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mercoledì 11 ottobre 2023

Quante cose sono cambiate

Peppino Miccoli
IL TRATTURO QUASI SOLITARIO

E GLI AMICI CHE SE SONO ANDATI


Fortunatamente sono arrivati dalla

Bimare due amici, Mara e Pino, che

abitano Trullo Gigio, che da molto

tempo non aveva respiri. Imponente

sotto una quercia secolare, che domina

il paesaggio.

 

Franco Presicci  

D’estate salgo sul Chiancaro, a piedi come una volta, per risentire le voci degli amici che se ne sono andati, rivedere i luoghi mai dimenticati: la “vedovella” poco frequentata che ancora versa acqua fresca nei bottiglioni; i trulli rinfrescati, ancora intatti; le gobbe di pietra del vignale oggi nascoste sotto la terra ricca di filari di viti; il trulletto con la paglia quasi attaccato al muro a secco; il fondo che fu di Giovanni, curvato dalle fatiche sulla zolla; le ragazzine che giocavano a “Mammà s’ha perse ‘a scarpe de sete”; Pierino che non voleva fare il calzolaio come il padre; Ciccillo, che resisteva nel suo stato di scapolo.

Giovanni Montanaro al torchio

Tutto torna nella mia immaginazione. Cerco di captare i passi lenti, cadenzati dello zio prete: l’atmosfera di oltre settat’anni fa, e baluginano le figure di mio nonno Ciccio, seduto sotto una bouganville cresciuta con la forma di una campana fabbricata da Giuseppe Bellucci; della nonna affaccendata vicino alla cucina monacale; di zio Martino che, deposta la tonaca sull’attaccapanni, si è accomodato con i pantaloni alla zuava a ridosso della porta del trullo grande mentre legge il breviario. Guardo tutto, i muretti a secco ancora ben tenuti, le case a cappuccio che mi erano familiari, l’entrata del trullo di Giovanni, alto, con diversi coni, possente, anche se antico, dominatore di una distesa di verde, ed emergono ancora scene del passato: le serate ritmate da chitarre e mandolini, gli scherzi, i racconti di maghi della pioggia. I ricordi pungono come i rovi. Scendo dal Chiangaro, arrivo a San Francesco, compero mezzo chilo di mozzarelle e uno di pane da Fragnelli, entro nell’auto che ho parcheggiato davanti alla ferramenta “La Madonnina” e metto in moto. Su via Mottola il mio sguardo sbircia altre case a cono di gelato, gli sbocchi dei tratturi, la chiesetta in cui ancora qualche sacerdote dice messa, e poi entro nel nostro, sulla destra, lungo quasi cinquecento metri, in terra battuta, con un trullo scapitozzato invaso dagli sterpi, incuria da condannare perché questo è uno sfregio alla bellezza di Martina. Infine, proprio di fronte a noi, il vigneto di Peppino infestato dalla peronospera, che fa piangere il cuore.

La vigana colpita dalla peronospera

Quanto sudore versato per quei grappoli, che rischiano di essere strappati. E’ bello, silenzioso, risposante, tranquillo, il nostro tratturo. Ma oggi è come una vena senza sangue: a poco a poco si è svuotato. E’ rimasto il rumore del trattore che traccia solchi nella terra e quelli della motozappa o del tagliaerba di Donato, giovane buono, devoto di San Pio, lavoratore instancabile forse anche per vincere la solitudine. Ciao, Martina. Me ne sto seduto sul piazzale, dando un occhio al glicine che cerca di buttar giù la struttura che ormai fa fatica a sopportarne il carico; osservo gli alberi più vicini, l’alloro e il fico fasanese, e mentalmente passo in rassegna gli amici che sono scomparsi. Penso alle tavolate, ai giochi con la pompa dell’acqua, ai canti, al forno quasi sempre acceso la domenica sera, per confezionare pizze e panzerotti, alle chiacchierate davanti al cancello del trullo di Maria, allo scarpone abbandonato sul muretto a secco di Peppino, che non c’è più da tanto tempo.

Il trattore
Sono tentato di portamelo via per ricordo. Ma obbedisco alla vocina che mi aiuta a non compiere misfatti. Sono passati gli anni e quella scarpa non l’ha mai toccata nessuno, neppure Rosa - la moglie del defunto amato - che piange ancora. Ho una foto tra le cose più care: Peppino acculato sul muretto intento a mangiare un panino. Doveva essere mezzogiorno, quando la scattai. Un momento di riposo tra una sgobbata e l’altra nella vigna, che aveva piantano una trentina di anni fa: la ruspa aveva trascinato la terra verso l’alto, riempito il vuoto di grossi sassi, ricoprendoli di terra per colmare il dislivello. Seguirono le piante. I miei ricordi continuano a scorrere placidi come l’acqua del Galeso. Una volta sturata la memoria chi lo ferma più, il flusso. Rivedo apparire Peppino alla guida del motocarrello con gli attrezzi che gli servono per la giornata. Giovanni è ancora sulle sue zolle a raccogliere le zucche grandi quanto meloni, pronto per il lavoro di muratore a San Vito, ai margini di Taranto, per completare la casa di un avvocato. Sento Rosa e Maria irritati per un albero messo nel punto sbagliato da uno zappatore che svolge un mestiere che non gli appartiene; Carluccio che se ne sta addossato al cancello come se fosse il guardiano cipiglioso del tratturo, mentre i ladri s’intrufolano nel suo trullo.
 
Gatto nel tratturo
 
 
Questo tratturo è come una scacchiera che non ha più pedine. Fortunatamente Trullo Gigio ha riaperto la sua porta con l’arrivo di Mara e Pino: lei nata nella gloriosa città vecchia della Bimare, cantata da poeti, pittori, scrittori (ah Giacinto Peluso e Nicola Caputo!) M’inoltro nel tratturo di fianco, che in verità non è più un tratturo, ma una via a zig zag, per un tratto asfaltata e per un altro accidentata, a saliscendi, con un bosco su un lato fino alla chiesa della Madonna della Consolata, che si erge su un ampio spazio, da cui si diparte la strada che va a Noci (ha anche un nome: Papa Domenico).
Trulli lungo il tratturo


Lo faccio tante volte, quel percorso, per andare dai miei cari amici Argese e Gacobelli, e non incontro che carretti, furgoni, trattori e auto veloci come all’autodromo di Monza. Mi ristora il loro affetto e mi deliziano le partite a scopone con Vito, Angela e mia moglie Irene. Cosimina e Matteo, Antonella, Nicola riempiono di voci i pomeriggi, i figli Gerardo e Vito “junior” meditano sul prossimo esame all’università. Qualche volta passeggio su un altro tratturo, dove mi accoglie una signora che fa il formaggio, ha mucche e tori, qualche maiale, e vende le uova e altre cose. E lì mi fermo una decina di minuti a stuzzicare le galline che starnazzano nel cortile. La signora è gentile, premurosa, anche se scuce soltanto solo un paio di parole, tra dolci sorrisi. L’aria della campagna fa bene allo spirito. Gli amici mi vengono a trovare e quando mi chiedono che cosa faccia dalla mattina alla sera, non dico che leggo o scrivo, che mi stendo sulla sedia a sdraio e ascolto l’ulivo e il fico, che hanno l’età di Matusalemme, loquaci soprattutto quando li dondola il vento e l’autopompa di Teodosio non gracchia mentre innaffia l’orto. Qualcuno arriva da Milano, soggiorna a Taranto e fa un salto da me a Martina. S’inebria davanti al paesaggio e manifesta un po’ di invidia per la vita che conduco tra noci e mandorli, cachi e ciliegi ed esalta Taranto come un gioiello, con il Mar Piccolo e le barche che vi danzano, la ringhiera con l’affaccio sull’altro mare, il Grande, ma loro hanno la cotta per il verde, che è un dono di Dio: Martina.

La vigna oltre il tratturo

Io do energia all’invidia, adducendo che spesso parlo all’alloro e all’ulivo e che loro mi ascoltano pur senza rispondermi perché parliamo linguaggi diversi. Non mi credono, naturalmente, ma la loro invidia, non ostile, non bieca, non maligna, ma benevola, quella che si dichiara per fare un complimento, per tutta questa pace che mi avvolge, per questo panorama baciato dal sole. E quando arriva il vento i rami degli alberi dondolando emettono una musica dolce che induce al sogno. E’ sul piazzale che apparecchiamo la tavola, non disturbati dal passaggio di qualche auto, magari quella di Teodosio, che sale verso il Trullo Gigio, fino a ieri solitario e da qualche mese abitato da Mara e Pino, due tarantini veraci, di quelli che si ascoltano volentieri quando parlano il dialetto, sonoro, onomatopeico. Gli amici godono alla vista delle orecchiette e delle altre specialità: fegatini, mozzarelle, capocollo del luogo, fioroni, susine, pesche. Mio cugino Francesco, martinese che viveva a Taranto, parlava con il fico che sta su un lato del parcheggio delle macchine. Lo sorpresi mentre gli diceva. “Tu hai avuto il coraggio di prendermi in giro. Ti credi furbo? Mi hai colpito alle spalle, a tradimento. Se non fossi un fico storico, ti riempirei d’insulti”. Rimasi ad ascoltare attento e interessato il seguito.

Tratturo in salita

E capii che l’albero era innocente: era stato lui ad innestare su quel tronco un profico. Era capatosta, s’infilava in polemiche pretestuose che non finivano mai. Per lui la maggiorana che abbiamo sul bordo dell’altro piazzale era origano e non ci fu verso di indurlo alla ragione. Ma era un galantuomo, innamorato dei campi. Lasciava nello sgabuzzino, di cui aveva le chiavi, i suoi scarponi e li calzava d’inverno, quando veniva a controllare, ma in verità per trascorrere un paio d’ore in questo paradiso. Prima di Peppino il fondo me lo curava “Memìne cape de pètre”, che mi aveva chiesto il permesso di piantare una volta i lupini e un’altra volta le fave, ma quando arrivavo trovavo le piante spogliate e la terra non curata abbastanza. Uno che si diceva contadino potò gli ulivi fuori tempo e ne fece morire cinque. Maria lo rimproverò e lui le rispose con arroganza. Poi ho scelto Donato, che vive da solo nel trullo lasciatogli dal padre Giovanni e dalla madre Stellina, il primo portato via dal Covid, la seconda da una strana malattia.

Quercia alla fine del tratturo
Anche in paese ho perso parecchi amici: il giornalista Paolo Aquaro, che aTaranto dirigeva la rinata “Voce del Popolo”; Franco Punzi, presidente del Festival della Valle d’Itria e amico di Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano; Pierino Pavone, cappottaro che sapeva a memoria tutte le storie di papa Galeazzo; Peppino Cito, che realizzava bellissimi trulli in terracotta; Ninì Ponte, che aveva trasferito la sua falegnameria in campagna, lungo la via per Ceglie, e se ne serviva per lavoretti che regalava agli amici; l’avvocato Giovanni Chisena, che un tempo firmava Anchise i suoi articoli sportivi su “la Gazzetta del Mezzogiorno”; Alessandro Caroli, persona squisita e coltissima, autore di diversi libri, tra cui “Musica in Valle d’Itria- Come nasce un grande Festival”, breve storia della rassegna martinese che ha conquistato il mondo. La presentazione è di Giuseppe Giacovazzo: “E’ venuto in campagna a trovarmi Alessandro Caroli con il manoscritto di queste pagine pronte per la stampa. E’ venuto all’indomani della inaugurazione del Festival di Martina Franca, XXV edizione, per il quale avevo scritto un articolo su ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’ e avevo parlato di lui nei termini che qui riporto, creatore e realizzatore delle prime difficili edizioni, non ebbe per compagna la capricciosa dea Fortuna. Pagò anzi ben salatissimo tributo alla dea bendata. Dovette accettare un immeritato esilio, evitò la bancarotta e partì senza un saluto…”. Se n’è andato recentemente anche Alessandro, preceduto da Giacovazzo, autore di “Puglia, il tuo cuore”. E se n’è andato l’avvocato Elio Michele Greco, della Fondazione “Nuove Proposte”.

martedì 3 ottobre 2023

Dopo la scomparsa del sacerdote

 

IL GEOMETRA-POETA MARTINO SOLITO

RICORDA DON ANTONIO CORRENTE


Don Antonio Corrente
 

Una testimonianza efficace, con dettagli

che danno risalto al ritratto. Coltissimo,

severo, don Antonio fu tra l’altro prelato

d’onore di Sua Santità, giudice

provinciale del Tribunale ecclesiastico di

Taranto. Gli fu concessa l’onorificenza di

commendatore dell’Ordine “al Merito

della Repubblica”


 

 

Franco Presicci

A Martina Franca ho conosciuto persone importanti. Di alcune sono diventato amico: Franco Punzi, presidente del Festival della Valle d’Itria e già sindaco della città, scomparso da poco tempo; Nico Blasi, direttore della interessantissima rivista “Umanesimo della Pietra”; Alessandro Caroli, scrittore consacrato (“La valigia del tempo”…), fondatore dell’Associazione “Il Parnaso delle Muse” e del Festival di Martina, profondo conoscitore di musica, lettere e filosofia (abbondanti tracce sono sparse nei suoi libri), “manager” di Raitrè, prima di emigrare in Australia, dove fondò una televisione; Francesco Lenoci, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Giuseppe Bellucci, artefice di campane che vanno a suonare in ogni parte del mondo; Luisa Motolese, presidente della Corte dei Conti a Milano; il notaio Alfredo Aquaro.

L'ultima messa

Don Antonio Corrente, che oltre a tanti incarichi da lui ricoperti negli anni fu insegnante di religione all’Istituto Magistrale “Livio Andronico” e al liceo scientifico “Battaglini”, a Taranto e altrove, l’ho solo incontrato alcune volte, nei miei lunghi soggiorni nella terra amata e dipinta da Filippo Alto, artista barese residente a Milano e con casa di vacanza a Figazzato. Martina ha diversi “Patriae decus”. L’elenco è fissato su marmo incassato in un’ampia parete all’ingresso del Comune. Ma non ci sono miei amici in quella lista (Lenoci, pur in possesso del titolo, aspetta una nuova targa, più lunga, per esservi inserito). Monsignor Antonio Corrente, prelato coltissimo e severo, che suggerì il “Patriae decus”, non vi compare. Forse vi sarebbe stato incluso. Lo intercettai tantissimi anni fa, oltre settanta, all’uscita del “Livio Andronico”; e avendo sentito parlare molto bene di lui mi venne l’impulso di salutarlo, ma il fervore degli studenti, felici di muoversi all’aria aperta dopo ore di lezioni, soffocò il mio gesto.

Il ringo
In seguito lo rividi a Martina, dove il ringo sfocia nella piazzetta in cui si ergono la Basilica e la Torre dell’Orologio. Andava a passo spedito, si fermò, incerto se proseguire o tornare indietro e scelse la seconda opzione. Il mio sguardo lo seguì fino all’angolo in cui si apre la vetrina del tabaccaio. La sua figura solenne suscitava un po’ di disagio. Gli anni, come tutti sanno, passano svelti e io non mi accorsi che ne erano volati un bel po’, quando lo incontrai di nuovo in piazza XX Settembre. Lo avvicinai, mi presentai e, per sciogliere l’imbarazzo, gli dissi che un mio cugino era stato tra i più attenti e zelanti dei suoi alunni. Mi chiese il nome, ma non si ricordava di quel Fiorenzo Fischetti. Di Clemente Salvaggio, in seguito salito sulla plancia de “Corriere del Giorno, dopo anni di rodaggio da cronista e prima di mattatore al periodico barese “Mercoledì Sport”, qualche pallido ricordo ce l’aveva. Avevo 22 anni o più quando, negli ‘50 a Taranto usciva anche un periodico confezionato da Giuseppe Barbalucca, medico pediatra prestato al giornalismo (fu anche capocronista del “Corriere”), e da Piero Mandrillo, illustre docente, cultura vasta, emigrato per qualche tempo in Australia come insegnante d’italiano all’Ateneo di Wellington, conteso dal “Corriere del Giorno” e dalla “La gazzetta del Mezzogiorno per un diario di viaggio. Dopo qualche anno ero nello studio di Clementino Messia, fotografo di tutto rispetto, collezionista d’immagini della Martina di un tempo, imparentato con Benvenuto, maestro del “clic”, dopo Eugenio, suo padre, e attore, ciclista, poeta, autore di una delle foto di fianco sul Chiangaro di oggi (quella di ieri è di Eugenio, grande maestro del “clic”), entrarono il dirigente dell’Ufficio tecnico Nicola Colonna e don Antonio Corrente. Il prelato, solenne e rigido, mi fissò stringendomi la mano, mentre Colonna si accingeva a dire che ero di Taranto, vivevo a Milano, facevo il giornalista.
Martino Solito 

Don Antonio ascoltò distaccato la presentazione, e dopo circa un quarto d’ora, sollecitato da un impegno, si avviò verso l’uscita, seguito dal geometra, mentre all’esterno alcuni martinesi – coincidenza – s’infuocavano commentando la Padania, “questa regione che esiste soltanto nella testa di alcuni lombardi”; e Clementino riprese a confidarmi la sua passione per i fuochi di artificio, che andava ad ammirare a Locorotondo alla festa di San Rocco, e anche a Matera e in altri paesi della Puglia, della Basilicata e della Calabria. “Il monsignore appena uscito – deviò Clementino dopo pochi minuti – è un pozzo di sapienza”. Martino Solito lo descrive con uno stile piacevole, semplice, scorrevole, colloquiale in “Don Antonio Corrente”, una testimonianza preziosa, del 2022. Parte da lontano, dal ’60, anni in cui frequentava a Locorotondo la scuola agraria e sostava davanti alla vetrina della libreria di Giambattista Carrieri, soffermandosi sui libri tascabili della Bur (copertina grigia, 70 lire a titolo), e vedeva spesso conversare il titolare, don Giovanni Colucci e don Antonio Corrente. 

Con Papa Woitila
Più tardi, nel ’65, dopo il diploma, cominciò ad avere dimestichezza con loro. Data di nascita di don Antonio il 1918, in una famiglia non benestante: il papà, Paolo, di mestiere carrettiere, “tra i migliori di quel tempo”, e la mamma Pastore Maria Carmela, che mise al mondo cinque figli. Antonio frequentò le elementari alla scuola Marconi, celebrò la prima messa a Roma il 5 luglio del ’42 e la seconda nella città natale il 12 dello stesso mese, nella Basilica di San Martino. All’attività sacerdotale accompagnò quella di insegnante illuminato e dotto. “Ascoltare le sue lezioni – mi disse uno suo studente di allora – era un vero piacere, edificava, coinvolgeva, arricchiva la mente di chi gli stava di fronte”. Quando parlava lui, un silenzio totale avvolgeva l’aula, la sua dottrina, le sue scintille di cultura, profonda, eterogenea, affascinavano. 

Nel ’78 l’amicizia fra don Antonio e Martino Solito si rafforzò, coltivata anche nella libreria Clio, nel ringo, dove un giorno Martino gli regalò un proprio volume, “Hitleriade”, un “misto di versi e prosa”. In via Verdi, che collega piazza Roma con via Mercadante, ricca di negozi (la macelleria di fianco alla barbieria e al meccanico, il centro fotocopie di Cosimo Basile, il forno a legna). don Antonio gli si rivolse proclamando “Che verve!” “Che verve!”. Da lì una più intensa frequentazione durata fino agli ultimi momenti di vita del prelato, deceduto il 14 giugno del 2021, a 101 anni. Durante uno dei loro incontri don Antonio rivelò a Martino il tipo di lavoro che stava svolgendo: la ricerca etimologica di mille parole del dialetto martinese, terminato nel ’95 in una raccolta: “Voci della Valle”, cioè la valle d’Itria, che Giuseppe Giacovazzo, in occasione della presentazione del libro di Alessandro Caroli “Musica in Valle d’Itria-Come nasce un Festival”, definì benedetta da Dio. E benedetta è davvero, con i suoi balconi spanciati, la luce, la terra rossa, le abitazioni incappucciate, alcova, guscio, rifugio, dove il contadino tornava la sera, accolto dal camino con il fuoco acceso sotto il paiolo con la minestra in via di cottura. Don Antonio, entusiasta delle sue “Voci”, a Martino parlava dei vari lemmi, soprattutto dell’introduzione in cui aveva espresso il suo giudizio sulla cultura martinese… E gli parlava dei disegni, di oggetti antichi che andava rappresentando l’architetto Pasquale Angelini. 

La chiesa distrutta
La testimonianza dedicata a don Antonio da Martino Solito, persona molto seria, concreta, di poche parole “pane al pane e vino al vino”, contiene anche pagine con l’elenco delle onorificenze ricevute dal prelato (commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica, Prelato d’0nore di Sua Santità…), degli incarichi di altissimo livello a lui affidati (giudice provinciale del tribunale ecclesiastico di Taranto…), delle scuole in cui ha insegnato… Solito ricorda anche l’incontro con Papa Giovanni Paolo II, in occasione della visita, il 29 ottobre del 1989, a Martina Franca. Ho letto molto volentieri questo prezioso testo di Martino Solito sulla vita e le attività di un suo amico carissimo, sulla sua generosità: “L’Abazia di Orosh in Albania, distrutta durante la guerra dei Balcani, fu ricostruita nel 1998 e dintorni. Don Antonio contribuì alla sua ricostruzione con entusiasmo”. Narrava che “la gente del luogo si era appropriata dei conci della chiesa al suo crollo, ma, cessata la guerra”, durante la sua rinascita, in molti restituirono il maltolto. “La devozione e la fede avevano fatto muovere le pietre”, il commento di Antonio Corrente. Martino Solito ricorda anche il lavoro fatto insieme, nel ’98 e il commento del sacerdote: “Ora si comincia a fare sul serio”. Il loro impegno si ampliò con soddisfazione di entrambi. Martino Solito, autore di tanti volumi pubblicati in veste elegante, ne ha in cantiere un altro.






































mercoledì 27 settembre 2023

Meritato premio a Michele Annese

UN PRIMATTORE, UN APRIPISTA, UN GRANDE

CHE HA DATO LUSTRO ALLA CITTA’ DI CRISPIANO

Premio alla carriera

Uno degli ex sindaci, Scialpi, in brevi pennellate ha tracciato il profilo del premiato. 

Alla cerimonia hanno partecipato anche sindaci di paesi vicini e di Crispiano.

Se a Crispiano ci fosse un albo di “Patriae decus”, dovrebbe iniziare con il nome di Michele.

Franco Presicci

Premio più che meritato. Crispiano lo ha dato a Michele Annese, per l’impegno da lui profuso con l’intento di elevare il clima culturale, non soltanto della sua città. Lo riconoscono in molti, anche quelli che vivono lontano dalla Puglia. Michele Annese ha fatto davvero tanto per il territorio: in anni più recenti ha dato vita all’Università del tempo libero e del sapere, dove ogni settimana si svolgono conferenze su vari argomenti, compresa la vita quotidiana di una volta.

 

Annese, sindaco Serio

Per la cronaca, a rinverdire quei tempi è stato Vito Santoro, bravissimo fisarmonicista e menestrello godibile. Silvia Laddomada, moglie di Michele, che ha illustrato in diverse serate la “Divina Commedia”, e  altri capisaldi della letteratura italiana ed altri amici che hanno intrattenuto i partecipanti con interessanti argomenti storici, artistici, musicali,giuridici, sociali e psicologici. Michele, si è tenuto sempre e continua a tenersi in disparte, per lasciare spazio agli altri. Alle serate partecipa un pubblico entusiasta, tra cui è stato notato spesso il poeta Salvemini, che tra l’altro è stato ospite delle pagine del quotidiano “La Repubblica”.

Il premio consegnato ad Annese è dedicato a tutta la sua carriera: cinquant’anni spesi a creare, dirigere e arricchire sempre più la Biblioteca “Carlo Natale”, e ad organizzare dibattiti, incontri con autori di alto livello, come Alberto Bevilacqua, corsi di ogni genere, dal cucito al computer. Michele Annese è un uomo di talento, sensibile, altruista, che ha a cuore Crispiano e la sua gente, incurante delle umiliazioni, dei bastoni tra le ruote. A suo tempo fu l’anima di un grosso e prezioso volume, “Le cento masserie di Crispiano” (oggi introvabile), strutture rurali, centri e fulcro del lavoro contadino, architetture pregevoli, testimonianze dell’ingegno umano. Il volume, edito nell’88 dopo anni di lavoro tenace e intrepido, fu accolto con notevole interesse dagli intenditori.

Romano Gualdi
Contiene il profilo dei vari complessi rurali, la loro storia, le imprese dei briganti, l’impegno per le gravine…, con un corredo di bellissime foto di Romano Gualdi. Ripeto: lodi a Michele Annese, che in un altro libro, “La Biblioteca di Crispiano”, ha ripercorso la vita di quest’oasi, di cui, ribadisco, è stato pilota per tanti anni, facendo contemporaneamente il segretario generale della Comunità Montana di Gioia del Colle e di Mottola. Anche questa sua fatica ha un valore rilevante, pieno com’è di testi, ritagli di giornali, immagini, titoli., interventi, ricordi personali, insomma una “ricostruzione” minuziosa di un tempio della cultura.

Bevilacqua con alcuni Collaboratori della Biblioteca di Crispiano

Alla presentazione, a Martina Franca, al tavolo dei relatori sedettero fra gli altri Luciano Violante, presidente della Camera dei Deputati, l'avv. Elio Greco, presidente della Fondazione "Nuove Proposte e Franco Punzi, già sindaco di Martina, presidente del Festival della Valle d’Itria e cittadino onorario di Crispiano.  L’evento fu ripetuto a Crispiano, alla masseria Francesca, con altrettanto successo.

Michele Annese a Crispiano è insostituibile. Tra l’altro è anche una persona che mette sempre in evidenza la costanza e la preparazione dei suoi collaboratori, senza mai aggiungere che lui è l’inventore delle idee, il regista, il suggeritore, il comandante della nave. E quando un progetto viene varato da altri, incoraggia, pur stando dietro le quinte, sostiene, consiglia, mettendo generosamente a disposizione la sua esperienza di psicopompo, come direbbe l’indimenticabile Piero Mandrillo.

Ex assessore Ettorre, Annese, Serio
Memorabile la serata alla masseria Pilano per festeggiare il gemellaggio con la Grecia, fra “lìmme” (mi si perdoni il dialetto tarantino) di mozzarelle e canestri di ciliegie- ferrovia. Insomma Michele non è stato solo il cuore della Biblioteca, dove ha realizzato davvero opere tese alla crescita del suo contesto sociale, spesso imitato da altri in provincia, nella regione e oltre. E per dirla tutta, era un piacere, entrando nella Biblioteca, vedere decine di studenti con il capo chino su libri e giornali, e persone anziane desiderose d’informarsi. La Biblioteca ai suoi tempi era una fonte, un pozzo inesauribile, una ricchezza di risorse. Promosse il Centro Montaliano, quindi una estesa collezione di quotidiani e riviste, mostre di pittura, conferenze, dibattiti… Qualcuno disse che se Michele Annese non ci fosse lo si dovrebbe inventare. E menomale che c’è, altrimenti fabbricare uno come lui sarebbe un’impresa ardua.

Un brano della sua biografia non scritta. Un giorno di molti anni fa, vincitore di concorso, decise di trasferirsi al Nord, a Torino. Ma un gruppo di concittadini lungimiranti lo tirò giù dal predellino del treno, supplicandolo di non intraprendere quel viaggio. Se lo avesse fatto, sarebbe sicuramente arrivato ai vertici di una casa editrice o di una istituzione o di altro, ma Crispiano non avrebbe avuto la “Carlo Natale”.

 

A suo tempo presi parte a una rievocazione storica messa in scena in una masseria, dove in un angolo erano sedute donne che lavoravano all’uncinetto o filavano; in un altro erano appostati artigiani e artisti, uno dei quali, Mimino Miccoli, esponeva i suoi don Chisciotte eseguiti con fili di metallo con vera arte (non è il solo soggetto della sua produzione), mentre intorno si aggiravano uomini possenti vestiti da briganti e con i fucili a tracolla.

Sembrava di essere ai tempi di Pizzichicchio, al secolo Cosimo Mazzei, catturato nella gola del camino della masseria Ruggeruddo,  o del sergente Romano o di Ciro Annicchiarico. Una sera mi condusse in un ristorante mostrandomi su una parete un enorme dipinto che raffigurava lo scontro, alla masseria Belmonte, tra la banda di Pizzichicchio e la Guardia Nazionale.(foto sopra).

Lo definisco stakanovista. Infatti non si ferma mai, un’idea, un progetto, una iniziativa a ritmo continuo: c’era lui dietro la sagra delle lumache di Liuzzi, con tantissime persone accomodate ai tavoli disposti vicino alla chiesa della Madonna della Neve a gustare il profumo dei gasteropodi e il loro sapore. Poco prima mi aveva accompagnato a vedere l’allevamento che lo stesso Liuzzi aveva allestito.

Annese,l'attore martinese Montanaro, Silvia Laddomada
Grazie a lui avevo cominciato a frequentare Crispiano, le sue chiese, le sue vie, la Sagra “d’u diavulìcchie askuànde”, la chiesa di San Michele Arcangelo, parroco don Romano, le feste, le processioni viste sfilare dal balcone dalla suocera, Antonietta, donna bellissima e intelligente, cordiale (ricordo i suoi sorrisi comunicativi e gioiosi), il fumo e il profumo “de le gnumarjidde” che usciva dalle macellerie. Non so se a Crispiano esista un elenco di “Patriae decus”, come a Martina, ma se ci fosse, Michele Annese sarebbe il primo della lista.

Ex assessore Frassanito, gruppo di Collaboratori, Annese
Spesso mi sono chiesto dove trovi tanta energia e se la notte riposi senza sognare il programma per il giorno dopo. Tra l’altro è sempre presente alle iniziative di Martina Franca, come la Rassegna musicale, dove viene invitato con Silvia, professoressa d’italiano, “dea ex machina” dell’Università crispianese, che io seguo attraverso Facebook. E lo incontro al Piccolo Teatro di Milano, capoluogo in cui viene presentato il Festival alla presenza di artisti, critici, giornalisti, melomani.

Michele ha anche incoraggiato la Fondazione Nuove Proposte di Elio Greco, commemorato in luglio in una sala del Palazzo Ducale di Martina, occasione in cui è stato tra i relatori con Nico Blasi e Francesco Lenoci…. Adesso ha in mente altri percorsi. Tra cui anche la stesura di un volume.

Che storia, la sua.
 Scialpi,ex sindaco di Crispiano-1984

Con tutto quello che ha fatto nella Biblioteca, le pagine dei giornali dovrebbero essere di gomma per contenerle tutte. Se io e altri conosciamo tante masserie (la Pilano, La Monti del Duca, l’Amastuola, la Triglie…) il merito è suo, di quest’uomo pacato, riservato, schivo di elogi.

Benvenuto, dunque, a questo Premio. Gli è stato consegnato sere fa nella masseria Triglie, dove, durante la manifestazione, hanno parlato i sindaci Serio e il sindaco Lopomo, prima dell'ex sindaco Scialpi che, rimarcando l’attività svolta da Michele, riconosciuta in Italia, ha ricordato l’opera coraggiosa ‘Le cento masserie di Crispiano‘.

Michele, un motore che funziona con continuità e coraggio. C’era, nell’Amministrazione comunale chi remava contro, ha ricordato l'arch. Scialpi, ma Michele Annese è un primattore, che con il suo lavoro ha dato lustro alla città e ha speso la propria vita per contribuire al benessere culturale dei concittadini e alla difesa del patrimonio storico del territorio. Michele a suo tempo ha anche ospitato in Biblioteca il comitato per la difesa delle grotte basiliane. Una vita dedicata al territorio; parole del sindaco Scialpi, che ha concluso con una osservazione molto applaudita: “Ci troviamo di fronte al caso di un padre, Michele, personaggio prestigioso, già direttore di un pianeta culturale e sociale; e il figlio, Gabriele, consigliere comunale”. Auguri a entrambi.

                                            ****************

         IL GRAZIE AGLI AMICI CHE HANNO VOLUTO PREMIARMI

Annese,Serio(alle spalle De Rosa),Lopomo,Scialpi

Doveroso dire grazie agli Amici che hanno voluto assegnarmi il "Premio alla Carriera". Certamente un piacere per me, soprattutto considerando che il rito ufficiale di fine carriera  non si è celebrato, neanche per prassi, nonostante i 50 anni di dedizione, come operatore culturale in un' Istituzione,  diretta alla crescita del paese e alla promozione turistica del territorio. Un motivo in più per publicizzare l'ambito riconoscimento riservatomi, per motivazioni ben più significative: condividere  i meriti attribuitimi con i tanti collaboratori, passati e presenti , che hanno determinato il successo delle iniziative svolte nei 50 anni di attività della Biblioteca di Crispiano. A tanti di loro andava riservato qualcosa in  più del riconoscimento "liberatorio" di fine collaborazione; con l'amico Presicci, autorevole giornalista di "testate" nazionali, che dal 30 dicembre 2015 riserva  la sua seguitissima rubrica settimale a "Minerva News", con costanti riferimenti incoraggianti all'azione promotrice della Biblioteca di Crispiano e "generosi" apprezzamenti agli operatori, me compreso. Soprattutto partecipare ai Lettori la "la conquista di un premio, riferito al lavoro svolto con senso del dovere e di amore per la mia terra".

Nel corso della serata, è stato anche reso un omaggio a Franco Punzi,scomparso da poco.
Ai presenti alla serata, organizzata da un gruppo di Amici, sponsorizzata da Pino Russano, attuale gestore della masseria Triglie di proprietà della famiglia Grippa, sono  stati offerti un piatto con la tipica frisella del forno "Voglia di Pane", preparata dalla madre di Pino, signora Angelina De Rosa o un panino con la salsiccia crispianese della "Macelleria di Fabio Bello". Simpatica presenza dell'attore Lucio Montanaro.
Suggestiva la conclusione della manifestazione: per l’improvvisa mancanza della luce elettrica, il pubblico ha acceso i telefonini illuminando il buio con  centinaia di lucciole.

                                                                                                                        M.A.














mercoledì 20 settembre 2023

Un bel libro di Cataldo Sferra


LA VITA, LE PENE E I TRIONFI

DELLA DIVA ANNA FOUGEZ


Nata a Taranto, non dimenticò

mai la sua città, in particolare

il Mar Piccolo. Deposta nella

Ruota, venne affidata

a una famiglia della città vecchia,

che se la vide portar via quando

la bimba aveva 8 anni. 

 

Franco Presicci

Cataldo Sferra la prende alla lontana. E il lettore lo segue con interesse e piacere. Crea le atmosfere; descrive i piatti da mettere in tavola, gli impegni di ogni giorno, le amarezze, le preoccupazioni… (paste cu le cìcere, ‘u rise c’u burre, ‘na cocchie d’ove sbattute tùtte frìtte, le bandecidde pescate da Ciccille, i pensieri che non mancano mai: ’u marite, ca tèn’u sckifaridde ca stè face acque e l’a da fa vede’ d’o calafatare, le lacreme chiangiute p’a figghia nata morte, e poi le comari, gli amici ca trasene e jèssene, le ‘ndrattine de le peccine c’a mamme ha sciute d’o napuletame a fa’ ‘a spese…).

Stazione ferroviaria di Taranto
I vari momenti della giornata, non sempre spensierati, della famiglia Trisciuzzi, una coppia molto affiatata, tra l’altro disponibile, cordiale con i vicini di casa: favori scambiati, consigli dati e ricevuti,  racconti fatti ai bambini per tenerli a freno, “le rrobbe ca lazzarescene e mo’ ‘nge volene chjù de do tute pe’ fa’ ‘u cange e sckange …eppure quèdde jè ‘na tuta nove. S’hà ffàtte accussi sole indra ‘a ‘na mettute. E le peccerìdde c’avenene abbandunate indr’a Rote”, che stava in vico degli Innocentini…
   Cataldo Sferra narra con delicatezza, cura dei dettagli; descrive gli ambienti, scolpisce i personaggi che vedi agire, muoversi, progettare, entrare e uscire da casa, spignattare; li senti conversare in un dialetto godibile, pieno di suoni, con termini sonori.

Cataldo Sferra e la signora Irene
Il lettore entra nella storia che Cataldo snoda anche con abilità di scrittura, familiarizza con Francesco Trisciuzzi, Cosimina Murianni, la moglie, Maria Serafina Murianni, la sorella, Giulio De Lorenzo marito di Giulia e cognato di Cosimina, e altri. Tutti quelli che popolano il suo libro “Aveva scè accussì – Anna Fougez, storia di una grande diva tarantina”, pubblicato da Edit(a) di Domenico Sellitti. Un libro appassionante, che si legge in poche ore; un libro in cui  aleggia “’na ‘ndìcchie” di odore di mare, quello di Taranto, seducente, incantevole, magico.
   Questo gioiello contiene anche alcune curiosità. “…Arrevò ‘u marìte Andonie e purtàve ‘nu mìenze prulare de cozze e me ne dese ‘na bbèdda chjoppe. Bbèdde, Cusemì, allattamàte e cchiène a pambanèdde, ca quànne l’aprìve spetterràve ‘u frutte da indr’o sckuèrce, tutte fèmene jèvene le cozze…”.  “Femene? -chiede Cosimina – e com’è fàtte a vedè’ ca le  cozze èrene femmene?”. “Le  fèmmene tenene ‘u frutte russe, le màschele vianghe. Certe cozze nàscene màschele e addevendene fèmmene e fànne russe”.
   Cataldo non trascura nulla, dipinge anche figure secondarie ma simpatiche e divertenti, come Vicinze Liccasapòne, ca face do mestìere, ‘u pustine e’u varvìere, conosce tante barzellette e sa recitarle.

Copertina del libro

Per scrivere queste pagine ha fatto ricerche e ascoltato memorie, ha sfogliato carte e documenti in archivi pubblici e privati, ha appreso particolari dalle labbra di parenti attendibili, che hanno vissuto personalmente le vicende della protagonista. Insomma si è trasformato in investigatore acuto e solerte e ha trasfuso le sue informazioni in questa bella commedia cosparsa di gemme. L’armonia tra Cosimina e Ciccillo commuove. Ciccille: “Scè durmime ca dumane jè ‘n’otre giurne”, e Cosimina lo segue, mentre con un sottofondo musicale e un buio assoluto cala il sipario sul primo atto. E aspetti con ansia il secondo.
   Quella Taranto non c’è più da tempo. Sono scomparsi i modi di vivere, di pensare, di agire, di esprimersi. Sono venuti meno in gran parte la solidarietà, i rapporti umani di quei tempi. Il mondo cambia, s’arrevòte”, perde i valori, le prospettive. Non sono più i tempi tradotti in versi da Diego Fedele e dagli altri grandi poeti, da Marturano a Petrosillo. L’egoismo domina, il menefreghismo pure, le città sono diventate caotiche, le campagne sono attraversate da attrezzature tecnologiche, i bambini crescono più in fretta, i genitori sono più disposti alle concessioni, le strade sono insicure, la frequenza dei fatti di sangue è allarmante.

Via D'Aquino

In un mondo dunque assai diverso da questo si verifica l’evento al quale ci stiamo avvicinando. Giulia confida a Cosimina di aver visto un uomo con uno scialle ‘ndurtegghiate ‘mbàcce, che  si accosta alla Ruota e vi depone un borsone con dentro una bambina appena nata; suona il campanello della casa della donna addetta al servizio e sparisce nel buio e nel silenzio. Cosimina ha lo slancio di andare a prenderla, quella piccolina sfortunata. Non solo: la vuole addirittura adottare. Deve parlarne con Ciccillo, ma non può affrontare il discorso in modo diretto. E così dice e non dice, si rassicura che ascoltandola il marito non si alteri e quando si convince che tutto filerà liscio glielo dice chiaro e tondo, tanto non sono poche le persone che pur avendo figli propri, vanno a scegliersi quelli abbandonati. E loro non ne hanno, di figli. Ciccillo, medita, tituba, la scoraggia, poi cede e confessa che anche lui ha voglia di avere in casa un neonato che li chiami papà e mamma. Cosimina lo abbraccia e gli dichiara tutto il proprio amore. Ancora sottofondo musicale, si spengono le luci e giù il sipario.

Collezione Sferra
Quando il palcoscenico si rianima, I coniugi Trisciuzzi-Murianni, accompagnati da un buon numero di amici, vanno in vico Innocentini dalla ruotiera Rosa Bergamo per chiedere la bimba. E’ presente un addetto comunale degli esposti, che annota la richiesta, compila gli atti necessari per la consegna, i riceventi e i testimoni appongono una croce, essendo tutti analfabeti, e dichiara che Maria Annina non è battezzata.

Via Garibaldi

Cosimina se la porta a casa, le dà il benvenuto, si brinda, si pensa al giorno del Battesimo e Giulia pretende di essere lei ad assumere il ruolo di comare, essendo stata lei a rivelare a Cosimina la scena dell’uomo che deponeva il “fagottino” nella Ruota. Quindi è a lei che spetta l’onore e il piacere. Il compare sarà Angelo Capriulo, commerciante. Si recano alla Chiesa di San Cataldo, da don Gesèppe Mannavòle, per accordarsi sulla data della cerimonia al fonte battesimale.

 
Dopo due anni Cosimina mette al mondo un bel bambino, a cui danno il nome di Gaetano. Poi Annina compie sette anni e frequenta “na maestre”, che sa allevare bene i bambini. Annina è diligente, ama cantare, ballare e recitare e ogni giorno si rivela sempre più brava nell’arte del teatro. Nella ricorrenza del settimo anno il padre le dà in regalo un corso di danza tenuto da una insegnante privata. Un giorno Annina esce da una stanza indossando un maglione lungo e una sciarpa di Cosimina intorno al collo.  Canta, fa passi ritmici: sembra una regina della ribalta. Ha già dentro il teatro.

Il Ponte

Ma dietro la porta di ognuno c’è spesso una sorpresa amara. E a quella di Francesco Trisciuzzi e di Cosimina Murianni picchia un vigile urbano: “Lei e la signora il 10 luglio de1894 avete preso in affidamento dalla routiera Rosa Bergamo la piccola Maria Annita Licata, vero?”. Un fulmine, un uragano di sentimenti, disperazione. Loro Annina l’hanno accolta come una figlia vera, quale affidamento a tempo determinato? Ma sui documenti che ha in mano l’uomo in divisa non risulta: Annina non è stata adottata. Non hanno seguito la procedura. Cosimina non sa a che santo rivolgersi, ma i santi non hanno autorità nel mondo del diritto. Presenti sono gli zii di Annina, che pretendono la consegna. La stessa Annina piange, si lancia sulle ginocchia della madre, si rifiuta di seguire il vigile e quei parenti. Si rasenta l’aggressione, Angelo blocca l’arma impropria che compare nel clou della scena, Cosimina urla. La commozione avvince il lettore, che partecipa al dramma. Ciccille si dà la colpa di essere affabbète, di non aver fatto leggere le carte a chi ha dimestichezza con le parole scritte.

Sferra, De Florio, Presicci e Giudetti
Cataldo delinea molto bene il momento, la sua bravura si accentua. Il fluire della narrazione si fa intenso, si tinge di giallo: Annina è scomparsa, i carabinieri tornano in casa Trisciuzzi, sono sicuri che la bambina l’abbiano nascosta da qualche parte loro, che si alterano, minacciano, insultano; Cosimina invoca la Madonna Addolorata. Forse Annina si è rifugiata al Borgo. Comincia la ricerca. Sono attimi avvincenti e coinvolgenti. Passano le ore e Annina viene scovata in un portone di via Anfiteatro nei pressi del Teatro Andronaca. Piange. E piange anche Cicciillo, che è stato tenuto lontano dalla bambina.  Gli anni passano lenti e angosciosi, e un giorno ai Trisciuzzi arriva una lettera di Annina: ha fatto strada, va da un teatro all’altro, li pensa sempre con amore: i suoi genitori sono Cosimina e Ciccillo, nel suo cuore. Ed ecco un suo spettacolo al Teatro Orfeo annunciato da un manifesto. La gente commenta, contenta: “Viene a Taranto, la Fougez, viene al Teatro Orfeo”. E già famosa, amata, esaltata, celebrata. Al Teatro Orfeo è un trionfo. La diva scende in platea, dona rose ad alcune donne sedute in prima fila, tra cui Cosimina, ritorna sul palco e canta “Il tango delle rose”.  Adesso un applauso anche per Cataldo.  

                                                                       















mercoledì 13 settembre 2023

E’ scomparso il notaio Alfredo Aquaro

UN MODELLO, UN GENTILUOMO VERO - MARTINA NON LO

DIMENTICHERA’

Il notaio Alfredo Aquaro

Magnanimo, rispettoso, elegante nell’animo, valori dimostrati ogni giorno, in ogni occasione, devoto di don Tonino Bello, presente fra tanti altri devoti alla processione della Madonna della Consolata sulla vecchia strada per Noci. 

Era lui che organizzava La Cicloturistica del plenilunio d’agosto.

Appassionato della bici, pedalava a Martina e sul

Lago di Garda, dove aveva una villa.

 

Franco Presicci

Martina Franca piange per la scomparsa, a 86 anni, di un uomo eccezionale: il notaio Alfredo Aquaro, buono, generoso, disponibile, discreto, rispettoso. Lo conobbi anni fa ad una delle manifestazioni di Nico Blasi e lo rividi alla presentazione, al Piccolo Teatro di Milano, del Festival della Valle d’Itria, dove offriva la degustazione al numeroso pubblico. 

Uno dei regali del notaio Aquaro ai ciclisti
Il notaio Alfredo Aquaro al festival 

Anni fa andai a trovarlo nel suo studio di Foro Bonaparte a Milano e mi regalò cinque copie della “brochure” edita il 22 ottobre del ‘94 da Villaggio In, con testi di Blasi, disegni a china del pittore Vincenzo Milazzo, “Masciari e monacelli nel folklore di Martina Franca”. Mi ricevette con tanta cordialità e conversando mi chiese tra l’altro i motivi della mia grande passione per la città dei trulli, dimostrata in vari articoli su settimanali e periodici. Un colloquio di poco più di mezz’ora, violando qualche impegno che sicuramente aveva. L’ho incontrato più volte a Martina: a Villaggio In, dove mi avvolse una pace ristoratrice; e alla processione della Madonna della Consolata, sulla vecchia strada per Noci, in qualche tratto fiancheggiata da un bosco, da vigneti e case incappucciate che vincono il tempo.
In una di queste occasioni mi accennò a due bambini disabili, ai quali era affezionato (ogni volta acquistava per loro un sacchetto di arachidi, nocelle e di altro ammucchiati su una bancarella). Rimanemmo un bel po’ a discutere della festa rurale, prima che si aggiungesse, dietro la statua, ai fedeli con in mano una candela. La processione era aperta da un ragazzo, Vito, che reggeva una croce.

Franco Punzi a Milano
L’anno scorso alla festa non ci andai e chiesi a Vito Argese se lo avesse  visto. Non lo aveva visto. La volta precedente avevo avuto l’impressione che non stesse bene. Lì ascoltai alcune voci: “Che brava persona, il notaio Aquaro”. “Segue gli umili come fosse uno di loro”. “E’ una persona di eccezionale umanità”. Dopo un giro lungo nella campagna, la Madonna tornò nel piccolo tempio, mentre calava il buio e la gente aspettava i fuochi, più modesti di quelli per San Martino. Alfredo Aquaro esprimeva dolci sorrisi, mettendo gli altri a proprio agio. Era pacato, magnanimo, discreto. Qualche anno una signora gli si avvicinò, rivelando il desiderio di ospitare nella sua auto bella e curiosa la sorella e il marito al termine della cerimonia per il loro anniversario di matrimonio. Arrivò, prese a bordo la coppia, Antonella e Nicola, e fece un breve “tour” sul piazzale della chiesa di San Francesco.

Messia a sinistra

Fu un corollario gioioso, memorabile: “Noi siamo stati su una macchina guidata dal notaio Aquaro, il giorno del nostro venticinquesimo". Alfredo non sapeva chi fossero i due festeggiati. Ho chiesto a Benvenuto Messia, poeta dialettale, attore, fotografo e appassionato ciclista, noto come Ben, martinese doc, di parlarmi di Alfredo; e ho riempito cinque o sei fogli di appunti. “Gli dedicai una poesia in dialetto, dovrò leggertela io, perché il nostro dialetto, come sai, è difficile. Sono tanti i ricordi che ho di lui, e se sturo la memoria facciamo sera. Era lui, u’ nutère’ che sovvenzionava e organizzava la ciclopasseggiata del plenilunio di agosto, che si concludeva con una spaghettata in piazza.

La bici donata a Messia

 

 

Faceva regali ai partecipanti e a me una bicicletta pieghevole. Un anno dette a ciascuno di noi un casco. Enorme la sua generosità”. Vado a Martina dall’età di 11 anni, ma capisco poche parole del vernacolo, i cui suoni comunque mi affascinano. E in quei versi Ben ringrazia “u’nutèr",  che si prende sempre fastidio e da Milano non viene mai con le mani vuote: porta sempre un regalo a tutti quanti noi, appassionati della bicicletta, ma non per questo preghiamo che campi cent’anni. Vuole assai bene a Martina, quest’uomo dal cuore grande. "Un anno ci consegnò una maglietta con lo stemma di Martina con la cavalla”, la grande Martina, la splendida Martina, la meravigliosa Martina. “A Villaggio In e al notaio saremo sempre grati e ci auguriamo che alla passeggiata del plenilunio dell’anno venturo sia ancora con noi”, sulla sua due ruote.

Nico Blasi

Nico Blasi mi ha sorpreso: lui apparentemente dalla scorza dura, si è commosso ricordando Alfredo Aquaro, un nobiluomo vero. “La passeggiata d’agosto ha avuto 25 edizioni ed è sempre stata molto seguita. Al momento della partenza non ti dico la gente che si riuniva vicino al Villaggio In. Faceva tutto lui, attento ai minimi dettagli. Anche lui amava pedalare e lo faceva a Martina e sul lago di Garda, dove aveva una villa. Decine di chilometri al giorno, un corridore dilettante ed entusiasta. Era intellettualmente curioso, faceva spesso domande”. Di Nico Blasi Alfredo aveva una grande stima. “Eravamo molto amici, sinceri”. Quando si telefonavano, le prime parole erano: “Ehi, amico”. La parola amicizia tra loro non era sprecata, non era una scatola vuota. Smetto di fare domande, sospettando che Nico stia per cedere all’emozione. E non gli piacerebbe. Il dolore va vissuto in silenzio. La bruttissima notizia della morte di Alfredo Aquaro l’ho avuta da un altro amico del notaio: Francesco Lenoci, che quando l’ho incalzato, commosso a mia volta, mi ha detto: “Ogni nostro incontro, sia a Milano che a Martina, era motivo di grande gioia. 

Francesco Lenoci con Alfredo Aquaro

Entrambi innamorati del Festival della Valle d’Itria, i cui consensi spaziano in tutto il mondo; entrambi devoti di don Tonino Bello; entrambi consapevoli della straordinaria valenza di un sorriso”.

E sul sorriso di Alfredo è tornata la figlia Claudia: “Nonostante tu abbia lottato in modo encomiabile senza mai perdere il tuo sorriso, l’ottimismo, la tua forza e la forza di vivere che ti hanno sempre contraddistinto, ad un certo punto il fisico ha dovuto cedere”. E ha aggiunto: “Queste e altre tue virtù ti accompagneranno in Paradiso. La famiglia, l’amicizia e la tua adorata professione, raggiunta con tantissimi sacrifici, rinunce e sofferenza, erano pilastri fondamentali della vita”. I tasti del computer su cui scriveva questi pensieri si sono probabilmente inumiditi e Claudia ha messo il punto.

Il notaio Aquaro e Michele Annese a Milano
Ma chi ha stimato, amato, ammirato, preso ad esempio Alfredo, non metterà sicuramente il punto ai ricordi, terrà sempre davanti a sé la sua figura di uomo ricco di valori, primo fra tutti l’amore per gli altri. La notizia, dice Michele Annese, "mi ha particolarmente colpito e addolorato, ricordando l'uomo che in varie occasioni,  mostrava la sua signorilità e la sincerità di un vero amico. Con Alfredo Aquaro abbiamo condiviso l'entusiasmo per il festival, che puntualmente veniva presentato a Milano, con l'organizzazione magistrale del compianto Franco Punzi, supportato dall'amico Alfredo Aquaro". Mentre scrivo, Benvenuto Messia mi ha mandato una foto della bici pieghevole e di altri oggetti donatigli da Alfredo. “Sono per me delle reliquie, meritano un posto d’onore”. La figlia Claudia ha annunciato che dopo quella  nella chiesa di San Francesco Saverio, in via Monte Rosa 81, a Miano, sarà celebrata un’altra messa nella chiesa dei Santi Generoso e Protasio a Giovenzano. Insomma, dopo Franco Punzi, presidente del Festival della Valle d’Itria, ogni anno applaudito al Piccolo di via Rovello a Milano, soprattutto dal direttore del teatro Sergio Escobar, se n’è andato un altro pezzo di Martina, della Valle d’Itria; un pezzo importante che adesso brilla altrove, tra miliardi di stelle. Addio, Alfredo, non ti dimenticheremo, resterai sempre un modello.