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mercoledì 20 giugno 2018

Il baritono Giuseppe Zecchillo


 
FACEVA I QUADRI CON LA PASTA

RIVESTITA DI VERNICE DORATA
 

Gli amici lo indicavano come il

re o il sindaco di Brera, e lui ci

giocava. Alla cerimonia funebre

di un noto rigattiere molto amato

nel quartiere, nella Chiesa di San

Marco fece suonare l’”Ave Maria”

a un violinista della Scala







Franco Presicci

Per gli amici era “il re di Brera” o il “il sindaco del quartiere”. E lui la prendeva a ridere, perché era burbero, ma sapeva anche essere spiritoso. Un giorno lo sorpresi in via Fiori Chiari mentre osservava gli operai che sistemavano la pavimentazione. “Sto controllando i lavori”, esclamò, ovviamente scherzando.     Il baritono Giuseppe Zecchillo era battagliero, ostinato.
Zecchillo a Trani
Il 7 dicembre del ’65, serata di apertura della stagione scaligera, con la “Forza del destino” diretta da Gavazzeni, dal loggione piovvero centinaia di volantini di protesta e i giornali scrissero che la manifestazione era stata pilotata dal cantante, che Giuseppe Barigazzi nel suo libro “La Scala racconta” definisce “il contestatore numero uno del teatro lirico italiano”. Poi nel 1990 entrò nel consiglio di amministrazione della Scala in rappresentanza degli artisti. Sosteneva di essere contro la politicizzazione del teatro lirico. “Voglio restare sulla barricata del sindacato per combattere assieme ai miei colleghi”. Uno spirito effervescente a dispetto del suo aspetto da frate cappuccino. Non entro nel merito delle sue lotte, a volte anche spettacolari, come quella volta in cui per protesta si presentò in piazza tutto vestito di bianco con i titoli dei giornali che parlavano di lui attaccati su giacca e pantaloni. Aveva 270 opere in repertorio e mietuto applausi in tutti i maggiori teatri del mondo. Era generoso, disponibile.
Zecchillo al Circolo della Stampa
Nel gennaio del 2003 morì, in seguito a un incidente stradale, Domenico Lamantea, il rigattiere di Brera amato da tutti i milanesi, fu Zecchillo a far suonare alla cerimonia funebre nella chiesta di San Marco l’”Ave Maria” da un violinista della Scala. Oltre che baritono Giuseppe Zecchillo era autore di quadri realizzati con la pasta: spaghetti, tubettini, mezze maniche, pennette, poi cosparsi di porporina… ottenendo risultati affascinanti. Fece una mostra in un noto ristorante ambrosiano con il titolo “Quadri in oro… Zecchillo”, e calamitò tanti appassionati, compreso Vincenzo Buonassisi, gastronomo ed esperto di musica leggera, che incontrai al Festival di Sanremo nel ’67, anno della perdita di Luigi Tenco e del successo di Annarita Spinaci con “Quando dico che ti amo” (sarebbe arrivata seconda, se la giuria presieduta da Ugo Zatterin, insediandosi, non avesse eliminato la classifica). A proposito della mostra, Buonassisi scrisse che l’autore non cercava successi di moda, anzi sceglieva sempre le strade più difficili, come quando si battè per i cantanti meno fortunati”. E Valerio Dehò: “Le sue opere, in cui la superficie… viene invasa da paste alimentari diverse ricoperte di vernice dorata, sono delle divertite provocazioni che riecheggiano temi e motivi delle avanguardie storiche e della Pop-Art, soprattutto in considerazione dell’elemento consumistico legato agli oggetti scelti. L’uso della vernice enfatizza la provocazione dandole significato di monumento, di permanenza, di durata…”. E lo stesso artista: “Mi ritengo discepolo di Piero Manzoni, non solo artisticamente…”. Andavo a trovarlo spesso nel suo studio di via Fiori Chiari, a Brera. A volte era lui che mi telefonava per mostrarmi un’opera terminata da poco; e di tanto in tanto mi accennava a quelle del suo amico Piero Manzoni, deceduto all’età di 30 anni. “Questo studio era suo e i suoi quadri li ho ricevuti da lui. Quindi nessuno può suscitare dubbi sulla loro autenticità”. Intelligente, colto, aveva sempre mille idee. Un giorno, mentre, seduto dietro alla lunga scrivania senza la presenza della segretaria, parlava dei suoi progetti, e all’improvvido mi disse. “Dammi una mano: sto cercando una casa produttrice di pasta disposta a sponsorizzare una mia esposizione”.
Zecchillo nel suo studio
Lo accontentai ma tutti i pastifici mi risposero, con cortesia, che la pasta è fatta per essere mangiata, non per finire sotto una patina di vernice. Non interessavano ai pastai quelle vedute a volte cosmiche che Zecchillo otteneva accostando, sovrapponendo, incrociando linguine e bucatini. Lo studio era pieno di tele e di cornici. Era un ambiente raccolto, con una scaletta che portava a una stanzetta che prendeva luce da una finestra affacciata sul locale più grande. Lo vedevo spuntare da lì e immaginavo che si accingesse a una predica. Amava la compagnia e invitare gli amici al ristorante. Il locale preferito era il “Rigolo” di largo Treves, vicino al “Corriere della Sera”, dove avemmo come commensale anche la moglie del tenore Giuseppe Di Stefano, che mi parlò del libro che aveva scritto su Maria Callas, promettendomene una copia; e un noto soprano coreano. Una sera a cena eravamo al tavolo da soli. Accanto a noi un noto onorevole che ogni tanto si alzava, salutava un avventore appena entrato e tornava ad accomodarsi, sussurrando all’orecchio della moglie l’identità della personalità. Peppino stranamente cedette alla mia richiesta di aprire la sua biografia, precisando che l’avrebbe sorvolata, riservandosi di rispolverarla con più calma un’altra volta.
Presicci, Zecchillo, il tenore Tagliavini
“Cominciai a dipingere a 18 anni circa, prendendo lezioni private di disegno e pittura per alcuni anni. All’inizio i miei quadri erano figurativi e s’ispiravano al mondo del teatro lirico (camerini di cantanti, orchestre, palcoscenici, palchi... Feci alcune mostre nelle gallerie e nei “foyer” di alcuni teatri. Riuscii a vendere, ma solo nell’ambito del teatro lirico, acquirenti colleghi, scenografi, melomani. “Avevo successo perché bravo? – mi chiedevo – o perché i miei temi interessavano solo quelle categorie? Provai turbamento. Analizzai i miei prodotti e mi accorsi che nelle mie pennellate c’erano qui De Pisis, lì Carrà. Ciò mi fece pensare a Schoemberg, che, come si sa, scrisse che, componendo in maniera tonale incontrava Beethoven, Schuman…”. Proseguì: “Volendo camminare da solo, inventai la dodecafonia. Misi da parte colori e pennelli e presi a incollare sulle tele scarti destinati alla discarica: vecchie chiavi, rasoi, pennelli da barba, tappi, forbici, lattine, che ricoprivo “doro” per esaltare l’oggetto che sorgeva a nuova vita. A poco a poco dal… rottame arrivai alla pasta. Così ho risposto alla tua curiosità”.
Quadro di Zecchillo


Me lo ripetè durante una mostra collettiva nel bar dell’angolo a Brera, dove mi vide fissare un quadro e mi chiese: “Ti piace?”. Si alzò, lo staccò dalla parete e me lo regalò. “A proposito, quali sono stati i tuoi maestri?”. “Mi sono riconosciuto in Tristan Tzara, Duchamp, Fontana, soprattutto in Piero Manzoni …”. Conobbi Zecchillo nel ’64 al Festival Del Clown dedicato a Grock, nel salone delle Feste del casinò di Campione d’Italia, dove con la sua solita eleganza e cortesia il grande Enzo Tortora si prestò a farmi da interprete per l’intervista al leggendario clown Charlie Rivel. Intanto il baritono se ne stava un po’ in disparte, non per superbia. Una mia collega mi domandò: “Sai chi è? Il baritono Giuseppe Zecchillo, un po’ rompi, ma geniale”. Arrivò con la sua “troupe” il telecronista Romano Battaglia e iniziò il suo servizio facendo uscire la testa di un pagliaccio da un trombone. “Bella idea”, commentò Zecchillo”. E avviammo una breve conversazione sulla manifestazione e sull’inventore e organizzatore Pino Corrente che aveva da poco concluso la sua collaborazione con Dino Villani. “Ho quarant’anni – diceva Pino – e voglio intraprendere un percorso da solo”. E già accennava a un Festival dei giocolieri, da ambientare in un teatro di Bergano, presentatore Pippo Baudo. Andò in scena due anni dopo.
Il Bar Giamaica, oggi
Incontrai nuovamente Zecchillo un paio di anni dopo. Motivo, un’intervista per il settimanale “Il Milanese”. Mi elencò subito i cambiamenti che il quartiere andava subendo. “Scompaiono negozi storici, ritrovi … ”; e ricordava figure illustri, che si riunivano al Bar Jamaica , dove Benito Mussolini, allora direttore del “Popolo d’Italia”, ogni mattina si faceva preparare il cappuccino dalla signora Lina. Inaugurato nel giugno del ’21, era dotato di macchina per scrivere e macchina per il caffè espresso. Uno dei clienti più assidui era il critico e storico della musica Giulio Confalonieri, amico dei “clochard” e autore di un libro sulla categoria: “I barboni di Milano”, Nuova Accademia editrice. Di Confalonieri il pittore cantante era amico. Me lo presentò negli anni Sessanta, quando in un altro suo locale, sempre a Brera, aveva scoperto una botola che portava a un ambiente sottostante e per battezzarlo invitò, oltre al musicologo, Nanni Svampa, Roberto Brivio, Lino Patruno e Gianni Magni, non ancora famosi come “Gufi”. Giuseppe Zecchillo non c’è più da qualche anno. Rimasto vedovo, si era iscritto al Circolo Volta, dove mi invitò a cena senza poter mantenere l’impegno.






mercoledì 13 giugno 2018

Ha onorato Milano e il suo paese


UN PUGLIESE CHE HA CREATO

LE GUIDE DI TUTTE LE CITTA’





Benito Di Lauro, di Spinazzola,
arrivò al Nord nel ’47 e dopo
aver fatto diversi mestieri creò
le Edizioni intestate al suo nome.
 
Diresse il Circolo ambrosiano
Meneghin e Cecca”; fu segretario
generale del Circolo della Stampa
ed ebbe altri incarichi prestigiosi.
 
Nel 2003 a Tenerife fu travolto
da un’auto impazzita.




Franco Presicci

Gli amici più cari gli avevano affibbiato, affettuosamente, l’etichetta di “Sveltino alka selzer”. E la definizione a tanti pareva azzeccata. Era effervescente, spumeggiante, simpaticissimo, dinamico. Benito Di Lauro, di Spinazzola, era anche acuto, spiritoso; ricco d’idee. Non faceva in tempo a metterne una in cantiere che già ne aveva pronta un’altra. Un giorno lo invitai a casa mia, venne puntuale, ma non volle mettersi seduto. “Sto meglio in piedi. Domanda che io rispondo”. Ed elargì quel sorriso che metteva l’interlocutore di buon’umore. Era stimatissimo da molti, anche da chi non lo aveva mai incontrato. Un fiume in piena, aveva il gusto della parola; e la spendeva con sapienza, senza mai annoiare. Da buon meridionale dava subito del tu, e trattava la gente con familiarità. Conosceva a menadito la città che lo ospitava. La sentiva sua, era felice di viverci. Parlava delle esperienze fatte e dei progetti che aveva in testa senza menar vanto. Quando lo avvicinai la prima volta era il giugno del 2003.
Aveva una settantina d’anni, e sembrava un giovanotto pimpante. Amava discutere di Milano, descriverne le caratteristiche, le bellezze quasi come Raffaele Bagnoli (autore di molti libri, compreso i quattro volumi de “Le strade di Milano”, da tempo esaurito e reperibile nella biblioteca della Famiglia Meneghina) o Gaetano Afeltra, anche lui venuto dal Sud: da Amalfi. Sapeva dov’erano i cortili più fioriti, le vie in cui avevano abitato i personaggi illustri (Eugenio Montale e la contessa Clara Maffei in via Bigli…). Lo affascinavano i giardini pensili, le facciate dei palazzi barocchi, i navigli, le piazze storiche, come la Belgioioso, dove echeggiano i passi di Stendhal e del Manzoni… E passava da un argomento all’altro con facilità e disinvoltura, imbrigliando l’attenzione di chi aveva di fronte. Con i suoi modi garbati e l’intelligenza conquistava le persone più importanti, come lo scrittore e regista Mario Soldati, che a sua volta conversava con piacere e si faceva ascoltare con interesse (quando lo sentii, presente tra gli altri Arnoldo Mondadori, al Circolo Turati, nel ’60, provai il desiderio che non finisse più; lo stesso quando lo intervistai nel suo studio il giorno dopo essersi aggiudicato il Premio Bagutta). Di cose da dire, Di Lauro ne aveva. Era arrivato a Milano nel ’47.
A quei tempi i nostri connazionali trepidavano per la Sisal, le scommesse sulle partite di calcio nate da un’idea del giornalista Massimo Della Pergola; gli abitanti del capoluogo lombardo erano un milione e settecentomila; i vigili urbani 1263; molti malanni si trattavano con l’olio di ricino; le dichiarazioni d’amore si copiavano  dal “Segretario galante”; il Comune ambrosiano cercava di risolvere il problemi dei reduci assegnando alloggi e pensava a curare le ferite della città distrutta dalle bombe; alcuni tram venivano usati per lo sgombero delle macerie; la “Società Umanitaria” di via Daverio, la “Famiglia Meneghina” e il Circolo Filologico riaprivano i battenti; sulle mense dei poveri dominava la polenta. Al Caffè Dalmasso, in via Montenapoleone, ciondolavano, ammirate, avvenenti ed eleganti signore con il vitino di vespa, abiti fino ai piedi e scollature allora giudicate audaci. Le massaie erano alle prese con i conti della spesa.
Di Lauro percorreva le strade in bicicletta, impegnato nella consegna dei plichi per la Rinaldi. Un giorno il “cumenda”, avendo notato che il ragazzo era volitivo e affidabile, lo convocò nel suo ufficio, lo inondò di elogi e gli dette la responsabilità della distribuzione. Lui non disattese le aspettative, rendendo più agile, semplice e funzionale il servizio. Poi lasciò la ditta per entrare in banca e il principale se ne rammaricò: perdeva un elemento prezioso, insostituibile. Il cavallo da corsa non poteva rimanere a lungo nella stessa scuderia. Aveva voglia di sperimentare nuovi percorsi. E incontrò un editore di carte geografiche, che gli offrì l’esclusiva delle vendite. Ancora una volta “Sveltino” conseguì ottimi risultati, ma non si cullò sugli allori. Conobbe Angelo Rizzoli e gli propose una guida di Milano.

Ma era normale che prima o poi si chiedesse se fosse giusto porre il proprio ingegno a disposizione degli altri, quando aveva la capacità di lavorare in proprio? E mise in piedi la sua baracca, che si consolidò, s’ingrandì e fece circolare su vasto raggio il suo nome. Le Edizioni Di Lauro cominciarono a stampare carte regionali, carte dei Paesi europei e del mondo, carte statistiche, guide turistiche di Milano e della Lombardia e di tutte le altre città italiane… La stima e la simpatia di cui godeva lievitarono; il suo nome divenne molto più prestigioso. Ma rimase un uomo semplice, alla mano, cordiale con tutti. In Puglia, a Spinazzola, il suo paese, erano orgogliosi di lui: oltre al papà, Carmine, che faceva il calzolaio, il migliore della zona, e la mamma, Lucia, insegnante di ricamo. Benito non l’aveva mai dimenticato, il suo paese, adagiato su una terrazza attorniato da scarpate, affacciato sulla valle del torrente Locone. I poveri di Spinazzola erano sempre nel cuore di questo pugliese dallo sguardo penetrante e dalla volontà inesauribile. Per ciascuno di loro mandava a don Carducci e ad Alba Varrese un buono per il ritiro di 12 chili di generi alimentari pagati personalmente da lui.
La beneficenza era una delle sue vocazioni. Collezionò tanti incarichi e benemerenze. Da 26 anni era presidente de “La Madonnina”. Collaborava a Radio Meneghina, creata e diretta da Tullio Barbato, già giornalista di punta de “La Notte”, quotidiano del pomeriggio da anni estinto, e scrittore (in un salone della sua sede in via Monte di Pietà per anni ospitò le riunioni delle “sabette” della Pucci, un’attrice di talento che animava con gioia il gruppo di signore brillanti). Era vicesegretario generale del Circolo della Stampa, quando questo era a Palazzo Serbelloni; commendatore del Santo Sepolcro, “Ambrogino d’oro” nel 73, presidente onorario dei festeggiamenti della sua città d’origine, nella quale aveva fatto erigere il monumento ai Caduti; medaglia d’oro nel ’96 del Circolo Volta di Milano (sorto nel novembre del 1882 nella trattoria del “Pontisell”, suscitando tanti apprezzamenti che tre anni dopo potè acquistare un terreno nell’omonimo quartiere, ampliandosi). Da anni era alla guida del Circolo Ambrosiano “Meneghin e Cecca”, “che ha lo scopo di mantenere vivo il dialetto e le tradizioni storiche delle Porte di Milano, e custodisce 63 costumi d’epoca che vengono indossati nelle occasioni più rilevanti e nelle sfilate di sabato grasso. C’è ancora chi ricorda Di Lauro in carrozza con le sue maschere diretto alla visita delle autorità. Meneghin, una maschera senza maschera sul volto, baldanzoso in apparenza, servizievole, un tantino sciocco, qualche volta furbo, e Cecca gli erano cari e li decantava: “Meneghino – secondo Emilio De Marchi, segretario del senato ambrosiano dopo il 1650, docente di latino e greco alle Scuole Palatine – significa servitore della domenica, buon conoscitore dei caratteri umani; simbolo popolaresco del gran Milan”. La fortuna della maschera ebbe inizio nel ‘600, sotto gli spagnoli, con “I consigli di Meneghino” del poeta Carlo Maria Maggi. Poi, non si sa quando, sposò Cecca di Berlinguitt. Nel 2002 vestì i panni di Meneghin il cantante (“Io sono il vento”…) Arturo Testa, seguito l’anno successivo dall’architetto Gianni Ferri. Cecca era la cabarettista Mirion Vaiani. Benito era grato a Milano. “Milano mi ha dato tutto, anche la moglie, Renata, una figlia, Laura, il lavoro, tantissime soddisfazioni”. Ma non diceva che anche lui aveva dato a Milano: il suo talento, la sua fantasia, la sua grande voglia di fare... Ha fatto onore a Milano e alla sua terra, che adorava: “Le radici non si scordano mai. Non si possono scordare. Non si devono scordare. Se qualcuno le rinnega, non sa che come quelle degli alberi si alimentano e si spandono dove nessuno le vede”. Un pugliese verace, entusiasta. Benito Di Lauro non c’è più. In vacanza a Tenerife, un giorno dell’estate 2003, mentre camminava per strada, fu travolto da un’auto impazzita. La notizia arrivò come un pugno nello stomaco. I giornalisti amici fecero trillare i telefoni per sapere particolari su questo destino atroce.

mercoledì 6 giugno 2018

Un ricordo cordiale di Fulvio Nardis


ARCHITETTO SAPIENTE E ATTENTO


INNAMORATO DEL SUO ABRUZZO


Fulvio Nardis



Aveva un castello a Ocre e intendeva

restaurarlo. Sperava che il nipotino

un giorno desse voce alla campana 

del torrione, muta da tempo.

A Milano curava Palazzo Clerici, dove

aveva lo studio.






Franco Presicci


Ce l’aveva con i “dèpliant” pubblicitari, Fulvio Nardis, pittore, scultore, restauratore di monumenti, edifici, chiese, e di Palazzo Clerici, a Milano, che dal 1908 ospita la sede del Circolo Filologico (fondato a Torino nel 1872); aquilano, “soprattutto abruzzese”, come amava dire. “Quei pieghevoli continuano ad affollare l’Abruzzo di pastori. Ce ne sono, come no. A Tagliacozzo, ad Avezzano, a Celano. In modo limitato anche i pastori transumanti ci sono, nonostante siano scomparse le vie armentizie; e questi smaltiscono l’inverno nelle bassure della Puglia, del Lazio. Fa anche piacere vederli: tra l’altro suscitano nostalgia. Ci sono anche gli zampognari che, inguainati in pelli di capra, rendono più suggestivo il Natale. Ma non è il caso, secondo il mio parere, che i promotori turistici s’intestardiscano ad impaginare greggi nelle “brochure”, trascurando i vigneti che ricamano le terrazze e le falde dei monti; i caratteristici centri accoccolati su sproni e poggi; le chiese, tutte belle, ereditate dal Medioevo, epoca in cui ce n’erano molte di più; o la grandiosità della montagna abruzzese; o il paese di Ocre”, dove lui aveva acquistato un castello e diceva che quel borgo era il più bello del mondo. E, dicendolo, gustava il pesce al cartoccio nel solito ristorante di Foro Bonaparte, avendomi come commensale attento e curioso.
Graffito per Alda Merini
Non si scaldava, non si inalberava, non usava espressioni fuori delle righe. Era risentito. Avrei potuto obiettare, ma era così simpatico, che farlo mi dispiaceva. “Mi piaci, tu sai ascoltare, capire le ragioni degli altri”. Parlava con semplicità, a volte inventando immagini che avrebbero divertito anche il professor Francesco Sabatini, che la domenica mattina scioglie su Rai1 i rompicapo della nostra lingua. Era il luglio del ’72, quando si lasciò andare con me a questi sfoghi. Aveva cinquant’anni, i baffetti alla Oliver Hardy, e si definiva pigro, aggiungendo che non gli andava di agitarsi, che voleva starsene tranquillo come le pecore negli stazzi, “solo che quelle bevono l’aria frizzante della nostra terra, sempre incantevole, una terra che come diceva Guido Piovene ha una qualità quasi insulare, ’il motivo del suo forte colore e della sua diversità’”.
Corso Venezia

Il lavoro che faceva ogni giorno era documentato dalle tele allineate e dai disegni sparsi nel suo studio in questo importante palazzo vicino alla Scala; dalle sculture, dai progetti di restauro ammonticchiati su quella scrivania rustica che veniva da Castel del Monte, come la sedia su cui stava seduto. Era quella sedia che agevolava i suoi ricordi abruzzesi. “Ottimo questo branzino, devo fare i complimenti allo ‘chef’; delizioso anche il vino”. Una delle sue improvvise digressioni. “Ti esprimo il mio grande amore per l’Abruzzo e per Ocre, che fu danneggiata dal terremoto dell’Aquila nel 1703; per il castello che ho preso qualche anno fa”. Il maniero echeggiava delle voci e dei suoni che quest’uomo nato prigro alimentava ogni estate.
Il Castello di Ocre

  
“E’ in rovina, mi duole: sulle sue pietre di travertino sono incise le vittorie dei Gualtieri; e ho intenzione di restituirgli dignità con un intervento di restauro, che si fermerà al punto in cui un tocco in più impedirebbe al rudere di parlare”. Fulvio Nardis, scomparso da parecchi anni, parlava senza mai alzare la voce. “Sono uno del popolo, che parla sano e vero; e sono a mio agio tra le persone che non hanno galloni”. Il suo migliore amico era Giovanni Ricci, il contadino filosofo di Ocre. “Quello che quando guarda il cielo dice: ‘Tranquillo, professore, domani non piove’. E non pioveva davvero.
Corso Vittorio Emanuele
A Milano Nardis era importante; conosceva persone importanti: ebbe un premio da un sindaco e una medaglia da un altro, che era Aldo Aniasi. Qualcuno gli chiese che cosa si potesse fare per manifestare la gratitudine di Milano per l’impegno da lui svolto e rispose che il suo desiderio era quello di vedere una grande pubblicità dell’Abruzzo in piazza Duomo al posto di quella della Coca Cola, sulla facciata dell’edificio di fronte alla Cattedrale. Fu accontentato. E la sera, lasciando lo studio di via Clerici, l’uomo pigro s’incamminava verso la piazza e dal sagrato si gustava l’insegna che faceva onore alla sua regione. “E’ un po’ come ritrovare le luci di casa”. Davanti a quell’insegna pensava all’entusiasmo speso per organizzare appena dopo la guerra il circolo artisti aquilani, con annessa la società dei concerti; e alla sua lotta per impedire che quelle iniziative imboccassero strade diverse. ”Grazie alla bravura organizzativa dell’avvocato Carloni il sodalizio si affermò, e al primo concerto, diretto da Bogiankino, feci una fatica indescrivibile per trasportare il pianoforte avuto in prestito dal professor Stefanini, che allora era primario all’Aquila”. Il suo pensiero correva spesso a Ocre, un paesino di pochi abitanti, e al suo castello. Intendeva allestirvi alcune sale per esperienze culturali, artistiche, musicali, per far rivivere il luogo. E qualcosa aveva già fatto, organizzando la festa di San Salvatore, il santo del castello, “con fuochi di Giuseppe Basilio Garibaldi”.










DISEGNI di NARDIS









Aveva molto da raccontare, Fulvio Nardis, e lo faceva senza retorica. Con lui non ci si annoiava mai. Era schietto, rispettoso anche quando diceva pane al pane e vino al vino. Aveva un nipotino, che amava fare il “cow boy” e gli aveva “costruito un ‘saloon’, nella speranza che un giorno potesse fare il castellano e dare voce alla campana sul torrione, muta da tempo e sporgere il capo dalle feritoie attraverso le quali sibila il vento”. Mi confidò che era difficile riordinare le ossa del castello. “Io non sono ricco: lavoro per quel che mi serve; se mi serve di più, lavoro di più; il resto del tempo lo trascorro stando seduto su quella sedia con la quale hai già stabilito un po’ di empatia. E’ stata realizzata dal vecchio Giuliani di Castel del Monte e da me portata a Milano per un’esposizione alla Triennale. Da allora non si è mossa più”. Quali sono i restauri più rilevanti che hai operato in Lombardia? “A Milano la chiesa di Sant’Eustorgio… Adesso sto lavorando per Palazzo Clerici. Ho restaurato la Ca’ Granda; una casa che era stata rifatta non in modo adeguato nel ‘700 e nell’800… Ci sono cose che ho fatto bene e cose che ho fatto male, ma queste ultime non te le dico.
Tuttavia credo che quelle fatte bene sono parecchie. Anche perché al restauro mi dedico con passione, tenendo presente che in architettura esistono rapporti ben precisi, geometrici, al di là dei quali ogni intervento deturpa l’opera. Il restauro è il servo, non il comandante”. E tornava all’amore per l’Abruzzo. “Sulla strada che da L’Aquila va ad Ocre c’è un paesino che si fa annunciare da una scritta: “La piccola Svizzera”. M’infastidisce, perché l’Abruzzo è l’Abruzzo, la Svizzera non c’entra: è un’altra cosa”. Mentre Nardis parlava, guardavo le tele schierate lungo i muri. Su un tavolo troneggiava un multiplo eseguito nella bottega storica del suo pupillo Giuseppe Rossicone, anche lui abruzzese, di Scanno. Era un volto di donna dall’aspetto angosciato. Si accorse che il mio sguardo indugiava su un grande nudo femminile. Si alzò, lo staccò dal muro e me lo regalò. “Devi venire a Ocre, e ti porterò all’Aquila, città gaia - secondo Piovene – ‘che facilita il respiro’. Città‘ cordiale, sincera, ospitale. Ricordo un’altra frase dello scrittore: ‘Negli edifici sono scritte le vicende agitate non soltanto dell’arte, ma della storia dell’Abruzzo’. L’ho letta e riletta fino a quando non mi si è stampata nella mente”. Personaggio memorabile, Fulvio Nardis, come gli altri che finora abbiamo ricordato (Porzio, Alto, Carrieri, Strippoli, Miani…). Spesso ho pensato a lui, al suo modo schietto di trattare le persone. Parlava con affetto degli amici che aveva laggiù come se l’interlocutore li conoscesse. “Il direttore della… che sta all’Aquila, bravissimo professionista e ottima persona, sta infuriato, devono avergli fatto un torto grave. Quando lo vedrò mi farò dire che cosa gli è successo”.


mercoledì 30 maggio 2018

Da anni impegnati a ”La Stele”



MADONNE E FIGURE DEL PRESEPE

INCREMENTANO LA LORO PASSIONE



La bottega si trova in viale Certosa,
a Milano. I manufatti, da 10 a 180
centimetri, più richiesti: Santa Rita,
San Pio, San Francesco, Sant’Antonio,
San Giuseppe, i Bambinelli grandi come bambole. Molti sono destinati all’estero America Latina, Francia… Gianluca: “Stiamo già lavorando per il prossimo Natale”.





Franco Presicci 
 

Seregni restaura una Madonna
ll secondo nome di Manola Artuso è Maria; quello del marito, Gianluca Seregni, Giuseppe. Entrambi confezionano statuine per il presepe, nel loro laboratorio, “La Stele”, in viale Certosa 91, a Milano, dove, dopo la scuola e i compiti spesso li raggiunge il figlio, il cui terzo nome è Magio Betlemme, per apprendere i rudimenti del mestiere. La mamma, 50 anni, diplomata a Brera in scultura e pittura; il papà, 54, diplomato in restauro e conservazione dei beni culturali, pittore contemporaneo, da sempre nell’artigianato con varie esperienze, soprattutto nella ceramica. Li intervistai anni fa per il volume “Natività e presepi”, della casa editrice Celip, e per il “Il Giorno”, il cui direttore, che arrivava da Firenze, avendo trovato chiuso il negozio di via Montebello, mi chiese notizie di un altro esercente del settore. Gli segnalai “La Stele”, anche bottega storica laboratorio di statue di Madonne ad altezza naturale su matrici antiche. “Sono davvero bravi”. “Allora meritano una pagina”. Fu così che una quindicina di anni or sono visitai Maria e Giuseppe, cordiali, disponibili, dalle mani d’oro, di una ospitalità quasi familiare.

Manola al lavoro
Manola, una bella ragazza non molto alta, mora, un sorriso eloquente, si alternò, nel darmi informazioni, con il marito, che tra l’altro sa tutto della storia del presepe in Lombardia, delle tecniche adottate nel tempo, degli artisti impegnati in quest’arte e degli opifici, che quando nell’Ottocento i presepi, sino ad allora esclusivi dei conventi, delle cappelle e delle case patrizie, ebbero una diffusione popolare si moltiplicarono, grazie anche al basso costo dei materiali. lI più noto era quello dei Panzeri, che sfornarono migliaia di pastori. Gli originali erano in legno intagliato, maestri gardesani e valtellinesi…”. Proprio in questi giorni mi è tornata alla mente “La Stele”, e ho telefonato a Manola. “Sentiamoci stasera alle 6, ci sarà Gianluca”. E Gianluca pronto e instancabile, esauriente: “Da ragazzo mi ha investito questa passione per la scultura e per il restauro; e non si è mai appannata.
Santa Agnese
Mi appassiona modellare Madonne, santi e martiri, Bambinelli grandi come bambole, figure per il presepe”. Che negli anni passati in Lombardia non prevedeva il pizzaiolo, il pescivendolo ambulante e altre figure sempre presenti nelle ”architetture” napoletane. Poi i tempi sono cambiati, grazie anche all’emigrazione; e sono comparsi i forni con la pizza, il carretto con il pesce… accanto allo spazzacamino, allo spaccalegna, all’arrotino, all’ombrellaio, al calderaio…, mestieri in voga una volta, e ad elementi ispirati alla vita quotidiana milanese legati a un periodo storico compreso tra il ‘700 e l’800, di cui la bottega custodisce gli stampi. “I materiali utilizzati per le matrici una volta erano le gomme a base di caucciù, che venivano vulcanizzate; oggi ricorriamo alle gomme siliconiche o ad altro. Per realizzare l’opera, in gesso, adoperiamo impasti con polvere di alabastro (molto pregiato). Anche l’acqua, necessaria nella lavorazione, ha i suoi segreti, con l’aggiunta di sostanze naturali che le conferiscono durezza, lucentezza, candore”. I manufatti esigono molta cura; e altrettanta il restauro, soprattutto degli esemplari antichi. “I committenti, religiosi o privati che siano, sono molto attenti, guardano i minimi particolari; e noi facciamo precedere l’intervento da uno studio: cerchiamo di capire chi ha prodotto l’opera per risalire alle modalità che ha osservato. A volte, se il prodotto è recente, intravvediamo subito la mano del maestro, attraverso una finitura, una pennellata, una doratura”. Che cosa muove il mercato? “La devozione”. C’è chi ci chiede un san Francesco alto un metro e settanta da regalare a una parrocchia, a un ente di beneficenza o da tenere in casa, da collocare in un’edicola rimasta vuota.. I sacerdoti sanno che sistemando in chiesa, per esempio, una Madonna di Lourdes o di Fatima o un’Immacolata i fedeli aumentano”. A Milano si preferisce il presepe o l’albero? “Dal mio punto di vista entrambi, magari l’uno vicino all’atro. Quella dei panorami natalizi, con pianure disseminate d’erba, che si elevano a poco a poco sino a diventare colline, montagne innaffiate di neve, tra scale e scalette, passaggi ripidi, fonti di luce… (un ambiente favoloso, magico) è una tradizione irrinunciabile.

Pastori
Alcuni clienti mi descrivono i loro presepi con entusiasmo: le grotte, gli anfratti, i sentieri che s’intersecano, i canali, i ruscelli, le pecorelle, i Magi fatti in gesso”. C’è chi acquista in negozio anzitempo un guardastelle o un dormiente, una lavandaia, un pecoraio con il gregge…? “Sì. Molti pensano al presepe tutto l’anno e temono di non trovare all’ultimo momento l’asinello con il carico di legna, lo zampognaro, l’attrezzo desiderati. Noi stiamo già lavorando per il prossimo Natale”. Maria e Giuseppe, cioè Manola e Gianluca, uniti dalla fede e da un amore profondo, lavorano con gioia. La passione compie miracoli. Manola si occupa prevalentemente della decorazione e anche, come il marito, del restauro di porcellane, ceramiche, vetri antichi…
San Giuseppe col Bambino



“Abbiamo, oltre a centinaia di stampi, una collezione personale di oltre 300 pezzi che risalgono ai primi dell’800”. E’ riposante trovarsi qui, tra simulacri di varie altezze: dai 10 ai 180 centimetri. “Di ognuna abbiamo il modello originale, anche antico”. Su “La Stele”, che ha origini lontane (come bottega nacque nella metà dell’800 nel quartiere di Brera e successivamente, dopo vari traslochi, si trasferì in viale Certosa), in Giappone è uscito un corposo libro con oltre 100 mila copie in libreria. I nipponici conoscono molto bene il l’indirizzo di viale Certosa. Vi arrivano soprattutto per vedere le varie fasi della lavorazione. E a novembre è attesa la visita di un gruppo di cittadini del Sol Levante che hanno tratto impulso dal libro.Gianluca deve interrompere la conversazione più volte per accogliere i clienti. Nel frattempo ci guardiamo intorno, ammirando il Bambinello a braccia aperte, grande più o meno 30 centimetri, sorridente, con l’incarnato roseo, con l’espressione gaudiosa, la sua bellezza soave. Ha avuto ottimi maestri, Seregni. “Sì, Nardini, Bassi, Vismara. Soprattutto Giancarlo Borroni, che mi ha trasmesso anche valori umani”. Io lo conobbi nell’ottobre del 2007. Aveva 76 anni, un modo di fare discreto, quasi timido.
Giancarlo Borroni
“Ormai sono in pensione - mi disse - vivo solo, vengo in bottega soltanto per ritrovarmi in un luogo a me molto caro. Fra tutte queste Madonne ripercorro a volte gli anni passati, impegnati a farne di gesso, e non di rado di argilla. Ne avrò fatte 50 mila”. Parlava sottovoce, Borroni. ”Cominciai nel ’43. A ‘La Stele’ di corso Garibaldi 40, guida Annibale Cerruti, pittore e scultore molto apprezzato. Nell’agosto di quell’anno il laboratorio venne distrutto dalle bome e noi raccogliemmo quel poco che si poteva raccogliere e con il carro tirato dai cavalli lo portammo in via Candiani, alla Bovisa. Borroni mosse i primi passi come garzone, e con il furgoncino andava a piazzale Loreto, “dove in una ditta prelevavo le casse che ci servivano per spedire i manufatti, i cui modelli erano realizzati in plastilina anche da un altro scultore, Remo Brioschi. Il formatore prendeva l’impronta in gesso, facevamo lo stampo in para cotta a 60-70 gradi per 12 ore, quindi le copie.

Elementi del presepe
A Milano erano parecchi gli artigiani che trattavano il gesso, ottenendo figure anche di un metro e mezzo e statuine del presepe di diversa grandezza. Nel ’50 conobbi Carlo Confalonieri, uno degli artigiani più noti e prestigiosi di allora, con “atelier” in via Copernico 8 (dapprima si serviva del legno; poi mise a punto una pasta di gesso con farina, colle e segatura, che colava in stampi di bronzo). Imparai a fare gli stampi, sia in gesso, sia in para, e a modellare anche la creta, che a quell’epoca di tanto in tanto si usava”. Borroni mi raccontò anche i sacrifici, le fatiche e la paura degli ordigni che piovevano dal cielo, facendo disastri. Quando suonava la sirena correva, se si trovava da quelle parti, al rifugio scavato sotto il piazzale del Cimitero Monumentale, lasciando fuori il furgoncino. “E nessuno si permetteva di rubare le Madonne”. Adesso Manola e Gianluca esprimono molta ammirazione per Borroni (e per il Confalonieri). Lo rivedono di tanto in tanto, il vecchio maestro, e sempre con molto piacere. Ogni suo arrivo è un evento. Si sente che gli sono affezionati per la sua esperienza, la sapienza, le sue qualità umane. Quasi schivo com’è, e poco loquace, non snocciola spesso la propria storia umana e professionale: “Ricordo Milano con poche auto; il tram 10 che prendevo per andare a casa o al lavoro; la città spopolata dopo il tramonto; le distrazioni, chi poteva, al Teatro Olimpia con Wanda Osiris che cantava ‘Vi parlerò d’amor’; o al Nuovo, dove Remigio Paone presentava ‘Una notte al Madera’ con Natalino Otto e il Quartetto Cetra…. Nel laboratorio di Cerruti non si contavano le ore…”. Erano in quattro ad affrontare le richieste che arrivavano tramite i missionari anche da Hong Kong. Manola e Gianluca conoscono quella fatica. E le loro Madonne, i loro martiri, i loro san Francesco, san Pio, sant’Antonio, san Giuseppe, santa Rita… prendono anche la via dell’estero: Francia, America Latina…









mercoledì 23 maggio 2018

Il linguaggio degli ombrellai ambulanti


 

PER NON FARSI CAPIRE DAGLI ESTRANEI

CONVERSAVANO USANDO IL “TARUSC”




Conducevano una vita da fame: la sera

polenta e vino all’osteria, e per dormire

un letto di paglia in una catapecchia.

A Gignese in loro onore aperto il Museo

dell’Ombrello e del Parapioggia.










Franco Presicci

ll “tarùsc” non è un medicinale, e non è neppure una marca di biscotti. Chi pensa al nome di un’auto ancora sulla catena di montaggio sbaglia. E’ la parlata che gli ombrellai ambulanti (“lusciatt”), ma anche i “magnan” (calderai), i “cadregatt” (riparatori o fabbricanti di sedie) e compagnia adottavano quando s’incontravano fuori sede per non farsi capire dagli estranei.

L'ombrello in un'opera di Giuseppe Solenghi
Uomo sotto la neve a Martina F.




















Infatti qualche studioso fa derivare la parola dal tedesco “tarnen”, mascherare; e “tarnung”, mascheramento.
Sul Vergante, da cui scendevano in Lombardia molti ombrellai, i braccianti chiamavano “tarùsc” quello strato di terra da cui occorreva rastrellare letame o fogliame. P. E. Manni, nel suo libretto dedicato all’argomento, spiega le origini, le etimologie, le varie pronunce e le diverse forme di questa specie di vernacolo, chiarendo che un “lusciatt” di Stresa parla un “tarùsc” di quella zona, alla “stresiana”; e uno di Massino si attiene alla forma in voga nel proprio paese. E ognuno vi porta un proprio contributo, innestando parole pescate in questo o quel dialetto o scaturite da una fertile fantasia.

Ombrelli chic
Così si sentiva dire “bergna” per denaro; “pisela per lira; “squadras”, per confessarsi; “patìn” per letto; “vasciag” per maiale; “gravisma” per sigaro (a Massino è il torsolo del granturco)… Strausciògn” indica i pantaloni, facili a logorarsi perchè il lusciat armeggiava stando seduto su un gradino o sulla cassetta dei ferri. “Batagin” era l’orologio, quello da tasca, con la catenella tra un occhiello del gilè e la “gnata”, la saccoccia in cui lo strumento era infilato. Ma gli orologi all’epoca non erano a disposizione di tutti, men che meno degli ombrellai, dei “magnan”, dei “mulita” (gli arrotini: a proposito giorni fa uno di questi ha fatto sentire la sua voce al Giambellino)… A indicare l’ora era il “batènt” della campana. Insomma per un meneghino era un rompicapo cercare di capire una conversazione fra “ombrellee”, che ispirarono anche un brano. “Anca l’ombrellèe come tucc ij ambulant/ el ghè dà de vos per reclama la gent/ ona stecca rotta, on puntal mancant/ on manegh ch’el dondola, in sul moment/ l’ombrellèe a ogni besogn el proved…”.

Ombrellaio

 
Gli ombrellai ambulanti calavano per lo più dal lago Maggiore, come detto dal Vergante, compreso tra Arona e Stresa. Nel libricino curato da Franco Fava per la Meravigli, “Vecchi mestieri milanesi”, tra l’altro ricco di disegni molto espressivi di Sergio Vigna, Gabriele Musante, Mario Castellani, Pasquale Russo, si riportano alcune righe di una lettera inviata dall’ombrellaio Minola a un suo collega per fargli sapere di essere caduto prigioniero dei tedeschi. “A stansci catufàt de marèta de sciugatògn e pensi che el seu toni al ficarà e la biosma ad la soa bula per al prim dal lungòs”. Tradotto: Sono prigioniero di guerra dei tedeschi e penso che lei andrà alla festa del suo paese per il primo dell’anno. I “lusciat” si sparpagliarono, non soltanto in Lombardia. Comparivano con la “barsela” sulle spalle, una cassetta a forma di faretra da cui facevano capolino i “ragozz”, le stecche di ombrelli appoggiate sul fondo, sopra gli attrezzi: bastoni di legno, forbici, refe… Passavano da una strada all’altra urlando “Om brellèe! Om brellèe!” per avvertire le donne che se avevano parapioggia da restituire all’uso quello era il momento. Le casalinghe si affacciavano alle finestre, facevano segno o davano voce, scendevano, si aggruppavano all’ingresso dello stabile e consegnavano il loro ombrello mutilato all’ambulante, che in breve tempo eseguiva il lavoro.
Ombrellaio
Questi ambulanti erano taciturni e facevano una vita di sacrifici. La sera una cena all’osteria con polenta e un bicchiere di vino e poi a dormire in una catapecchia. Il ritorno a casa solo a Natale, con la soddisfazione di un piccolo regalo preparato dalla moglie. Cominciavano l’apprendistato a 7 anni, seguendo un maestro, che se fortunato riusciva poi ad aprire una bottega, in Italia o altrove: a New York, a Sidney, dato che molti di loro si erano spinti così lontano, e smettevano di mangiare polvere, di fare la fame, di stare distanti dalle famiglie, che lasciavano appena il tempo cominciava a imbronciarsi, accompagnati dal garzone, scelto nella propria zona di origine. A Gignese, il più alto comune del Vergante e tra i più antichi (viene citato in un documento del 1069 conservato nell’Archivio storico di Torino), da cui partirono la gran parte degli ombrellai, nel 1939 Igino Ambrosini, che era del mestiere come il padre e il fratello, inaugurò con alcuni collaboratori il Museo dell’Ombrello e del Parasole, creando un’Associazione del settore. Da tempo per le strade di Milano e della Lombardia non si vedono più “lusciat” né cestai né calderai né impagliatori di sedie… Spariti da anni anche i lustrascarpe, l’ultimo dei quali lucidava le calzature dei signori nella galleria delle carrozze della stazione Centrale. Se ne cerchi uno per conoscere la sua storia consumi inutilmente le suole. Erano figure amate dai milanesi. I loro richiami erano graditi anche a chi non aveva bisogno delle loro prestazioni.
Con l'ombrello sotto la neve
Bazzicavano soprattutto la zona di Porta Genova, dove c’è la darsena in cui si congiungono il Naviglio Grance che viene dal Ticino e il Naviglio Pavese che a Pavia. Poi la crisi, dovuta prima all’invenzione dell’impermeabile, più comodo di quella cupola di stoffa che nelle giornate di vento si rovescia, a volte lacerandosi; e poi all’abitudine della gente di disfarsi di ciò che invecchia, ritenendolo più economico sostituirlo. La pioggia ti sorprende in strada? Per poche lire oggi nei mezzanini del metrò ambulanti extracomunitari offrono un buon campionario. “Diecimila, va bene?”. “Facciamo otto”. E l’affare è concluso. Non c’è neppure il fastidio di allungare il percorso per andare in un negozio, dove magari il prezzo è più alto. Una volta l’ombrello “made in Italy” era molto apprezzato e richiesto dappertutto. Alcuni esemplari erano autentiche opere d’are. Nell’800 i maggiordomi, che avevano fra i loro compiti quello di accompagnare i signori dal palazzo fino alla carrozza, nelle giornate piovose lo facevano facendo fiorire gli ombrelli sulle loro teste. Gli ombrellai più fortunati che oltre ad inaugurare punti-vendita ovunque, fabbricandoli anche, gli ombrelli, hanno scritto con le loro fatiche una bella storia. Accuratamente condensata nel citato Museo di Gignese, che nelle diverse sale comprende veri capolavori.

L'ombrellaio-disegno del libro della Meravigli
Lo visitai nel 1965 durante una manifestazione canora a Stresa, ma da allora l’esposizione si è ampliata, accogliendo, per esempio, parapioggia con copertura di seta decorati con motivi floreali o geometrici e con colori vivaci; con impugnature in legno nobile o in metallo o in avorio tornito; testimonianze di scenette di strada londinese con ombrelli del tipo a pagoda; ombrelli del XIX secolo; ombrelli per la villeggiatura in uso nell’8oo e nel ‘900:; ombrelli dipinti nelle tele di grandi artisti (Adam Klein, Francisco de Goya…); foto di ambienti, come le abitazioni di famosi ombrellai, le fabbriche in case di ringhiera; l’ombrello nell’antichità su un vaso del Museo nazionale di Taranto; l’ombrello nella moda femminile; ombrelle “à la chinoise”; ombrelli con la cupola di merletto foderato di seta… Cesare Comoletti, laurea in ingegneria, presidente della sezione dialettale del Circolo Filologico milanese, profondo cultore di letteratura, storia e folclore meneghino, è autore del volume “I mestee de Milan”, dizionario etimologico illustrato dei termini in vernacolo riguardanti le professioni, le arti e i mestieri praticati nel Milanese dal Medioevo ai giorni nostri. Vi si incontrano anche le voci delle zone rurali dell’alto e basso milanese, brianzoli, lodigiani…Un’opera interessantissima, che offre anche la storia di molte attività. Ecco che cosa scrive del “brumista” (il vetturino, il cocchiere di piazza): “Il primo gennaio del 1870 tutti i conducenti di pubblica vettura vennero obbligati dalla giunta municipale a vestire l’uniforme…”, cappello a cilindro compreso. E non elenca soltanto il vestiario, descrive li personaggio, che fumava la pipa stando a cassetta sulla sua carrozza chiusa, a quattro ruote per due persone. Aggiunge che “gli ‘ombrellee’ provenivano da secoli dai paesi posti alle false del Mottarone, tra il lago Maggiore e il lago d’Orta”… E cita il Museo di Gignese, che nel ’49 venne ristrutturato dallo stesso Ambrosini; e nel ’76 trasferito in una sede edificata apposta, grazie ai contributi della Regione Piemonte, del Comune e degli amici dell’istituzione, com’è attestato nel catalogo del 1989, dotato di numerose, significative immagini, alcune delle quali fornite da appassionati. Viene in mente una scena della vecchia Milano: il corteggiatore attempato colto sotto i portici mentre incalza una signora con l’ombrello.





mercoledì 16 maggio 2018

Presentato al Piccolo Teatro il Festival di Martina


UN’AUTENTICA ECCELLENZA PUGLIESE

CHE MILANO ED ESCOBAR AMMIRANO
Alberto Triola, Fabio Luisi, Franco Punzi, Escobar


L’evento il 7 maggio in via Rovello.

Pubblico numeroso, interessato alle

parole di Franco Punzi, Alberto Triola 

Sergio Escobar, Fabio Luisi, Aldo

Patruno, Antonio Scialpi.

Trionfo della musiva e

del capocollo della città dei trulli.





Franco Presicci


“Questa sala va allargata, dato che siamo diventati tanti - ha cominciato scherzosamente Franco Punzi -, i nostri amici si stanno moltiplicando. Stamattina sono venuti qui da più angoli della Puglia. Ecco lì quelli di Crispiano”, riferendosi anche a Michele Annese, a sua moglie Silvia e al genero Donato Basso, che è di Milano.
Sala gremita di ospiti e giornalisti
La sala era strapiena, frange di pubblico lungo la vetrata e altre straripanti nell’atrio. Giovani, meno giovani, melomani, cantanti, orchestrali, critici musicali, giornalisti, semplici cittadini interessati all’evento: la presentazione, il 7 maggio alle 11 - del Festival della Valle d’Itria, di cui Punzi è il presidente. Un giovanotto è arrivato con il sassofono e lo ha sistemato sotto la sedia. Fotografi, operatori televisivi facevano la ronda per catturare le personalità del bel canto. E’ arrivato Escobar, e Franco Punzi lo ha accolto festosamente, ampiamente ricambiato. Il presidente del Festival della Valle d’Itria, con il suo eloquio fluido, spesso frizzante, familiare, ha introdotto la mattinata al Piccolo Teatro di Milano - intervallando i discorsi seri alle battute sagaci, divertenti.

Il saluto del Presidente Punzi
Si è subito detto felice dell’ospitalità cordiale, affettuosa che ogni anno riceve in via Rovello; e Sergio Escobar con evidente schiettezza ha risposto che apprezza l’impegno, la bravura, le fatiche, i sacrifici che i martinesi compiono per rendere sempre più grande il loro capolavoro; e i risultati di altissimo livello che conseguono. “Ci sono occasioni che finiscono in consuetudini e ci sono anche ottime abitudini. Siamo più che lieti di collaborare con il Festival e con Martina anche per le celebrazioni dei 100 anni della nascita di Paolo Grassi, non con dovizia di aneddoti, ma con un progetto di studi che aiuti la riflessione sulla sorte del teatro….”. E ha sottolineato la differenza “tra il salotto culturale e chi si sporca le mani nel fare”, completando il suo pensiero con l’affermazione che “la ricchezza da tramandare è il rapporto umano”.

Ingresso del Teatro
A qualcuno è venuto in mente il discorso tenuto da Grassi il giorno del suo insediamento alla presidenza della Rai: “Guardo all’azienda e a coloro che vi lavorano con sentimenti di simpatia, di intensa speranza e fiducia in una fertile collaborazione, che esalti i singoli talenti, le singole professionalità, le singole disponibilità umane in una responsabile coscienza della funzione sociale del monopolio, inteso come servizio pubblico, che la Rai deve rendere ai cittadini, nel quale possano avere ragione solo le idee maggiori…”. Paolo Grassi, che diresse il Piccolo per 25 anni fino al maggio del ’72, quando assunse la sovrintendenza della Scala, è un simbolo, un esempio, un maestro, che ha aiutato molto il Festival, tanto che la vedova Nina Vinchi ha a suo tempo regalato alla Fondazione a lui dedicata a Martina la sua biblioteca. Punzi non si lascia scappare alcuna occasione per esaltare la figura di quest’uomo che tra l’altro rinnovò il modo di fare teatro. Lo ha fatto anche il 7 maggio, durante la presentazione del 44° Festival della Valle d’Itria, che si svolgerà dal 13 luglio al 4 agosto prossimi. “La memoria di Grassi – ha dichiarato – alimenta il Festival, è ossigeno della cultura, del turismo di Martina… Quest’anno la manifestazione si ringiovanisce nelle opere, nelle iniziative…”. E ha accennato alle novità, tra le quali la collaborazione con il Petruzzelli di Bari, con il Giappone… l’incontro, il 30 luglio a Martina, con critici musicali e giornalisti “per confrontarci”.

Prof. Antonio Scialpi in rappresentanza del Comune di Martina F.
Una pausa breve – il tempo di presentare l’assessore alla Cultura della sua città Antonio Scialpi, persona saggia, di poche parole, docente di filosofia al Liceo – e ha ripreso: “Noi diamo spazio alla cultura, perché dove c’è cultura c’è civiltà, progresso, speranza…”, rivolgendosi soprattutto ai giovani. Ha preso la palla al balzo Alberto Triola, direttore artistico del Festival, per ricordare che i giovani talenti che planano a Martina prendono il volo per i teatri più prestigiosi al mondo. Il Festival è anche un trampolino di lancio, oltre che una fucina di idee, di proposte che tra il dire e il fare non hanno di mezzo il mare: affronta nuovi percorsi “con la fantasia e la curiosità d’inoltrarsi su sentieri anche molto divergenti fra loro”. E anche in questa 44.ma edizione “nel sorprendente incontro fra Handel e la Scuola napoletana si esalta la più pura tradizione belcantistica italiana”. Dopo Punzi, Aldo Patruno, direttore generale Turismo, Cultura, Valorizzazione del territorio presso la Regione Puglia: “E’ bello rinnovarsi non solo negli appuntamenti”; e ha rievocato “il programma triennale di finanziamento della cultura; i 100 milioni che si stanno utilizzando per fare cultura in Puglia; la grande alleanza fra le sette fondazioni di Puglia; il carnevale di Putignano.”, aggiungendo che “il Festival della Valle d’Itria è un’eccellenza, che s’inquadra nel cuore della regione con un programma che ogni anno stupisce.

Triola, Luisi, Punzi
Beato colui che è in grado di dare ai propri figli radici e ali”. Attraverso l’opera svolta dalla Fondazione Paolo Grassi anche i talenti pugliesi hanno messo le ali, è intervenuto Alberto Triola. Ha ripreso Punzi: “Proprio stamattina mi hanno comunicato che la biglietteria ha raggiunto il 25 per cento delle prenotazioni, la maggior parte dall’estero”. Lo ha ribadito il direttore artistico: “La famiglia si allarga, ha più respiro, ha ritorni e arrivi, rilevanti novità, nuovi percorsi. Il festival è impegno, coraggio, provocazione nel senso più positivo del termine; è una realtà pulita, sana, trasparente...”.

Manifesto del Festival
E giù scrosci di applausi per una giovanissima e bravissima artista, Francesca Cosanti, autrice anche quest’anno del manifesto del Festival, che campeggia anche sulla copertina del programma. Il Festival valorizza chi merita. Rientrando nella sua veste, Alberto Triola è passato a descrivere le opere e i concerti che verranno eseguiti in diversi luoghi di Martina: Palazzo Ducale, Atrio dell’Ateneo Bruni, masseria Palesi, Basilica di San Martino, chiostro di San Domenico... Il Progetto Rossini, con “Tra dolci e cari Palpiti”, “Soirèe Rossini”, Concerto per lo Spirito, “Gatta canta, Gatto danza” (sarà anche al Teatro Paolo Grassi di Cisternino, a Matera, a Ceglie Messapica), “Notturno”, “Cera una volta…Cenerentola!”…, rende omaggio all’immensa figura del compositore pesarese. I Concerti del Sorbetto, alle 17 del 14, 21, 28 luglio, e “Canta la notte, alle 23 del primo agosto, al Chiostro di San Domenico. “All’Ora Sesta”, alle 12 del 15 luglio, nella Chiesa di Sant’Antonio ai Cappuccini, e alla stessa ora nelle chiese Chiese di Santa Maria della Purità e di San Francesco da Paola. La rassegna si aprirà con “Giulietta e Romeo”, dramma in due atti di Felice Romani, revisione sull’autografo di Ilaria Narici e Bruno Gandolfi, regia di Cecilia Ligorio (13, 15, 31 luglio); proseguirà con “Rinaldo”, dramma per musica di Giacomo Rossini su una sceneggiatura di Aaron Hill della “Gerusalemme liberata” del Tasso, versione di Napoli 1718, prima rappresentazione in tempi moderni, regia di Giorgio Sangati, direttore Fabio Luisi.

Silvia e Michele al "Piccolo"
Il 21 e il 23 luglio, “Figaro su, Figaro giù…!”, libera rivisitazione da Gioachino Rossini, regia di Giamaria Aliverta (replica il 3 agosto a Otranto-via delle Torri). Il 22, il 24, il 26, il 28 luglio “Il trionfo dell’onore”, di Alessandro Scarlatti, opera comica in tre atti di Francesco Antonio Tullio, revisione sulle fonti originali di Jacopo Raffaele in collaborazione con Fabrizio Longo, l’Accademia di Belcanto “Rodolfo Celletti” e l’Accademia di Belle Arti di Bari. Il 20 luglio progetto Rossini 1868/2018 con “Tra dolci e cari palpiti” dedicato alla memoria di Alberto Zedda, il 20 luglio; il 18 luglio “Soirèe Rossini” al Chiostro di San Domenico; il 30 il Concerto per lo spirito nella Basilica di San Martino; e ancora il 14 luglio “Gatta canta Gatto danza” a Palazzo Ducale, replica nel Chiostro di San Domenico il 17 e l’1 agosto. Nello stesso ambito, il 30 luglio “Notturno” e il 19 “C’era una volta Cenerentola!” (Festival Junior), con in cantanti dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, progetto e regia di Marco Bellocchio.

Costantini con Annese
Il capocollo fa gola ad Arlecchino
Alle 13 la presentazione del festival della Valle d’Itria si è conclusa con l’annuncio, fatto da Escobar, della scomparsa del regista Ermanno Olmi. Sia pure con amarezza la gente si è avviata verso un altro salone, dove Angelo Costantini, araldo di sua maestà il capocollo, la cui virtù è assicurata tre secoli, aveva allestito, insieme al Caseificio La Valle, un ricco “bouffet” con delizie portate dalla città dei trulli e del Festival: friselle, mozzarelle, taralli, olive, burrata, biscotti… dominati dal capocollo, che quella mattina al Piccolo faceva gola persino ad Arlecchino che occhieggiava da una gigantografia appesa alla parete proprio di fronte ai vassoi con la prelibatezza martinese nota e apprezzata dappertutto. Tutti hanno gradito questi sapori di Puglia: i giornalisti, numerosi, come sempre, ma anche le glorie della musica. Mentre li gustava, il professor Francesco Lenoci confessava di aver suggerito agli artefici del Festival di preparare dei “gadget” (medaglie, magliette, portachiavi…) con l’immagine di Giulietta e Romeo, simboli dell’amore vero.