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mercoledì 21 maggio 2025

Il giornalista Piero Colaprico

DA ABILISSIMO CANE DA TARTUFI A DIRETTORE ARTISTICO DEL GEROLAMO

 

 

Piero Colaprico

Prima di lui sulla plancia di quel teatro erano stati seduti Carletto Colombo e Umberto Simonetti, due nomi famosi. Sul palco si esibirono Eduardo, Milly Mazzarella e altri. Prima di quella poltrona, Piero era stato valoroso cronista, quindi direttore della redazione milanese di “Repubblica”.

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI
 
 


Nustalgia de Milan
Ancora un pugliese in cima all’albero maestro. E’ Piero Colaprico, di Putignano, che dopo aver fatto una brillante carriera al quotidiano “La Repubblica”, andato in pensione, ha cambiato campo. Da qualche tempo è il nuovo direttore del Teatro Gerolamo, che ha avuto in plancia personaggi come Carletto Colombo, che fra i tanti meriti poteva vantare quello di aver rilanciato il teatro dialettale milanese; e dopo di lui Umberto Simonetta, che su quel palco portò in scena uno dei suoi testi: “Mi voleva Strehler”. Coltissimo, preparato e volenteroso, Colaprico è l’uomo più adatto a quell’incarico, anche perché tanti anni fa, pur facendo il cronista di nera, cioè il cane da tartufi, e poi uno dei migliori segugi di Palazzo di Giustizia, dove tra l’altro seguì tutta la vicenda di Tangentopoli, portò in scena storie e personaggi della mala in un teatro nei pressi di piazzale Abbiategrasso, tra cui un bandito a cui la fantasia d’un cronista aveva assegnato il nome di uno strumento musicale solo perché la sua custodia era stata rinvenuta nell’androne di uno stabile da cui era stato visto uscire quello che era il fantasma di Milano.
le canzoni milanesi

Poi Colaprico cominciò a scrivere romanzi di successo, prima con Piero Valpreda, poi, alla morte dell’anarchico, da solo, pubblicando con grosse case editrici e da ultimo con Feltrinelli. Io lo conobbi quando iniziò a muovere i primi passi nell’agone del giornalismo e ad entrare nelle simpatie di mastini come Ferdinando Oscuri, detto Poirot, che aveva già capito che quel ragazzo era fatto di ottima stoffa. Anche a me apparve subito metà castoro e metà lepre. E lui ha dato ragione a chi lo stima e continua a farlo, quando lasciato il servizio a “Repubblica come direttore della redazione milanese, che fu dell’indimenticabile Guido Vergani, si è insediato sulla poltrona di direttore artistico del “teatro-bomboniera” Gerolamo, dove si esibirono i più grandi dello spettacolo da Eduardo a Milly a Mazzarella.
Adesso lo vedo quasi ogni giorno in televisione, a commentare i fattacci che accadono in quasi tutto il Paese, facendo soffrire qualche collega che, acculato su una seggiola sgangherata spacciata per trono, si limita a sognare. Colaprico va avanti con l’età senza glorificarsi di ciò che ha fatto e continua a fare ed è sempre quel ragazzo tranquillo, grande lavoratore, capace di sottrarre ore al sonno per coniugare la scrittura con il sipario. Opera sempre in silenzio, in modo pacato, prudente, lontano dalle polemiche, incurante delle invidie, magari rivivendo qualche volta i giorni in cui, se alle 4 del mattino un “trombettiere” gli soffiava una notizia, di quelle che fanno gola, ancora fresca. non mancava di saltare dal letto, vestirsi e correre sul luogo indicato.
Colaprico con gli attori
L’ho visto dunque all’opera, qualche volta abbiamo ficcato insieme il naso nel cuore di una chicca, l’abbiamo rivoltata scoprendo verità nascoste. Piero andava avanti per la sua strada, badava al sodo, spesso assestava colpi alla concorrenza e non se ne vantava. Stimato da tutti per la sua cultura, per il suo modo di raccontare, per la ricchezza dei dettagli, per i “biscottini” che seminava nella teglia. Scriveva in modo che chi lo leggeva riuscisse ad entrare negli ambienti da lui descritti e ad immaginarsi le pellacce finite al gabbio. Conosceva, oltre a moltissimi esponenti della “madama” e dei “caramba” e in tribunale giudici, pubblici ministeri, cancellieri. E aveva bene in mente qualche filo di malerba.
Insomma poteva serenamente essere considerato l’ultimo della vecchia guardia, il cui albo annoverava giornalisti come Arnaldo Giuliani, Fabio Mantica, Patrizio Fusar e altri. Le sue mietiture non avevano stagioni. Un giorno un collega si mise a fare domande ad Alberto Sala, un ispettore che lavorava in mezzo mondo con polizie straniere, anche con l’Fbi e con la Dea, e improvvisamente, fu interrotto: “Stai per caso cercando di dare un ‘buco’ a Piero Colaprico?”. E l’altro, come la volpe colta in procinto di saccheggiare un pollaio: “Per carità, è solo questione di curiosità”. E rimase come una statua di sale. Anche quel giorno il carniere di Piero era già pieno.
Piero Colaprico in questura
Un’attività intensa la sua. Fece inchieste con Oreste Del Buono; sviscerò la vita e le imprese dei membri di una famiglia malavitosa che aveva il suo quartiere generale all’estrema periferia di Milano; si occupò delle bande di borseggiatori o “mani di velluto” appostati nelle stazioni del metro e sui tram e bus più affollati; fece un resoconto preciso e dettagliato di una colossale operazione di polizia e carabinieri, alle 5 del mattino, in una roccaforte della droga…
Quando in un prestigioso locale di piazza Piemonte venne presentato uno dei suoi libri, presente anche il questore Paolo Scarpis e Paolo Colonnello, cronista di giudiziaria del “Giorno”, che aprì la serata con i virtuosismi del suo sassofono, Dario Cresto Dina, capo redattore di “Repubblica”, chiese come mai un giornalista, che deve tastare il polso della città e saltare quando il battito è irregolare, possa trovare il tempo di scrivere libri. Avrei voluto rispondere che ci sono giornalisti che sacrificano il sonno per restare incollati alla scrivania.
Questa in estrema sintesi la storia di Piero Colaprico come cronista di nera, che tra l’altro ha in memoria nomi, cognomi, specialità, imprese, cioè la storia dei pescicani e il mondo del malaffare, compreso quello di una volta, che non aveva come oggi il grilletto o la lama facili; e rispettava chi stava sull’altra sponda, armato d’intelligenza e gradi capacità investigative. Colaprico ha divorato polvere e consumato scarpe per esplorare, scoprire, come quella volta che da una macchia di sangue intuì, osservando il silenzio, l’autore di un delitto.
uno spettacolo
Adesso la sua storia è scritta negli “annales” della cronaca nera e lui respira l’aria del prestigioso Teatro Gerolamo, dove una volta affluivano i bambini per assistere agli spettacoli di marionette della Compagnia Carlo Colla & Figli. Poi, nel ‘57, il teatro entrò in crisi, al punto di rischiare la demolizione. Ma vegliava un santo protettore: Paolo Grassi, che allora dirigeva con Strehler il Piccolo Teatro. Il Gerolamo resuscitò e la sera del 9 aprile dell’anno successivo andò in scena “L’opera del pupo” di Eduardo De De Filippo, a seguire Pulcinella, prezzi dei biglietti da mille a dieci mila lire. Per quella serata il grande Eduardo interruppe le rappresentazioni al Teatro Odeon, facendo la gioa di Paolo Grassi, che aveva molta fiducia nella rinascita del teatro di piazza Beccaria, dove poi arrivò Piero Mazzarella.
Giorni fa l’ho chiamato, Piero, per essere informato sulla sua esperienza al Gerolamo. Non mi ha fatto aspettare né ha deluso le mie domande. “Quando mi sono dimesso da “Repubblica”, alla fine del 2011, sono rimasto disoccupato per un po’, poi sono stato assunto come direttore artistico al teatro Gerolamo, vero gioiello di architettura e di storia. E’ di proprietà privata e sta a 200 metri dal Duomo, nel cuore di Milano. Io avevo detto a chi mi ha assunto, una signora giapponese, architetto, Chitose Asano, che prima di allora avevo scritto per il teatro, che sicuramente andavo a vedere qualche spettacolo, ma non era il mio lavoro. Non importa, era stata la risposta, noi abbiamo fiducia che puoi farlo. E così mi sono buttato e dal 2022/23 curo il cartellone di quanto mettiamo in scena. Mi sono basato su due principi semplici.
Alberto Sala, Piero Colaprico. Franco Presicci
Uno, giornalistico: chiedo a chi sa più di me di teatro. L’altro personale: cerchiamo di non prendere niente che non convinca”. E rispunta il Piero saggio, prudente, attento. “Il nostro palco non ha grandi dimensioni, ma ha una grande forza, gli spettatori stanno tutti intorno, quindi se chi va in scena è bravo, arriva diritto al pubblico. Me n’ero accorto quando, prima di essere assunto, al Gerolamo era andato in scena un mio testo, “Qui città M.”, interpretato da Arianna Scommegna e con la regia di Serena Sinigaglia. E quando, dopo aver recitato anche con Luciano Lutring, un ex bandito, detto il solista del mitra, avevo portato al Gerolamo ”Milanoir Milanuit”, piccola storia di osteria che si avvaleva delle canzoni della mala interpretate da uno che al 2 di piazza Filangieri era stato davvero, come Giancarlo Peroncini, detto El Pelè, perché correva veloce, più della polizia”. E così, accanto ai grandi del teatro, da Paolo Rossi e Maddalena Crippa, da Sonia Bergamasco e Beppe Servillo e tanti altri - inutile citare tutti – abbiamo allineato anche attori più giovani, o più di nicchia, avendo tante belle sorprese e una grande risposta dal pubblico”.
Lo ascolto con interesse, entusiasmo e con un pizzico di emozione per il continuo successo di un amico caro e leale. Piero si sta quindi avviando ad altri successi “e ancora una volta metterò sul palco un pianoforte che ci hanno regalato: quello che usava Giovanni D’Anzi, quando suonava la sua canzone più celebre, ‘Madonnina’, l’inno di Milano”.
Vi ho snocciolato la storia di un virgulto di Puglia, culla a Putignano, la città degli abiti da sposa e del carnevale dalle maschere gigantesche.
 

mercoledì 14 maggio 2025

Un viaggiatore mai stanco

 

GIRA TUTTO IL MONDO PER  RACCONTARE VITE

 
 
 


Goffredo Palmerini
Goffredo Palmerini, aquilano, giornalista e scrittore, in cerca di emigrati da ascoltare: successi, insuccessi, delusioni, umiliazioni. Conosce capi di governo e direttori di quotidiani e settimanali. E’ stato anche un esemplare amministratore comunale

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI 




Non vorrei esagerare, ma credo che neppure Davis Levingston o Ferdinando Hegeliano e altri ancora abbiamo viaggiato quanto Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore acuto e attraente, sensibile e fertile.
Intervento di Palmerini
Lui non sale su un aereo o su un treno per passatempo, cambiare, godersi il sole di un Paese esotico per poi vantarsene. Come oggi fanno in tanti. Palmerini no: viaggia per incontrare gente, ascoltarla, conoscere le loro storie, le loro esperienze e fissarle nei libri e nei giornali. Non è solo un uomo curioso di vedere cose nuove, altre persone, scoprire altre mentalità, altri usi, altre tradizioni, altri paesaggi. Palmerini va alla ricerca di quelli che a suo tempo lasciarono il proprio Paese per guadagnare il pane, affrontando sacrifici, umiliazioni, discriminazioni. Palmerini vola in Messico, in Australia, in Brasile, in Canada, in Argentina e va in zone anche impervie, dovunque possa trovare una vita da snocciolare ai suoi lettori, che sono davvero tanti. E quando racconta, quelle vite, suscita emozioni, coinvolge. Ha il dono della scrittura scorrevole, limpida, senza artifici retorici, senza orpelli.
Rileggendo uno dei suoi libri ho approfondito la conoscenza di Mario Fratti e la sua casa-museo; il grande scrittore Jhon Fante e suo fratello Dante, che donò la macchina per scrivere a Paganica, in Abruzzo. Lui, Palmerini, Jhon Fante lo ha intercettato, ha raccolto ogni particolare della sua esistenza, anche l’atto di Bukosky di abbandonare la propria casa editrice, colpevole di aver rifiutato di dare alle stampe “Chiedilo alla polvere” del collega scrittore (oggi lo si trova presso Einaudi).
Mario Fratti

Non si contano le personalità in cui Goffredo ha scavato, le persone semplici che ha invitato ad aprirsi, confessarsi laicamente. Ha dato voce a centinaia di immigrati, che hanno nostalgia della terra di origine. Ha pescato a Little Italy, a New York, dove è stato chissà quante volte, a Buenos Ayres, a Sydney…
Il viaggio per lui è apprendimento , scoperta di luoghi e di popoli da trasmettere agli altri. E lo fa con la semplicità che fa parte del suo carattere. Tra le sue pagine si scopre l’anima dei personaggi che ha contattato, i loro sogni, le loro speranze, le loro frustrazioni. Sono porte che si spalancano e invitano ad entrare; sono confini che si lasciano oltrepassare; stazioni affollate di passeggeri in arrivo e in partenza. I suoi libri sono pieni di fatti, di eventi, ricordi, profili sapientemente delineati… Tra le sue opere “L’Italia dei sogni”, “Le radici e le ali”. Tutte opere che si offrono alla lettura.
Le radici di Goffredo Palmerini sono in Abruzzo, terra nobile, coraggiosa, tenace, che guarda avanti, non si piega, si ricostruisce dalle macerie, stupenda con le sue grotte scenografiche, il profumo dello zafferano... Palmerini è così, ha la forza dell’ulivo secolare, della quercia che va sempre più in alto. Ho riletto “Gran tour a volo d’aquila” e “Mario Daniele, il sogno americano”. Quando ripercorro brani dei suoi libri provo una sorta di gioia per lo stile e per il contenuto. Ogni libro porta ricchezza, riempie il cuore di sentimenti genuini. Ecco “Ti racconto così”. con calma, pazienza, chiarezza.
Dove vai, Goffredo, quale strada imbocchi questa volta? Inutile chiederlo, a volte fino all’ultimo momento non lo sa neppure lui. Lo immagino viaggiare ai tempi della locomotiva a vapore, che ispirò poeti, prosatori, pittori, con il suo stesso fumo che l’avvolge, facendola scomparire per un attimo. Sbuffa, sibila, rumoreggia, ingoia i binari senza correre troppo; la linea gradevole, la caldaia sempre rifornita, il conduce che si compiace del panorama da quella specie di finestra che è la sua cabina. Erano altri tempi. Sì, e Palmerini viaggiava seduto nello scompartimento con un libro in mano. Adesso, quella locomotiva, la vedo circolare nei video di facebook sulla tratta del Bernina.
David Sassoli

Non lo sa nemmeno lui da quanto tempo fa avanti e indietro da un Paese ad un altro. Lo capisci spaziando nei suoi libri, che contengono anche cronache, racconti vita vera. Aprendo “Ti racconto così”, s’incontra anche Papa Francesco, che fu in visita a L’Aquila; e il Columbus Day a New York; David Sassoli, il giornalista televisivo, la cui “forza proveniva dalle sue convinzioni, da suoi ideali radicati nella fede e maturate nelle esperienze della vita”.
Interessanti anche le pagine sulla riapertura dello storico ristorante “Le Tre Marie”, che, sorto nel 1912, annovera nell’albo d’oro“ personalità eminenti della poesia del belcanto, dell’arte: l’antico caffè che ha sempre coniugato storia e cultura. £ le pagone sulla “Lunga marcia delle donne nelle istituzioni?”, Si ha l’impressione di seguirla, quella marcia, se la si condivide. Con “Elham Hamedi, una voce di libertà in Iran nell’arte della poesia”, si prova commuozione, al pensiero che in quel Paese la donna è sottomessa.
Di Goffredo Lucilla Sergiacomo ha scritto: “Se Goffredo Palmerini fosse vissuto ai tempi dell’antica Roma, potremmo rintracciarlo nel novero dei Pontifex Maximi”, i magistrati che registravano negli “’Annales maximi’ i fatti più rilevanti, politici, militari…”. Palmerini pontefice massimo? Non siamo lontani dalla realtà. I “pontifex” venivano eletti e io il voto a Goffredo Palmerini, che fra l’altro è stato dirigente delle Ferrovie dello Stato, lo darei: come amministratore al Comune del capoluogo fino al 2007, parecchie volte assessore e vice sindaco, ha lavorato benissimo, riscuotendo il consenso dei cittadini. I tantissimi incarichi a lui affidati li ha svolti con competenza e coscienza.
Parte il bastimento

La sua attività giornalistica è lodevole: scrive su molte testate italiane ed estere, conosce tantissimi direttori di giornali e redattori, oltre a uomini di governo e a vertici delle istituzioni. Ha ricevuto moltissimi riconoscimenti in Italia e fuori: a Caracas premiato come personaggio dell’anno, anche per l’impegno solerte, costante, appassionato per le Associazioni abruzzesi nel mondo. Nel 2014 ha ricevuto il premio speciale dedicato a “Maria Grazia Cutuli”, la bravissima, coraggiosa collega del “Corriere della Sera” brutalmente assassinata nel 2001 in Afghanistan. Ha ottenuto numerose medaglie e attestati. E’ stato premiato anche come scrittore d’eccellenza. La lista è lunga. Ma Goffredo Palmerini resta un uomo saggio, cordiale, disponibile, concreto. E’ spesso invitato a prendere parte a trasmissioni televisive anche sui canali nazionali, non solo in occasione delle presentazioni dei suoi volumi.
E’ un uomo tranquillo, ha l’aspetto del parroco colto, paterno e ascoltato, prossimo a diventare vescovo. Il suo volto è incorniciato da una folta e ben curata barba fluente. Parla a voce bassa, con un linguaggio esplicito, mai pomposo, valuta bene le parole. E’ una pasta d’uomo. Agisce per contribuire ad un mondo migliore. Ha scritto su tanti argomenti: sulle meraviglie del nostro Paese, anche nell’ambito architettonico, paesaggistico. Si è interessato delle tradizioni regionali; svolge un’attività intensa con le comunità italiane all’estero: è membro del comitato scientifico del “Dizionario enciclopedico delle migrazioni nazionali all’estero”; e tante altre cose. Insomma Goffredo Palmerini non sta mai fermo. Esplora i tesori del suo Abruzzo; racconta il Fucino e la storia del lago e della gente marsa; scrive pagine toccanti sulla morte del grande drammaturgo Mario Fratti a New York, suo amico fraterno, Goffredo Palmerini è una fonte inesauribile di notizie. Il suo argomento principale è l’emigrazione, di cui è un esperto.
Palmerini a un convegno

Gli abruzzesi li segue ovunque e informa puntualmente sulle loro attività, a Milano o a Firenze, in Canada e in Brasile. I suoi cenni storici sull’emigrazione italiana, in particolare quella della sua terra nel mondo e quella femminile sono preziosità da custodire.
Forse Goffredo Palmerini di notte non dorme. Ha mille cose a cui pensare. Gli articoli, da mandare a quotidiani e settimanali, i libri da scrivere, un giornale da “cucinare” con le sue stesse mani, “La Prima Pagina”, arioso, ricco di contenuti, scritto con bravura. Goffredo Palmerini è un maestro, abile nel pilotare l’ammiraglia. E’ un uomo di cui si può godere l’amicizia, certo della sua lealtà, della sua schiettezza, della sua forza di abruzzese che non viene mai meno alla parola data. Ammiro molto Goffredo Palmerini: il suo stile, l’eleganza dei suoi modi, la dolcezza della sua parola. Quando mi arriva sulla scrivania una sua opera, abbandono tutto e gli dedico l’attenzione che merita, Goffredo Palmerini è un pilastro. Se tutti fossero come, il mondo girerebbe nella maniera giusta.

mercoledì 7 maggio 2025

Il ricordo di un grande Artista


Il monumento ai caduti il gioiello di Taranto

 

 

 


Francesco Paolo Como

Francesco Paolo Como sarà sempre nel ricordo dei suoi cittadini, uomo di tempra forte affrontò sacrifici, umiliazioni e ingiustizie per realizzare i suoi progetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI

 

 

Il monumento al centro della Vittoria (foto Antonio De Florio)
La gente che fa la ronda in via D’Aquino, sfiora piazza della Vittoria e qualche volta vi svirgola continuando a fare avanti e indietro dondolando come i “perdoni” alle Poste, o fermandosi infervorati spalleggiando una tesi, alzano qualche volta lo sguardo a quel maestoso monumento, che è uno dei gioielli della città?
Conoscono il nome dell’autore, che fu grande nel pubblico e nel privato, coerente nella sua fede repubblicana, inflessibile sostenitore della libertà e grandissimo artista? Io sono un tarantino pellegrino da tempo e ho perso il diritto di spargere giudizi sulla mia culla, alla quale sono comunque legato come le ostriche allo scoglio; ma da quello che mi dicono amici schietti e studiosi della terra di appartenenza l’indifferenza serpeggia in modo trasversale, e l’indifferenza è l‘anticamera dell’ignoranza.
Ma il professor Francesco Paolo Como, che vive e opera altrove, in un mondo che non ci è dato neppure immaginare, sicuramente non se ne cura. Li ho ammirati tantissime volte, quei soldati, che combatterono e morirono o rimasero feriti per difendere quella che una volta si chiamava Patria: Francesco Paolo Como li ha resi nelle forme e negli atteggiamenti in modo icastico. Se uno si accosta a quegli eroi può avere l’impressione che stiano per parlare, per muoversi, per dare risposte. Sono il risultato di un’arte alta, autentica, grandiosa; sembrano voler abbandonare lo spazio loro assegnato per venire incontro alla gente, immergersi nel flusso e riflusso di via D’Aquino, di urlare contro chi dimentica, ignora, si distrae.
A manovrare scalpello e martello per eseguire quei colossi è stato un artista che ha affrontato sacrifici, subito umiliazioni, angherie senza mai cedere, senza mai rassegnarsi. E’ stato un esempio, un modello. Eppure ho esplorato tante carte e non ho trovato a Taranto una via a lui intestata. Esiste a Talsano – mi ha detto Antonio De Florio, che studia la Bimare con scrupolo e passione – . Il nome di Como dovrebbe apparire in centro, dove invece scopro via della Livoria, un gioco di origine spagnola molto diffuso tra i ragazzi negli anni Cinquanta e anche prima.
La parte alta del monumento ai Caduti (foto Antonio De Florio)


Taranto è bella, adorabile, splendente, vanta parecchi cervelli, che però (detto con rispetto) affogano nel lasciar fare, nel “va bene, ci pensiamo domani” e il domani non arriva mai come quello di Totò. E così i geni prendono altre strade. E infatti negli anni Cinquanta il professor Francesco Paolo Como se ne andò a Roma con tutta la famiglia. Con un bagaglio pieno di brutti ricordi: l’ingratitudine atavica, lo scotto imposto per il rifiuto della tessera del fascio... Una riprova? Per realizzare l’opera di piazza della Vittoria prese in affitto un mezzo da una ditta, per andare a prelevare il materiale necessario; ma era il 28 ottobre del 1922 e l’autista abbandonò il volante in una strada di campagna per andare a fornire il suo contributo per l’ascesa del duce al potere. Il professor Como restò ore e ore a sperare in un miracolo, che arrivò dal titolare dell’azienda, preoccupato delle sorti del proprio dipendente. Il conducente lo fece per dispetto, odio, vendetta per l’antifascismo dell’artista?
Ho sempre avuto la voglia di superare i midi limiti e di apprendere qualcosa di pi della vita di questo artista che innalzò il capolavoro in piazza della Vittoria, che come tutte le piazze è stata ed è teatro di grandi avvenimenti, proteste, manifestazioni religiose, politiche (forse echeggia ancora l’oratoria di Almirante, Togliatti, Prodi...)... E ho chiesto al mio santo protettore Antonio De Florio, che mi ha procurato il numero di cellulare di Emma Como, liglia di Francesco Paolo, che di figli ne aveva cinque, tutti ancora in vita.
Un aspetto del monumento di Como (foto Antonio De Florio)

E’ stato per me un piacere e un onore conversare per un’ora con la signora, che vive con il marito, ex bancario, a Mantova, la città di Virgilio, dei Gonzaga, dei Tre Laghi e di Palazzo Te. Ho ricevuto tante risposte impreziosite da dettagli anche muniti. A volte l’interlocutrice mi ha anticipato. “Quando eravamo piccoli papà ci faceva il bagno. Poco presente, perché impegnato nell’insegnamento, alla Thaon de Revel, di disegno e poi di scultura. Terminate le lezioni, andava nello studio, in via Peripato, a modellare. Aveva degli allievi, e a chi non era capace di plasmare la creta suggeriva di intraprendere la via della scrittura, probabilmente perché ne aveva intuito il talento. Altri hanno preferito la pittura, arte che anche papà professava”.
Negli anni 50 Como si trasferì a Roma con tutta la famiglia e lì fu allievo prediletto di Ettore Ferrari, il cui monumento più famoso fu quello a Giuseppe Mazzini sull’Aventino. “Mi ricordo che quando morì (nel 1929: n.d.r.) mi dissero che Mussolini aveva suggerito ai suoi di disertare il funerale e che dietro il feretro c’era solo il cane.... Ripeto, non è una mia fonte diretta”. Como non potè partecipare, ovviamente non per obbedienza.
Altro elemento dell'opera di Como (foto Antonio De Florio)


La signora Emma parla con dolcezza, con calma, a voce bassa. Ha una memoria limpida, scorrevole. “Tutti in famiglia abbiamo amato quest’uomo, per la sua coerenza. Ci ha inculcato il valore della libertà. Quando stava modellando l’Aquilifero, uno degli elementi del monumento di piazza della Vittoria, la Giunta della Bimare insinuò che fosse cieco e che quindi era meglio affidare l’opera ad altri. Papà, che aveva soltanto un piccolo calo alla vista, reagì con energia: ‘Io l’ho fatto e io lo distruggo’. Papà e soprattutto la mamma, non ci davano mai ordini e non ci proibivano nulla. Ci consigliavano, tenendo sempre aperto il dialogo. Alla fine ci convincevamo che avevano ragione. I miei fratelli erano tutti affermati; Luigi era laureato in matematica e fisica ed era andato in America, poi tornò e si mise a girare il mondo per il suo lavoro; un altro fratello era un fotografo d’arte e fece il ritratto di papà...”.
La mamma Olga Gasperi, che era di Firenze, trasmigrò a Taranto, dove insegnò il ricamo di seta, oro e bisso al Magistero delle donne. Realizzò molti lavori pregevoli, tra cui un bellissimo volto della Venere Nascente, “anche quella in seta, oro e bisso. Tutti i lavori finirono nelle mani dei tedeschi”.
L'opera svetta nel cielo (foto Antonio De Florio)


Il professor Como in casa ha sempre parlato di politica, acquistava un sacco di giornali, compresi quelli d’arte. “Io poi ho seguito molto Eugenio Scalfari mi piaceva molto anche come parlava e ho letto i suoi libri. Da 53 anni vivo a Mantova e ho fatto il giro d’Italia per il lavoro di mio marito, Luciano”.
Emma è molto orgogliosa del suo papà, come anche i suoi fratelli. “Io stavo molto vicino a lui, lo vedevo lavorare il marmo con lo scalpello e il martello. Gli chiesi perché non usasse lo scalpello elettrico e mi rispose che doveva sentire nelle mani la materia”.
Quando passava davanti al monumento che signoreggia al centro di piazza della Vittoria, trasmettendo brividi per la sua potenza espressiva, Emma si commuoveva. Adesso non ci va più. Il XXV Aprile e per le feste delle Forze Armate le autorità continuano a deporre la corona d’alloro, la tromba a suonare il silenzio, i fotografi, durante la cerimonia. a formicolare con l’armamentario a tracolla. Emma riprende: “Sono stata presente alla commemorazione del 21 settembre del 2007”. E chiudendo questa edificante conversazione mi ha dato una notizia: “L’Università di Lecce ha fatto scrivere una tesi dei laurea su Francesco Paolo Como e sul monumento tarantino a una studentessa che vive a Parma, Azzurra Di Pietro. Per farla, lei ha parlato con tutti noi, per raccogliere fatti, momenti di vita e di lavoro, gusti, comportamenti, idee, tutto ciò che potesse servire, e ha consultato anche documenti, per descrivere in pieno l’artista e l’uomo”.
Via D'Aquino (foto Antonio De Florio)

Ho letto molte pagine su Francesco Paolo Como. Giacinto Peluso, il docente di francese che nelle aule fingeva di essere un orso, accenna alle “sofferenze morali inflitte ad un uomo che onorando con la sua arte i suoi gloriosi Caduti, ha onorato la città e l’ha arricchita di una pregevole opera che resterà nei secoli a venire”. E in altre pagine ho appreso che Francesco Paolo Como era secondo di otto figli ed era nato a Taranto il 6 aprile del 1888, in via D’Aquino, da papà Pietro Luigi, capomastro muratore, e da Grazia D’Alessandro, sarta e donna meravigliosa. Tutta la famiglia era di fede repubblicana.
A vent’anni alla scuola di Tommaso Antonucci iniziò il suo cammino artistico e poi partecipò a tanti concorsi, ottenendo ovunque successo. Nel 1912 entrò nell’Istituto di Belle Arti della Capitale, dopo aver superato brillantemente gli esami di ammissione; e vinse il posto nelle Ferrovie dello Stato. Era stato in guerra, guadagnandosi il grado di temente, tornò, continuò ad affrontare sacrifici, delusioni, fino al bando del concorso per il monumento, per cui dovette riempire lo studio di argilla pronta a ricevere l’alito dell’arte.
Ho meditato su un lungo testo di Raffaele Carrieri, poeta e critico d’arte, pubblicato sul “Poliedro” del 1° maggio 1924: “Non saprei parlare di questo semplice e pensieroso Artista senza mettere in primissimo piano la sua bella fibra d’uomo: moralmente e artisticamente parlando. Di Como ben si può dire che lo stile è l’uomo. Carattere fiero e animo gentile, sono le doti che formano la base granitica di tutta la sua vita intensa di passione e fede, oscuramente e silenziosamente combattuta…” E ancora: “L’Arte nel Como non trova un paladino ciarliero e zazzeruto che discute di estetica dinanzi ad uno sporco tavolo di caffè, ma il fervente artefice, l’instancabile lavoratore che tra quattro anguste pareti si cimenta per più ascendere… Nell’opera balzata fuori tutto è glorificato e ricordato: l’Apoteosi del sacrificio e la difesa della vittoria, i conduttori fidenti e i difensori accaniti, simboli dell’antica grandezza classica e romana, l’austera colonna Dorica con l’agile Nike tarantina, vetuste opulenze e glorie nuove…”. Gloria a Francesco Paolo Como.


 

mercoledì 30 aprile 2025

Del Circolo Italsider

FECE UNA FUCINA DI IDEE UN CANTIERE SEMPRE APERTO

 

Giuseppe Francobandiera - collezione De Florio

Intelligente, coltissimo, bravissimo, organizzò centinaia d'iniziative di alto livello, come il Teatro sull'erba, Era anche uno scrittore dallo stile attraente

 

 

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI

 

Ci sono intellettuali che hanno realizzato importanti imprese e hanno lasciato traccia nel cuore della gente. Il ricordo che si continua ad avere di loro è limpido: le opere da loro compiute appartengono non a tanti anni fa, ma all’altro ieri. E indimenticabile è il nome di Giuseppe Francobandiera, che per anni ha pilotato in modo eccellente il Circolo Culturale Italsider, acquartierato nella masseria Vaccarella, a Taranto.
Masseria Vaccarella - collezione De Florio
Stavo sfogliando un poderoso e bellissimo libro edito dalla casa editrice Mandese, “Taranto da una guerra all’altra”, e tra i nomi di Piero Mandrillo, Roberto Nistri, Cesare Giulio Viola... ho ritrovato quello di Giuseppe Francobandiera in calce ad un intervento che ho avuto gran piacere a rileggere. E come ogni volta che ho letto e riletto quelle pagine mi sono subito appassionato anche per lo stile nobile, affascinante: “Il misterioso fluire delle storie private nel fiume grande della storia. Il rapporto stretto, l’intreccio di episodi, di ‘eventi’. Il susseguirsi degli avvenimenti fatali: fascismo, guerra, armistizio, liberazione e le ripercussioni nelle case della gente, più che negli echi delle piazze. L’apparente occasionalità dei giorni, la trama fitta del quotidiano; tutto questo ci interessa di più che coniugare il tempo con le date e tentare di spiegarlo”. E’ solo l’inizio del testo di “una storia di Taranto origliata dai buchi delle serrature, guardata dal piano terra delle botteghe, dalle edicole dei giornali, dalle strade; ricostruiti dagli annunci economici, le canzoni, i giornali, le cronache nere e rosa, le locandine del cinema e del teatro; le divise e gli abiti, le foto familiari, le cartoline coi saluti, i ricordi di chi c’era. Questo tenteremo di raccontare, facendo ricorso a quei materiali minuti che gli storici veri lasciano agli scrittori di costume: una tessera annonaria, ad esempio, per quel tanto di vita ‘normale’ che le è passata sopra possiede più potere di evocazione di un dettagliato rapporto sui disagi alimentari patiti durante la guerra: più presa che non le reliquie di Sarajevo”. E continua con l’affermarsi della dittatura e con tutto ciò che l’ha seguita. Un racconto, il suo, ricco di fatti, con il manganello che colpiva anche un respiro male interpretato, gli inni, i simboli, le architetture colossali, emblemi del potere. Ricordi che fanno sussultare ancora.
Leggendo Francobandiera si rivivono quei giorni funesti. E’ come stappare una bottiglia di gazosa con la pallina di vetro. E’ stato davvero un personaggio di grande rilievo, non soltanto come scrittore. Nel giugno 2024 Alberto Altamura su “Taranto Sera” ha scritto che “Peppino è stato un validissimo operatore culturale, anzi uno stratega culturale che si è adoperato tanto per svecchiare la cultura locale e promuovere quel salto di qualità che facesse di Taranto una città moderna, aperta alle novità e sensibile. Il suo merito è stato quello di guardare alla cultura in maniera globale, mostrando interesse per l’arte, il teatro, la musica, la letteratura, lo sport…”.
Peppino Francobandiera aveva origini potentine e non solo a Taranto godeva di grandissima stima. Piero Mandrillo, il giornalista Vincenzo Petrocelli, il professor Franco Zoppo, di cultura sconfinata, abile narratore (“Belmonte” e altro) e conferenziere di profonda esperienza, lo apprezzavano moltissimo. Quando Peppino morì Franco mi confidò che la città aveva perso un ottimo possibile sindaco. E con le sue idee, le sue capacità organizzative, la sua abilità nel far funzionare il motore, Giuseppe avrebbe saputo davvero guidare la città, facendola migliore.
Ibrahim Kodra e Filippo Alto
Nonostante il suo enorme patrimonio culturale, le sue virtù di narratore attento e scrupoloso, Giuseppe era un uomo alla mano, simpatico, schietto. I suoi discorsi, sempre ricchi di contenuti, si dipanavano con una sveltezza mai dilagante. Me lo presentò una sera al “Corriere del Giorno”, al primo piano di uno stabile in via Di Palma, sul Teatro Odeon, tantissimi anni fa, Vincenzo Petrocelli, che al giornale curava la pagina letteraria. Mi chiese se potevo fare da tramite con Morando Morandini, critico cinematografico del quotidiano “Il Giorno”, dove lavoravo, e gli risposi di sì. Giuseppe lo voleva per una conferenza. Aveva già avuto Gianni Brera, che gustò poi squisite orecchiette preparate dalla moglie del custode della stessa masseria. In seguito andai a far visita a Peppino nel suo ufficio e mi invitò a pranzo, ma avevo un impegno che non potevo rimandare.
L’ho incontrato spesso a Figazzano, a un tiro di fionda da Martina Franca, nel palazzetto del pittore Filippo Alto, che aveva spesso ospiti illustri, tra cui il critico d’arte e docente all’Accademia di Brera Raffaele De Grada. Nel cortile che fascia parte della sua casa ogni anno Filippo organizzava una serata culturale, a cui a volte prendevano parte Giuseppe Giacovazzo, il poeta Egidio Pane, Vernola e tante altre personalità... Non ricordo il tema della serata in cui incontrai Peppino Francobandiera e la moglie Marisa, docente di chimica.
Filippo mi parlava tanto di Giuseppe; e anche Piero Mandrillo. Quando il pulsanese geniale ribattezzato tarantino, il saggio conduttore di rubriche letterarie su un’antenna locale, Piero appunto, veniva a Milano, andavo a prelevarlo alla stazione Centrale, lo portavo a pranzo a casa mia e poi a Monza, dove viveva e insegnava Maria Teresa, la figlia:
Serata milanese per Giuseppe Francobandiera

“Ho grande rispetto per Francobandiera, non soltanto per tutte le iniziative di altissimo livello che allestisce, facendo del Circolo un serbatoio di cultura; ma anche per la sua profonda cultura”. E mi raccontava un episodio dietro l’altro. Così io ricevevo ventate della mia città.
Peppino Francobandiera organizzò anche il “Teatro sull’erba” e io assistetti a uno spettacolo di Luca De Filippo, figlio di Eduardo, su un palcoscenico allestito su una distesa di verde formicolante di spettatori. Non mi pesò rimanere in piedi dall’apertura del sipario alla chiusura finale. Ero arrivato in ritardo per un imprevisto sulla strada da Martina a Taranto e ogni posto era già occupato. Un conoscente voleva cedermi il suo, ma cortesemente rifiutai.
E i concerti nelle chiese? E le mostre degli artisti più consacrati? Ad esempio, Domenico Cantatore, residente a Milano, ma radici a Ruvo di Puglia, dove nel ‘76 Giuseppe Giacovazzo lo colse e intervistò passeggiando sotto gli ulivi nel primo documentario a colori della televisione nazionale. I nomi più importanti dell’arte italiana passarono dal Circolo condotto da Giuseppe Francobandiera. Giò Pomodoro, tra questi. Anche i poeti approdarono in questo fabbricato rurale, che a suo tempo fu fulcro del lavoro contadino. Ricordo Alfonso Gatto, di cui lessi pagine toccanti su Milano, “dove venni da ragazzo con un libretto di versi in tasca, con due lettere, una per Zavattini, una per il povero e caro Titta Rosa e solo a piedi - mi dicevo con il mio entusiasmo imparerò la città – riuscii a trovare piazza Carlo Erba e la Rizzoli dove lavorava Zavattini…”.
Peppino Francobandiera conosceva tanti principi della tavolozza e della penna e tutti accettavano i suoi inviti. Di Filippo Alto, di cui si erano occupati i critici Mario Lepore, Sebastiano Grasso, Mario De Micheli, era amico… E Filippo nella masseria fece una delle sue mostre più appassionanti, con quadri che esprimevano tutto il suo attaccamento alla Puglia. La coglieva attraversando tratturi che ricordano D’Annunzio, osservando muri a secco rosicchiati e trulli, “casedde”, fichi, viti, querce e ulivi, che impreziosiscono la terra rossa. A Francobandiera, che aveva fantasia, cuore, sensibilità, intuito, ricchezza di idee, piaceva questa pittura.
"La Gatta Cenerentola" di Roberto De Simone (La Fratta)

L’ultima volta che incontrai questo messaggero di cultura fu ancora a Figazzano, nuovamente da Filippo Alto, che aveva dato il microfono a un contadino quasi ottantenne, don Oronzo, che aveva una casa incappucciata biancolatte accanto alla sua. La “performance” si concluse con applausi infervorati, perchè don Oronzo con il suo italiano farcito di dialetto e la “verve” scenica aveva calamitato l’attenzione e divertito, raccontando la campagna di una volta, le vendemmie, in cui a volte fiorivano amori duraturi, le raccolte degli ulivi, gli attrezzi, storie succose, che avevano suscitato l’ilarità continua del pubblico.
"La Gatta Csnerentola" (La Fratta)

Al termine Peppino, Filippo e il sottoscritto uscimmo su quella che una volta deve essere stata l’aia e tra l’altro commentammo la storia di don Oronzo e il suo carattere deciso e intransigente.
Un giorno seppi che Peppino Francobandiera era deceduto. Non ci volevo credere, era giovane, pieno di energie, ricco di voglia di fare, non poteva essersene andato così bruscamente. Così pensai per l’ammirazione che avevo per lui.
Adesso lo ricorda anche un premio letterario dedicato a lui. Si dovrebbe fare di più. Per tutto quello che Giuseppe Francobandiera ha dato a Taranto e alla cultura e non solo, una via dovrebbe portare il suo nome. Intanto la mia amica Wilma Laghezza, che ha insegnato storia e filosofia, mi ha inviato un video di un’intervista in cui Giuseppe tra l’altro dice: “… Noi non cerchiamo di far venire a Taranto personaggi noti, come i ‘The Blues Brothers’, ma anche altri non comuni, che ci vengono segnalati dagli amici.
Altra scena de "La Gatta Cenerentola" (La Fratta)
E non insistiamo sempre sugli stessi temi”. Il fotografo Carmine La Fratta a sua volta mi ha fatto avere immagini sceniche de “La Gatta Cenerentola” di Roberto De Simone, con Peppe Barra e Fausta Vetere. E Antonio De Florio, comandate di “Foto Taranto com’era” su “Facebook” un bella immagine di Francobandiera presa della sua collezione.

mercoledì 23 aprile 2025

E se n'è andato Franco Abruzzo

E' STATO PER OLTRE VENT'ANNI PRESIDENTE ORDINE GIORNALISTI

 

 

 

Franco Abruzzo

Coltissimo, coraggioso, determinato, lavorò al "Giorno" e al "Sole 24 Ore"  come capo  redattore centrale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI

 



E anche Franco Abruzzo, asso del giornalismo italiano e già presidente dell’Ordine lombardo della categoria, se n’è andato. Amici e avversari nelle lotte per la conquista dei vertici del settore si sono uniti nel dolore per la sua perdita.
Abruzzo era un personaggio famoso, non soltanto a Milano e al Nord. Ed era ovunque apprezzato per la cultura illimitata, per la sapienza professionale, per l’abilità di pilota del transatlantico che accorpa tutti quelli che scrivono per quotidiani e settimanali. Era esperto di storia, compresa quella del giornalismo, e del diritto. Sapeva moltissimo di economia, finanza, conosceva a menadito le leggi, le date di pubblicazione, i modi d’interpretazione. Quando lui parlava in un convegno su questi argomenti bisognava ascoltarlo attentamente, perché c’era solo da imparare.
Il giornalista Franco Abruzzo

Era informatissimo. Un giorno ero a pranzo a casa del giudice Romeo Quatraro, che diventò presidente del Tribunale Civile nel capoluogo lombardo, e parlando di Franco Abruzzo disse che, cultura a parte, da tutti riconosciuta, aveva una memoria formidabile. Se si piazzava davanti a un’atlante, metteva il dito sui luoghi in cui erano avvenute le grandi battaglie, non soltanto quelle della prima e della seconda guerra mondiale, ed evocava i nomi dei condottieri, lo schieramento degli eserciti, le tattiche, le strategie adottate…
Quando era al “Giorno”, dove aveva il compito di seguire il Palazzo di Giustizia, inanellava spesso “scoop”. S’infilava negli uffici e pescava panieri di notizie. Sollevava il telefono e mieteva. Scriveva articoli sui “summit” mafiosi e dava i nomi di quelli che per sedersi al tavolo avevano evitato le regole del soggiorno obbligato. Se gli si facevano domande su una “cosca” o su una “’ndrina” le risposte non erano mai superficiali, perché anche di quella brodaglia conosceva tutti gli ingredienti. Di Cosa nostra conosceva le gerarchie, i riti d’iniziazione, la storia e le storie. Era abile, battagliero, tenace. Un giorno duellò con un cancelliere, rivendicando il diritto di avere un’informazione. Lo appresi dalla radio.
A sinistra Franco Abruzzo, a destra il ristoratore Chechele

Aveva coraggio, non si fermava mai a metà del percorso. Se aveva in mente un obiettivo, lo conseguiva. Se trafugava una notizia mentre stava sorbendo un caffè al bar con l’amico e collega più caro non la condivideva per nulla al mondo. E non si vantava mai di un “buco” assestato alla concorrenza. Per lui contava la chicca ed era un maestro nell’irrorarla, nel farla crescere. La notizia si sviluppava, perché lui s’impegnava a scoprire tutti i dettagli. Era scrupoloso, non guardava l’orologio. Il suo lavoro ricominciava quando aveva mandato l’articolo in tipografia. Tutto questo quando era in cronaca e s’inventò i commissariati.
Una sera infervorò Enzo Macrì, il capo cronista, dicendogli che bisognava trovare un collega volenteroso, pieno di volontà ed energia e anche un po’ investigatore, da mandare negli avamposti di polizia, dove si riversano storie anche umane che gli uffici della questura non conoscono nemmeno. Macrì, siciliano purosangue, anche lui dal fiuto volpino, gli affidò un sondaggio. E il volenteroso emerse come il palombaro dall’acqua; e si mise a fare il giro della città, da un capo all’altro, da San Siro a Lambrate, da Porta Romana al Ticinese, tornando a casa spesso con il carniere pieno. Questa maratona ogni giorno.
Abruzzo rimase in cronaca con Italo Pietra, con Gaetano Afeltra, Guglielmo Zucconi. Con il terzo direttore passò ai Fatti della Vita come capo redattore. Ed ebbe più tempo per completare gli studi di Scienze Politiche laureandosi con 110 e lode all’Università Statale. E continuò a studiare. Studiava sempre, quando le notti al giornale erano tranquille, dopo avere studiato a casa.
Era serio, onesto, stakanovista, disponibile. Affrontava le situazioni più complesse con determinazione e saggezza. Era una fucina di idee. Aveva amicizie importanti e fonti dappertutto. Era un cacciatore in grado di telefonare alle 2 di notte ad un amico che poteva confermargli una notizia o arricchirla. E se c’era da aiutare un collega non si tirava indietro.
Franco Abruzzo, seduto, e il questore Antonio Fariello
Franco Abruzzo era calabrese di Cosenza e aveva la testa dura (“absit injuria verbis”, anzi) ed era un po’ scontroso, a volte. Ma sapeva anche essere ironico, quando si stagliava davanti a un collega un po’ schivo. La sua gloriosa avventura al “Giorno” si concluse con la chiamata di Gianni Locatelli al “Sole-24 ore” come caporedattore centrale. Sul quel giornale scrisse articoli che tutti leggevano, e apprezzavano: imprenditori, banchieri, finanzieri… e finì nell’elenco dei 5000 personaggi più importanti.
Eugenio Scalfari lo chiamò a “Repubblica”, ma la trasmigrazione durò poco. Riscuoteva titoli di merito ovunque. Insegnava alla Bicocca, pubblicava libri, tra cui “Codice dell’Informazione e della Comunicazione”. Era direttore di “Tabloid”, l’organo dell’Ordine della Lombardia. Insegnò diritto dell’informazione all’Istituto “Carlo De Martino”, per la formazione al giornalismo. Era grande amico di Walter Tobagi, firma autorevole del “Corriere della Sera” e un gran signore. Quando un gruppo di aspiranti brigatisti lo assassinò, lasciandolo sul marciapiede bagnato di pioggia, con l’ombrello di fianco, trovai Franco in casa della vittima. Immobile come una statua, gli occhi umidi, il volto teso, le mani congiunte sotto il naso. Attorno a lui, il vuoto. Arrivò Gaetano Afeltra, poi Giovanni Raimondi e Franco non se n’è accorse neppure. Sembrava una roccia ma era capace di soffrire molto in silenzio.
Franco Abruzzo e Giuseppe Gallizzi, già capo redattore centrale del “Corriere” e calabrese di Nicotera, due campioni in squadre avversarie, alle votazioni per il rinnovo delle cariche all’Ordine e al Sindacato disegnavano geometrie perfette, si spiazzavano, svirgolavano, dribblavano, costruivano il gioco, ma si stimavano e restavano amici.
Gaetano Afeltra in un ritratto al Circolo della Stampa

Oggi Gallizzi, in pensione, scrive sul suo giornale, “La Voce dei Giornalisti”: “Un professionista serio e un qualificato rappresentante delle più alte istituzioni della nostra categoria. Ma soprattutto un amico, un collega con il quale posso dire di aver condiviso ogni passaggio di una carriera giornalistica accomunate dalle origini calabresi, dagli inizi a Sesto San Giovanni, dall’approdo nei quotidiani milanesi, fino alle battaglie all’ordine e al Sindacato dei giornalisti”.
Quando avevo 20 anni e vivevo ancora a Taranto Franco Abruzzo lo conoscevo di nome e già lo leggevo . Io scrivevo su un giornale della mia terra, su due di Bari e uno di Lecce e lui su altri. A Milano lessi una sua inchiesta molto interessante sulla scuola pubblicata sul “Touring Club”. Erano gli inizi degli anni ‘60. Lo incontrai la prima volta negli uffici di una casa discografica con sede alla periferia di Milano, dove scrivevamo le biografie dei cantanti. Abitavamo io in via Lorenteggio e lui in via Fatebenefratelli sul ristorante frequentato da Indro Montanelli. Il lavoro durò un mese, poi entrambi ci trasferimmo al quotidiano “L’Italia” in piazza Cavour, lui allo sport, io agli spettacoli.
Giuseppe Gallizzi, a destra, e il figlio Pierfrancesco
 Ci vedevano quasi ogni sera, lui, per andare al suo posto doveva passare davanti al mio, dove c’ero poche ore, perché peregrinavo circhi equestri e prime teatrali e conferenze e interviste ad attori alla Terrazza Martini. Dopo qualche mese Franco salutò tutti e andò in via Fava, nel palazzone de “Il Giorno”. Io ci arrivai dopo. Qualche tempo fa sono riuscito a rintracciare il telefono di Graziano Motta, che fu capo servizio all’”Italia”. Sono passati più di sessant’anni e la prima domanda che mi ha fatto, è stata su Franco Abruzzo, che lui apprezzava molto. Motta è in pensione dopo essere stato per anni corrispondente di Radio Vaticana da Gerusalemme. Ha scritto un grosso libro sulla sua vita di giornalista, ma non vuole farlo recensire. Io l’ho letto e mi è piaciuto. Ora lo richiamerò per dirgli che Franco non c’è più. Il giornalismo ha perduto la voce di un tenore, che ha onorato non solo la carta stampata, lottato come un leone per la difesa dei giornalisti, per la libertà di stampa. Dirgli addio pesa.
Io non andrò al suo funerale: le mie gambe non reggono più e non esco più da casa, ma soprattutto voglio ricordarlo vivo, ai tempi in cui dominava la cronaca del “Giorno” dalla sua postazione sotto la finestra al quarto piano o scambiava battute di spirito con Enzo Catania, cane da tartufi mai stanco. Lo ricorderò fare la ronda fra la sua scrivania e la redazione di Aldo Catalani, che confezionava il telegiornale per “Antenna Lombardia”, direttore Enzo Tortora. Ciao, Franco


mercoledì 16 aprile 2025

Le statuine in miniatura di Salvatore Barino


REALIZZA I SUOI ICASTICI LAVORI NEL SILENZIO DELLA SUA ABITAZIONE




Salvatore Barino presepista
Una passione che si accresce sempre di più. Ha iniziato sagomando la Maternità. Ha fatto mostre in molte città, riscuotendo l’apprezzamento dei visitatori. Lavora nel silenzio della sua abitazione.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

FRANCO PRESICCI
 
 
 

Natale è ormai passato da quasi quattro mesi e adesso si pensa alle feste pasquali, ai riti e alle tradizioni, ai dolci, come il panettone, di cui gli esperti ci stanno riproponendo la storia. Ma agli artisti non si può imporre una scadenza: loro scolpiscono, dipingono, disegnano quando sentono il bisogno di farlo.
E ogni volta che si scopre un virtuoso dell’argilla o del gesso o del sughero o di qualche altro materiale che serve per far emergere una figura, grande o piccola che sia, è giusto farlo conoscere almeno agli appassionati, che amano ammirare, per esempio un presepe e i suoi abitanti, pastori, lavandaie, pizzaioli, pescivendoli, calzolai, falegnami, fabbri, maniscalchi e via dicendo. Li ritrovi nei pressi o lontani dalla grotta della Natività o su un sentiero in alto o in basso, in un recinto oltre il quale c’è il pollaio o in un anfratto con una donna che cuce, non si riesce a staccare lo sguardo dalla questa scenografia sacra.
Ho visto presepi fatti con pane o biscotti scaduti, a Crispiano, per esempio; e presepi realizzati con il cartone o con il sughero. Comunque siano eseguite, le rappresentazioni che ricordano la nascita del Bambinello hanno fascino e sanno di magia. Ci sono persone che il presepe lo tengono esposto tutto l’anno, anche se lo accendono nei giorni di Natale, quando fa trepidare il cuore per le sue luci che illuminano non solo la grotta con San Giuseppe, Maria, il Bambino e i due animali e ogni sentiero, ogni spelonca.
Non c’è bisogno di andare fino a Pietraperzia - borgo nel cuore della Sicilia, in provincia di Enna, animato da tempi remoti - per imbattersi in Salvatore Barino, 50 anni appena suonati (lui lo dice con soddisfazione). Le sue opere campeggiano su Facebook anche nei profili dei suoi amici e di altri patiti del suoi manufatti.
Barino modella soprattutto statuine di 2 centimetri e mezzo o tre e presepi persino nell’incavo di una pietra di qualunque forma, ovunque possa arrivare il suo occhio d’aquila. Non c’è bisogno – precisa – di ricorrere ad una lente d’ingrandimento, “perché i miei lavori si vedono benissimo ad occhio nudo”.
Salvatore ha sempre avuto la passione di sagomare e di dipingere, passione che non ha ereditato da nessuno. Ed evita ogni definizione. Si è cimentato in ogni forma d’arte, affascinato specialmente dal modellato, dalla decorazione, con inclinazione per la scultura in miniatura. Non realizza figure in serie. Nel 2017 ha fatto un presepe nel guscio di una noce e in seguito uno in un cucchiaio. Usa l’argilla o una pasta polimerica. Ha iniziato plasmando la Maternità; poi si è dedicato ai pastori, sempre in quelle misure ridotte. Non ha un laboratorio, una bottega: è a casa sua che dà sfogo alla sua vocazione.
Per 15 anni ha lavorato come formatore professionale di indirizzo informatico, grafico e artigianato artistico. E’ scapolo, quindi non ha bambini intorno che possano distrarlo: crea un guardastelle, personaggio indispensabile nei presepi, un vecchio con una pecora sulle spalle, una lavandaia e poi lo guarda e riguarda. Barino esegue anche Santi (Sant’Elena, Sant’Arcangelo… e San Francesco, a cui si dà il merito di aver inventato il presepe, a Greccio, nel 1209).
Barino al lavoro
Proprio lo scorso dicembre ha partecipato a una mostra di minipresepi a Filottrano in provincia di Ancona - centro in cui signoreggia la moda e si spandono campi di grano e di girasoli, con la vista del Conero, che in molti quadri ha ispirato il grande artista Attilio Alfieri, che usava il rosso dei meloni ammucchiati sulla bancarella da lui preferita. Ha preso parte anche ad altre esposizioni di presepi artistici e scenografici di ogni tipo in un antico quartiere caratteristico di Enna, Fundrisi - organizzata dall’Associazione Amici del Presepe locale - che si svolge a settembre, nella “Galleria Civica” e a dicembre all’aperto.
Si fa fatica a tirar fuori le parole a Salvatore Barino. E’ misurato, sereno, riservato, preciso nelle date e negli eventi, descrivendo quello che fa senza enfasi. “Mi dedico a opere decorative e pittoriche su tela, su pietre, su tavola, stoffa e quant’altro; ed eseguo anche corredi liturgici, tipo balze per altare, tendaggi processionali, casuli dipinti”. Fino al 2015 frequentava attivamente l’oratorio dei Salesiani di Pietraperzia, facendo animazione in gruppi giovanili e corsi di decorazione, pittura per i ragazzi; e lavori di grafica con il computer.
Quanto impegno. C’è una sua architettura in miniatura nel Museo del presepe di Giarre, in provincia di Catania. “I miei presepi sono eseguiti con materiali poveri e le statuine in abito tradizionale. Utilizzo anche il polistirene. Oltre che presepi tradizionali confeziono palestinesi con paesaggi dei luoghi di Gesù e qui i personaggi indossano le tuniche.
Mentre la conversazione volge alla fine guardo i suoi don Bosco, il Cristo con la corona di spine, i dipinti sul pelo delle pennellesse, di quelli che usano i restauratori di mobili antichi.
Salvatore ha poco tempo, eppure risponde puntualmente alle domande senza dare l’impressione di volersi sottrarre. Anzi si sofferma sui particolari, soprattutto quando accenna ai presepi palestinesi, ai suoi panorami e ai materiali che usa nella lavorazione. Gli va bene anche quella pasta che usano i bambini per i loro giochi: il “das”.
Mi è piaciuto conversare con Salvatore Barino, come mi piacciono i suoi pastori così piccoli. Non si trovano da nessuna parte ed è per questo che lui decise di farseli da solo. Un figulo di Grottaglie, in provincia di Taranto, un giorno che mi accolse nella sua bottega nel Quartiere della Ceramica” per un articolo che dovevo scrivere per “Il Giorno” di Milano, mi disse che creare pastori e pastorelli in dimensioni ridotte è molto difficile, a parte il tempo necessario per modellarli; per questo nessuno li produce.
Salvatore Barino ha la mano felice e tanta voglia di fare, la capacità, la tenacia, la pazienza nella creazione dei lavori; e i risultati sono icastici. Se ne sta seduto ad un tavolo per ore, aiutato da una lampada e dal silenzio. Occhiali, barba e baffi neri, dipinge mani che tendono una verso l’altra, a simboleggiare il desiderio di un incontro, di un’amicizia; volti di Madonne, nella tranquillità della sua abitazione di Pietraperzia, luogo che sta in alto con oltre 6 mila abitanti, a un bel po’ di chilometri dalla città, detta la più alta d’Italia, che offre una vista meravigliosa, d’incanto.
Un mio amico che viene a trovarmi tutti i giorni osserva che adorando i presepi e le statuine destinate a quel paesaggio, ne parlo e ne scrivo anche fuori stagione. Gli rispondo che Natale è sempre nel nostro cuore e che, se siamo sempre pronti ad andare verso l’altro, se sappiamo donare, accogliere il povero, si apprezzano i simboli del presepe: l’acqua, la luce, il fuoco. L’altro è tuo fratello. Se la pensi così, Natale è sempre Natale. “Lo vedi quel presepe sulla mensola della libreria? E’ di argilla, che non ha bisogno del forno, come quella che usava lo scultore Giuseppe Gorni, autore del monumento alla donna, in piazza Cavallotti a Mantova, e del monumento al capolega, a San Rocco della stessa città di Virgilio. E’ un regalo ed è sempre lì a testimoniare l’amore per gli altri”.
Barino al lavoro
A Natale Gesù rinasce per ricordare all’uomo l’amore; e l’amore deve essere duraturo”. L’amico non crede alle mie parole; forse addirittura pensa che io vada farneticando. Il mondo non è più quello di una volta. E io forse sono rimasto indietro. Non importa. Amo il presepe e ai primi di gennaio non lo impacchetto per metterlo in cantina. E quando incontro un presepista come Salvatore Barino mi va di parlare di lui, anche in giorni lontani dal Natale. Il presepe mi affascina, mi esalta. Di fronte al presepe m’immagino nel pollaio di fianco al ruscello che precipita a valle o nelle vesti dello zampognaro che dà fiato alla ciaramella. Il presepe è anche spettacolo, fiaba. Nel presepe si sintetizzano secoli di storia.