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mercoledì 19 giugno 2024

Ricordo di un martinese combattivo

 GUIDO LE NOCI, UN GRANDE NELL’ARTE CONTEMPORANEA





Tenace e geniale, nel libretto rosso per il padre del nouveau realisme scrisse questa dedica: “I nemici di Restany sono i miei nemici”.

















FRANCO PRESICCI




Lo conobbi per caso, passando un giorno di maggio del ‘60 davanti a una saletta semiaperta di via Brera. Incuriosito da un oggetto impacchettato, (una branda) quasi accostato all’ingresso, mi fermai un po’ di più ad osservarlo. Venne verso di me un signore, mi sorrise e mi invitò ad entrare. “Guido Le Noci. E’ un’opera del bulgaro Christo Javaceff.
Le Noci e Christo Javaceff

Venga con me, le mostrerò l’attività di altri artisti”. Il nome dell’interlocutore improvvisato non mi era nuovo: me ne aveva parlato un collega che lo aveva incontrato ad una mostra. Ero da poco arrivato a Milano ed esploravo la città con interesse. Ero già stato in vicolo dei Lavandai e avevo conversato con i pittori Guido Bertuzzi, Sarik, Formenti, Cottino, la signora Radice, che aveva venduto per anni la lisciva alle donne inginocchiate sotto la tettoia a sciacquare i panni; il Carletto che per scherzo era stato nominato sindaco di quel budello che si raggiunge svicolando dall’alzaia Naviglio Grande.
Il giorno dell’incontro con Le Noci avevo deciso di andare a Brera, che era ancora il luogo in cui convergevano artisti “in fieri” o già consacrati, tra cui Giulio Confalonieri, critico e storico della musica fra i più autorevoli (e amico dei barboni. Si sedevano ai tavoli del Bar “Jamaica” e discutevano bevendo una bibita. Per un periodo ci andò anche Benito Mussolini, che allora dirigeva “Il Popolo d’Italia”.
Dunque Le Noci. Mi fece accomodare nella sua Galleria, l’“Apollinaire”, delineando un po’ la storia degli autori di una ventina di quadri appesi alle pareti. Parlammo di Martina, della splendida Valle d’Itria e di altro, quindi mi avviai verso via Fiori Chiari, dove scoprii lo studio del baritono Giuseppe Zecchillo.
Pierre Restany e il pittore Elio Santarella

Tornai altre volte a Brera e sempre andai a cercare il gallerista più famoso e apprezzato non soltanto nel capoluogo lombardo. Mietendo brani della sua gloriosa biografia. “Aprii a Como una Galleria, la “Borromini”, dove esposi nomi eccellenti”. Fu chiusa dal fascismo, a quanto pare, per antipatia verso l’arte contemporanea. Diventammo amici e mi presentò a Dino Buzzati, di cui avevo appena finito di leggere “Un amore”; e m’invitò con mia moglie a cena a casa sua.
Cominciai a scrivere di Guido sui giornali baresi “Settegiorni” di Papandrea, e “Bari Sport” di Gianni Nuzzo; e su “La Tribuna del Salento”, che usciva in via Ammirati a Lecce, sotto l’egida di Ennio Bonea. Un giorno Guido mi promise di presentarmi a Raffaele Carrieri, il poeta e critico d’arte tarantino che scriveva su “Il Corriere della Sera “ e su “Epoca”, e mi regalò i libri che aveva pubblicato fino a quel momento, compreso “Martina Franca” di Cesare Brandi. Qualche mese dopo mi affidarono una rubrica su “La Gazzetta di Mantova” e gli dedicai uno dei miei “Schizzi a macchina”. Ovunque mi offrissero spazio (“La Gazzetta di Reggio”), impegnavo la mia penna per Guido.
Quando organizzai una serata pugliese al Cida (Centro informazioni d’arte), di Nencini, titolare anche della Galleria Boccioni, chiesi a Guido di parteciparvi con qualche quadro da esporre e portò anche un documentario sulle tarantolate di Galatina, dello scultore Paradiso (se non ricordo male). Presenti alla manifestazione, anche Domenico Porzio, che parlò di una sua recente visita a Taranto; e Vincenzo Buonassisi. notevole critico gastronomico, Chechele Jacubino, titolare del ristorante “La porta Rossa “ di via Vittor Pisani, in vacanza nella sua Apricena, avuto notizia della “festa”, prese subito il treno per Milano e venne ad offrire a circa 400 invitati specialità pugliesi. E lì nacque l’idea del Premio Milano di Giornalismo, sovvenzionato dallo stesso stesso Chechele, che lo ospitava con abbondanza di orecchiette e altre delizie di casa nostra, presidente il pittore albanese Ibrahim Kodra, definito il re di Brera.
Le Noci e Fontana

Non mancavo mai alle inaugurazioni delle mostre di questo martinese geniale, famoso e stimato in tutta l’Europa. Dopo qualche tempo dalla sua morte, il salone Montanelli del Circolo della Stampa accolse una cerimonia in suo onore, oratori un altro martinese illustre, Francesco Lenoci, docente all’Università Cattolica di Milano; Elio Santarella, pittore tarantino che allestiva tutte le esposizioni per il Comune alla Rotonda della Besana e in corso Vittorio Emanuele, e il sottoscritto. C’erano anche la moglie e la figlia, Marina, di professione psichiatra, che in seguito mi confidò che Guido voleva affidare la continuità dell’”Apollinaire” proprio a lei, che invece aveva in mente di seguire un’altra strada. Lenoci, il conferenziere itinerante, di Martina Franca, fece una sintesi efficace del percorso di Guido, che “fu un protagonista eccellente della vita culturale milanese, tanto da essere considerato tra quelli che hanno contribuito a fare grande la metropoli lombarda, ricevendo fra l’altro l’Ambrogino d’oro”. Francesco aggiunse dettagli sull’inaugurazione della galleria”, avvenuta il 17 dicembre del ‘54, e sulla mostra di Fautrier allestita nel suo spazio: la prima in Italia.
Le Noci dunque fu una stella nel firmamento dell’arte contemporanea. Quando l’”Apollinaire” spense definitivamente le luci, Dino Buzzati pubblicò un necrologio su “Il Corriere d’Informazione”, che usciva il pomeriggio in via Solferino. Questo a dimostrazione dell’importanza del sacrario e della stima che Le Noci, uomo tenace, schietto, volitivo, generoso, battagliero, grande mercante d’arte, raccoglieva non soltanto a Milano e in Lombardia. “Papà era tenace, intelligente, combattivo, disponibile e generoso, ma anche complesso e conflittuale”…
Elio Greco e Guido Le Noci

”Quando andò a Parigi incontrò il critico Pierre Restany, padre e sostenitore dell’Art Nouveau, e ne divenne amico; nel ‘69 gli dedicò ”Le livre rouge de la Revolution picturale par Pierre Restany“. La Galleria propose i pittori più famosi, da Russolo a Sassu, da Modigliani a Savinio, da De Chirico a Soldati. Le Noci e Restany seguivano con molta attenzione i movimenti e gli artisti internazionali più significativi ed affermati, come Fontana, Yves Klein… e il pubblico, oltre ai critici, affollavano le sue esposizioni. Promotore di molti progetti, nel ‘70 mise in cantiere le celebrazioni del decimo anniversario della fondazione del Nouveau Realisme, iniziate con un’esposizione storica alla Rotonda della Besana, l’accensione della scultura di fuoco di Klein, seguita da “performance” in vari punti della città. Christo Javaceff, che tra l’altro aveva imballato la fontana di piazza del Mercato a Spoleto, un pezzo della valle delle Montagne Rocciose in California… impaccò la statua di Leonardo in piazza della Scala e quella del “re galantuomo” in piazza Duomo”; e mentre si preparava a mettere la camicia alla Cattedrale, fu bersagliato dalle polemiche e costretto a rinunciare.
Grande successo riportava l’attività del grande martinese, che, figlio di un valentissimo scalpellino della Valle d’Itria, fu uno dei nomi più rispettati e rilevanti nel settore dell’arte del dopoguerra. Accolse, sostenne e diffuse in Italia e in Europa le correnti d’avanguardia anche le più estreme, allestì mostre memorabili, come quella di Dorazio, Peter Bruning, Hans Hartung, Fontana, Licini, Mimmo Rotella e quella del ‘66 dello scultore Jean Fautrier. Fu scopritore di talenti, favorì la risurrezione di artisti dimenticati. E oggi chi passa davanti a quel civico 4 diretto all’Accademia di Brera, non può non ricordare la Galleria “Apollinaire” e magari fare un cenno di saluto, perché quel luogo, anche se ha mutato faccia, è sacro. Così mi disse un giorno Ibrahim Kodra, che conosceva bene Milano e i suoi luoghi passati alla storia. Quanti sono invece quelli che nel serbatoio della memoria custodiscono la figura di Guido Le Noci, che, nato nel 1904, ben presto avvertì l’inclinazione e la convinzione di poterla realizzare prendendo il treno per Milano, che allora era molto diversa da quella di adesso. Uscito dalla Galleria delle Carrozze, si trovò forse un po’ spaesato sull’ampio piazzale su cui dominano l’Hotel Gallia e il Grattacielo Pirelli. Sapeva che doveva tirarsi su le maniche. E lo fece fino ad assumere la segreteria generale del Premio Lissone, aspirazione di molti artisti di tutto il mondo.
Abbascià e Nico Blasi

Le Noci conosceva l’arte di avvicinarsi alle persone e non trovò difficoltà a stabilire rapporto con Guido Tallone, il pittore che aveva stretto amicizia con Ernest Hemingway ed Ezra Pound; Oronzo Celiberti, appassionato di filosofia che gli presentò i comaschi Terragni, Figini, Pollini e altri. Conobbe De Chirico, De Pisis, Savinio, presentatogli dall’amico Raffaele Carrieri. E’ lungo l’elenco delle personalità inserite nella cerchia delle sue amicizie, compresa quella con Paolo Grassi, il mito.
Il 2 luglio dell’83 questo grande mercante d’arte, raffinato editore, fucina di idee, si spense. E fu grande il cordoglio di chi l’aveva conosciuto e frequentato. Grande Guido. Non fece in tempo a concretizzare l’idea di creare un premio “Apollinaire sud”, riservato alla Puglia. Ne aveva parlato anche con Elio Greco, presidente della Fondazione “Nuove Proposte” di Martina Franca, terra benedetta, adorata, desiderata per le sue bellezze. Ad agosto parlai di lui a Martina con Nico Blasi, che conosce molto bene la storia di Guido Le Noci, anche i particolari meno conosciuti.

mercoledì 12 giugno 2024

Un angelo in corsia a Nigurda

SUOR CAROLINA TRAPLETTI UNA VITA PER GLI AMMALATI


Suor Carolina Trapletti
Durante la guerra ha salvato tanti artigiani feriti: dopo averli curati fasciava completamente i loro volti dichiarandoli ustionati, allo scopo di renderli irriconoscibili ai nazisti che ispezionavano l’ospedale, dove lei lavorava al pronto soccorso. Quando andò in pensione, dirigenti, medici, infermieri, gente comune, lodarono la sua opera. Ebbe anche l’Ambrogino d’oro.
















Franco Presicci


L'ulivo di Niguarda
A Niguarda lussureggia un ulivo spettacolare. Lo misero a dimora dopo l’ultima guerra i partigiani per ringraziare suor Carolina, al secolo Maria Trapletti e le sue consorelle per l’opera meritoria compiuta nei confronti dei loro compagni feriti: dopo averli curati fasciavano completamente i loro volti, dichiarandoli ustionati, per sottrarli ai controlli dei nazisti; e molti li nascondevano nei piani sottostanti, aiutando quelli che valicavano il muro di cinta per cercare la salvezza attraverso i campi.
L’occasione per ricordare la figura della religiosa ce la offre Loredana Trapletti, sua nipote di primo grado. L’ho incontrata giorni fa nell’ufficio del marito, Nicola Gammone, in via Benefattori dell’Ospedale, una via lunga e larga tagliata dai binari del tram. Qui, al pronto soccorso di Niguarda, suor Carolina prestò per anni la sua opera di caposala, con delicatezza, amore, premura, sacrificio, rispetto per i pazienti. Una suora di carità. “Quando vi avvicinate a chi soffre siate in ordine e cortesi”, ripeteva con quella sua voce dolce e sottile alle infermiere. Aveva il dono della bontà e lo impiegava senza risparmiarsi. “La chiamavano da tutta Milano e anche da fuori, e lei immediatamente provvedeva. Non diceva mai no a nessuno”, dice Loredana commuovendosi, tra una lettura e l’altra di lettere di primari, direttori sanitari, medici, infermieri, gente comune, che la riempivano di lodi e di preghiere per quanto aveva fatto in corsia e non solo.
Loredana Trapletti
Quando decise di andare in una casa di riposo ne parlarono i giornali, esaltandola, raccontandone la storia edificante, fulgida, esemplare. A chi andava a farle visita replicava: “Perché vi scomodate? Io sto bene”. Grandissimo cuore. Nella sua vita non ha mai applicato l’abitudine del “do ut des”, ma il dare senza avere mai nulla in cambio: la carità senza orpelli, il dono che si fa con quel “tacer pudico” suggerita anche da Alessandro Manzoni.
Suor Carolina e le sue consorelle, nei periodi più bui del dopoguerra, si dedicarono dunque con maggiore zelo e misericordia, naturalezza e devozione al lavoro: a Niguarda arrivavano vittime degli ordigni lanciati dagli aerei, gente perseguitata dalla follia razziale e dall’avversione politica, in cerca di un rifugio. “Per vincere l’odio e la guerra tutti i giorni dovrebbero essere vissuti con la memoria, perché soltanto ricordare, parlare può trasmettere ai giovani quanto sia importante la pace”. Già, la pace. Il mondo spera di poterla conquistare e di non vedere più scene di disastri, macerie, morti sulle strade; di non sentire più l’ululato delle sirene, lo schianto degli edifici, delle case inceneriti.
Suor Carolina arrivò in ospedale il 12 ottobre del ‘39”. Aveva 24 anni e fu subito assegnata al pronto soccorso. Lei voleva fare la missionaria, andare nei Paesi più disagiati, afflitti dalla miseria più nera, dalle malattie più gravi, con i bambini, che, scalzi, mangiano con le mani e hanno la scuola a cielo aperto.
Loredana è limpida, efficace, scorrevole nell’illustrare questo cammino quanto mai faticoso. Ha con sé un mucchio di carte e di fotografie; e me le consegna con l’atto di chi ti affida un tesoro. Ed è anche fra questi fogli che esploro la vita di questo angelo che continua a vivere nella memoria di tanti che l’hanno conosciuto personalmente o grazie alle narrazioni dei testimoni diretti. Potrebbe bastare quello che mi ha detto a voce Loredana, mente lucida, memoria inossidabile. Il suo racconto mi ha coinvolto e voglio saperne di più.
Suor Carolina al centro

E divento sempre più avido di particolari. Con emozione li apprendo, e mi dispiace di non averla incontrata, questa suora illuminata e illuminante. Ma ero bambino e vivevo altrove.
Suor Carolina Trapletti venne alla luce il 26 maggio del 1915 in un paese bomboniera della provincia di Bergamo. Quell’agglomerato si chiama Grone, ha oltre 850 abitanti ed è lambito dal fiume Ghenio. La sua era una famiglia contadina che irrorava la terra con il proprio sudore. Le morì presto la mamma e lasciò, oltre a Carolina, due bambini più piccoli da tirar su. Aveva solo 14 anni, la ragazza, quando prese la via per Pietra Ligure, dove l’aspettava l’ospedale “Santa Corona”. Con quello che guadagnava poteva dare una mano al papà. Conobbe le suore di ria Bambina e le si accese una lampadina: questo era il percorso che doveva seguire. Dopo un po’ di anni fece ritorno a casa e confidò ai familiari la sua vocazione. Entrò in convento, abbracciando la regola dell’Ordine fondato a Lovere nel 1922.
Suor Carolina a sinistra

All’età di 23 anni Carolina indossa l’abito. E viene assegnata all’ospedale di Niguarda. Nel ‘44 si ammala di tbc e va in sanatorio; guarisce e rientra nell’ombra della Madonnina, decisa a rimettere in piedi il pronto soccorso danneggiato dal furore del conflitto. Nel ‘59 è la responsabile del personale e la direttrice del convitto infermiere. Ma la carriera non le interessa e neppure il comando. In lei si moltiplicano l’impegno e l’inclinazione al sacrificio. Le infermiere diplomate che da ogni parte del pianeta confluiscono al convitto scoprono in lei una sorgente d’amore e di serenità.
Dopo 65 anni di fatica spesa con grandezza d’animo suor Carolina Trapletti lascia Niguarda. Ha 89 anni. La nipote Rosanna, figlia di Loredana e Nicola, laurea con 110 e lode con la tesi “Risorse per la condivisione della conoscenza in rete: Learning Object”, scrive una breve biografia della zia con sensibilità e scioltezza. I giornali non risparmiano lo spazio: uno titola “La mamma di Niguarda”; “Il Giorno”: “Suor Carolina lascia la Ca’ Granda”; Massimo Pesenti: “Addio a suor Carolina, conforto dei malati”. Roberto Formigoni: “Reverenda Madre, è per me un grande onore e una grande gioia poterLe porgere, nella mia qualità di presidente della Regione Lombardia, il ringraziamento per l’opera di assistenza e di cura dei malati da Lei svolto nel capoluogo lombardo a partire dal 1939”.
Suor Carolina e il presepe

Il 7 dicembre del 2005 il Comune di Milano, sindaco Albertini, le conferisce la medaglia d’oro di benemerenza civile con una motivazione molto importante: “Milano, capitale morale del volontariato, si specchia in suor Carolina Trapletti, 90 anni, ora finalmente a riposo dopo una vita spesa nella dedizione. Ancora lo scorso anno, e fin dal lontano 1939, si è prodigata tra i malati dell’ospedale Niguarda, coniugando in modo impeccabile spirito religioso e attività professionale. In quel luogo di sofferenza molte pene si sono attenuate, grazie al suo lavoro umile, attento, silenzioso”. Leggendo queste parole, a Loredana sgorga una lacrima, contenta e orgogliosa di aver avuto una zia come suor Carolina. Mi mostra una lettera senza firma (sicuramente una infermiera): “Ho vissuto più di quarant’anni con suor Carolina nella comunità di Niguarda. Suor Carolina era direttrice del convitto delle infermiere e molta parte della giornata e anche la notte viveva con loro… era sempre presente nella comunità per la preghiera, per i pasti, per incontri comunitari…”.
Loredana apre una busta: anche quella piena di ritagli di giornali. Ecco “L’Avvenire”, che dà notizia dell’Ambrogino d’oro conferito a suor Carolina, nell’anno in cui lo ha ritirato anche Oriana Fallaci. L’”Eco di Bergamo” (esce nella città del “Papa buono”, Giovanni XXIII, che mandava i baci ai bambini): “L’Ambrogino d’oro” alla suora dei malati… Ora vive a Zogno”.
Suor Carolina riceve l'Ambrogino dal sindaco Albertini

Lei confida a un giornale: “Ho fatto tutto questo per il Signore, che mi ha dato la forza di aiutare gli altri. Quando si aiuta qualcuno è sempre più quello che si riceve di quello che si dà”. Sempre umile, sempre altruista, suor Carolina. E poi: ”Vado a riposarmi a Zogno presso l’infermeria della nostra casa religiosa. Se mi sarà chiesto di lavorare non mi tirerò indietro…”. L’autore dell’articolo, Filippo Poletti, giornalista attento e scrupoloso, raccoglie anche la testimonianza di Pasquale Cannatelli, “attuale direttore del Niguarda”: “Per 65 anni si è dedicata con amore e passione alla cura dei malati, traducendo la sua passione per Cristo in passione per l’uomo”. E’ morta il 6 luglio 2009, alle 7, il giorno di Santa Maria Goretti. 
Qualche giorno e ricorreva il suo compleanno.
Il Niguarda

Quante voci in onore di suor Carolina, quante testimonianze, quanti riconoscimenti. Loredana Trapletti, seduta di fronte a me, vicina alla porta che dà sul cortile con le ringhiere che lo incorniciano e i panni stesi come vessilli, ogni tanto si rivolge a Nicola chiedendogli conferma di quello che dice. In verità lei la vita e l’attività del suo angelo le conosce a memoria. La dovrebbero conoscere tutti quelli che sono interessati solo ad impolpare il conto in banca.

mercoledì 5 giugno 2024

Un uomo mai dimenticato

DINO ABBASCIA’, RE DELLA FRUTTA FU IL PRIMO AD IMPORTARE I KIWI






Ritratto di Abbascià su ceramica
Arrivato a Milano da Bisceglie quando aveva 13 anni, da garzone di fruttivendolo,
solerte e infaticabile, scalino dopo scalino, entrò nei consigli d’amministrazione come presidente. Aprì la “Boutique della frutta” a Porta Nuova e per anni guidò l’Associazione regionale pugliesi. Era un uomo brillante e simpatico.















FRANCO PRESICCI





Lo rivedo, Dino Abbascià, quel giorno di una quindicina di anni fa seduto con me in un ristorante di Porta Romana, di cui conosceva il titolare. Gli feci tante domande: mi interessava conoscere ogni aspetto da riversare in un articolo. E lui si raccontò tra una forchettata e l’altra, con tono basso, com’era suo costume, senza enfasi, accompagnando le parole con sorrisi spontanei.
Dino Abbascià con un bimbo di colore
A Milano aveva avuto una vita difficile, nei primi anni. Aveva lasciato con tanta speranza la sua Bisceglie - di origine medievale – i cui prodotti ortofrutticoli raggiungevano i vari Paesi d’Europa. Bisceglie era la città di don Pasquale Uva, costruttore di opere “degli ultimi fra gli ultimi”, tra cui un ospedale; e in un momento di scoraggiamento Dino scrisse alla mamma, pregandola di cercargli un posto nella struttura del sacerdote. Ma ancor prima che la lettera giungesse a destinazione, impiegando tanta energia, sfoderando tanta voglia di lavorare, uno spiraglio lo trovò da solo, come garzone nel negozio di un fruttivendolo, dove espresse tutte le sue doti: cortesia, solerzia, acume. Nel pomeriggio le persone anziane vi andavano a comperare le mele tocche, così ridotte perché tenute ammucchiate in grandi casse, riducendone il costo: tre chili 100 lire.
Dino serviva e spendeva parole buone e brillanti, acquistandosi la simpatia di tutti. La sua bravura venne riconosciuta e apprezzata, tanto da diventare responsabile del negozio. Aveva 16 anni. E per arrotondare, la sera e la domenica vendeva gelati nel cinema vicino. Qualche volta andava a vedere un film o a prendersi un “cono”, ma mai una spesa straordinaria, per divertimento o tanto per cambiare.
Abbascià e Albano

Ragazzo serio, geniale, ironico, non aveva fatto molti studi: iscritto a scuola un anno prima, aveva concluso quella dell’obbligo. Nato nel ‘42, era salito a Milano nel luglio del ‘55. In gennaio era arrivato come arcivescovo Giovanni Battista Montini. Pioveva. A Palazzo Marino i meneghini andavano a vedere il plastico del progetto del metrò e in ottobre venne inaugurata la “Piccola Scala”. Abbascià andava avanti, si faceva stimare, anche amare: era considerato un esempio. Invitava la gente a gran voce, la serviva con accuratezza e creò una gara fra colleghi: chi vendeva di più si assicurava l’aperitivo.
Ne aveva, di idee, il giovane Abbascià. Decisiva quella di mettersi in proprio. Fece venire a Milano i fratelli, poi i genitori, durante una vacanza nella sua terra conobbe Teresa, archivista romana, e nel ‘69 le infilò l’anello al dito. Aveva aperto la “Boutique della frutta” di fronte all’ospedale Fatebenefratelli, e cominciò a stabilire le basi di un impero. Il nome Abbascià si diffondeva, diventava sempre più importante, ammirato, rispettato, entrava nei consigli di amministrazione, e conquistò la vicepresidenza dell’Unione Commercianti, sede in corso Venezia, e la presidenza in altri. Un figlio della Puglia trapiantato in Lombardia. Parlava senza mai accennare al coraggio, ai sacrifici, all’acume che lo avevano portato scalino dopo scalino a quei livelli.
“Cavaliere, vado con il secondo?” - lo interruppe il cameriere, un giovanotto alto e magro, meridionale con accento barese - “Sì, una crostata, anche per il signore”. L’oste si stagliò dietro la camicia bianca, “papillon” e tovagliolo pendente su un braccio del cameriere e accarezzò la spalla di Dino. “Sei grande, fai onore della Puglia”. Lui sorrise. Il sorriso baluginava sempre sul suo volto. Chi entrava e lo coglieva pensava di trovarsi di fronte all’attore francese Serge Reggiani, nato non a Parigi, ma a Reggio Emilia. “E tu, che dici di te?”. “Di me, niente. Sono io che devo fare il tuo ritratto, ho già in mano la matita”. Lui prese un pezzo di pane pugliese e rimase in silenzio per un paio di minuti: “Quindi devo parlare sempre io?”. “Più parli e meglio è, per me. Io sono avido di notizie, amo conoscere bene le persone che ammiro”.
Dino e Teresa Abbascià

Non si lasciò pregare. Il suo prestigio si è allargato. Fornisce una notevole quantità di ristoranti e alberghi. Uno di questi è l’Hotel Quark, dove spesso organizza le feste per l’Associazione regionale pugliesi di cui è l’amato presidente. Da piazza del Duomo, dove il sodalizio è stato ospitato con la presidenza dell’ottimo Beppe Marzo, funzionario regionale, collezionista di francobolli e di giornali leccesi dell’800, la trasferisce in via Pietro Calvi. Qui le iniziative si susseguono, con la collaborazione di alcuni iscritti: presentazioni di libri, inviti a personalità, mostre di pittura, gite, incontri, autori che leggono le proprie poesie. Un turbinìo d’iniziative Ed ecco il Premio per personaggi e attività pugliesi che si distinguono (Sabrina Soloperto delle donne del vino, Renzo Arbore, Al Bano... ). A consegnarlo, l’avvocatessa Annamaria Bernardini De Pace, presidente onorario dell’Associazione; animatrice delle serate Nicla Pastore, di Studio 100.
Nei giorni vicini a Pasqua o a Natale o a Carnevale suoni e balli, e al suo telefonino a viva voce prorompe sempre l’ugola di Al Bano, suo amico, che lo ha accolto più volte nella sua tenuta di Cellino San Marco. E’ sempre lui, il presidente, a dare tono alle feste; è sempre presente alle riunioni del comitato, suggeritore di programmi, dando ampia libertà di azione a chi abbia voglia d’impegnarsi. Tra i soci, nomi illustri, a cominciare dal vecchio primario dell’ospedale di Castelvetro, Miraglia, tra l’altro autore di imponenti libri sul parto indolore; l’attore Placido, che ha un “curriculum” teatrale e cinematografico di rispetto.
Elio Greco e Francesco Lenoci
Fa tanto per l’Arpugliesi. Accompagna un gruppo a Martina Franca, in occasione di una festa allestita dallo chef di fama internazionale Antonio Marangi e a una visita alla Basilica di San Martino, guidati dal professor Francesco Lenoci, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che è nato in Valle d’Itria ed è vicepresidente della stessa Airp. A Martina visitano il centro storico, dove i vicoli, le case, le ‘nghiòstre, le donne che sferruzzano sulle soglie e conversano spesso con chi passa sono quinte e personaggi teatrali.
Ogni volta che prende la parola nelle assemblee, fra tanti laureati, premette di essere un fruttivendolo (fruttivendolo con tanto di cervello e di cuore). Lo disse anche quando al Circolo della Stampa presentarono un nuovo giornale, “L’Informazione”, il cui proprietario era un pugliese (tra gli interventi, quello di Marcello Veneziani). E lo ridisse anche all’Unione dei Commercianti il pomeriggio in cui fu presentato il libro “Capatoste”, di Beppe Lopez.
I fratelli Dino e Donato Abbascià

Era affabile e generoso. Una mattina al Circolo della Stampa, durante una manifestazione organizzata da Elio Greco, presidente della Fondazione Nuove Proposte di Martina Franca, una vecchietta con una pensione magra gli chiese della frutta; e lui promise che gliel’avrebbe fatta avere nel pomeriggio. Bastò una telefonata al fratello Donato (altra persona esemplare) con il nome e l’indirizzo. Ne faceva tanti, di questi atti di bontà. In Kenya vide un gruppo di bambini a scuola sotto un albero e pensò di costruirne una fatta di muri e soffitto. E in pantaloncini e torso nudo prese frattazzo e cazzuola e si mise all’opera.
L’oste venne a sedersi con noi e seguì il resto della conversazione, aggiungendo brani alla biografia di Abbascià: lo conosceva da tanto tempo e aveva molte cose da dire e le diceva. Poi il discorso scivolò sui vini e sui cibi preferiti dall’illuminato industriale della frutta. Dino intervallava con il racconto della sua Bisceglie, che da pubblicista iscritto all’albo ogni tanto descriveva con accenti di poesia in articoli palpitanti di nostalgia. Mi fece dono di un volume sulla sua città, dicendomi: “Perché tu venga a conoscere il mio paese, a vedere quant’è bello. Magari ci andiamo insieme, entriamo nelle corti, attraversiamo le vie più interessanti, sarà per te un percorso indimenticabile, visto che ami tanto il Sud, come me”.
Abbascià abbraccia Nico Blasi
Un brutto giorno apro Facebook, vado alla pagina di Pino Sorrentino e leggo: “Oggi un grande uomo è morto”. Quell’uomo era Dino Abbascià, che si definiva fruttivendolo e ed era all’altezza delle persone acculturate. Mi commossi. E ricordai la serata pugliese al Rotary Club di Merate, che vide arrivare tutto quello che serviva da Martina Franca, compresi cuochi, camerieri, specialità, tra cui il capocollo, e gli uomini del caseificio Fragnelli, che facevano le mozzarelle e le mandavano subito in tavola, mentre Abbascià abbracciava Nico Blasi, direttore di “Umanesimo della Pietra”, rivista bellissima e interessante che esce in Valle d’Itria da tanti anni e socio onorario di quel Rotary. Un abbraccio fra due pugliesi di stampo autentico.
Dino Abbascià non è stato dimenticato. Non si può dimenticare un uomo come lui. Non soltanto a Bisceglie, dove gli hanno dedicato una scuola e credo il mercato ortofrutticolo. Anche a Milano, che gli deve molto.

mercoledì 29 maggio 2024

Le vecchie voci degli ambulanti

SONO SCOMPARSI DALLE STRADE ARROTINI,CALDERAI, OMBRELLAI




Franco Trincale

Mangiavano polvere ogni giorno, dormivano dove potevano per
un guadagno misero. E tornavano a casa a Natale. Ancora in attività il caldarrostaio. Si rivede a volte lo spazzacamino.










FRANCO PRESICCI




Quando a Milano si voleva indicare un lavoro come faticoso e malpagato si diceva: ”l’è on laorà del moletta”. Il “moletta”, nel dialetto meneghino, è l’arrotino, che una volta trascorreva molte ore al giorno sulle strade, con un mezzo per metà bicicletta e per metà carretto dotato di una ruota, che muoveva la mola. Faceva il giro della città, urlando per avvertire del suo passaggio; e le massaie, che avevano lame da affilare, accorrevano.

 
Via Giambellino

E mentre la ruota girava scambiavano qualche parola tra loro. Al “moletta”, che si faceva accompagnare spesso da un ragazzino, preferibilmente suo figlio, che doveva imparare il mestiere, hanno anche dedicato una canzone: ”Mè pader fa el moletta e mi foo el molettin, quand sarà mort mè pader farò el moletta mi el molettin…”. Restituendo il filo alle lame, attirava molti ragazzini che si divertivano nel vedere le scintille provocate dallo stridere degli oggetti sulla mola e il piede dell’arrotino che pigiava su un pedale, la “stanga”, collegato con il “disco”: uno spettacolo. Gli “ombrellèe”; “el magnan”, ch’el rangia j pignat de tutta Milan” e tanti altri mangiucchiavano in una vecchia osteria e dormivano dove trovavano. Il “cadregatt” (qualche anno fa ne ho osservato uno al lavoro proprio di fianco al cancello d’ingresso dello stabile in cui abito e un altro in un bellissimo disegno risalente al XIX secolo, pubblicato in un libro della casa editrice libreria milanese). E in tanti disegni e foto d’epoca mi capita di ammirare l’artigiano che in chiesa e nelle manifestazioni all’aperto dava le sedie a pagamento e quello che le vende o le impaglia. Ormai se n’veden pocch in gir per Milan”: è un’attività che con il passar del tempo è andata quasi dispersa. Come quella del “magnan”, considerato un personaggio molto furbo, tanto da essere oggetto di modi dire. Ritoccava le pentole, le padelle e altro.
Ombrellaio

Tutti questi mestieri ambulanti riservavano a chi li esercitava una vita magra e chilometri e chilometri a piedi dalla mattina alla sera. E divorando polvere urlavano per richiamare l’attenzione delle donne che avessero oggetti da rimettere in sesto. Gli ombrellai venivano prevalentemente dal Mottarone e si esprimevano in uno strano vernacolo detto “tarusc”, con lo scopo di non essere capiti dagli altri. A Gignese alla categoria hanno dedicato un museo, che racconta storia e storie di questi lavoratori che attraverso sacrifici e rinunce hanno anche aperto negozi in diverse parti del mondo. Lo visitai negli anni 60 per il quotidiano “L’Italia””, Si diceva: “e mi de fora che l’acqua mi bagna…”: una lode alla sua capacità di affrontare gli umori del tempo e di sopportare la fatica.
Non erano soltanto queste le voci di Milano, a quei tempi. La città era piena di venditori e di artigiani ambulanti. Ovunque era acquartierato uno di loro. La “poliroeula”, la venditrice di polli vivi da decollare sul posto, se l’avventore preferiva; e il pescivendolo , el pessèe, sul quale sorsero leggente e versi. “Sentite come fischiano: un’orchestra”, diceva il venditore di uccelli vivi ai passanti incuriositi. Urlava anche la venditrice di fragole, cioè quella dj magioster. Si sgolava per provocare il desiderio: “Fresca la magiostra; fresca e bella a vedersi”. E che dire dei mercanti di noci, contadini arrivati da Monza, da Lissone, da Desio… Il venditore portava con sé una pietra, che gli serviva per schiacciare il guscio e porgere il frutto, se si gradiva. Di solito - si dice in “Mestieri milanesi d’altri tempi” - si fermavano a due passi da un forno perché gli avventori potessero subito acquistare il pane da mangiare con le noci. “El polentatt”, venditore di polenta, si fermava in piazza Vetra ed era molto apprezzato dalle donne per la sua bellezza. Famoso anche quello di via Fiori Chiari, che aveva come clienti soprattutto i pittori, che pagavano con qualche loro piccola opera.
Tutte queste voci si sono spente da tempo. Chi sente più quella del fruttivendolo ambulante?”. La catalogna, le mele, le carote… oggi si comperano al supermercato o al mercatino rionale e non si sente più per le strade l’invito in rima baciata: “Verdura fresca della mia ortaglia, che è appena fuori di Porta Tenaglia”.
Bisogna essere più che centenari per “risentire” quegli urli, a volte a squarciagola, compresi quelli di chi andava per le vie della città a vendere le rane ancora vive acchiappate nei fossi la notte prima; e “quel del castragaj, che per castrare i polli a volte si faceva pagare in natura. Chi ricorda il lattaio, il venditore di fiammiferi o di lumini, o di bastoni da passeggio, il garzone del fornaio e di acciughe. I marronatt (caldarrostai), vantano ancora la propria tradizione nelle fiere.
Il riparatore di sedie

Care vecchie voci di Milano. In immagini ingiallite ritroviamo il lattaio, il carbonaio, il venditore di gamberi (“quel di gambaree”): i più gustati erano quelli del Lambro, utilizzati nella preparazione del risotto alla certosina. Il venditore urlava: “Gamberi, Gamberi. L’è quel di gamberi salati e boni”. Su questo ambulante fiorirono molti modi di dire: per indicare uno che aveva commesso un errore: “Ciappa on gamberi”. Il “madonnatt”, quello che dipinge i santi sull’asfalto durante le feste resiste ancora: si è esibito in piazza del Duomo qualche tempo fa. Mentre è quasi scomparso lo sputafuoco: l’ultimo se n’è andato in pensione, ritirandosi nella sua terra d’origine, dopo aver dato da anni spettacolo in piazza del Duomo. Si ricomincia a vedere qualche spazzacamino, seguito dall’onnipresente giovane garzone. Spariti i teatrini dei burattinai nelle vie e nelle piazze. Uno famoso fu un tale di nome Lampugnani, che apriva il piccolo sipario della sua baracca nei pressi del Duomo. E c’erano “quell dei tortei”, venditori di pasta zuccherata, e quelli che scarpinavano vendendo tappeti.
Fioraio

La lista è ancora lunga, Ma non voglio lasciare da parte le fioraie, che oggi aspettano i clienti stando nei chioschetti agli angoli delle strade, dove qualcuno ha ereditato l’esercizio dal padre o dalla madre. Una vecchia postazione è tra le vie Melchiorre Gioia e Lunigiana, passati da padre in figlio. Esercitava questo mestiere anche Teresina Bardi, che sostava all’angolo tra via Manzoni e via Verdi, proprio su un lato della Scala. Una donna gentile, sorridente, garbata, quasi riverita dai galantuomini, che pagavano le sue rose in busta chiusa. Purtroppo ebbe un destino amaro: un ufficiale innamorato la sfregiò per gelosia. Neppure allora, e anche prima, la violenza alle donne era praticata.
Quanti volumi usciti su queste voci. Se ne parla anche ne “Il volto della città perduta” della casa editrice Celip, di Nicola Partipilo, passata alla storia come gli ambulanti, tra i quali quello del cafè del genoeucc, caffè che risultava dalla mescolanza con i fondi di altro caffè e aveva come clienti soprattutto il cocchiere, che allora si chiamava brumista, operai e squattrinati. Questo “barista” si piazzava alla stazione Centrale o in piazza Duomo nelle prime ore del mattino. Scomparso il venditore di carbone; come anche il lustrascarpe. Ho fatto in tempo a vederne uno, l’ultimo, quarant’anni fa, nella Galleria delle Carrozze della stazione Centrale: il signore, spesso altezzoso e ben vestito e tanto di cappello in testa, si accomodava e il giovanotto apriva la cassetta, ne tirava fuori straccio, spazzola e lucido e faceva brillare le calzature.
Nuovo mestiere, il giocoliere stradale

Doveva essere piacevole ascoltare i cantastorie, tra i quali Franco Trincale, che per sopravvivere si era messo a fare il tassista, continuando sempre a raccontare le storie della città, belle e brutte, accompagnandosi con la chitarra. Quando andò in pensione, usufruì della legge Bacchelli e all’angolo tra corso Vittorio Emanuele e piazza San Babila si spense un’altra voce, applaudita dai milanesi: la sua. Qualche anno dopo ho rivisto Franco esibirsi in piazza Duomo, forse per nostalgia. Mestiere, questo, che si perde tra i vicoli del tempo. Per ascoltarli andai un paio di volte, inviato del quotidiano l’”Italia”, al festival di Monticelli d’Ongina, che si svolgeva negli anni Sessanta. Ai primi del ‘900 I milanesi ascoltavano il Barbapedana, che frequentava le osterie e le strade e le piazze nelle belle giornate. Cantava brani in vernacolo, pizzicando le corde della chitarra. Morì povero nel 1911. Io mi spello le mani per Gigi Pedroli, grande acquafortista con torchio in una vecchia casa sul Naviglio Grande: da cantautore eccellente si ispira a personaggi popolari, come i barboni che dormono sulle panchine dei giardini pubblici o nei tunnel della stazione Centrale e avevano come amico il grande storico e critico musicale Giulio Confalonieri, che scrisse anche un libro: “Barboni a Milano”.

mercoledì 22 maggio 2024

Grande spettacolo, Milanesando

LA VITA E LE OPERE DI ROSA GENONI DIVA DELLA MODA E FEMMINISTA




La gondola di Umberto Pagotto
Raccontata nei dettagli nel cortile del negozio di Graziana e Paolo Martin, sul
Naviglio Grande, da Elisabetta Invernici, giornalista, e da Cristina Castigliola, attrice superlativa. Subito dopo sono saliti sul palco Gigi Pedroli, grande acquafortista e cantautore, accompagnato alla chitarra e al banjo da Fabio Lossani. Mentre nella via liquida filava la gondola di Umberto Pagotto.









FRANCO PRESICCI


Il Naviglio Grande e la moda in scena, nel cortile della “Martin-Tutto per gli operai”. Domenica 12 maggio. Prima è arrivato lui, Umberto Pagotto, con la sua gondola. L’ha ancorata proprio di fronte al grande negozio lasciandola alla curiosita' dei gitanti. Mai vista sul Ticinello una barca così bella, sottile, elegante, comoda, che da secoli solca altre acque. Il trevigiano Pagotto, gentiluomo di antico stampo, ne va orgoglioso e si compiace di vedere il suo mezzo di trasporto “marittimo” ammirato. Poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di “Milanesando”, lo spettacolo allestito in quel notissimo spazio, che a poco a poco s’infoltiva di spettarori?
Elisabetta Invernici
Dopo Pagotto ecco comparire Gigi Pedroli, il grande Gigi, e il compagno di scena Fabio Lossani, cantautore, scrittore e suonatore di chitarra e di banjo.

C’erano già la giornalista Elisabetta Invernici con il compito di di dialogare con la bravissima attrice Cristina Castigliola pronta ad entrare nel personaggio-principe del pomeriggio: Rosa Genoni. Ed eccola venire dall’alzaia, la bella Cristina, con passo svelto e attraversare il corridoio aperto tra le sedie, salire sul palco e presentarsi: “Sono Rosa Genoni, nata il 16 giugno 1867 a Tirano, figlia di Luigi Genoni e Margherita Pini di Crosio”. Il papà aveva una bottega di ciabattino, di quelli che adesso, a volerli cercare con la lanterna di Diogene, sarebbe tempo sprecato.
Rosa si racconta con la voce e i gesti di Cristina: E’ la prima di tre fratelli, ha frequentato le scuole fino alla terza elementare, la quarta e la quinta nei corsi serali, studiando intanto il francese, perché allora la moda parlava quella lingua. E lei nel settore conquisterà, piolo dopo piolo la cima della scala, tra l’altro inventando il “made in Italy”.
Elisabetta Invernici, che ha lavorato a “La Notte” con Rosa Teruzzi, giallista di successo, e con altri valenti colleghi, prende per prima la parola, soffermandosi sui diritti, quasi sempre rivendicati, e sui doveri, quasi sempre disattesi, e accennando al lavoro nel dettato costituzionale (echeggia Noberto Bobbio). Parla anche del diritto allo sport, alla cultura, alla salute, e dei doveri.
Cristina Castigliola
Quindi fa brillare la figura di Rosa Genoni, la prima stilista italiana e il microfono passa a Cristina Castigliola: “Vivo a Milano con una zia sarta, facendo la ‘piccinina’, giovane apprendista, a cui tanti pittori e scrittori dedicarono la loro ispirazione (‘Corri, corri sartinn/ ve spetta la signora….’’ (Carlo Chiesa). Compiuti i 18 anni, Rosa frequenta i circoli operai e socialisti, diventa amica di Anna Kulischoff, di Filippo Turati e altri esponenti del partito, è assidua ai congressi, ai dibattiti. Una vita esemplare, di vittorie e di conquiste.

Elisabetta conosce molto bene il personaggio. E fa domande a Cristina, la stimola (fa parte del canovaccio). E Cristina prosegue esibendo tutta la sua arte. “Vado a Parigi, copio ed elaboro quei modelli; e inizio a pensare a una moda italiana libera dai modelli francesi”. A Parigi si trovavano tutti gli accessori, ma arrivavano dall’Italia. Rosa torna nel nostro Paese in casa Bellotti in Galleria. e veste tutte le nobildonne che frequentano la Scala. E arriva l’amore… Una vita interessante e avvincente, quella di Rosa Genoni, creatrice di moda, femminista, personalità forte, volitiva, determinata. Conosce l’avvocato Alfredo Podreider, principe del foro. Una vita fatta di impegno. In occasione del traforo del Sempione Rosa espone abiti “dettati” dalle grandi opere d’arte italiane. Nel 1915 al congresso internazionale dell’Aja, “unica rappresentante per l’Italia”. La presidente Jane Addams - m’informa Elisabetta Invernici - “la porta con sè all’incontro con il primo ministro olandese Cori-Vander e insieme vanno a Londra da Edward Gray, ministro degli esteri britannico, per perorare la causa della pace”. Nel 1918 si ammala di Spagnola (così chiamata perchè furono i giornali iberici a parlarne per primi), rischia la vita, ma si salva.
E’, questa, una sintesi della vita e dell’attività di Rosa, che tra l’altro promosse il Concorso nazionale per un abito femminile da sera”. Morì a Varese il 12 agosto del 1954: 70 anni fa. Quanto ci piacerebbe continuare ad esplorare la vita e l’attività d questa figura splendida, diva dell’eleganza e della bellezza.
Il pubblico ha seguito affascinato la recitazione di Cristina e la regìa di Elisabetta, colpito da questo racconto coinvolgente. “Eccellente, quest’attrice, dominatrice della scena, lodevolissimi i suoi toni, le sue espressioni, i suoi movimenti a volte frenetici”: i commenti alla conclusione di questa parte del pomeriggio. “Quanta energia. Andava, tornava, scendeva gli scalini del palco, attraversava il pubblico, risaliva, spostava oggetti, si fermava, fingeva di interpellare la memoria, ma in verità era padrona degli avvenimenti, delle date, delle circostanze”. Superlativa.
Il Pubblico
Sul palco è poi salita Graziana, rivolgendo un saluto agli spettatori, numerosi, attenti, soddisfati.
Gigi Pedroli
“Milanesando” continuava con due artisti di alto livello: Gigi Pedroli e Fabio Lossani, che suscitano sempre risate con dialoghi e battute, scatenano applausi, urli di osanna, soprattutto quando eseguono le canzoni di Pedroli pregne di ironia sapida, garbata, bonaria, emerse da una fantasia illimitata, libere di sognare, come ha scritto Tony Lauria. Pedroli canta il Naviglio Grande, dove da anni ha il suo Centro d’Incisione, inventa le sue bellissime acqueforti e scrive brani senza decorazioni, con spontaneità e passione, lontane da schemi preconfezionati, a volte ispirandosi a personaggi reali, caratteristici, divertendosi e divertendo. Accompagnato da Lossani, ha snocciolato uno dopo l’altro schizzi estemporanei, mentre qualcuno lo ricordava, tra un intervallo e l’altro, con la chitarra a tracolla come un menestrello sull’uscio del suo laboratorio.
Gigi dei Navigli, artista prolifico, non si è smentito neppure questa volta. Quando ha iniziato a cantare “Pinin” e poi l’“Ernesto”, che andava in bagno all’hotel Principe e Savoia”, il pubblico è esploso: “Insuperabile, continua, Gigi”; e lui cantava, sempre accompagnato da Fabio Lossani, con il quale forma un “duo” molto affiatato. Lossani provocava il pubblico con domande in milanese, faceva domande e senza aspettare risposte: “Se non lo sapete, acquistate il mio libro, che trovate all’ingresso”.
A spettacolo concluso, i due artisti si sono seduti fra un gruppetto di persone e hanno ripescato i ricordi: quelli del Derby Club, aperto da Enrico Intra in via Monterosa negli anni ‘60. Frequentato da Giorgio Gaber, Deisy Lumini, Umberto Bindi, Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Giorgio Faletti, Charles Trenet.... Una sera ad applaudire i Gufi (Nanni Svampa, Roberto Brivio, Lino Patruno, Gianni Magni) c’era anche Paolo Stoppa con Rina Morelli. Belle serate, quelle dell’”Intras derby club”. Quando lo inaugurarono c’era tutta la stampa milanese.
Da sinistra Fabio Lossani e Gigi Pedroli
Gigi e Fabio inanellavano i ricordi, mentre un gruppo di spettatori si avvicinava al tavolo del “bouffet”. Graziana con dolcezza faceva gli onori di casa.
E io tallonavo Paolo Martin, nato e cresciuto in una casa di ringhiera che respirava l’aria del Naviglio Grande. “Come si viveva in una casa di ringhiera, Paolo?“. Uno per uno e uno per tutti. C’era solidarietà, amicizia, gentilezza. “Che cosa mangi, stasera?” “Vengo da te”. Si conversava tra un un ballatoio e l’altro e così si stendeva il bucato. I ragazzini giocavano nei cortili pieni di fiori”, “Hai conosciuto il pittore Guido Bertuzzi, che dipingeva i cortili di quelle case. “L’ho conosciuto, aveva lo studio in vicolo dei Lavandai. Un’ottima persona e bravissimo artista”. Intanto molti non perdevano di vista la gondola. “Mai vista una barca veneziana in queste acque”, “E’ davvero bella”. Umberto si compiace di suscitare tanta curiosità e tanto interesse. L’alzaia e la ripa si affollano, i ristoranti hanno già preparato i tavoli. Attraverso i ponti gli affezionati del Naviglio Grande passano da una sponda all’altra e la gondola va verso la darsena.
Graziana Martin
Nel cortile dei fratelli Martin ancora un residuo di pubblico conversa. Qualcuno va al Centro Incisioni d’arte di Pedroli, per visitare la mostra in atto. Tanto verde pende dall’alto, nel cortile, creando archi vegetali. Una pianta dondola, all’esterno, quasi su un cavalletto con un quadro. Non vorrei mai mancare alle iniziative dei Martin, che hanno come teatro lo spazio più famoso di Milano.
I Martin sono lì dal ‘38. Vi sono stato anche a una festa d’anniversario, presente Luciana Sevignano, “ètoil” della Scala, amica di Graziana, che ama la danza da sempre e l’ha anche praticata. Me la immagino volteggiare come una libellula.

mercoledì 15 maggio 2024

Conversazione con l’ispettore Luigi Negro

I GIORNI TORMENTATI DI MILANO FRA DELITTI, SEQUESTRI, RAPINE

 

A sinistra Luigi Negro
L’ho incontrato dopo più di trent’anni a due passi da casa mia e ci
siamo lasciati prendere dai ricordi di persone, episodi, investigatori che fanno parte della storia della polizia meneghina e dintorni.




FRANCO PRESICCI


Al tempo in cui frequentavo per “Il Giorno” i commissariati di polizia, gli avamposti della lotta alla criminalità, l’ispettore capo Luigi Negro fu uno dei primi “detectives” che incontrai. Allora prestava servizio a Greco Turro, dopo essere stato al quarto distretto, in via Poma. Ebbi l’impressione di trovarmi di fronte a Frank Serpico, il poliziotto italoamericano che mostrò il suo impegno e la sua abilità anche in una vicenda di corruzione nella polizia nuovayorkese: raccolte le prove, presentò la lettera di dimissioni. Era nato a Brooklin nel ‘36 da immigrati italiani, era coraggioso e intraprendente, eroico, tanto da ispirare, nel 1973, un film, regista Sidney Lumet, con protagonista Al Pacino, che con quella pellicola per poco non vinse l’Oscar.
Al centro Negro e il vicequestore Capecelatro
Negro aveva ed ha la stessa barba e gli stessi baffi del collega americano, la stessa determinatezza, la stessa forza, la stessa audacia, lo stesso fiuto. E’ alto, robusto, inflessibile sul lavoro, a volte un tantino brusco, schivo, distaccato. Ma simpatico. Quando andavo a Greco, in zona Niguarda, trovavo Rossi, Giuliani, Santoro ed altri, seduti ciascuno al proprio tavolo, ma lui di rado: era sempre a caccia di malavitosi da mettere al “gabbio”, come il gergo della mala chiama la galera. Lo ammiravo per lo spirito di sacrificio, anche se avaro con il povero cronista avido di notizie. La vecchia volpe adesso, arrivato al traguardo della pensione, vive in una cascina, tra galline che starnazzano e il cane che saltella, abbaia per affetto, giocherella, corre.
L’ho rivisto dopo trent’anni. Tanto è il tempo che è passato dall’ultima volta che andai nel suo commissariato, collocato in una zona riposante, ricca di verde, di villette, di stradine, a pochi passi dal Villaggio dei Giornalisti, a un tiro di schioppo da “Il Giorno”.
Negro vicino la cascina

Negro, come detto, era sempre sulle tracce di rapinatori di banche, latitanti, pellacce convinte di riuscire a farla franca. Ne acciuffò una, all’uscita di un supermercato, e la tenne a freno per una ventina di minuti. “Metti giù la pistola, altrimenti sparo”, diceva, mentre uomini, donne, bambini, terrorizzati, fuggivano o rimanevano impietriti vicino all’ingresso del grande magazzino. L’ispettore usò tutta la sua esperienza, evitando che la situazione degenerasse. Alla fine, gli avventori, tirarono un respiro di sollievo, esplodendo in applausi liberatori. Pur non amando lo spettacolo, il caso gli aveva assegnato il ruolo del temente Sheridan, al secolo Ubaldo Lay, o di qualche altro mastino televisivo o cinematografico.
Ne ha di episodi da raccontare, Luigi Negro, fisicamente una sorta di Bud Spencer che però non ha mai mollato schiaffi, non ha mai fatto volteggiare chi reagiva all’arresto. Non so se ora, vivendo nella sua struttura rurale, in una pace idilliaca, in un silenzio inimmaginabile nel caos della città, gli capiti di meditare sui giorni trascorsi in via Poma o a Greco Turro, quando a Milano si susseguivano i regolamenti di conti, i sequestri di persona, i delitti del terrorismo con code di telefonate alle redazioni dei giornali per il recupero dei volantini lasciati nei cestini portarifiuti. La cascina, un tempo fulcro del lavoro contadino, è un luogo che consente sane letture e passeggiate solitarie o in compagnia, tra alberi e sentieri, fruscii di rami, canti di uccelli e rombi di trattori.
Negro in campagna

Il pensiero non ha soste; e, camminando tra il profumo delle piante, sicuramente, ogni tanto, l’ispettore capo Luigi Negro ricorda almeno qualcuna delle imprese di cui è stato protagonista. Soprattutto quelle pericolose raccontate dai giornali.
Io, pur prossimo all’ultima scadenza, sono rimasto cronista puntiglioso e invadente, curioso e mai soddisfatto; e quale occasione migliore di questa per esplorare nella carriera di un poliziotto che veniva considerato un cane da tartufi. Inflessibile: “Se uno sbaglia, se ha scelto di assaltare le banche o di violare la sacralità di un appartamento, di sfilare un portafoglio da una borsa sul tram o sul metrò, è giusto che paghi”.
Sarebbe stato un ottimo collaboratore per Mario Nardone, a cui la televisione, nel 2010, dedicò una serie televisiva di una decina di puntate con Sergio Assisi nei panni del “Gatto”, come il commissario più famoso d’Italia veniva soprannominato, anche a causa del suo olfatto e dei suoi travestimenti. Tra l’altro arrestò e interrogò Rina Fort per il gravissimo fatto di cronaca nera di via San Gregorio, a Milano, che mobilitò anche la penna di Dino Buzzati.
Luigi Negro non cerca biografi, ma se gli capita d’imbattersi in un cronista che in molta parte della sua vita ha ingoiato polvere e consumato scarpe per guadagnarsi la notizia quotidiana, dopo qualche resistenza, cede. E gli si sciolgono i ricordi. Deve solo scegliere fra quelli più rilevanti. Allora snocciola nomi e cognomi, date, circostanze, storia e caratteristiche e tecniche degli esponenti della malandra che ha spedito in piazza Filangieri.
Ninni

Ha un altro pregio: una buona memoria, di quelle che si definiscono inossidabili, e la utilizza con misura, a seconda dell’interlocutore. E’ intelligente, preparato. Ascoltarlo è un piacere. E’ sintetico, e nelle sue sintesi racchiude tutto. “Arrestai il rapinatore dei parrucchieri, che prendeva di mira i negozi nel centro della città. Era fulmineo, predava denaro anche ai clienti e spariva. Faceva anche due rapine al giorno. Una mattina, verso la mezza, entrò nel salone di via Cristina di Belgioioso, nei pressi di corso Buenos Aires e a due passi dal commissariato Città Studi, razzolò i soldi; mentre usciva una giovane dipendente, impaurita, gli scagliò contro uno scannetto, lui si girò e fece fuoco, colpendo il titolare. Negro si mise sulle sue tracce e lo intercettò in via Meda, e nella successiva perquisizione trovò gioielli strappati alle signore e una pistola. Sul “Giorno” scrisse un bellissimo articolo il collega Enrico Nascimbeni, giornalista e poeta (un suo libro di versi è stato recensito sul “Corriere della Sera” da Roberto Vecchioni), poi cantautore.
Oscuri, Nardone e Caracciolo

Una vita molto movimentata, quella di Luigi Negro. Al suo attivo ha fra l’altro la soluzione di cinque omicidi, compreso quello commesso da una donna sudamericana, che aveva gettato nel Lambro il suo bimbo appena nato. Nel 2008, grazie ad un confidente, individuò il luogo in cui era stato sepolto un tale ucciso sette anni prima (ne aveva parlato anche “Chi lo ha visto”, la trasmissione televisiva condotta da Federica Sciarelli su Rai3). Si dette da fare e con la Squadra Mobile di Milano e quella di Como trovò nel seminterrato di uno stabile nel pressi del capoluogo lombardo il corpo della vittima. Continuando le indagini, emersero i nomi dei due assassini, che avevano compiuto il fattaccio per quattro chili di droga.
Luigi Negro è nato 64 anni fa nel Salento. Entrò in polizia nel ‘78. dopo aver seguito il corso ad Alessandria. Arrivò a Milano e fu assegnato al Reparto Mobile, dove già prestava servizio Filippo Ninni, futuro capo della Squadra Mobile di via Fatebenefratelli. Ninni è di Talsano, cittadina in provincia di Taranto, e la caserma era allora diretta da Aldo Gianni, futuro questore di Bologna. In seguito Negro fu assegnato al Reggimento di piazza Sant’Ambrogio e nell’80 al Quarto Distretto di via Poma, dove per un po’ di tempo fu commissario Antonio Di Pietro, poi protagonista di “Mani Pulite”, e dirigente Vito Plantone, nominato nell’85 questore, prima destinazione Catanzaro, regina tra due mari, lo Jonio e il Tirreno, ricca di centri balneari. Plantone era di Noci, che ha uno dei centri storici più belli della Puglia.
Vito Plantone

Ho domandato a Luigi Negro se abbia nostalgia della sua città natale, inondata dal sole e da tanti colori, ma le risposte erano tante e quella è rimasta intrappolata. Conosco il paesino del Pavese che ha scelto tempo fa e posso dire che anch’io, pur amando la mia “culla”, Taranto, e Martina Franca, la città dei trulli e del Festival, noto e apprezzato nel mondo, una quarantina di anni fa cercai un terreno da quelle parti. Lo trovai su una collina costellata di viti, ma era parecchio inclinato e non consentiva passeggiate agresti che fanno tanto bene alla salute.