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mercoledì 14 febbraio 2018

La stirpe dei ladri non si estingue


CHI INVOCA I TEMPI DI UNA VOLTA

FORSE NON LI RICORDA ABBASTANZA



Vito Plantone


Anche allora i ladri impazzavano,

erano intrepidi, veri specialisti e usavano

sistemi in parte in voga
ancora ai giorni nostri,

almeno nelle grandi città.








Franco Presicci

Una volta – dice la gente – potevamo lasciare le porte aperte senza avere sorprese al ritorno; oggi non possiamo stare sicuri neppure se ci blindiamo: I furti in appartamento e nei negozi sono all’ordine del giorno; i ladri sempre più spericolati, ostinati e aggressivi. Non se ne può più. Ci sentiamo insicuri, indifesi.
Giornalisti di nera degli anni '50 in Questura

Enzo Caracciolo in un disegno di Piero Lotito
Ma neanche in tempi più lontani c’era tanto da stare allegri. Il gergo della malavita elenca le categorie di queste pellacce: l’aporridore era l’esperto del furto di bestiame; il cubista dello svaligiamento delle case; il ladro acrobatico una sorta di trapezista che non conosceva ostacoli; il balaustrista agiva a qualunque altezza saltando su un balcone da una finestra sulle scale: un ladro-scimmia emulo di Tarzan.                          Questo il soprannome di cui si gloriava un “professionista” che li superava tutti. C’era anche il “gatto”, così detto per il suo fiuto nell’individuare l’obiettivo giusto e nel passare, per raggiungerlo, anche in un buco. Erano così arroganti che nell’abitazione di uno di loro venne trovato un documento che esortava la categoria a formare una specie di sindacato per la difesa dei loro diritti. E sembra non fosse uno scherzo. Le consorterie dei ladri erano bene organizzate.
 
Individuavano l’appartamento da depredare, studiavano le abitudini dei proprietari, telefonavano ripetutamente per verificare se ci fosse qualcuno e operavano lasciando nei pressi un “palo” incaricato di dare immediatamente l’allarme nel caso di pericolo. Un noto musicista, credendo di poterli ingannare, prima di una “tournèe”, registrò sul nastro più volte la parola “pronto” con toni gradatamente elevati per simulare il fastidio per non ricevere risposta. Ma sottovalutava l’intelligenza dei “mastri”, che, se dovevano entrare dalla porta e non volevano prendersi il fastidio di fare il calco della serratura e fabbricare le chiavi da sé, ricorrevano ai noleggiatori di “bambole”: le chiavi false appunto, che non potevano essere usate per più di tre volte. Uno di questi accrebbe la sua fama compiendo personalmente un furto per dimostrare l’efficacia della propria
merce.

Achille Serra,oggi prefetto in pensione
Negli anni ’50 gli uomini del commissariato di viale Papiniano fecero irruzione in un laboratorio di Porta Genova, dove tra pialle, seghe, saracco, menaruola, banco, mola a smeriglio trovò oltre 2500 “bimbe”, altro nome in gergo di queste apriporte. Il commercio era gestito addirittura da una vecchietta, che aveva sulla testiera del letto una preziosa opera d’arte trafugata in una villa gentilizia. Chi forniva le chiavi false era troppo esigente nella spartizione del bottino, e così un “cubista”, avendo deciso di rimanere autonomo, non dovendo spartire il “grisbì con alcuno, divenne ricco con tanti di quei colpi da suscitare nell’ambiente l’ammirazione e l’invidia. Lavorava sempre nel pomeriggio e ad ore fisse, come la banda di rapinatori detta del lunedì, che colpiva soltanto in quel giorno e i vicini di casa li consideravano normali impiegati. La polizia lo fece seguire da due agenti centauri che gli stavano dietro da quando usciva da casa e metteva in moto la sua potentissima moto. Lo catturarono nel pieno esercizio delle sue funzioni. Da moltissimo tempo non era più in servizio il Dondina, il signor Mazza, capo della squadra volante temutissimo dalla “ligera”, che si limitava a piccoli reati, e ai delinquenti di spessore più grosso.

Giannattasio e Oscuri
In questura, tra il ’42 e il ‘70, erano arrivati il Poirot Ferdinando Oscuri, il maresciallo Giannattasio, il mitico Mario Nardone, i giovani commissari Vito Plantone Achille Serra, Francesco Colucci, Enzo Caracciolo, Oscuri conosceva molto bene la frenetica attività di questi personaggi: dal “lader de pan de mej” o “rati di giornata”, che rubavano, e lo fanno ancora oggi, per esigenze elementari; al ladro “del pidocchietto” o “stoffaro”, “trapanante”, che ricavano anche loro un bottino magro, al “violinista, l’asso in furti con destrezza. Ne aveva spediti a San Vittore chissà quanti. Per la cronaca, un passante (non ricordo il luogo), notò un giovane scalare uno stabile, avvertì la polizia e si scopri che si trattava di una signora che a una certa ora si chiudeva in camera da letto e riceveva l’amante mentre il marito guardava la tivù. I segugi s’impegnavano per stroncare il fenomeno dei furti di ogni genere, ma quelli sono come la coda della lucertola. Dopo la leggendaria rapina di via Osoppo, 27 febbraio ’58, e l’arresto di tutta la banda (uno acciuffato da Nardone e Oscuri in Argentina), i “duristi”, autori dell’assalto a mano armata, pensarono che bisognasse mutare comportamento: abbandonare i “cannoni”, in gergo pistole e mitra, e di dedicarsi alle imprese senza violenza eccessiva, per far sì che, se “bevuti” (arrestati), rispondessero di solo furto aggravato.

Nardone e Oscuri
Ma nelle aule di giustizia spesso le cose non andavano secondo i loro piani. I ladri, che di solito studiavano i piani in una” diocesi” (un’osteria o un caffè in cui erano di casa), non si lasciavano scoraggiare e le inventavano tutte. Con una scaletta-rampino si trasformavano in alpinisti o scendevano dall’ultimo piano; forzavano addirittura le porte corazzate, dopo essersi naturalmente accertati se ne valesse la pena. Ma dalle dimore patrizie non si poteva uscire a mani vuote. Nel maggio dell’84 una banda si nascose il venerdì sera in un istituto di credito del centro con un’attrezzatura sofisticata, e lavorando sabato e domenica conquistarono il “caveau”. La combriccola venne acciuffata pochi giorni dopo in Spagna a bordo di un panfilo. Calarono le “dure” e le “spaccate” (furto eseguito mandando in frantumi una vetrina con un mezzo pesante), e s’incrementarono le “mani di velluto” o “giocolieri”: i borseggiatori che a Milano hanno sperimentato tutte le tecniche delle diverse scuole: siciliana; della “monta”... Si registravano un centinaio di borseggi al giorno, compiuti nei luoghi affollati e sui mezzi pubblici, campi d’azione preferiti dai “professionisti”, per la possibilità di fare le pressioni necessarie per sfilare la “fisarmonica” ( il portafoglio). I più esperti nel “caschè” o “forbice” o “impettata”, come il dizionario della malandra definisce le varie azioni, una volta erano i cileni, che avevano sempre le tasche piene di biglietti del tram, come dimostrò un noto e dinamico maresciallo della polizia negli anni ‘80 durante un’irruzione in un bar adibito, dopo la mezzanotte, a bisca. Le vittime, quando si scoprivano senza più il “tesoretto”, andavano a denunciare lo smarrimento senza pensare di essere stati “denudati” da un manolesta.

Francesco Colucci,oggi prefetto in pensione
I borseggiatori, detti anche “scarpari” (“scarperia” la tipologia) ritengono di avere sangue blu e guardano dall’alto in basso le altre razze, anche se per motivi d’interesse a volte sono costretti a bazzicarle. La categoria è stata raccontata in un film, protagonista James Coburn. Nei mezzanini della metropolitana ogni tanto sono appesi cartelli che segnalano ai viaggiatori la presenza dei “topi”. Questi i tempi di una volta, non certo da rimpiangere. Oggi si è aggiunta la malavita d’importazione, molto più agguerrita, i colpi si sono moltiplicati e la gente è disperata, esce di casa temendo non sapendo se al rientro avrà una sorpresa amara; è costretta quasi a barricarsi, a mettere inferriate sui balconi, porte blindate; installare sistemi di allarme, telecamere, che qualche volta vengono neutralizzati, perché l’audacia e l’abilità del ladro specializzato è al di là di ogni immaginazione. Polizia e carabinieri ce la mettono tutta, ma non si possono pattugliare tutti gli edifici e tutti i negozi di una città come Milano. Gli svaligiatori sono metodici, osservano gli orari in cui passano i metronotte e quelli dei nottambuli che abitano nei pressi, non lasciano niente al caso. Anni fa venne istituito il Cct, piano coordinato del territorio (le due forze vigilavano a turno gli obiettivi detti sensibili: oreficerie, banche, abitazioni appetibili…), ma a quanto pare il risultato fu deludente. La banda del buco non si arrese: attaccava le casseforti prendendole alle spalle da un locale attiguo; mentre quella della “gomma a terra” azzoppava l’auto di un signore che aveva appena prelevato in banca una grossa somma, osservato da uno della “batteria”, e mentre la vittima era piegata per riparare la ruota, la borsa con il denaro spariva. Fu imballata da Mario Nardone. Il furto è una violenza non soltanto alle cose; il “Vincenzo”, la vittima, subisce, oltre al danno, una lesione psicologica, non è più sicura, ritiene vulnerabile il luogo in cui vive. Ma il verme cattivo – recita un detto – non muore mai.











mercoledì 7 febbraio 2018

La storia dell’Angelo dei poupon



DOSOLINA DEI NAVIGLI UCCISA DAI TEDESCHI

MENTRE PORTAVA IN SALVO UN BIMBO EBREO


Il Ticinello sui francobolli di Aldo Cortina
Negli anni Sessanta molti giuravano di aver visto il suo fantasma. Oggi non se la ricorda quasi più nessuno.  Un medico prese male una curva, rischiando di finire nel naviglio, frenò per evitare d’investire una giovane donna in bici che gli sorrideva.  Uscì dall’auto per ringraziarla, ma lei fu inghiottita dalla nebbia fitta. Il professionista era uno dei tanti bimbi che le dovevano la vita?




 



Franco Presicci



Fu l’”Angelo dei poupon” ad attirarmi tanti anni fa sul Naviglio Grande, strada liquida che ha affascinato poeti, pittori, scultori, artigiani…Mi raccontarono la vicenda di questa giovane donna uccisa una notte da un colpo di fucile tedesco mentre portava in salvo in Svizzera un neonato ebreo, e andai sull’alzaia e sulla ripa per ascoltare quelli che giuravano di aver visto anni fa il suo fantasma aggirarsi sul piazzale della darsena, in vicolo dei Lavandai, in via Magolfa, in via Ascanio Sforza, lungo la quale scorre l’altro canale, quello che va, placido, a Pavia.
Il Ticinello 2
Volevo anche visitare, se ancora in piedi, la casa di Luisa, la proprietaria del magazzino di roba movimentata alla chetichella, che durante la guerra aveva dato lavoro all’Angelo, Dosolina dei Navigli. Che non era nata a Milano, ma a Vione, in provincia di Sondrio. A Milano era arrivata dopo aver abbandonato il lampione sotto il quale sostava in attesa di clienti per volere del marito: un forestiero che aveva incenerito i suoi sogni. Accolta da Luisa, sua compaesana, s’improvvisò contrabbandiera, favorita dai sorrisi che, bella e bionda, sapeva dispensare. Appena calava il buio Dosolina inforcava la bicicletta, una gerla pesante sulle spalle, e attraversando boschi, sentieri accidentati, saliscendi sfiorati dalla luna, quando c’era, e andava, veloce, attenta a non farsi scorgere dalle pattuglie nemiche.
Festa sul Naviglio


Traguardo, la Svizzera. Insomma, ogni notte Dosolina rischiava la vita trasportando merce necessaria alla sopravvivenza, Avvertiva l’abbaio rabbioso dei cani, qualche rumore sinistro, e il cuore le batteva sempre più forte: fino a quando non sentiva le voci amiche dei partigiani che intonavano “Bella ciao”: il messaggio che la rassicurava. La stessa ansia sulla via del ritorno: l’insidia poteva aspettarla dietro un albero, un cespuglio, un muro. Ma lei non desisteva. Quelli erano i tempi: gli orrori, la miseria, la paura dei rastrellamenti, delle deportazioni. Una notte, verso la primavera del ’44, alla porta di Luisa bussarono due orchestrali della Scala, ebrei polacchi, e la supplicarono di portare in salvo, in cambio di beni e di denaro, la loro creatura appena nata. Luisa accettò, e Dosolina fece del cesto una culla imbottita di panni di lana. Da allora niente più generi alimentari né armi; ma bimbi da sottrarre alla ferocia. Ogni viaggio uno. Finchè una notte, nei pressi della postazione dei partigiani, la creatura, avvolta in una copertina a fiorellini (violette), pianse, e un colpo di fucile colpì Dosolina a un fianco, senza farla crollare.




    
Ciclisti lungo il naviglio
A dispetto di un dolore forte, che aumentava a ogni pedalata, e delle energie che si esaurivano, la ragazza di Vione resistette fino alla frontiera, dove, compiuta la missione, cedette. Fu sepolta nel cimitero del suo paese, frazione di Mazza di Valtellina, 624 metri di altezza, una manciata di abitanti. con una cerimonia semplice. Quanti uomini devono a lei la vita? Ho ritrovato Dosolina in “Milano segreta” di Francesca Belotti e Gian Luca Margheriti; e ancora nelle pagine di       “Viole d’ombre” di Marilou Ceria, dove un medico, rientrando a casa dopo il turno di notte in ospedale, prese male una curva e frenando rischiò di finire nel Naviglio Grande, per non investire una bella ragazza dai capelli d’oro in bicicletta, comparsa improvvisamente.
Naviglio grande o Ticinello
Scese dall’auto per ringraziarla, ma lei, dopo averlo guardato sorridendo, fu inghiottita dalla nebbia fitta, lasciando un profumo di violette. Il medico rimase scosso, si confidò con un amico incredulo, poi con un altro; tornò nel luogo della visione, chiese in giro. Non si dava pace: quell’immagine era sempre davanti ai suoi occhi; gli toglieva il sonno. Entrò in un bar, si sfogò con una giovane bella e cordiale, figlia della titolare. Fraternizzarono, giorni dopo lei lo invitò a casa, pregandolo di darle una mano a mettere ordine nella soffitta. E lì, quasi per volontà del destino, spuntò un quaderno pieno di cifre intervallate da un racconto. Chi era l’autrice? Chiesero a Luisa, piangendo parlò dell’amica Dosolina, della sua attività, della sua ultima fatica, soffermandosi su quel bimbo, che era arrivato strillando alla sua porta e lo fece, secondo i partigiani, a poca distanza da loro, causando la reazione dei nazisti.
Cascina lungo il naviglio
Le lacrime di Luisa bagnarono il diario, mentre si faceva largo il sospetto che fosse proprio il medico il marmocchio della tragica spedizione. Sul diario erano indicate due lettere: D. W e una data. “Ma sono le mie iniziali - esclamò il professionista - e sono nato e cresciuto in Svizzera. Sono io quel bimbo!”. Dosolina usava scrivere le iniziali e il giorno dell’affidamento del bimbo. La storia mi commosse. Pensai spesso, sia pure con diffidenza per un tratto del seguito, a Dosolina. Ne parlai una sera a cena con una insegnante di lettere interessata a saperne di più. Mi propose di andare insieme sul Naviglio alla ricerca della casa di Luisa e di eventuali conoscenti o amici della ragazza di Vione. Poi l’insegnante partì per la Calabria e affrontai l’impresa da solo. M’imbattei in gente venuta da poco ad abitare sul Naviglio e quindi di Dosolina sapeva nulla.
Guido Pertuzzi
Gigi Pedroli
In vicolo dei Lavandai trovai il pittore Guido Bertuzzi seduto sotto la tettoia, che è monumento nazionale, lo interpellai, ma lui aveva solo sentito, negli anni 60, di persone che giuravano di aver visto il fantasma di Dosolina. La voce al Carletto, indicato scherzosamente come il sindaco del vicolo, per la cura che aveva del ricciolino d’acqua in cui a suo tempo le donne lavavano i panni, prendendo la lisciva da Elvira Radice, una signora che aveva 90 anni all’epoca in cui la incontrai la prima volta. Mi confermò le risposte del pittore, ma non potè andare oltre. Gigi Pedroli, grande acquafortista e appassionato cantautore (“El pitur”, “El barbun”, “Vegia osteria”, “El cartunist”…), uno degli ultimi artisti rimasti sul Naviglio, mi disse che se fosse ancora vivo Armando Brocchieri (il poeta che definiva il vicolo “una chiesa di pittori”, forse avrebbe potuto soddisfare la mia domanda.
“Io ero un bambino”. Rinunciai, anche perché il rifugio di Dosolina, casa e magazzino di Luisa, era forse stato fagocitato dal cemento armato. Molti mi parlavano di questa Montemartre milanese, dove Gino Cervi aveva girato alcune scene di una serie tivù nei panni del commissario Maigret; dello sceneggiato televisivo interpretato da Ottavia Piccolo. Ma non dell’argomento che mi stava a cuore.
Il Ticinello
Una donna avanti negli anni, bassa, pienotta, argentata, occhi neri come il carbone, frettolosa, avvicinata a due passi dal “pont de preja”, mi rispose: “Non mi crederà, ma io ho visto una luce abbagliante in una cornice dorata, lì, all’altezza dell’officina del fabbro e ho sentito un profumo di violette. Non ne parlo con nessuno, per il timore di essere presa in giro. E so che altri hanno visto il fantasma di una ragazza splendente che sorrideva”. Una storia che si svolge tra realtà e inverosimiglianza. Eppure i milanesi non amano gli spiriti e le loro passeggiate: con tutta la gente che, accusata di malefatte e di stregoneria, fu uccisa nei secoli scorsi in piazza Vetra, gli ectoplasmi dovrebbero essere una popolazione numerosa. Domenico Porzio ha scritto che a Milano gli esseri immateriali non hanno diritto di cittadinanza. Essi stessi non ci abiterebbero volentieri. Le anime dei defunti riposano nei cimiteri e non hanno voglia di vagabondare di giorno o di notte. Si mettano il cuore in pace quelli che ancora hanno memoria dello spettro di piazza Maggi, o della nuova sembianza di un tale morto nel manicomio della Senavra; o della dama nera che si appostava al Parco Sempione per adescare i giovanotti, che dopo l’amplesso fuggivano per il terrore, scoprendo che sotto il velo c’era un teschio.









mercoledì 31 gennaio 2018

In Galleria del Corso, tempio della musica leggera


Pippo Baudo intervistato da Presicci
 
COMPARIVA L’ASTRO DI MIMMO
MODUGNO SEGUITO DAGLI
ASPIRANTI SENZA SPERANZA


Gli incontri con il grande maestro
Mascheroni, Jhonny Dorelli ,
Memo Remigi, Orietta Berti…

e gli attori Alberto Lupo, Gastone
Moschin, Rosario Borelli e tanti
altri nomi famosi.






Franco Presicci

Galleria del Corso
Due o tre volte la settimana, negli anni ‘60-70, i giornalisti che seguivano la musica leggera andavano in Galleria del Corso, dove erano concentrate quasi tutte le case discografiche. In quel passaggio, che, inaugurato nel 1926, congiunge corso Vittorio Emanuele e piazza Beccaria, convenivano cantanti già affermati ed esordienti in cerca di un’anima buona disposta a valutare la loro ispirazione. Uno dei primi che incrociai, nel ’63, si chiamava Nicola La Forgia, era di Trani e faceva il bigliettaio sulla “E”, l’autobus che dal Lorenteggio andava fino a piazza San Babila e oltre. Inventava canzoni napoletane e sognava il Festival di Napoli. Ma non riusciva ad aprirsi uno spiraglio.  Una mattina apparve l’astro: Domenico Modugno, che aveva già scritto “Lazzarella”, “’U pisciu spada”, ma soprattutto “Nel blu dipinto di blu”, che volava in tutto il mondo. Mimmo era espansivo, alla mano, lontano da atteggiamenti divistici, brillante, sorridente, di una simpatia unica. Ci conoscevamo già. Mentre l’ascensore saliva, gli mostrai un mio articolo su di lui che stavo portando alla Carosello; cominciò a leggerlo e, arrivati al piano, mi ringraziò dicendomi che lo avrebbe letto meglio stando seduto.. Lo rividi l’anno successivo a Campione d’Italia, al Festival del Clown dedicato a Grock, dove interpretò una canzone (credo “Un pagliaccio in Paradiso”). Frequentavo tutti gli uffici-stampa di Galleria del Corso, per avere notizie e dischi da recensire, allora sul quotidiano “L’Italia” e sul settimanale “La Tribuna del Salento”, confezionato a Lecce da Totò Vergari con interventi del professor Ennio Bonea.
Nicola Arigliano intervistato da Franco Presicci
Una mattina m’imbattei in Orietta Berti, accompagnata dal suo Osvaldo, e scambiai con loro un paio di frasi. L’avevo conosciuta, bella, affabile, un sorriso dolce, in un festival nelle Marche allestito da Lino Luceri, “patron” del concorso della “Donna Ideale”. Salutata Orietta, mi si avvicinò un’ugola triste che aspirava alla ribalta senza avere troppe speranze. Subito dopo m’imbattei in Jhonny Dorelli, all’anagrafe Giorgio Domenico Guidi, che già conduceva ottimi spettacoli televisivi e stava per partecipare al suo quinto Sanremo. Lo rividi ancora. Era gentile, scherzoso. Non dimenticherò mai l’incontro con il maestro Gian Vittorio Mascheroni, il grande musicista e compositore, autore di tante canzoni di successo: “Adagio Biagio”, “Stramilano”, da cui probabilmente ha preso il nome la maratona dei 50 mila, che si corre ogni anno da piazza Duomo alla ‘Arena, “Bombolo”, “Fiorin Fiorello”, “Il tango della gelosia”, “Addormentarmi così”, che nelle balere incatenava i giovani innamorati ed era spesso sulle labbra delle mamme. Mascheroni mi accolse con molta cordialità. Era un mito.
Galleria del Corso (interno)
Ero da poco a Milano e mai avrei pensato che mi sarei trovato a tu per tu con un personaggio così importante, tra l’altro cugino di Ada Negri. Bassino, con gli occhiali, era premuroso, puntuale nelle risposte alle mie domande anche sulla storia di Sanremo. Era stato al Conservatorio “Giuseppe Verdi”, ma si era fermato a metà strada, per cui gli avevano assegnato, per stima e affetto, il nomignolo di “maestro senza diploma”. Fu il compositore più poliedrico: realizzò musiche per il teatro, la rivista e colonne sonore per moltissimi film. Aveva iniziato la sua attività nel 1915 con “pezzi” per le sale da ballo. Non sopportando le limitazioni imposte dal fascismo, aveva preferito il silenzio, smesso dopo il 25 Aprile con “Il suo nome è donna”, “Una casetta in Canadà”, “Papaveri e papere”.
Una settimana prima di Sanremo i giornalisti venivano invitati dalle case discografiche, che facevano ascoltare in anteprima le canzoni in gara, distribuendo i propri dischi a ciascuno di loro.
Tony Renis con Franco Presicci
Nel ’62 arrivai in ritardo: Tony Renis, al secolo Elio Cesari, se n’era andato dieci minuti prima. Mi feci dare il numero e gli telefonai a casa. “Stai fermo all’apparecchio, ti faccio sentire la canzone accompagnato dal pianoforte”, mi ordinò Tony. “Quando quando quando” mi incantò. Al suo “Ti piace?” risposi che con quella composizione avrebbe vinto la rassegna. La battuta detta per caso si rivelò divinatoria. Tony fece il bis l’anno dopo interpretando “Uno per tutte” (Testa-Mogol-Renis). Per valutare i brani si era insediata una commissione d’ascolto presieduta da Vittorio De Sica e formata da Giovanni Mosca, Cesare Zavattini... In Galleria del Corso una mattina comparve Alberto Lupo, al secolo Alberto Zoboli, grande attore e autentico gentiluomo, che nel ’64 aveva tenuto inchiodato alle poltrone milioni di telespettatori recitando il ruolo di dottor Manson ne “La Cittadella” tratto dal romanzo di Cronin. Parlammo della sua attività (aveva anche inciso 45 giri di poesie) e alla fine, essendo ora di pranzo, mi fece salire in macchina e mi portò fino a casa. Arturo Testa, che tuonava in “Io sono il vento”, andai a trovarlo nel suo negozio di dischi, in viale Papiniano. Era un tantino sostenuto, ma cortese. Pippo Baudo, che avevo rivisto in un festival a Miradolo Terme, per un’intervista sul quotidiano “L’Italia”, mi dette appuntamento nella sua camera d’albergo nei pressi di corso Sempione. Era perseguitato dalle telefonate. “Fino a ieri non mi chiamava nessuno; adesso che sto per sfondare non mi lasciano in pace”. Pippo è un giocherellone, coltissimo soprattutto in storia e ama il Corvo rosso di Salaparuta.
Ernesto Calindri intervistato da Franco Presicci
Avevo appena imboccato la Galleria, dopo una lunga conversazione con Ernesto Calindri, attore egregio e persona distinta, nello studio della sua abitazione allora in via Statuto, quando incrociai Rosario Borelli, attore di cinema e di fotoromanzi su “Bolero film” e altri periodici, i cui lettori lo amavano alla follia. Nel ’53 era stato nel “cast” di “Napoletani a Milano”. Lo avevo conosciuto a Taranto, non ricordo se in occasione di un film girato appunto nella bimare con interpreti Antonio Cifariello, Alberto Bonucci e Nik Pagano. Avevo con lui una certa confidenza. Quel giorno lo trovai amareggiato, essendo stato da tempo arruolato in una grossa casa cinematografica, che non lo faceva lavorare. “Evidentemente mi hanno preso per evitare che altrove potessi fare fare ombra a Maurizio Arena”, Maurizio Di Lorenzo, noto soprattutto per la trilogia di Dino Risi: “Poveri ma belli” del ’56, con Marisa Allasio e Renato Salvatori”; “Belle ma povere”, del ’57, con Renato Salvatori, Marisa Allasio, Lorella De Luca”, “Poveri milionari”, del ’59, con Renato Salvatori, Sylva Koscina… Negli anni ‘60 Arena riempì le cronache di tutti i giornali non solo italiani per la sua storia d’amore con Maria Beatrice di Savoia, detta Titti, terza figlia di re Umberto e della regina Maria Josè. Fu in Galleria del Corso che avvicinai Memo Remigi,
Memo Remigi
spassoso, ironico, divertente, coinvolgente. Sarà stato nel ’67, e stava per andare a Sanremo per la prima volta. Vi tornerà nel ’69 e nel ’73, con Sergio Endrigo, imponendosi con “Dove credi di andare”. Di Memo si ricordano la sua attività teatrale e di bravissimo conduttore televisivo, oltre alle sue presenze come autore a diverse edizioni dello “Zecchino d’oro”, e ovviamente le tante canzoni trionfanti, come. “Innamorati a Milano”, che è stata la sigla di un programma tivù. L’ho rivisto a Martina un paio di anni fa alla festa per gli 80 anni della Rotonda, organizzata da Antonio Rubino. Insomma si andava in Galleria del Corso, a due passi dalla Rinascente, dalle piazze San Babila e Duomo e da piazza San Carlo, per interviste a cantanti, maestri, attori… In Galleria m’incontrai per un’intervista con Gastone Moschin, attore simpaticissimo e persona gioviale ed elegante. Vidi passare Walter Chiari, che poi intervistai a Chiesa di Valmalenco, dove si trovava per una serata con la sua compagna Patrizia Caselli, dolce e bella.
Franco Presicci, Patrizia Caselli e Walter Chiari
Impareggiabile Walter: durante ta la conversazione sfornò una battuta dietro l’altra. Una sera lo avevo cercato al Teatro Nuovo, dove era impegnato in uno spettacolo, e non lo avevo trovato. A mezzanotte una telefonata a casa. Era lui. “Scusami, ero impegnato in un affare di Stato”. A Chiesa gli domandai: “Ti ricordi quando una ventina di anni fa mi chiamasti?…". “E mi rispondi adesso?”. Spuntava l’epoca dei capelloni. Mi si avvicinarono quattro ragazzi dalla testa cespugliosa che non avevano potuto sostenere gli esami all’università, perché il docente non accettava che nel tempio della cultura gli allievi si presentassero così conciati. Quattro pagine su un noto settimanale che vendeva un milione di copie la settimana la notizia le meritava, e cedetti alle sollecitazioni di Alberto Tagliati, una vecchia volpe sulla plancia di “Stop” e poi di “Grand’Hotel”.
Qualche giorno fa sono tornato in Galleria del Corso, per fotografarla. Ha cambiato aspetto, come tutto quello che ha attorno. C’è ancora il bar “Le tre Gazzelle”, dove tanti anni fa gustavo la granita con il questore Vito Plantone. Mi sono ricomparse le figure di allora: gli artisti, i colleghi che gestivano gli uffici-stampa, il maestro Pino Calvi, i giovani aspiranti che non hanno trovato la strada desiderata. E ho ricordato le ugole frequentate a Sanremo, come Annarita Spinaci, che trionfò con “Quando dico che ti amo” (presidente della giurìa Ugo Zatterin); Claudio Vitta, che mi telefonò in albergo alle 2 di notte per dirmi che era morto Luigi Tenco, con cui avevo parlato nel pomeriggio; Orietta Berti che nello stesso anno mieteva successo con “Io, tu e le rose”, citata da Tenco nel suo ultimo biglietto; i critici Mario Casalbore, del “Corriere Lombardo”; Vincenzo Buonassisi, del “Corriere della Sera” (prima di dedicarsi alla gastronomia), Aldo Locatelli, de “L’Avanti”, autore, con Piero Trombetta, di “Kriminal Tango” . Come non provare nostalgia anche per gli anni lontani?


















mercoledì 24 gennaio 2018

Alla stazione Centrale di Milano





IL RITORNO DELL’ORIENT EXPRESS  

IL TRENO DEI SOGNI E DEL BRIVIDO                         

                                                                                                                     

Treno a vapore Murgia Fal  23.7.'17 - Foto Gabriele Lepore











































Il “revival” affascinante sul binario15, con tutte le raffinatezze Art Deco e signore in lussuosi abiti d’epoca.

Il gentiluomo che s’inchina e sussurra a una“dame” “Jet’aime”.  

I romanzi di Agata Christie e di Fleming, gli amori,l’avventura, gli intrighi, gli assassinii veri o finti.

Al convoglio più famoso di tutti i tempi recentemente è stato dedicato un film.
                                                                          
                                                           

  
                         

Franco Presicci

Era il 26 maggio del 1982: una bella giornata di sole. Alla stazione Centrale di Milano, sempre brulicante di viaggiatori, furono in pochi ad accorgersi di quel treno che lentamente, e senza essere annunciato dall’altoparlante, si avvicinava ai respingenti del binario 15.
Binario 15
“Eccolo, il treno dei sogni, il re dei treni o il treno dei re: l’’Orient Express’”, esclamò un signore distinto, basso, pienotto, abito scuro. Era Mario Righetti del “Corriere della Sera”, una enciclopedia vivente di strade ferrate, sistemi di segnalazione e blocco, locomotive… Avrebbe potuto scrivere un trattato, sull’argomento. Lo conoscevo di nome; e colsi l’occasione per carpirgli dettagli tecnici della meraviglia che avevo di fronte. Lui stava osservando la macchina; e forse pensava alla storia di quel treno, il più famoso d’Europa, della Bèlle Epoque: il treno soprannominato anche il convoglio delle spie, già teatro di intrighi, assassinii, veri o inventati dalla letteratura. Nel 1934, Agata Christie, assidua di quegli scompartimenti, perché andava a trovare il marito impegnato a Bagdad nel lavoro di archeologo, lo scelse come ambiente del suo “Assassinio sull’Orient Express”, vittima l’uomo d’affari statunitense Samuel Edward Ratchett. La trama, districata da Ercule Poirot, fu tradotta in film da Sidney Lumet, con Sean Connery, Albert Finney, Lauren Bacall e Ingrid Bergman, che conquistò l’Oscar come attrice non protagonista. E sull’Orient Express James Bond fugge dopo una delle sue azioni pericolose e rocambolesche. Ma la morte di Eugene Karpe, addetto navale dell’ambasciata americana in Jugoslavia, avvenne fuori da ogni finzione: una domenica del 1950, mentre l’Orient Express percorreva una galleria nei pressi di Salisburgo, un individuo lanciò il diplomatico fuori dello sportello.
Atrio della Centrale
Queste storie ed altre riaffiorarono quella mattina, mentre Righetti veniva circondato da tutti i cronisti presenti, ansiosi di interrogarlo su quel gioiello, che tra l’altro aveva ospitato signore con cuffie di velluto con penne di uccello del paradiso e signori in giacca a doppio petto con cravatta pendente. L’anziano collega, in procinto di cambiare scrivania trasferendosi al “Giornale”, non negava particolari sul peso delle carrozze e sulla loro lunghezza. Il gruppo si infoltì, mentre le autorità e i dirigenti dello scalo si allineavano sul tappeto delle grandi cerimonie, steso lungo il marciapiedi, mentre in alto un nastro rosso era steso tra un pilone e l’altro. Niente banda per far festa al “revival”, costo 25 miliardi. Niente discorsi solenni.
Maestoso angolo della Centrale
Righetti s’incamminò verso la coda del treno, invitandomi a seguirlo, e mi descrisse il vagone-letto, quello adibito a ristorante, il salotto di lusso, la biblioteca, la ghiacciaia, la carrozza-panorama.… e ricordò che all’epoca c’erano anche una sala-fumo per i signori e una di lettura per le dame, che a volte si distraevano dalla pagina per fare l’occhio languido a un gentiluomo. Quel treno venne mandato in pensione nel 1977 e rimesso in attività nel 1981 con il Nostalgic Orient Express. “Prego, accomodatevi”, ci esortò un addetto elegante nella sua divisa color cioccolato. Salimmo. Gli ambienti, già occupati da esponenti della cultura e da altre persone importanti, erano raffinati. Ogni oggetto una perla d’Art Deco: “abat-jour”, tavolini, poltrone, su cui erano sedute giovani donne in abiti stile anni Venti e Trenta accanto ad altre in abbigliamento moderno. Un “arbiter elegantiarum” si chinò con “non chalance” per baciare la mano a una “madame” con cappello con nastri e piume, un’acconciatura elaborata e un diadema alla Cleopatra, sussurrandole: “Bijou, je t’aime”. Improvvisamente, quando sulle porte si posizionarono i valletti, tre per ogni vagone e immobili come statue, impettiti come sentinelle nella garitta, serpeggiò la voce che tra i presenti ci fosse la principessa di Westminster.
Altro atrio della Centrale
I cronisti fibrillarono. Ma era una “bufala” lanciata da qualcuno in vena di scherzare. Poco dopo, il treno dell’avventura e del brivido emise uno sbuffo per segnalare la partenza. I conduttori ci pregarono di scendere, e alle 10.30, tirato da un locomotore 645, costruito nel ’60, si rimise in moto con i suoi 17 vagoni: un serpente di 400 metri e un peso di 800 tonnellate, riscaldamento a carbonella, velocità 100 chilometri all’ora soprattutto di notte. Destinazione Venezia. Una partenza senza fanfare, come all’arrivo. Un sosia di Paolo Villaggio, sicuramente informato, disse che quel treno non aveva niente a che vedere con il fastoso salotto su rotaie dei primi tempi, cioè il primo Orient Express, che aveva soffitti damascati, poltrone in pelle, “boudoir” vistosi, secchi argentati per lo “champagne”, lampade a gas, tappeti straordinari nei corridoi… Un briciolo di storia? Il treno leggendario partì dalla Gare de l’Est di Parigi per Costantinopoli la prima volta alle 19 del 4 ottobre del 1883, un giovedì, con a bordo una quarantina di passeggeri: politici, dirigenti della Compagnia, diplomatici, letterati, nobiluomini e un giornalista incaricato di fare la cronaca della traversata.
Altra entrata della Centrale
Fu salutato con un gala di bandiere, gridi di gioia e la musica di Gershwin. Per decenni fece sognare chi non poteva permettersi quell’avventura favolosa, che ispirò anche uno spettacolo musicale di Oscar Sachs, rappresentato al Trianon. Tra quegli scompartimenti girarono “Dalla Russia con amore” di James Bond e film con Arsenio Lupin. L’armistizio della prima guerra mondiale ebbe il sigillo sulla vettura 2419 del generale Ferdinand Foch a Compiègne, la mattina del 9 novembre del 1918… Poi, il declino. Già nel ’45 aveva perso il suo fascino, diventando un convoglio come tanti altri, che con una velocità ridotta accoglieva non più ricconi e titolati, quando non era quasi deserto. Continuava a oltrepassare le frontiere dalla Francia alla Grecia, alla Turchia, ma senza più il decoro di una volta.
Fronte della stazione Centrale

Non più dunque il sontuoso appartamento viaggiante, il salotto d’oro dei signori parigini e viennesi che per diletto si recavano a Budapest o sul Bosforo, dove nascevano grandi alberghi per una “èlite” internazionale, tra i quali il Niven. In un libro dello scrittore Edmond About si legge che queste camerette mobili erano comode almeno quanto un ricco appartamento di Parigi. Trasportarono personaggi famosi, come Nicola II e Ferdinando di Bulgaria; la Bella Otero, nome d’arte dell’attrice e ballerina spagnola Agustina Otero Iglesias, che debuttò nel cabaret nel 1888 a Barcellona; la compagnia dei balletti russi; Mata Hari; Josephine Backer... Viaggiare su queste ruote era un segno di distinzione. Soprattutto le donne se ne facevano vanto. Le loro gonne fino ai piedi creavano imbarazzo nel momento in cui dovevano conquistare il predellino; e l’Orient Express dette una svolta alla moda, riducendo la lunghezza di quella stoffa pregiata. Era un mito. In un registro venivano raccolti le firme delle persone più illustri e i loro commenti.
Piazzale Duca d'Aosta-ingresso della Centrale
Il treno dell’82, che fece una fugace apparizione in quella pancia metallica e gigantesca, che è la stazione più importante di Milano, aveva comunque un’atmosfera da amori furtivi e di complotti. Forse suscitata dalle glorie delle sue vecchie corse. Dovuto a Georges Nagelmackers, messo sulle rotaie dalla Compagnie Internationale dei Wagond -Lits, e destinato a diventare il treno più ambìto di tutti i tempi, fu testimone anche di grandi amori e di fiammate improvvise e transitorie, raccontati in tanti romanzi avvincenti. La fama di quel treno dilagò nel mondo. Ma delitti e congiure avvennero anche in altre carrozze. Il 6 dicembre del 1860 il treno di Mulouse – riporta nel suo libro Volfgang Schivelbusc – entrò nella stazione di Parigi alle 3,15. I passeggeri si affrettarono a sloggiare e quando un addetto delle ferrovie aprì la porta di uno scompartimento rimasta chiusa scoprì il corpo di un uomo. Era quello del presidente del tribunale Poinsot. L’inchiesta, subito avviata, accertò che ad ucciderlo era stato un compagno di viaggio. L’omicidio provocò molta inquietudine. In Inghilterra, la sera del 9 luglio 1864, nella carrozza 69 d’un convoglio fu ucciso Thomas Briggs, bancario della City. L’Orient Express non è più tornato alla stazione di piazza Duca d’Aosta, e Mario Righetti da tempo non racconta più i suoi treni sul “Giornale”. E’ deceduto. Peccato che non abbia pensato di raccogliere in un libro i suoi articoli. Sarebbe stato molto utile ai tanti appassionati delle corse su rotaie.




mercoledì 17 gennaio 2018

La lunga storia del profumo


A FARCI PERDERE LA TESTA PER LEI
NON SAREBBE IL CUORE MA IL NASO


 
Gianfranco Radice, grande esperto
di fragranze, racconta le “maison”,
 
le creazioni (dal “n. 5” di Coco Chanel
all’ "eau de toilette” “First”), gli artisti
 
che disegnano le etichette, i manifesti,
tra cui Renè Magritte…




    

                                        Le foto appartengono alla collezione di Gianfranco Radice.                                              Chi volesse approfondire può consultare il sito www.ilprofumoneltempo.it


Franco Presicci



A.Erba Milano, cartello da vetrina
I profumi hanno attraversato i secoli inondando il mondo. Milioni di tipi e di esemplari. Ogni “maison” ha prodotto i suoi: gradevoli, forti, inebrianti, blandi, penetranti, dolci, secondo i gusti. Una storia lunghissima, ricca di personaggi, creazioni, dai greci ai romani; poesie, come quella in cui Catullo, invitando a cena Fabullo, gli promette l’aroma che Veneri e Amorini hanno donato alla sua ragazza del cuore; e che, quando lo avrà annusato, chiederà agli dei di farlo tutto naso.
Valli, Milano, dentifricio Kaliklor.
Era enorme l’uso degli effluvi che a partire dall’inizio del dominio dei quiriti sul Mediterraneo si faceva a Roma, con una spesa insopportabile, da costringere l’imperatore Tiberio a lagnarsi nel consesso dei “seniores”. Oltre ai guasti, le guerre introducono abitudini, usi, costumi…. Così accadde nella città le cui origini si disperdono nella leggenda.
Da principio il profumo fu adottato nelle cerimonie religiose; e si credeva che il merito fosse degli dei, che avevano deciso di donare agli uomini unguenti odorosi che la fecero da padrone assieme alle stoffe pregiate e ai preziosi. Spalmati sul corpo servivano anche a proteggere dal sole. Era, come oggi, importante per la donna farsi bella, dandosi un tocco di trucco. Nel suo libro “Una giornata nell’antica Roma” Alberto Angela sorprende una schiava intenta ad allungare con un bastoncino di carbone le sopracciglia della matrona. “C’è quasi la stessa tensione di un’operazione chirurgica”. Naturalmente le essenze che producevano allora gli “unguentari” non ottenevano gli stessi effetti di quelli odierni, non disponendo degli elementi scoperti in seguito: loro arricchivano una base oleosa con aromi vegetali, tra cui il mirto, l’incenso, la mirra…
E per sapere com’erano fatti, bisogna consultare Teofrasto di Ereso, scienziato e filosofo, discepolo e poi successore di Aristotele; e la “Naturalis historia” di Plinio il Vecchio, che racconta gli unguenti (tali erano, perché l’alcol fu portato in Europa dagli arabi nel XII secolo e quindi le esalazioni odorose erano il frutto della macerazione di sostanze). Una volta realizzati, gli unguenti venivano tenuti in anfore e successivamente trasferiti in contenitori più eleganti. La profumeria moderna ha preso avvio alla fine del XIX secolo; e grazie alla chimica organica sono nate le sue prime fragranze: Fougère Royal e Jichy.
Schiaparelli, Parigi profumo Snuf.
Nina Ricci, Coeur Joie
Nel ‘21 Coco Chanel, mito dell’eleganza dallo stile rivoluzionario, costumista, divulgò il suo famosissimo “n. 5” (l’anno successivo furono organizzate a Parigi le olimpiadi femminili). Dopo la scomparsa di quel grandissimo talento, che tra l’altro nel 1913 inventò la gonna sotto il ginocchio, indossata per quasi vent’anni, Jacques Poipe produsse un profumo ispirato a lei. Parlando di questo argomento, non si può non invitare a nozze Gianfranco Radice, che per tutta la vita professionale è stato “manager” in una ditta di “eau de toilette” ed è scrupoloso, colto, disponibile. E lui, tra l’altro titolare di una collezione compresa tra i primi del ‘900 e gli anni 60-70, non si schermisce.
Suspiro de Granada, Myrurgia
Sforna dettagli snodando brani della vita di Coco, che, figlia di un venditore ambulante, nata in un ospizio per poveri, fece passi da gigante per scalare il successo. Radice, 79 anni, alto, robusto, barba e baffi grigi, capelli radi, gentile, notevolissima esperienza, ha davvero tanto da dire. E non ha bisogno di domande. Spazia dalla Parfumerie Galimard alla Profumeria Artistica… E’ un’enciclopedia da sfogliare se si ha voglia di scrivere un libro. Amante dell’arte, è capace di evidenziare per ore le preziosità di manifesti, etichette, contenitori, facendo i nomi e indicando opere degli autori, tutti artisti famosi. “Per esempio, ‘Volnay’, una casa parigina, adotta per alcune fragranze i flaconi prodotti da Lalique; e di Lalique sono i contenitori di “Dans le coeur” di Arys negli anni ’20-30. La Casa di Nina Ricci, signora della moda, creatrice al livello di Coco Chanel, negli anni ’40 ha prodotto profumi vestiti con i vetri dello stesso Lalique. Un’altra grande sarta, la Schiaparelli, ha confezionato profumi sistemati in flaconi con immagini di Renè Magritte, il pittore belga che dipinse un uomo con cappello, solino e cravatta con una mela al posto del volto.
Schiaparelli, Parigi, Soucces Fou
C.Dior, Paris, Diorissimo, eseguito da F. Guery-Colas
Christian Dior, altro sarto eminente dedicatosi alle fragranze, per alcune edizioni di lusso ha affidato alle vetrerie Baccarat alcune sue realizzazioni; e in particolare per “Diorissimo” ha fatto eseguire un tappo-scultura da F. Guéry-Colas”. La “Voirnet”, altra “maison” importante, per il profumo “Enfin” ha utilizzato il vetro di Murano. C’era un marchio catalano “Myrurgia”, che ha concepito aromi di grande prestigio e diffusione non solo in Spagna, come “Suspiro de Granada”. A lasciarlo raccontare, Gianfranco Radice passerebbe in rassegna tutto il panorama della profumeria: case produttrici, fragranze, illustratori eccellenti per il materiale pubblicitario: la storica Paglieri di Alessandria, per dire un caso, si rivolse a Gino Boccasile, per un suo manifesto, che reclamizzava ciprie e profumi. Boccasile, barese trasferitosi a Milano, era un artista che aveva cominciato l’attività preparando vetrine con figure di contadini eseguite da lui a mano per poi imboccare la via della pubblicità per immagini. Nel 1930 elaborò 30 cartoline per la Fiera del Levante. La sua notorietà derivò dalle sue “Signorine Grandi Firme”, che comparivano sull’omonima rivista fondata da Pittigrilli e mutata in rotocalco da Cesare Zavattini.
Cella, Milano, etichetta Rose rouge
Poi, le ciprie, riprende Radice, che parla tenendo le braccia conserte, e passa da una sponda all’altra senza mai distrarre l’ascoltatore, anzi affascinandolo: ”Roger & Gallet”, casa parigina, che producendo ciprie negli anni 30 affidò per “Floeurs d’amour” il disegno del coperchio a Lalique. Un autore ignoto, ha disegnato per S.A.P. di Torino, per la cipria “Gladys Pickford”, un’etichetta per il contenitore, ispirata all’art deco”, affermatasi negli anni ‘20. Chi lo ferma, Gianfranco? E’ una Freccia Rossa. “Per far conoscere marchi anche secondari vengono interpellati eminenti scultori e ceramisti. Il mondo della profumeria vanta esempi di arte applicata anche per gli spruzzatori, alcuni dei quali sono autentiche opere d’arte; per le etichette, i calendarietti, i cartelli di vetrina…”. La signora o il giovanotto che entrano in profumeria per acquistare, per esempio, un’“eau de toilette First”, non immaginano che cosa si celi dietro quel “gioiello” firmato da Van Cleef & Arpels. Ha cercato di chiarirlo una manifestazione che si è svolta a Firenze, alla stazione Leopolda con novità di 160 marchi provenienti da ogni parte del mondo. Sissel Tolaas, scienziata scandinava che si proclama “ricercatrice di odori” e ha creato il primo archivio del settore al mondo, ha portato da Berlino un forziere di ben 6370 effluvi.
Un’altra iniziativa, che richiama 7500 persone, tra esperti e appassionati, si svolge ogni anno a Milano: “Excence-The Scent of Excellence, evento a livello internazionale della Profumeria Artistica.E l’acqua di Colonia, che, inventata alla fine del 1600, grazie a Gian Paolo Feminis, nato a Santa Maria Maggiore, in al Vigezzo? E i nasi più celebri al mondo, come i profumieri francesi Dominique Ropion e Francis Kurkdjan, vincitore nel 2001 del “Prix Francoise Coty” e creatore del celebre profumo ”La Màle” de Jean-Paul Gaultier? La conversazione su questo universo ricco di effluvi è durata oltre un’ora e mezza e ci ha riempiti di informazioni. Riprenderemo il discorso in un prossimo futuro. Mentre ci saluta, Gianfranco ricorda che l’attività del mastro profumiere è nobile ed elevata, più che un mestiere un’arte. E’ venuta alla luce in Egitto, dove i faraoni adottavano il Kiphi, composto di 60 essenze; e i sacerdoti cospargevano le statue delle divinità di unguenti che deliziavano l’olfatto. Una storia gloriosa, fatta di grandi talenti e di invenzioni sublimi. Il profumo non si limita a rendere più gradevole la nostra presenza: influisce sul nostro umore; sembra esercitare un’azione terapeutica nella depressione; influenza i nostri rapporti con gli altri; ammalia, seduce, rapisce, a volte fa fiorire l’amore e lo alimenta. Insomma a farci perdere la testa per lei sarebbe più il naso che il cuore.