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mercoledì 9 maggio 2018

“LE COMUNITA’ MONTANE DI GIOIA E DI MOTTOLA” di Michele Annese




PRESENTAZIONE DEL DOTT. ANTONIO SILVESTRI,
già Presidente della Comunità Montana della Murgia Sud Orientale e Assessore regionale


Ad iniziativa della Fondazione “Nuove Proposte” di Martina Franca, è stato presentato il libro di Michele Annese “Le Comunità Montane di Gioia e di Mottola-L’avventura degli eterni Giovani della 285”. (BookSprint Edizioni,2017,pp.144, copertina di Marzia Annese).                                                                     


 

Il Presidente della Fondazione avv. Elio Michele Greco, ha espresso la sua soddisfazione per l’evento organizzato con la valida collaborazione della figlia Cinzia e del nipote Gianluigi Ancona, sottolineando l’amicizia e la collaborazione con Annese, in qualità di direttore della Biblioteca “C. Natale” di Crispiano e di segretario generale della Comunità Montana di Gioia del Colle, nell’attuazione di progetti di diffusione della cultura in Puglia, in Italia e all’estero, attraverso varie iniziative dal premio Ciaia (Un libro in premio e un premio in libri) alla biblioteca in vetrina, alla biblioteca in condominio, agli incontri con artisti e letterati; ecc.

Il dott. Silvestri, già presidente della Comunità Montana Murgia sud orientale e assessore regionale di Gioia del Colle, ha ricordato l’esperienza con Annese a livello politico e istituzionale, sottolineando la sincera e proficua amicizia e si è detto onorato di aver operato all’interno della Comunità Montana dal 1981, quando Annese fu chiamato a ricoprire l’incarico di segretario generale dell’Ente (incarico ricoperto per oltre 30 anni, di cui i primi 6 condivisi con la presidenza Silvestri). Il titolo del libro, ha detto Silvestri, dà il segnale di qualcosa di anomalo. Si parla di due Comunità Montane, prima era l’unica Comunità Montana interprovinciale in Italia, poi per legge regionale è stata sdoppiata nell’ambito delle rispettive province. Le Comunità Montane sono sorte come Consorzi tra Comuni, soggette purtroppo alle modifiche delle leggi e alle conseguenti modifiche del lavoro e degli interventi avviati. Nate come Ente cerniera tra Comuni e Regioni, di fatto le Comunità Montane non hanno mai espletato questa funzione, sono rimaste le cenerentole degli Enti locali, perché non c’era una linea di congiungimento tra Comuni e Regione. Esse dovevano inventarsi un ruolo, subendo continuamente un martirio legislativo. Le leggi successive hanno modificato il funzionamento delle Comunità, fino alla loro soppressione e sostituzione con le Associazioni dei Comuni. Tutte queste difficoltà Annese le evidenzia nel suo racconto, difficoltà da lui vissute nel ruolo di segretario generale; ha avuto il pregio, però, di dare all’opera un taglio giornalistico, grazie alla sua attività di giornalista di ricerca non di attacco.
E’ stata una scelta culturale, non esprime mai un giudizio sull’operato degli amministratori, nel rispetto dei ruoli; con linguaggio moderato ed essenziale, Annese riporta l’attività di tutte le Amministrazioni che si sono succedute nei 30 anni di vita della Comunità. Non è uno spaccato della vita amministrativa, ma una summa, l’insieme delle attività svolte; è un “libro-documento”, un libro prezioso per capire come si sono evolute le espressioni legislative europee applicate ai rapporti tra Enti nazionali, regionali, provinciali e comunali. Il principio di montanità non è stato mai consolidato in una definizione, è stata una materia fluttuante sempre alla mercé dei legislatori. Con ogni nuovo presidente si correva il rischio di perdere ciò che era stato realizzato in precedenza.
A differenza di quanto avviene nei Consorzi, i rappresentanti dei Comuni che entravano nel Consiglio della Comunità Montana avevano un ruolo di responsabilità nella gestione, ne rinnovavano la struttura e spesso i Comuni non erano votati alla collaborazione, ma al confronto orgoglioso tra loro. Era quindi necessario tenere legati i segmenti, per fare un unicum, era necessario adoperarsi per tenere salda la maggioranza, che doveva procedere nella programmazione e nella prosecuzione dei progetti avviati. Annese, senza esprimere valutazioni politiche sulla gestione amministrativa, mostra in tutti i passaggi competenza e conoscenza del modo di operare negli organismi amministrativi; ha vissuto il dramma legislativo, ma ha rappresentato la continuità della Comunità Montana. Soprattutto quando, con legge regionale, fu necessario rideterminare i perimetri delle due Comunità Montane, specificando che gli Enti dovevano risiedere all’interno del territorio provinciale e nell’ambito del territorio montano, si rese necessario lo sdoppiamento: la Comunità Montana della Murgia Barese Sud Est, 7 Comuni, con sede a Gioia del Colle e la Comunità Montana della Murgia Tarantina, 9 Comuni, con sede a Mottola.
Annese mostra, nel raccontare, che il provvedimento non è stato gradito, visto che il modello di organizzazione del lavoro, il clima di collaborazione e di amicizia presenti nell’Ente, veniva sconvolto. Il processo di smobilitazione e di scissione comportò la vanificazione di tanti progetti avviati; con una ulteriore disposizione legislativa (T.U. 267/2000) usciva dalla Comunità Montana il Comune di Martina Franca, perché superiore a 40 mila abitanti e veniva garantita l’entrata di Comuni non classificati montani. Il principio che si era consolidato, secondo il quale per lo sviluppo di un territorio è necessaria la collaborazione e la sinergia tra Comuni ed Enti esterni, veniva compromesso; diventava difficile coordinare paesi con economia di montagna e paesi con economia di pianura. (ricordiamo la polemica, a livello nazionale, suscitata da Rizzo e Stella con la pubblicazione del libro “La Casta”, nel quale la Comunità Montana di Mottola era diventata il simbolo di tutti gli sprechi della politica in Italia). E infine lo scioglimento, con cui la Murgia ha perso tanto, in termini di valorizzazione del territorio, fruizione di aiuti economici per il completamento di progetti e infrastrutture avviate. Quale quindi l’obiettivo che Annese si è posto nel ricostruire la vita delle Comunità? Si chiede Silvestri. Ringraziare gli ex giovani della 285, divenuti col tempo dei collaboratori. Inizialmente erano 126 i soci facenti parte di una cooperativa barese che si recavano a Gioia del Colle per interessarsi di problemi di forestazione, prevenzione incendi, irrigazioni, seguiti dalla nascente Comunità Montana, con i rappresentanti dei Comuni, riunitisi per la prima volta a Martina Franca, sotto la presidenza dell’avv. Nino Caroli Casavola. Non avevano un programma, un piano di sviluppo socio-economico, elaborato per la prima volta sotto la presidenza Silvestri con il coordinamento tecnico del dott. Nino Simeone; in pratica questi giovani non avevano niente da fare e non avevano nessuna garanzia di uno stipendio regolare.
Da sinistra: Brescia, Ricci, Palazzo, Palumbo, Annese, Castellano, De Palma, Colacicco
Di questa prima gestione purtroppo non ci sono gli atti. In 30 anni si era creato un gruppo capace di operare in modo coordinato, si era creata un’atmosfera operativa positiva. Successivamente però queste unità lavorative sono state costrette a cercare altri Enti in cui inserirsi professionalmente, per cui c’è stato un fuggi fuggi di persone preparate, verso Consorzi, Comuni, Provincia e Regione, sino alla stabilizzazione finale di 6 dipendenti. Ma non si possono dimenticare, ha concluso il dott. Silvestri, le tracce lasciate nel territorio della Murgia: infrastrutture territoriali, sperimentazioni in agricoltura, sostegno agli allevamenti, promozione turistica, nascita istituto alberghiero a Crispiano e la realizzazione del piano di tutela e di valorizzazione del bosco “Pianelle”, divenuta poi area protetta con legge regionale. Per questo progetto fu incaricata un’equipe formata dall’ing. Giuseppe Ancona, dall’arch. Stella Ancona, dall’esperta forestale Anna Maria Castellaneta e dal geologo Francesco D’Allura; Michele Annese nel suo intervento, ha subito ringraziato Elio Greco, presidente di “Nuove Proposte”, per il suo generoso contributo allo sviluppo culturale di Crispiano, con le brillanti manifestazioni e iniziative trasferite nel territorio crispianese, grazie anche alla collaborazione di Franco Punzi, cittadino onorario di Crispiano e alla vicinanza di Antonio Magazzino, sostenitore delle belle esperienze di gemellaggio con la Grecia, nelle vesti di sindaco, di vice sindaco e semplice cittadino. Un grazie particolare ha rivolto al grande amico Antonio Silvestri, primo presidente eletto alla Comunità Montana e con il quale Annese ha iniziato la sua attività di segretario generale a Gioia del Colle. A Silvestri è stato anche riconosciuto il merito di aver previsto, tra gli interventi dell’Ente montano, il sostegno finanziario anche alle attività culturali sul territorio e istituito l’ufficio stampa, affidato al giornalista Paolo Aquaro per favorire il collegamento con e tra i Comuni, l’attività degli amministratori e la comunicazione con gli operatori economici e turistici del territorio. In relazione al libro presentato, l’autore ha confermato il suo intento di rendere omaggio ai 126 giovani 285, protagonisti insieme agli amministratori che si sono succeduti, delle scelte fatte, dei risultati raggiunti.
La Comunità Montana ha contribuito validamente a rafforzare la speranza di quanti vivevano nelle campagne, a credere nelle loro risorse, a migliorare le proprie condizioni di vita. Le tante innovazioni, sia nell’agricoltura che nell’allevamento e le promozioni turistiche, culturali e sociali, hanno trasformato il volto delle campagne murgesi, ed è con vero rammarico, ha sottolineato Annese, constatare con quanta leggerezza sono state approvate leggi di scioglimento delle Comunità montane, con la conseguente perdita di risorse economiche europee. Il libro documenta pedissequamente quanto è stato fatto con l’entusiasmo degli amministratori e l’impegno dei giovani coadiuvati da validi professionisti incaricati, grazie ai quali sono stati attuati progetti di avanguardia.
Annese ha salutato e ringraziato i presenti in sala, avv. Enrico Pellegrini, già presidente, i consiglieri dott.ssa Antonietta Lella e Antonio Palmisano, i dipendenti Stefano Palazzo, Michele Ricci, Pietro Indellicato, Giorgio Aquaro, Michele Larato, i professionisti Nico Blasi, direttore del gruppo “Umanesimo della Pietra”, all’epoca promotore della rivista di cultura ambientalistica “Verde” e del progetto “Operazione grande albero” (classificazione delle Querce secolari), editi e finanziati dalla Comunità Montana, il rag. Antonio Tagariello, l’ing. Carmelo Schiattone, l’ing. Paolo Scialpi, il geom. Mino Marzulli, il dott. Martino De Cesare, il dott. Vincenzo Chirulli e Vinicio Aquaro, operatore culturale, promotore del “Premio letterario “Valle dei trulli”, la sig.ra Caterina Lofano che ha assicurato la prosecuzione della gestione della Biblioteca di Crispiano, la sig.ra Mariangela Liuzzi, presidente dell’Associazione “Minerva” e gli amici della Biblioteca dott. Martino Giacovelli, dott. Donato Greco, il Segretario generale dott. Donato Plantone e la moglie Ida Del Giudice. Un ringraziamento particolare Annese l’ha rivolto ai fautori dell’opera pubblicata con il “fai da te”, per l’impegno profuso dalla moglie Silvia Laddomada, dalla sig.ra Cristina Cianfarani e dal dott. Donato Basso. Al termine l’avv. Greco ha preannunciato l’assegnazione di una medaglia d’oro al prof. Vito Giampetruzzi, già presidente della Comunità Montana barese, quale premio “per l’opera meritoria di sostegno alle diverse iniziative culturali sul territorio ed in particolare il recupero e la valorizzazione dell’ex convento dei Frati Francescani Riformati di Santeramo in Colle”, che verrà consegnata in una prossima serata di presentazione del libro.

mercoledì 2 maggio 2018

Momenti insoliti sui mezzi pubblici


Il 2
LAMPI DI TEATRO DELL’ASSURDO

SUI TRAM E SUI TAXI DI MILANO


La presunta contessa che si fa
portare a Firenze e non paga;

il falso colonnello della Nato
ospite dell’ospedale psichiatrico
di Mombello;

il gatto che miagola sul metrò, ma è un giocattolo che fa impennare una passeggera.

Il violino che non fa fare cassa e
l’”artista” s’impenna.







Franco Presicci


Sui mezzi pubblici a Milano ogni tanto balenano lampi di teatro: l’anzianotto con in capelli lunghi raccolti a coda di cavallo sulla nuca, che dopo aver suonato in qualche maniera un paio di canzoni ed essere passato con un bicchiere rimasto vuoto improvvisa un sermone infiorettato di imprecazioni; la signora che sente miagolare un gatto, scruta sotto i sedili e sospettando che sia nascosto in una borsa dà in escandescenze e non si placa neppure quando si scopre che a gnaulare è un giocattolo sollecitato dal movimento del metrò.
Tram in via Montesanto diretto alla Centrale FS
“Una marea di alieni sono già arrivati sulla terra- avverte una seconda -, si sono impossessati dei nostri corpi e nessuno si accorge di essersi trasformato in un altro. Anche io sono posseduta da un essere che mi si era rivelato promettendomi un viaggio sulla luna”. La donna, sui cinquanta, bassina, bruna, tunica bianca, si era appostata alle spalle del conducente del tram e sproloquiava, mentre il tranviere, pur attento alle manovre di comando, ascoltava impassibile questo lungo racconto surreale che durò una decina di fermate. Alcuni stavano a sentire guardando con espressione ironica i vicini allibiti; altri commentavano riducendo la voce a un mormorìo; un signore sghignazzò; “E’ davvero un mondo da pazzi”, e fu ricambiato con uno sguardo compassionevole. Io, che andavo e tornavo in tram dal lavoro, accendevo il registratore, che catturava le sparate per la mia rubrica “Microfono segreto”.
Tram in via Albricci
Quando scoppiò lo scandalo del vino al metanolo, che costò la vita a una persona che abitava in viale Sarca, sul “2”, che allora aveva il capolinea in viale Lunigiana, una mattina i viaggiatori intavolarono una discussione accanita che dopo un po’ venne interrotta da un urlo da coyote di un tale dall’apparenza campagnola: “E’ tutta colpa della bomba tonica!”, facendo roteare un bastone con il pomo a becco d’aquila. E calò il silenzio. Un’altra mattina un altro personaggio, calvo, sottile, occhiali scuri, mentre il tram procedeva a singhiozzi verso piazza Cavour, esortava il manovratore a partecipare a un comitato che aveva lo scopo di abbattere le carceri, che “sono inutili, hanno un aspetto triste e offendono il paesaggio”. “Signori, biglietto!”. La voce proveniva dalla piattaforma, i passeggeri si affrettarono a tirar fuori delle tasche i documenti di viaggio, mentre l’agitatore cercava di sfuggire al controllore, ma si trovò di fronte a un gigante falla faccia severa, che non gradì la puzza di alcol che quello emanava farfugliando: “Non sapevo che a Milano per spostarsi bisognasse pagare”.
Tram in via Montesanto
Su un autobus pieno come una scatola di sardine una passeggera piuttosto anziana, un po’ sdogata, occhi stralunati, una siepe di capelli policromi pettinati alla Pippi Calzelunghe, vestita di nero come le donne in lutto nel Sud, un cappellino con la penna da alpino, si rivolse ad un’altra più giovane con residui di una bellezza seducente, e con tono imperioso: “Ehi, straniera, lo hai pagato il biglietto?”. L’interpellata senza fare una piega si alzo, le cedette il posto e le mostrò di essere perfettamente in regola. Sul filobus 90, che percorre come il confratello 91 in senso inverso la circonvallazione, sempre affollato di extracomunitari, un quasi sosia del sacrestano di don Matteo nell’omonimo sceneggiato televisivo, camicia hawaiana e giacca sulle spalle, tuonò: “Dicono che le pensioni le pagate voi, allora fatemi sapere perché a me non date mai una lira”. I presenti lo ignorarono e l’atmosfera non si arroventò, nonostante quello continuasse a blaterare.
Scene frequenti anche sui taxi. Anni fa Luigi Carcano, poeta e paroliere nato a Porta Cicca, descrisse una delle sue: “Un mezzogiorno sale sul mio taxi un tale che autorevolmente mi dice: ‘Sono un colonello della Nato, devo fare alcuni rilievi in Brianza per operazioni militari previste per la settimana prossima”. Luigi, autore di libri divertenti pubblicati dalla casa editrice Meravigli, parte, e appena fuori città viene invitato a fermarsi. Il sedicente ufficiale scende, fa cenno al tassista di seguirlo, gli fa reggere la borsa, ne estrae delle carte e studia il paesaggio, borbottando: “A destra, su quello spazio erboso, sistemiamo l’artiglieria; lì i bersaglieri, no, forse un po’ più avanti, oltre quell’albero è meglio; a sinistra, sul fianco di quella casamatta, i motociclisti…”. Parla e annota, poi si proclama soddisfatto e ordina: ’Possiamo andare, punti verso la provinciale’”. Luigi obbedisce all’ordine di imboccare un vialetto e di fermarsi davanti a una villa, “dove si trova il generale al quale devo riferire i risultati dell’esplorazione. Ritorno al massimo fra mezz’ora”. E va con passo marziale. “Aspetto con pazienza, passa la mezz’ora, ne passa un’altra, quindi vado dal custode per sapere quando potrà concludersi la riunione. Alla risposta Luigi resta senza parole: “Quale riunione? Questo è l’ospedale psichiatrico di Mombello”.
Pietro Carrideo
Al mio amico Pietro Carrideo, oggi sessantacinquenne, sposato con Lidia, tre figli, originario di Torremaggiore, qualche chilometro da San Severo, in Puglia, tassista per una vita a Milano, oggi in pensione, si presentò come contessa una donna di notevoli dimensioni: “Mi porti a Firenze”. Pietro mise in moto e, giunto a destinazione, fatti un bel po’ di giri, dovette proseguire, su indicazione della nobildonna, verso Prato. Dopo aver preso a bordo un’altra donna, indicata come dottoressa. Altri giri e ritorno a Firenze, quindi a Milano. Nessuna delle due aprì la borsetta, ma dettero appuntamento a Pietro il giorno dopo per altre ore di corse. Stesso atteggiamento quel giorno e l’altro ancora. “Poi penai parecchio per avere il mio denaro, che mi venne consegnato dalla dottoressa, che era stata a sua volta raggirata”. Altre vicende mi furono raccontate durante la pausa di un incontro di tassisti organizzato nel ‘90 in un locale dell’Idroscalo da Farina, capo dell’ufficio distribuzione del “Giorno”. In quella serata, Carlo, ex attore di teatro, appreso che ero alla ricerca di storie insolite, aprì il suo album: “Una sera mi chiamano da un ristorante di lusso, vado, ospito un signore distinto, gli chiedo dove devo portarlo, e quello mi fa: ‘Dove vuoi tu, cretino’. Sorpreso, rimbecco: ‘Guardi che la butto giù dal taxi’. Impassibile, lui mi porge 30 mila lire e ripete che sono libero di scegliere il tragitto. Poi i chilometri superano la cifra pagata e lui mi allunga altri 20 bigliettoni. Alla fine si decide a indicare l’indirizzo di un prestigioso palazzo del centro.
Tram che corre verso piazza della Repubblica
Quando ci arriviamo, abbandona l’abitacolo e impone a Carlo di aspettare. Trascorre mezz’ora e più, un colpo di claxon, fa capolino un uomo in divisa da maggiordomo, alto, in carne, con l’aria da generale dell’esercito. ”Desidera?”. “Sto aspettando il signore che è entrato lì dentro”. “Ma il signor conte è già a letto”. Enzo: “Un giovane su una Volvo mi dice di non riuscire a raggiungere l’autostrada per Genova, e mi chiede di fargli da guida’. Accetto, ma appena il furbastro riesce ad orientarsi accelera e sparisce”. Rividi Lugi nello studio-galleria del pittore Aldo Cortina, in vicolo dei Lavandai, Poco prima era andato via Bettino Craxi, di cui Aldo, di Belluno, già allievo di De Pisis, titolare della Libreria Universitaria di fronte alla Statale, presidente del gruppo pittori di via Bagutta, era amico. Si inaugurava una delle sue mostre, ispirata al Naviglio Grande e alla vecchia Milano. Luigi mi fece una strizzatina d’occhi, mi avvicinai e mi offrì un tulipano a stelo lungo con due dita di bianco secco. “Quando possiamo parlare tranquillamente?”. “Molto presto”. Mi sorrise, sorseggiando da intenditore. Era un milanesone del ’20, cresciuto nel quartiere più popolare della città. Autore di tanti brani, come “La metamorfosi di un terrone”, finalista nell’83 al Festival della canzone meneghina. Le sue storie in dialetto sono raccontate con Luigi Carcano da Giovanni Luzzi nei Libri “Parla el Luisin tassista” e “Parla el tassista”, pubblicati dalla Meravigli. Avvocato penalista, studioso di psicologia giudiziaria, cultore del dialetto, autore del volume “Inscì parla la mala”, de “Il giallo della stretta Bagnera”, di commedie, poesie… Luzzi era nato nel 1901 da una famiglia milanese benestante di origine emiliana. Fu il più giovane laureato d’Italia.






sabato 21 aprile 2018

I racconti dell’Arma dei Carabinieri






LA BORSEGGIATRICE DI SANTIAGO
CHE PILUCCAVA 2 MILIONI AL GIORNO
 
Calendario Carabinieri 2018
La storia del non vedente che, caduto

nel naviglio, fu salvato da un brigadiere.

Gli arresti degli assassini, dei boss, delle
 
mezze maniche della malandra.




 

Il busto eseguito dal pittore Paganini è tratto dal bellissimo volume “Cartoline storiche dei carabinieri”


                                                
 
Franco Presicci


L’ufficiale dei carabinieri mi stava seduto di fronte, al di là della scrivania, e sulle prime mi dette l’impressione di non gradire il flusso di domande che lo aspettavano, pur essendo affabile, cortese; ma dopo le prime battute mi ricredetti. Mi chiese, sorridente: “Sai che a Santiago del Cile c’è una universita’ del borseggio?”.
Posto di blocco dei Carabinieri 30 anni fa
Sì, ne ho parlato tempo fa in una delle puntate della trasmissione televisiva su Rai3, “Fuori Orario”, condotta da David Riondino. Ma la storia che vorrei raccontarti sicuramente non la conosci. Era l’ottobre dell’85 e, terminate le puntate della “Polizia racconta” sul ”Giorno”, il vicedirettore e capocronista, Guido Gerosa, mi suggerì di avviarne altre, raccogliendo ricordi, esperienze, considerazioni tra ufficiali e sottufficiali dell’Arma. Una mietitura sicuramente ricca e interessante. Dopo qualche giorno arrivò il “via libera”, ma a condizione che non facessi i nomi degli intervistati. Promisi, e mantengo la promessa ancora adesso. C’era un grande traffico in via Vincenzo Monti quando varcai la soglia della caserma, puntuale all’appuntamento con il comandante del nucleo radiomobile, un bell’uomo di Caserta, sposato, tre figli, colto, elegante nella sua divisa, grado di maggiore, 40 anni, da venti nell’Arma, tre a dicembre di servizio nella nostra città. Un appuntato mi annunciò, lui mi venne incontro e mi indicò una sedia. Appoggiai sulla scrivania un paio di fogli, impugnai la penna per prendere qualche appunto, e fermai lo sguardo verso un quadro raffigurante un carabiniere che estraeva un bambino dalle fiamme che azzannavano un edificio: forse una scena di Walter Molino su “La Domenica del Corriere”. 
La fiamma dei Carabinieri
Sorridendo, il maggiore mi anticipò con la domanda sulla scuola cilena, che formava i virtuosi del caschè, del gancio, dell’impettata. “Laureò anche una donna, che, arrivata poi nel nostro Paese, prese alloggio in un hotel di Genova e si mise a fare la pendolare tra la città ligure e Milano, dirottando a volte in altre località, dopo aver già operato a Udine, a Venezia, a Trieste… Era un’autentica ‘giocoliera’”. Ma siccome non tutte le ciambelle riescono col buco, accumulato un consistente malloppo, un giorno una pattuglia dei carabinieri la “bevve” e la portò nell’ufficio degli investigatori del nucleo radiomobile, ai quali snocciolò la sua storia. “A Santiago - cominciò - nei sobborghi è attiva una ‘facoltà’ del borseggio, dove il maestro impartisce meticolose lezioni teoriche prima di passare alla pratica. Da lui appresi l’arte di infilare con la massima leggerezza le mani nelle borse, stando attenta a non premere troppo sulle cerniere (“le dita devono essere ali di farfalla”); e imparai a conoscere tutti i tipi di borse, a bottoni o a serratura ad incastro”. Fu promossa e si mise a volare. “Ero in grado di intuire la sistemazione dei vani interni degli obiettivi prima di intraprendere il lavoro”.
Via Moscova
La donna, sulla quarantina, riferì questi ed altri particolari al comandante, che si mostrava interessato. “Non creda – aggiunse – che io sia contenta di aver scelto questo mestiere, che tra l’altro mi porta così lontana dalla famiglia. Ma non potevo esercitarne un altro. Era quello dei miei genitori, che mi hanno trasmesso anche loro qualche trucco... In Cile - aggiunse – i veterani sono gelosissimi dei loro metodi e li tramandano con orgoglio soltanto ai propri figli”. I suoi bersagli esclusivi erano le donne estasiate davanti ai negozi di abbigliamento (“sui tram e sui vagoni del metrò non sono mai salita”). Erano le prede più facilmente abbordabili: “Quando si fermano davanti a una vetrina e sognano di acquistare un capo elegante con tanto di firma celebrata per ben figurare in una serata importante, si distraggono completamente, si distaccano da ciò che le circonda. E’ quello il momento adatto per colpire”. Non le andava sempre bene, naturalmente. E se l’esplorazione della borsa non l’assicurava, rinunciava al colpo senza crucciarsi. Tanto alla fine della giornata il suo milione e mezzo, e anche di più, lo rimediava comunque. “Rubare in Italia – precisò – è uno scherzo da ragazzi”. Rivelò i suoi segreti dettagliando. Disse che preferiva agire da sola, non in batteria; che era una grande ammiratrice della bravura degli slavi (che tra l’altro nei loro “staff” impiegavano anche i minorenni, perché non soggetti alla legge penale: n.d.a.); e che aveva l’abitudine di arrotolare la refurtiva legandola con un nastro.
La via del Corriere
Quando fu beccata dai carabinieri del nucleo radiomobile di rotoli ne aveva una quindicina (un milione e 900 mila lire). A notare la sua manovra non era stata la vittima ma un passante. La “fisarmonica”, come la malandra definisce il portafoglio, aveva già preso il volo e una volta svuotato era stato gettato in un cestino portarifiuti. Nella caserma di via Vincenzo Mobile, durante il colloquio con l’ufficiale, garbato, ma inflessibile anche con chi delinque, lei, che pure doveva aspettarsi di essere “bevuta” un giorno l’altro, pianse; e fra le lacrime confidò la sua aspirazione: tornare un giorno a Santiago, aprire un negozio e prendersi cura dei suoi figli, che vedeva una volta all’anno. Storia interessante, comandante. Gliene saranno capitate da poter scrivere un’antologia. Chissà, forse un giorno, mentre si gode la pensione. “Non credo. Devo precisare che non sono soltanto i sudamericani a dedicarsi al borseggio. Abbiano arrestato libanesi e tunisini, abili anche in scippi e rapine”. Qual è l’età dei borseggiatori? “Un esempio.
L'insegna del Corriere
Di recente un uomo di 64 anni, scendendo dalla corriera in piazzale Cadorna e piegandosi su una delle sue valigie, è stato borseggiato da uno straniero di 58 anni. Un anziano signore, che aveva seguito la scena, ha gridato, il derubato ha inseguito il ladro, una pattuglia del radiomobile in perlustrazione è immediatamente intervenuta e il ‘giocoliere’ ha concluso il suo numero. Nonostante l’età, non aveva perduto la scaltrezza, la mano non si era appesantita. Naturalmente nei “carnieri” dei carabinieri non finivano (e non finiscono) soltanto lepri e uccelli di passo. Si ricordano le grandi operazioni antimafia condotte dai nuclei operativo e investigativo di via Moscova, dove ha sede la Legione (a due passi dal “Corriere” e dal ristorante Rigolo, frequentato, oltre che da rappresentanti dello spettacolo, della cultura e dell’industria, dai vip del quotidiano di via Solferino); l’arresto di pericolosi rapinatori, di fabbricanti di denaro falso, di sequestratori di persona, di assassini… Ricordo quando, nell’87, misero in trappola in un “residence” del Bresciano una specie di primula rossa, che scatenò un pomeriggio di fuoco.
Il famoso ristorante Rigolo
“Il nostro scopo è quello di prevenire e reprimere tutti i reati. Noi del radiomobile ogni sera mettiamo uomini in osservazione nelle strade maggiormente insidiate dalla malavita e spesso facciamo buona caccia anche nel campo del commercio dell’eroina. Qui stiamo assistendo ad un fenomeno nuovo: mentre prima quando portavamo in caserma giovani che spacciavano piccoli quantitativi di ‘polvere’ non c’era verso di farli parlare. Adesso invece sono sempre più numerosi coloro che spiattellano subito le generalità del fornitore. Vuole qualche cifra? In pochi mesi solo il nucleo radiomobile, per fatti di droga, ha arrestato 96 persone e sequestrato oltre 4 chili di sostanze stupefacenti. E’ il risultato di una buona organizzazione. La caserma di via Vincenzo Monti ha un organico di 400 uomini e dalle 8 alle 13.30 e dalle 15.30 alle 20 facciamo uscire fino a 30 Alfette”. Il maggiore sfogliò delle carte e intanto consultava la memoria, che tra l’altro elargiva fatti e figure che con la malandra non avevano nulla a che vedere. Così emerse il brigadiere del radiomobile che una sera percorrendo l’Alzaia Naviglio Grande con l’auto di servizio sentì una voce che invocava aiuto per una persona caduta in acqua. Il sottufficiale si tuffò e salvò la vittima: un cieco che vendeva i biglietti della lotteria sotto i portici di piazza Duomo. Trascorse del tempo e un giorno il brigadiere andò a trovarlo, e dopo essersi presentato acquistò nove biglietti di “Premiatissima”; per gratitudine ne ricevette uno in regalo. E con quello vinse 5 milioni, ai quali se ne aggiunsero altri 5 con il meccanismo della telefonata, per sorteggio, a casa. Il carabiniere si ripresentò dal non vedente e gli regalò un milione. Quando l’intervista giunse alla fine, il maggiore volle accompagnarmi fino al portone aperto su via Vincenzo Monti. Attraversammo la piazza d’armi e parlando esitai, ricordando le volte in cui avevo partecipato alle manifestazioni con i carabinieri a cavallo, compreso quella del saluto al colonnello Nobili nominato generale e destinato a Napoli.







lunedì 16 aprile 2018

Vita movimentata di uno chef


 
IL LECCESE ANTONIO CRETI’

DA UNA CUCINA ALL’ALTRA



Lo intervistai all’Hotel Quark
nel 2006; lo rividi all’opera
alla Fiera di Osnago in una
cena rinascimentale allestita
dall’inner Wheel International
con il Rotary Club di Merate,
e in una delle tante altre serate
di beneficenza negli stessi luoghi.
Fu Dino Abbascià a presentarmi
Cretì, persona gentile e generosa.






Franco Presicci
 
Aldo Fabrizi(scultore F.Moccia)
Lo chef Cretì in gita a Martina F.

Al “Charlymax” ogni tanto entrava in cucina Aldo Fabrizi, il bonario attore di cinema e di teatro, regista, sceneggiatore, poeta e produttore, che alle architetture culinarie dedicava anche saporosi versi (“Si se magnasse solo pastasciutta, sarebbe veramente ‘na bellezza…”). “Amava mostrare come calava gli spaghetti nell’acqua – mi raccontò il giorno in cui lo intervistati lo “chef” Antonio Cretì - li teneva in pugno sospesi sulla pentola, quindi allentava la stretta e li lasciava cadere”. Si divertiva, l’antagonista di Totò in “Guardie e ladri”, alla vista di quegli “steli” che prima di affondare si allargavano come quelli delle rose in un vaso dal becco troppo largo. Cretì, oggi ottantunenne, di Ortelle, paese della provincia di Lecce, quasi si commosse al ricordo di quel pacioccone ricco di simpatia che faceva ridere migliaia di spettatori. Di cose da dire ne aveva tante: “Al Griso” di via Fabio Filzi, dopo la chiusura delle prime edizioni, venivano giornalisti di tutte le testate milanesi. Ma anche attori, musicisti, presentatori: Gorni Kramer, Pino Calvi, Mike Bongiono; e i campioni della Mille Miglia”, perché il titolare, Volpi, aveva fatto parte dell’organizzazione della corsa soppressa nel ’57.
da sinistra: Nico Blasi e Dely Giuliani Gatti
La sera in cui Duilio Loi vinse a Milano nel ’60 il campionato del mondo dei ‘welters junior’ i nostri tavoli vennero presi d’assalto”. E continuava, mentre sul suo viso da orientale si disegnava un sorriso gioioso: “Feci l’inaugurazione del ‘Charlymax’, in via Marconi 2, primo tentativo a Milano di ristorante notturno, apertura alle 21, e sono stato poi ‘chef’ all’Hotel Panorama Golf di Gignese”, piccolo paese a metà strada fra Stresa e il Mottarone, che vanta il Museo dell’Ombrello, in omaggio ai tanti ombrellai che, nati qui, si sparsero non solo in Lombardia ad aggiustare manici e stecche. “Lì conobbi Gianni Agus e Mario Soldati, che scriveva le sue splendide pagine e si diceva affascinato da questo albergo in mezzo alla natura e con le persiane verdi affacciate sul lago”.Nello stesso hotel Cretì incontrò Maner Lualdi, giornalista e uomo dalla personalità poliedrica (aviatore, capospedizione, nel ’48, del raid Milano-Buens Ayres con l’”Angelo dei bimbi”; e nel ’67 del raid della Fratellanza e della Pace Roma- Pechino), e Gianni Mazzocchi, l’ideatore di “Quattroruote” e promotore del primo raduno di auto d’epoca in partenza da Stresa. E sempre lì deliziò il palato di Wanda Osiris. Erano gli anni in cui la Wandissima, esaltata da Rascel, Bramieri, Dapporto… cantava “Ti parlerò d’amor”, “Sentimental”…, di D’Anzi. La storia di questo eminente “chef” è ricca di tappe.
Cretì e Abbascià.
“Concluso, nel ’57, il ginnasio a Maglie, presi il treno per Milano. Alla stazione Centrale mi sentii spaesato. Poi un giorno un amico di mio fratello Luigi mi disse; ‘Vuoi lavorare? Vieni con me a Pavia’. Cominciai come aiutante di cucina e mi appassionai all’arte culinaria. Il passo successivo: capopartita. In quella veste passai al ‘Tantalo’ in via Silvio Pellico, a Milano: quindi al Savini, il tempio dei profumi caro a Gaetano Afeltra, che nel suo interessantissimo libro “Milano amore mio” gli ha riservato pagine affettuose, definendolo ristorante che straripa un po’ nella Galleria stessa, estate e inverno, con il suo ‘dehors’ a vetri, secondo un certo gusto parigino… La visita a Milano senza questa sosta nel suo più famoso ristorante sembrerebbe incompleta: il viaggio stesso manchevole in qualcosa di sottile ma essenziale… Se Anche l’Italia ha avuto la sua Bèlle Epoque”, a Milano è nata qui, a due passi dalla Scala …”. Ed elencava alcune delle grandi personalità assidue a quelle sale, da Marco Praga a D’Annunzio, da Giacosa a Pirandello, da Ojetti a Toscanini, alla Duse, alla Gramatica, a Chaplin… Nel ’43 il Savini fu sbriciolato dalle bombe, ma il 26 dicembre del ’50 era già restituito alla città esattamente come prima. Merito di Angelo Pozzi, che il Comune premiò con una medaglia d’oro”. Mi si perdoni la digressione. “Al Savini – m’interruppe con garbo e opportunamente Cretì – c’era un’attenzione particolare per i classici della cucina locale: il risotto alla milanese, al salto, l’ossobuco in gremolata… al quale Angelo Pozzi intitolò un club (‘Ossorum foratorum’)”.
Serata rinascimentale.
Una vita dunque trascorsa fra i fornelli. Come responsabile dei servizi di ristorazione (mense e simposi) della Farmitalia (che faceva almeno un convito al mese di medici, chimici da ogni parte del mondo) e della Montedison; consulente nell’ambito della ristorazione collettiva all’Atm e non solo. Al suo attivo anche organizzazione e direzione di corsi di formazione e aggiornamento per addetti alle cucine degli ospedali e delle refezioni scolastiche e dei Comuni… Al famoso Hotel Gallia, in piazza Duca d’Aosta, contribuì, per la Federazione Cuochi, all’allestimento della finale italiana del concorso culinario “Gran Prix Taitinger”. Al Grand Hotel di Stoccolma guidò l’èquipe di cucina per la settimana del made in Italy. Ha diretto il periodico “Il Cuoco”, organo della Federazione italiana del settore; e per 9 anni è stato presidente dell’Unione Cuochi lombardi. Mi sintetizzò la sua biografia con umiltà, quasi con il timore di apparire troppo loquace. Gli domandai notizie sulle abitudini culinarie dei meneghini negli anni 60”; e mi rispose ponderando le parole: “Al Tantalo verso mezzanotte mangiavano, accomodati sul sedile alto vicino al bancone, il risotto con il ‘messicano’, involtino di carne macinata. Oppure il ‘fogliolo’, trippa in umido alla milanese. Poi cominciò l’era dei panini, in un bar di piazza Beccaria.
Gli ospiti
Da Scoffoni, in via Victor Hugo, si servivano wurstel con crauti. Alla ‘Crote Piemonteise’ si andava per degustare salumi crudi o cotechino bagnato con vino delle Langhe. Allora sui menu dei ristoranti campeggiavano le definizioni classiche dei vari piatti e tutti si attenevano agli ingredienti previsti dalla ricetta. La differenza era data dalla materia prima e dall’abilità del cuoco. Oggi domina un’eccessiva improvvisazione nella mescolanza degli ingredienti non sempre dovuta a un equilibrio ragionato e di conseguenza si usano definizioni lunghe e fantasiose…”. Era un pomeriggio del 2006, a un pranzo all’Hotel Quark, quando l’indimenticabile Dino Abbascià, tra l’altro vicepresidente dell’Unione del Commercio, mi presentò Antonio Cretì. “E’ un personaggio interessante, io lo stimo molto”. Lo rividi in azione un mese dopo a una cena rinascimentale allestita dall’Inner Wheel International e dal Rotary di Merate, alla Fiera di Osnago (l'ex presidentessa gentilmente ha fornito alcune foto.N.d.R.): una scenografia curata in ogni dettaglio) spettacolare per l’abbondanza e l’elaborazione delle pietanze, oltre che per il servizio. Il menu, per essere in tema la lista cibaria, realizzata appunto dal maestro Cretì sulla base di ricette del noto cuoco Mastro Martino, che visse nel 1450. Eccola: insalata di cappone, capperi e uvetta (“capone bono vol essere allesso”, predicava l’illustre gastronomo); capi di latte con pepe; fette di mozzarella cosparse leggermente di zucchero di canna e foglioline di menta; offelle di pesce: filetto e polpa di pesce, burro, vino bianco, mandorle, uvetta, maggiorana, prezzemolo, farina bianca, pepe, uova e zafferano (“Queste si soglion friggere e cotte parranno pesce”); bocconcini di torta di cipolle; crostini di pane nero con lardo e piccole cialde di miele nucato; salame Brianza; minestre di lenticchie, farro e broccoletti verdi; carrè di porco allo spiedo con cipolline cotte nella ghiottella. Il pesce aveva un ruolo rilevante nell’arte culinaria rinascimentale e l’insalata non mancava mai sulle mense dei toscani e degli italiani in genere, che per la verdura avevano una vera passione. Da sottolineare che non era una serata gastronomica fine a se stessa, con costumi, che, forniti da una nota sartoria milanese, ricordavano Bartolomeo Scappi, che nella metà del Cinquecento fu capocuoco nel palazzo pontificio (scrisse anche un trattato autorevole).
Fragnelli al lavoro
L’ambientazione, ispirata a Bona Sforza, figlia di Isabella d’Aragona e di Gian Galeazzo, duca di Milano, era stata creata per raccogliere fondi da destinare alla costruzione a Sololo, in Kenia, di un villaggio per l’accoglienza e l’educazione di bambini resi orfani dal flagello dell’Aids. In un’altra cena, sempre a scopo di beneficenza (l’ampliamento del villaggio San Francesco, asilo per l’infanzia abbandonata a Meru, ancora in Kenia), intonata ai giorni nostri, fu un altro pugliese a distinguersi, preparando in diretta, con momenti d’involontario spettacolo, le mozzarelle da servire subito in tavola: il maestro casaro di Martina Franca Silvestro Fragnelli, coadiuvato dalla moglie Dora. In quell’occasione Paolo Centrone, direttore del Park Hotel San Michele della città dei trulli e del Festival della Valle d’Itria, aveva generosamente mandato tutto il ben di Dio dalla sua città. Antonio Cretì, quella volta, non regnava in cucina, ma era seduto fra gli oltre 350 ospiti, che apprezzavano l’atmosfera cordiale, oltre all’ottima qualità dei piatti. Ogni tanto osservava compiaciuto quelli che per curiosità osavano fare capolino tra i fornelli. Spense il via-vai lo storico Nico Blasi, illustrando le varie portate, le loro origini e le loro caratteristiche, concludendo con accenni al capocollo di Martina, salume particolarmente gradevole e profumato, di produzione antica, gradito ovunque. Una manifestazione all’insegna della Puglia, definita la California italiana. Rividi Cretì qualche anno dopo a Martina Franca, dove venne a trovarmi in campagna. Conosceva la Valle d’Itria, ma mi chiese di accompagnarlo su quel terrazzo che consente la vista delle case a punta e bianche come il latte: gli amati trulli. In questi giorni qualcuno lo ha intercettato qua e là, in questo labirinto chiassoso, che è Milano.




mercoledì 11 aprile 2018

Antonio Pagnozzi, poliziotto esemplare


Il prefetto Antonio Pagnozzi con Franco Presicci
INVENTO’ IL LAVORO DI

GRUPPO CONTRO UNA MALA

AGGUERRITA

Capo della Digos, poi della Mobile e della Criminalpol,

s’impegnò nella lotta contro i sequestri di persona e liberò molte vittime, utilizzando anche la fantasia.

Diresse operazioni importanti, arrestando criminali di grosso calibro.

Da anni è in pensione.




Franco Presicci


Quando era capo della squadra Mobile, nell’anticamera regnava l’appuntato Spina, rigoroso, attento, puntiglioso. Teneva a bada i cronisti più giovani, indisciplinati, che tentavano di anticipare l’ora della conferenza-stampa, bussando alla porta del capo. Spina era un’ottima persona, parlava sottovoce, non perdeva mai la calma, e se appariva un funzionario si alzava in piedi di scatto.
Il prefetto Antonio Pagnozzi
Il capo era Antonio Pagnozzi, gentiluomo prima che grande poliziotto, acuto, esperto, cortese, e lo trattava quasi come uno di famiglia. Giunta poi per Spina il giorno della pensione, durante il brindisi di saluto, gli consigliò di armarsi di una cinepresa e di peregrinare per le vie di Milano alla ricerca di bellezze da riprendere. L’ex appuntato utilizzò il consiglio, e ogni tanto tornava in questura e, a richiesta, raccontava sinteticamente e a salti gli angoli che aveva immortalato. Antonio Pagnozzi non era, e non è, come quelle persone che, conquistata una poltrona, impugnano lo scettro e prendono le distanze. No, disponibile e alla mano, non ha mai scelto gli amici fra le gerarchie, fingendo con gli altri. Piacevole il suo accento, del paese in cui è nato, Cervinara, provincia di Avellino, il cui nome, secondo la leggenda, è dettato da un altare eretto dai Romani in onore di Cerere, la dea delle messi. Non si negava mai; e, se poteva raccontare tratti di un’indagine delicata, lo faceva con molta prudenza, limitandosi a pochi particolari, resistendo con un sorriso all’insistenza di Giancarlo Rizza, il “nerista” esperto e attento del quotidiano “Il Giorno”.
Il cronista Giancarlo Rizza
Pagnozzi con Enzo Caracciolo
E non si citava mai: il risultato l’avevano ottenuto i suoi uomini. Lo intervistai l’11 agosto dell’85, un caldo che spaccava le pietre, nel suo ufficio alla Criminalpol, in piazza San Sepolcro, al piano terra, subito a sinistra dopo l’androne (al piano superiore aveva sede il primo distretto). In quell’edificio il 23 marzo del ’19 si tenne la riunione per la fondazione del Fascio milanese di combattimento, diretto da Mussolini, che quella riunione aveva convocato, da Ferruccio Vecchi…. Pagnozzi mi ricevette con molta cordialità, com’era ed è suo costume, e dopo le prime battute sulla nostra vita quotidiana, affrontò spontaneamente gli argomenti della conversazione. “Gli anni Sessanta furono caratterizzati da un profondo cambiamento nell’ambito della malavita. La polizia non doveva più fare i conti soltanto con i clan che agivano a Milano e nell’hinterland, senza legami con cosche e ‘ndrine’: doveva combattere vere e proprie multinazionali del crimine. Dalla Sicilia erano saliti quassù personaggi spietati, capaci di gestire l’organizzazione con criteri manageriali. Si cominciavano a intravvedere consorterie con interessi complessi, che andavano dalla rapina –‘shock’ ai sequestri di persona. Per contrastarle, occorrevano metodi diversi. Non bastava più intrufolare il poliziotto coraggioso e abile nei viluppi del malaffare, affidare un’indagine a un singolo investigatore. Bisognava creare un’’equipe”. Fu dunque proprio lui, al vertice della Mobile per dieci anni dal ’73, a intuire la necessità del lavoro basato sulla collaborazione, scoprendo tra l’altro che la criminalità camminava con un ritmo più veloce di quello della polizia. Per lui la malandra era aprofessionale: intendendo dire operava su tanti fronti: la grande “dura”, la droga, lo sfruttamento della prostituzione, i rapimenti, il riciclaggio dei soldi sporchi... A questa virata si dovette cercare una risposta adeguata. E lo fece brillantemente. Ma il cambiamento non riguardava soltanto la criminalità. Anche la gente capovolse il suo modo di pensare: quando si accorse che la polizia non stava a guardare, che quindi meritava fiducia, abbandonò la politica di farsi i fatti propri, per paura e per cautela. Furono riviste alcune leggi, come quella sugli stupefacenti, che non punì più il tossicomane come tale; e quella sulla competenza territoriale dei tribunali in materia di sequestri di persona: prima di allora la competenza apparteneva all’autorità del luogo in cui lo stato di prigionia era cessato, consentendo ai rapitori di scegliersi eventualmente il giudice; da quel momento la sentenza spettava ai magistrati del luogo in cui il reato aveva avuto inizio. “Occupandoci di sequestri – ricordò il dirigente della Criminalpool – ci siamo fatti aiutare anche dalla fantasia, improvvisando trabocchetti, “escamotage”, con il sostegno appassionato di valenti magistrati”. Per indurre i sequestratori ad attenuare le pretese, fecero credere che i dipendenti dell’ostaggio erano scesi in sciopero per giorni e giorni, assottigliando quindi il suo patrimonio.
Il prefetto Jovine,i questori Plantone e Caracciolo,lo scrittore Olivieri e il prefetto Pagnozzi
”Un mattino alle 3, in piena nebbia e al buio, con il giudice De Liguori, facemmo un sopralluogo in uno spazio di quasi 400 chilometri per individuare i punti nevralgici in cui sistemare le nostre pedine sull’itinerario indicato dai banditi per il pagamento del riscatto”. Pagnozzi ebbe un attimo di esitazione, si passò una mano sul mento, si guardò attorno come se non volesse farsi sentire da qualcuno indaffarato in un ufficio attiguo, ma in effetti per non farsi sopraffare dalla commozione, e riprese: “Fui colpito dallo stato pietoso in cui trovammo l’industriale… rapito il 18 aprile del ’78. Legato su un letto, stremato, con evidenti lividi, che rivelavano le percosse subite dal carceriere, quando i familiari davano l’impressione di temporeggiare. Mi chiese un caffè e io glielo preparai con un bricco trovato nella prigione. Abbiamo visto dei sequestrati con le lacrime impastate con la sporcizia e la cera colata nelle orecchie perché non sentissero”.
A.Serra,A.Pagnozzi,E.Caracciolo
Pagnozzi parlava affabilmente, a volte tenendo a freno l’emozione, soprattutto quando accennò al produttore cinematografico che, catturato l’11 gennaio del ’77 da mafia e ‘ndrangheta, rimase un anno e mezzo nelle mani dei malviventi. Fu uno di questi sequestri ad ispirare grosse operazioni che assestarono una sventola alla criminalità. “A creare notevoli problemi fu il sequestro, nell’ottobre del ’74, del figlio di un famoso imprenditore. Con i genitori, con i quali concretizzammo un rapporto di reciproco aiu, condividemmo le ansie, le tensioni facendo di tutto perchè il ragazzo venisse restituito alla famiglia. Come avvenne”. I ricordi spesso suscitano angosce, perché tra un fatto e l’altro emergono anche figure di poliziotti che hanno lasciato la vita in questa lotta senza confini e senza limiti di tempo. “Dolori a parte, sono contento del lavoro che ho svolto”.
Prima di entrare in polizia era stato ufficiale dell’Aeronautica contravvenendo ai desideri dei genitori. Aveva ancora nelle orecchie le parole del padre veterinario: “In cielo non ci sono taverne”, che è poi un detto popolare. Comunque, il figlio di Cervinara, sposato, lungimirante, ricco di umanità, nella sua lunga carriera ha mietuto successi di cui non mena mai vanto, nemmeno oggi, che si gode la pensione nella sua casa in via…. Per un periodo aveva diretto la Digos, con un faticoso impegno contro le brigate rosse, individuando fra l’altro il covo di via Subiaco.
E.Caracciolo, Pagnozzi, F.Colucci
Il maresciallo Oscuri a destra
Non dimentico la sua espressione che si sciolse in pianto l’8 gennaio del 1980, davanti ai corpi dei tre poliziotti del commissariato Ticinese uccisi sotto il ponte di via Schievano. Erano il vicebrigadiere Rocco Santoro, l’appuntato Antonio Cestari, l’agente Michele Tatulli, che guidava l’auto in servizio di prevenzione e vigilanza davanti alle scuole del quartiere. Qualche sera prima in un ristorante di piazza Sant’Eustorgio avevano partecipato a una cena con i colleghi del commissariato di via Tabacchi; e io ho sempre in mente il volto di Santoro, ragazzone di solito gioviale, spiritoso, di ottima compagnia: sembrava che presentisse la tragedia che stava per compiersi per mano barbara e vigliacca. Che pena al pensiero che proprio quella mattina Cestari era rientrato dalla convalescenza dopo un infarto, non ascoltando la moglie e i colleghi, tra cui l’ispettore Armando Sales, che gli avevano consigliato di rimanere a casa ancora per qualche giorno. Ricordo il figlio piccolo che in piedi su una sedia, passando l’indice sul vetro della finestra annebbiato per il freddo, tracciava segni incrociati e cerchi concentrici, con gli occhi smarriti; mentre la mamma tratteneva le lacrime di fronte al vicequestore Gaetano Antonacci e all’ispettore Sales. Dopo essere stato promosso questore, destinazione Cosenza, Genova…, Antonio Pagnozzi è diventato prefetto, carica tenuta fino alla pensione. E’ tanto tempo che non lo vedo e non lo sento. Ma ho notizie le mieto dal suo collega Francesco Colucci, che mantiene rapporti con tutti quelli che hanno lavorato in via Fatebenefratelli e vivo il ricordo di quelli, come Mario Jovine, Vito Plantone, Enzo Caracciolo, Mario Nardone, i marescialli Oscuri e Giannattasio…, che non ci sono più.










mercoledì 4 aprile 2018

ALBERTO LORENZI, UNA PENNA IRONICA E GARBATA


 
NEI SUOI LIBRI RIVIVE LA MILANO SPARITA

CON I SUOI PERSONAGGI E LA SUA ANIMA

In un suo volume ha raccontato il mondo
 
del varietà, con le sue luci e le sue figure

più celebri, da Anna Fougèz a Isa Bluette,

a Milly, a Piero Mazzarella, ai De Filippo…
 
con profonda competenza.

E in “Milano un secolo”, i teatri, i caffè

letterari noti, gli artisti, i divertimenti,

le passeggiate e tantissimo altro.





Franco Presicci

La libreria di Nicola Partipilo, in viale Tunisia al 4, a Milano, un tiro di schioppo dai locali in cui durante la seconda guerra mondiale Sandro Pertini aveva l’ufficio,
Nicola Partipilo
era affollata più del solito; e il titolare correva su e giù perché tra l’altro mancava un commesso, quello che più di ogni altro sapeva dove pescare senza esitazione il titolo richiesto. Seduto a gambe incrociate in un angolo appartato, vicino alla macchinetta dalla quale gocciolava il caffè, un signore di una certa età, ben vestito, una borsa di pelle fra le mani, lo sguardo fisso alla strada inquadrata dalla vetrina di fronte, quel poco che di essa si poteva vedere, dati i libri allineati o collocati uno sull’altro a mo’ di fisarmonica. Quando la siepe si sfoltì, Partipilo mi presentò l’ospite, che si alzò quasi di scatto e mi strinse la mano quasi in una morsa, mentre gli lampeggiava un sorriso largo e dolce.
Era Alberto Lorenzi, lo scrittore della Milano che non c’è più: case di ringhiera dall’aria di borgo antico, come in corso San Gottardo o in via Borsieri; la Pusterla dei Fabbri, che ai primi del ‘900 fu sacrificata al cambiamento fra accese polemiche in consiglio comunale; il gelataio con il carrettino con il muso a forma d’aquila sormontato da una tenda dai bordi fatti a onde... Quella Milano Alberto Lorenzi l’ha descritta nei suoi libri, come “Milano un secolo”, Bramante editrice, ottobre 1965,, un libro da leggere ma anche da vedere: “l’oste delle polpette” in un’illustrazione del Gonin; un’opera di Emilio Longoni; “La piscinina”, proveniente dalla Raccolta Guenzani di Gallarate; di Romano di Massa, “Verdi al Caffè Cova” attorniato da gentiluomini con “papillon” e signore con il cappello adornato con piume di cigno; di Angelo Inganni Piazza del Duomo con qualche banchetto carico di merce da vendere; la bella figura di Anselmo Ronchetti, calzolaio dantista, che riceveva nel suo laboratorio tutti i letterati più noti del suo tempo, che se dovevano protestare per un ritardo nella consegna delle calzature lo facevano in poesia, imitando Carlo Porta.
Quel giorno, anno 1988, era in uscita “I segreti del varietà”, in cui Lorenzi ripercorreva la storia di questa forma di spettacolo, con i suoi momenti spumeggianti, gli “sketches” frizzanti, le ballerine con gonne vaporose e cappelli come code di scoiattolo, i rappresentanti più famosi, come Guido e Giorgio De Rege, Walter Chiari, Totò, Renato Rascel, Josehine Baker, Ciccio Ingrassia e Franco Franchi con Daniela Goggi, Macario, Petrolini, Silvana Pampanini, Gennaro Pasquariello, Elvira Donnarumma, che cominciò a spiegare la sua voce nei locali di Napoli con un successo poi coltivato e intensificato all’Olimpia di Roma…E Edoardo Ferravilla, il comico più acclamato del teatro meneghino, amato persino dalla mala pronta a servirgli la bibita quando lo intercettavano nei suoi giri notturni. Padre dell’applauditissima maschera di Tecoppa, così ribattezzata dagli appassionati in virtù del suo intercalare: ”Dio te coppa!”, tradotto “Dio ti fulmini!”, suscitava un vero spasso e ovazioni in platea. Lessi il volume con interesse, divertendomi e ammirando, oltre allo stile dell’autore, tutte le curiosità e le stelle sparse nelle 172 pagine.
Anna Fougez
E mi ritrovai di fronte alla memorabile figura di Anna Fougez, che per 40 anni fu la regina della ribalta italiana. Grandissima Anna. Nata a Taranto, all’anagrafe Anna Pappacena Laganà, famiglia nota e ricca, il papà con la passione dell’archeologia, brillò per la prima volta sul palco a 8 anni e a 15 a fianco di Petrolini. Amica di Mistinguette e di Trilussa, ballava il bolero con Dapporto. Capelli scuri, asciutta, elegantissima, superba, si presentava con un bracciale d’oro con la sagoma di una vipera. Non aveva rivali: né Isa Bluette né Lydia Johnson; teneva testa alla Wandissima e a Milly. Legata alla sua città, vi tornava ogni anno per esibirsi al Teatro Orfeo; e a Taranto volle essere sepolta. Si spense nel settembre del ’66. Recensii il libro sul quotidiano “Il Giorno”, e Lorenzi per gratitudine volle regalarmi a tutt’i costi una perla rara, “Vecchie osterie milanesi” di Luigi Medici, primo volume di rievocazioni di questi ritrovi, successivamente ridato alle stampe dalla Libreria Milanese. Lo incontrai ancora, sempre da Partipilo (libraio fornitissimo e uomo disponibile, generoso, intelligente, patito di Milano nonostante le sue origini baresi). Scrittore delicato, dai modi gentili, rispettosissimo, galantuomo autentico, ogni volta che veniva sollecitavo, Lorenzi descriveva vita e opere dei mattatori più eminenti, tra cui Gino Bramieri o Piero Mazzarella, che riscosse i suoi primi successi al Gerolamo, luogo sacro del teatro dialettale meneghino, che la sera del 9 aprile del ’58 ospitò l’Opera del Pupo” con Eduardo De Filippo e “Pulcinella” con lo stesso Eduardo nei panni della celeberrima maschera.
Dina Galli e Ferravilla (Nino Besozzi)
La Centrale di Milano nel 1906
Eduardo poi ripercorse un po’ la sua carriera di attore e autore sin dai i tempi in cui era in Compagnia con i fratelli Peppino e Titina.
Il Gerolamo mi era molto caro, anche perchè nel ’63 vi avevo ammirato per la prima volta Mazzarella nella commedia “El zio matt”, e sentito cantare “Milly”, che nel ’25 aveva cominciato nell’avanspettacolo e nella rivista, quindi era stata soubrette con Odoardo Spadaro, Isa Bluette, e recitato con i fratelli De Filippo; aveva avuto successo negli Stati Uniti, e, rientrata in Italia, brillò in “Opera da tre soldi” al Piccolo Teatro di via Rovello; e poi con Enzo Jannacci e Tino Carraro…. Ricordo tante pagine di Lorenzi: sulle feste da ballo di una volta; sui cinema, sulle cartoline a colori della serie “Se a Milano ci fosse il mare”; sui “tranway”; sui biglietti d’invito strettamente personali inviati a reverendissimi signori alla fine dell’800 e all’alba del ‘900 per le celebrazioni al circolo “Promessi Sposi”; su certe stradine storiche, come via Lanzone e via Caminadella; sulla Pasticceria Marchesi in corso Magenta, dove il feldmaresciallo Radetzky andava a comperare i “bignè”; sui Caffè ottocenteschi, “della Peppina” o il “Cova” o il “Cambiasi”, dove sulla soglia alcuni sconsiderati si presero gioco di un monaco che li gelò senza scomporsi: “Il governo ci lascia vivere per poter accompagnare i giovani scapestrati alla ghigliottina”.
Piazza Scala nel 1850 circa (Raccolta Bertarelli)
Pagine ricche di dettagli e di garbata ironia”. Ricordo le riscoperte che Lorenzi faceva della vecchia piazza d’Armi, dove “el Granida” vendeva bibite e organizzava gare ciclistiche con ripetute corse intorno al vasto slargo che serviva per le esercitazioni militari; della banda del Tirazza che suonava in via Passerella o nelle taverne; degli aerostati che nel 1900 si alzavano dall’Arena; del “banchin del lott”, che stava in via Montenapoleone; della famosa grandinata del 13 giugno 1874, che alle 16,30 mandò in frantumi i vetri della Galleria Vittorio Emanuele. “A quei tempi la città contava 30 mila malfattori; numerosi evasi dal carcere, molti furti, molte rapine che sottraevano tranquillità alla gente, che temeva le combriccole criminali”, come quelli della “scopola”; o i “locch”, una lega che, pantaloni attillati, scarpe a punta e acco alto, bazzicava piazza Vetra. Ho ancora nelle orecchie i versi di una canzone che suggeriva a una bella fanciulla di non andare in sposa a un “magnan”, il pentolaio, “ch’el rangia i pignatt de tutta Milan”, facendo vita magra. Ai “magnan” era intitolata un’osteria nella via omonima, attaccata a Palazzo Marino, sempre gremita di fidanzati reduci dal municipio dove si erano scambiati il consenso con il seguito di testimoni. Alberto Lorenzi, già Conservatore alle Raccolte d’arte del Comune di Milano, era molto stimato per la profonda cultura, la puntualità, l’impegno, l’amore per Milano sparita, di cui andava rispolverando fatti, figure, luoghi, storie. Di quella Milano era innamorato anche Orio Vergani, grandissimo giornalista che a soli 26 anni era stato chiamato da Ugo Ojetti al “Corriere della Sera“, tempio in cui per anni lavorò anche il figlio Guido, nutrito a sua volta di una profonda, vera passione per la città di Carlo Porta.