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mercoledì 23 ottobre 2024

Un personaggio incancellabile


MICHELE LAMANTEA RIGATTIERE A BRERA



Michele Lamantea
Per oltre cinquant’anni allestì il suo “esercizio” all’angolo tra le
vie Brera e Fiori Chiari. Ogni mattina da corso Como, dove abitava, andava in quel punto di fronte all’Accademia ed esponeva la sua roba.







FRANCO PRESICCI






“Non viene più qui Michele?”. Il baritono Giuseppe Zecchillo, che amava farsi due passi dal suo studio, in via Fiori Chiari, al bar dell’angolo, al signore elegante, segaligno, imbiancato, faccia da Peppino De Filippo, rispose che Michele arrivava di solito verso le 10.30.
Bar Giamaica

Doveva quindi aspettare una decina di minuti. Zecchillo sparì nel bar per sorseggiare un caffè e da lì vide il rigattiere in sella al suo carretto a pedali, scendere e scaricare senza fatica i suoi esemplari di modernariato e qualche pezzo antico. Ma non il candelabro stile Liberty richiesto; anzi, in quello stile non aveva niente. In quel momento tornò il baritono, che fu nuovamente interpellato, sottovoce. “No, a Brera c’è soltanto Michele ad avere un mercato all’aperto e non ne troverà altri neppure in altre parti di Milano”.
A Brera Michele lo conoscevano tutti. Gli volevano bene e lo stimavano. Simpatico, a volte loquace, a volte taciturno, pensieroso, impenetrabile. Seduto su una vecchia e solida sedia, braccia conserte, gambe accavallate, sguardo vigile che roteava tra l’Accademia con l’ingresso sempre affollato e il Bar Giamaica, un tempo meta di pittori, scrittori, poeti, che comodi ai tavoli all’esterno del locale discutevano.
Michele era pugliese. Nato il 23 gennaio del 1926 a Trinitapoli, in Puglia, da una famiglia modesta (il padre, Ruggero, faceva i pozzi artesiani), con i parenti aveva pochi rapporti. Abitava in corso Como 9, in un abbaino: casa e magazzino. Lasciava nel cortile il carretto, senza il timore che glielo rubassero.
Michele va al lavoro

Al suo arrivo a Milano, oltre 50 anni fa, c’erano ancora i “ghisa” sulla pedana, e lui quando ne vedeva uno lo osservava incuriosito. Geloso della sua vita privata, non aveva mai confidato a nessuno che di cognome faceva Lamantea. Fu il nipote Domenico, vicecommissario in via Fatebenefratelli, in servizio alla sezione omicidi, a dirlo ai giornalisti, quando Michele morì. E i cronisti, affamati di notizie di questo personaggio caratteristico molto amato e rispettato nella zona, scrissero lunghi articoli dotati di foto.
La biografia del rigattiere venuto dal Sud pezzo dopo pezzo s’infoltì di dettagli. Michele lasciò i banchi di scuola da ragazzo ed era analfabeta. Partì per Milano su un carro-bestiame. Dormì per quattro anni sotto i ponti, per un piatto di minestra frequentò la mensa dei preti, in seguito affittò una stanza in corso Como al civico 9, prendeva vasi in frantumi, li rimetteva in sesto e li vendeva. Poi fece un salto di qualità, trattando oggetti sani e più importanti. Occupò quel posto, in cui via Brera incrocia via Fiori Chiari, e a poco a poco divenne il beniamino di tutti, un po’ lunatico ma generoso.
Ritratto di Michele sul libro della Berner

Una sera, uscito da una ricevitoria di via San Marco, dove aveva ritirato una modesta vincita al lotto, una signora, facendo marcia indietro con l’auto, lo travolse. Michele rimase in coma una ventina di giorni. Una mattina i nipoti Domenico e Giuseppe andarono a trovarlo in ospedale e sul comodino notarono un biglietto. Lo aprirono: era una poesia firmata Isabel. Chi era, questa Isabel? Una giovane tedesca, che ammirava moltissimo Michele. Lo aveva conosciuto in un bar durante un suo soggiorno a Milano con “Erasmus” ed era rimasta incantata dal personaggio. Studiava arte audiovisivi multimediali all’Università di Colonia”. Nacque una bella amicizia schietta, sincera. E quando era ricoverato in ospedale tutti i giorni andava ia trovarlo, si avvicinava al letto, gli accarezzava la mano e gli parlava sommessamente di sé, della sua vita, dei suoi studi. All’epoca Isabel aveva 25 anni ed era molto carina. Nata a Straubing, si chiama Briskorn.
Grazie a Domenico, la giovane tedesca ha accettato di rispondere alle mie domande: è gentilissima, paziente e si esprime molto bene nella nostra lingua. Nel 2003 girò un video amatoriale sulla giornata di Michele. “Se vuole glielo mando”. Nel giro di pochi minuti me lo sono trovato sul computer. Un video interessante, ben fatto, in cui rivedo Michele mentre si racconta, carica la sua roba nel cortile di casa, attraversa le vie della città in sella al suo carretto, fa colazione nel bar di fronte alla sua postazione quotidiana, parla un po’ con gli avventori e poi monta il suo “mercatino”. Insomma, Isabel in quel filmato lo fa rivivere, Michele; e lo coglie nei momenti in cui ha voglia di aprirsi, magari mentre s’infila la giacca.
“Era un maestro di vita, saggio, con una sua visione del mondo, autentico, senza filtri, senza maschera, capace di fare da trait-union tra persone diverse davanti al suo spazio. Era libero come un uccello”. Scomparve a 77 anni.
Michele Lamantea

Poco prima dei funerali a Domenico e Giuseppe, che fa il ristoratore, si accostò un giovane, che disse di essere il primo violoncellista della Scala e desiderava suonare durante la cerimonia nella chiesa di San Marco l”Ave Maria” di Schubert e musiche di Bach. In un angolo c’era Isabel, tenera, bella, addolorata. Domenico la vide e la invitò a sedersi nella fila riservata alla famiglia.
Deliziosa Isabel! Fece anche la tesi di laurea su Michele, e per realizzare il video andò a Trinitapoli a parlare con i familiari, che le dissero tutto quello che serviva per realizzare la sua opera. Una storia esemplare di amicizia pura, vera.
Intanto Domenico e Giuseppe erano tornati sul luogo dell’incidente per recuperare il carretto. “In due facemmo uno sforzo notevole, mentre lo zio ce la faceva da solo”. E attraversando le vie che portano a corso Como, la gente li fermava, chiedendo con modi bruschi dove avessero preso quel veicolo, credendo che lo avessero rubato a Michele.
Michele a Brera era dunque un’istituzione. Ricordo i giornalisti di tutte le testate intervistare le persone disposte a rispondere.
Michele in un ritratto di Peppino Bruno

Qualche cittadino piangeva, raccontando scampoli delle giornate di Michele, che a volte indossava un cappello alla Fellini, altre volte un cilindro. I fotografi, come il mio amico Peppino Bruno, di professione dentista, lo riprendevano vicino a un grammofono a tromba o seduto come un Papa, da solo o impegnato in una conversazione con qualche conoscente più assiduo. Migliaia gli scatti dei turisti, per cui immagini di Michele sono quasi in tutto il mondo.
Per merito di Isabel, anche i nipoti sanno molto di più dello zio, che come detto era persona semplice e gelosa della sua vita privata. Non sanno neppure oggi se fosse davvero sposato, come scrisse qualche giornale, aggiungendo che giocava in tutte le ricevitorie di Milano, “ma non era certo un ludopatico, se è vero. Era parsimonioso e non aveva voglia di sprecare i soldi”. Domenico parla con con commozione.
Nel bellissimo libro di ritratti di Federica Berner, con testi di Guido Vergani, Andrea Del Guercio, Elisabetta Bossi Fedrigotti campeggia anche il volto di Michele, accanto a quelli di Raffaele De Grada, Guido Ballo, Emilio Tadini, Osvaldo Patani, Enrico Baj, Ernesto Treccani, Luciano Minguzzi... C’è anche quello, fra gli altri, della nota pellicciaia Nuccia Bossi e del gioielliere Francesco Mereu. Insomma,
Zecchillo a Brera

Michele era incastonato nella storia del quartiere, assieme agli artigiani, ai titolari di negozi storici, allo stesso Bar Giamaica e alla latteria delle pie sorelle Pirovini, dove Ibrahim Kodra oltre 60 anni fa aveva un conto chilometrico, incrementato dagli amici che seguivano ogni suo passo. Da tempo Brera è cambiata, ma nel quartiere rimane il ricordo del pittore albanese, uomo simpatico, spiritoso, colto, amante della compagnia, divenuto col tempo famosissimo a Milano, ma anche nel resto d’Italia e altrove.
Incancellabile dunque la figura di Michele Lamantea, che dovrebbe essere commemorato con qualche evento: gli abitanti con cui ho avuto modo di scambiare due parole hanno esternato molto affetto per il rigattiere di Brera che per tanti anni ha venduto candelabri e altri oggetti agli appassionati del mondo lontano. Per qualche tempo ha avuto tra l’altro il busto, somigliantissimo all’originale, di Benito Mussolini. Poi è riuscito a venderlo.
Vidi Michele l’ultima volta qualche anno fa, quando andai al bar di fronte a lui, dove il baritono Giuseppe Zecchillo aveva appeso al muro alcuni dei suoi quadri realizzati con la pasta (spaghetti, maccheroni, linguine…) irrorata di porporina.

mercoledì 16 ottobre 2024

Una bella iniziativa alla questura di Lodi


DA ALCUNE LASTRE TRASFORMATE IN FOTO SCENE DELLA CRIMINALITA’ DI UNA VOLTA




La questura di Lodi

In una mostra allestita in un salone anche la strage di largo Tel Aviv nel settembre del ‘67 a Milano. Il questore Pio Russo ha illustrato la rassegna e il lavoro della polizia scientifica dalla sua nascita ad oggi. Intervento di Annamaria Di Giulio, dirigente del Gabinetto regionale polizia scientifica. Dialogo con il capo della Mobile Alessandro Battista.




FRANCO PRESICCI





”A Milano siamo arrivati alla guerra delle “gang”, alle annaffiate di piombo, agli assassini che colpiscono a pagamento. L’inchiesta sulla feroce sparatoria di largo Tel Aviv, dove... un parrucchiere è rimasto ucciso e tre suoi amici feriti, ha già accertato il movente. Tre gangster, nel senso più vero della parola, tre pedine della malavita organizzata, che si arricchiscono esercitando un controllo illegale su attività altrettanto illecite, sono stati mandati a uccidere un avversario che aveva tentato di inserirsi di prepotenza nel lucroso ‘giro’ delle bische clandestine”. Così scriveva Patrizio Fusar sul quotidiano “Il Giorno” il 13 settembre del ‘67, qualche giorno dopo la sparatoria, inizialmente prevista in via Pattari. Un episodio eclatante che suscitò sdegno nei cittadini del capoluogo lombardo, preoccupati per quella scena da Chicago anni Venti.
Il questore di Lodi Pio Russo

L’occasione per rispolverare quel fatto è data da un’interessantissima mostra fotografica allestita in un salone dell’Istituto Bassi, di fianco alla questura di Lodi, dove sulle pareti sono allineate immagini sugli avvenimenti che a Milano hanno suscitato spesso scalpore e paura. Non soltanto per i conflitti a fuoco a causa delle bische clandestine che con il tempo in città andarono aumentando al chiuso e all’aperto, difese armi alla mano, come accadde nel ‘71 alla “belanda” in corso Sempione, ma anche per regolamenti di conti nelle vie e nelle piazze, nei locali pubblici e in altre bische.
La rassegna di Lodi (prima foto appumto su largo Tel Aviv), è stata inaugurata sabato 5 ottobre alle 11 con la proiezione di un filmato sulla scoperta di alcune lastre utilizzate dalla polizia scientifica negli anni ‘70 nella Milano della malavita e su un tratto di storia della stessa sezione sin dai tempi della sua nascita. Quindi ha preso la parola il questore Pio Russo, che tra l’altro ha messo in evidenza il lavoro eseguito dalla stessa polizia scientifica nel trasformare le lastre in foto con tecniche moderne. Dopo un intervento breve e significativo di Annamaria Di Giulio, dirigente regionale della polizia scientifica, Alberto Prina, ideatore e responsabile del Festival della fotografia etica, nel quale l’iniziativa della questura è inserita, ha illustrato in pochi tratti la sua creatura.
Il salone della cerimonia

Osservando ogni immagine, compresa quella della strage di piazza Fontana nel dicembre del ‘69, si ha l’impressione di rivivere quei momenti tragici, che con tutti quei morti provocati da una bomba collocata nella Banca Nazionale dell’Agricoltura sparsero terrore e indignazione. Quelle foto non si fermano dunque a largo Tel Aviv, iscritto negli annali degli scossoni che hanno lasciato sbigottita Milano: evocano altri fatti, altre scene, come la morte di uno sconosciuto, su cui si dovette indagare a lungo, e l’assassinio di una prostituta, che non è stato il solo: ad essere uccisa,, nel gennaio del ‘53, fu anche Mary Pirimpo, una bella ragazza del Sud venuta a Milano con la famiglia per trovare un posto di lavoro. Dopo di lei altre donne vennero massacrate sui marciapiedi lottizzati dagli sfruttatori.
Dopo l’intervento del questore, breve, efficace, sostanzioso, è stata data la parola ad un cronista, che ne ha approfittato per aprire diverse pagine della malandra nella terra di Carlo Porta: la rapina di via Osoppo, il 27 febbraio 1958, quando le tute blu assaltarono un furgone portavalori; la banda Cavallero, che dopo aver rapinato alle 15.15 l’agenzia del Banco di Napoli di largo Zandonai e rastrellato 12 milioni, fuggì a bordo di una 1100 blu. Arrivarono molte auto della polizia; il mresciallo Ferdinando Oscuri, volò anche lui sul posto, mentre i banditi cercavano una via di fuga, sparando all’impazzata con i mitra. “Spara, spara” urlava Cavallero al più giovane della banda, 17 anni e mezzo. Cavallero era deciso a trovare un varco e lo cercava a colpi di mitra. La polizia afferrò un complice, poi un altro.
Presicci, il questore Russo e la dottoressa Di Giulio


Una giornata da mezzogiorno di fuoco. Il capobanda riuscì ad eclissarsi, ma venne scoperto in uno scalo ferroviario deserto e arrestato. All’ergastolo trovò la fede, ne scriveva nel giornale confezionato con altri detenuti.
La mattinata di Lodi si è svolta alla presenza di tanti poliziotti non solo della città, agenti e dirigenti; e con l’uniforme anche Annamaria Di Giulio e il vicecommissario Attilio D’Agostino.
Quindici le foto. Il vicequestore Alessandro Battista, capo della Squadra Mobile di Lodi, ha informato il cronista su ogni particolare. “Le lastre sono state scoperte nell’archivio della polizia scientifica e trattate da specialisti molto esperti”. Battista è persona squisita, disponibile. Lui e il questore, a sua volta gentile e ospitale, hanno accompagnato il giornalista nella visita. Fuori c’era il sole, l’ambiente silenzioso. Battista ha risposto a tante domande, soddisfacendo ogni curiosità sulla rassegna, voluta e incoraggiata dal questore.
Il questore Russo e il commissario D'Agostino

L’esposizione finisce qui o avrà un seguito l’anno venturo, coinvolgendo magari anche il pubblico? Le forze dell’ordine sono una fortezza contro il crimine organizzato e sarebbe bello andare verso la gente, ricordando la brutalità di tanti criminali, dimostrata per esempio con l’uccisione dii tre malavitosi in un campo di granturco di via Selvanesco nell’aprile dell’80 e l’eliminazione di una coppia nei pressi dell’Innocenti, nello stesso anno. Episodi che Alessandro Battista conosce, come è informato sulle tante fughe dal carcere di quella specie di Vidoq di casa nostra, che per anni ha fatto parlare di sé, ispirando anche un film.
Il questore Russo e la dottoressa Annamaria di Giulio

Da molti anni l’ex “cane da tartufo” non entrava in una questura. A Milano la frequentò per anni. Lì aveva lavorato Mario Nardone, “il mito”, il gatto”, tale per il suo fiuto quasi infallibile; e lavoravano il maresciallo Ferdinando Oscuri, che risolse un delitto in tre ore anche trattando paternamente l’assassino, un giovane di sedici anni; Vito Plantone, “il re delle notti milanesi” e grande investigatore; Mario Jovine, che investigò sul colpo dei marsigliesi all’oreficeria Colombo in via Montenapoleone il 15 aprile ‘64, bottino 350 milioni; Antonio Pagnozzi, che consigliava alle famiglie dei rapiti di fingere scioperi nelle fabbriche per accorciare l’ammontare del riscatto; Enzo Caracciolo, che andò in pensione con lo scrupolo di non aver risolto il delitto di Simonetta Ferrero all’Università Cattolica, avvenuto il 24 luglio ‘71; il maresciallo Nino Giannattasio, che interrogò più volte Joe Adonis senza riuscire a fargli aprire bocca... Questi poliziotti furono pilastri di via Fatebenefratelli. Oggi non ci sono più, ma è rimasto il loro ricordo. Almeno nei colleghi anziani. Un cenno era dovuto a Paolo Scrofani, che, intervenuto per placare un folle mentre era fuori servizio, ci rimise la vita. Il cronista a Lodi, ha rivisto dopo una vita, con gioia, volti noti.
Presicci e la moglie con il capo della Mobile Battista
Al termine, sosta prolungata di fronte alla questura e ancora ricordi. Le parole a volte sono come le ciliege: ne cogli una e ne cade un’altra; se sono in coppia le appendi alle orecchie. Se l’argomento attira l’attenzione il discorso diventa un fiume in piena. Parlando con il vicecommissario Attilio D’Agostino, ho espresso il desiderio che la manifestazione del 5 ottobre abbia lunga vita. I protagonisti sono persone entusiaste e preparate e sono convinto che scopriranno altri “flash” sulla criminalità di un tempo, diversa da quella di oggi. La differenza me la illustrò a Catanzaro il questore Vito Plantone in un’intervista. Una sera con alcuni colleghi e rispettive mogli andarono in un ristorante del centro di Milano, dove a un tavolo erano seduti quattro o cinque capibanda. Alla vista dei poliziotti, passati cinque o sei minuti, si alzarono e uscirono. Poco dopo un giovane si presentò ai poliziotti con un grosso mazzo di rose rosse per le signore. “Noi restituimmo al mittente. Dunque ieri la malandra aveva rispetto per le forze dell’ordine, oggi spara anche contro di loro”.

mercoledì 9 ottobre 2024

L’ultimo cantastorie a Milano

HA APPESO DEFINITIVAMENTE AL MURO LA SUA CHITARRA





Trincale in paizza Duomo
Milano non ha dimenticato le sue ballate. Ebbe l’Ambrogino
d’oro e tanti altri riconoscimenti, ha inciso 45 giri ed LP, si esibiva in piazza San Babila, il pomeriggio.










FRANCO PRESICCI



Quante volte sono andato ad ascoltarlo all’angolo tra piazza San Babila e corso Vittorio Emanuele, a Milano. Con la chitarra in mano come il Barbapedana, pizzicava le corde della chitarra e cantava.
La folla per Trincale

Schietto, chiaro, polemico, a volte ironico. Era l’ultimo dei cantastorie nel capoluogo lombardo. Alle spalle il cartellone che lui stesso aveva realizzato, denunciava le ingiustizie sociali e tutti gli altri mali che affliggono ancora oggi il mondo, grandi e piccoli. Franco Trincale, menestrello di Militello - il paese di Pippo Baudo - che per vivere un tantino meglio aveva preso in mano il volante di un taxi, e continuava ad esibirsi sempre nello stesso punto. Alcuni si aggruppavano molto prima dell’orario in cui di solito arrivava e rimaneva deluso se per una corsa un po’ più lunga o per il traffico Trincale tardava.
Una domenica pomeriggio ero impegnato su un altro teatro e una collega mi sostituì con il taccuino in mano davanti al menestrello siciliano. Quando rientrò al giornale promise che sarebbe tornata ad applaudirlo. Erano le 16, era andata in quella piazza da dove partono quattro strade e aveva trovato lo spazio vuoto. Avevo chiamato Franco a casa ed ecco la risposta: “Nessun problema, rimetto il bagaglio in macchina e corro”.
Franco Trincale a casa

A Milano lo conoscevano bene e il suo nome era sulla bocca di tutti. Di giovani e anziani. Qualcuno domanda: “Trincale? Dov’è finito Trincale?” E giù a ricordare la sua bravura, la sua capacità di raccontare. Lo avevo ascoltato tanti anni prima al festival dei cantastorie di Monticello d’Ongina, un paese di oltre 5mila abitanti quasi bagnato dal Po, presso Piacenza, e lo avevo apprezzato molto, dedicandogli un articolo sull’autorevole quotidiano “L’Italia”, che aveva la sede in piazza Duca d’Aosta, di fronte alla stazione centrale.
Serio, puntuale, amabile, una coppola a coprirgli quel po’ di calvizie, poteva cantare per ore senza che il pubblico si annoiasse. Dopo qualche anno l’ho ascoltato in piazza Duomo, di fronte a Palazzo Reale e anche lì fece la sua mietitura di consensi, mentre i colombi si tenevano lontani dalla scena e beccavano nell’altra sponda della piazza. Bella, quella piazza, enorme, con il monumento equestre. Ha accolto malumori, urli dai palchi dei comizianti, cortei, processioni, celebrazioni, esaltazioni per la vitoria del Milan o dell’Inter, preghiere collettive, discorsi del cardinale, le proteste e il presepe mobile e l’albero a Natale. E le ballate di Franco Trincale. Che ha attraversato brutti periodi, risollevandosi con la legge Bacchelli. Oggi si è ritirato in una struttura assieme alla moglie, che non sta bene, a Baggio. Vive in una stanza dignitosa, ordinata, dove dalle pareti occhieggiano i ricordi di una vita. “Sono poche cose, anzi pochissime, il resto è raccolto nel museo di Militello, il mio paese”. Dove lo adorano e dove scrosciarono applausi interminabili durante un suo concerto.
Trincale con la moglie

Lo incontrai l’ultima volta in una fotocopisteria di via Lorenteggio e mi fece festa. Strano. Lo credevo un musone, un orso, e invece poteva capitare che ti battesse la mano sulla spalla e ti regalasse un sorriso aperto come una porta spalancata. Ad un Natale mi mandò un suo disegno, dove dalla firma si sviluppava un volto. Che fantasia! Bravo anche in quell’arte. Ha una matita decisa, sicura, senza soluzione di continuità. Schizza volti e paesaggi. Adesso canta non brani di protesta, ma di poesia, sottovoce, quasi sussurrati, per la moglie, che non sta bene. Un amore duraturo e profondo.
Trincale salì a Milano nel dopoguerra e cominciò i suoi spettacoli sotto il Duomo, nel ‘92 si trasferì in piazza San Babila. Negli anni ‘70 ha cantato davanti ai cancelli delle fabbriche per gli operai in sciopero, ispirandosi sempre alla realtà quotidiana, ai fatti di cronaca. Durante la sua attività ha ricevuto tanti riconoscimenti. Nel ‘67 e nel ‘68 fu consacrato “Trovatore d’Italia”, alla Sagra dei cantastorie dell’Associazione della categoria; nel 2008 gli venne consegnato l’Ambrogino d’oro, ambito da molti.
Il suo palcoscenico, dunque, piazza San Babila, dove zampilla una fontana artistica e accende le sue luci l’omonimo teatro, dove Ernesto Calindri recitò fra l’altro “Uno sporco egoista” e il mio collega e scrittore Piero Lotito disegnò efficacemente Edoardo De Filippo, seduto davanti a lui. Quando mostrò il lavoro riconobbi subito l’autore di “Natale in casa Cupiello” e di tantissime altre opere teatrali, nonostante fosse ripreso di spalle.
Trincale in piazza

Mi vengono in mente altri cantastorie siciliani, prima di tutti Ciccio Busacca. Alcuni andavano di strada in strada e di paese e paese, ambulanti come i vecchi mestieri, dall’arrotino all’ombrellaio, mentre il caldarrostaio non si muove mai dal punto prescelto. Alcuni cantastorie si rifacevano a testi tramandati dagli antichi che rielaboravano a seconda della propria inventiva. Altri raccontavano l’amore. Trincale no, i suoi argomenti erano altri: stava sempre dalla parte dei poveri, degli ultimi, di chi doveva faticare per guadagnarsi da vivere, di chi non riusciva a tirare fino alla coda del mese. Era un menestrello stanziale, che si ritirò quando la sua barba diventò del tutto bianca.
Trincale ama Militello, ma anche Milano, che apprezza il lavoro e la fatica. Un giorno gli ho domandato: “Tu hai capito perché i meneghini vanno sempre d fretta? Sembra che debbano conquistare un record o riscuotere una vincita al totocalcio o debbano prendere un treno”. “Non lo so, ti assicuro che non lo so, ma la cosa non mi crea problemi, Ognuno va come vuole”. E sorrise. Ormai corriamo anche noi, che veniamo da luoghi in cui i passi sono lenti: paesi del sole, della luce, dei colori squillanti come quelli dei fischietti in terracotta che si fabbricano a Grottaglie e a Rutigliano.
Trincale in piazza Duomo

Vorrei tanto sentirle ancora le cantate di Franco Trincale, ma se si è rifugiato nella Rsa di Baggio vuol dire che ha appeso al muro per sempre la chitarra. E ha arrotolato i cartelloni. Ma lui è iscritto nell’albo d’oro della città, e non solo in questa. Chi può escludere dalla memoria il menestrello venuto da Militello, il paese delle chiese e dei monumenti, quasi 7mila abitanti e sede della Sagra del ficodindia (ogni paese ha la sua sagra: a Crispiano, in terra di Taranto, va in scena quella del peperoncino piccante e a Rutigliano, Bari, quella del fischietto in terracotta, manufatti spesso d’arte che riproducono Benigni, De Sica, Fabrizi ed altrie figure, compresi il farmacista, il vigile urbano, il netturbino, il maresciallo dei carabinieri, chissà perché raffigurato sempre con espressione burbera e le braccia poste come i manici delle giare. Non mi meraviglierei se su uno scaffale di Maria Matarrese ad Alberobello m’imbattessi in un Franco Trincale plasmato nell’argilla.
Franco Trincale ha 88 anni, classe 1936. A vent’anni fece il servizio militare in marina ed era fidanzato con una bellissima ragazza diventata sua moglie. Chissà se da ragazzo già pensava di appostarsi sulla strada per narrare le ferite del pianeta.
Trincale all'opera

Certo oggi non può più tirare il carrello con su il fagotto di scena, ma forse nella struttura di Baggio gli consentiranno almeno qualche volta di fare il Barbapedana, il progenitore dei cantastorie milanesi, l’attore Enrico Molaschi, morto nel 1910, che, con un cappello che richiamava “el barchett de Boffalora” e una zimarra cantava, anche lui con la chitarra, ballate e filastrocche (“El Barbapedana el gh’aveva on gilè/ senza ed denanz cond via ed dedrè/ cont i oggioeu long ona spana/ l’era el gil del Barbapedama…”). Abitava in un piccolo vicolo di Porta Tosa, faceva la spola tra osteria e osteria e interpretava antichi brani popolari che egli stesso aveva scoperto e rimaneggiato. Un altro menestrello milanese fu Giuseppe Beccali, famoso e molto applaudito. Si ispirava a eventi disastrosi, terremoti, risvegli di vulcani…
Tornando a Trincale, nel ‘69 incise tre dischi sulla scomparsa di Ermanno Lavorini a Viareggio, che fece parlare i giornali per mesi. Dodici anni, Ermanno sparì mentre cavalcava la sua bicicletta e fu ritrovato il 12 marzo ‘69 sulla spiaggia di Marina di Vecchiano. Alle ricerche contribuirono anche alcuni veggenti stranieri. Uno diceva di vedere sabbia e alberi. Nei suoi versi Franco Trincale, definito l’ultimo cantastorie, esortava i rapitori a restituire il ragazzo alla sua mamma. Grande Trincale, prima o poi riascolterò i suoi testi.

mercoledì 2 ottobre 2024

Per un vecchio cronista è gioia

RACCONTARE LA MADAMA E I SUOI SPIETATI RIVALI







Jovine, Max Monti, Plantone, Giuliani, Colucci
Il ricordo di poliziotti bravissimi, che hanno risolto casi complicati magari a tempo di record: Oscuri, Plantone, Nardone, Serra, Ninni, Pagnozzi, Jovine.


















FRANCO PRESICCI


Ricevo spesso telefonate, anche quando sono in vacanza a Martina Franca, da giovani colleghi, che mi chiedono una data, il profilo di un personaggio della “mala” o della polizia ai tempi che furono. Mi chiedono di Mario Nardone, Vito Plantone, Enzo Caracciolo, Antonio Pagnozzi, Achille Serra… o delle operazioni anticrimine più rilevanti. Mi fa piacere dare una mano a chi comincia a cimentarsi con un agone difficile per ogni neofita che non sia pronto a consumare scarpe sulle strade e alle lunghe attese dietro la porta di qualche investigatore in via Fatebenefratelli o in un commissariato per carpire notizie. Così, se sto passeggiando nel tratturo, dove il telefonino è meno capriccioso, mi faccio spremere.
Caracciolo, Pagnozzi e Colucci

Alla mia età di solito si chiude l’archivio e si pensa ad altro: per esempio, all’hobby che si sta praticando per passare il tempo. Io, pur stando a riposo da anni, non mi sono mai allontanato da quello che considero un mestiere ricco di soddisfazioni, e non sono avaro di risposte.
Alcune domande riguardano Mario Nardone, detto “il mito”. Andai a trovarlo nel suo ufficio di questore a Como, per un’intervista sulla droga e sui suoi aspetti motivazionali, e una seconda volta a casa sua quando andò in pensione. Era un napoletano cordiale, ma severo e non facile ad esaudire domande su un’indagine, rendendo difficoltoso il lavoro del cronista in anni in cui non c’era la sala-stampa in questura. Con lui collaborarono gli investigatori più abili e più preparati, compreso il maresciallo Ferdinando Oscuri, poliziotto arguto e temuto, nato a San Ferdinando di Puglia. Arrestarono e interrogarono la donna che aveva ucciso la moglie del proprio amante e i suoi figli, negando con forza di aver rivolto l’arma sui bambini, anche quando usci dall’ergastolo. Per far confessare un delitto Nardone e il suo gruppo usavano la testa e non ricorreva mai alle mai.
Così Vito Plantone, di Noci, che fra le sue azioni memorabili ci fu quella dell’arresto di un “boss” famoso non solo in Lombardia sull’orlo della piscina di un lussuoso albergo siciliano. L’uomo era in compagnia del suo luogotenente, di un paio di gregari e delle loro donne. Plantone non estrasse l’arma, ma li convinse ad arrendersi con le buone. Gli stessi metodi adottava Enzo Caracciolo, un bell’uomo alto, atletico, colto, capelli bianchi, austero. Lo conobbi agli albori degli anni Settanta, quando era capo della Squadra Mobile. All’epoca Achille Serra era un giovane commissario alle Volanti, con Micalizio, D’Orta e altri.
Plantone e Borsellino

Spesso la notte andavo a trovarli per cogliere l’umore della città. Enzo Caracciolo si presentava in ufficio all’improvviso, anche alle 23; e qualche poliziotto piombava nella centrale operativa per avvertire: “C’è il capo”. Io stavo facendo un’inchiesta sulla prostituzione e il commissario Enzo Sciscio, di Stornara, mi ospitava su una macchina della polizia per farmi vedere la vita della città di notte e le schiere di “falene” appostate sotto un palo della luce o ai margini dei marciapiedi. Ero autorizzato dal questore Allitto Bonanno, che non considerava i cronisti come zecche.
Cominciai così a conoscere Milano e l’ambiente e gli uomini della questura. Sciscio era spiritoso, a volte goliardico, ma un’ottima persona, soprattutto un poliziotto nato: intelligente, già esperto, preparato. Stabilimmo subito un bel rapporto. Anni dopo lo ritrovai vicequestore e dirigente del commissariato Scalo Romana, dove aveva le sue gatte da pelare. Nel suo “staff” c’erano i marescialli Mario Parretta, Ennio Gregolin, l’agente Peppe De Feo, poi promosso…
Gino Cervi, Allitto Bonanno, Caracciolo a destra

Un giorno arrivai quando avevano sequestrato un camion di trenini; un altro avevano arrestato “Alì Babà”, il soprannome nell’ambito della malavita di un ricettatore, che, si diceva, aveva i suoi tesori anche in Svizzera. Lo vidi mentre lo portavano a San Vittore, e lui in manette supplicava gli agenti di prendersi cura del suo gatto (“Adesso che io vado al ‘gabbio’, chi gli darà da mangiare, chi lo accarezzerà?”, e piangeva). Da quelle parti abitava un vecchietto arzillo che spacciava, vivendo con una ragazza a cui gli stupefacenti avevano fatto cadere tutti i denti e lui calava un po’ di soldi in un salvadanaio per pagare il dentista. Almeno così sosteneva.
Fuori del commissariato, oggi un locale in cui si preparano panini con i nomi dei più noti rappresentanti della “mala”, incappai in un personaggio che dopo essere stato acciuffato per un grosso reato si era dato allo spaccio. Era stato preso in un bar dopo una colluttazione proprio da Gregolin, cintura nera di karate. Una mattina quasi tutto il commissariato, escluso ovviamente il piantone, salì sulle auto partendo a razzo verso il luogo in cui, secondo la segnalazione di un contadino, era tenuto prigioniero un industriale. Li seguii con la mia vettura: il covo c’era, con una branda, qualche trabiccolo e pezzi di formaggio, ma non il rapito.
Ninni, secondo a sinistra

Fermarono una ragazza sui vent’anni che si era fatta portare da un taxi a Lodi, uscì dicendo all’autista di aspettare. Dopo dieci minuti tornò per farsi riportare a Milano, ma confessò di non avere una lira. Il ritorno si concluse al commissariato. Mentre la portavano via su un’ambulanza verso il reparto psichiatrico del Policlico, perché dava segni di alterazione mentale, cantava “Sotto la tunica sono nuda, il mio corpo è tutto tatuato, domani mi ucciderò...”. Con me c’era il collega Carlo De Barberis, da tempo scomparso in Costa Azzurra. Due giorni dopo, il mattino presto un tale la vide tuffarsi nelle acque dell’Idroscalo con le braccia allargate, come se volesse volare”. Lo stesso De Barberis, colta la notizia da un “trombettiere” (informatore), corse sul posto e mi telefonò. “Credo sia la donna che abbiamo visto ieri sera mentre la sistemavano sull’autolettiga”. Era lei: lo accertarono i carabinieri, che ci mandarono una fotografia nel tentativo di consentire il riconoscimento e reperire eventuali familiari.
Qualunque cronista che abbia consumato scarpe ha questo bagaglio di ricordi, che, se ne ha voglia, travasa nel carniere del pivello desideroso di raccogliere accadimenti che un giorno gli possono essere utili. Soprattutto personaggi di spicco delle forze dell’ordine. Mi viene in mente Filippo Ninni, che aveva molti meriti: individuò in breve tempo gli assassini di un famoso nome della moda e all’epoca in cui guidava il commissariato Cenisio fece tante di quelle “brillanti” che gli stessi malavitosi lo indicavano come ispettore Callagan. Ninni, di Taranto, è stato anche dirigente della Squadra Mobile di Milano e come tale portò a termine diverse operazioni anticrimine. Ebbe anche a che fare con una pericolosa pellaccia che accusò un malessere per farsi trasferire dal “gabbio” all’ospedale Fatebenefratelli, dove improvvisò un trambusto squagliandosela in tutta fretta.
Mario Nardone e Caracciolo

I ricordi si susseguono e a volerli fermare rompono gli argini. Uno dei miei ascoltatori prossimo a diventare un segugio come quelli di una volta, mi sollecita e io non mi tiro indietro. Gli raccontò anche la bravura dei cronisti della cosiddetta vecchia guardia. Tra questi, Arnaldo Giuliani e Fabio Mantica, del “Corriere della Sera”; Patrizio Fusar e Giancarlo Rizza, del “Giorno”, Eugenio Falletta, transfuga da “L’Italia” per il giornale di via Solferino, dove in cronaca spiccava anche Max Monti... Mantica ebbe da Franco Di Bella, allora capocronista del “Corriere”, di andare a cercare Joe Adonis e intervistarlo, Impresa ardua, perché l’indirizzo era sconosciuto e il cronista era un castoro ma non un indovino. Alla fine l’angelo custode lo illuminò prendendo le sembianze di un informatore e Mantica dopo aver sgambato per giorni come i maratoneti della Stramilano, riempì il taccuino.
La vita del cronista è complicata, ma se la si affronta con passione, senza guardare l’orologio e senza cedere alla stanchezza, si hanno grandi soddisfazioni, come quella del cane da tartufo che dopo aver annusato qua e là scopre il “tesoro”. Non sempre la tenacia premia, ma quando succede tocchi il cielo con un dito. Giuliano e Mantica si appiattirono una notte sull’erba dell’Idroscalo, assistendo a un duello rusticano, di cui poi si occupò il maresciallo Ferdinando Oscuri, nato a San Ferdinando che aveva risolto delitti in tempi da record.
Colaprico e Alberto Sala

Quanto l’ho ascoltato il caro Ferdinando! Si era ammalato e andavo spesso a fargli visita, a volte con il vicequestore Fabiani, brindisino stimatore di questa colonna di via Fatebenefratelli. Durante la visita rimanevo in piedi vicino al suo letto, ammirando la sua voglia di raccontare, forse pensando che avrei scritto un libro. Il libro non l’ho scritto, ma ho scritto tante pagine anche sul “Giorno”, definendolo un Ercole che aveva l’intuito di Poirot. Potrei dire tanto anche di Antonio Pagnozzi, uomo straordinario e poliziotto di stoffa pregiata. “Per salvare un rapito, ci siamo inventati molti scioperi per alleggerire il riscatto richiesto per il rilascio di un imprenditore”, mi disse quando era capo della Criminalpol, prima della nomina a questore e poi a prefetto. E di Paolo Scarpis, di Raffaele Valentini, di Salvatore Arcodia, di Lecce, di Francesco Colucci, che arrestò a Misiano di Rimini due luogotenenti del capo di un clan spietato. E dell’ispettore Alberto Rocco Maria Sala, che collaborò con l’Fbi e fece indagini in mezzo pianeta. Alla mia età fa piacere condividere spazio e tempo con gli altri e narrare. Il mio grande collega Piero Colaprico, già inviato speciale di “Repubblica” e autore di colpi notevoli, scrive libri di successo e dirige il famoso Teatro Gerolamo. Io trasmetto le mie memorie.

mercoledì 25 settembre 2024

Un personaggio dalle tante doti

IL CICLISTA BENVENUTO MESSIA E’ ANCHE UN FOTOGRAFO CHIC





Benvenuto Messia
Poeta, attore, simpatico, affabile, alle cilindrate preferisce la due ruote. Con quella portò la figlia all’altare il giorno del matrimonio.










FRANCO PRESICCI




Che vuoi che siano cinque chilometri su via Mottola per Benvenuto Messia, uno che è nato pedalando. Tutti lo hanno visto e ammirato in sella alla sua bici, correndo per le vie di Martina, introducendosi nei budelli del centro storico, uno scenario teatrale con primattori, comprimari, figuranti…
Lui inforca la due ruote e va anche in capo al mondo, dove lo porti la sua curiosità innata e il suo amore per il paesaggio. Francesco Lenoci a Milano lo condusse in piazza Duomo, dove stuoli di colombi volano sulle teste dei turisti, che non si irritano se ricevono da loro una… benedizione. Da quella piazza famosa in tutto il mondo il Benvenuto passò dove svetta la Terrazza Martini e signoreggia il monumento al carabiniere: piazza Diaz Accucciato in un abbraccio del docente, innamorato di Milano più di un indigeno, anche se, pur essendo un dialettologo, non sa molto dell’idioma meneghino, Benvenuto da lì cominciava a scoprire il fascino del capoluogo lombardo.
La distanza tra Milano e Martina non è quella tra Martina e Bari o Foggia, eppure sono convinto che Benvenuto Messia qualche volta sia stato tentato di affrontarla sulla bici che usò per portare la figlia all’altare il giorno delle nozze. A 92 anni Ben sarebbe capace di iniziare quell’avventura, da includere nei suoi record. Comunque domenica scorsa era partito da via Ceglie verso il mio tratturo, ma qualcosa ha interrotto il suo percorso alla zona industriale di fronte alla chiesetta dedicata alla Madonna della Stella. Promessa rimandata. Il mio tratturo, che piange per la solitudine in cui è immerso (da tanto tempo si sono spente le voci dei bimbi e quelle delle mamme e dei papà e dei nonni, aspirati da un mondo che non ammette ritorni), avverte soltanto qualche passo estraneo e rari rumori di auto dirette in cima alla salita., oltre quello d’un trattore che compare un paio di volte all’anno. Vedere arrivare un ciclista dai capelli innevati e dalla sagoma sottile, un sorriso splendente come il biancolatte dei trulli, oltre a un onore e a un piacere per me è una novità che si presenta di rado. Incontro volentieri il Messia, uomo poliedrico e ricco di risorse: poeta, attore con Banfi, Ferilli, Ranieri…, fine dicitore, che altro ancora? Se fate una ricerca scoverete altre virtù. Ah, la simpatia e quel suo modo di parlare, che è anche quello un’arte, in Ben. Lo vidi girovagare per le strade di Martina, mentre raccontava la storia e le storie della città, i palazzi patrizi, le architetture, i luoghi scomparsi, con la telecamera credo di Martina Chanel, e catturavo ogni sua parola, ogni suo gesto.
Messia e Presicci (foto di Eugenio Messia junior)
Camminava quasi dondolando, indicando il Caffè Tripoli, il ringo, la basilica, ‘u Curdòne, ‘u curdunnìdde, ‘u stradòne, i balconi panciiuti, le altane fiorite, gli archi… Senza arie professorali, perché Ben non è tipo di mettersi in cattedra.
Conservo gelosamente un calendario con significative immagini da lui scattate nel tempo. Già, perché, per chi non lo sapesse, e penso che non ci sia al mondo qualcuno che non lo sappia, Benvenuto è un fotografo di grande militanza e figlio di un fotografo, Eugenio, che fu il primo a puntare l’obiettivo sulle bellezze di questa terra benedetta, che porta il nome di Martina Franca, già decantata da Cesare Brandi, Carlo Castellaneta (la visitò tanti anni fa, durante la sua luna di miele) e da altri maestri della penna. Pittori sensibili e consacrati l’hanno dipinta con passione. Senza andare troppo lontano nel tempo, ricordo le opere di Filippo Alto, l’attore barese con casa a Milano e studio e rifugio delle vacanze a Figazzano, da dove partiva per riprendere questo paesaggio unico al mondo: Martina Franca, con la sua terra rossa, i vigneti, le case incappucciate, gli ulivi, il fico, la quercia. In “Paese vivrai” Giuseppe Giacovazzo, già direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno”, gli rivolse l’invito a visitare il proprio paese, Locorotondo: “Mentre lo riprendi io lo rivivrò sulla tua tavolozza”. Filippo non aveva bisogno di quell’invito: aveva già celebrato con il suo pennello Cisternino, Martina, lo stesso “locus rotundus”, dove gli hanno dedicato una via.
Cinzia Castellana e Benvenuto Messia

Alto veniva spesso a Martina, che io adesso ritrovo nelle sue opere anche di grandi dimensioni. Il Messia non può non averlo conosciuto. Filippo mi parlava di lui, come mi parlava di Nico Blasi, quando organizzammo la serata pugliese al Cida (Centro informazioni d’arte) in via Brera, di fronte alla Galleria d’arte “Apollinaire” di un martinese famoso in tutta Europa, che rispondeva al nome di Guido Le Noci, stimato da personaggi di altissimo livello. In quella serata feci leggere all’architetto d’interni Lambros Dose le pagine dello stesso Grassi scritte come presentazione nel libro dell’ingegner Massimo Fumarola, “A passeggio per la Valle d’Itria”, e il rumore degli applausi arrivò fino a via Fiori Chiari, dove aveva lo studio un altro ammiratore di Filippo, il baritono Giuseppe Zecchillo, che aveva cantato alla Scala, al Metropolita, al Goven Garden.
Ho subito un dirottamento; devo ritrovare Benvenuto Messia, anche per dire che quando ho bisogno di una foto del Chiancaro ai tempi dello zio canonico penitenziere don Martino Calianno, Ben me la manda subito. Dello zio mi dette anche una foto introvabile: lui lo aveva conosciuto molto bene. Una volta vidi su facebook in tempo reale una delle riunioni di Teresa Gentile a Palazzo Recupero. Chiamai da Milano e mi risposero Ben e Francesco Lenoci. E non si meravigliò, quando in risposta a una sua battuta gli dissi che all’età di 10 anni avevo fatto il chierichetto in una funzione serale a San Martino concelebrata dallo zio prete.
Messia e Lenoci in piazza Duomo a Milano
Ben è fenomenale. Sa tutto ciò che c’è da sapere su Martina e sulle persone importanti che la abitano o che l’hanno abitata. Ti parlerebbe per ore di un magistrato, di un medico, di un professore, di un sacerdote e anche di quel tale che conduceva quella tale masseria o di quell’altro che faceva il cacciatore o di quell’altro ancora che svolgeva il mestiere cappottaro a Cutrofiano, in provincia di Lecce o di quell’altro ancora che partecipava ai mercati in Calabria.
I martinesi sono persone laboriose, intelligenti, tenaci, che si sono fatti sempre onore ovunque abbiamo prestato la loro opera. A Milano come a Torino, a Roma, nella stessa Martina. Ho avuto parecchi amici fra loro e spesso sono andato a cercarli. A Martina andavo a cercare Benvenuto in via Ceglie. Bussavo quando vedevo la su bicicletta parcheggiata fuori. Diventammo amici e andammo anche con Francesco Lenoci e Giovanni Nardelli - un poeta che mi fa molto ridere con il suo video sul martinese a Torrecanne -,per una conferenza del docente sul pane. E non dimentico Martino Solito., studio di geometra in via Verdi e firma pregevole sotto tanti versi anche sulla storia di Martina e i costumi di una volta. Un giorno dunque aspettavo Benvenuto Messia nella mia modesta casa di campagna nel tratturo prima della vecchia strada per Noci (via Papa Domenico, in fondo alla quale c’è la chiesa della Madonna della Consolata, che si festeggia in agosto) e il desiderio si afflosciò.
Francesco Lenoci e Benvenuto Messia
Qualche volta ho incontrato alla processione anche il notaio Alfredo Aquaro, oltretutto grande uomo di fede.
Che coraggio ha Ben, a pedalare con questo caldo, senza neppure un venticello ristoratore., mi diceva un comune amico che trae sculture dai rami dell’edera e allinea sul muretto della sua campagna pietre che somigliano a volti di animali: “Guarda – gli risposi – che Benvenuto partecipò per anni alla biciclettata del plenilunio d’agosto - ideata e organizzata prprio da Aquaro (uomo generoso purtrppo scomparo), titolare di uno studio elegante ed efficiente in pieno centro a Milano, In quella corsa, partecipava in auto anche Nico Blasi, con il compito di illustrare storia e linee architettoniche delle masserie a cui era diretta. Alle cilindrate Benvenuto preferisce la sella della sua bici: simbolo di passione, sport, libertà, ebrezza della velocità.

mercoledì 18 settembre 2024

I mille ricordi della mia città

L’AMORE PER TARANTO NON SI SPEGNERA’ MAI




Taranto vecchia
Non sono più autonomo e devo attendere che qualcuno abbia la voglia di darmi un passaggio; e quando
sono fortunato non posso andare dove voglio, alla Rotonda o alla Dogana o al Mar Piccolo, perché le mie gambe vacillano.
Mi limito ad ammirare questo gioiello su “Foto Taranto com’era” di Antonio De Florio, o leggendo Giacinto Peluso, a me molto caro.










FRANCO PRESICCI



Lampare a Mar Piccolo
Galoppano i ricordi. Come cavalli che sulla pista non si lasciano fermare da nessuno; ruscelli che gorgogliando scorrono tra pietre e atri intoppi; fluiscono come fiumi in piena, limpidi come l’acqua del mare a due passi dalla battigia. Quando rompono l’argine non si riesce a trattenerli. Così emergono Taranto e l’oratorio dei Salesiani; le chiese di San Domenico e del Cuore di Gesù; piazza Marconi, dove nelle feste innalzavano l’albero della cuccagna; “’u monde de le vàcche”, che oggi è sepolto sotto l’ospedale e ieri si offriva ai ragazzi vogliosi di giocare al pallone; il ponte di ferro, che a dieci anni percorrevo di corsa con tantissimi coetanei appena si riabbracciava... Via Nettuno, dove sono nato e cresciuto sino ai trent’anni, è più limpida nella mia memoria: la campagna che iniziava dopo via Giovan Giovine con l’orto di “mèsta Ronze”, che al limite incrociava quello del signor Capone, dotato anche di una noria (“‘a ‘ngègne”), fatta girare da un cavallo bendato; Santa Lucia, stabilimento balneare frequentato per lo più dagli operai dell’arsenale, che sorseggiavano la birra Raffo su una rotonda che a distanza di anni mi veniva in mente ogni volta che sentivo Fred Buongusto cantare “Una rotonda sul mare”.
Diego Marturano


Da anni sogno la mia amata città. Avevo 16 anni quando cominciai ad attraversare la ringhiera o “’a vieremìenze” per raggiungere il tempio da cui esce l’Addolorata il Giovedì Santo. Il parroco era don Stefano Ragusa e il sacrestano, Antonio, “mundevàte” con il solo soprannome: “’a caggiàne”, per il suo modo di camminare con le braccia sollevate come le ali di un uccello (detto con rispetto, anche perché era una persona mite e buona, e ogni volta che si verificava un inconveniente se la prendeva con un ragazzo che si chiamava Sferra).
Passarono gli anni e io non smettevo di peregrinare nella città vecchia. Ancora oggi adoro il Mar Piccolo e la dogana, allora piena di banchi con il pesce e i frutti di mare. Anche lungo la sponda di quell’Eden c’erano venditori di cozze “gnòre”, l’oro di Taranto, ostriche, “cacasànghe”, “còzze pelòse”, “nuce”, “spuènze” in grossi piatti di terracotta disposti su “scalinate” in legno... “’U cuzzarùle”, a richiesta, apriva le valve e serviva il contenuto al cliente. Io ci andavo anche per ascoltare la gente che parlava il dialetto; e facevo domande agli anziani per captare i suoni, le cadenze, le finali strascicate. A casa, piegato sul tavolo fattomi da zio Dionigi, il mio mito, li ritrovavo nei versi di Diego Marturano, Alfredo Nunziato Maiorano, Alfredo Lucifero Petrosillo, Diego Fedele, Claudio De Cuia… Diego a volte mi recitava il suo ultimo parto concludendo con un sorriso paterno. Andavo spesso da lui. La mamma e la moglie mi volevano bene e io in quelle camere di via Messapia mi comportavo come fossi al pianterreno di via Nettuno 10, dove abitavo. Di tanto in tanto accompagnavo il poeta dal salumiere e una volta mi volle offrire un panino con la mortadella. Mi presentò una famiglia siciliana che ospitava una bella nipote che lui, per protezione, seguiva anche quando andava ad aprire la porta e Indossava occhiali leggeri di vetro per darsi un tono.
Alfredo Lucifero Petrosillo

Una sera mi accomodai in quarta fila al Teatro Orfeo, affollatissimo, e applaudii Diego che interpretava sul palcoscenico un suo pezzo bellissimo dedicato alla primavera. Era un bel ragazzo e amava parlare di letteratura. Dopo un po’ di anni, amante del teatro, all’Orfeo andai per intervistare di volta in volta Eduardo De Filippo, Alighiero Noschese, Ernesto Calindri, Milva; e poi Elsa Merlini ed Emma Gramatica, che di Viola era amica, impegnate in “Venerdì Santo”, commedia di Cesare Giulio Viola. Quelle interviste le pubblicavo sul settimanale barese “Sette Giorni”, direttore Papandrea.
Frequentavo anche il teatro Alfieri, dove vidi ballare la “balalaika” da una compagnia del Bolshioi. All’Odeon andavo quando proiettavano i film di Stanlio e Ollio. A Taranto allora c’erano molti cinema: il Fusco, il Rex, il Savoia, il Fiamma; le arene Artiglieria, Arsenale, Monacelli, ltalia, Corallo, dove una sera assistetti all’esibizione della compagnia di Arturo Vetrano. Al cinema Savoia una domenica mattina spiegò la sua voce tonante Uccio Armento, che cantava l’”Ave Maria” al Sacro Cuore prima dell’arrivo di don Pietro Saracino. Uccio abitava nel mio stabile e dopo qualche anno entrò in seminario e lo lasciò prima di prendere i voti, preferendo il Liceo Classico “Archita”.
Io servivo messa e mio nonno Ciccio, orgoglioso, s’inginocchiava tra i primi banchi e poi si vantava delle mie prestazioni da chierichetto. Quando nella campagna di Martina riceveva gli amici mi chiedeva di cantare il “Tantum ergo” o “Dominus vobiscum et spiritu tuo”, ma stonato com’ero non facevo una bella figura. Con la veste nera e la cotta bianca, accompagnavo i morti fino alla chiesa di San Pasquale, in corso Umberto, reggendo la croce con l’asta, che mi faceva sentire più importante. Don Pietro m’imponeva quella senz’asta, se i familiari del defunto avevano pagato poco. Era un sant’uomo, polemizzava spesso con i parenti degli oltrepassati e con quelli degli sposi, che cercavano di ottenere il massimo sconto. Don Cipolletta stava a guardare.
Diego Fedele

Qualche volta suonavo le campane, le cui corde erano dietro la porta del corridoio che sbucava nella sacrestia. Ero vanitoso e timido. Mario Mazzarino, più grande di me di 11 anni, destinato ad essere nominato ministro, mi scelse come protagonista nella commedia Il ribelle”, rappresentata nel teatro della chiesa di San Francesco. Dovevo piangere e non ci riuscivo, Mario ebbe l’idea di darmi un leggero schiaffo mentre stavo per affrontare la platea e versai lacrime di rabbia, recitando “Papà, tu che di lassù mi guardi, tu che per la patria tua bella hai dato il sangue, la vita, ascoltami in quest’ora...” (miracoli della memoria). Anche il pubblico, commosso, pianse. Quando rientrai dietro le quinte Mazzarino mi abbracciò. Avevo 13 anni e continuai a battere per diletto le tavole del palcoscenico. Recitai ai Salesiani di viale Virgilio “Il piccolo ateo”, scritto da me saccheggiando altri testi.
Giacinto Peluso e Presicci

Questi brani di vita vissuta mi si presentano quando sono con le braccia incrociate e guardo fisso un cedro del Libano o il volo di un colombo sul giardino della mia casa meneghina. Ma è Laino d’Intelvi il luogo in cui i ricordi si avvicendano più spesso, anche quando le campane del paese di fronte (Ramponio, che si sta svuotando) suonano suscitando nostalgia per la mia terra, per i batacchi che sollecitavo al Sacro Cuore. Ho lasciato la mia città 60 anni fa, andando a vivere a 900 chilometri di distanza, ma le mie radici sono sempre vive. Possono vivere un ulivo, un fico, un noce senza radici? Io lo chiedo, quando sono a Martina, al mio ulivo preferito, perché lo feci mettere a dimora io mezzo secolo fa. Lui muove le foglie e sicuramente vuol darmi la risposta, ma non ha una voce né un linguaggio. E’ lì da tanto tempo, resistendo alla siccità e ad altre avversità, fortificando il suo apparato radicale. Lo chiamo maestro. Come la maestra Carrozzo alla scuola Acanfora, quando frequentavo le elementari e lei invitava la mia mamma a tagliarmi un cespuglio di capelli neri e ricci, senza ottenere risultati. I compagni di gioco ironizzavano chiamandomi “Rezzetìedde”, facendo inalberare mio nonno, che ripeteva: “Mio nipote si chiama Franco”, Che nonno, il mio nonno. L’ho sempre cercato, ma dove trovarlo? Dove abitano le persone care che hanno preso l’ultimo treno? Continuano a vivere, ne sono convinto, ma dove giocano a carte, dove fumano la pipa, a chi raccontano la loro vita passata?
Piero Mandrillo

Quante cose avrei da raccontare io, al nonno. Per esempio che cosa provo quando sono a Taranto, quali sono gli angoli che sono scomparsi e quelli nuovi? Viale Venezia, prima una spianata di verde, oggi ricoperta di palazzi, negozi, auto, voci, clacson rabbiosi. Via Nettuno, dove rimangono nell’aria i nomi delle persone di una volta, gli Schirano, i Fischetti, i Venuto… ha un altro volto. Neppure i Presicci ci sono più. C’è una via intitolata a questo cognome da qualche parte, ma la mia famiglia non c’entra. Non la vedo da un po’ di tempo, Taranto, dove incontravo Nicola Mandese, titolare della Casa del Libro, inserita nell’elenco delle librerie storiche d’Italia, E’ Nicola che m’informava su Taranto, su ciò che vi accadeva. Come anni fa faceva Piero Mandrillo, che veniva spesso a trovarmi nei suoi approdi milanesi. A pranzo parlavamo di com’era cambiata la città, delle amicizie comuni, dei frutti di mare che andava a gustare nella pescheria sotto il vecchio ospedale. A Milano leggo e rileggo le tante pagine di Giacinto Peluso, per sentirmi fra le vie di Taranto, “indr’a le strìttele” d’u burgh’andìche”. Qualcuno mi ha rimproverato per la dichiarazione d’amore a Martina, pubblicata su “Noi Notizie”, quasi accusandomi di essere “double face”. No, non è peccato amare due città: la prima per avermi dato i natali; l’altra per avermi aperto le porte quando avevo 11-12 anni.