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mercoledì 19 marzo 2025

Un libro fatto di titoli di giornali

UN LAVORO DA CERTOSINO DEL BRIGADIERE MELONI 

 

 


Copertina del libro
E’ come una storia della “nera” dai rapimenti alle
rapine, alle grandi operazioni, agli arresti, ai pezzi da 90 confinati al Nord, ai conflitti a fuoco tra malacarne e forze dell’ordine. Che fatica!

 

 

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI

 

 



Il giaguaro è un animale di bell’aspetto che non ha nulla da invidiare al leone: è forte, riservato, capace di adattarsi all’ambiente, sa mascherarsi, e sa come e dove colpire chi gli capita a tiro. I carabinieri non potevano scegliere simbolo più appropriato per la loro squadra che si occupava di sequestri di persona, di estorsione e poi di antiterrorismo...
I giaguari. Secondo a sin. Meloni
Una squadra affiatata e ben collaudata. Giaguaro 1 era il comandante e poi, a mano a mano che si scendeva di grado 2, 3… Il nome d’arte era usato quando il gruppo doveva comunicare con la centrale operativa di via Moscova, dove sono insediati non felini che vivono soprattutto in Amazzonia, ma uomini decisi a tutto pur di riportare a casa una persona sottratta ai propri affetti, magari sorprendendo i banditi nel momento della riscossione del riscatto o irrompendo nel covo protetto da sentinelle. Per un carabiniere essere un giaguaro era un onore.
Ne ho uno di fronte, dai modi gentili, dai toni pacati, dai gesti discreti, dallo sguardo vivace. Ha appena pubblicato un libro che si apre con una decina di righe del compiano generale di brigata Tommaso Vitagliano, che fu per tanti anni al Nucleo Operativo di via Moscova, a Milano. Titolo di queste righe dell’ufficiale che tra l’altro indagò sul delitto dell’Olgiata a Roma: “L’urlo del giaguaro”. “Eccoli, una schiera variopinta di uomini che sostano su un ampio piazzale e mi guardano sorridenti. Un grande striscione li sovrasta, al centro un giaguaro ruggente e vittorioso”.
il brigadiere Massimo Meloni

Certo il ruggito del giaguaro come quello del leone incute paura, ma i giaguari di via Moscova non ruggivano, attaccavano veloci e senza esitazione. Anche Massimo Ceccherini - che cambiò mestiere andando a dirigere la sicurezza a Mediaset, dopo aver scoperto il covo di un grosso bandito che faceva affari con la droga e dopo aver messo le manette con i suoi uomini ad un altro malacarne al “Lady Anna” di Sirmione – ha scritto un bell’articolo, lungo e lucido, scorrevole come acqua di fiume, articolo che si conclude con la fierezza di essere stato il comandante del reparto. Seguono pagine del generale di Brigata Eugenio Morini e un interessante, appassionante intervento di Cesare Giuzzi, un ghepardo del “Corriere della Sera”, che morde la notizia e sa come spolparla. “In via Moscova – annota - ho incontrato parecchi dei migliori investigatori che abbia mai incontrato sulla mia strada. I giornalisti vivono di notizie, ma crescono quando incontrano chi, con pazienza e rara intelligenza, ha la capacità di aiutarli a capire”. Anche lui, dunque, si è cibato in via Moscova e sulla strada, consumando scarpe come facevano una volta i cronisti del livello di Fabio Mantica, Arnaldo Giuliani, Patrizio Fusar…
Nel libro Meloni snocciola anche curiosità: per esempio quella del carabiniere, altro segugio di strada, che il giorno della memorabile nevicata dell’85 si presentò al Nucleo investigativo venendo a piedi da Pieve Emanuele, macinando ben 16 chilometri di coltre bianca. Lo ricorda Massimo Pisa di “Repubblica” fra centinaia di titoli ricavati dal “Corriere della Sera”. Tra i primi, quello della rapina di via Osoppo, compiuta dalla banda delle tute blu la matina alle 9,15 del 27 febbraio del 1958. E poi rapimenti, omicidi, mafiosi confinati in Lombardia o finiti al “gabbio”, l’assalto, con mitra e pistole, all’oreficeria di via Montenapoleone;
Quarta di copertina
il boss indesiderato negli Stati Uniti e rispedito in Italia, a Milano, dove per non stare con le mani in mano progettava un controfestival di Sanremo; la “banda del buco” acciuffata con le mani nel sacco; l’orrenda strage di piazza Fontana; le imprese del bandito baldanzoso e quelle del “solista del mitra” che in carcere divenne pittore; gli scontri tra malandra e polizia; l’assassinio del commissario Luigi Calabresi; il luogotenente di un pezzo da 90 assassinato in piazza Napoli e altri due in piazzale Susa… Un lavoro di archivio da certosino.
Centosessantaquattro rapimenti, centoquattordici bande criminali specializzate in omicidi e furti ricordati in 230 pagine fitte di occhielli e sommari rilevati dal quotidiano di via Solferino. Una lunga storia della criminalità raccolta dal brigadiere capo Massimo Meloni, 65 anni, in pensione, nato a Uta, in provincia di Cagliari.
Eccolo, accanto alla mia scrivania, questo graduato paziente, educato, rispettoso; e non posso non approfittare dell’occasione per conoscerlo meglio. Alla domanda sul motivo che lo spinse ad entrare nell’Arma è rimasto un po’ indeciso. Avrebbe potuto rispondere che a esortarlo era stata la passione e invece ha ammesso che dietro la sua scelta c’era la fame. 
i generali Battista e La Forgia
Il padre, Giovanni, oggi novantacinquenne, faceva il contadino, la mamma, Fabrizia, la casalinga, cinque figli da sfamare. Per un po’ lui ha dato una mano nella cura della terra, condividendo i sacrifici, la fatica, il sudore che quella comporta. “La terra a volte è avara e il vento e la grandine non hanno pietà. Vedevo la disperazione di mio padre, quindi ho pensato al posto sicuro”. Si guardò intorno e decise: “Faccio il carabiniere”. La passione venne con il passare del tempo, un passione forte, profonda, “perché l’Arma è una famiglia, che ti fa sentire l’orgoglio di farne parte”.
Meloni entrò nel corpo nel ‘79, a 19 anni. “Non ti dico il fascino che la divisa cominciò a suscitare in seguito su di me. Quando mi presentai alla stazione di Uta, e alla stessa domanda detti la stessa risposta, cioè che a sollecitarmi erano stati gli stimoli dello stomaco, il comandante mi elogiò per la schiettezza”. A Milano Massimo Meloni giunse nell’84, assegnato al Nucleo operativo, dove allora agivano il colonnello Alfonso Martorana, il capitano Paolo Laforgia, il maggiore Raggetti, il colonnello Emanuele Garelli, il compianto colonnello Tommaso Vitagliano (promossi generali), il capitano Massimo Ceccherini,… Meloni proveniva dal Battaglione carabinieri paracadutisti Tuscania di Livorno.
A sinistra il generale Vitagliano con un altro ufficiale
Erano quelli i tempi in cui in via Moscova da cronista del quotidiano “Il Giorno”, andavo anch’io ogni giorno a piluccare notizie, dopo il saluto all’appuntato Pino Lato, oggi maresciallo in pensione, una persona cortese, disponibile, che diceva “comandi” almeno 100 volte al giorno ai superiori che entravano o uscivano. “L’Arma è l’Arma e il rispetto una regola fondamentale. L’Arma fa crescere i suoi uomini, li educa. La disciplina con consente eccezioni”.
Massimo Meloni non si vanta della sua attività fra i giaguari, e dei 9 mesi all’Antiterrorismo con il colonnello Umberto Bonaventura... non manifesta l’orgoglio, che pure nutre; e ripercorre quegli anni senza enfasi., quasi con imbarazzo, data l’insistenza dell’interlocutore. Ma il cronista è curioso, intraprendente, indiscreto, indagatore e vuole scavare. E Meloni racconta superficialmente il sequestro dei “clichè di numerosi di buoni del tesoro perfettamente realizzati e allora di moda in Svizzera.
il generale Vitagliano e il cronista Laccabò

Sgominammo la banda fatta di sei persone, alle quali arrivammo seguendo una pista che si rivelò subito quella giusta. Mettemmo i sigilli alla tipografia e continuammo a sondare. Scoprimmo in seguito una raffineria di cocaina sintetica, facemmo investigazioni che ci portarono a mucchi di dollari falsi, arrestammo manipoli di estorsori...”.
Nelle indagini ci sono sempre dei rischi, soprattutto nel momento del pagamento di un riscatto; e allora occorre essere davvero giaguari, con il passo felpato e tutta l’abilità, il tatto del felino, per non tornare al Nucleo a mani vuote. Meloni, incalzato, ricorda le notti passate sulla strada, con la paura dei familiari quando non si rientrava perché ad un’esigenza di servizio se ne aggiungeva subito un’altra. Vita dura, quella dei carabinieri e dei poliziotti. Vite sempre esposte all’agguato criminale. Molte divise sono state macchiate di sangue.
Oggi Massimo Meloni si dedica alla fattura di libri fotografici. Nel 2015 ha pubblicato: “Lourdes, le forze multinazionali e la fede”, partito da una sua mostra. E in una esposizione finirà un altro suo libro in fase di elaborazione sui sequestri di persona. Di mostre ne ha fatte tante e quasi tutte su temi specifici. Il suo libro che ho sotto gli occhi ha in copertina il logo “Gruppo Carabinieri, Nucleo Operativo, Milano 1, dal 1964 al 2020”. E’ dedicato all’Arma, che è sempre presente nell’esistenza di chi l’ha vissuta.

mercoledì 12 marzo 2025

Un altro gentiluomo se n’é andato

IL QUESTORE NINO D’AMATO CHE FU A CROTONE E A LA SPEZIA

 

 

Nino D'Amato
Nato a Taranto, passò parte della sua vita a Milano, come vice, quindi come capo della squadra Mobile. Era stimato e amato, da cronisti e poliziotti di ogni grado. Ai funerali c’erano quasi tutti, ha scritto Michele Focarete, Anna, la moglie, lo ha ricordato come marito e padre, attento presente, amorevole.

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
 
La notizia me l’ha data Piero Colaprico. Poche parole su whats'App per dirmi che Nino D’Amato se n’era appena andato.
Berticelli, il questore Scarpis, Presicci, una collega D'Amato

Un pugno al cuore e un flusso inarrestabile di ricordi. Ho postato una foto su facebook e le si sono accodati messaggi da ogni parte d’Italia: Lucia Ziliotto, che anni fa è stata capo della sezione antirapine a Milano, ha scritto da Padova; Alberto Berticelli, già brillante cronista del “Corriere della Sera”, non so da dove: l’ispettore capo Ugo Brignoli da Pavia (“Nino D’Amato era un galantuomo, una persona esemplare); il suo collega Alberto Maria Sala, ai tempi spesso investigatore con l’Fbi e con la Dea (“Indimenticabile”); Luigi Pagano, già direttore del carcere di San Vittore e poi elevato a incarichi più importanti e oggi scrittore egregio (“L’ho conosciuto, era una brava persona”); il vicequestore Edmondo Capecelatro, che lasciò il servizio, dopo aver diretto vari commissariati, per poter dedicare più tempo alla sua attività di attore e di scrittore di testi teatrali, si è commosso.
Lo stimavano tutti, Nino, per il carattere gioviale e per la bravura professionale. Accoglieva ogni mattina i cronisti con il sorriso o con la battuta di spirito; e se c’erano particolari da fornire su un’investigazione, non si tirava indietro.
Nino D’Amato era nato a Taranto nel ‘50, ma non gli sfuggiva mai una parola in dialetto. Con noi, di pugliesi c’era solo Piero Colaprico, di Putignano, il paese del carnevale.
D'Amato, a sin, il questore Carnimeo e il vice Carluccio
Quando il mattino alle 11 cominciavamo il giro nei vari uffici della questura, lo concludevamo nell’anticamera della Mobile, dove il piantone Fina, e dopo di lui Fassito, ci annunciava, e noi alla vista di D’Amato lo salutavamo tra sorrisi e battute sulle spalle. E cominciava la batteria delle domande. Nino non faceva giochi di prestigio per dare più spessore alle notizie con lo scopo di avere più spazio sui giornali. Era serio, affidabile, schietto. Un signore. Riceveva i “segugi” sempre volentieri. Ed era generoso. “Uno dei primi che ho conosciuto arrivando in questura. Umano, accogliente. Mi ha anche passato lo smoking, che non gli entrava più”, mi ha detto Luca Fazzo, che allora lavorava a “L’Unità”, passando poi a “Repubblica”.
Da Fazzo a Colaprico - da sempre al quotidiano di Scalfari come cronista dal fiuto lungo, inviato e poi fino alla pensione direttore della sede milanese, oltre che scrittore - una folla di ricordi e di elogi dell’uomo venuto dal Sud. Già ai miei tempi ci incontravamo in sala stampa e poi tutti insieme prima alle Volanti, dove facevano un cordiale cenno di saluto al commissario Silvano Gattari, sempre al telefono con le pantere in giro a vigilare sulla sicurezza della città, e poi dal direttore dei Servizi Generali, il compianto Paolo Scarpis (promosso poi questore e successivamente prefetto). Da lui pescavamo i fatti rilevanti della notte precedente. Ultima meta, la Mobile, dove spesso montavano un lungo tavolo cosparso di pistole, mitra, denaro, ricetrasmittenti..., frutto di una consistente operazione con relativi arresti di “boss”, gregari, soldati.
D'Amato seduto tra ispettori e vicequestori

Nino D’Amato spiegava ai cronisti le fasi dei colpi, lasciando qualche vuoto, se le indagini proseguivano; e allora i “marciatori” quel vuoto dovevamo cercare di colmarlo, andando a bussare ad altre porte, spesso fuori da via Fatebenefratelli, diventando a loro volta investigatori. Non di rado sulle mie strade m’imbattevo in Piero Colaprico, che non risparmiava mai le sue scarpe.
Nino era buono, disponibile, buontempone, ma non era prodigo di dettagli, se il suo lavoro imponeva il silenzio. Quindi in quei casi era inutile girargli attorno: alle suppliche rispondeva con quel suo sorriso amabile, che voleva dire: “Ragazzi, non mi mettete in croce, non posso”. Bastava una parola di troppo per far saltare un lavoro di mesi. Ma Nino non appariva mai infastidito: capiva le nostre esigenze e si dispiaceva nel vederci con il piatto mezzo vuoto.
Ai tempi in cui era vice, alla Mobile riportarono molti successi memorabili, fra droga e omicidi. “Se penso a Nino mi vengono in mente il suo faccione e il suo sorriso. Sempre accogliente, sempre disponibile – dice Alberto Berticelli - sempre educato. Ed era umile quasi defilato. Sempre al suo posto. Non sgomitava per fare carriera come altri.
Una grance operazione

A Piacenza fu accolto con tutti gli onori e trovò un po’ di pace dopo gli anni frenetici della squadra Mobile di Milano”. Poi zac! Commenti caustici contro chi sgambettava per avanzare (Alberto non le ha mai mandata a dire). E ancora: “Ultimamente ho parlato con un funzionario di quegli anni, che mi ha detto senza giri di parole che è stato un grande investigatore… ”. Berticelli lo sentiva spesso e ricorda una telefonata di quando era questore di Crotone, verso il 2009. “Mi raccontò che aveva fatto una grossa operazione contro la ‘ndrangheta, ma che aveva dovuto chiedere aiuto a Roma, perché la sua questura non aveva forze sufficienti”. In quell’occasione Nino confidò: “Qui un questore è solo”. Alberto conclude che D’Amato era molto altro. Teneva tanto alla sua famiglia. Lascia un ricordo indelebile. Ciao, Nino”.
Nino aveva una moglie, Anna, e due figli, Marina e Matteo. In polizia entrò nel ‘76, alla questura di Reggio Calabria; poi fu trasferito a Roma, a Piacenza. Lavorò anche alla Direzione Interregionale Lombardia ed Emilia Romagna. Fu nominato questore di Crotone, quindi di La Spezia, dando sempre il meglio di sé.
Piero Colaprico: “Per molti cronisti Nino D’Amato era l’incarnazione del funzionario che non fa mai fumo, ma solo ‘arrosto’. Anzi, più volte, di fronte all’irruenza di alcuni, protestava: ‘Se siete voi giornalisti che andate in giro a fare domande, rischiate soprattutto di mettere in allarme i responsabili
La seconda a sin, Ziliotto, a destra D'Amato, dietro Caridi
dei reati’. Lo credeva davvero, ma mai una volta ha alzato il tono di voce o ha provato a bloccare qualcuno. Forse il suo tratto distintivo era il rispetto: rispetto del lavoro proprio e altrui, rispetto dei diritti e doveri del cittadino, rispetto anche dei ruoli. Come capo della squadra Mobile ha coordinato molte inchieste, ma ricordo la sua soddisfazione una volta che scattò l’allarme rosso per una violenza carnale nella metropolitana. Lui controllò orari, possibili testimoni e poi chiamò la ragazza che aveva denunciato lo stupro e, paternamente, le mostrò la situazione. Lei aveva inventato tutto e D’Amato, dispiaciutissimo, spiegò che era una ragazza che aveva bisogno di aiuto, da parte di tutti. Compresi i giornalisti: quando avrebbero scritto la verità, avrebbero dovuto ‘mettersi una mano sulla coscienza’. Solitario e affabile, simpatico e riservato, D’Amato è stato quello che si dice un professionista. Senza mai perdere la gentilezza”.
Dopo quello di Piero, mi è arrivato un pensiero di Edmondo Capecelatro. E’ una lettera a Nino: “... Ma ieri sera no! Quando Franco mi ha detto che Nino D’Amato non c’era più, che ci aveva lasciato per sempre, non gli ho creduto, non ho voluto credergli. Già, perchè la morte non esiste! La parte più importante di noi, il ricordo, resta qui. E chi potrebbe mai rimuovere il ricordo di Nino, non un semplice collega, ma molto di più, un amico, il bene più grande che uno possa avere. E i ricordi mai muoiono. Il ricordo non si tocca, ma ci tocca, è il campanello che ci fa richiamare e custodire la memoria di un fatto. Chi di noi non ricorda quando, in un momento di difficoltà, o di smarrimento, una parola o anche solo un gesto, di Nino, abbia saputo darci coraggio. Ricordi,
D'Amato, Plantone, l'attrice Annamaria Rizzoli
Nino, abbiamo cominciato insieme la faticosa, ma entusiasmante salita della vita. Talvolta ci sarebbe venuta la voglia di fermarci, di rallentare, ma poi qualcun altro ci ha presi per mano e ci ha trascinati verso su. E certamente uno di questi fosti tu. Poi Paolo, Tommaso, Giuseppe, e ancora ancora. Oggi tu! Ma tutti voi vivete nei nostri ricordi e allora è chi resta che muore veramente”.
Chi potrà dimenticare quest’uomo autentico, magnanimo? Questo poliziotto impegnato, preparato, capacissimo? Non certo l’ispettore Ugo Brignoli, abituato a dire pane al pane e vino al vino, e aveva una grande considerazione di Nino D’Amato come uomo e come poliziotto: “Più che alla carriera teneva al rispetto”.
Non potrò più prendere il caffè con lui nel bar di fronte alla questura, con Berticelli o con Albero Sala o con Colaprico. Ma lo ricorderò sempre, Nino; racconterò la sua semplicità, il suo amore per gli altri.

mercoledì 5 marzo 2025

Un uomo buono, discreto e generoso

IL COMANDANTE FRANCO CARROZZO SI E’ SPENTO A MARTINA FRANCA

 



il comandante Franco Carrozzo
Dopo tantissimi anni lo rividi mentre andava dal
cortile del Palazzo Ducale alla tabaccheria di Paolo, che sta di fronte. Un abbraccio e tanta commozione. Adesso fluiscono i ricordi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 FRANCO PRESICCI
 
 
 
 Si passa una vita a voler bene a un amico, poi arriva la maledetta e se lo porta via. E un pezzo di castello crolla, una parte del tuo cuore si spezza.
Franco Carrozzo in divisa

Ti sembra ed è vero. Lo incontravi, gli telefonavi e poi lo spazio che occupava si svuota e non sai più dove cercarlo. A poco a poco le presenze care svaniscono, vanno a popolare altri mondi, sconosciuti, lontanissimi, non come la Groenlandia, molto, ma molto di più: una distanza che non può misurarsi in chilometri, in miglia.
Il mio carissimo amico Franco Carrozzo, la mia stessa data di nascita all’anagrafe, giorni fa è stato strappato alla vita; come un ulivo che si trasforma in una scultura naturale. E ha seminato dolore. Franco Carrozzo era un uomo esemplare, legato a principi sani e solidi, di quelli che si sono polverizzati. Era onesto, serio, rispettoso delle leggi e delle istituzioni, rigoroso nel suo ruolo di comandante dei vigili urbani di Martina Franca. La divisa che indossava non lo rendeva autoritario, non lo distanziava dai cittadini, ai quali invece andava incontro. Quando ero a Martina e a volte andavo a trovarlo in ufficio avvertivo il rispetto e l’affetto dei suoi collaboratori; quando uscivamo per andare a bere una bibita al caffè di piazza Roma, di fronte al Palazzo Ducale, qualcuno gli si avvicinava, chiedendogli un consiglio, un’informazione; e lui con il sorriso ritardava il passo per dare risposta appropriata.
Franco Carrozzo era amato, stimato, come lo era stato a Montescaglioso, dal 2012 detta “Gioiello d’Italia”. Era nato come me a Taranto, e di Taranto ricordava spesso le bellezze nei nostri incontri estivi, quando gli facevo visita con mia moglie in campagna. In quell’oasi di serenità e di pace trovavo la moglie Rosa, dolce e ospitale, i suoceri, Leonardo e Cocetta, generosi e cortesi, i figli Norma, oggi medico, e Leonardo ingegnere, con cui facevo qualche partita a bocce, subendo una sconfitta dietro l’altra.
Il Ponte Girevole di Taranto

Quando non riceveva amici Franco leggeva o suonava il pianoforte. A volte saliva sui trulli per accertare che tutto fosse a posto, anche se quei “cappucci” erano ancora compatti, per la cura che avevano avuto nel tempo; o faceva due passi tra i mandorli. Un giorno m’invitò a seguirlo, e si lamentò nel trovare il terreno seminato di involucri vuoti: i cacciatori, dopo aver sparato agli uccelli, non avevano l’accortezza di raccoglierli. Franco commentò senza acrimonia, ma con pazienza. Sempre misurato, tollerante, comprensivo, pacato. Non gli ho mai sentito fare un pettegolezzo, mai una malignità, mai un parola fuori delle righe. Aveva una fede profonda e osservava nella vita il Vangelo. Amava la musica lirica ed era sempre presente alla serata inaugurale del Festival della Valle d’Itria, nel cortile di Palazzo Ducale, e ne seguiva tutto il programma.
Era vicino ai suoi concittadini. Di tanti era amico. Tra questi, Alessandro Caroli, che aveva ideato e curato per qualche anno il Festival, imboccando poi la via per l’Australia. Alcuni vivevano e lavoravano al Nord e non mancavano di chiamarlo o di fare un salto da lui nel periodo delle vacanze.
trullo sul Chiancaro

Lasciato il servizio per limiti di età, preferì godersi la campagna, la sua atmosfera, il suo incanto. Ed è lì che andavo a trovarlo, qualche volta anche d’inverno, sorprendendolo accanto al camino, con un libro di storia in mano. Il comandante si teneva aggiornato. A volte parlavamo di Taranto, delle sue tradizioni, delle sue celebrazioni liturgiche, della vita di una volta, dei tramonti che si accendono sul Castello.
Avevamo 11 anni quando ci conoscemmo al Collegio Manzoni, a Taranto, direttore il professor Agrusta, martinese intransigente e colto, occhiali alla Cavour, robusto. Ottimo insegnante di latino e italiano, ma dava anche lezioni di vita. Franco, che aveva anche il mio stesso nome, era bravo, corretto, silenzioso, buono, disciplinato; io vivace e scherzoso. Poi ci perdemmo di vista. Ogni tanto chiedevo a mio cugino Enzo se avesse notizie di Franco Carrozzo, “sai quel ragazzo esemplare che sedeva nel banco di fianco al tuo”. Ma lui non aveva memoria del passato. Non si ricordava neppure di quel tale che all’ora di pranzo si piazzava davanti ai compagni con il tovagliolo legato al collo e raccontava brani di storie di Tom Mix tratte da film che non aveva visto e di tanto in tanto piluccava uno spicchio di arancia o sottraeva uno scampolo di salsiccia dal piatto degli ingenui ascoltatori.
Carrozzo ad un cnmvegno
Rivolgendosi a un ragazzo poco volenteroso, il direttore faceva un verso: Ciù, ciù, e ciù”, per dire ciuccio, e io schizzai una locomotiva a vapore sulla lavagna con quella scritta tra il fumo emesso dall’imbuto della a macchina. Franco mi rimproverò amabilmente, mentre il direttore, rientrato dal banchetto, mi punì, facendosi consegnare il cestino con la colazione. Punizione inutile, perché il mattino, andando al collegio, lasciavo il contenuto del canestrino a una vecchietta, che, con un bambino tra le braccia, mendicava davanti all’arsenale. Lo riferii sottovoce a Franco e lui: “Lo vedi, sei buono, ma dovresti essere meno agitato”. Franco era già adulto, nonostante la giovanissima età.
I ricordi non scoppiettano, scorrono, scivolano come pattini sul ghiaccio e a volte fanno male, come il tempo che passa inesorabile, travolgendo le persone più care. E in questi miei ricordi non sono il nonno che racconta le sue esperienze, i suoi affetti ai nipoti seduti accanto al braciere nelle sere d’inverno. Io Franco me lo immagino vivo, lo rivedo seduto vicino alla sua Rosa, che offre all’ospite un piatto policromatico pieno di fichidindia o di dolcetti fatti in casa.
Che accoglienza quando andavo dai Carrozzo, dove mi capitava di discutere con Norma (nome tratto dall’opera di Bellini), che andava ancora al liceo ed era preparatissima non soltanto nelle materie scolastiche. Leonardo era taciturno, riservato, ma già alto, anche lui, nella mente e sollecito nel dare una mano al papà. Tutta opera di Rosa e Franco, che li educavano con l’esempio, rispettando le virtù innate dei ragazzi.
Pertini, Grassi, Carrozzo, foto Messia

Mi trovavo a mio agio dai Carrozzo ed ero felice di averli amici, stato d’animo che mi coglieva appena imboccavo il tratturo, sulla sinistra della via per Ceglie. Avevo da imparare da Franco, glielo dissi e lui alzò le spalle. Io vivo nel dubbio e lo ammiravo anche per la sua fede, che ispirava ogni suo gesto; lo ammiravo per la sua calma, per la sua dolcezza; per la sua capacità di garantire la sicurezza nella città con pochi uomini e pochi mezzi. Lo sentivo dire dagli amici che frequentavo spesso, apprendendo molti fatti di Martina. Non fu Franco a dirmi che era comandante dei vigili dal ‘62, quando a reggere le sorti del Comune era Alberico Motolese e dopo di lui Franco Punzi, che poi assunse la guida, come presidente, del Festival della Valle d’Itria, non da oggi celebrato in tutto il mondo.
Un giorno mi fece dono di un libro che aveva scritto sulla storia dei vigili urbani di Martina, con tante pagine riservate alle immagini dei momenti solenni della città: la visita di Sandro Pertini, nel 1980, accompagnato da altre personalità, tra cui Paolo Grassi, presidente della Rai; e di Papa Giovanni Paolo II, nel 1989. Franco ricordava quelle visite con emozione. E ricordava il giorno in cui, nel ‘66, era stato ricevuto da Paolo VI, in udienza privata, nella Sala dei Paramenti in Vaticano, accompagnato da Franco Punzi e da una delegazione di vigili; e aveva consegnato al Papa una somma per il popolo indiano, raccolta a Martina in un’iniziativa promossa da lui stesso anche tra i cittadini.
Paolo VI, Punzi, Carrozzo, e due vigili di Martina

L’avvocato Giovanni Chisena, che avevo conosciuto in tribunale a Taranto una ventina di anni prima, durante le passeggiate dallo stradone a piazza Roma e da qui a piazza XX Settembre, mi parlava dei personaggi illustri della città e della stima che provava per Franco Carrozzo. Chisena vedeva soltanto delle ombre ed era sempre accompagnato da un amico. Sapeva tutto di Martina. Un giorno mi fece una lezione sui pomodori appesi (mi serviva per un articolo) e mi parlò di un terribile delitto avvenuto a Martina, senza entrare nei particolari e senza fare nomi.
Toh, la mente mi riporta al quando rividi per la prima volta Franco Carrozzo a Martina. Stava attraversando la piazza, affollata di turisti, per entrare nell’edicola-tabaccheria di Paolo. Credetti di riconoscerlo, lo seguii ed ebbi la gioia di appurare che era proprio lui, il compagno di scuola al collegio Manzoni. Da allora l’amicizia si rinsaldò.
Franco Carrozzo adesso non c’è più. In quel tratturo non è rimasta l’eco dei suoi passi, che erano felpati; ma il comandante rimarrà sempre nel cuore dei suoi cari. E nel mio.

 

mercoledì 26 febbraio 2025

Un giorno scoprii un tesoro a Corsico

LA TIPOGRAFIA DI UNA VOLTA DEL MAESTRO GIUSEPPE CALERI

 



Giuseppe Caleri
Ho rivisto cassettiera, tipometro, pinze, vantaggio, balestra, tirabozze, rullo, che un tempo regnavano nella tipografia del quotidiano “Il Giorno”, in via Fava, dove lavoravo. L’odore del piombo mi seguì per anni, provocandomi nostalgia. Poi, ecco Peppino Caleri con il suo piccolo mondo  antico.

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
 Per anni ho desiderato rivedere una tipografia vecchio stampo. Sentivo ancora l’odore del piombo delle notti trascorse al “Giorno”, il rumore delle linotype, il vocìo dei tipografi attorno ai banconi, impegnati a disporre le colonne secondo il disegno del menabò. Quando mi arrivava quell’odore mi riappariva tutto il mondo frequentato per tanto tempo.
Caleri e il figlio Alberto
Un giorno riuscii a intercettare un tipografo in pensione, innamorato dei disegni di Walter Molino, e fu una gioia. Stavo quasi per rinunciare all’idea di entrare in un regno popolato di cassettiere, balestre, monotipo, tipometro, rullo inchiostratore, rullio compressore, ed ecco l’occasione. “A Corsico lavora un personaggio che fa al tuo caso”. In un angolo del suo enorme stabilimento tipografico custodisce la vecchia tipografia con la cassettiera, il tipometro, , il tirabozze, il vantaggio; e di fianco la vecchia Pedalina, usata ne “La banda degli onesti”, il film con Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia del 1956; e più in là una “Heidelberg Stella” di fabbricazione tedesca, di almeno 120 anni, e altre macchine...
Mi precipitai in via De Gasperi, appena oltre il confine di Milano, scampanellai al cancello, si aprì una porta e mi venne incontro a passo svelto un signore sui sessanta, in pantaloni grigi e camicia bianca, pantofole e con i baffetti su un sorriso brillante e incoraggiante “Mi dica, sono Giuseppe Caleri”. Mi fece accomodare in cucina, mise sul fornello la macchinetta del caffè e attese che gli spiegassi il motivo della visita. Era mezzogiorno e sul fuoco già bolliva l’acqua per la pasta con le cozze, il piatto preferito dal padrone di casa.
Caleri all'ombra

Quando dissi di essere un giornalista desideroso di vedere il suo pezzo di modernariato mi sorrise ancora, invitandomi a tavola e tra un’infilzata e l’altra tra gli spaghetti, dichiarò di essere pronto a raccontarsi. “Prima mangiamo e beviamo un bicchiere, poi andiamo nell’ufficio e parliamo. Abbiamo tempo”. Lo stabilimento era una piazza d’armi, lo studio un bugigattolo, con la scrivania del principale di fronte a quella del figlio Alberto e un quadro del pittore albanese Ibrahim Kodra a una parete. Mi sentivo a mio agio, come se quell’uomo dinamico e ospitale non fosse nuovo alla mia vista. “Preferisce parlare qui oppure nel mio orto, qui accanto, o sotto quell’ombrello di fico, che comincia a tenere appesi i suoi frutti come palline dell’albero di Natale?”. “Dove vuole lei, qui o lì per me va bene”.
E cominciò a dirmi del suo primo lavoro presso grandi maestri; della volta in cui mentre andava verso la Svizzera con la motoretta regalatagli dal titolare ebbe un incidente, si fratturò i polsi, ma continuò a fare il suo dovere; dalle opere che aveva realizzato; dei sacrifici fatti per mettere su la nuova realtà; dei riconoscimenti ottenuti da personalità di altissimo livello. Non narrava vantandosi, ma come se stesse snocciolando la storia di un altro. Una storia bellissima, esemplare di un grande professionista che aveva iniziato quasi dal niente.
Ogni tanto rispondeva al telefono, pregava chi stava dall’altra parte del filo di richiamare e riprendeva il discorso. Io lo ascoltavo senza bisogno di prendere nota, perché quel suo discorso era così affascinante che meritavano tanta attenzione, da imprimersi subito nella memoria. Erano come quelle di una favola. Avevo di fronte un uomo pieno di energia, di amore per il suo mestiere; infaticabile, generoso, schietto, che si sarebbe voluto avere come amico. E amici con il tempo siamo diventati. Andavo a trovarlo, mi portava a vedere i carciofi e le melanzane, l’insalata e i peperoni e ammiravo la pergola gravida di grappoli inarcata sulla porta. Un orto sapientemente curato. In un angolo c’erano zappa e rastrello, cesoie e badile.
Caleri nell'orto
Non aveva altro che la famiglia e il lavoro, Peppino Caleri. Tante volte mi sono presentato in via De Gasperi, e ogni volta m’invitava a pranzo. Un giorno andò a comperare le cozze e un grosso sarago, che cucinò con gioia e maestria. Lo invitai a cena a casa mia, con la moglie e il figlio Alberto e gli scrissi una filastrocca scherzosa, sulla sua abilità culinaria e lui sorrise.
Ogni anno andava, forse ci va ancora, in Sicilia da un amico in occasioni speciali come la vendemmia, per dare una mano “gratis et amore Dei”. Per le persone care è disposto a qualunque gesto, anche quello di sostituire una tapparella. Uomo di compagnia, è felice quando sta con gli altri, quando un commensale alza il calice e fa un brindisi inneggiando alla comitiva e alla vita. Avevo cercato un tipografo con la cassettiera e lo avevo trovato. Ma avevo trovato anche un amico leale. Ogni tanto ricordava i tempi dei suoi maestri, i primi di Milano. E Maestri si chiamava uno di questi. Io evocavo l’atmosfera della tipografia del “Giorno” e mi balzava in mente il linotipista Bardaro, che nelle pause per la mensa leggeva Diabolik e poi lo passava a chi glielo chiedeva.
la Tipografia Leggieri a Taranto
Un pomeriggio ho detto a Giuseppe che quando avevo 13 anni, a Taranto avevo frequentato la tipografia di Vincenzo Leggeri (proveniente da Altamura, la città di Tommaso Fiore): stava di fronte alla piazza coperta, in via Anfiteatro, alle spalle di via D’Aquino, dove, come diceva il poeta Alfredo Luicifero Petrosillo, si faceva la ronda da piazza Maria Immacolata a piazza Garibaldi. E lui: “Con il piombo ho stampato tutta una vita”. Anche Peppino forse aveva un po’ di nostalgia per quell’epoca. Ricordo quando, seduti accanto alla tagliatrice con il figlio Alberto, discutevamo dei navigli tanto cari all’architetto scrittore Empio Malara e lui, avendo in mano un volume da tre chili della Celip del barese Nicola Partipilo, sfogliava e commentava.
E’ innamorato di Milano e si irrita se qualcuno afferma che non è una bella città. L’ho sentito al telefono giorni fa, il mio vecchio amico Caleri. Sempre gioviale. Mi ha invitato a una mangiata in tipografia, in quella cucina poco spaziosa, ma ricca di luce e di accoglienza. I fremiti della strada qui non arrivano; se sei nell’orto vedi passare il treno che parte dalla stazione di San Cristoforo, a Milano. Se ami i treni provi emozione, come ne prova lui. Il fischio della locomotiva stimola i ricordi. “Lavorai da Rosignani, poi questo complesso si trasferì a Pero e io fui assunto dal grande Maestri, famosissimo, dove facevamo lavori artistici, compresa “La Divina Commedia”, con illustrazioni di Dova, Migneco, Crippa, Guttuso… un impegno durato tre anni”.
Continua: “Quando ebbi l’incidente sulla strada verso la Svizzera e mi ingessarono i polsi, siccome eravamo alle prese con ’Il viaggio attorno all’Africa’, con un taglierino mi liberai gli arti, mi feci mandare il lavoro a casa e continuai tenendo appoggiate le pagine di piombo sulle reti del letto”. Poi con un collega della Maestri mise in piedi la tipografia tradizionale in uno scantinato di San Siro e poi nell’89 eccolo nel suo capannone di mille metri quadrati nel cuore di Corsico, quasi attaccato a Milano.
Il fu Palazzo del "Giorno" in via Fava
“A partire dagli anni Settanta il piombo è stato detronizzato fino a scomparire, sopraffatto dalle nuove tecnologie, basate sulla stampa a freddo e sull’uso del personal computer”. Con grande tristezza di chi entrando in tipografia si toglieva il cappello; e chi non lo faceva+ veniva redarguito dal proto. Ci tenevano anche gli operai.
Frammenti di vita esaltanti, che in Giuseppe Caleri emergono di tanto in tanto, soprattutto quando è stuzzicato. E ricorda i giorni della Bovisa, quartiere di Milano un tempo ricco di fabbriche e di tute, dove lavorò quando aveva 13 anni. “Dopo l’apprendistato fui assunto dalle Arti Grafiche Rosignani, dove feci lavori di alto prestigio; e quando il complesso si trasferì a Pero fui preso dal grande Maestri, la cui attività venne celebrata dal Comune di Milano in una mostra alla Terrazza Martini, in piazza Diaz”. Ha buona memoria, Peppino, limpida e scorrevole. “Dall’89 sono qui, dove mi hai rintracciato”.
Quanto tempo è passato, Peppino, dall’ultima volta che ci siamo visti in via De Gasperi e anche dall’ultima telefonata! Forse sette anni. Fortunatamente ti ho fatto squillare il telefono qualche giorno fa e mi hai risposto con la voce scoppiettante di sempre. Vecchio tipografo con la cassettiera. Lo so che ogni tanto riapri i cassetti, prendi in mano qualche lettera, componi il nome e il cognome di un amico, come hai fatto con me, e pensi al tempo che passa inesorabilmente. Scherzando gli dico che pare un sosia di Errol Flynn, l’attore cinematografico irlandese elegante, prestante, alto, baffetti delicati, come i suoi, e mi risponde che non ha mai usato né la cappa né la spada. 

mercoledì 19 febbraio 2025

Nella “bottega” di Nicola Giudetti, a Taranto

IN VIA DANTE, NELLA CITTA’  VECCHIA UNA RACCOLTA DI  OGGETTI ANTICHI

 



Giudetti finto conzagràste
Pittore, poeta, cultore delle tradizioni,una memoria inossidabile, insegna a grandi e a “peccerìedde” come era la loro “culla” tanti anni or sono. Si esibì all’Auchan nei panni di un “conzagràste”: riparatore di vasi in  terracotta.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
 
 

 

Giudetti nella sua bottega
“Nà, hònn’abbevesciùte le conzagràste!”, disse un uomo al figlio e alla moglie entrando all’Auscian, a Taranto, e vedendo un signore anziano che con il trapano a mano stava facendo buchi a “’nu lìmme”, recipiente di terracotta, per ripararlo. “Jè ‘na ‘ndìcchie a l’andìche peccè mò stònne còlle putènde e le capàse no’nge l’accònzene cchiù accussì” . “No, po’ èssere ‘nu puverìedde ca cu le tìembe d’òsce hà’ rumàste ‘ndèrre cu le ròte e addà purtà ‘u pàn’a ccàse, ‘mbruvvesànne quìdde mestìere?”. Ma no, era Nicola Giudetti, custode delle tradizioni tarantine e mèmore dei vecchi mestieri, che stava svolgendo una dimostrazione di come un tempo si rimettevano assieme i pezzi rotti di un oggetto d’argilla: vasi, “capasùne” e altro. Il riparatore di vasi girava nei vicoli della città vecchia e della nuova urlando “Capàse, vuccàle, piàtte! Hà’ arrevàte ‘u conzagràste!”. E le donne correvano in strada per affidargli ciò che aveva bisogno di essere rappezzato.
Quella voce è scomparsa da tanto tempo dalle vie della città, e sono scomparse le voci “d’u cadaràre”, “d’u ‘mbagghiasègge”, “de l’ammulatòre”, “d’u ‘mbrellàre”, sparpagliati quel giorno all’Auchan nei panni di… figuranti.
Antonio De Florio, anch’egli appassionato delle sopravvivenze del passato, cultore del dialetto ed esploratore delle bellezze di Taranto, mi ha raccontato della trovata di Nicola Giudetti, poeta in vernacolo, pittore, raccoglitore di cose antiche, che costituiscono una sorta di museo nella sua bottega in via Duomo, una delle più famose “de Tàrde vècchie”, “ca tène sècule de stòrie”, come ricordava in un suo empito poetico anche Alfredo Nunziato Majorano.
Antonio De Florio

Io, che ho molti anni sulle spalle, ricordo anche l’acchiappacani, il pianino con il pappagallo che con il becco sceglieva l’oroscopo (ogni foglio un colore diverso) e lo consegnava all’interessato. “Era gente che veniva da fuori, dai paesi vicini”, m’informa Giudetti, che può tenerti ore a raccontare la storia e le storie di Taranto, compresi nomi, cognomi, soprannomi, parentele di chi abitava vicino a lui e oltre. Una memoria inossidabile. Qualunque notizia si cerchi e non si trovi da nessuna parte, si entra da Giudetti e lui illustra, spiega, racconta come un nonno ai nipoti “azzettàte ‘ngàt’a vrascère” con la pedana, “mèndre sòtt’a cènere s’arròstene le cìcere”.
Anni fa, passai qualche ora con Nicola, nel suo “sacrario”. Lui mi parlava a tappe, “a spìzzech’e muèzzeche, e io ascoltavo, nutrendomi di novità. Si presentavano gruppi di turisti e raccoglievano volentieri l’invito ad entrare, chiedendo nomi e funzioni dei vari pezzi, facendosi capire soprattutto con i gesti. Per Nicola era un’ottima occasione per far conoscere brani di Taranto attraverso bilance, catene, ”camàstre”, a cui si appendevano i paioli nella gola del camino, lo strumento utilizzato per potare le piante...
La Taranto vecchia di Giudetti

Neppure oggi, che ha superato gli ottanta, quella sua voglia e quella sua passione viene meno. E’ un uomo entusiasta, ricco di idee, di iniziative, di amore per la sua città, di desiderio di farla conoscere a grandi e piccoli, a stranieri; di ricordarla agli spatriati. Le sue parole rinverdiscono la vita di una volta a “Tàrde vècchie”, che nonostante le pareti screpolate come le labbra “de le pisciauèle” e “de le cozzarùle” (detto con il massimo rispetto), rimane un tesoro, tanto da essere decantata dai poeti più consacrati. Anche Nicola compone versi e quando li declama, per la sonorità del dialetto, la forza della recitazione, il sentimento con cui accompagna ogni vocabolo, tocca il cuore. Come nella poesia per la moglie Maria, il giorno del suo compleanno.Lo vedo e lo ascolto nei video che realizza quel mago di Antonio De Florio, che sa scegliere l’ambientazione giusta, le musiche più toccanti e i paesaggi più suggestivi. Ascolto e guardo con attenzione ed emozione, godendo quei suoni, quelle cadenze, quelle pause degni delle ribalte più celebri. Chissà che cosa darei per poterlo ascoltare più spesso. Queste ventate che arrivano dalla città vecchia mi portano la musica del Mar Piccolo che bacia la battigia e si ritira, per ripetersi subito dopo. Non l’ho mai visto rabbuiato, “’u Peccerìedde”, il Mare Piccolo, e avrei voluto vederlo quando fa i capricci, quando rumoreggia, facendo ballare pericolosamente le barche. Ricordo sempre il capolavoro di Alfredo Lucifero Petrosillo, “’U travàgghie d’u màre”, e mi si velano gli occhi, anche perché don Alfredo l’ho conosciuto e intervistato, quando non avevo neppure vent’anni.
Nicola Giudetti fra i suoi quiadri

Un paio di volte sono stato in quel luogo tranquillo e silenzioso, pieno di ricordi di Giudetti. Ho in mente la sagoma del ciabattino “c’u sunàle” (il grembiule) con il suo “bangarìedde cu semenzèlle, ‘sugghie, ‘tenàgghie” e “’matìedde” ca bàtte sus’u tàcche”. Quanto c’è da imparare in questo locale pieno di ricordi. “Fino a quando ci sarà un solo bambino a cui insegnare la città vecchia e farla amare; fino a quando verrà qui un solo turista da stupire io ci sarò a trasmettere antiche memorie”, a narrare Taranto con passione a chi vorrà scoprirla. Così disse al bravissimo giornalista Angelo Diofano, Giudetti. E quei bambini, quei turisti ci saranno sempre: Taranto è una calamita, è celebre in tutto il mondo, con i suoi tramonti deliziosi; i suoi giardini impreziositi “da còzze gnòre”; il Galeso che scorre sempre placido e tacito; il ponte girevole che scioglie il suo abbraccio per consentire il passaggio delle navi; le lampare che luccicano di notte per adescare i pesci; il faro che spia le onde; il Castello che nelle sue sale accoglie i palpiti degli artisti... A scuola i ragazzi studiano il Galeso e imparano che Orazio avrebbe voluto la sua tomba su quelle sponde. Spesso mi vengono in mente quei versi: “... le dolci acque del Galeso caro alle pecore avvolte nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì furono di Falanto lo Spartano…”.
Giudetti con le "parecèdde"
Anche Nicola Giudetti canta questa città; la vede sempre più affascinante, sempre più animata, sempre più attraente, sempre più bella. Ho sentito parlare di lui anche a Milano: un tarantino immigrato da anni, casa sul Naviglio Grande - a due passi da vicolo dei Lavandai, che il poeta Beonio Brocchieri definì “chiesa di pittori, con il ricciolo d’acqua che sfugge al canale per andare chissà dove, con i cortili intrecciati, il ricordo delle donne inginocchiate sul “brellin” a lavare i panni - raccontava a un gruppo di meneghini il suo soggiorno nella patria di Cesare Giulio Viola, Domenico Porzio, Raffaele Carrieri… e quindi di Nicola, che lo aveva ricevuto nella sua bottega di via Duomo. Anche questo tarantino ormai meneghino era amareggiato per aver preso, una sera, il treno della speranza, al tempo in cui la gente s’infilava nello scompartimento dal finestrino, perché la piattaforma era una scatola di sardine. Su quel convoglio sono salito tante volte anch’io, riparato nel gabinetto di decenza, seduto su una delle tante valigie lì accatastate. Notti insonni tra mille voci con orditi di esperienze, fatiche, delusioni, fallimenti, chiusure di porte... In quelle ore conoscevo molto della vita di chi mi stava di fronte. Ma questa è un’altra storia.
Se dunque chiedi a qualcuno se conosce Giudetti può capitare di sentirti rispondere di sì con un accento di soddisfazione.
Giudetti in un incontro a Martina

“Sì, lo conosco, Giudetti”, mi rispose a Martina la compianta Mara Sarotto, signora dolce e discreta. Era nata in via Cava e di Nicola aveva sentito parlare un’infinità di volte. Poi lo incontrò. Che se ne parli anche a Milano non è cosa strana. E non sono una novità neppure i turisti che si portano a casa quel nome, il ricordo dei momenti trascorsi nella bottega di via Duomo e i racconti diluiti da quel giovane vecchietto vivace e generoso, spiritoso e simpatico, schietto, dalla voce sottile, dagli occhi piccoli e vibranti.
Quando entrai per la prima volta in quel sacrario anch’io imparai molte cose: il bisso per esempio, di cui le nostre donne un tempo erano maestre; “le parecèdde”, che vivono con la punta saldamente conficcata nella sabbia. In quelle valve il pittore Raffaele D’Addario, che non dimenticherò mai vita natural durante, creava i suoi paesaggi e il suoi fiori.


mercoledì 12 febbraio 2025

Autorevole e intransigente

EDOARDO RASPELLI “DETECTIVE” IN CUCINA

 

 

Edoardo Raspelli

Cominciò lavorando come giornalista professionista al “Corriere d’Informazione”, rivelandosi cronista di razza in occasione del feroce delitto della giovane Simonetta Ferrero all’Università Cattolica, nel luglio ‘71.

 

 

 










FRANCO PRESICCI



Conosco Edoardo Raspelli da una cinquantina d’anni. Da quando faceva il giornalista al “Corriere d’Informazione”, il quotidiano del pomeriggio del “Corsera”, entrambi in via Solferino.
Edoardo Raspelli intervistato

Era un giovane sveglio, schietto, preparato. Era ancora iscritto all’Università Statale di Milano, in via Festa del Perdono, di fronte alla Libreria di Aldo Cortina, che era stato come pittore allievo di De Pisis e aveva lo studio in vicolo dei Lavandai, dove riceveva personaggi di rilievo, tra cui Bettino Craxi. Seguivo il lavoro di Raspelli sujl giornale che fu diretto da Gaetano Afeltra, poi da Cesare Lanza, che proveniva dal “Secolo XIX” di Genova… dove già manifestava il suo talento, come mi disse una sera in un ristorante genovese Adriano Bet, capo ufficio stampa della Società di navigazione “Italia”, a cui appartenevano le regine del mare “Raffaello” e “Michelangelo”.
Di talento, eccome, ne aveva anche Edoardo, che, esortato dallo stesso Lanza, che poi passò al “Giorno” di via Fava, cominciò ad esplorare i ristoranti. Entrava, si sedeva a tavola, ordinava e poi pagava; e al momento di scrivere il pezzo se aveva osservato mancanze giù con la clava. Spesso finiva nelle carte bollate, ma lui non cambiava strada. Chiesi a Luigi Veronelli, anch’egli giornalista, critico gastronomico, filosofo, conduttore televisivo, un’autorità nel settore e firma nobile del quotidiano “Il Giorno”.
Raspelli a tavola
“Raspelli? Ha il grande merito di aver creato la critica gastronomica, elevandola allo stesso piano di quelle letteraria, d’arte e cinematografica,. E’ bravissimo”. Il poeta della scrittura – tale consideravo Veronelli - m’invitò a Bergamo Alta, dove abitava, a sorseggiare un bicchiere di nettare della sua cantina, e aggiunse altre lodi su questo severo investigatore culinario: Raspelli appunto.
Quando poi con Filippo Alto aprii il cantiere del Premio Milano di Giornalismo al ristorante “La Porta Rossa” di Chechele e Nennella, in via Vittor Pisani, un tiro di fionda dalla stazione Centrale, come primo membro della giuria emerse Raspelli. Poi il poeta Alberico Sala, del “Corsera”; il critico d’arte Raffaele De Grada, il pittore Giuseppe Migneco, il direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno” Giuseppe Giacovazzo, Baldassare Molossi, ammiraglio de “La Gazzetta di Parma”… Nelle discussioni, che duravano fino alle due del mattino, i giudizi di Edoardo erano sempre misurati, succinti e razionali. Poi lo scoprii su Canale 5, dove conduceva una trasmissione interessantissima che si snodava da una cascina all’altra; da un agricoltore ad un altro, illustrando cibi, specialità prodotte nei fulcri del lavoro contadino, usi e costumi locali: insomma la vita tra le architetture rurali di ogni parte del Paese. Vedendolo, il telespettatore entrava subito negli ambienti, coglieva l’atmosfera, immaginava la fatica del lavoro in campagna, veniva a conoscere i ruoli dei vari lavoranti, dal cavallante all’addetto all’irrigazione.
Raspelli a casa


Chi accendeva la televisione mentre andava in onda Raspelli cambiava canale, se voleva, solo alla fine. Edoardo ha un linguaggio semplice, che arriva subito al cuore. Non parla soltanto di aiò che riguarda la tavola, i piatti, il vino. Veronelli disse che “il vino non è certo più necessario nella vita della musica e della poesia”. Sì, e c’è chi ha declamato versi gustando un vino genuino e chi ne ha scritti ispirato dall’aria che respirava. O no? Edoardo può confermare o smentire. Chiaro e sintetico come al solito.
Anche quando si racconta, iniziando dal giorno in cui superò la porta del giornale di via Solferino: una porta che suscita ansia anche nei più spigliati. “Erano le 7 del mattino di lunedì 26 luglio 1971, giusto 50 anni fa. Vestito completo, giacca e cravatta, varcavo quella soglia storica, stretta porta a vetri che immetteva al ‘Corriere della Sera’ ed al ‘Corriere d’Informazione’… come dipendente. Era il mio primo giorno di lavoro come ‘praticante giornalista’. In tasca la lettera di assunzione del direttore...Giovanni Spadolini… Al secondo piano, nello studiolo che si affacciava sullo stanzone della cronaca, mi aspettava il capocronista Giovanni Raimondi…”, anche lui arruolato poi al “Giorno” nelle truppe di don Gaetano Afeltra.
Edoardo capì subito com’è movimentata la vita di un cronista divoratore di polvere. Sull’auto del giornale il radiotelefono gracidò: “Corri all’Università Cattolica in largo Gemelli”.
Raspelli a destra

L’autista mise le ali alla macchina ed ecco Raspelli sul teatro di un terribile delitto. Uccisa con 33 coltellate Simonetta Ferrero, laureata da poco. “A quell’epoca i cronisti di nera dovevano essere orfani, scapoli e… ”figli di buona donna (in verità non solo a quell’epoca, perché se il cronista non ha quelle doti è meglio che cambi mestiere: n. d. a.)”. E il suo fotografo, Peppino Colombo, scalò una cancellata e riuscì a fare scatti sul lago di sangue. Enzo Caracciolo, andato in pensione da questore, aveva ancora lo scrupolo di non essere riuscito ad acchiappare l’autore di quella brutalità. Edoardo Raspelli, stendendo l’articolo su quel fattaccio ebbe il suo battesimo del fuoco nel tempio del giornalismo, i cui celebranti erano personaggi come Giovanni Mosca, Egisto Corradi, Dino Buzzati, Ferruccio De Bortoli, Gian Antonio Stella, Ferruccio Lanfranchi…
Erano gli anni di piombo, in cui il sangue si spandeva nelle strade, nei luoghi di cultura, sotto i ponti. E proprio sotto un ponte vennero fulminati da un gruppo di terroristi i tre poliziotti del commissariato Ticinese: Cestari, Tatulli, Santoro. Ricordo gli occhi rossi del capo della Mobile di allora (8 gennaio ‘80) Antonio Pagnozzi.
Raspelli era nato cronista. E lo confermò proprio andando per ristoranti su iniziale ispirazione, ripeto, di Cesare Lanza. Proseguì alla “Stampa”, intensificando la critica alla ristorazione che non guardava in faccia a nessuno e unico al mondo quella agli alberghi.
Raspelli osserva un panettone

Cominciarono le persecuzioni: telefonate velenose, corone da morto sotto casa, rischio di finire nelle mire della malavita, perché il “Faccino nero” con cui marchiava le cucine discutibili aveva colpito quella di un pezzo grosso della mala. Quando chiuse “Il Corriere d’Informazione”, il direttore de “La Notte”, altro quotidiano del pomeriggio, Livio Caputo, gli offrì spazio sulle sue pagine; poi Raspelli lasciò piazza Cavour per la “Domenica del Corriere” pilotata da Pierluigi Magnaschi, già vicedirettore de “Il Giorno” di Guglielmo Zucconi… Grande Raspelli, giramondo della penna. Approda alla radio da Pier Quinto Cariaggi, agente di Frank Sinatra e marito di Lara Saint Paul; quindi a Rai 2 da Giovanni Minoli a “Che fai, mangi?” con Anna Bartolini e Carla Urban, poi con Enza Sampò: “Piacere Rai 1 con Toto Cotugno e Simona Marchini; a Melaverde su Rete 4 e Canale 5, “L’Italia che mi piace in viaggio con Raspelli”… La lista è lunga: trasmissioni su trasmissioni, canali su canali, Raspelli diventa un personaggio notissimo, seguito, apprezzato, osannato.
Uomo tenace, intelligente, colto, dalla parola facile, intuitivo, un colpo grosso l’aveva realizzato nel ‘69 con un articolo su Corrado Alvaro per il Giornale Letterario del “mio padrino di battesimo, l’editore Mario Gastaldi”, una notizia sulla “Libertà” di Piacenza e finalmente l’ingresso in via Solferino. Il primo pezzo, “Un lettore ci scrive”, esce il 23 settembre del ‘69. Alle spalle, dunque, un rodaggio non indifferente. All’Università aveva frequentato la facoltà di lettere moderne, fatto 7 esami, con 110 e lode in Storia dell’Arte con Anna Maria Brizio e 110 in critica d’arte con Marco Rosci, entrambi luminari.
Il giorno dopo percorre via Solferino, entra al civico 28, sale le scale, entra in redazione, è nell’olimpo della carta stampata, dove con Giove siede anche Gino Palumbo, al quale nel ‘79 assegnammo il Premio Milano di Giornalismo.
Edoardo Raspelli tra i monti


E’ una gioia ricostruire la vita professionale di Edoardo Raspelli, ricca di iniziative, successi, consensi, riconoscimenti. Lo volevo anche come membro della giuria nel Premio successivo, “Le Porte di Milano”, accanto a Domenico Porzio e a Piero Colaprico, ma era così pieno di impegni che proprio un altro non riusciva a piazzarlo neppure con la forza., Quindi non fu tra noi quando assegnammo il premio al professor Alberto Dall’Ora (nel ‘65 aveva preso un volo per la Sicilia per assumere il patrocinio gratuito della ragazza rapita e violentata e tenacemente decisa ad opporsi al matrimonio riparatore) e l’anno successivo al professor Silvio Garattini.
Ho risentito Edoardo giorni fa, per chiedergli ricordi di Peppino Strippoli, il pugliese di Cerignola ritenuto barese, che aprì ristoranti a Milano, tra cui “Ndèrr’a la lanze” in via Festa del Perdono, dove si sedevano personalità illustri del giornalismo, della letteratura, dell’arte, dell’industria, del cinema, della politica. Ci andava anche lui, Edoardo, con la fidanzata poi diventata sua moglie.