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giovedì 9 gennaio 2025

I pugliesi a Milano

MOLTI SONO IN PLANCIA E TENGONO BENE LA ROTTA


Dolmen
Accorrono ad ogni richiamo della loro terra, amano stare
insieme. A volte senti parlare in meneghino su un pullman o su un tram e poi scopri che quella voce è di matrice brindisina o leccese.









FRANCO PRESICCI



Poche volte ho visto tanti pugliesi riuniti in occasioni dedicate alla nostra terra. Tantissimi nelle feste solenni all’Hotel Quark e alla celebrazione dei 700 anni di Martina, organizzata da Francesco Lenoci, docente di materie economiche alla Cattolica di Milano, al Circolo della Stampa. Al “Quark” ammiravo fra l’altro la grande capacità dei corregionali, tarantini, martinesi, leccesi, brindisini ... d’intrecciare valzer e di avvitarsi nel tango, e l’eleganza di Dino Abbascià, allora presidente dell’Associazione regionale pugliesi, con cui intratteneva gli ospiti, chiamando poi al telefono il suo amico Al Bano, che dava gli auguri con fervore.
Trulli di Martina
Che serate! Allestite dall’Arp, che faceva e fa susseguire una manifestazione dietro l’altra, compreso il famoso Premio “Ambasciatore Terra di Puglia, la cui cerimonia di consegna si tiene in un salone della Regione Lombardia.
Memorabile anche quella messa in piedi al Circolo della Stampa di corso Venezia da Lenoci, che fece salire a Milano Franco Punzi, che ricordo con affetto, il rettore della Basilica di San Martino don Franco Semeraro e altri “itriani” (rubo il termine dal titolo del libro di Giovanni Rosario Cavallo), che non se la sentivano di mancare a una festa così importante per la loro città, e non solo. Ricordo gli invitati, numerosi, attenti, soddisfatti, entusiasti. Debordava nelle altre sale, perché la “Indro Montanelli”, pur essendo una piazza d’armi, non ce la faceva a contenerli tutti. I relatori parlarono in modo eccellente della città dei trulli e del belcanto, del sole e della campagna dalla terra rossa, esaltata da Filippo Alto nelle sue tele appassionate. Poi Lenoci dette la parola a un giornalista sedotto da Martina, che dette inizio all’intervento affermando di non credere che questo gioiello avesse raggiunto quella montagna di anni, vedendolo sempre così bello, così attraente, così splendente. E aggiunse subito che non poteva che avere quegli anni, visto che lo dicono i libri e gli studiosi. Dunque Martina era come una donna d’altri tempi, che nonostante l’avanzare dell’età, rimane intatta nel suo fulgore. Miracoli che fa soltanto il Superiore. Alle prime parole del cronista impertinente si era creata in qualcuno un po’ d’ansia, subito placata nel prosieguo del discorso. Breve, succoso, senza retorica, farcito d’amore per un luogo che ha tante preziosità da offrire.
Rivado agli anni ‘70, quando un altro richiamo attirò molti pugliesi. Grazie forse a Mario Azzella, di Trani, giornalista e documentarista, che aveva offerto il microfono della Rai in una trasmissione nazionale allo stesso cronista per fargli spiegare i motivi dell’appello. E accorsero, i pugliesi: avvocati, rappresentanti della carta stampata, galleristi, docenti… Il primo ad entrare nel salone del Cida (Centro internazionale d’ informazioni d’arte” di Gastone Nencini, proprietario anche della Galleria Boccioni, fu Guido Le Noci, che aveva il suo Centro d’arte “Apollinaire”, proprio di fronte, in via Brera , chiuso da un po’ di tempo.
L'Europeo

Le Noci, martinese nel sangue e nel cuore, fece appendere a una parete alcuni quadri di pittori d’avanguardia, che aveva ospitato nelle sue sale di respiro europeo. Fece di più, consentendo la proiezione di un filmato sulle tarantolate di Galatina dello scultore Paradiso. La serata fu aperta da Lambros Dose, direttore del Cida, con la lettura della presentazione di Paolo Grassi al libro “Passeggiando in Valle d’Itria”, di Massimo Fumarola. Seguirono interventi di Vincenzo Buonassisi, gastronomo di fama e inviato speciale de “Il Corriere della Sera”; e di Domenico Porzio, scrittore e giornalista, capo ufficio stampa della Mondadori e assistente del presidente Arnoldo. A dare l’occasione alla manifestazione era stata la pubblicazione sull’”Europeo” di un’inchiesta di Salatore Giannella su “I trulli che vanno in rovina”. Presente anche Giovanni Valentini, barese, a 29 anni direttore del famoso settimanale della Rizzoli (nelle sue pagine aveva scritto anche Oriana Fallaci). Era figlio di Oronzo, che negli anni Cinquanta, mentre nella Bimare si svolgeva il Premio Taranto e tre o quattro pittori locali - tra cui Giuseppe Pignataro, studio nell’androne di uno stabile di via Di Palma - scrivevano sui muri “Abbasso Pirandello” (il pittore; n.d.a,) e viva Raffaello”, lui rispondeva dalle colonne de “La Gazzetta del Mezzogiorno”. A Giovanni fu poi dato il Premio Milano, che si confezionava nel ristorante “La Porta Rossa” di Chechele e Nennella, in via Vittor Pisani.
Nennella, Giacovazzo, Chechele, Presicci

I pugliesi accettano sempre gli inviti, quando alla ribalta si esibisce sua eccellenza Puglia, che ha dato a Milano persone geniali, come appunto Guido Le Noci, amico a Martina di Elio Greco e a Milano di Raffaele Carrieri, Dino Buzzati, Pierre Restany… Guido era anche molto vicino a Paolo Grassi, re dello spettacolo. Grazie a lui conobbi Buzzati, un signore, un gentiluomo, che mi dette addirittura il numero di telefono di casa.
Tra i pugliesi che si distinguevano a Milano c’era anche Peppino Strippoli, che aprì parecchi ristoranti. Tra questi, “Ndèrre a la lanze”, a due passi dall’Università Statale e dalla Libreria Universitaria di Aldo Cortina, bellunese cresciuto come pittore nello studio di De Pisis. Strippoli era di Cerignola, ma tutti lo ritenevano barese. Era ospitale, accoglieva nei suoi locali gli amici più rappresentativi, compresi Gillo Pontecorvo e il pittore Filippo Alto, che aveva la casa e lo studio delle vacanze a Figazzano, Sisto, un tiro di fionda da Martina Franca. Anche lì Filippo realizzava serate affollate di personalità: il ministro ai Beni Culturali Vernola; il direttore della “Gazzetta” Giacovazzo (bello il suo libro “Puglia il suo cuore”), presentato a suo tempo nel teatro dell’Angelicum a Milano, con Al Bano che tuonò facendo fremere i muri); il direttore del Circolo Italsider della Bimare, alloggiato nella masseria Vaccarella, Giuseppe Francobandiera, scrittore e grande anfitrione (chiamò per tenere conferenze Gianni Brera, Morando Morandini e altri e inanellava idee continuamente, come il teatro sull’erba e le gare dei concerti (assistetti a una commedia con Luca De Filippo).
Bisceglie porto turistico

Da Alto ascoltai una brillante esibizione di un vecchio contadino, don Oronzo, come lo chiamavano noi, che raccontò brani della sua vita d’imperatore delle vigne, spargendo risate e mietendo applausi. Per ringraziarmi di un’intervista fattagli seduti su una “chianca” di trullo, all’aria aperta, un sera in cui in cielo palpitavano le stelle, mi regalò un fiasco di vino, dopo un ballo con il critico e storico dell’arte Raffaele De Grada, ospite dell’artista. Don Oronzo era un personaggio estroverso, Mi raccontò che in occasione della festa della Madonna doveva arrivare padre Cionfoli, ma il cantante ebbe un imprevisto e per la domenica non era disponibile: si poteva rimandare al lunedì. Sacrilegio! La Madonna non poteva aspettare i comodi di un’ugola sia pure famosa. “Io ho le chiavi della chiesa, la chiudo e vi attaccate al tram!”. Detto e fatto.
Sono, questi, ricordi di un pugliese a Milano fra pugliesi, che tornano sempre al nido e nelle lontananze lo sognano. Uno che resta legato alla sua Bisceglie, pur viaggiando da un capo all’altro dello Stivale, è Pino Selvaggi (Ambrogino d’oro e cavaliere al merito della Repubblica), già bancario, scrittore, poeta e anima dell’Associazione regionale pugliesi.
Mercato del martedì a Noci

A lui si deve il Premio “Ambasciatori Terre di Puglia” che riempie il luogo in cui la cerimonia di consegna si svolge. Quando dettero il riconoscimento a Renzo Arbore, che è foggiano, tutti i posti del Teatro Urban erano occupati e molti stavano in piedi. Sul palco Nicla Pastore di Studio Cento di Taranto e il compianto Dino Abbascià, in abito scuro, quasi appoggiato a una delle quinte per non togliere la scena alla giornalista della Bimare, signorile, spigliata, bella.
Questi pugliesi! Sono encomiabili per il loro attaccamento al paese d’origine, pur amando Milano, la gente, “dotati di cortesia e di grande ospitalità”, mi disse il coreografo e ballerino Don Lurio, che era di New York, quando a “Prospettive d’arte” del barlettano Mimmo Dabbrescia, tenne una mostra dei suoi quadri. Dopo essere stato valente fotografo al “Corriere della Sera”, Mimmo aveva aperto il suo spazio in via Carlo Poma, presso il Naviglio Grande ospitando artisti di altissimo livello, da Treccani a Dova, a Kodra.
Questi pugliesi! Li trovavo dappertutto. Non è da meravigliarsi se viaggiando su un tram o su un pullman avverti un’aria di casa. O incontri qualcuno che usa il dialetto che per te non ha misteri. Molti di quelli che parlano un meneghino corretto sono pugliesi mascherati, come riferiva anche Giuseppe Giacovazzo nel suo libro.
Taranto
Un pomeriggio a un fotografo del mio giornale che credevo milanese di nascita scappò un vocabolo in dialetto forestiero, che m’impietrì; se ne accorse e confessò di essere di Cerignola. “Mi hai stupito. Tradisci le tue origini con tanta disinvoltura, la tua gente, che non si vergogna di dire ‘ciucce’ invece di asino; ‘pateme’ invece di mio padre. I pugliesi che conosco io vanno a testa alta, affermano con orgoglio di appartenere alla terra, di essere del tacco. Io amo “Mare Picce” e “Tarde vecchie”; l’aria e l’odore di Martina, il verde e le forme della sua campagna, il fico e l’ulivo, la quercia, le case a cappuccio, il borgo antico con le sue quinte e i suoi fondali da teatro, le sue “’nghiostre” , le sue “vedovelle”, da cui sgorga acqua fresca e pura, i suoi tratturi, le sue porte con il chiavistello, le sue altane, da cui pendono fiori di vario colore… Lo griderei da un balcone. La Puglia è la mamma, la grazia, la bellezza, il sole… Un incanto

venerdì 3 gennaio 2025

Sorge in via Fratelli Zoia, zona Forze Armate

UNA DELIZIA, LA CASCINA LINTERNO IN CUI SOGGIORNO’ IL PETRARCA




Angelo e Gianni Bianchi
I fratelli Gianni e Angelo Bianchi sono i premurosi custodi della storica struttura rurale. La fanno rivivere anche scrivendo libri interessantissimi, facendo ricerche, organizzando conferenze sul granturco, sull’aratro, sul “pret de Ratanà”, visite guidate al Parco delle Cave, momenti di svago e altro.
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
 


Sono passati anni da quando entrai per la prima volta nella cascina Linterno, in via Fratelli Zoia, a Milano. Invitato dai fratelli Angelo e Gianni Bianchi, che impiegano tutte le loro forze per tenere vivo il nome della struttura, ammirai la squisitezza dell’ospitalità e la bellezza, il fascino del luogo. Mi trovai tra centinaia di persone che di solito partecipano alle iniziative che vengono organizzate per far conoscere le attività in esso svolte oggi e nei secoli e la sua storia, che comprende il soggiorno per nove anni di Francesco Petrarca, da sempre alla ricerca della pace, della solitudine, del silenzio, infastidito dagli orpelli e dalle cerimonie dell’ambiente di corte. In quel luogo sacro il Poeta aretino si dedicò , fra l’altro alla cura dell’orto e alla correzione di alcuni suoi scritti.
Cascina Linterno
I fratelli Bianchi hanno il grande merito di aver fatto di tutto per evitare alla Linterno la sorte toccata ad altre opere rurali, lasciate al degrado o demolite, magari di notte per sfuggire alle proteste dei cittadini.
Con fantasia e volontà incrollabile, competenza e passione, i Bianchi hanno ricreato la vita in quel gioiello, mobilitando tutto il quartiere, legato al verde e alle vicende della terra del Porta. Tengono conferenze (sul granturco, sui fontanili, sull’aratro...), hanno scritto libri densi di fatti, chicche, avvenimenti, sulla vita e il lavoro nella cascina di una volta, accolto personaggi di rilievo innamorati di Milano. Tullio Barbato, per esempio, già pilastro del quotidiano “La Notte”, scrittore (“Case e casini di Milano”, “Cucina e osterie della vecchia Milano”, “Per una storia di Meneghin e Cecca”…), fondatore e direttore di Radio Meneghina;, conoscitore profondo di Milano, fornitore di idee anche per il Carnevale.
Distribuzione piantine di riso (A. Bianchi)
Conosco neme, dunque, questa fucina di cultura, assistendo alle conversazioni nella chiesetta interna o nel cortile o nei dintorni; e vi ho incontrato persone di ogni ceto e provenienza, oltre ad attori, sceneggiati televisivi, che qui hanno avuto come podio una specie di poggio incastonato in un paesaggio delizioso. Ho ascoltato Angelo e Gianni mentre parlavano delle attività agricole o del pret de Ratanà, un personaggio straordinario ancora oggi venerato. La cascina Linterno non è soltanto una meta domenicale di persone che vogliono stare in compagnia, ma un luogo in cui si fa cultura. Il mio collega Piero Lotito, che è anche uno scrittore affermato (il suo libro più recente, “Di Freccia e di Gelo”, è pubblicato da Mondadori), scrisse, sul quotidiano “Il Giorno”, un pezzo esemplare, da cui traspariva molta stima per i fratelli Bianchi e per il lavoro che fanno instancabilmente. E lo scrisse con l’anima.
Raccolta del fieno (A. Bianchi)

Di fianco alla Linterno c’è la villetta che fu abitata del “pret di Ratanà”, al quale Angelo riservò un pomeriggio raccontandone il carattere, le imprese, le doti, le curiosità, le leggende. Come quella del tram che si rifiutò di partire perché aspettava che don Giuseppe Gervasini, che avanzava a passi lenti, salisse e si mettesse comodo. Don Giuseppe, un uomo un po’ brusco, un po’ anarchico, riluttante ad accettare le convenzioni, le regole da lui ritenute inutili, schietto, generoso, che ancora oggi i fedeli vanno a visitare al Cimitero Monumentale (dove sono sepolti i grandi personaggi), portando fiori e recitando preghiere.
Mi soffermai a lungo in cascina in un angolo ricco di attrezzi agricoli, tra cui un carretto che aveva trasportato chissà quanta roba. Forse una sopravvivenza dei primi del ‘900. Alle pareti erano appesi manifesti con la descrizione dei singoli pezzi e l’uso a cui erano destinati.
Attrezzi
Tempo fa ripresi in mano i volumi dei Bianchi per rinfrescare la memoria. Passai ore e ore su quelle pagine, che ogni appassionato delle vicende milanesi dovrebbe leggere. Apprezzo molto l’attività di Angelo e Gianni, che tra l’altro nelle loro ricerche hanno perlustrato gli angoli più riposti che risuonano ancora dei passi del Poeta del “Canzoniere”, che fu a Montepellier, a Bologna, ad Avignone. Sono volati secoli dal suo soggiorno alla cascina Linterno e rivive nelle parole e negli scritti di due fratelli intellettuali, che non si stancano mai di produrre idee e progetti, perché l’importanza della Linterno non venga mai meno. Il loro impegno, prezioso, deve essere premiato. La Linterno è una delizia da custodire con amore. Lo voleva anche Tullio Barbato, uomo e collega generoso, disponibile, intelligente., legatissimo alla sua città. La sua mente era un cantiere sempre aperto e produttivo. Quando ho avuto bisogno di qualche notizie sulla storia della città mi sono rivolto a lui e ho ricevuto puntualmente risposte dettagliate. Un giorno gli chiesi informazioni sulle balere e mi inviò una ventina di fotocopie ricavate da un libro.
Trebbiatura sull'aia (A. Bianchi)

I fratelli Gianni e Angelo Bianchi hanno dato notevoli contributi alla conoscenza della Linterno (che per la verità ha qualche acciacco), con parecchi libri e in “Vita di Cascina”, realizzata a cura dell’Associazione Amici della Cascina Linterno, edita dal Comune . Un libro molto interessante anche per le molte fotografie che contiene sulle fatiche quotidiane dei braccianti. Vi emergono figure come il capostalla, che aveva competenza su tutti i bovini; i cavallanti che governavano i cavalli; il loro capo, che riceveva ordini soltanto dal padrone, al quale doveva rispondere in caso di errori e di emergenze; i ragazzi della cascina, che imparavano a familiarizzare con i cavalli e ad amarli”; gli addetti alla stalla, chiamati “famei” o “bergamin”... Questi lavoranti facevano tutto a mano, dalla mungitura alla consegna del latte, al rifornimento delle mangiatoie con erba e fieno.
I fratelli Bianchi descrivono le cascine, in ogni aspetto. Le immagini fanno il resto. Colgono per esempio un lavorante alla guida di uno dei primi trattori. I personaggi di una volta e quelli di oggi. “Vita di cascina” mi ha fornito una sorpresa: l’arte di Angelo, “elemento della natura” - come lo definì un amico intellettuale - uomo di grande talento, dal sapere enciclopedico, profondo, di origini contadine e operaie, ma geniale. Umile. Ed è questa sua ammirevole umiltà che gli impedisce di esporre le sue opere di pittore e disegnatore; opere di ambiente agreste che rivelano la sua alta capacità di far rivivere momenti della fatica contadina con pennellate rimiche, con tratti veloci. Incantano le sue teste di cavallo, di mucca; e altre figure, di operai che attraversano infagottati sentieri innevati, mungono, curano l’orto.... Angelo Bianchi è artista che seduce, affascina anche con la sua tavolozza delicata. Peccato che si rifiuti di allestire una mostra, magari nel cortile della cascina. Bellissimo quel contadino con la pala in spalla, mantello e cappello, (el campèe, addetto all’irrigazione dei campi) che torna a casa al tramonto; e bellissimo il disegno sull’insaccamento del granturco sull’aia dopo l’essiccazione.
Cappella della cascina
“Vita in cascina” è dunque “un quadro della passata vita contadina, un doveroso riconoscimento alla fatica di ci ha preceduto e posto le basi per consentirci l’attuale tenore di vita”, scrivono in copertina gli Amici della Cascina Linterno, Associazione di volontariato senza scopi di lucro, sorta nel 1994 per la protezione della cascina e del suo territorio, di cui si hanno notizie certe dal XII secolo. Il sodalizio è attento ad evitare speculazioni edilizie, a mantenere l’attività agricola, la divulgazione di usi e costumi rurali…
La prima volta ci andai per assistere a una manifestazione organizzata dai fratelli Bianchi nella chiesetta interna. Al termine il pubblico, sempre numeroso, si sparse sull’aia anche a consultare i volumi di Angelo e Gianni Bianchi, scambiarsi opinioni sulle linee architettoniche del fabbricato.
Insomma la Cascina Linterno palpita. Per chi ama Milano è un piacere che questo manufatto storico susciti l’interesse di tanti cittadini. E’ come tante “dame d’antan” che nella gloria dell’età conservano ostinatamente il fascino del tempo che fu. E’ testimone del rapporto dell’uomo con la terra, irrorata dal sudore del contadino.

giovedì 26 dicembre 2024

Regista alla Scala de “La forza del destino”

HA APERTO LA STAGIONE LIRICA ENTUSIASMANDO IL PUBBLICO

 



Leo Muscato
Leo Muscato, 51 anni, è nato a Martina Franca e ha studiato a Roma Lettere e Filosofia. Poi eccolo nella compagnia di Luigi De Filippo e in tanti teatri famosi e prestigiosi. Una carriera brillante.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI




Elio Greco e Guido Le Noci
Sarà l’aria che vi si respira, l’incanto del paesaggio, la pace, la forza destino, certo è che a Martina Franca spesso si accende una stella.
E allora tutti a guardarla, ad ammirarla, a bearsi di quella luce. Leo Muscato, regista e drammaturgo, studi di regia alla scuola d’arte “Paolo Grassi” di Milano, ha una bella carriera da mostrare. Tra opera e prosa. Dal 2001 ha portato in scena 30 composizioni liriche e altrettanti testi teatrali. Ha prodotto per il Teatro alla Scala, per il Petruzzelli, per il Maggio Musicale Fiorentino e per tanti altri templi anche all’estero, compreso il Greek National Opera. E naturalmente ha portato a casa molti riconoscimenti, tutti prestigiosi. Il più recente, in onore della sua strepitosa attività, il trentasettesimo “Mario Campus”, intitolato al giornalista che si prodigò per il Festival di Spoleto e il Festival della Valle d’Itria; un Premio ideato dal compianto Elio Greco, presidente di Fondazione Nuove Proposte, e oggi continuato dalla figlia Cinzia.
Durante la cerimonia di premiazione, nel Ridotto dei palchi Arturo Toscanini, alla Scala, il professor Francesco Lenoci, docente all’Università Cattolica di Milano, nella sua “laudatio”, ha tratteggiato icasticamente la personalità di Leo Muscato, la sua genialità artistica, l’impegno, la passione; e lo ha fatto con parole toccanti, anche ricordando il luogo di nascita, la culla del Maestro: Martina Franca, la città che custodisce gelosamente la bellezza che Dio le ha donato.
Lenoci, conferenziere di notevole valore, viaggiatore culturale infaticabile, ha tra l’altro cercato d’intercettare l’uomo oltre l’artista, il suo amore per la sua città d’origine, la città del sole, della luce, del ristoro. Il Premio Campus - ha detto - viene assegnato a personalità illustri, che danno sempre più valore alla cultura, offrendo opere che rimarranno e saranno celebrate dai posteri. E Leo Muscato, 51 anni, illumina il panorama culturale italiano e internazionale. E ha aggiunto: “Un tributo non solo al suo talento registico, ma anche alla sua capacità di raccontare storie che coniugano tradizione e innovazione”.
Muscato sotto il doppio busto

Il Premio comprende un’opera pittorica di Manuel Campus e una mini-biblioteca di 50 volumi, che Leo Muscato ha donato ad un carcere, nella speranza che la lettura contribuisca alla rinascita umana dei detenuti e al loro reinserimento nella società.
La serata alla Scala, com’era prevedibile, rimarrà nella storia del Teatro. La scenografia dell’opera andata in scena, “La Forza del Destino” 2024 rappresenta le guerre, ma non per esaltarle, essendo la guerra, come afferma don Tonino Bello, “il più sacrilego dei peccati”; ma per condannarle, esecrarle. Infatti il soprano Anna Neprerbko alla fine canta: “Pace, pace, mio Dio”. E quel canto dovremmo ripeterlo tutti a gran voce contro tutti i conflitti in corso, che stanno portando feriti, morti, distruzioni di Paesi.
Per Leo Muscato l’opera dell’altra sera, che ha inaugurato la stagione 2024 del tempio della lirica, è stata l’affermazione della sua grandezza, del suo talento: un orgoglio per gli italiani e tutti i martinesi, non solo quelli presenti alla Scala per acclamarlo con grande entusiasmo, presenti Bruno Vespa, Milly Carlucci e tanti altri protagonisti dello spettacolo, del giornalismo, dell’imprenditoria.
Ingresso al Piccolo Teatro

Questo figlio della città dei trulli e del belcanto, della terra rossa e degli ulivi - la città benedetta da Dio, come disse tantissimi anni fa Alessandro Caroli presentando il suo libro, “Musica in Valle d’Itria”, sul Festival nato da una sua idea - ha inanellato un altro trionfo ai tanti già conseguiti. Come quello che contrassegnò il suo contributo al Festival della Valle d’Itria, uno dei momenti più esaltanti della musica lirica italiana. In occasione del cinquantesimo anniversario il regista e drammaturgo ha realizzato il documentario “L’Utopia della Valle”, opera in grado di far sfolgorare Martina, un gioiello, dando ancora più lustro al Festival, esaltato durante le presentazioni al Piccolo di Milano da Sergio Escobar, direttore del Teatro di via Rovello.
Muscato, che andando per il mondo, si porta appresso il cuore di Martina, appena sono esplose le luci della ribalta della Scala, ha offerto il ,capolavoro verdiano e la prova che il teatro, come diceva Paolo Grassi, “è il luogo dove si vede ciò che è invisibile agli occhi”. Il mondo intero si è emozionato, grazie a lui.
Ripercorrere l’itinerario artistico di Leo Muscato non è impresa da poco. E bisogna pur farlo, perché non tutti conoscono i grandissimi passi da lui compiuti. Nel 2007 l’Associazione Nazionale dei Critici Teatrali gli ha assegnato il Premio della Critica come miglior regista teatrale; nel 2012 i critici musicali il Premio Abbiati come miglior regista d’opera; nel 2016 la Fondazione Verona per l’Arena gli ha assegnato l’International Opera Awards – Opera Star (oscar della lirica), come miglior regista … Una lista lunghissima anche di opere, da “Un ballo in maschera” al “Rigoletto”, dalla “Cenerentola” al “Barbiere di Siviglia”, al “Nabucco”, alla “Bohème”, estendendo sempre di più la sua popolarità. Inoltre, per tre anni (dal 2019 al 2022) è stato direttore artistico della Compagnia Teatrale di Luigi De Filippo. Del 2015 il suo documentario ”Geometrie Anarchiche”, prodotto da Fruit ADV, co-diretto da Laura Perini, con Vincenzo Mollica, Tullio Pericoli, Giobbe Covatta…
Lenoci e Leo Muscato
Un’attività artistica straordinaria, di altissimo livello. Come straordinario è stato il successo da lui riportato alla Scala l’8 dicembre con “La forza del destino”, “opera sontuosa, importante, da far tremare le gambe a tutti, con contenuti molto più alti di una prima lettura”, ha detto Muscato; opera in quattro atti di Giuseppe Verdi, testo di F. M. Piave. La prima volta andò in scena al Teatro Imperiale di San Pietroburgo il 10 novembre del 1862. e fu accolta con grande slanci dal pubblico e dalla critica. Il 7 febbraio del 1863 in Italia. Verdi non era convinto del testo, lo rivide e lo presentò alla Scala il 27 febbraio 1869.
I melomani sono in festa per il risultato delle prestazioni scaligeri di Leo Muscato, da prendere come modello, come esempio, ha detto un estimatore anziano, che pur volendo rimanere anonimo ha rivelato di essere in procinto di scrivere una biografia di Muscato. Starà già raccogliendo il materiale necessario. Ne ha da mietere.
La Scala

Nato il 12 luglio del 1973, Muscato si trasferì nella Capitale per studiare Lettere e Filosofia e già quando era all’università gli si aprirono le porte del teatro, avviando un percorso sfavillante fra teatro, lirica, cinema e pedagogia teatrale. Un percorso ricco di eventi, date, consensi, trionfi, dirigendo 40 opere nei teatri più importanti e famosi del mondo (oltre alla Scala, il Teatro San Carlo di Napoli, il Petruzzelli di Bari), firmando la regia di oltre 30 testi teatrali, collaborando con istituzioni come il Teatro Greco di Siracusa e il Teatro Stabile di Genova.
Leo Muscato è l’emblema dell’impegno, del sacrificio, della determinatezza, della passione indispensabili per conseguire una meta sfavillante, come provano anche le numerose tesi di laurea presentate in tante università. In un comunicato si dice tra l’altro che il grande artista ha insegnato in istituzioni eccellenti, tra cui la Scuola Holden e i Dams di Torino, promuovendo “masterclass” “che esplorano le molteplici possibilità espressive del teatro e della lirica”.


mercoledì 18 dicembre 2024

E’ scomparso alcuni giorni fa

IL MITO DEL NAVIGLIO L’ARTISTA GIGI PEDROLI




Pedroli racconta il Naviglio
Milanese vero, acquafortista, cantautore, pittore, era amato e stimato da tutti. Con la moglie Gabriella aveva fondato il Centro dell’Incisione di fronte al Ticinello. Alla sua morte “Il Corriere della Sera” ha dedicato una pagina, con firma di Pietro Ichino.















FRANCO PRESICCI






Ricordo con affetto Gigi Pedroli, visto mesi fa nel cortile del negozio di abbigliamento militare e janserie di Graziana e Paolo Martin. Su un palcoscenico improvvisato cantò le sue canzoni in dialetto e in italiano, sfornò battute di spirito, dialogò con il numeroso pubblico, che espresse il suo entusiasmo non solo battendo le mani, ma chiamandolo a gran voce in segno di ammirazione. Poi tutti si alzarono in piedi, e lui, strofinandosi le mani, che forse stavano perdendo energia, rimase immobile aspettando che il diluvio si placasse.
Gigi Pedroli in una sua esibizione
In prima fila, sulla destra, Graziana e Paolo tradivano l’emozione che provocava quella festa, impreziosita da un personaggio come Gigi Pedroli, l’emblema, il cantore del Ticinello, grande acquafortista, pittore, uomo buono, sincero, pacato, un sorriso discreto, fondatore con la moglie Gabriella del Centro dell’Incisione, sull’alzaia Naviglio Grande, in un luogo che sa di magico, di fiaba e di leggenda: dicono che sia stato il casino di caccia di Ludovico il Moro.
Se n’è andato qualche giorno fa, il grande Gigi, addolorando tutti quelli che lo conoscevano. E a Milano, e non solo, erano in tanti a conoscerlo e ad amarlo.
Ricordo la sera in cui al Centro dell’Incisione Nicola Partipilo, patron della casa editrice Celip, barese doc, presentò uno dei suoi libri monumentali su Milano. Tra i presenti, il professor Lauria, docente di veterinaria alla Statale, addossato a uno stipite della porta, pendeva dalle labbra di Gigi, che rispolverava i tempi in cui la zona era abitata prevalentemente da pugliesi e ospitava laboratori di artigiani di ogni tipo, dai maestri argentieri ai corniciai; e gallerie d’arte e studi di pittori. Poi, accompagnandosi con la chitarra, cantò alcuni suoi brani in vernacolo: “El pitur de Madoin”, “El cartunista”, “L’Ernesto”, “el Viagra”… spandendo allegria nella sala e fuori, dove il pubblico debordava. L’avevo già ascoltato alla Fornace Curti, nello studio di Sarik (Riccardo Saladin), tra artisti, professionisti, fotografi… Anche Gigi aveva un laboratorio da Curti, dove realizzava prestigiosi oggetti in ceramica.
L'entrata del Centro dell'Incisione
Quando andavo a fargli visita al Centro dell’Incisione lo trovavo sempre piegato sul tavolo a produrre l’idea: folle di gente, la Galleria Vittorio Emanuele con figure fantastiche, deformate, nell’Ottagono, mani, volti che volano; oli su tela, con un paesaggio ligure, su carta con uomini e alberi… Renzo Margonari, in un suo intervento in un libro sull’artista intitolato “Vena popolaresca e cultura antica nell’opera di Gigi Pedroli, cantastorie lombardo e pittore di vita”, ha scritto che “avviene spesso che la figurazione allegorica si aggiri nei territori del visionario e del fantastico…”, aggiungendo che “Pedroli è per sua natura dotato di sapienza compositiva…”. Ha scritto questo e tantissimo altro, il critico, illustrando appieno il contenuto artistico di Gigi. Io mi limito a far scorrere nella mia mente le opere che con il passare del tempo ho visto estasiato nelle sale del Centro, alle quali si arriva attraversando un corridoio che sembra un giardino immerso nel silenzio e nella pace.
Se era assente Gigi, perché alla Fornace in via Walter Tobagi o altrove, mi forniva le notizie che cercavo Gabriella, sempre gentile e impegnata con persone anche straniere e anche del sud, che stazionavano davanti alle opere appese alle pareti o consultavano gli album nei quali erano custodite tante acqueforti eseguite da Gigi.
Su “Il Corriere della Sera” è Pietro Ichino, di cui ricordo un libro bellissimo, che incastona Gigi nella storia del naviglio, a descrivere in un’intera pagina la figura, l’arte e lo spessore umano del mito del Ticinello: “Nella vita sua e della moglie Gabriella si esprime una laica povertà evangelica: distacco dalle ricchezze apparenti che nasce da una serenità profonda e ispira serenità al prossimo, attaccamento alle ricchezze vere della vita, quella per la quale gli occhi di Gigi Pedroli si illuminano e ridono: l’affetto per gli amici e degli amici, la grandezza nascosta degli ultimi (persone vere che la città relega ai margini e di cui egli ci insegna a vedere e amare l’umanità nelle sue canzoni…”.
Pedroli alla Fornace Curti

Gigi non aveva bisogno d’indottrinamenti, di apprendere lezioni di vita da maestri improvvisati e autocelebrati; egli stesso era l’esempio da seguire, imitare. Ho parlato tanto con lui, anche all’antica Fornace di Alberto Curti. Un giorno lo colsi mentre lisciava con il pennello un paesaggio siciliano su un piatto di argilla. Rimase seduto indicandomi una sedia e parlammo di Milano e della Festa del Naviglio che si avvicinava. Era quella un’altra occasione in cui gli ammiratori affollavano il Centro con le porte spalancate. Un anno, verso metà dicembre, quasi sulla soglia della sala esposizioni sorpresi e fotografai due zampognari, che poi vennero invitati ad entrare continuando a soffiare nello strumento. Ho rivisto la scena in un video girato da un amico di Gigi, che si tiene in disparte e qualcuno cerca di spingerlo verso i pifferi.
Nato nel marzo del 1932 a Milano, Pedroli frequentò il collegio di don Guanella in via Mac Mahon, dove ebbe la possibilità di studiare. Dopo fu alla civica scuola d’arte del Castello, quindi ottenne un impiego di grafico in uno studio pubblicitario. Fece tanti passi faticosi per andare avanti, grazie anche all’incoraggiamento di Gabriella, intelligente e sensibile. E lui giorno dopo giorno conquistava uno scalino. Gli amici lo stimavano e lo stimolavano, e lui sempre più impegnato, sempre più attento, sempre più ammirato e noto. Partecipò a mostre, ricevette riconoscimenti, premi.
Gigi Pedroli al Centro discute

A Roma, Sestri Levante, Modena… Il suo nome si afferma, la sua arte è apprezzata ovunque. I critici consacrati si accorgono di Pedroli. Gilberto Finzi, Gilberto Cavicchioli, Mario Passi… esaltano l’attività e la personalità del milanesissimo Gigi, che per erigere il suo tempio sceglie il Naviglio Grande, caro ad Alfonso Gatto, a Gaetano Afeltra, a Empio Malara, a Carlo Castellaneta, a Tullio Barbato, grande giornalista del quotidiano del pomeriggio “La Notte” e fondatore della gloriosa Radio Meneghina. E in quella radio Gigi Pedroli, amico di Tullio, fu accolto con riguardo per dare voce alla sua ispirazione. Che gioia ascoltare le sue composizioni, dettate al suo cuore dalle vecchie osterie raccontate da Luigi Medici, dalla gente umile, dai personaggi caratteristici, protagonisti delle sue canzoni, diffuse in ogni angolo dell’alzaia, della ripa e altrove, dalle case di ringhiera con i cortili a zig zag ad Inverigo, sede del Festival della canzone milanese ideata negli anni 50 da Giovanni D’Anzi. Disse Roberto Buttafava che Gigi le sue canzoni non le scriveva per venderle, ma per se stesso, per farle ascoltare agli amici che con lui si riunivano per divertirsi, per passare una serata in allegria, godendo la sua ironia garbata e la sua genialità di cantautore naif, che amava la gente, Milano, i navigli, di cui conosceva bene le vicende e gli usi e i costumi dei meridionali che abitavano in quelle case fino a quando non impazzirono gli affitti.
Come dimenticare Gigi Pedroli, uomo sottile e alto non soltanto fisicamente, uno sguardo luminoso, capelli radi e bianchi come i baffi.
Le storie di Pedroli

Le sue tracce sono indelebili, profonde. Non restano soltanto le sue opere, che trascinano l’osservatore in un mondo di sogni. “Nessuno potrà prendere il tuo posto nel nostro cuore”, ha scritto Graziana Martin. Cinzia Alibrandi; “Una preghiera per la figura storica del Naviglio”. La notizia della scomparsa dell’icona del Ticinello si è sparsa immediatamente sulle sponde del corso d’acqua, commuovendo tutti i lombardi, e non solo. Ciascuno aveva un ricordo da regalare all’altro, mi ha riferito un amico, che ha partecipato ai funerali. Luca Barbato ha postato su facebook una foto di Gigi con la chitarra in mano, dedicata a Tullio, riandando al Festival Milanocanta, Arca Canora, il “Buschett del Ghino, la Sur e Gio per i navigli e le ore a Radio Meneghina. Sara Basilico lo ha definito una leggenda del Naviglio. Io ho riascoltato le sue storie lombarde, soprattutto “Il cartunista, che andava in giro di notte per raccogliere gli scatoloni che la gente buttava via, a Milano, nonostante i pericoli che quando cala il buio possono presentarsi in una grande città. “L’ho incontrato ad uno sfasciacarrozze con un’automobile tutta a pezzi. Lui cercava un parafango e non voleva spendere nulla…”. Addio, caro Gigi.

Gigi Pedroli


giovedì 12 dicembre 2024

Un bellissimo libro della Celip

UN LUNGO VIAGGIO IN TRAM ALLA SCOPERTA DI MILANO



Tram in via Tommaso Grossi
A bordo di queste vetture si fanno incontri, si discute e si
osservano le bellezze della città. Prefazione di Ferruccio De Bortoli, testi di autori di altissimo libello, immagini di maestri dell’obiettivo: Mario De Biasi ed altri.








FRANCO PRESICCI





Tram colorato in piazza Duomo
Una volta il tram sferragliava anche nella mia città,Taranto: da Solito alla stazione, passando sui due
ponti, di pietra e di ferro. I ragazzini viaggiavano gratis, sul predellino, fino a quando il controllore non li sorprendeva, costringendoli a scendere in corsa. Il binario era unico, con quello di scambio in via di Palma, di fronte al Teatro Odeon, dove chi veniva da un capolinea aspettava l’altro, per proseguire. Arrivava all’arsenale, percorreva via Leonida, svoltava a sinistra, in piazza Ramellini, continuava su via Cesare Battista andava vicino allo Stadio Corvisea. Il birichino prendeva al volo anche la carrozza e si accovacciava nella parte posteriore; il solito giocherellone urlava una frase fatta e il clandestino si beccava un paio di frustrate mentre abbandonava la... postazione. Ma questa è un’altra storia.
Quando giunsi a Milano non sapevo niente della città. La stazione centrale mi sembrò il ventre di una balena d’acciaio e rimasi esterrefatto, abituato a frequentare lo scalo di Taranto per andare a Martina Franca, dove la locomotiva a vapore cambiava binario per collocarsi sulla piattaforma girevole che le faceva cambiare senso di marcia. Tutta lì la mia esperienza ferroviaria.
E c’era il tram, che nella Bimare era scomparso da tempo. Nel capoluogo lombardo ci fu un periodo in cui si discuteva sull’utilità di questo mezzo di trasporto. Scrivevo sullo storico quotidiano “L’Italia” e una sera Graziano Motta, un pilastro del giornale, mi mandò a seguire un dibattito tra l’assessore Crespi e i cittadini: uno di quelli che hanno il peperoncino piccante nella testa, sosteneva che era necessario smantellare i binari, perché secondo lui ostacolavano la circolazione ed erano brutti, Non c’era verso di accorciare la sua tiritera, fino a quando si sentì una voce tonante venire dalle ultime file: “Dobbiamo ascoltare la sua filastrocca o lasciare che anche l’assessore esprima le sue idee?”. Ma anche questa è un’altra storia.
Tram affiancati in via Tommaso Grossi

I tram sono ancora lì che percorrono le vie della città, incrociandosi, affiancandosi, sostando uno accanto all’altro, tagliando quando possono la circolazione, facendo bella mostra di sé, nuovi e vecchi imbellettati come donne anziane che curano ancora la loro bellezza.
Se sono a piedi, io li fotografo con il telefonino agli incroci, alle fermate, durante il tragitto: i tram sono belli a vedersi, dentro e fuori, soprattutto quelli che sembrano appartenere ad altri tempi. Se dovessi contare le ore passate sui tram, seduto o aggrappato alla maniglia, il risultato sarebbe lungo e complicato. Ci salivo, in viale Fulvio Testi, prima della Manifattura Tabacchi, per scendere in piazza Cavour, dove aveva sede il mio giornale, “Il Giorno”, nel Palazzo dell’Informazione. A volte dava un colpo di campanella, altre volte più d’uno, con rabbia, quando qualche automobilista faceva una manovra azzardata.
I miei viaggi in tram erano spesso divertenti. Ascoltavo le conversazioni e frenavo spesso una risata quando sentivo le asinate; per esempio, il giorno in cui una persona non tanto anziana, controfigura di Gèrard Depardieu, disse al vicino che se nel suo giardino appassivano i fiori la colpa era tutta “della bomba tonica”. Una scena poco spassosa fu quella di un vecchietto che voleva convincere il conducente… ad iscriversi alla mafia e arzigogolava sulla formula. Ma la bellezza dell’andare in tram non è solo quella di ascoltare i discorsi della gente, ma quella di vedere la città attraverso i finestrini. Lo dica chi pensa che questa città sia brutta, idea che balla nel capo di chi non la conosce. E’ brutta una giovane che non si trucca perché vuole mantenere genuina la propria bellezza?
Tram ai bastioni di Porta Venezia

E’ brutta quell’altra che non eccede con il rossetto per provare ad essere sensuale? Che non si pompa le labbra come uno pneumatico? Dite, dite pure: la parola è lecita anche se il contenuto è sbagliato. L’ho ammirata tante volte Milano dei tram. Via Manzoni, per esempio, piazza Cordusio, via Torino, piazza della Repubblica, con le sue quattro braccia: Vittorio Veneto, via Montesanto, via Vittor Pisani, via Turati. Sul tram si raccolgono tante storie, come quella del veicolo che a Baggio si rifiutava di avviarsi nonostante i tentativi del conducente, perché aspettava el pret de Ratanà, che stava arrivando “lento pede” e si mosse soltanto quando il reverendo salì e si mise comodo. Sono tanti i motivi per cui amo i tram. Li amo anche perché chi ne ha voglia può godere un tessuto urbano che non ha niente da invidiare ad altre città più elogiate. Per non dire del tram belvedere, dove puoi cenare, conversare e sbirciare la città di notte: il tram atmosfera.
Ed eccomi intraprendere un delizioso viaggio scorrendo le pagine di “Milano in tram, alla scoperta della città”, della Celip di Nicola Partipilo. Si inizia da una veduta notturna di viale Regina Giovanna all’incrocio con corso Buenos Ayres, luogo sacro per l’editore, perché lì, a due passi, aveva la sua famosa libreria, che suscita ancora oggi nostalgia negli ex avventori che passano per viale Tunisia. Un libro delizioso, in cui ogni pagina ha il suo tram: largo Cairoli nei presi del Castello Sforzesco, fra un’esplosione di colori: cespugli arrotondati di un verde punteggiato di ocra; e poi a un tiro di fionda da dal Duomo, superbo con i suoi ricami architettonici e il sagrato pieno di turisti; un altro ancora mentre sfiora l’arco di Porta Ticinese…
Arco di Porta Ticinese

Tanti di questi tratti affascinanti di Milano li offre Marco Partipilo, che come fotografo ha l’occhio magico, e si diverte, passione a parte, a riprendere “gioielli” all’altezza dei bastioni di Porta Venezia, dove qualche secolo addietro c’era il parcheggio delle carrozze.
E’ bravissimo, Marco, ha talento, sensibilità, sa cogliere l’attimo fuggente. Si fa pellegrino di Milano e ovunque scopra un tesoro punta l’obiettivo. Ed eccole in questo stupendo volume le sue foto scattate a Porta Garibaldi con i grattacieli di Gae Aulenti sullo sfondo.
Una passeggiata dai grattacieli al Castello Sforzesco la compie anche Roberta Cordani anche per mostrare ai forestieri angoli nascosti di Milano che i più, per pigrizia o indifferenza, non vedono. Roberta ha occhi di lince e una cultura doviziosa, per cui sa dove andare a cercare. Le sue foto incantano e i suoi testi seducono anche per i dettagli. Ama sorprendere le pedalate sulle piste ciclabili con tetti vegetali, gli archi, i monumenti, i giardini, i laghetti. Oltre ai tram, che scampanellano ad ogmi imprevisto, i palloncini policromi che danzano tenuti dal filo del venditore. Subito dopo alberi di gelsi a baldacchino. Roberta Cordani va dove la portano i suoi sentimenti e le sue conoscenze: una miriade. Altri cacciatori d’immagini fanno di questo volume un tesoro.
Monumento a Garibaldi

Roberta Cordani e Marco Partipilo si ritrovano di fronte alla stazione Cadorna e colgono la scultura “Ago, filo e nodo”. Quante cose si possono ammirare dopo essere scesi dal predellino o passando in tram. E in questo libro eccezionale, arioso, ricco di colori. Tanti tram hanno le fiancate colorate: “murales” come sulle facciate di certe case. Il libro sprigiona gioia. Dev’essere stato gioioso anche per chi lo ha concepito e realizzato. Nella prima pagina uno scritto esemplare di Ferruccio De Bortoli, intitolato “Milano sound”. Nella seconda, Giulia Ghezzi, presidente dell’Atm. Seguono riflessioni della stessa Cordani, Pietro Ichino, Giovanna Mori, Rosa Teruzzi... Titolo “Milano in tram, alla scoperta della città”. La parola viene data anche a due tranvieri, ed era proprio il caso. Sono loro che guidano le vetture, ci sia o no la “scighera” (la nebbia), il sole o la pioggia, la neve, il freddo, l’acqua che deborda dal Seveso o dal Lambro. E quando si snodano i cortei di protesta, che tappano la circolazione fino a quando non si raggrumano in piazza Duomo. Per i tranvieri quelli sono momenti delicati e sicuramente qualcuno di loro sogna di essere mandato alla guida dei treni del metrò.
Tram in via Dante

Per me il tram è una platea che consente di godere,lo spettacolo di questa grande, bella città, che è Milano. Soprattutto oggi, con i giardini pensili, i grattacieli con la parte superiore a punta come la bocca del pesce-spada, Affascina anche l’interno dei depositi, con tutti quei binari che s’intersecano per far posto ad ogni tram a riposoa. Come sarebbe Milano senza tram? Non me lo immagino., Ho sempre viaggiato in tram. Ricordo l’1”, quando aveva il capolinea in viale Lunigiana; il “2”, quando aveva la fermata in viale Fulvio Testi all’incrocio con la via che porta alla Bicocca; il “5”, che mi portava in viale Tunisia alla libreria di Nicola Partipilo. A proposito, glielo hanno dato l’Ambrogino d’oro per i meriti acquisiti come editore di straordinari volumi su Milano, la città con il cuore in mano? Lui ha il cuore d’oro, oltre all’intelligenza, la sensibilità, l’amore per la città del Porta, che conosce come pochi. Conosce anche il dialetto, ma non lo usa per pudore, e anche per non confondersi con quei pugliesi che vogliono farsi passare per meneghini..

(Le foto sono di Marco Partipilo)

mercoledì 4 dicembre 2024

Un grande presepista tarantino

LUCIANO MAZZARANO RACCONTA LA SUA VITA




Luciano Mazzarano
Aveva 15 anni quando realizzò la sua prima rappresentazione
sacra. E seguiva il padre, che montava la sua cassarmonica nei paesi della Calabria, della Basilicata, della Puglia. Poi il chiosco lo fece in scala di 85 centimetri.






FRANCO PRESICCI




Mancano pochi giorni a Natale. La gente ovunque si prepara ad erigere l’albero di Natale o ad allestire il presepe o entrambi, affollando i negozi per fornirsi di palle colorate, nastri argentei, pacchettini ornamentali, luci, statuine di ogni dimensione, granelli verdi o bianchi che simulano la neve o l’erba, alberelli, casette, pezzi di sughero o sacchettini di gesso… Noi ogni anno andiamo a cercare i fabbricanti professionisti non soltanto per immergerci nell’atmosfera della festa.
La chiesa del Carmine in mostra

E ci vengono inevitabilmente in mente i tempi di una volta, quando la nonna friggeva in cucina le pettole, mentre il mio papà collocava carta di giornale impregnata di argilla quasi liquida per ricoprire lo scheletro di legno del presepe e il nonno, a noi nipoti seduti con lui attorno al braciere, raccontava storie della Befana, che già allora era vecchia e stanca; e di Gesù Bambino, che stava per nascere come da tradizione in una grotta spoglia e gelida, fra pastori e pecorelle, uomini genuflessi con il berretto in mano, qualche zampognaro e più in là il guardastelle.
Queste riflessioni le ho confessate a Luciano Mazzarano, figlio del cavalier Antonio, deceduto a 105 nel 2016. Padre di sei figli, era famoso e apprezzato anche fuori i limiti di Taranto come autore di eccellenti rappresentazioni sacre. Me lo fece conoscere – avevo vent’anni – il professor Raffaele D’Addario, un gentiluomo che dopo aver lavorato come scenografo a Cinecittà era tornato nella Bimare ad insegnare disegno nelle scuole, credo alla “Maria Pia” di via Dante, angolo via Aristosseno. Anche D’Addario faceva presepi, che metteva in vetrina nel negozio del padre in via D’Aquino, quasi all’angolo con piazza Maria Immacolata e di fronte al negozio il cui titolate aveva il figlio che recitava con Emma Gramatica.
“Vieni, ti voglio far conoscere una persona che ti piacerà”. Ed eccomi in via Principe Amedeo vicino al Palazzo del Governo, di fronte a un signore dall’espressione severa, che suscitava un po’ di imbarazzo. Ci mostrò un presepe già pronto per essere trasferito in una casa privata e caverne, casette con i tetti innevati, strutture da completare. Quell’uomo mi rimase impresso e sulla via del ritorno, quasi sotto casa di Raffaele in via Cataldo Nitti, mi venne l’idea di cimentarmi con un paesaggio così ricco di elementi. ma ritenni che fosse impresa difficile per un giovane volenteroso ma inesperto. Il presepe è arte, magia, spettacolo, scenografia, bellezza, luce disposta convenientemente. Il presepe emana fascino, incanta, trascina. Ne ho visti, al Museo di Dalmine e li ho visti a Taranto, a Napoli, a Lecce, a Cantù in cascine in miniatura con pomodori appesi alle ringhiere e braccianti al lavoro.
La chiesa di San Domenico

Comunque D’Addario, uomo generoso e disponibile, che aveva una stanza tutta adibita alla sua passione, mi regalò qualche prezioso consiglio, utile per il mio lavoro di cronista alle prime armi, di navigatore curioso nel mondo incantato dei presepi. E mi fece assistere alla trasformazione di una scatola di cartone in presepe con lo sfondo ricavato da un ritaglio di carta celeste a mo’ di cielo.
Torno indietro da Luciano Mazzarano, 81 anni, pronto a inondarmi di aneddoti che hanno costellato la sua biografia: realizzò la sua prima opera quando di anni ne aveva 15. Quel lavoro non era un presepe ma una cassarmonica in scala di 85 centimetri, illuminata e con gli orchestrali nell’atto di dar fiato agli strumenti. Questo chiosco Luciano lo conosceva bene, perché all’epoca il padre ne possedeva uno vero, che con il suo aiuto e quello degli altri figli, smontava e rimontava alle feste in Calabria, Basilicata e nella stessa Puglia. “A quei tempi stavano i ‘traìni’ tirati dai cavalli”, aggiunge Luciano, che seguiva il padre provvedendo all’illuminazione, fatta collocando sotto la cassarmonica i gasometri alimentati con il carburo e il gas che usciva dagli ugelli…”.
Nel 1948 il negozio era nella città vecchia, in via Duomo, allora ricca di esercizi di ogni tipo (il vecchio orologiaio, il salumiere, il merciaio, il figulo che vendeva “perdùne”, trulli, piccoli arredi presepiali…). Poi, negli anni 60, traslocò in via Principe Amedeo, nel borgo nuovo. E lì i tarantini, e non solo loro, appena si cominciava a respirare aria di Natale, andavano ad acquistare ciò che serviva per mettere su il presepe, compreso sughero, figure di due centimetri di altezza, prevalentemente donne in tunica bianca, angeli.... E anche botti, sedili rustici, vasi in terracotta. C’era chi i fichidindia se li confezionava da sé con i semi di zucca (“le spassatìembe” nel nostro vernacolo) e i chicchi di riso pitturati in rosso, giallo, bianco.
Particolare della chiesa di San Domenico

Quando giravano per i paesi ad innalzare la cassarmonica nelle piazze presero a dedicarsi ai presepi e ad esporli alle gare del settore, riscuotendo premi. Luciano costruiva anche le casette e le illuminava in modo che da ogni finestra, da ogni porta uscisse la luce, era un maestro. E tra altre opere riprodusse la Torre Eiffel, un vascello e tutto ciò che gli veniva in mente. Intanto diventava grande e nelle ore non giocava più in strada a “mauè’ zò zò” a “’u cinq’e mmìenze” e a “levòrie”, gioco in uso anche tra i giovani di Taranto vecchia, come mostrano alcune preziose foto d’epoca della collezione di Nicola Giudetti.
Stimolo Luciano a indicarmi anche altri aspetti della sua attività e lui mi descrive la chiesa del Carmine, da dove escono i Misteri a Pasqua e quella di San Domenico, da cui confratelli, “nazzecanne”, portano fuori l’Addolorata., “Andavo a scuola il mattino e il pomeriggio facevo il garzone nell’officina di un fabbro, che anziché pargarmi si faceva pagare.”, aggiunge allegramente Luciano, che ama i dettagli che fanno risaltare meglio ciò che dice. Nel ‘59 entrò all’Italsider, perché era caduto due volte dalla cupola della cassarmonica e voleva evitare altri pericoli. Nell’acciaieria era addetto alle riparazioni e da elettricista ed elettromeccanico veniva chiamato ovunque occorresse la sua esperienza; ed era talmente bravo che fu nominato capoturno.
Ancora i presepi. “Non avevo smesso di farli: preparavamo lo scheletro di legno, lo rivestivamo con la carta roccia e il sughero, arricchendolo con le cascate, i ponti, i luoghi del lavoro, la lavandaia, perché il presepe è splendore. acqua, fuoco, elementi che hanno tutti un significato. Abbiano creato presepi nell’ingresso del Palazzo di Città, a San Pasquale e in altri templi”. Mazzarano Michele, suo zio, faceva l’addobbo nelle chiese.
La cassarmonica

La cassarmonica sotto la campana di vetro 

In casa tutti i fratelli e la mamma seguivano Antonio alla novena: avevano il Bambino a grandezza naturale, che prima fu portato nella chiesa della Sanità , a Tàrde vècchie”, e poi nella chiesa del Carmine. Gli domando: “Il giorno di Natale a pranzo nascondevate la letterina sotto il piatto di papà?”. “Sìne, ma nog’ère ‘na lèttere, ma ‘nu fuègghie accum’era ère”.
Luciano è simpatico: anche perché con gli amici e i parenti parla il dialetto, con gli estranei no. Il suo è un dialetto naturale, con tutte le sue armonie, i suoi toni e chi ama il dialetto come me lo ascolta con piacere. E’ l’unico della famiglia che parla il dialetto. Beato lui! Come posso parlarlo io, che vivo tra i meneghini orgogliosi di esserlo. Ma quando posso mi lascio andare, perché, come dissi una volta a Francesco Lenoci, il dialetto “jè ‘a zòche ca me tène strìtt’a Tarde”. Nelle mie rimpatriate, per dovere e per amore, vado a far visita a Mar Piccolo e ad ascoltare parole come “sannacchiutere”, “iavatùne”, “travàggjie”, “’mbòte”, “ficchetemmìenze” come escono dalle labbra screpolàte de le pesciauèle”. Lo dico a Luciano, ma la lontananza fa perdere la voce nel telefono.
Luciano è nato in via De Cesare 57, dove una volta c’era la libreria del cavalier Antonio Mandese, che riceveva Riccardo Bacchelli, Raphael Alberti e tante altre personalità. Oggi abita in periferia al quinto piano di un palazzo che gli consente di vedere e ammirare i paesi del circondario. Tiene a dire che sta ad est, dove sorge il sole. Fa ancora presepi? “No, mi limito a realizzare casette da cui la luce filtra da ogni apertura…”.
Riproduzione del ponte girevole

Ecco la storia di un uomo che ha trascorso la vita lavorando: allestendo la cassarmonica, riproducendola in scala, facendo il garzone da un fabbro, costruendo presepi anche con effetti speciali, con anfore e boccali, rustici con stalle, fienili, mulini, scale, pagliai, taverne, tegole, sentieri in discesa, ringhiere di legno con panni sparsi al sole. E Gesù, San Giuseppe, la Madonna, il bue e l’asinello al gelo in una grotta.
Mi viene la tentazione di chiedergli un po’ di storia del presepe, come e quando è nato a Taranto e nei paesi vicini, dove il Natale è ancora molto sentito e onorato. Ma si è fatto tardi. E non posso neppure chiedergli che cosa pensi delle rappresentazioni di carta o cartone eseguiti negli ultimi anni da Raffaele D’Addario, grande estimatore della dinastia dei Mazzarano.