Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 21 febbraio 2024

Riconoscimento per Martino Montanaro

 IL PREMIO ‘ASTERISCO’ COME ONORE AL MERITO




Martino Montanaro

Martino è il titolare del forno che porta il nome del Santo che tagliò il suo mantello in due per donarne un pezzo a un povero infreddolito trovato per strada















Franco Presicci




A volte, mettendo in tavola il pane, mi capita di pensare alla fatica dell’artigiano che già la notte ha le mani fra gli ingredienti per la lavorazione della farina; e anche alla sua storia, al sudore del contadino, al grano, al mulino, alla macina... alle rivolte che il prezzo di questo alimento ha provocato (come nelle pagine del Manzoni), penso alle sue origini antichissime; alle tante opere d’arte che ha ispirato, alla sua presenza nelle mense dei poveri.
Il pane

In ogni scenografia sacra uno spazio è riservato al fornaio e al forno, alla sua fiamma. Il pane è il simbolo della vita, è nutrimento indispensabile. “Questo è il pane che è disceso dal cielo…”, si dice nel Vangelo di Giovanni. “Questo è il mio corpo che è dato per voi”, in quello di Luca. Mosè, prima della fuga in Egitto, raccomandò al suo popolo di rifornirsi di pane non lievitato, che dura di più.
Al pane sono legate storia e leggenda. Per la prima, la sua nascita avvenne sul Nilo; per l’altra fu il risultato di un dispetto: una domestica rovesciò nel composto di acqua e farina ciò che rimaneva della fattura della birra, per vendetta contro la padrona. Tante le leggende e i modi di dire, i riti e le abitudini che hanno accompagnato la vicenda del pane. Il passare del tempo li ha fatti dimenticare. Non l’intelligenza e la capacità creativa del fornaio.
Per questo ho accolto con piacere la notizia del Premio “Asterisco” assegnato a Martina Franca a Martino Montanaro, che ha attraversato la storia della panificazione e svolge questo lavoro con tutto l’impegno e la passione possibile. Martino, nella città dei trulli e del Festival della Valle d’Itria, una delle più intramontabili meraviglie della natura, è il titolare del forno intestato al Santo che tagliò a metà il suo mantello per darne un pezzo ad un povero infreddolito. Un esercizio noto e molto frequentato, dove “porta avanti la grande tradizione dei prodotti da forno e confeziona ogni notte tante prelibatezze conosciute in tutto il mondo”, come dice la motivazione della giuria.
L'attestato del premio

Il riconoscimento gli è stato consegnato in municipio, fra gli applausi di un pubblico numeroso. Avrei voluto esserci, per la stima che ho di Martino e perché sono attratto dalle iniziative in onore del lavoro. Martino è una persona schietta, attiva nella categoria da moltissimi anni, con grande competenza e passione; e conosco il Forno san Martino fin da quando diffondeva i suoi odori in fondo alla discesa che costeggia lo stabile che lo ospita oggi: in via Mercadante, che inizia il suo percorso dalla rotonda di San Francesco per fermarsi in via Taranto, all’altezza del Bar Adua. Sono affezionato a questo forno, dove mio zio Dionigi acquistava il pane o lo faceva acquistare da qualche amico che andava in bicicletta o in vespa in città. E doveva essere a forma di trullo. Era ottimo, quel pane. Lo preferiva tutta la famiglia.
Avevo 12 anni, quando cominciai ad assaporarlo. A quell’età già ero innestato sul Chiancaro, nelle giornate d’estate e nella casa incappucciata dello zio canonico, che ci veniva ogni giorno, a piedi, con indosso la sua tonaca meno brillante e con l’aiuto del bastone. Anche lui amava il pane del forno San Martino. E siccome lo bombardavamo di domande, dopo che aveva assaporato i fichi “recotte” dell’albero ad ombrello che stava a due passi, poco oltre il muretto del piazzale, spesso ci dava lezioni di vita. Un mezzogiorno ci descrisse i forni antichi, fatti con pietre e altro materiale: e gli statuti comunali che imponevano “ai fornai e alle fornaie” le regole da osservare per fare dell’ottimo pane.
Martino Montanaro e Michele Marraffa

Il nostro era sulla destra del cancello di ingresso e la nonna v’infornava le pizze. Aveva le mani d’oro, la nonna, ed era molto affezionata a quel fratello, che diceva messa nella Basilica di San Martino e in alcune chiese di campagna, che sopravvivono in ottimo stato. Come la chiesa della Madonna della Consolata, sulla vecchia strada per Noci, curata a turno dalle donne della contrada, compresa Angela Argese, devota e generosa.
Tornando a Martino Montanaro, l’ho incontrato un paio d’anni fa nel suo luogo di lavoro, trovandolo indaffaratissimo. Ma, cortese, com’è, piuttosto che salutarmi sbrigativamente, affidò la distribuzione del pane ai vari negozi al cognato, comparso all’improvviso.
Francesco Lenoci

Chiamai Francesco Lenoci, docente all’Università Cattolica di Milano, scrittore e narratore girovago dei mille valori del nostro Paese. Veniva da Bari con l’amico Enzo Rocca, già vicedirettore generale di un istituto di credito ed eccellente fotografo. La visita fu esaltante anche per Francesco, che aveva tenuto tre conferenze sul pane: a Laterza, ad Altamura, a Matera.
Francesco parlò a lungo con Martino, sedotto dalla sua storia fatta di sacrifici, tenacia, bravura. Io ascoltavo, interessato agli sviluppi tecnici della lavorazione del pane. Mi colpiva la figura di questo lavoratore infaticabile che dialogava spedito, senza interrompere, facendo domande opportune e fornendo notizie utilissime che affascinavano Lenoci.
Poi lui mi parlò della sua famiglia, del padre; e io della mia, che a suo tempo era stata sfollata a Martina per paura delle bombe che martoriavano Taranto. Sentivamo i “tuoni” e piombavamo sul piazzale. Erano invece gli ordigni che cadevano a pioggia sulla Bimare, infiammando l’orizzonte. Martino forse non era ancora nato e di quei giorni sa ciò che ha letto e gli hanno raccontato i vecchi, custodi di una memoria difficile da demolire.
Il pane a trullo

Martino gradì la nostra visita e il giorno dopo mi fece avere in campagna un pane a trullo. Fatto soltanto per me, perché quella forma fa ormai parte come altre cose dei ricordi. Anche le sagome del pane hanno un’origine, una vita, una fine. Le idee germogliano e appassiscono, come i fiori. Alla vista del pane a trullo nella mia mente si è srotolata una pellicola: come seduto in poltrona, in prima fila, sfilarono Ciccillo, Marusaria, Giovanni, le nipoti Lina, Graziella, Maria, Pierino; e anche Martino, il papà di Francesco Lenoci: maestro di sartoria, artista dell’abito, conosciuto in anni meno lontani. I ricordi di Martina sono tanti, e tanti i personaggi incisi nel mio personale albo d’oro. Tanti anche gli incontri fugaci che hanno lasciato il segno, e i luoghi, le cose. Oggi vado per tratturi, mi fermo davanti a una chiesetta e penso a don Martino, ai Romanelli, che avevano i trulli sul lato destro di quelli di don Martino, al boschetto di fronte, al campo di miglio di quando ero giamburrasca… Ricordo l’uccellanda che il papà di Adriana e Antonietta aveva fatto costruire con rami, rametti e qualche piccolo tronco.
Il pane di Martino

Il pane? Sì, ho fatto una deviazione: la memoria è vasta e care le cose che ho da dire. Sono quasi ottant’anni che vado a Martina, dove mi sono avvicinato a persone buone e brave, che mi hanno tenuto a cena o a pranzo, parlandomi di odori e sapori, di bellezze nascoste, di itinerari suggestivi da scoprire, di passi da fare nel bosco delle Pianelle, di masserie da visitare... E del pane, che qui, sarà l’acqua, la legna, il clima, certo l’eccellenza delle mani e del cuore di chi impasta e inforna, ha un sapore diverso, più godibile, più allettante. E ogni singolo pezzo di quello del forno San Martino ha per me un gusto particolare. Non lo spezzo, come mi ha insegnato don Martino Calianno.
Martino, Presicci e Lenoci

E Francesco Lenoci, che in una delle sue conferenze elencò alcune norme a proposito del pane: non si prende mai con la mano sinistra, che è la mano del diavolo; se va a terra, lo si riprende baciandolo; a tavola non si mette mai a faccia in giù; non lo si usa per giocare… Per tagliarlo uso il coltello, non lo spezzo, per non spezzare i ricordi. Me ne ha rinverditi tanti, Martino Montanaro! Dimenticavo, Con lui ha ricevuto il premio “Asterisco” anche un altro Martino, Ruggieri, chef stellato con un ristorante a Parigi.



mercoledì 14 febbraio 2024

Una conversazione istruttiva

I RACCONTI DEL MARESCIALLO RAFFAELE TODISCO DETTO “DRAGO”





Raffaele Todisco

Una vita vissuta tra pedinamenti, indagini complicate, inseguimenti a 140 chilometri all’ora, intercettazioni telefoniche, arresti a volte in flagranza. Così è la vita di un uomo appartenente all’Arma dei carabinieri, nato a Napoli 65 anni fa.








Franco Presicci



“Un brigadiere dei carabinieri? Bah, che cultura può avere”. L’ho sentito dire tante volte.”Un tempo nell’Arma arrivavano dopo aver lasciato la terra”. Come se quello del contadino non fosse un lavoro nobile e chi cura le zolle non possa farsi un avvenire diverso, con meno incertezze economiche. Ho spesso replicato a queste persone ottuse, ribadendo la mia amicizia con il metronotte che presidiava il mio giornale, “Il Giorno”, bravissima persona che andando in pensione mi fece dono di un suo libro ciclostilato sulla propria esperienza di partigiano.
Maresciallo Todisco
Non ho mai dato molta importanza al percorso scolastico, avendo conosciuto persone senza titolo con un bagaglio culturale di tutto rispetto e qualche laureato all’oscuro della battaglia di Canne, (ah, quel 16 agosto 216 a C, che botta per l’esercito romano!) e di qualunque momento della navigazione dei nostri governi dai primi del ‘900 a oggi. Conversando sere fa proprio con un brigadiere dell’Arma, poi promosso maresciallo, ho avuto l’ennesima prova della validità della mia opinione. Il mio interlocutore: Raffaele Todisco, 65 anni, napoletano di Mergellina, nel quartiere Chiaia, dove sconfinano i sospiri di Piedigrotta (ricordo il Festival della canzone, al quale partecipò anche Giuseppe Marotta, partenopeo prestato a Milano, scrittore, critico cinematografico de “L’Europeo” e del “Corriere”: tra i suoi libri “Mal di Galleria”, “Le milanesi”, “L’oro di Napoli”, “Gli alunni del sole”…).
Di libri ne ha letti tanti, Todisco. Soprattutto di storia. E può spaziare da Lepanto a Porta Pia; da Scipione l’Africano a Cavour; dal valore della paura alle vicende della sua città, alle strategie del governo. L’ho ascoltato con piacere e interesse anche quando scivolava nel suo dialetto, che affascina con le sue armonie ed evoca Eduardo, Totò, Nino Taranto, Pasquariello, D’Annunzio, che scrisse il testo della canzone “’A vucchella”, seduto a un tavolo del “Gambrinus” della città del Vesuvio, uno dei locali storici più famosi d’Italia, come il Cambio di Torino, il “Boeucc” del capoluogo lombardo, in piazza Belgioioso, 600 anni di vita.
Todisco il primo a sinistra

Non ho chiesto a Raffaele il suo “iter” scolastico: seguivo i suoi ragionamenti, che spesso condividevo. E’ un uomo da ammirare: tutte le sue letture si sono inserite tra un pedinamento e un inseguimento; un’intercettazione telefonica e un appostamento; un’indagine complessa, lunga, estenuante e un “blitz”. Onore al merito. Quelle letture lo hanno arricchito anche spiritualmente. Todisco è un ottimo conversatore, che parla anche del sole e della luna, non soltanto della complicità dell’astro “notturno”, faro e complice delle serenate e dei palpiti degli innamorati.
Pronto per il blitz

Lo esorto a ripercorrere la sua vita nell’Arma. Si aspettava la domanda. Lo sa anche lui che un cronista non è tale se non ha quella curiosità che lo induce a ficcare il naso ovunque, e io ho colto l’occasione per rifarmi delle volte in cui trottando tra un posto di polizia e una caserma trovavo difficoltà a intervistare un uomo in divisa. Ma con Todisco, oggi in pensione, non mi sono imbattuto in un muro da bucare. “Fu mio padre, Luigi, ad iniettarmi la passione per l’Arma. Il 2 giugno mi portava alla sfilata delle Forze Armate; il 4 novembre alla visita alle caserme, soprattutto quella dei carabinieri, dove osservavo le uniformi e le piazze d’armi e cominciavo a sognare”. Si vedeva con il cappello con il pennacchio in sella a uno di quei cavalli possenti e solenni, eleganti, abili in ogni movimento, al passo, al galoppo, al trotto, saggiamente allenati e curati. A Milano li possiamo contemplare in Galleria e nelle strade quasi nell’atteggiamento di modelli a una sfilata di moda.

“A 18 anni entrai nell’Arma, alla Scuola Allievi di Roma, molto severa, risultando il tredicesimo su 1500 del corso”. Nel novembre del ‘77 arrivò a Milano, al Nucleo Tribunale della caserma di via Vincenzo Monti, che avrà come comandante il colonnello Antonio Sibillo, oggi generale. Nel ‘79 al Nucleo radiomobile come motociclista e poi come autista, dove rimase dieci anni. Da lì al Nucleo Operativo di via Moscova, squadra antirapine, contribuendo all’incremento del sovraffollamento del carcere di San Vittore.
Todisco in servizio a Milano
Esempi? “Acciuffammo tre rapinatori presso un ufficio postale, alle 13, quando davanti agli sportelli c’erano lunghe code. Dopo un’indagine durata molto tempo, mandammo al ‘gabbio’ (la cella nel gergo della malandra) una banda di ‘duristi’ che svuotavano i furgoni blindati in tutta Europa. In una rapina alle Poste c’era una donna, convivente di uno della consorteria criminale, in possesso delle chiavi dell’ingresso posteriore, quindi entrarono armi in pugno durante la pausa-pranzo, e, minacciando gli impiegati, arraffarono i soldi e via. Noi, subito avvertiti, ci eravamo appostati, per evitare una sparatoria tra la folla li seguimmo fino all’auto, una cilindrata molto potente, straniera, rubata, e li circondammo”. Paura? “Sì, altrimenti saremmo incoscienti. Si deve vincere, la paura. Tornando a quella rapina, un quarto elemento riuscì ad allontanarsi, ma lo catturammo una settimana dopo in Veneto”. I nodi vengono sempre al pettine.
Ed ecco l’assalto al furgone blindato della Mondialpol a Segrate, con cinque o sei rapinatori armati di “bazooka”, bottino un miliardo e mezzo. I carabinieri individuarono la banda, la intercettarono telefonicamente per mesi, seguendola fino ai confini con la Svizzera e la mise nel sacco in Francia con l’ausilio dei reparti speciali d’oltralpe. Successivamente toccò ad altri elementi, tra cui anche alcuni calabresi.

Todisco con i generali Capusso e Dalla Chiesa
Avanti, Raffaele, la narrazione entusiasma. “Ho fatto numerosi inseguimenti a 140 all’ora con moto o auto...”. Parla come se raccontasse delle storie a un nipote davanti al camino la sera di Natale. Storie avvincenti, che aprono il sipario sull’attività frenetica degli uomini dell’Arma, “fedeli nei secoli”. Storie di fuoco e di sangue alleggerite, mai narrate con toni enfatici, con vanto. Possono essere sciorinate anche in un salotto con signore impressionabili. Per carattere Raffaele Todisco rinverdisce i suoi ricordi con levità. E’ moderato anche quando dice di aver conosciuto il capitano Ultimo e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato dalla mafia a Palermo la sera del 3 settembre ‘82 mentre era in auto con la moglie Emanuela Setti Carraro. Per Raffaele e per i suoi colleghi il generale prefetto era un mito.

Todisco ha conosciuto anche i colonnelli Tommaso Vitaliano, Alfonso Martorana, Nobili, Vitale, Fenu, Sibillo, Massolo… tutti promossi generali. “Nell’81 feci parte della scorta al generale Capuzzo, che poi ci volle incontrare per complimentarsi”.
Todisco detto Gatto 9
Con Vitaliano, comandante del Nucleo Operativo di Milano (era anche un bravissimo pittore), catturò tra l’altro un latitante di grosso spessore criminale. Come motociclista era soprannominato “Gatto 9”, al Nucleo operativo “Drago”. Dalla centrale lo chiamavano: “Drago! Drago rispondi”. E Drago rispondeva pronto e chiaro: “Drago, presente, all’erta”. Dopo una decina di minuti da una rapina a un ufficio postale periferico, a un semaforo di via Lorenteggio s’imbatterono nei presunti autori del colpo. Quelli si accorsero dei segugi e partirono a razzo con il rosso. I carabinieri non si fecero prendere di sorpresa e la zona si trasformò in un autodromo. Risultato: i banditi, molto pericolosi, con pistole e fucili a canne mozze al seguito, finirono in manette. Operazioni da brivido, come tante iscritte negli annali di Milano.
Stuzzico ancora la memoria di Todisco e la trovo inossidabile. I ricordi fluiscono come nella mia città, la Bimare, l’acqua del fiume Galeso caro a Orazio, a Virgilio e a tanti altri poeti. Avanti ancora, Raffaele. “Anni di indagini per smascherare un clan di camorristi che rosicchiava il ventre di Milano; la cattura di un terrorista arabo “dormiente”; l’arresto in flagranza di un omicida…
Todisco si definisce animale da strada, e nel suo lavoro è stato determinato, duro, inflessibile, infaticabile, divoratore di carte d’archivio, di vecchi verbali per ricostruire un episodio irrisolto, frequentatore della biblioteca Sormani, di ogni luogo in cui poter reperire carte, documenti, chicche. Meritevole di encomi e promozioni per la sua solerzia, il suo attaccamento al lavoro, la sua arditezza.
Raffaele Todisco inginocchiato

Che ‘curriculum’, Raffaele!”.Vuoi dirmi, per concludere, che mestiere esercitava tuo padre? “Con mia madre Pasqualina era custode in uno stabile di prestigio ubicato in via Regina Elena, parallela di via Caracciolo, dove nel 1900 erano stati costruiti palazzi per le famiglie della nobiltà napoletana, un quartiere con attori famosi che frequentavano quei bar. Tra questi c’era l’attore Benedetto Casillo, che ha anche girato un film di successo, “Così parlò Bellavista”, regista Luciano De Crescenzo. Era del duo dei ‘Sadici piangenti’ e per breve tempo aveva fatto parte del gruppo ’I gatti del vicolo dei miracoli’. Qualche volta giocava a carte con mio padre”. Ormai ha sturato la bottiglia e i ricordi sono goccioline di “champagne”. Attira, coinvolge quando accenna alle sue origini, alla sua famiglia e alla sua Napoli e alla sua vita sociale: “Amo la compagnia, le serate al ristorante con gli amici, la buona cucina, la “cassoeula”, il mio dialetto e le sue sfumature. Amo dire “’e gguardie”, “’o pazze”, “’o guaglione”, “’a piccirelle”… “E tu? Dimmi almeno una parola del tuo vernacolo”. “’u travàgghie”: il lavoro; “’u carbenìere”. Così la conversazione con Raffaele Todisco, diluita nel mio studio, slitta nel dialetto, caro ad entrambi. Al termine, gli regalo un carabiniere in terracotta con il fischietto, proveniente dal negozio di Maria Matarrese, ad Alberobello: il mio modesto riconoscimento a una vita dedicata al pericolo.
Todisco il secondo da sinistra

mercoledì 7 febbraio 2024

Si è spento il giornalista Enzo Catania

 UN LEONE CHE RUGGIVA NON MOLLANDO LA PREDA




Enzo Catania
La notizia per lui era sacra e
sapeva cercarla e irrorarla,
accogliendola con onore e
gloria. Un grande cronista
che conquistò la poltrona
di direttore.













Franco Presicci



E se n’è andato anche Enzo Catania: prima cronista, poi capocronista, poi inviato speciale ed editorialista e poi direttore del quotidiano “Il Giorno”. Giornalista di grande bravura, di un’attività straordinaria. Per molti un mito. Oltre a stimarlo gli volevamo bene. La passione, enorme, per il mestiere lo portava a volte ad essere irrequieto, ad alzare la voce e a grugnire, ma subito si sbolliva e sorrideva. Era un personaggio. Fiutava la notizia in un baleno, e le faceva di tutte per catturarla, facendole largo nella pagina già pronta per la rotativa. La notizia per lui era sacra e la celebrava solennemente. Appena seppe dal valentissimo Nino Gorio che un quadro scomparso a Milano era riapparso in Francia, chiamò la segreteria e le fece prenotare subito un volo per Parigi. E quell’anno Nino Gorio vinse il Premio Cronista dell’anno di Senigaglia, dove lui andò per partecipare alla cerimonia di consegna.
Tutta cronaca del Giorno

La cronaca era nel suo cuore: Ovunque si trovasse lodava le imprese di Lotito, Guaiti, Basso, De Barberis, Rizza, Gadda… All’arrivo di uno “scoop,” gioiva, si scatenava. Scendeva giù dal quarto al secondo piano e prima di bussare alla porta del direttore, Afeltra o Zucconi o Rizzi, annunciava urlando il nome dell’autore. Urlava spesso, quando era contento e quando era arrabbiato. Era travolgente. Litigava con un cronista e dopo cinque minuti gli batteva una mano sulla spalla, invitandolo al bar dell’angolo. Una notte se la prese con me e dopo la sfuriata mi chiese di andare a prendere uno zibibbo insieme come vecchi amici.
Era un vulcano: non camminava, correva; non parlava, gridava. Ma era generoso, disponibile. Se un cronista non si risparmiava, passando decine di ore al giornale, di giorno e di notte, oltre che nelle feste comandate, lo poneva su un piedistallo. “E’ sempre sulla notizia, passa più tempo sul campo che a casa: non so come la moglie stia ancora con lui”, diceva di un mastino. Era entusiasta del suo lavoro. Il pomeriggio del mercoledì, verso le 4, chiamava l’autista e si faceva portare a Legnano, ad Antennatre Lombardia (noi per quella tv confezionavamo il telegiornale), dove conduceva una trasmissione: “Parliamone adesso”. Al termine volava al giornale, facendo dell’autista un pilota d’aereo. Era un fulmine. Se andava a cenare a casa, a mezzanotte era nuovamente alla sua scrivania.
Catania al centro tra questori e prefetti

Quando seppi dall’Interpol che la giovane americana accusata dell’omicidio del figlio del re delle scuderie era stata arrestata a Zurigo, non mi fece finire di parlare: chiamò la segreteria di redazione e fece prenotare un posto in aereo. Ero seduto accanto a un amico titolare dell’indagine, che inaugurò felicemente il mio taccuino; e mezz’ora dopo l’atterraggio ero già davanti all’”Emme dieci”, il computer che usavamo allora quando eravamo fuori. Feci il viaggio di ritorno in treno, nel vagone riservato ai poliziotti e alla ragazza estradata e lui già mi aveva detto di scrivere cento righe su quel viaggio.
Era una grande soddisfazione lavorare con lui: “Etna”, nomignolo ispirato dal suo carattere. Un giorno a tavola, scherzando, gli rivelai che ero stato io ad appiccicargli quell’etichetta e lui non commentò, continuando ad infilzare gli spaghetti al sugo. Era un bersagliere, e mi pare che il servizio militare lo avesse fatto proprio in quel corpo. Forse per questo aveva il passo svelto.
Gli volevo bene come a un fratello. Una domenica piombò verso la mia scrivania: “Ho saputo da un amico del Quirinale che Pertini è a Milano. Voglio un grosso pezzo!”. “Enzo, siamo a Milano ed è quasi mezzogiorno”. “Ti spaventi?”. “Be’, sì, ad essere sincero”.
Il Palazzo del Giorno in via Fava

L’incarico mi solleticava. Chiamai l’autista e il fotografo e via. E siccome c’è un santo in Paradiso che protegge i giornalisti o, se preferite, la fortuna, arrivati da via Fava (dove era allora la nostra sede) a piazza della Scala, intercettai il sindaco Carlo Tognoli che andava verso Palazzo Marino. “Carlo, ti supplico, so che sei stato con Pertini, dammi qualche prelibatezza”. Avevo bluffato, ma quella pasta d’uomo mi fornì il mangime che desideravo, compreso il nome del ristorante, in cui il Presidente era andato a pranzare. ”Aspettalo all’uscita: non gradisce essere intervistato quando mangia”. Rientrai al giornale e i baffi e la barba di Catania ebbero un fremito e la sua voce la sentirono fino al settimo piano.
Mi voleva bene anche lui. Una volta sola mi investì con la sua furia. Fu in occasione di un assassinio a Figino. Un collega aveva ostacolato il canale che portava le notizie in tempo reale, e io seppi due ore dopo del fatto di sangue. Mi precipitai, feci la mia mietitura; poi sotto una pioggia torrenziale, un amico poliziotto mi guidò all’abitazione del presunto assassino, una roulotte in aperta campagna, e andammo a curiosare affondando i piedi nel fango. Catania mi aveva chiamato più volte sull’auto perché doveva fare il titolo ed erano già le ventitrè. Tornato nell’abitacolo urlò al telefono senza darmi il tempo di spiegare. Abbaiai come Zanna Bianca. Ma in redazione lo trovai placato e sorridente come un frate cappuccino.
Era nato a San Teodoro, nel parco dei Nebrodi, in provincia di Messina. All’età di 21 era approdato a Milano dopo essere stato caporedattore alla redazione romana di “Tempo IIlustrato”, un prestigioso settimanale, che allora aveva come direttore Nicola Cattedra. Catania si distinse soprattutto per le sue coraggiose inchieste sulla mafia. Al “Giorno”, dove aveva cominciato da cronista, scrisse tanto di Cosa nostra, da far dire a Enzo Biagi che Enzo Catania era un mafiologo di lungo corso. Ha scritto, oltre a una “Storia della mafia”, tanti libri su Craxi, sull’Inter. Ricordo “Sono innocente” con Guglielmo Zucconi, presentato a Mediaset presente il mitico professor Domenico Pisapia; e i suoi gialli.
Era assiduo alle feste a casa mia, a carnevale e alla cena con Ottavia Piccolo, che stava per interpretare in televisione uno sceneggiato sul Naviglio Grande, e mentre gustavamo le orecchiette fatte da mia moglie Irene, mi incaricò di scrivere una pagina sull’evento.
Catania, Ottavia Piccolo e Lotito

Mi fece incontrare Ettore Andenna, conduttore di programmi ad Antennatrè, Walter Chiari, dopo una sua disavventura, il cibernetico Silvio Ceccato e altre personalità. incoraggiò la mia idea di trascorrere una notte all’Albergo popolare; e l’altra su un’ambulanza; e le titolò personalmente: “La stazione dei disperati”; ”Le notti in bianco del cronista”. E gli interventi di Piero Lotito, tra i quali la rapina con sequestro di persona al Banco di Roma durata un pomeriggio e metà del giorno successivo, con le famiglie degli ostaggi che trepidavano in un locale al pianoterra dello stesso edificio? Quella volta si presentò in piazza degli Affari, teatro di quell’impresa criminale, e si fermò a conversare a lungo con Arnaldo Giuliani, prossimo a diventare capocronista de “Il Corriere della sera”, tenendo l’orecchio teso a un’eventuale voce del vento. Fu spinto dall’amore del mestiere, che non si è mai spenta.
Catania e Serra

Lo si capiva anche da come si esaltava quando in redazione piombava la notizia di un fatto clamoroso, come quando dalle parti di Vialba si rovesciò un camion con elementi chimici velenosi o quell’altra volta del furioso incendio che mise in pericolo un intero quartiere, che fu sul punto di essere evacuato. Mandò sul posto mezza cronaca, Basso, Lotito… e anche Andrea Marini, che si occupava di sindacato. All’avvenimento dedicò una pagina intera.
Grandissimo Enzo. Sempre elegante, sapeva essere anche spiritoso. Ho davanti agli occhi una foto in cui è ritratto a dorso di mulo sull’Aspromonte, forse alla ricerca di un latitante da intervistare, non pensando che poteva essere preso a fucilate. Quella immagine è forse di Uliano Lukas, un bravissimo fotografo amico suo.
Tra i suoi libri c’è anche la storia dell’Inter, la squadra che lo aveva come difensore e attaccante nei dibattiti a Telelombardia (viva la metafora), dove incantava i fans. Quando, colpito dall’ictus, fu costretto a ritirarsi, Telelombardia gli chiese di tornare… in campo, disposta anche a mandargli la telecamera e gli operatori a casa, ma lui si rifiutò. Il leone Enzo Catania non ruggiva più.
Palazzo dell'Informazione in piazza Cavour

Ho ripreso in mano un suo giallo. Prima di aprirlo, hanno cominciato a fluire tanti ricordi di questo grande cronista devoto della notizia, celebrante della notizia, corridore mai stanco, bersagliere e maratoneta. Il motore della cronaca con lui si oleava continuamente; Enzo faceva in modo che i cronisti lavorassero divertendosi.
Quanti ricordi custodisco nel mio cassetto. Quella sera a mezzanotte, quando entrai con il fotografo Lorenzo Pizzamiglio al Policlinico, per assistere a due espianti e a un trapianto di rene, non la dimenticherò mai. L’anestesista mi domandò: “Lei è sicuro di resistere agli interventi?”. “Penso di sì”. Ciononostante ci pensarono un po’ prima di mettermi sotto i piedi uno sgabello perché vedessi meglio il lavoro dei chirurghi. Anche quella volta lui credette in me. Non potevo deluderlo neppure in quel caso. Come lui non ha mai deluso gli altri cani da tartufo.

martedì 30 gennaio 2024

Michele Annese è volato in cielo


IL MESSAGGERO DI CULTURA DI CRISPIANO HA SMESSO DI LAVORARE PER LA SUA CITTA'

 



Michele Annese
Colpito da una malattia gravissima, ha trascorso lunghi giorni di sofferenza. Alle telefonate rispondeva che stava bene, nella speranza di farcela contro la falce maledetta

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Non potrò più chiamare al telefono Michele Annese, come facevo per annunciargli l’argomento dell’articolo che mi accingevo a scrivere. Non posso più dirgli “sto per arrivare a Martina, aspettami a Crispiano”; e lui non potrà più sottoporsi alle mie tiritere sul lavoro di notte al giornale o sulle arditezze con l’aerostato, anche se era anche lui giornalista, corrispondente de “La Gazzetta del Mezzogiorno” e scrittore e appassionato delle masserie della sua terra e anima dell’Università del Tempo libero e del sapere, da lui fondata dopo essere uscito dalla Biblioteca e lasciato, per andare in pensione, la Comunità montana, di cui era Segretario Generale. Michele, fondatore e direttore di “Minerva news”, organizzatore di mille iniziative per la valorizzazione del territorio, sostenitore di tante altre che non lo avevano come autore, è stato chiamato per espletare altri compiti in un mondo di cui non si conosce niente. Lì, in alto, oltre la rotta di navigazione delle nuvole, laddove non partono messaggi, non si danno permessi per tornare sulla terra neppure momentaneamente, le porte sono sbarrate.
Silvia ha trovato la forza per telefonarmi e darmi la terribile notizia. E’ stata qualche secondo in silenzio, ma lo stesso squillo mi aveva gettato nell’angoscia, anche se da tempo ero in trepidazione. E si è aperto il canale che non so da dove porta le lacrime agli occhi. Ne ho versate tante. Ne sto versando mentre scrivo. Come dimenticare Michele? Come non volergli bene?
Silvia e Michele
La nostra amicizia nacque il giorno dei funerali a Noci di un altro grande amico, il questore Vito Plantone. Era il ‘92. “Vienimi a trovare a Crispano”, mi disse. “Voglio mostrarti la Biblioteca e farti conoscere le persone che lavorano con me”. Ci andai dopo un paio di mesi. E rimasi ammirato del lavoro che aveva fatto per renderla così ricca di volumi interessanti, così frequentata anche dagli adulti, anche da lavoratori. Della “C. Natale” aveva fatto una fucina, con corsi di ogni tipo. Vi invitava anche autori famosi, come Alberto Bevilacqua, e li faceva parlare davanti a centinaia di crispianesi, e non solo. Mi telefonava a Martina Franca: “Stasera che fai?”. “Mi gratto la testa”. “Te la gratti domani, stasera vieni da noi: abbiamo una sorpresa”. “Dimmela subito, se no mi viene l’ansia”. “Beh, c’è la sagra del peperoncino piccante, so che t’interessa”. “E come no. A stasera”. E insieme visitavamo gli “stand”, dialogavamo con il cestaio Antimo di Oria, che esponeva le sue opere, con Vito Santoro, grande fisarmonicista amico di entrambi e suo ammiratore, passeggiavamo, facevamo la mietitura di notizie, come i cibi sui quali i “fans” della spezie spargevano l’Habanero o chi lo aveva sostituiito nel… Guiness dei primati, applaudivamo Rocco Di Chiesa, medico erborista con negozio a Martina e presentatore per hobby… Tutti salutavano Michele: chi aveva un progetto da esporre, chi prometteva di andarlo a trovare, chi chiedeva un consiglio… Era un uomo popolare, non soltanto a Crispiano, anche a Martina, Mottola, a Gioia del Colle, dove aveva l’ufficio, e altrove.
Amava Crispiano, amava la sua gente, amava il suo lavoro. Quando uscì il suo voluminoso libro sulla Biblioteca, così ricco di notizie, di immagini, di ritagli di giornale, raccolti meticolosamente, per raccontare una storia, lo presentò nel suo paese, dove furono presenti tanti personaggi: l’onorevole Luciano Violante, Franco Punzi, presidente del Festival della Valle d’Itria, l’ex sindaco Scialpi (non so più chi altro, perché sto scrivendo veloce) e a Martina, dove in un’accogliente sala del municipio accorsero molte persone, interessate ed entusiaste. Le manifestazioni di Michele non andavano mai deserte. Se si svolgevano all’aperto si affollava tutto il corso che si avvia dalla chiesa della Madonna della Neve per arrivare fino alla vecchia Biblioteca, dove inizia la via per Martina. Una sera mi invitò alla masseria “Le Monache”, dove si festeggiava il gemellaggio con la Grecia. Mi sedetti ad un tavolo di fronte alla porta di ingresso di un enorme salone, forse già stalla, assieme all’ex segretario comunale Donato Plantone, fratello di Vito, Il titolare, un medico dell’ospedale Nord, mi fece visitare i vari locali della struttura, dettagliando il valore intrinseco di letti, comò e armadi e rimasi fermo a contemplare il grande camino, dove veniva cotta la carte da offrire agli ospiti.
Ricordo “le limme” (contenitori di terracotta decoranti all’interno, dove le donne una volta lavavano i panni) colmi di ciliege ferrovia e altri di mozzarelle; ricordo , il discorso di Michele, pacato, breve, efficace, e la gioia di tutti. Non se ne stava mai con le mani in mano. Sempre presente alle dotte conferenze di Silvia e di altri esperti all’Università del Sapere e del Tempo libero. Da Milano, attraverso il video, lo vedevo fare la spola fra il tavolo e l’ultima fila, mentre il figlio Gabriele, consigliere comunale, governava l’apparato elettronico. Ricordando e scrivendo mi si appanna la vista e lo immagino al di là della scrivania mentre mi regala una battuta di spirito.
Michele Annese tiene una conferenza
Michele ha seminato la cultura ovunque ce ne fosse bisogno. All’epoca della “sua” Biblioteca moltiplicava le iniziative: i libri nei condomini, i libri nelle vetrine dei negozi... Usciva un libro nuovo e la sua Biblioteca ce l’aveva già. Era il principe del libro. “Michele?” - mi disse un giorno un tale mentre a passo svelto andavo verso via Roma – se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Sai quanto ha fatto per Crispiano?, Ti voglio raccontare una storia. Tanti anni fa Michele aveva deciso di abbandonare Crispiano per andarsene al Nord, dove sicuramente avrebbe fatto una bella carriera in un giornale, in una casa editrice, dovunque. Un gruppo di concittadini si precipitò in stazione e lo tirò giù dal predellino. “Dove vai? Tu hai la Biblioteca da creare, se te ne vai ci lasci in braghe di tela. Chiedi, chiedi in giro, vedrai quante storie su Michele ti racconteranno”. Non avevo bisogno di girovagare per Crispiano, lo conoscevo bene, per me era un gigante. Non l’ho mai sentito vantarsi, nelle masserie entrava in punta di piedi, spesso lasciava parlare gli altri, la sua mano nelle manifestazioni altrui era evidente, ma lui sempre dietro il fondale del palcoscenico.
 Annese, De Lucretiis, Santoro
L’amore per Silvia si intuiva da come ne pronunciava il nome; quello per i figli lo esprimeva con poche parole sulla loro attività: “Gianpaolo viene mandato dal “Resto del Carlino” per il quale lavora nella redazione di Modena, ogni anno, a New York in occasione della mostra sulla ceramica…” “Marzia fa l’architetto a Milano e Antonella la psicologa…”. E così per gli altri due. Camminava piano, parlava a voce bassa, mai una frecciata contro questi o contro quello, il pettegolezzo non era cosa sua. Per gli altri soltanto elogi.
Mi accompagnò alla visita al presepe vivente nelle grotte basiliane; al presepe confezionato con i biscotti scaduti dagli “Amici da sempre”, mi portò a vedere il primo vivaio di lumache di Liuzzi, m’invitò al convegno organizzato dallo stesso Liuzzi sulle monacelle. Grazie a lui mi sono arricchito di esperienze. Una sera, durante la passeggiata alla sagra d’u diavulìcchie asquande” una signora accennò a un libro scritto dal parroco della Chiesa di San Gabriele, mi vide interessato e senza dirmi niente mandò un collaboratore a procurarlo. Il libro parlava della Crispiano com’era, quindi di alberi della cuccagna, di tradizioni, di giochi… Pane per i miei denti.
Michele e io
Adesso? Un po’ di tempo fa ha affidato la rivista al genero Donato e ha chiesto a me di non abbandonarla. Piuttosto mi faccio segare le gambe, già malandate. Tu per me sei un mito, Michele. Uno di quegli uomini che lasciano tracce indelebili, che restano impressi nella memoria collettiva. Chissà se a Crispiano ti dedicheranno una strada o qualcuno scriverà delle pagine su di te, sulla tua storia, sulle tue imprese realizzate per tenere alta la cultura nel tuo paese, e non solo. Mi hai dato tante notizie, compresa quella di Alda Merini e Michele Pierri in una villa a Crispiano. Un giorno mi raccontasti dei tarantini che a Crispiano venivano a villeggiare o vi si rifugiavano durante la guerra per le bombe che cadevano sulla Bimare, del treno di Martina che si fermava a Nasisi. E adesso, dove si ferma il tuo treno, amico mio?

mercoledì 24 gennaio 2024

I commissariati di polizia

 

FRAMMENTI DI VITA VISSUTA RIMANDATI DALLA MEMORIA

Episodi, situazioni, personaggi della
malavita, ambienti, storie, indagatori
intelligenti e coraggiosi, pronti a ogni
sacrificio pur di raggiungere lo scopo.
Il mondo della nera e i suoi cronisti.








Franco Presicci

Conquistai il quarto piano del “Giorno”, in via Fava 20, di fronte alla “Cassina de’Pomm” e al naviglio Martesana, da tempo ricoperto, nel quartiere di Greco, dopo aver seguito per tre anni i commissariati di polizia e qualche caserma dei carabinieri (una era in via Finzi, entrata da viale Monza). Non smetterò mai di ringraziare prima Enzo Magrì, proveniente dall’”Europeo”, settimanale della Rizzoli, dove fece ritorno, lasciando il posto al suo conterraneo Enzo Catania, un vulcano di idee che all’arrivo di una notizia di rilievo non ci pensava due volte a smontare una pagina per darle il maggiore respiro possibile. Li ringrazio per aver pensato a me per quel compito, molto delicato e faticoso, perché quegli avamposti erano serbatoi inesauribili per un cronista desideroso di fare mietiture abbondanti. Alle 11 del mattino prima Macrì e poi Catania aspettavano la mia prima telefonata, per essere sicuri che alcuni spazi erano già occupati.
Chiarelli, Beticelli, Presicci, Catania

Io giravo con la mia 127 quasi tutta la città, per andare dal Ticinese a San Siro, da Lambrate a Porta Genova e non ne uscivo mai con il carniere vuoto. Lì un ragazzo era improvvisamente scomparso e la sorella, che ne aveva cura dopo la scomparsa dei genitori, lo cercava disperatamente e dopo oltre un mese lo rivide ricomparire in casa di uno zio, che aveva fatto il partigiano. In viale Papiniano, dove il commissariato era diretto dal dott. D’Ambrosio, gli agenti prelevarono dal caseggiato in cui viveva un personaggio accusato di essere coinvolto in un movimento di eroina e organizzava festini fastidiosi per la quiete dei coinquilini. Al commissariato di Lambrate sorpresero un mercante di orologi falsi, depositati sotto la vasca da bagno, prendendoli all’occorrenza infilando la mano in un buco nascosto da una mattonella. In una casa di ringhiera di corso San Gottardo, a una settimana dalla sua morte fu trovato un uomo, grazie alla radio che gracchiava ininterrottamente di giorno e di notte. Dalla foto notai che era il parcheggiatore di corso Como, che qualche tempo prima mi aveva confidato di essere il fratellastro di Tina Pica, la nota e simpaticissima attrice che partecipò tra l’altro a diversi film con Vittorio De Sica. In via Novara un cane molto intelligente, se non ricordo male uno spinone italiano, una mattina, passeggiando libero con il padrone ai margini del parco di Trenno, scorse un portafoglio su una panchina e senza esitazione lo afferrò dirigendosi al commissariato. Il poliziotto, imperterrito, visto il malloppo che l’animale lasciava cadere dalla bocca sulla scrivania, interrogò con lo sguardo l’accompagnatore: “Evidentemente ha imitato me – la risposta - Anch’io tempo fa trovai un portamonete per terra e venni a consegnarlo a voi. Vi giuro che io non gli ho dato alcun comando: ha fatto tutto da sé”.
Armando Sales
Al Ticinese l’ispettore capo Armando Sales, un napoletano con grandi doti umane e di intelligenza, e un’ottima conoscenza del diritto penale, mi rifilò una notizia con la preghiera di non pubblicarla. Mi allettava, mi stuzzicava, ma promisi e mantenni la parola, convinto anch’io che se quella chicca finiva sui giornali sarebbe stato involontariamente un suggerimento per i ladri d’auto. Ne parlai con il capo degli autisti del giornale Monterosso, che facendo fare l’esperimento al meccanico di via Fava rimase di stucco di fronte al risultato. L’inventiva dei ladruncoli, nel gergo della mala milanese “lader de pan de mej”.
Poi un giorno Enzo Catania, “Etna” come lo chiamavo io dal nome del vulcano che ogni tanto sbuffa ed erutta, venne alla mia scrivania e con un sorriso seminascosto sotto la barba nerissima mi disse: “Da domani niente più commissariati: farai parte del pronto intervento con Piero Lotito, Giorgio Guaiti, Giovanni Basso. Sono sicuro che formerete una squadra molto affiatata ed efficiente”. Fu così fu. In redazione – va detto – c’erano ottimi colleghi come Nino Gorio (vinse il Premio cronisti di Senigaglia per uno “scoop” internazionale) e Giancarlo Rizza, oltre a Tanino Gadda.

Tanino Gadda

Nino Gorio
Cominciai ad occuparmi di criminalità organizzata, a studiare gli elementi che la componevano, le loro vite, le loro tecniche, gli ambienti che frequentavano. Qualcuno andai anche a cercarlo, sotto casa, in un bar, per intervistarlo. Riuscii ad avvicinare il boss più famoso della Lombardia, anzi di tutt’Italia. Dopo aver raggiunto un accordo con la mamma, gli parlai in tribunale, dove si svolgeva un processo a suo carico. Conoscevo il personaggio per aver letto pagine e pagine su di lui, compresa una storia pubblicata dal “Corriere d’Informazione” a firma di Ferruccio De Bortoli. La scovai nel fornitissimo archivio de “L’Unità”, nella vecchia sede di viale Fulvio Testi. Formai una raccolta di ritagli di giornali (comprendevano mafia, camorra e ‘ndrangheta, “stidda”) così ampia che trovavo difficoltà a fare entrare l’auto nel box. Ma la consultavo poco: una volta letti, rimanevano incollati nella memoria. Un pomeriggio venne l’amico e collega di “Repubblica” Piero Colaprico, più giovane di me, ma già ben collaudato, e rimase stupito da tante buste, anche tre o quattro o cinque sullo stesso argomento. La voce si sparse, e quando tanti anni dopo fu allestita una grande mostra sull’attività della polizia un questore mi telefonò per chiedermi di prestargli quel tesoro. Non potetti accontentarlo: avevo già fatto piazza pulita qualche mese dopo la pensione. Un po’ di quell’archivio era incollato nella mia testa. Ricordavo bene per esempio l’operazione del primo gennaio del 1986, in cui la Squadra mobile sequestrò 100 chili di eroina in un abbaino di viale Espinasse, arrestando due persone.
Seguivo la cronaca senza risparmiarmi. Non mi pesava essere buttato giù dal letto alle 2 del mattino per un omicidio (uno in viale Suzzani: due turchi trovati incaprettati nel bagagliaio di una Peugeot).
Giancarlo Rizza

Quando poi Guaiti lasciò la nera per la scuola, Lotito per la cultura, Basso per la cucina, rimasi solo ma non mi persi d’animo. Nutrito di passione, entusiasmo, curiosità, attaccamento al mestiere, non mi risparmiavo. Se alla fine del mio turno di notte, catturavo la notizia di una sparatoria, chiamavo il fotografo, di solito Lorenzo Pizzamiglio o Giovanni dell’Abate o Gaetano Montingelli, sempre pronti a correre, c’infilavano nell’auto guidata da un autista e via. Gli autisti, Gramegna, Ricciardi, Camarda, Napolitano, Gusmaroli e altri erano talmente bravi e così conoscitori delle vie di Milano che in un baleno scaricavano il “nerista” sul posto. Ne ho visti, di cadaveri, di giorno e di notte: uomini di notevole spessore criminale e gregari, sorpresi da “killer” spietati nei ristoranti, nelle piazze, sulla strada, in un bar, ai margini di una festa. Qualche volta le scene le rivedo, limpide come davanti a uno schermo cinematografico o alla televisione.
A volte mi viene in mente la strage del Lorenteggio, il 18 novembre dell’81: mi ero appena seduto a tavola, quando mi chiamò Gigi Gervasutti, il vice capocronista, pregandomi di raggiungere al più presto il teatro del fatto di sangue. Conoscevo tre delle vittime, avendole viste al mercato della droga più bazzicato della Lombardia. Nascosto dietro una serranda, per tre o quattr’ore assistetti a tutto il movimento. Chi aveva ordinato quella strage, erede dell’impero delle bische, fu colto di sorpresa dalla polizia nella sua abitazione il mattino alle 3 del 28 settembre di tre anni dopo, in seguito all’arresto a Torino di un elemento della sua stessa banda.
Milano allora era spesso teatro di fatti di sangue: uno al giorno, a volte anche tre. Esplodevano conflitti a fuoco a San Siro, al Parco Lambro, in via Selvanesco. Qui, all’alba del 29 giugno dell’84, in un campo di granturco vennero uccisi a colpi di pistola tre persone. Per “Il Giorno” sul posto si precipitò Piero Lotito, scrivendo poi un meraviglioso articolo. Era il giorno del suo compleanno. E già era alla Cultura.
Come si sa, attraversavamo anche gli anni del terrorismo ed eravamo impegnati anche a recuperare i volantini con cui le Br rivendicavano le loro imprese.
Antonio Pagnozzi

Chissà più quante volte il cronista del turno di notte, e anche di giorno, riceveva una telefonata che gli indicava un cestino portarifiuti in via Imbonati o in via Melchiorre Gioia vicino alla chiesa di Greco che fronteggia la “Cassina de’ Pomm” o nel mezzanino di via Palestro della metropolitana…. Ho visto i corpi del giudice Galli alla Statale e quelli dei tre poliziotti del Ticinese, il mattino dell’8 gennaio ‘80 (Cestari, Santoro, Tatulli), con i quali ero stato a cena qualche sera prima in un ristorante di piazza Sant’Eustorgio con agenti e dirigenti del commissariato Ticinese. Erano stati uccisi da vili e implacabili raffiche di mitra mentre controllavano una scuola. Non dimentico le tracce del terrore sui loro volti. Ricordo le lacrime di Antonio Pagnozzi, allora capo della Squadra mobile e uomo di grande umanità. Difficile non essere assaliti dai ricordi mentre sono seduto sulla poltrona a leggere un libro di Carofiglio o “Sequestro alla milanese”, di Piero Colaprico, ripresentato alla Feltrinelli con interventi musicali.
I ricordi sono autoritari: non ti chiedono se possono ripresentarsi. S’impongono. E a volte fa anche piacere riceverli, vederli raccontare in modo limpido come acqua incontaminata brani della nostra vita.

mercoledì 17 gennaio 2024

Quando avevano i pantaloncini corti


GIOCAVAMO AL CALCIO CON LA PALLA DI PEZZA



Il nostro campo era la strada: quattro
sassi per fare la porta e poi il fischio
dell’arbitro, che non aveva mai visto
una partita vera. Ci divertivamo anche
“c’u spezzìedde”, ma la nostra passione
più grande era “’a levòrie”: due palle
d’acciaio, le palette e “’a scìgghie”. 

 

 

 

 
 
 
 
 

Franco Presicci


Un mio caro amico milanese, curioso e intelligente, spesso m’interroga sulla mia adolescenza. In particolare è interessato a conoscere i giochi maggiormente praticati. Gli rispondo sempre volentieri, anche perché ho un bagaglio mnemonico abbastanza pieno. E se qualche volta il contenitore fatica ad aprirsi, ho il mio pronto soccorso negli amici Antonio De Florio, comandante di Foto Taranto com’era su Facebook e studioso della città; e di Cataldo Sferra, poeta, scrittore e anche lui esploratore della bimare di una volta. A Cataldo ricorro per qualche immagine, che lui pesca nel suo archivio personale; e in questa occasione ha trovato quelle su “’a levòrie”.
'a levòrie

La livoria, mamma quante volte ci ho giocato sul marciapiede in terra battuta, più largo che lungo, davanti a casa, con la nonna che occhieggiava dalla finestra, sferruzzando. Io la guardavo con la coda dell’occhio mentre posizionavamo “’a scìgghie”, cerchio di ferro saldato a un chiodo, impugnavamo ognuno una paletta di legno e a turno lanciavamo la palla, d’acciaio, verso “‘a scìgghie“ con l’intento di attraversarla, per guadagnare un punto. Se le palle venivano a trovarsi in una situazione ideale per far realizzare due punti, chi doveva tirare, dopo aver proclamato “cape, ce madène jè fatte, pàlle, palètte e levòrie”, lanciava la propria palla contro quella avversaria e se riusciva a farle superare la linea, “’a menàte”, da cui il gioco era partito, era per lui un trionfo. La “platea” che si era formata attorno a noi applaudiva.

Questo passatempo era molto diffuso, anche nella città vecchia, dove tra le barche e le reti, si divertivano anche i grandi, come testimoniano alcune foto di Nicola Giudetti, titolare di un piccolo museo a Taranto vecchia, pittore e poeta, custode della Taranto di allora. Un’icona.
Sferra mostra come si giocava alla livoria
Io ho vissuto i tempi del dopoguerra, quella dei portafogli vuoti, che non ci consentivano di procurarci un pallone; e se avevamo voglia di giocare a calcio, confezionavamo una “palla di pezza”, con stracci legati da giri di spago, improvvisavamo le porte con quattro sassi e via pedate facendo chiasso quando si spiazzava il portiere. Il campo lo montavamo proprio di fronte a casa mia, in via Nettuno, quartiere Tre Carrare, separato dalla campagna da due vie.

Un giorno da un tale acquartierato con il suo banchetto all’angolo tra via Dalò Alfieri e via Giovan Giovine, tassandoci, comperammo una quindicina si caramelle, sperando di trovarvi il biglietto vincente (un pallone), reclamizzato dal vaso di vetro. Fummo fortunati e andammo subito al “monte delle vacche”, tra via Leonida, viale Virgilio e piazza Marconi, area su cui oggi sorge l’ospedale Santissima Annunziata, e facemmo tante partite da spellare la sfera, al punto da renderla inservibile.

A volte giocavamo “’o spezzìdde”: un bastoncino doveva colpire un legnetto smussato alle estremità facendolo saltare e subito senza che toccasse terra colpirlo per farlo andare il più lontano possibile. Che gioia “’u currùchele”: una specie di trottola che tirando uno spago girava su un ferro appuntito. Facevamo dei gruppi e chi faceva vorticare di più il proprio aveva la soddisfazione ... di assestare “azzugnàte” sulla testa di quello dei rivali, provocando buchi, che, sommati, rendevano “’u currùchele” una specie di cimelio. Il piacere più intenso lo provavamo quando, ancora in movimento, attraverso le dita indice e medio, lo facevamo saltare sul palmo della mano, dove continuava sino a quando si afflosciava.
'u spezziedde

Chi preferiva ‘u turnìedde” tracciava un cerchio con il gessetto sul pavimento e da circa tre metri di distanza lanciava soldini o bottoni, che se non superavano la linea al primo colpo dovevano essere spinte con il dito medio: chi centrava prendeva tutto. Ho consumato tanto gesso, per tracciare quel cerchio in casa della nonna, che odiava la “livoria” per la mia mania di realizzare i “capi” intaccando i piedi dell’armadio e del comò.
Non esistevano i telefonini e se li avessero inventati a quei tempi non avremmo potuto averli, quindi niente giochi con quegli apparecchi. In casa avevamo la radio, che la domenica pomeriggio trasmetteva da Bari “La caravella”, trasmissione spassosa con protagonisti Colìne e Mariètte, che incontrerò a Milano in un ristorante dopo una mostra di Filippo Alto nella galleria di Renzo Cortina, in piazza Cavour. La televisione era di là da venire, e quando arrivò se la potevano permettere in pochi. La domenica, se volevamo vedere il Taranto, dovevamo aspettare fuori dell’ingresso gli ultimi dieci minuti della partita, perchè allora ci facevano entrare gratis, se la squadra di casa aveva segnato.

Il mio giovane amico mi chiede se io abbia mai partecipato a “Patrune e sòtte”. No, perché per me non era un gioco, ma un supplizio. Solo una volta mi capitò di sbilluciare da un varco per vedere qualche passaggio: eletti i due conduttori del gioco, appunto “’u patrùne” e “’u sòtte”, il secondo chiese al primo: “Ce dìce, facìme bèvere ddò’ dìscete de mìere a Cellùzze?”; e ‘u patrùne”, con l’atteggiamento di chi si crede superiore, rispose: “Cellùzze non è affidabile e ha diverse colpe da scontare. Jè petteddàre, stangachiàzze, mbàme, ‘mberatòre. Perciò facìme bèvere a Memìne, ca mèrete”.
'u currùchele
Mimino, che probabilmente non era uno stinco di santo, ma riabilitato dal despota, era quello destinato all’ubriacatura. I conduttori del gioco irrompevano nell’intimità della vittima, affermando cose che lo stesso interessato non conosceva. Dopo tanto tempo lessi un libro di Roger Vailland, “La Legge”, da cui nel ‘58 fu tratto un film di Jules Dassin, con Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, Giancarlo Tedeschi, Vittorio Caprioli ed altri, film non esaltante, secondo il critico cinematografico Morando Morandini. Nella finzione cinematografica, nel palleggio tra “patrùne” e “sòtte” viene tritata la frequentazione di una bellissima donna, per cui sbavano molti uomini del paese, con un giovane aitante. E’ la moglie di una persona molto in vista, ma questo non basta a risparmiarla dalla lotta tra i forti contro i deboli.

Uno svago dei miei coetanei colpiva le persone anziane, soprattutto nelle giornate d’inverno: lasciavano per terra un portafoglio vuoto legato a un filo; quando il vegliardo, andando verso il tabacchino di don Damiano per comperare il sigaro, vedeva il malloppo si piegava con fatica per prenderlo, le “vastase”, nascosti in un portone, tiravano e il malcapitato lo seguiva fino a quando non si accorgeva del truppo e inveiva contro le sganasciate degli… attori.
'a ròzzele


Qualche volta mi dilettavo anche da solo con a le “cìnghe pètre”: si spargevano a terra quei piccoli sassi, se ne lanciava uno in alto e mentre quello ricadeva bisognava prenderlo in mano lanciando il secondo contemporaneamente, e così via. Gioco semplice, basato sull’abilità e sulla prontezza di riflessi. Tentai di coinvolgere un tale che abitava nel mio stesso stabile, nonostante avesse più anni di me. Fu tentato di accettare, ma si tirò indietro, perché non si sentiva sicuro di farcela. Si fece avanti Vincenzo, altro vicinante, che ho poi perso di vista. Era un po’ fumantino e non tollerava i fallimenti.

Le ragazzine si divertivano con la campana: dopo aver disegnato a terra con il gesso dei quadretti a mo’ di mosaico da saltare con una gamba sola, lo facevano canterellando. I maschietti non avevano alcuna riserva ad imitarle, qualche volta. Un giorno decisi di partecipare a un gioco che poteva essere pericoloso. Non ricordo come si chiamasse, e non è il caso che io faccia squillare il telefono di Antonio De Florio, che può essere impegnato in uno dei suoi coinvolgenti video con la recitazione della bravissima Amalia Ressa. Cerco di ricreare la situazione: praticavamo un fossetto nel terreno, vi deponevano un pezzetto di carburo, coprivano con un barattolo fornito di un buco, avvicinavamo un fiammifero e il contenitore partiva come un razzo raggiungendo l’altezza di diversi metri. Un pomeriggio il salto e il rumore frantumò la conversazione di un gruppetto di signore sedute sotto la finestra della tranquilla famiglia Schirano, spaventandolo.
'u currùchele

Che dire della sassaiola organizzata e mai eseguita tra ragazzi di vie vicine. Ogni giorno veniva rimandata, uno dei ragazzi ammucchiò delle pietre, che rimasero come testimonianza della nostra ingenuità. Meglio “’u cavallucce” (non giuro che questo fosse il nome): il salto sulla schiena piegata di un compagno: si prendeva la ricorsa e via su quella specie di sella, come fanno certi “cow-boy” nei film di Jhon Wayne, Nessuno si faceva male.

Credo che i miei ricordi siano limpidi come l’acqua di un fiume non contaminato. E proprio un fiume, per me sacro, il Galeso ospitava le mie passeggiate con due o tre compagni di scuola. Disubbidivo a mia mamma, che voleva sempre essere certa che non mi allontanassi. Ero attirato da questo corso d’acqua che scoprirò essere stato decantato da Orazio, Virgilio e tanti poeti più recenti... Facevo anche piccole passeggiate attorno all’isolato di casa con il mio amico Pierino Lincesso, che non ho mai più incontrato. Ho rivisto invece Marino Ceci, cinque anni meno di me, che abitava in via Nettuno, due numeri più avanti rispetto al mio. Marino ama la musica, suona il pianoforte, ha diretto vari complessi ed è stato un ottimo educatore, tanto che a Martina gli vogliono bene anche quelli che non hanno insegnato avendolo come direttore.