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mercoledì 21 dicembre 2022

I presepi di Manola Artuso e Gianluca Seregni

Manola Artuso e Gianluca Seregni
UNA SCENOGRAFIA

SPETTACOLARE ALLA

STAZIONE CADORNA DI

MILANO

L’hanno realizzata i due artisti, che hanno

il laboratorio, “La Stele”, in viale Certosa.

Un giro ideale fra i presepi di Lecce,

Genova, Taranto, Bergamo… 

Il presepe dà gioia allo spirito.



 

Franco Presicci

E siamo arrivati a Natale. Nelle case è già pronto il presepe o è stato progettato e in via di esecuzione. Nei negozi gli scaffali riservati a cammelli, dormienti, acquaioli sono quasi vuoti.

Particolare di un presepe

A Milano come a Taranto, nelle metropoli e nelle piccole città, nei borghi si vive la particolare atmosfera che sempre la festa più bella del mondo porta con sé. Soprattutto i bimbi sono estasiati davanti alla scenografia sacra realizzata dai papà. Ci sono presepi poveri e presepi ricchi, alcuni fabbricati in gesso o in terracotta o in cartapesta. Da noi il presepe ha avuto quasi sempre persone abili, quando non veri e propri artisti, come certi esperti del campo, la cui inventiva si sviluppa in ogni esemplare. Il presepe genovese è noto per la raffinatezza dei suoi personaggi Intagliati nel legno. Ma l’arte del presepe ha il suo splendore a Napoli, dove specialmente durante il regno di Carlo III di Borbone, sia il popolo sia lo stesso re e la sua consorte manifestarono una grande passione per questo spettacolo che procura gioia in chi lo fa e in chi lo osserva. Si racconta infatti che il sovrano si dedicasse personalmente all’impianto della struttura mentre la moglie si occupasse dei vestiti.
Assieme ad alcune cortigiane. Ci sono presepi che incantano, affascinano, come dimostrano i quasi mille “pezzi” che si trovano anche nel Museo del Presepe di Dalmine, dove dominano alcuni presepi napoletani, le cui figure sono in terracotta..

Presepe
Il presepe è ricco di simboli: gli animali della grotta, il bue e l’asinello, nell’antichità raffiguravano la fecondità; il fiumicello, la lavandaia, la fontana la purificazione; la luce negli anfratti, sui sentieri, nelle casette la fede. Quanti artigiani, oltre a Napoli, a Bergamo (dove adottavano il gesso), a Brescia, a Caltagirone, a Milano si sono distinti per la loro bravura nell’eseguire il calzolaio con il deschetto, i pastori, i portatori d’acqua, i fabbri, i guardastelle, i pizzaioli, i pescivendoli, i dormienti, i re Magi con ammirevole valore espressivo; gli oggetti della casa, gli attrezzi… Un presepe napoletano del 1800 con 40 elementi fa la sua bella figura nel Museo del Presepe di Vilanova, a Modena. Il presepe ha avuto i suoi periodi bui, dovuti anche alla presenza dell’albero di Natale. Ma poi è tornato ad essere diffuso non solo in Italia, ma anche negli altri Paesi europei. Milano, per esempio, sino agli anni Cinquanta ha avuto un grande maestro, Lamborghini, che usava la pasta di cartapesta nel suo laboratorio di via Copernico, vicino alla stazione Centrale.
 
Figure del Presepe alla Stazione

Oggi è molto attivo un laboratorio in cui due artisti di grande prestigio, Manola Artuso e Gianluca Seregni, costruiscono statue di santi ad altezza naturale richiesti da ogni parte del mondo, ma anche il popolo del presepe, in miniatura. Quest’anno ne hanno allestito uno nella stazione nord di Milano. Non so più in quale città c’è un presepe lungo 600 metri. Ognuno il presepe lo fa come vuole. La grotta della natività per esempio dovrebbe contenere soltanto Giuseppe, Maria, i due animali e il Bambino; e alcuni ci collocano invece anche altri personaggi. In alcuni presepi Gesù è adagiato sulla paglia accumulata per terra; in altri nella mangiatoia. La fantasia si sbizzarrisce. In una mostra a Cantù, anni fa ho visto presepi con Gesù nato nella stalla di una cascina, ben ricostruita in piccole dimensioni, con la ringhiera di pomodori appesi. A Martina Franca in un trullo e anni fa con figure a mo’ di “capasoni” davanti a Palazzo Ducale; e l’anno scorso una grande scenografia, del gruppo di Michele Sforza, di fronte alla Basilica di San Martino… Ormai il Bambinello nasce nei luoghi meno tradizionali: in un cortile, su un’aia, in un casale semidiroccato. 

Particolare del presepe a Cadorna

Manola Artuso e Gianluca Seregni, due campioni, che lavorano nel loro laboratorio, “La Stele”, in viale Certosa 91, lo hanno fatto nascere anche alla stazione ferroviaria Cadorna: un capolavoro, un allestimento grandioso, particolare, stupendo in una grande teca di 3 metri per 1.50 (visitabile fino al 6 gennaio). I re Magi vestiti con stoffe preziose e i pastori nel loro abbigliamento usuale. La scenografia è in sughero, legno, corteccia, con tante botteghe di artigiani, tutto lavorato a mano dai due artisti, compresa la signora del pane, l’una e l’altro fatti e dipinti da Manola e Gianluca, che confezionano opere di grandissima classe. A mano sono fatti anche i carretti, le bancarelle... Sulla base tanto muschio e fieno veri; nella capanna, molto grande, in legno e corteccia, la natività con l’angelo adoratore in ginocchio davanti a Gesù. Un presepe magnifico, un’autentica opera d’arte, fra l’altro ricco di luci calde e luci blu per la notte. Tutto incorniciato da alberi leggermente innevati. Il laboratorio di Manola e Gianluca, sorto oltre un secolo fa, è famoso. L’attività che i due artisti vi svolgono è molto seguita, tanto che tra l’altro eseguono, a richiesta, presepi a domicilio.

Rivista "Pepe e Sale"

Fanno inoltre alberi di Natale su misura e collaborano con il cinema, la televisione. La rivista “Sale e Pepe” ha dedicato loro un lungo servizio, pubblicando anche le loro statuine, ognuna delle quali portava un cibo. Un’attività di alto livello, quella di Manola e Gianluca, sempre insieme nell’arte e nella vita, lei del ’68 e lui del ‘63. Altra città ricca di figuli bravissimi è Lecce, ma anche Taranto, dove c’è la Casa del Presepe, con i fratelli Mazzarano che costruiscono presepi da una vita. Conobbi il padre, che negli anni 50 dava suggerimenti al professor Raffaele Daddario, che aveva fatto lo scenografo a Cinecittà e svolgeva l’attività di pittore. Il Natale e il presepe hanno ispirato anche poeti, pittori… Nel bellissimo libro “Natale è un presepe” a cura di Guido Davico Bonino, si ricordano i versi di Maurice Carème, belga, di Edmond Rostand e di Albert Flory.

Particolare del presepe alla stazione Cadorna di Milano
 
Il primo recita: ”Ala viglia, di un’età così nuova/ chi mai ci dirà perché/ Dio abbia scelto/ i neri occhi di un bue/ per specchiare quella notte là/ nell’ombra calda della stalla/ il Suo figlio, /più dorato di un affresco…”. Il secondo: “Perdettero la Stella un giorno. Come si fa a perdere/ la Stella?/ Per averla troppo a lungo fissata…/ I due re bianchi/ ch’erano due sapienti di Caldea/ tracciarono al suolo due cerchi, col bastone/ Si misero a calcolare, si calcarono il mento… /Ma la Stella era svanita come svanisce un’idea…/ e quegli uomini la cui anima aveva sete d’essere guidata/ piansero innalzando le tende di cotone…”.

Particolare d'un presepe

 

Il terzo scrive che un dono prezioso che possiamo ricavare dalla vita è quello di essere sempre nella grazia di Dio. Poeti e scrittori, pittori, ma anche menestrelli, hanno celebrano e continuano nelle loro opere il Natale e il presepe e la sua magia.

Particolare di un presepe

Nel dicembre del 2003 nel Castello Episcopio di Grottaglie allestirono una splendida Mostra del Presepe accompagnata da un ricchissimo catalogo in veste tipografica elegante, con testi di Raffaele Bagnardi, Daniela De Vincentis, Marisa Patruno, Rosario Quaranta, Bianca Tragni, Nelle prime pagine il sindaco, Bagnardi, dice che “il presepe deve essere un perfetto equilibrio tra arte, tradizione e culto, ricerca del sublime nell’estasi dello spirito, vita tramandata di un popolo, espressione di fede laica e confessionale”. Nel suo lungo e profondo intervento Bianca Tragni ricorda che in una sede prestigiosa della Capitale, il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari, era in progetto per l’anno successivo un’esposizione di ceramica grottagliese con 130 manufatti dall’800 ai giorni nostri. Nel catalogo sfilano pastori di Leonardo Petraroli, presepi napoletani, tra cui uno di Vincenzo Corcione, presepi su piatti, in vasi di terracotta tipici del luogo, figure stilizzate…Insomma il presepe a Grottaglie ha una lunga tradizione e “uno dei presepi storici di Puglia si trova proprio a Grottaglie, nella Chiesa di Santa Maria del Carmine, scolpito nel 1530 da Stefano da Putignano, “il più famoso se non il più grande scultore del nostro Rinascimento regionale…L’amore per il presepe è senza fine.Il presepe nutre lo spirito.

Albero di Natale e foto di Artuso e Seregni
 
CON LA FILASTROCCA

   DELL'AMICO

 GIORNALISTA FRANCO

                                                 PRESICCI AUGURIAMO

A TUTTI I NOSTRI LETTORI

                     UN   B U O N  N A T A L E 

                             La Redazione 

 


   
                                                                                   

Natàle e Befanìe

di  Franco Presicci     

Tu’ m’addumànne, fìgghie mjie

accum’ère ‘u Natàle de ‘na vòte

e je te cònde quìdde pìcche ca m’arrecòrde

Je avègne d’a ‘na famìgghia puverèdde

pàteme stàv’a spàsse

e mammà recamàve le chiasciùne

pe’ le uagneddòzze da marìte

e no’nge stàve tànde da scialacquàre .

Facèvem’u presèpie ‘mbastànne

àcque, càrte e crète

sus’a ‘nu schèletre de lègne

e ‘a menzanòtte d’a vesciglie s’apettàve Gesù Bammìne

ca nascève indr’a ‘nu terètte d’u cummò

d’addò ‘mpruggessiòne ‘ u purtàveme indr’a gròtte

candànne “Tu scìnne da le stèdde”

U ggiùrne apprìesse tùtte ‘nzìeme

ziàne e cusseperìne ’a ttàule da le nònne

e d’a cucìne arrevàvene ‘a pàste cu le còzze

po’ ‘u capetòne, le dàttele e le vònghele

c’avève pegghiàte ‘u nònne

le taràdde, ca mammà avève fàtte ‘nfurnà’ da mèste Petrine

e ‘ngorchie òtre sfìzzie

Nu’ ascunnèveme sott’u piàtte d’u nònne ‘a letterìne

e ‘u vecchiarìdde facève ‘na ‘ndìcchie di tiàtre:

Nà! D’addò avène mo’ ‘sta bbùste?

Avìte sendùte lucculà’ quìdde galandòme d’u pustine?”

Po’ rerève, ne lesciàve le capìedde

e ne dàve mènza lire appedùne

A sère le grànne s’accucchiàvene pe’ sciucà’ ‘a càrte

e ci azzeccàv‘u pesellìne se scatenàve

u stèsse ziàneme Dionigge se facève scòpe.

A matìne mmìenz’a stràte sunàvene le zampagnùle

c’avenèvene da lundàne

le uagnùne tùtte quànde vecìn’ a llòre

e ‘a ggènde da le varcùne

menàve abbàsce le turnìse

Po’ avenève’u ggiùrne d’a Befàne

ca vulàve sus’a ‘na scòpe

e scennèv’indr’o camine cu le riàle

pe’ le peccìnne bbuène sciurarjìdde bbèddefàtte

gengelìnge

pe’ ci aveve fàtte ‘le panareddàte

na cazètte chiène de cèner’e caravùne

a mmèje m’attuccàvene ssèmbe zazarèddere

e m’addumannàve ‘u mutìve

Ogne ànne penzàve:

M’accume fàce a Befàne a scènnere indr’o camine

mènz’arruzzenìte accum’è

nu nàse ca pare ‘nu crùcche

No’ nge vè’ mai ‘mbenzione, ‘sta crestiàne?

Hà’ accucchiàte ‘na mòrre d’ànne

e v’e’ angòre ggerànne

Je ère mangupàte e arraggiàte

Peccè a l’òtre pòrt’a bececlètte

o ‘u trène cu ‘a mòlle?

e a mmè’ ‘nu Penòcchie o ‘nu cavàdde arrunzàte?”

E po’ a ccàsa mèje no’ge stè ’u camine

accùme fàce ‘a segnure a trasè’?’’

Na sère je m’aveve ggià curcàte

ma no’nge stè’ durmèv’angòre

quànne vedìve mammà appuggià ddò pacchettìne sus’a’na sèggie

e sùbbete ‘mbelàrse indr’o lìette

a matìne acchiève cìnghe surdatìne de chiùmme

ca je sbranàve e cercàve

No dìche ‘u decrije, l’allerìe.

Ma dòppe ‘na sumàne ’nu meletàre no respunnìe ‘a chiamàte

ngorchedùne l’avève fàtte priggiunìere

mettènnesele ‘nzàcche aùmm’aùmme

je chiangìv’accùme m’avèssere strazzàt‘u còre

Mammà l’avèv’accattàte cu saggrefìggie

A Natàle ‘a fèste ère stà’ tùtte ‘nzìeme

mbra l’addòre de le pèttele e de le sanacchiùtele

ca friscèvene indr’a frezzòle

nù mettèveme le cìcere indrà ‘a cènere d’a frascère

u nònne fumàv’a pipe e ne uardàve

Attìende a le facìdde ca vònne scattaresciànne

e ve putìt’asqua’”

No’nge se vedèvene lumenàrie mmìenz’a vie

vetrìne ca splennèvene e cu tànda rròbbe

e tric-trac e bbòtte accum’a òsce a dje

u Natàle se sendève gnìndre.

Je c’u Bammìne me cumbedàve



                                             






mercoledì 14 dicembre 2022

Da via Fatebenefratelli agli Stati Uniti

Alberto Sala
UN POLIZIOTTO IN GIRO

PER IL MOMDO A

SMANTELLARE

ARCHITETTURE

CRIMINALI

Alberto Rocco Maria Sala,

maestro di arti marziali,

esperto di antiriciclaggio,

lotta al finanziamento del

terrorismo, ha indagato su

omicidi, rapine, furti 

clamorosi. 

E’ cavaliere al merito della Repubblica.


Franco Presicci

Quando il capo cronista Giulio Giuzzi mi chiese se mi avrebbe fatto piacere sostituire in questura il collega Giancarlo Rizza, trasferito al compito di capo servizio, accettai a patto di poter continuare a occuparmi di pronto intervento: delitti, rapine, sequestri… E in via Fatebenefratelli non tardai a conoscere tanti poliziotti, soprattutto quelli che popolavano le varie sezioni e si occupavano di ogni tipo d’indagini: sulle truffe, i fatti di sangue, i furti clamorosi come quelle nelle piazze Cavour e Diaz. 

Sala a Boccadasse
Tra i primi, Alberto Rocco Maria Sala, un giovanotto simpatico, di poche parole, arguto, spiritoso. Un giorno lo incontrai in piazza Cavour, ai tavoli del bar di fianco al cinema Capitol, dirimpetto al Palazzo dell’Informazione, dov’era la sede del quotidiano ”Il Giorno”. Con lui c’era Piero Colaprico, un “cucciolo” che già mostrava un talento giornalistico notevole. Il suo capo Guido Passalacqua, che sarà ferito dalle Brigate Rosse, ne tesseva le lodi e ne parlava come di una recluta che aveva stoffa, di quella pregiata. Conversammo, mentre ai tavoli vicini si accomodavano Ottavio Missoni, che aveva eseguito il pettorale di quell’anno della Stramilano, e         Al Bano, che aveva scritto il suo primo libro. La mia frequentazione di Sala e Colaprico diventò a mano a mano amicizia, tanto che proprio nei giorni scorsi, avendo Alberto postato su Facebook una foto che lo riprende a cena con Piero, diventato direttore del “Gerolamo” (dopo essere stato direttore di “Repubblica” a Milano),
I giovani Piero Colaprico e Alberto Sala 
un teatro storico, dove recitò fra gli altri Piero Mazzarella, quel folletto di Michele Focarete, bravissimo cronista del “Corriere della Sera” e profondo conoscitore della Milano by night, sulla quale ha scritto un libro, sapendoci spesso insieme, ha commentato: “E Presicci, dov’era? Sotto il tavolo?”. No, stava realizzando una casetta per gli uccelli, che d’inverno stanno al freddo. Alberto Sala, dunque. Ogni mattina, puntuale come un orologio svizzero, superava la soglia della questura, s’imbucava in quel lungo corridoio poco illuminato che porta ai vari uffici ed entrava nel suo, dove lo aspettava una pila di carte. Poi usciva, per seguire una pista.
 
Distintivo Fbi di Alberto Sala
Copertina del libro
Le Torri Gemelle prima dell'11 Settembre

Chissà se la notte dormisse o pensasse alle vie che doveva percorrere il giorno dopo, per cercare conferme o eseguire tattiche. Investigatore instancabile, segugio alla Mario Nardone, detto “il gatto” (al quale tempo fa la televisione ha dedicato uno sceneggiato in due puntate), paziente, tenace, riservato, deciso, ricco di trovate per impacchettare un ricercato. Nei panni di un idraulico, il “gatto” catturò uno dei due “malacarne” che scendevano a Milano per fare rapine. La pensione chiude strade e palazzi, disperde le persone e accumula ricordi. Dopo quarant’anni ho ritrovato Alberto, sempre in forma, fresco nello spirito e nella sagoma, lucido nel ripercorrere le tantissime vecchie strade, in Italia e nel mondo, sulle tracce di elementi al vertice di organizzazioni criminali, di imprese da loro messe a segno.

Chiuso un fascicolo, si defilava. Non amava la tromba, e non la usava soprattutto quando era nei servizi segreti. Ora, dopo aver appreso della pubblicazione di un suo libro, “L’ultimo dei dinosauri”, scritto da Sebastiano Sandro Ravagnani, in cui Alberto Sala si racconta senza enfasi, senza autoglorificazioni, com’è nel suo carattere, ci siamo rivisti. In queste pagine, fra l’altro ricche di foto e di ritagli di giornale, c’è parte della sua vita di poliziotto attento e intuitivo. Ecco un esempio: “Gli uomini della quinta sezione della squadra mobile di Milano hanno fatto bingo. Il ‘team’” di investigatori specializzati in reati finanziari, coordinato da Aberto Sala, ha infatti messo le mani su un colossale giro internazionale di obbligazioni rubate. L’origine della maxitruffa va fatta risalire al lontano 1976, quando negli Stati Uniti venne trafugata una valigetta contenente oltre 500 milioni di dollari (600 miliardi di lire)”. Una carriera davvero brillante, quella di Sala. Nato a Roma, entrato in polizia nel gennaio del ’76, venne assegnato a Trieste.
 
Nardone e Caracciolo
“Da bambino, soffrendo d’asma, mia madre, Anna Di Cola, mi aveva portato in una palestra di arti marziali, a Bologna, e col tempo diventai maestro; e dopo tanti anni di insegnamento, in Italia e in America, fui preso come docente al ministero dell’Interno, inserito nel gruppo sportivo delle Fiamme Oro della polizia”. E gli fecero scegliere la destinazione: Roma, presso la scuola tecnica della polizia come radiotelegrafista, quindi assegnato al centro radio Viminale del ministero dell’Interno, reparto autonomo, dov’erano concentrati gli appartenenti ai Servizi speciali e ai Servizi segreti. Era il ’76-78, gli anni di piombo. Quelli del sequestro di Aldo Moro, e fu oggetto di colpi di arma da fuoco da parte delle Br. 
Sala maestro di arti marziali ad Antonio Di Pietro
 
 
 
A Roma vinse il concorso alla Scuola sottufficiali, perché l’Accademia di ufficiali di Ps era chiusa in previsione della riforma della polizia di Stato dell’81. E andò a Firenze, dove ebbe modo di lavorare con Manganelli, che sarà nominato capo della polizia, e comanderà la quadra antisequestri e quella dei Servizi di sicurezza e dell’antiriciclaggio e vigilanza del Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini. Nello stesso periodo venne aggregato all’Antiterrorismo. E fu trasferito a Milano, dove, avendo il nulla osta segretezza (Nos) della Nato, il capo della Mobile di allora, Achille Serra, lo volle al suo fianco, in virtù delle sue peculiari capacità investigative molto analitiche, al costituendo ufficio reati finanziari, societari e fallimentari, in quanto il procuratore generale di Roma Beria di Argentine gli aveva chiesto di costituire un gruppo di investigatori specialisti per investigare collaborando con la Guardia di Finanza. E lì per la prima volta la polizia italiana in Europa bloccò un traffico miliardario messo in piedi da un personaggio che con artifici acquisiva denaro dei risparmiatori. Alberto scoprì la truffa prima che fosse effettuata completamente.
Sala riceve il premio di cavaliere al merito della Repubblica
Una carriera ricca di storie, di indagini importanti e di soddisfazioni, ma anche di pericoli. Una mattina all’alba gli telefonò il sostituto procuratore Antonio Di Pietro, che in una riunione segreta, presente il capo della Squadra Mobile, gli affidò indagini segretissime, che presero il nome di “Mani Pulite”. Sempre scarpinate, sempre dietro a qualcuno o a qualcosa. Inoltre, svelò una truffa per diversi milioni di dollari a danno di una nota banca statunitense e di tutte le consorelle operanti in Europa. A fronte di un dispaccio da parte dell’Interpol venne contattato dagli “special agent” dell’Fbi presso l’ambasciata americana di Roma e fu allora che portò alla luce un raggiro finanziario costruito dalla mafia nell’ambito di bond destinati alla distruzione. Una vita molto movimentata, dunque, quella di Alberto Sala, che ha lavorato in Africa, in Europa, in America… In Africa piombò, perché aveva scoperto un container di armi della mafia su una nave nel porto di Mombasa. La segnalazione era scaturita da un’indagine di Sala su Cosa Nostra italo-americana che passava dal Canada a Miami sino al Centro-Africa. Ci sarebbero tante cose da dire su questo segugio che si è distinto in tutte le operazioni. Un suo collega con il quale avevo qualche confidenza, un pomeriggio, in piedi al banco del bar di fronte alla questura con in mano una tazza di caffè, mi disse: “Alberto Sala? Ti dico soltanto una cosa: ha risolto tutti gli omicidi che ha seguito. Ha l’occhio dell’aquila e nelle perquisizioni si dirige subito al punto giusto... Te ne voglio dire un’altra: ha il titolo di visconte, e non lo dice a nessuno. Visconte vero, di famiglia blasonata. Nel lavoro è attento, acuto, scrupoloso”. Come persona, è gentile, premuroso, disponibile. E naturalmente suscita qualche invidia, come sempre accade quando il mediocre s’imbatte nella persona intelligente, preparata”. “Il nonno, Alberto Sala, di Luino, fu famoso perché era maestro di fotografia alla corte della regina Margherita; e suonava bene il pianoforte, tanto che a volte per farmi contento, quando ero ragazzino, mi suonava lo strumento. Era un personaggio eclettico, direttore d’orchestra”. Alberto junior ha preso molte doti da lui: per esempio è appassionato di opere liriche. Ma sulla sua vita privata accenna qualche particolare e basta. Per esempio, nel ‘71 ha lavorato alla Saipem dell’Eni, è stato programmatore dell’Ibm, ha preso il dottorato in America, ha ricevuto l’onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica, si è occupato di antiriciclaggio, di lotta al finanziamento del terrorismo, ha investigato sulla criminalità organizzata, guidando 23 uomini, e oggi l’ispettore Alberto Rocco Maria Sala fa il giornalista.










mercoledì 7 dicembre 2022

Gli ulivi saraceni nell’arte di un fotografo

L’OBIETTIVO DI CARMINE LA FRATTA CREA EMOZIONI NELLO SPETTATORE

Uomo e ulivo

 

Ha ritratto edifici pubblici

e palazzi storici,  masserie,

Mar Piccolo, monumenti, 

volti, chiese, archi rampanti, 

trabeazioni, rosoni, 

vetrofanie, sguardi, mestieri.

 

 

Franco Presicci

Carmine La Fratta

Condivido con Carmine La Fratta, tenace cacciatore d’immagini, poeta dell’obiettivo, la passione per gli ulivi saraceni. Che non popolano soltanto la Sicilia, la Calabra, ma sono disseminati anche in Puglia, nei dintorni di Ostuni: qualcuno, solitario, sta a Fasano, a Crispiano. 

Ulivo

 

 

Non hanno ispirato soltanto poeti e scrittori come Buffalino, Consolo, Quasimodo, Federico Garcia Lorca, D’Annunzio, e altri. L’ulivo è stato eletto a pianta letteraria. Il poeta spagnolo ha visto camminare un solo ulivo per la pianura deserta. Chi va nella città bianca, Ostuni, ne vede tanti, di ulivi, millenari, dalle sagome più svariate, bizzarre, alcune barocche: tronchi avvitati su stessi, con volti umani o animali; ulivi in preghiera, genuflessi. In un fondo ho scoperto un ulivo con le mani tenute come quelle dei soldati sull’attenti; un altro, sventrato, appariva una caverna; un altro ancora aveva gli zoccoli da elefante e pareva in cammino. Su facebook hanno postato un esemplare a mo’ di uomo stanco, supplicante. L’ulivo è sacro; l’ulivo è testimone del tempo. Il poeta Alessandrino Callimaco, che si vantava di discendere da Batto, fondatore di Cirene, cantò l’ulivo. Atena lo regalò a Zeus. Venuto dall’Asia, è stato ed è amato da molti. Il suo tronco servì a costruire il talamo nuziale di Ulisse. L’ulivo è protagonista di mille leggende. Seduto sotto un ulivo a meditare sento quasi il suo fiato, il suo respiro e il desidero di dialogare con i suoi rami e le sue foglie. “Pure colline chiudevano d’intorno – scriveva Montale – marine e case, ulivi le vestivano”.

L'occhio dell'ulivo

Il mio rapporto con l’ulivo è annoso. Lo cerco dovunque possa incontrarlo: quello saraceno, che viene da lontano nel tempo e nello spazio. L’ulivo mi dà gioia, serenità. Amo il silenzio, la pace, come il fotografo Carmine La Fratta. Fu l’ulivo a portare sull’arca di Noè un rametto come segno di speranza, e di pace. E furono gli ulivi ad accogliere i respiri di Gesù prima del Calvario. Vero, Carmine? Tu fai i tuoi scatti magistrali davanti a quella pianta benedetta e la sottoponi all’ammirazione degli altri. Ricordo un ulivo, gigantesco, monumentale, che non m’impauriva mentre calavano le ombre; e un ulivo steso per terra a sonnecchiare; un altro retto da quattro blocchetti di cemento messi l’uno sull’altro.

Bagnante e ulivo
Quanti ne hai fotografati, Carmine? Li hai raccolti in un libro, dopo un’esposizione: ”Amaterra”, un’antologia spettacolare, come spettacolare sono tanti di questi ulivi. “Verrai con me, un giorno, e ti porterò io nel loro regno più bello. Li amo anch’io gli ulivi”. Come tanti. Non per i frutti che portano. Adoro il loro fisico, il loro aspetto, la loro belleza. L’ulivo è forza, amore, delizia. Ne ho visto un paio con un volto umano. E ho pensato: “L’ulivo è mio fratello”. “L’ulivo/ da volume argentato/ stirpe austera/ nel suo ritorno/ cuore terreste…”. (Pablo Neruda). L’ulivo rappresenta la Puglia. E questa terra Carmine La Fratta se la porta nel cuore. Percorre sentieri di campagna, i tratturi, entra nelle masserie e le ritrae con tutti i pregi architettonici, i cortili, le cappelle, i tetti; cattura i muretti a secco, i trulli, fa “clic” sull’asino che desidera un abbraccio, sulle distese di verde, sui covoni e ti lascia pensare che tanti angoli suggestivi della tua terra non li conoscevi. Perché non sei come lui un pellegrino che si bea alla vista della terra rossa di Martina Franca, delle chiese rupestri di Crispiano, dei manufatti in terracotta di Grottaglie, delle gravine, dei fischietti di creta eseguiti da figuli capaci di creare opere d’arte.
Ulivo spettacolare

 

Carmine è nato fotografo. Vanta un “curriculum” eccellente; eppure si definisce artigiano. Rifiuta il termine artista. Si dice pubblicamente artigiano d’immagine. E a contemplare le sue foto, sul Duomo di Milano, con i suoi merletti, le sue guglie, le statue, i contrafforti, gli archi rampanti, la stessa Madonnina cantata da Giovanni D’Anzi, la Galleria Vittorio Emanuele, Matera con i suoi Sassi, esplodi e gli rimproveri quella inutile modestia. Fa acrobazie per cogliere un dettaglio, come Fulvio Roiter nel suo libro di foto su Milano. E’ un fotografo curioso, attento, tenace, sensibile, pronto ad appostarsi per ore in attesa della luce che vuole. Si vede che il suo maestro è stato Mario De Biasi, che per il settimanale “Epoca” girò e documentò il mondo. “Da ragazzo leggevo questo giornale della Mondadori e mi soffermavo a meditare sulle foto di De Biasi. Poi volli sapere di lui e m’informai. 

Io l’ho conosciuto, Mario De Biasi, che era anche un abile disegnatore. Ci incontravamo spesso nella libreria di viale Tunisia dell’editore Nicola Partipilo, del quale illustrava bellissimi libri sulla città del Porta e di Franco Loi, di Castellaneta e di Delio Tessa. Se avesse avuto per le mani alcuni scatti di Carmine La Fratta, De Biasi, che era severo nei giudizi, non disposto alla benevolenza, lo avrebbe sicuramente apprezzato. Ho indugiato anche sugli ulivi di Carmine.

Il carrubo di Polignano
Venditore di cozze

 

Lui li osserva, li vive, li gode. Anche lui ha un rapporto particolare con gli ulivi. Sui quali ha pubblicato video interessanti, meravigliosi. Ne ha realizzati tanti anche sulla visita di Papa Wojtyla a Taranto, seguendolo a distanza ravvicinata fino alla cattedrale di San Cataldo, tra la folla in lacrime di devozione, di gioia, riportando l’evento in un libro: “Ho fotografato un santo”. Sull’evento ha realizzato una mostra, facendo vivere agli spettatori momenti di forte emozione. Di Taranto ha fotografo ogni angolo, anche le pale eoliche che incorniciano un sasso enorme. Sarà anche un artigiano Carmine La Fratta, ma di quelli che hanno dimestichezza con l’arte. Di Carmine sono apprezzabili le sue foto di monumenti, di edifici pubblici; di chiese. Di una chiesa riprende le finestre a rosone, le trabeazioni, le navate, i capitelli, gli archi, le pale d’altare, i tabernacoli.

Pescatore
Fa anche foto sociali: donne, bambini, vecchietti intenti a conversare in piazza, momenti di allegria e di dolore, di gioco e di lavoro, di sguardi. La sua visione spazia: ovunque sorprenda un soggetto degno di essere immortalato, punta l’obiettivo: i fumi della fabbrica dell’acciaio, l’Ilva, la sua struttura faraonica che per fabbricarla sacrificarono migliaia di ulivi, togliendo ossigeno all’agricoltura e ai cittadini. Lewis Hine, sociologo e fotografo americano nato nel 1874, scrisse che se avesse saputo raccontare una storia con le parole, non avrebbe avuto bisogno di portarsi dietro una macchina fotografica. Gli scatti di Carmine La Fratta spiegano molto di più delle parole. Posso dire che il fotografo tarantino s’impadronisce di ciò che vede e lo tramanda? Che cattura un oggetto e lo mette a disposizione nella maniera in cui lo ha visto? So che la storia professionale di Carmine La Fratta è lunga e prestigiosa. 
Ulivo dalla sagoma di pesce

Per esempio ha collaborato con compagnie teatrali e musicali, ha realizzato servizi fotografici per società e istituzioni, manifestazioni ed eventi pubblici: è stato fotografo di scena per i film “Scilla non deve morire” di Bruno Oliviero e “Marpiccolo”, di Alessandro di Robilant: foto che sono state scelte dalla Puglia Commission Film per la Mostra del Cinema di Venezia 2010; è fotografo nel “pool” ravvicinato della sala-stampa della Santa Sede. Pubblicati dalla Regione Puglia “Iconografia sacra a Taranto”, “Iconografia dei santi a Manduria”; per Sellitti editore “Settimana Santa a Taranto”…; nel 2016, con altri 35 fotografi italiani è stato scelto per l’ottavo Festival “Photovisa” a Krasnodar, in Russia; ha allestito mostre: le sue foto si trovano in collezioni pubbliche e private: ha vinto un Premio per le fotografie di scena del film “Il Miracolo” di Edoardo Winspeare e il concorso “Vogue sposa”…

Bimbi nella città vecchia
Da giovane accompagnò il giornalista e scrittore Domenico Porzio in una visita alla città vecchia, passando due giorni con lui (Porzio poi ne parlò in una affollata serata pugliese al Cida di Via Brera, presente con alcuni quadri il prestigioso gallerista Guido Le Noci); ha fotografato Pavarotti, Dalla e altri “vip”; dal ’78 all’81 ha collaborato con l’ufficio pubbliche relazioni dell’Italsider, diretto da Giuseppe Francobandiera, alla masseria Vaccarella, come fotografo industriale. Nato Nel ’51, Carmine ha avuto la sua prima macchina fotografica verso i 20 anni. Ha cominciato a fotografare molto più tardi. Intanto guardava le immagini che pubblicavano i settimanali più importanti, da “Epoca” a “Grazia”. A sollecitarlo fu l’immagine di un bimbo asiatico con lo sguardo puntato su un orologio. Durante il covid, a Milano un ragazzo che andava a trovarlo a Lama, dove ha lo studio, per carpire i rudimenti del mestiere prima di trasferirsi nel capoluogo lombardo, lo invitò a pranzo. E Carmine notò che l’ospite era diventato un ottimo fotografo di moda. “Era davvero molto bravo, fotografava modelle celebri. Alla fine mi chiese un favore: una foto che lo aveva convinto a scegliere questa nostra professione”. La foto richiesta ritraeva una vecchietta nascosta dietro un muro, a Otranto, in attesa del Papa”. A Otranto andò insieme a Narciso Bini, un bravissimo giornalista de “Il Corriere del Giorno”, che curava la pagina degli spettacoli. Carmine La fratta ha anche molte storie da raccontare. Una ha come protagonista un carrubo. Sorgeva su un fondo che doveva essere attraversato da un gasdotto. Il proprietario promise di regalare la terra a patto che l’albero venisse salvato. Il miracolo avvenne. E La Fratta lo ha immortalato. Adeso sfoglio il calendario 2023 di Carmine con il mare, spazi verdi e ondulati, ulivi imponenti e la didascalia “La fotografia non mostra la realtà, ma l’idea che se ne ha”.







mercoledì 30 novembre 2022

L’iniziativa di un giovane vignaiolo

 

VIENI IN CAMPAGNA, AFFITTA UN FILARE

CURALO E RICEVERAI BOTTIGLIE DI VINO

Cartello filare di Olimpia Bucci
 

Luigi Menaggia, 28 anni, ha avuto l’idea e l’ha sviluppata. 

E sono in molti ad avervi aderito, anche giovani sotto i trent’anni e gruppi. 

La Cantina Smeralda, retta dalla sorella di Luigi, Eleonora, si estende anche in Puglia.

 

 

Franco Presicci

Quando t’imbatti in un giovane imprenditore sagace, intelligente, volitivo, incalzante, dalle idee e dai programmi innovativi da mettere subito in cantiere, ti convinci ancora di più che questo nostro Paese sbalestrato possa riprendersi.

Luigi Menaggia

Qualche giorno fa, ho conversato con Luigi Menaggia, 28 anni, titolare dell’azienda agricola “Cantina La Smeralda” di Paderno Dugnano, e dal colloquio sono uscito rinfrancato. Luigi si racconta e racconta con fluidità, sicurezza, facendoti venir voglia, all’età di Matusalemme, di seguirlo nel suo lavoro di artista del vino, come Franco Cologni, già presidente mondiale di Cartier, creatore in via Statuto nel capoluogo lombardo della Fondazione Mestieri d’arte, definisce chi coltiva la vigna, la ingravida e la porta alla vendemmia. Che è festa, gioia, anche se fatica, non vana se la grandine non ha fatto un flagello. La campagna. Ricordo “Solo e pensoso i più deserti campi/ vo mesurando a passi tardi e lenti/ e gli occhi porto per fuggire intenti, ove vestigio uman l‘arena stampi…”, di Francesco Petrarca, che fra i travagli d’amore trovava conforto nelle passeggiate fra i campi; e la solitudine, la pace, il silenzio nella Cascina Linterno di Milano, dove curò l’orto e mise mano alla correzione del “Canzoniere”.

Grappoli
La campagna, isola felice, esaltata nelle “Georgiche” di Virgilio, e nei versi “Non più con poco sole aria maligna/ Non più la via tumultuosa e stretta/ ma l’alto, dove la città soggetta/ apparisce una grande ombra sanguigna…ma il mio libero cielo e la mia vigna/ dove ogni zolla sempre un germe aspetta…” (di Giulio Gianelli). La campagna, sogno di tante persone deluse, stanche della città frenetica, dei clacson che rumoreggiano per irrequietezza, dispetto per un sorpasso, a volte divertimento. Meditazioni veloci, al termine dell’istruttiva e piacevolissima conversazione con Luigi Menaggia, che ha rinunciato alla laurea in ingegneria per scegliere quella del vignaiolo, anzi l’opera di coinvolgere persone predisposte, magari senza saperlo, a intraprendere un percorso tra filari di viti da curare in cambio di bottiglie di ottimo vino da sorseggiare. 

Paolo vendemmia
Ma ascoltiamo lui, che parla senza orpelli, senza enfasi, con frasi nette, calibrate, con un pizzico d’orgoglio per il suo lavoro: “In una villa che avevamo a Briona, Novara, in Piemonte, di proprietà della mia famiglia, ero in cantina e trovai una bottiglia intonsa del 1972 con l’etichetta ‘Cantina La Smeralda’, scoprendo che quel nettare proveniva da un vigneto già acquistato dai miei genitori. Mio padre, Walter, oggi 73 anni, aveva comprato 1500 metri di terreno, che in dieci anni sono diventati 3 ettari con vigneti messi a dimora. Quindi io dall’età di 13 anni ho trascorso il mio tempo libero dallo studio aiutando i miei nei lavori in campagna”. Non faccio troppe domande a questo giovanotto così determinato, colto, convincente, gentile, disponibile, dal linguaggio galoppante, simpatico. Lui le anticipa e io lo ascolto con avidità. ”Nel 2015, aiutato da mia sorella, Eleonora, e da mio cognato, Mauro (che per anni ha svolto la sua professione di cuoco nelle cucine dei dintorni di Milano), ho aperto un ristorante a Cinisello per vendere il vino prodotto da noi. Nel 2020 è arrivata la pandemia e abbiamo dato in gestione l’attività”. 

Grappoli
Luigi, perito meccanico, lavorava al ristorante, e anche nell’azienda di famiglia; ma facevamo fatica a trovare un canale di vendita. Allora lui al ristorante portava in tavola le sue bottiglie della “Cantina La Smeralda” e le raccontava, trovando attenzione, interesse e curiosità. Da qui l’idea. “Perché non accogliere gli avventori del locale in campagna e mostrare loro le varie fasi della lavorazione del vino, dalla potatura alla vendemmia e all’imbottigliamento?”. Un cliente gli disse: “Luigi, se tu realizzi questa cosa che hai in mente io ci sto”.

Uva e cane
Fu così che nel 2019 “abbiamo concretizzato l’idea di far vivere agli ospiti le esperienze del vigneto, della produzione di quel vino che servivo ai tavoli del ristorante di Cinisello”. Di conseguenza gli interessati hanno preso in affitto un filare, lo “trattano”, forbici in mano, seguendo le indicazioni del vignaiolo. “Adesso siamo presenti in quindici regioni d’Italia, Puglia compresa (in masseria ‘Cuturi’ di Manduria), con 30 cantine aderenti al progetto, intitolato “Vinoinvigna. Un produttore di Grosseto, Michele Ranieri, ha detto, parlando di viticoltura: ‘Il vignaiolo è un cuoco che ha l’opportunità di cucinare un piatto solo all’anno: se viene male, lo ripete l’anno successivo”.

Olimpia Bucci

Alla nostra conversazione è presente un’entusiasta cliente di Luigi Menaggia, Olimpia Bucci, che assorbe e prende nota parola per parola. Ha sempre amato la campagna, come me, legato ai ricordi della terra a San Severo, e ai versi di Sandro Berganzini: “Gli alberi cantano/ ronzano frullano/ chioccolìo di merli/ ticchettii di picchi spaccalegna, pigolio d’implumi…”. Come a Martina Franca, dolce, solare, musicale, con eserciti di pampini, di grappoli destinati al palmento, di viti genuflesse. Poesia è il vino; rifugio la campagna. Ma è il caso di parlare di versi con un vignaiolo ferrato, nella testa del quale si avvicendano idee da sviluppare, progetti, mercati da conquistare? Sì, il vino è gusto, e anche bellezza. “Il vino è come la poesia, che si gusta meglio, se si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita… si entra in confidenza dov’è nato” (Mario Soldati).

Due vendemmiatrici

E gli avventori di Luigi si avvicinano al luogo dove il vino viene alla luce, che è il luogo dell’anima, il luogo del ristoro spirituale e prendono confidenza anche con gli odori della campagna, con la sinuosità del paesaggio. Il vino affascina, dà tono ai convivi, allegria alle comitive. Il vino celebra gli avvenimenti. Lo Smeralda di Luigi scoraggerebbe la renitenza dell’astemio. A proposito, il progetto “Vinoinvigna” è costruito sulla base di un contratto che regola l’esperienza in tutti gli aspetti giuridici. “Consumare vino in modo consapevole, riscoprire il territorio è sostenere un’attività agricola locale; è un’occasione di evasione dalla ‘routine’ quotidiana; è la riscoperta dei valori che si sono perduti e la vita della campagna e delle pratiche che si vanno spegnendo. Il vino è anche un mezzo per familiarizzare con le attività e i modi di vivere ‘Di mio padre che a pestare l’uva/ S’era fatto i piedi rossi/ Di mia madre timorosa/ che porta un uovo caldo nella mano” (Leonardo Sinisgalli), della campagna, che se non è più quella dei quadri di Giovanni Fattori, a tirare l’aratro non sono più i buoi, ma una macchina che si tira dietro il vomere; a trasportare le fascine non sono più gli asini, lavoratori instancabili e dignitosi da tempo in pensione, resta un’oasi in cui trovare la serenità, il lavoro in delizia.

Il trattore
Molti giovani manifestano il desiderio di tornare alla terra. “Mio padre – aggiunge Luigi - vive solo una parte di campagna, dell’azienda; e nonostante sia il produttore, il vino lo assaggia soltanto”. Luigi Menaggia è partito da solo nella sua splendida esperienza enologica, “e adesso siamo in cinque”. Domanda: “Sono in molti ad aver risposto al suo appello?”. “Sì. Hanno aderito coppie sui 40 -50 anni, anche sotto i 30, gruppi di amici. Il 60 per cento dei clienti ama più la campagna che il vino”. Il viaggio è nato da un ricordo d’infanzia della campagna del padre, che inizialmente faceva il vino per la famiglia. Adesso le redini della vigna le regge la sorella Eleonora, donna del vino. Lui naviga nel progetto Vinoinvigna, accompagnato dall’amore di Alice, psicologa dello sviluppo. Mentre ci salutiamo, mi vengono in mente il Falerno di Orazio e di Cesare, e i versi di Rocco Scotellaro: “Non gridatemi più dentro, non soffiatemi in cuore/ i vostri finti caldi, contadini/ Beviamoci insieme una tazza colma di vino!/ che all’ilare tempo della sera/ s’acquieti il nostro tempo disperato /Ma nei sentieri non si torna indietro./ Altre ali fuggiranno/ dalle paglie della cova/ perché lungo il perire dei tempi/ lindo conserva un guanciale di pietra”. Un ultimo pensiero di Luigi è andato alla Puglia, uno dei suoi amori: il nonno, Nazario, era di Ischitella, paese garganico, che ha dato i natali a Pietro Giannone, saggista, storico, giurista; la nonna, Cosimina, di Rodi Garganico, che fa parte come il primo del Parco Nazionale del Gargano e produce arance e limoni Femminello. Ricordando, i suoi occhi si accendono.