva una memoria inossidabile e provava piacere a riferire i dettagli di fatti, situazioni, figure. Per esempio, Peppino Strippoli, che dagli anni ’50 agli ’80 inaugurò cantine, trattorie, ristoranti (famoso “’Nderr’a la lànze”, in piazza Santo Stefano, vicino all’università Statale) e il supermercato del vino a Saronno, molto frequentato non solo da pugliesi, ma da tanti lombardi, giornalisti, imprenditori, pittori, che lui sapeva attirare con iniziative interessanti, protagonista la Puglia. Una sera organizzò una manifestazione con cinque o sei bellissime ragazze che pigiavano l’uva con i piedi in un’enorme botte, rinverdendo i giorni della vendemmia di una volta. Strippoli era di Cerignola, ma barese d’adozione. Aveva numerosi amici, tra cui il regista cinematografico Gillo Pontecorvo, e mille idee.
Zecchillo e Lezoche al porto di Trani
Nell’agosto del 2003, Giacomo mi invitò a pranzo a Trani, dove incontrai il comune amico Giuseppe Zecchillo (baritono della Scala con 270 opere in repertorio, applaudito nei maggiori teatri del mondo, dal Coven Garden al Metropolitan), che era suo ospite. E tra un pesce pregiato e un bel piatto di spaghetti con le cozze, si poteva ammirare il porto, lo splendore della cattedrale che, dedicata a San Nicola Pellegrino, è un esempio brillante di romanico pugliese. Occasione d’oro per discutere delle attività dei nostri conterranei nella metropoli lombarda: ricordammo la prima mostra svolta a Milano dal 22 settembre al 10 ottobre del ’29, organizzata dall’associazione di allora, con 185 opere tutte ispirate al paese di origine di ciascun partecipante: vedute di Bari vecchia, pinete a San Menaio, la riviera di Rodi Garganico, un vicolo di Conversano, una noria a rustico, il litorale del Castello svevo di Trani voluto da Federico II…
Vernola, Strippoli, Alto
Il catalogo, prezzo 2 lire, era firmato dall’avvocato Alfredo Violante, che, nato a Rutigliano, aveva fondato e diretto a Bari “Il Quotidiano” e “Il Rinnovamento”. Scrisse: “…questi disegni e queste pitture formano una nota che non sarà facilmente dimenticata e richiamerà i pugliesi al dovere di tornare spesso in Puglia in amoroso pellegrinaggio e i non pugliesi a recarsi in questa terra non di soli pampini e ulivi ricca, per constatare che tutta l’Italia è fiorente di bellezze naturali per impagabile dono divino…”. Promisi a Giacomo che gli avrei regalato una delle mie due copie del catalogo; e lui mi fece omaggio di un opuscolo di Arnaldo De Palma su Umberto Fraccacreta: “Un poeta del tavoliere”, di San Severo, “la bianca città ricca di pampini, di mandorli e di ulivi…”. Fu una bella giornata, quella; e quando verso le 17 mi alzai per salutarlo si meravigliò: “Come andate già via? Io credevo di avervi a cena”. “No, Giacomo, occorrono quasi tre ore di viaggio per tornare a Martina. Poi fa buio… Sarà per un’altra volta…”.
Mazza e piastrino, opera di A. Testi esposta nel '29
“D’accordo, allora dopodomani. Peppino sarà mio ospite per altri quindici giorni e vi porto un po’ a giro per Trani e anche a vedere la mostra di Sabino Ventura”, un’artista milanese che al Nord, in una chiesetta sconsacrata vicino al Ticino, lavorava magistralmente il vetro. Il giorno dopo constatai che le foto che avevo scattato per corredare l’articolo sulla visita non erano riuscire bene, e telefonai a Giacomo per chiedergli se potevo tornare a rifarle. “Certo che puoi, ma a una condizione: che tu e tua moglie restiate almeno a pranzo”. Giacomo risiedeva a Milano dal ’57. Ebbe la sua prima casa in piazzale Cadorna 7, a due passi dalla stazione ferroviaria Nord, i cui treni corrono verso i laghi e i mondi dell’alta Lombardia. Ci abitava con un docente universitario. Ben presto avvertì l’opportunità di raccogliere i pugliesi volenterosi in un sodalizio (visto che il primo non c’era più), che tra l’altro li facesse sentire più vicini alla loro culla. Dopo due anni d’incubazione il progetto si concretizzò preceduto da un fitto scambio di lettere con Palumbo, che pur vivendo nei pressi di Rapallo non aveva reciso i legami con Milano.
On/li Aldo Aniasi e Roberto Mazzota con Giacomo Lezoche


Lo stesso scrittore fu nominato presidente; vice Lezoche. Aderirono il giornalista e documentarista della Rai Mario Azzella, uomo affabile e dinamico, tra l’altro fondatore nel ’67 del periodico “Hinterland”; il pittore Filippo Alto; gli avvocati Luigi Palumbo Vargas e Natale Radoia. Sede in corso Venezia 8, in due locali attigui allo studio di Giacomo. Scopo sociale, “contribuire allo sviluppo culturale-artistico della Puglia e all’elevazione morale e sociale dei pugliesi, nonché alla conoscenza e alla diffusione dei prodotti tipici della Puglia attraverso manifestazioni programmate senza fini di lucro”. Il 20 settembre dell’83, scomparso Nino Palumbo, il circolo assunse la denominazione di associazione pugliesi, il cui statuto prevedeva la costituzione di un centro studi, di ricerca, approfondimento e divulgazione dei valori storici, artistici, folcloristici, culturali; dei fattori economici, turistici della Puglia. Altro impegno: agevolare l’inserimento dei pugliesi nella realtà economica-sociale-culturale della Lombardia: mantenere vivi i rapporti tra corregionali e tra questi e le radici. Dopo qualche anno l’associazione, guidata da Lezoche, si trasferì in piazza Duomo 21, ingresso sotto i Portici.

Bruno Marzo
Antonio Velluto
A Lezoche, chiamato a dirigere il Cenacolo professionale Solferino, successe Bruno Marzo, un gentiluomo leccese, collezionista di francobolli e di giornali dell’800 salentino. Al Cenacolo, che accoglieva rappresentanti di tutte le regioni, si dibattevano anche temi riguardanti la valorizzazione della Puglia a Milano. “Per me la Puglia – diceva Giacomo - è tutto. Nel mio lavoro quotidiano ci sono attività che pur nascendo a Milano prendono per mia volontà la via della Puglia e viceversa. Per esempio, nei settori della pesca e dell’agricoltura, della produzione industriale in genere”. E proseguiva: “Tornerei volentieri a Trani, ma motivi familiari (la moglie, la deliziosa signora Angela; la figlia Gabriella, milanese e commercialista, la nipote Margherita, ‘il mio fiorellino’) mi trattengono qui”, dove tra l’altro aveva tantissimi amici, dal giornalista e dirigente della Rai e assessore all’Edilizia popolare Antonio Velluto, di Troia, all’onorevole Roberto Mazzotta, all’assessore del Comune di Milano, Gianfranco Crespi… Ci incontrammo più volte a Milano, in corso Venezia, tra Palazzo Serbelloni, che ospitava il Circolo della Stampa, e piazza San Babila, che respira l’aria del Duomo. L’ultima volta era un sabato e nel suo studio arrivavano, attenuati, le voci e i rumori della città. “Ti aspettavo per farti un regalo”, e mi consegnò il volume “Il Cenacolo professionale ‘Solferino’”, pubblicato nel 1988 dalla Grafischena di Fasano. Il primo capitolo riguardava l’”Emigrazione pugliese a Milano e le prime esperienze associative”, come quella di Torino, sorta nel ’21, ad iniziativa dell’avvocato Ferdinando Rango D’Aragona e intitolata a Giuseppe Massari, letterato e uomo politico tarantino amico di Gioberti e di Cavour. Giacomo Lezoche è scomparso nel 2006. La notizia mi venne data da Peppino Zecchillo per telefono. Io ero a Martina Franca e ne fui sconvolto. Ancora oggi, quando penso a Giacomo Lezoche, ripercorro tutto quello che ha fatto per i pugliesi a Milano. Era generoso: chissà quanta gente gli dovrebbe dire grazie. Quando una persona si rivolgeva a lui per chiedergli aiuto lo trovava disponibile. Uomo senza retorica e senza esibizionismi.





mercoledì 20 dicembre 2017

Un ricordo del pittore Filippo Alto



A Locorotondo
DIPINGEVA LA SUA PUGLIA

CON UN AMORE PROFONDO


Tutti i critici più importanti hanno
parlato di lui e della sua arte, da
Raffaele De Grada a Renzo Biasion
a Roberto Sanesi, a Maurizio Calvesi
a Mario De Micheli. Espose anche a
Los Angeles e a Bruxelles. Nelle serate
pugliesi era salutato come un principe.
Uomo serio, ma anche spiritoso, era
tranquillo e pacato. E’ scomparso nel
settembre del ‘92, a Nottwill, Svizzera.





Franco Presicci


Filippo Alto
Dimora estiva a Figazzano
“C’è un flusso costante di poesia nei quadri di Filippo Alto, al punto da stabilire in certi momenti una sorta di confronto, di scommessa e di gara. Direi che l’artista vive soprattutto di questo che è poi e prima di tutto l’ansia della creazione e della restituzione”: sono parole che Carlo Bo scrisse nell’introduzione di un catalogo del 1989. E si chiedeva: “Ma da dove gli nasce questo bisogno di evasione? Nasce dalla vita stessa, dalla costrizione delle regole in cui si chiude l’esistenza…”. Non per nulla – aggiungeva – le sue memorie hanno sempre un punto di partenza comune: la porta, la finestra, il poggiolo”. A spingerlo era la grande passione per la sua terra, per cui percorreva spesso la via che da Milano lo riportava nella sua Bari, ma anche a Locorotondo, Martina Franca, Cisternino…, per dipingere la campagna con le sue modulazioni, i suoi colori e odori e le architetture delle città e dei paesi. Il suo studio in tutto questo paradiso era all’ultimo piano della sua dimora estiva, a Figazzano, un palazzetto dal quale dominava una scacchiera di viti genuflesse e di case con il tetto a forma di cappuccio: i trulli. Lì costruiva sulla tela le visioni che più di altre lo colpivano… Sempre con quella libertà che si portava dentro sin dai primi approcci con la pittura, senza enfasi, senza retorica. “Seguo la pittura di Filippo Alto da una decina d’anni e apprezzo la lunga fedeltà e insieme la freschezza con cui elabora i temi del paesaggio pugliese, quell’asperità e quella dolcezza, la carnosità della vegetazione, l’abbacinio della luce, certo colore dell’aria che egli rende con una tavolozza calda e amarognola, di sontuosità autunnale…”.
 
                   Filippo Alto, Presicci, il sindaco Tognoli, il gallerista Nencini; dietro il giornalista Del Mare e il ministro Vernola



























Don Oronzo, il contadino narratore
La mia amicizia con Filippo fiorì nel ’74, durante una affollata manifestazione pugliese al Cida (Centro Informazioni d’Arte di Nencini, titolare anche della Galleria Boccioni), a Brera, dove erano presenti fra gli altri Domenico Porzio, Vincenzo Buonassisi e Guido Le Noci, che aveva il suo tempio, l’“Apollinaire”, proprio di fronte. C’era anche Chechele, al secolo Michele Jacubino, “deus” del ristorante “La Porta Rossa” in via Vittor Pisani, che alla fine fece, inaspettatamente, arrivare chili di fumanti orecchiette con il sugo e altre prelibatezze pugliesi. Chechele, che al suo paese, Apricena, aveva fatto il fornaio, a Milano era famoso almeno quanto Gianni Rivera; e attirava la gente con una cordialità spontanea, cerimoniosa e con un sorriso arioso. Si avvicinò a noi e borbottò: “Non venite mai nel mio locale; potreste darmi il piacere di farmi una visita, una di queste sere”. Lo accontentammo, e a un tavolo della “Porta Rossa”, dopo un paio di mesi prese forma l’idea del Premio Milano di Giornalismo, la cui prima edizione venne assegnata a Giovanni Valentini, anche lui barese, direttore, a 29 anni, de “L’Europeo”. In giuria avevamo nomi di prestigio, tra cui Raffaele De Grada, critico d’arte e docente a Brera; il pittore Giuseppe Migneco; il giornalista del “Corriere” e poeta Alberico Sala; Ugo Ronfani, vicedirettore de “Il Giorno” e scrittore, già corrispondente da
Filippo Alto, Sebastiano Grasso e l'editore Fenu
Parigi… Premio ambìto, che nelle discussioni per la scelta del candidato aveva anche momenti roventi, spenti spesso dagli interventi di Filippo, che per il suo carattere morbido e convincente era capace di trovare la parola giusta per placare le impennate, per esempio, di Paolo Mosca, allora direttore di “Play Boy”, e le ostinazioni di Sebastiano Grasso, ottimo critico ‘d’arte del quotidiano di via Solferino e persona leale. Di amici importanti, anche a Milano, Filippo, o Pippo per chi lo conosceva bene, o Beppe, ne aveva tanti: giornalisti, imprenditori, uomini di spettacolo, come Mario Marenco, foggiano, architetto, designer, con una naturale “vis comica”, dimostrata nel suo debutto in Rai con “Alto Gradimento”, e in trasmissioni successive in televisione, da “L’altra domenica” a “Quelli della notte” e in tutte le altre di Renzo Arbore, interpretando personaggi spassosissimi (“Ironia tagliente e senza preavviso”, definì la sua lo stesso Arbore)….
Quando Filippo, con Ada e i suoi due ragazzi, Giorgio e Diego, abitava in via Calamatta, 17, una casa di proprietà del commendator Miani, titolare di parecchi negozi di lusso a Milano e del bar Zucca all’ingresso da piazza Duomo, sulla sinistra, della Galleria Vittorio Emanuele, aveva lo studio nel seminterrato, che si affacciava su un giardino. Lavorava alacremente, nelle ore che gli lasciava libere l’impegno di preside dell’Avio School International, che dopo vent’anni abbandonò per dedicarsi solo alla pittura. In quell’”atelier” preparò le mostre a Bruxelles, Titograd, Toronto, Spalato, Sarajevo, la partecipazione alla mostra di Los Angeles “Immagini Puglia” …. Tanti sono stati i critici che si sono occupati di lui: Maurizio Calvesi, Mario De Micheli, Pietro Marino, Raffaele Nigro, Carlo Munari, Roberto Sanesi… Stimatissimo anche per le sue doti organizzative, fece parte del consiglio della Triennale di Milano e fu consigliere del ministro per i Beni Culturali, Vernola.

Alto,la figlia di Chechele,Nenella,Giacovazzo,Chechele,Presicci
Quando il 12 novembre ’83 Chechele chiamò a raccolta nel suo locale i pugliesi di Milano in occasione della trasmissione televisiva “Nord chiama Sud”, che ogni mercoledì, condotta in studio da Elio Sparano e negli esterni da Giorgio Romano, stabiliva un incontro tra le regioni settentrionali e meridionali, Filippo, che all’associazione pugliesi, sede in piazza Duomo, era responsabile delle attività culturali, venne accolto come un principe, salutato festosamente anche da Giacomo Lezoche, commercialista tranese con studio in corso Venezia 8 e storico dei pugliesi a Milano; dai giornalisti Salvatore Giannella, inviato de “L’Europeo”, e Giacomo de Antonellis, della Rai. Nelle iniziative riguardanti la Puglia, quando poteva, non mancava. Ma preferiva non prendere mai la parola. All’Arpugliesi, che aveva come presidente Bruno Marzo, organizzò tra l’altro la presentazione di un bellissimo libro, “Belmonte”, del tarantino Franco Zoppo e affidò il microfono ad Arnaldo Giuliani, capocronista del “Corriere”. Allestì una mostra di giornali dell’800 leccese e dette la parola a Guido Gerosa, grande giornalista e scrittore.
Lavorava nell’ombra, discretamente. Il gigante buono era riservato, schivo alla pubblicità, lontano dai provincialismi. Non si atteggiava a maestro; eppure ha realizzato opere meravigliose, anche di grandi dimensioni; oltre a libri e opere di grafica. Fra i più rilevanti: “Tre alberi di Puglia” (’75), testo di Giuseppe Giacovazzo; “Un pittore e la sua terra (’75), di Antonio Rossano; “Paese vivrai” (’78), di Giacovazzo; “Dove migrava il vento” (’80), di Sebastiano Grasso e Raffaele De Grada; “Radici nella pietra” (’83) di Ugo Ronfani; “S’innervano i rosoni” (’87), di Egidio Pani… In quelle opere lampi di Puglia (campanili e viti, tralci d’ulivo, facciate barocche, balconi spanciati, fregi, rosoni, arcate…) si susseguivano come metafore, emblemi, di una terra splendida: un balenio di immagini intrisi di poesia. “Senti che nella pittura di Alto – scriveva De Grada nell’aprile dell’81 - c’è una costruzione di ordine metafisico che la sottrae al naturalismo post-impressionistico, ma che tuttavia tale ordine non è del tipo intellettuale del post-novecentismo, che ora tra l’altro ritorna di moda”. Filippo non cominciò maneggiando pennelli e tavolozza; ma la matita. Alla scuola media imparò ad usare la china, si perfezionò al liceo scientifico, riproducendo la cattedrale di Chartres, il pulpito marmoreo del battistero di Pisa, monumenti, fonti battesimali. Quando all’età di 17 anni qualcuno gli regalò una cassetta di colori, si mise a copiare le cartoline e poi se ne andava alla periferia di Bari per ritrarre ciò che il suo sguardo catturava. Dalla sua casa di via Sonnino riprendeva i tetti, i palazzi, le vie; e tra un disegno e l‘altro studiava ingegneria all’università.
Il giornalista Mario Azzella, lo scrittore Nino Palumbo, Balssarre, sindaco di Trani, Giacomo Lezoche
A Milano stavamo spesso insieme, anche a cena in casa dell’uno o dell’altro. Della compagnia facevano parte i questori Enzo Carracciolo, siciliano, e Vito Plantone, pugliese di Noci; l’ingegnere Martino Colafemmina, di Acquaviva delle Fonti; l’inviato internazionale del “Corriere” Costantino Muscau, sardo; Francesco Colucci, poi nominato prefetto, molisano; Achille Serra, romano, che in seguito da questore di Milano fu promosso prefetto di Palermo, venendo poi eletto parlamentare… Ci vedevamo ogni anno nella sua casa di villeggiatura di Figazzano, tra Locorotondo, Cisternino, Martina Franca, dove inventava serate indimenticabili dedicate al medico pianista o al contadino, don Oronzo, che raccontava simpaticamente la vita nelle campagne di una volta, o improvvisava una mostra. E ogni volta tra il pubblico c’erano intellettuali, cronisti, direttori di giornali che arrivavano anche da Milano, come una volta lo stesso De Grada, con il quale intrecciai un tango al suono di un violino. A Figazzano ho incontrato il ministro Vernola; Giuseppe Franco Bandiera, direttore del circolo Italsider, lucano ricco di idee, di cultura e di voglia di fare… Filippo, che aveva un fisico da giocatore di basket, era uomo di spirito e un po’ burlone; sereno e rispettoso, schietto, leale. Non amava parlare di sé e della sua pittura. A Caracciolo che gli chiedeva di illustrargli un suo quadro appeso nel mio soggiorno rispose: “Io dipingo, il giudizio agli altri”. Ebbe tantissimi premi, e non se ne gloriava. Il critico d’arte Renzo Biasion lo segnalò al Catalogo Bolaffi con questa motivazione: “Pittore fine, sensibile, autonomo, che sa essere moderno senza voltar le spalle alla tradizione”. Filippo Alto si spense nel settembre del ’92, a 59 anni, nella clinica svizzera di Nottwill, nel cantone di Lucerna, lasciando un vuoto enorme.

















mercoledì 13 dicembre 2017

Simile a un cappello a cilindro


 

SUA MAESTA’ IL PANETTONE
 
HA ORIGINI LEGGENDARIE

 
Ingresso della Galleria in piazza Duomo


                                          
Foto tratta dal libricino di Franco Fava


                                       
                                          Nacque dall’amore di Ughetto,

                                          falconiere di Ludovico Sforza
 
                                          per la figlia di un fornaio? O da

                                          Toni, che sostituì il dolce fatto

                                          da lui con quello del cuoco di

                                          di corte, bruciato per una svista?





Franco Presicci


Natale avanza a passo lento; e i panettoni già occupano ampi spazi nei supermercati, al Nord come al Sud; o viaggiano in treno, in aereo o a bordo di autocarri verso altri Paesi. E c’è chi, per il timore di rimanere senza, lo ha già imbucato nel carrello della spesa.
Galleria Vittorio Emanuele
Si può celebrare la nascita del Bambino senza che sulla tavola troneggi sua altezza? Moltissimi rispondono di no, e fanno domande sulle sue origini. Franco Fava, che su Milano sapeva davvero tante cose e tante ne ha scritte, sul dolce diventato un mito in un libricino edito nel 1985 dalla Libreria Milanese parte dalle leggende che avvolgono la nascita della delizia. Giacometto degli Atellani, capitano di ventura molto amico di Ludovico il Moro, che, per la fedeltà e lo zelo dimostrati nei suoi confronti, gli donò una casa in corso Magenta, nei pressi della chiesa di Santa Maria delle Grazie, e il titolo di scudiero, aveva un rampollo: Ughetto, falconiere dell’energico signore di Milano che reggeva le redini delle vicende d’Italia. Ughetto si era innamorato della bella Adalgisa, figlia di un “prestinee” con bottega di fianco al suo palazzo. La famiglia di Ughetto, data la differenza sociale, non vedeva di buon occhio questo amore, e lo ostacolava con ogni mezzo. Non potevano, secondo loro, finire imparentati con un semplice fornaio, per di più prossimo al fallimento a causa della concorrenza di un negozio aperto di fronte. Allora Ughetto (nome che in meneghino ha l’uva passa: “ughett”), si propose al fornaio come garzone, visto che il lavorante si era ammalato. E così, volendo contribuire a migliorare il bilancio dell’artigiano, si scervellava; finchè non gli balenò un’idea: all’impasto del pane lievitato più volte aggiunse uova, burro, uvetta, canditi e zucchero, ingredienti che pagò con i soldi ricavati dalla vendita di due volatili sottratti a Ludovico.
Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele
L’iniziativa risultò geniale, ed ebbe subito successo, perchè i frati domenicani, che pregavano e predicavano nella zona, assaporato il prodotto per primi, ne dissero tanto bene, che la notizia della novità di Ughetto si diffuse anche a corte e i conti del “prestinee” furono salvi. Stando ad un altro racconto, l’artefice del panettone, nello stesso lasso di tempo, fu un certo Toni, lavapiatti nelle cucine ducali furbo, intraprendente e deciso. Un giorno sgraffignò un pezzo di pasta delle torte che il cuoco stava preparando per Natale, ne fece un grosso pane, e lo costellò di uvetta e canditi. Lo infornò e dopo aver spostato la chiudenda, attese che si raffreddasse e gli dette il primo morso. Ma accadde un imprevisto: le torte del cuoco, avendo superato per distrazione i tempi di cottura regolari, si bruciarono, mandando nella disperazione l’autore, che non sapeva a che santo rivolgersi. Allora Toni lo esortò a servire ai nobili commensali, che già manifestavano la propria impazienza, il dolce fatto da lui con i ritagli di quello andato in malora. Il cuciniere si lasciò convincere e fu travolto dalle acclamazioni. Era nato il “pan del Toni”. O panettone. Una terza versione ha come “dea ex machina” una suora, Ughetta anche lei, il cui convento era tanto povero che spesso doveva intervenire la Provvidenza nelle vesti di qualche benefattrice. Il Natale si prospettava più magro del solito, e suor Ughetta, addetta alla cucina, sconsolata, esplorò la dispensa, che trovò vuota, e vuoti anche gli stipi. Insomma non aveva il necessario per architettare un dolce, sia pur misero, per il pranzo di mezzanotte con le consorelle. Ma le si accese l’ispirazione: calò nell’impasto un paio di uova, zucchero e burro, uva sultanina e qualche candito, gli impresse la sagoma del pane, tracciò una croce sulla superficie superiore e lo mise nella camera di cottura. Quando lo tirò fuori, il dolce era diventato più gonfio e più alto e aveva la forma della cupola di un cappello a cilindro. Il risultato piacque e il convento trovò la sua risorsa, perché da allora fu assediato dai clienti. Leggende a parte, il panettone nasce, secondo Daniela Garavini, “come versione più ricca e dolce del pane tradizionale, da consumarsi ritualmente durante le feste di Natale. Suoi antenati possono considerarsi molti pandolci dell’Italia Settentrionale, pani lievitati nel cui impasto compaiono uova e zucchero, oppure uvette e canditi”. 
Galleria Vittorio Emanuele
Lo storico Guido Lopez, dopo aver definito il panettone vanto di Milano e fino agli anni Settanta milanese in tutto per tutto, afferma che le industrie meneghine, oltre alle pasticcerie e alle panetterie di una certa classe, da San Satiro a Porta Romana producevano circa 100 mila quintali di panettoni, che prendevano le strade più diverse: il panettone, più famoso degli Sforza, non poteva non signoreggiare nei cenoni natalizi. A contribuire alla sua fama mondiale fu Angelo Motta, di Gessate, 1890, che trasferitosi dal suo paese a Milano all’alba del XX secolo, nel ’29, nella galleria che lega via Unione a via Mazzini (allora intitolata a Carlo Alberto) inaugurò il suo primo forno per la produzione del panettone e in seguito una grande impresa reclamizzata da centinaia di migliaia di manifesti e altrettante cartoline natalizie (in una compare la maschera ambrosiana Meneghino che porta su un vassoio un panettone non accompagnato da Cecca). Sino alla fine degli anni Sessanta Motta sostenne la concorrenza di Gioacchino Alemagna; poi si fusero e poi si riunirono in un’altra ditta.
Il Biffi in Galleria
“Due sono state le ‘offellerie’ storiche a contendersi il primato di averlo inventato già nell’Ottocento”, scrive Caro Castellaneta: la pasticceria di Paolo Biffi e quella del Cova, allora su un angolo di via Manzoni, a pochi passi dal Teatro alla Scala, e oggi in via Montenapoleone, il salotto della città. Aperta nel 1817 come Caffè del Giardino, nelle sue sale eleganti andavano a sedersi letterati, artisti, giornalisti…: Giovanni Verga, Sabatino Lopez, rappresentanti della Scapigliatura, Arrigo Boito, Giuseppe Verdi, Giuseppe Giacosa… quelli del Circolo di nobili, patrioti del 1848; mentre il Rotary Club, sorto a Milano nel 1923, scelse il prestigioso locale come sede dei suoi primi incontri. La pasticceria di Paolo Biffi comparve il 15 settembre del 1867 nell’ottagono sotto l’affresco dell’Africa del Pagliano qualche giorno prima dell’arrivo di Vittorio Emanuele II in visita ufficiale alla Galleria a lui intitolata, appena realizzata dall’architetto bolognese Giuseppe Mengoni. Aveva diverse vetrine e un primo piano. Fu il primo locale a dotarsi di luce elettrica nel 1882. Lo frequentarono Arturo Toscanini, Strawinsky, Campigli, Piovene, Mondadori, Luigi Capuana, Emilio De Marchi, il maestro Giordano, la Callas e la Tebaldi, che vi smaltivano gli scampoli della loro rivalità, magari gustando il nodino alla crema di funghi porcini, mentre volavano le note del valzer di Strauss. Era, ed è, così adorato, il panettone, che diversi poeti e prosatori in vernacolo ambrosiano lo hanno celebrato.
Il Campari
Il brano “Per … le buone feste” venne pubblicato su una cartolina di fianco a un panettone disegnato da Corrado Colombo, che scherzava su un decreto che durante la prima guerra mondiale imponeva, a causa delle ristrettezze dei tempi, il consumo di generi non essenziali, compreso il panettone. Più o meno diceva che non potendo inviare ai patiti del dolce quello vero, lo si sostituiva con uno di carta, ”che di quello vero ha tutto, compresi canditi e uvetta. Lo si può anche tagliare a fette. E se non è buono come l’altro è almeno più economico… “. E Giorgio Bolza: “Per cantare le tue virtù in poesia, per poter dire come sei buono, è un po’ poco un sonetto, ci vorrebbe un poema coi fiocchi, o panettone…”. Per un milanese si potrebbe dire che il panettone non è solo un dolce: difatti al meneghino espatriato o lontano per lavoro porta il respiro della grande Milano…. Al sire sono stati dedicati anche inni, come leggiamo nel volumetto della Libreria Milanese: “…E’ la gioia dolce di Milano, cara e antica creazione… oltre che buono ti hanno fatto tondo, per farti fare il giro del mondo…”. E ancora: “Quando vedo sulla tavola Sua Altezza il Panettone divento subito allegro e gli canto una canzone: la canzone che lo consacra re di tutti i dolci… Tanto il povero che il ricco ovunque ti rendono omaggio… Ingemmato di frutti canditi, sei gustoso e raffinato…”. “Chi ha impastato per primo il panettone ormai è vecchio come Noè - scriveva in alcuni suoi versi Augusta Tonta -…Evviva Milano, evviva il panettone - ormai tutti sappiamo che sei il re dei bombon”.