Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 21 agosto 2024

Francesco Colucci, prefetto in pensione

VICECAPO DELLA MOBILE CONOSCEVA BENE LA MALA




Il prefetto Francesco Colucci
Bande, banditi, scassa vetrine e mani di velluto, rapinatori, ladri, sequestratori, molte pellacce di Milano non avevano segreti, per lui.















Franco Presicci




Non parla mai delle operazioni di polizia a cui ha partecipato; e men che meno di quelle che ha diretto. Francesco Colucci, oggi prefetto in pensione, schiva l’argomento, preferendo parlare d’altro.
Intervista a Colucci

Degli eventi della vita, per esempio. E dire che ne avrebbe di cose da raccontare e con dovizia di particolari. E’ stato vicecapo della Squadra Mobile, a Milano, dirigente della Criminalpol, con sede in piazza San Sepolcro, dove al primo piano si aprono le porte del primo distretto, e ha rivestito tanti altri incarichi, accumulando esperienze e incontri con ogni tipo di persone dell’una e dell’altra sponda. Non si è mai messo in mostra, non è mai andato alla ricerca della sua immagine sui giornali. Pur avendone avuto la possibilità. I cronisti lo hanno incalzato, facendo siepe attorno a lui; lo hanno atteso in via Fatebenefratelli, all’ingresso della questura, e lui, sempre gentile, misurato, un sorriso appena accennato, si schermiva, chiarendo che a imporgli il silenzio era la segretezza delle indagini. Non parlava come l’oracolo di Apollo, creando perplessità, incertezza nei cacciatori di notizie, che trascorrevano più ore sulla strada che a casa e le inventavano tutte per poter catturare particolari di un delitto, di un sequestro di persona, di una rapina clamorosa. E’ vero che lui e i suoi uomini avevano a che fare con banditi agguerriti, bene organizzati e forniti di ogni mezzo necessario per le loro imprese criminali e che se all’investigatore sfuggiva una parola di troppo ne avrebbero approfittato chiudendosi a riccio. Il lavoro era spesso delicato, impegnativo, faticoso e quindi se raggiungevano un risultato e rimanevano delle appendici occorreva tacere. Avevano scoperto un covo, arrestando dei malviventi? Bisognava tenere segreta la notizia, perché i poliziotti erano appostati nei pressi e all’interno del luogo in attesa di altri della banda. Ma i mastini della stampa si accanivano e avrebbero violato anche un tabernacolo pur di strappare una sillaba.
Francesco Colucci

Nell’agosto dell’84 andai a Santa Maria di Leuca a far visita ad un amico della Squadra Mobile di Milano, che mi invitò a cena. La moglie andò a comperare le cozze e lui rimase a conversare con me. Ogni tanto si alzava e andava nella villa di fronte per parlare al telefono a voce bassa. Il movimento m’insospettì. Durante il banchetto gli facevo domande e lui deviava. “Niente, stai tranquillo, gusta gli spaghetti, comune amministrazione. Quando noi siamo in ferie non siamo così lontani dai ‘topi’”.
Tornato a casa chiamai Franco Colucci: “Sta succedendo qualcosa? Ho l’impressione che il tuo collega sia un po’ agitato. E’ con te che parla? Se è così mi puoi dare una dritta?”. “Ma no, in pentola non bolle niente. Possibile che tu non riesca mai a riposarti?”. Allora mi rivolsi a uno dei cronisti più esperti e dotati del mio giornale, Giancarlo Rizza, che da una vita respirava l’aria di via Fatebenefratelli, dove conosceva tutti o quasi. Una sera era riuscito a sgattaiolare da un ristorante, dove il dottor Pippo Micalizio cercava di tenerci buoni perché aveva appena ricevuto una notizia prelibata e cercava di evitare che qualcuno di noi, uscendo, potesse iniziare una battuta di caccia, e quando si accorse che Rizza si era volatilizzato, mangiò la foglia. Infatti il cane da tartufi azzannò la preda. Ma questa volta neppure Giancarlo riuscì, come si dice, a cavare il ragno dal buco; anche perché erano pochissimi in questura quelli che sapevano dell’operazione.
Caricatura di Colucci

Dopo qualche giorno circolò la voce che due banditi al soldo di un boss determinato e feroce si aggiravano dalle parti di Misiano di Rimini per individuare un luogo in cui avviare degli affari, estendendo quelli che già gestivano con forti guadagni in Lombardia. I due si presentavano come commercianti e soggiornavano in una villa, non immaginando di essere stati intercettati e di essere seguiti in ogni passo. Vennero arrestati e dopo meno di un paio di mesi nella trappola cadde anche il capo.
Esaurite le ferie e rientrato a Milano, incontrai Colucci nei corridoi della questura. Mi sorrise, aspettandosi una lagnanza, ma io, sempre discreto e rispettoso, come lo era lui, lo invitai a bere un caffè e parlammo d’altro. Un’operazione del genere doveva essere per forza tenuta al riparo dalle nostre orecchie, altrimenti sarebbe saltata. C’era tutta una banda da smantellare. Qualche settimana dopo la notizia serpeggiando finì sui giornali, ma con tanti “forse” e “sembrerebbe”, perché i segugi della questura continuavano a tenere la bocca cucita. Poi, al momento giusto, conquistò le pagine di tutti i quotidiani, non solo milanesi.
I questori Caracciolo e Plantone
Colucci conosceva tutta l’attività di via Fatebenefratelli e uno per uno tutti gli agenti, i sottufficiali, e ovviamente i dirigenti, compresi quelli dei commissariati, gli avamposti della sicurezza cittadina. Mi capitò d’imbattermi in una suora laica, che era stata nella banda gestita da un famoso e temuto, baldanzoso personaggio, a cui hanno dedicato anche un film. Volle offrirmi un caffè e mi guidò in un bar della periferia frequentato da elementi della malandra, alla Comasina. Avevo scritto un’imprecisione sui suoi passati rapporti con il clan e lei voleva soltanto rimproverarmi e regalarmi una medaglietta con l’immagine della Madonna. Lo riferii a Franco Colucci e mi disse di conoscere molto bene quella donna, che indossava, e forse continua ad indossarlo, un abito talare cucito da lei stessa. “Un giorno la suora venne a sapere che alcune pellacce in libertà avevano fatto dei torti ai suoi compagni che stavano dentro, prese la pistola e stava per uscire per regolare i conti, quando sentì una voce: ‘Dove vai con quel ‘cannone’? “Era – mi confidò lei stessa - la voce di Gesù, che mì cambiò la vita”. Franco Colucci confermò.
Dopo qualche tempo andò a dirigere la Criminalpol, venne nominato questore, con sede a Bergamo, da lì a Lecce, a Genova, e poi prefetto, ma non è solito spifferare l’esperienza fatta durante la sua carriera. Come Antonio Pagnozzi, Vito Plantone, Mario Jovine, che andai a intervistate a Venezia e poi a Bologna, città che lo aveva avuto prefetto. Il questore Vito Plantone era mio amico fraterno, cugino di Costantino Muscau, inviato speciale del “Corriere della Sera”; e quando ci trovavamo a cena nella casa dell’uno o dell’altro ci regalava qualche racconto, certo che non avremmo mai tradito la condizione di non utilizzarlo mai (eravamo tutti in pensione), e noi abbiamo rispettato la sua volontà.
E quando Enzo Catania, allora direttore del “Giorno”, gli chiese di assumere l’incarico di commentare per il giornale i fatti più clamorosi, lui rispose di no, perché anche se fuori dalla polizia lui rimaneva fedele allo Stato. Così Franco Colucci. Altrettanto come detto Antonio Pagnozzi, che non c’è più, come Plantone e come Enzo Caracciolo, che è stato un grande capo della squadra ai tempi del questore Allitto Bonanno, negli anni Settanta. Una sera tentai di intervistarlo e lui mi rispose soltanto che aveva lo scrupolo di non essere riuscito ad acciuffare l’assassino di Simonetta Ferrero, la studentessa che perse la vita nel bagno dell’Università Cattolica di Milano.
Prefetti Pagnozzi, Colucci e il gionalista Catania 

Sono stati tutti dei pilastri di via Fatebenefratelli. Alcuni di loro aveva collaborato con il grande Mario Nardone, detto “il gatto” per il fiuto di cui era dotato. E tutti, come Nardone, quando accettavano di parlare con un cronista osservavano una regola per loro sacra: raccontiamo i fatti, ma senza fare nomi. Chiesi il motivo a Nardone nella sua casa di via Savona e lo chiesi anche a Vito Plantone. La risposta fu chiara: anche un uomo che delinque ha una famiglia, i figli possono avere un lavoro onesto o essere all’università e non è giusto che leggano sui giornali che il padre è stato quello che è stato.
Andai a Catanzaro, a intervistare Plantone, che era stato nominato questore di quella città, e lui su questo fu inflessibile. Chiamai Guido Gerosa, intellettuale di notevoli dimensioni, vicedirettore e capocronista del giornale, che scriveva libri e conosceva a memoria la storia della nera a Milano (se n’era occupato al quotidiano del pomeriggio “la Notte”), e mi disse che andava bene così. Ho dimenticato Colucci? No, mi resta da dire che merita la stima di cui gode, anche fra tanti amici che con la polizia non hanno niente a che fare.

mercoledì 14 agosto 2024

Un grande poeta in dialetto tarantino

SCRISSE UN TOCCANTE POEMA “’U TRAVAGGHIE D’U MARE”





Alfredo Lucifero Petrosillo
Tante altre opere di Alfredo Lucifero Petrosillo, anche in lingua, si possono leggere in
quotidiani e settimanali. Era un signore alto, esile, brillante, baffetti alla David Niven. Era gioviale e aveva un sorriso dolce, comunicativo. Guidò “’U Panarijdde”, periodico satirico in vernacolo.













FRANCO PRESICCI


“Quànne hàgghie muèrte, no, no me chiàngìte / peccè chiù male ‘o core me facite / ‘u core ca stè vive e palpetèsce / angòre ‘m mìenze a vvùje e se ne prèsce…”. Sono i primi versi di una bellissima poesia di Alfredo Lucifero Petrosillo, poeta, scrittore e per un periodo direttore d“’u Panarìjdde”, il giornale satirico in dialetto tarantino fondato da Vincenzo Leggieri nella sua tipografia di fronte alla piazza coperta, alle spalle di via D’Aquino, e venduto da Marche Polle.
'u panarjidde

Ero molto giovane, quando conobbi don Alfredo, uomo alto, sottile, elegante, passo svelto e un tantino ballerino. Avevo una gran voglia di intervistarlo per “Sette Giorni”, il periodico barese che mi ospitava, e per “La Tribuna del Salento”, gemello di Lecce del professor Ennio Bonea, diretto da Totò Vergari, ma non mi decidevo mai. Eppure il figlio, Pierino, che frequentava il liceo scientifico nella stessa classe di mio cugino Enzo – che abitava di fronte a me sullo stesso ballatoio dello stabile costruito da mio nonno e con lui studiava il pomeriggio - avrebbe potuto agevolare il contatto.
Un giorno vidi don Alfredo camminare proprio davanti a me, in via Leonida all’angolo con via Dante e non esitai: “Signor Petrosillo, mi concederebbe un po’ di domande per un articolo?”. “Immagino che tu non voglia esplorarmi adesso, fra la gente. Meglio a casa mia”. E mi fissò un appuntamento per il giorno dopo. Mi colpì la sua disponibilità e il suo garbo signorile e mi sentii orgoglioso. Avevo appena letto un suo libretto di poesie e mi era piaciuto tantissimo.
Fui puntualissimo, anzi arrivai mezz’ora prima e aspettai giù nell’androne del palazzo. All’ora prestabilita salii e bussai. Venne ad aprirmi e mi fece sedere in poltrona con un modo di fare quasi paterno.
Mandrillo con i giornalisti Presicci e Baroni

“Allora, come mai questa intervista?”. “Ho letto molto di quello che lei ha scritto e vorrei chiederle tra l’altro quando le è sorta la passione per la poesia”. Una domanda banale, scontata, dovuta all’imbarazzo, ma lui non si scompose e sorridendo mi rispose che era passato tanto tempo da quel giorno. Ero “’nu curciùle” di fronte a un maestro, un nano al cospetto di un gigante. Si alzò per andare a preparare il caffè, si girò di scatto e mi sorrise, fissandomi con i suoi occhi di antracite: “Già, sono molti anni che navigo in questo mare. Traduco in versi ogni attimo della mia vita, i miei stati d’animo”. “Lo sa che so quasi a memoria il suo ’U travàgghie d’u màre?’. Ogni volta che mi viene in mente un verso mi emoziono”. Non rispose, ma gli si accesero gli occhi e credetti di veder vibrare i baffetti alla David Niven.
Sorseggiando la bevanda, mi parlò del dialetto e dell’errore che molti compivano ignorandolo. “Le nostre radici sono nel dialetto; e ascoltare i suoni, la melodia della nostra parlata, l’onomatopeia di certe parole è edificante. Il dialetto deve essere studiato, coltivato, irrorato, altrimenti a poco a poco scompare. Ci sono vocaboli dialettali più efficaci di quelli della lingua italiana, più immediati nel loro significato”. E mi invitò a fare delle passeggiate nella città vecchia, per raccogliere gemme dalle labbra dei pescatori seduti sulla riva di Mar Piccolo a rammendare le reti; per ascoltare “le cozzarùle”, che urlano il pregio della merce: l’oro di Taranto.
Le cozze

Appresa la lezione, iniziai a fare la spola dalla discesa Vasto alla Dogana, a piazza Fontana, tenendo l’orecchio teso alle conversazioni dei passanti e della gente accomodata fuori dei bar e quelle degli uomini raggruppati davanti al banco dei pescivendoli o allo sbarco del pesce dagli scafi: pesce guizzante che andava a ruba. Godetti gli urli “de le “pisciauèle” che invitavano a guardare negli occhi dentici, branzini, sarde, triglie, per notare la freschezza, mentre qualche granchio tentava di scavalcare l’orlo della cassetta riservata ai gasteropodi. E imparai, grazie a Petrosillo, anche la vita della città vecchia, stimolato a tornare tutte le volte che ne avevo la possibilità. Il resto lo fece Ciccillo Passiatore, mio lontano parente, che aveva un’oreficeria da quelle parti e si esprimeva solo nel vernacolo degli… avi. Diceva “’mbote”, “schìfe”, “chiùdde”, “ciuppenesciàte”, “sarchiapòne”...
Attraversavo spesso il ponte girevole e imboccavo ”’a vieremìènze” per andare alla chiesa di San Domenico, dove mi associavo agli esploratori e dipingevo alla bell’e meglio sulle pareti di una sala sottostante sulla sinistra dell’altare maggiore immagini di Topolino e Minnie con la divisa dei fedeli di Baden Powell. Detti loro una mano a realizzare il presepe e una recita in una cappella sconsacrata, che era stata trasformata in teatro. Dal parroco, don Stefano Ragusa, non appresi parole in dialetto, perché era di Martina Franca, ma dai ragazzi, sì: catturavo i termini che mi colpivano di più e le annotavo in una sorta di dizionario personale.
Nicola Giudetti

Alla Marina tornai molte volte e osservai i volti incartapecoriti dei vecchietti che interpellavo. Feci loro domande mentre armeggiavano sullo scivolo che portava alle imbarcazioni, esposti al sole, con la sola protezione di un cappello di paglia. Sono anche entrato in diversi vicoli per chiacchierare con i titolari dei negozietti, con le donne che passavano con piede lento e con altri vecchietti che facevano o riparavano le nasse. In un secondo incontro con Petrosillo, avvenuto in una delle vie che s’incrociano alle Tre Carrare (in via Dalò Alfieri c’era la sede dei vigili urbani e verso la Thaon di Revel un carbonaio), gli riferii le emozioni provate come viandante in via Garibaldi davanti a quell’acqua sacra che lui chiamava “Mare Picce”. Mi sentii promosso e soprattutto contento di poter parlare ancora una volta con una stella della poesia dialettale tarantina.
Non avevo ancora avuto l’onore di scambiare due parole con don Diego Marturano e don Alfredo Nunziato Maiorano. Con Claudio De Cuia mi vedevo nello studio fotografico del pittore Salinari, in via Di Palma, di fronte all’edicola di Passiatore e del negozio di occhiali Pignatelli. Che gioia leggere e rileggere “’U relògge d’a chiàzze” di Marturano; “’U travàgghie d’u màre” di Petrosillo; ”’U caggiunìere”, “’U trainìere”, “’U rafanìedde”... di Fedele; “Tàrde vècchie mije” di Alfredo Nunziato Maiorano. In quelle poesie si respira tutta la magia di Taranto.
Cataldo Sferra

La città vecchia affascinava anche Piero Mandrillo, nato a Pulsano. Il nostro dialetto per lui non aveva segreti. Studiò la voce “chiùdde”, su cui si sofferma Giacinto Peluso nel dizionario della parlata tarantina di Gigante. Parlata a cui io non rinuncerò mai. Nelle giornate che trascorro nella campagna di Martina, con i miei cari amici Argese e Giacobelli, mi lascio andare e recito a volte un mio sonetto scherzoso dedicato a un mio ex compagno di scuola che si chiamava Tortito e veniva dalla provincia. Non posso esimermi dal dovere di confessare che per quella elaborazione mi aiutò Claudio De Cuia nello studio dello stesso Salinari, divertendosi anche lui a creare le rime alternate. E’ una minuzia, ma contiene alcuni suoni dialettali che mi prendono sempre.
A qualche familiare non piace quando io per gioco uso espressioni come “’a schètàzze” , “s’hà’ ‘mbernacchiàte” , “’a femenàzze”, ma io non mi arrendo. Subii in parte il volere di quella santa donna di mia mamma, che bandiva il dialetto dalla nostra casa (come tante altre mamme) e già allora lo abbracciavo clandestinamente. Così parlavano i nostri nonni e così don Antonio “’u scarpàre”, che aveva il deschetto nell’androne nel palazzo di fianco al mio. Perché io no?
Un mio professore - che sicuramente non vorrebbe essere citato – insegnava più in dialetto che in italiano. Io lo amavo, quel docente, che rideva quando io e il mio compagno di banco alle medie, destinato a fare l’avvocato, Mosca, scimmiottavamo il dialetto barese.
Antonio De Florio

Nelle nostre serate nell’insegna dell’allegria, da grande, ripetevo la solfa a Filippo Alto, barese verace, e lui mi scudisciava con le parole “minghiarìle e cremòne” (usate da Colìne e Mariètte nella trasmissione “La Caravalla” su Radio Bari). Questo è l’aspetto giocoso del mio uso del dialetto, ma sono in grado di recitare senza scorrere il testo le composizioni di Alfredo Lucifero Petrosillo in cui immagino, anzi, sento rumoreggiare rabbioso il mare, con le onde che si infrangono sulla scogliera, schiumando.
“’N’ote favore po’ v’hàgghia circare / peccè l’anema mèje vògghie salvàre: Mittìteme ‘u Rusarie fra le màne...”. Certamente Nicola Giudetti, Cataldo Sferra, Antonio De Florio e altri, cultori del nostro dialetto e delle nostre tradizioni, hanno conosciuto Alfredo Lucifero Petrosillo, come Nerio Tebano, Arturo Caforio e altri; e a loro vorrei chiedere più notizie su questi grandi.
Ho letto che Alfredo Nunziato Maiorano andava nel borgo antico per sentire la gente parlare in vernacolo. Ricordo che Diego Fedele usava il nostro vernacolo con una sonorità particolare; e anche la poesia da lui dedicata al poeta con il bastone, che era Diego Marturano, di cui ebbi il piacere di recitare, ai tempi dell’università, “’U cuèrne de Marìe ‘a Canzìrre”, commedia in un atto molto divertente. Quanti ricordi trascina quello di don Alfredo Lucifero Petrosillo.

mercoledì 7 agosto 2024

Redattore conduttore di Padre Pio Tv

TONI AUGELLO RACCONTA LA STORIA DELLE NEVIERE





Un angolo della Masseria Pavone
Il libro è stato presentato domenica 4 agosto nella bellissima masseria di Paolo Pavone,
a Martina Franca, tra ulivi e luminarie, aiuole e capasoni trulli e piscina. Pubblico numeroso e attento, tra cui Giovanni Potenza, il famoso scalatore dei grattacieli di New York.



FRANCO PRESICCI










Una masseria suggestiva, quella del professor Paolo Pavone, dotata di una neviera così profonda, che per raggiungere il fondo occorre affrontare molti scalini (ma è possibile vederla anche dall’alto, attraverso lastre di vetro antiproiettile). Sotto un gazebo elegante e spazioso, con decine e decine di comode sedie, il docente della Cattolica di Milano, Francesco Lenoci, domenica 4 agosto ha presentato il libro “La porta della neve” di Toni Augello.
Prof. Paolo Pavone
Non me la sento di salire in cattedra per parlare di una neviera, che è, come tanti sanno, il luogo in cui veniva conservata la neve, che trasformata in ghiaccio era venduta ai negozi in estate: dai vecchi e dai competenti più di vent’anni fa appresi sommarie notizie della struttura e proprio nella masseria di Pavone, la cui aia a suo tempo è stata modificata in un ampio cortile all’ombra di ulivi frondosi. Alla bellezza del luogo si aggiunge il pregio di poter vedere in lontananza la Basilica di San Martino, la torre dell’orologio e le case che fanno loro da corona.
Stando in macchina con Leo Pizzigallo non avevo capito che la destinazione era raggiungibile voltando a destra alla rotonda sulla via per Locorotondo, e lo stesso Leo, martinese doc e conoscitore di questa autentica perla, che è la Valle d’Itria, era un po’ disorientato, pur avendo le mappe nel cuore. Quindi, qualche momentanea indecisione e infine la targa: “Masseria Pavone”. Subito dopo l’ingresso, stupore, piacere, sorpresa, incanto, ammirazione per i valori aggiunti nel tempo. Per un tratto mi ha fatto da guida lo stesso titolare, che poi , richiamato dagli impegni, mi ha affidato alla figlia Costanza, una bellissima ragazza che per sua natura conosce bene l’arte dell’ospitalità.
Verso le 19, il pubblico sparso ad osservare i trulli, il corpo di fabbrica, la chiesetta… è stato invitato a sedersi davanti al tavolo già occupato da Augello, simpaticamente spiritoso e contento di poter raccontare il libro e la propria storia; e Francesco Lenoci, abile esploratore dell’animo umano e diffusore della bellezza della Puglia, di Martina Franca e della Valle d’Itria in particolare in ogni parte d’Italia.
Toni Augello

Valle d’Itria, paradiso in terra. Chi è l’autore di questo gioiello? Bernini, Michelangelo, Brunelleschi? Chi? Chiedono in tanti. “E’ stato un contadino, un umile figlio della terra”, ha risposto un poeta domenica, Sante Ancona, con la voce di Lenoci, nato da un sarto di grande talento, Martino. E queste case incappucciate? “Un muratore. L’uno e l’altro analfabeti, ma nel cuore l’Arte e l’Amore”. Sei grande, contadino!”. E’ lui che ha messo in piedi questo scenario maestoso, questo paesaggio, a cui si ispirano ancora artisti del pennello e poeti. Il bracciante usò le pietre sparse nel suo stesso pezzo di terra. Pietra su pietra. Sante Ancona, martinese trapiantato a Firenze, sogna Martina, la celebra con passione, la esalta: “Tu costellasti questa cittadina/ di fazzoletti d’oro e di smeraldi…”, viti nane (rubo l’immagine a Raffaele Carrieri), terra rossa accarezzata dal sole, “casedde” biancolatte, ulivi, muri a secco antropomorfi, pietre che parlano, testimoni del tempo.
Parte del pubblico

Lenoci, che vanta molti titoli, tra cui quello di ambasciatore della cultura sammarchese nel mondo, e ieri vicepresidente dell’Associazione regionale pugliese ai tempi dell’indimenticabile Dino Abbascià, ha bersagliato di domande l’autore di “La porta della neve”, scandagliandone il pensiero, la cultura, le conoscenze, strappandogli anche brani di storia antica. “Prima di giungere in Puglia un superiore mi ha raccontato che persino una parte dell’esercito di Spartaco si rifugiò sulla montagna del Gargano per sfuggire alle truppe imperiali, durante la Terza Guerra Servile”, dice nel libro un comprimario…
Augello non ha perso un colpo, ha dominato la scena soprattutto quando la domanda è caduta sulla propria esperienza nell’ambito enogastronomico, spaziando fra gelati e loro provenienza. E Lenoci approfondiva, incalzando. “Nel ‘700 i martinesi conservavano la neve nelle neviere. E quando non nevicava i proprietari e gli appaltatori la facevano arrivare dalla Basilicata, dalla Calabria e persino dalla Grecia”...
Un duello dialettico interessante. Come interessante è il libro, scritto con stile vibrante, limpido come l’acqua d’un ruscello. Un libro avvincente, in cui l’autore parla anche dei briganti, il cui capo era braccato con tutti i suoi uomini; le autorità si erano riunite presso il Palazzo di Città per stabilire strategie efficaci a metterlo in trappola, ma lui e il suo esercito erano imprendibili.
Un Capasone

L’autore è appassionato di storia, anche di quella che non si studia nelle scuole. E descrive momenti salienti con scioltezza e prontezza. “Ci sono cinque bande che operano tra San Marco in Lamis, Apricena, San Severo e Torremaggiore, e due a Monte Sant’Angelo, una a Mattinata, una a San Nicandro e una a Cagnano. Una brutta gatta da pelare per chi ha il compito di stendere una rete per afferrare “‘U Zambr”, sammarchese al secolo Angelomario Del Sambro, che seminava terrore nelle campagne fino a San Severo. Per neutralizzarlo si decise anche di trasformare alcune masserie in presidi difensivi.
Il dialogo tra Lenoci e Augello, redattore conduttore di Padre Pio Tv, attira, cattura, seduce. Il docente insiste sulla trama del libro: “Michele, Giovanni e Giuseppe presero a rimuovere le assi di legno, i rami e le frasche che fungevano da copertura a quello che era un vero e proprio serbatoio di ghiaccio ricavato nella nuda terra... Questa era la funzione di una neviera: conservare intatta per tutta la durata della stagione estiva la neve caduta l’inverno precedente”. Augello è preciso, amante dei dettagli, descrive anche il ruolo della paglia tra uno strato di circa un paio di palmi di neve e l’altro. Al momento opportuno, cioè quando si rimuove la paglia, ecco comparire la neve”.
Tanti fatti, tante discussioni tra i personaggi di questa egregia opera che Augello ha già presentato in diverse sedi. “San Giovanni Rotondo prima dell’arrivo del frate diventato santo era un borgo con pochissime anime. Conquistò la fama nel mondo con le opere di quel frate giunto da Pietrelcina (la Casa Sollievo della Sofferenza, nel ‘51, tra queste). E con la fama le offerte per la costruzione dell’ospedale e altro.
La piscina

Lenoci ha ricordato che dalla neve diventata ghiaccio nelle neviere martinesi ricavavano e vendevano, in estate, “i famosi e voluttuosi sorbetti al limone, al rosolio, alla menta, al vincotto...”, fornendo l’occasione ad Augello di ripescare la storia di questa delizia, che ristora le nostre giornate estive. Subito dopo ha ripetuto gli altri titoli di questa trilogia della neve “dedicata all’affascinante figura del nevialo”: “Il mercante del freddo”, nel 2011, “La neve cade ancora, nel 2021 e nel 2023 “la porta della neve”, che narra le vicende di Nannì, che conserva la neve d’inverno sul promontorio per rivenderla d’estate presso “la porta della neve”. La copertina del romanzo, come quella dei libri precedenti, è opera dell’illustratore e graphic designer Donato Turano.
Il pubblico ha seguito la presentazione in un silenzio totale e con grande attenzione e interesse. Qualcuno avrebbe voluto fare domande, ma si faceva tardi e calava il buio. In prima fila Benvenuto Messia (fotografo di altissimo livello di Martina Franca, attore, poeta in vernacolo, il Bartali della città del Festival della Valle d’Itria); Giovanni Potenza, il famoso scalatore dei grattacieli di New York; il professor Pavone; l’editore Silvio Laddomada con la moglie Alba… Sarebbe stato bello anche visitare la neviera, di cui è dotata la masseria (la visita era infatti in programma), ma è saltata per l’ora inoltrata. Ma sicuramente è stata solo rimandata.
La masseria

Nella masseria si svolgono iniziative soprattutto culturali che non lasciano indifferenti. Testimoni, luminarie e luci solari che illuminano soprattutto i tronchi degli ulivi e le cuspidi dei trulli. Il luogo è riposante, tranquillo, silenzioso. Non vi si sente neppure lo sferragliare della Littorina che da Martina corre a Lecce.
La ricordo fin dagli anni ‘50, quando dopo mezzanotte la prendevo per andare a Brindisi, per confezionare, con il giornalista Livio De Luca, abruzzese-milanese- tarantino, il settimanale “Il Meridionale” dell’avvocato Alberto Margherita. Da Taranto a Martina viaggiava invece la locomotiva a vapore, che sbuffava, ansimava, fischiava, avvolta dal fumo emesso dalla ciminiera che aveva sulla fronte. Erano i tempi della piattafoma girevole che le consentiva di mutare direzione. Per la cronaca quell’aggeggio c’è ancora, ma è arrugginito e mezzo sepolto.

mercoledì 31 luglio 2024

Indimenticato il “pret de Ratanà

AVEVA FAMA DI GUARITORE DON GIUSEPPE GERVASINI





don Giuseppe
Un colloquio con Angelo Frigerio nipote di Vincenzina Pizzi, devota del “don”, che ai suoi tempi, oltre all’affetto, si attirò anche inimicizie, invidie, cattiverie. Sepolto al cimitero Monumentale, dove riposano i grandi, alla sua tomba s’inginocchiano i fedeli, che gli fanno dir Messa, portano fiori e cambiano l’acqua nei vasi.











Franco Presicci





Ai miei tempi i nonni raccontavano le fiabe ai nipotini soprattutto la sera della vigilia di Natale. Magari stando seduti attorno ad un braciere o a un bacile scheggiato. Non solo fiabe, anche brani di vita vissuta intrecciati con giochi di fantasia. E i virgulti stavano ad ascoltare con attenzione, a volte immedesimandosi nelle trame di Cenerentola e Cappuccetto Rosso, ma anche del passerotto implume caduto dal nido sulla neve, rischiando la vita, se un vecchietto non lo avesse raccolto e ospitato in un cestino cilindrico per i gomitoli di lana.
a sinistra Vincenzina Pizzi
Vincenzina Pizzi, di Carate Brianza, con il piglio da comandante delle forze armate o da carabiniere baffuto, a Natale si stemperava e stando con i nipoti, snocciolava ricordi del “pret de Ratanà”, che seguiva assiduamente anche quando il ministro di Dio diceva messa o riceveva persone che avevano bisogno di un consiglio per guarire. A volte si portava appresso il nipote Angelo, che allora abitava con lei in via Carlo Farini, a Milano, dove si era trasferita con il marito.
Don Giuseppe Gervasini – questo il nome del prete – aveva fama di guaritore, alchimista, erborista e tantissimi credevano che facesse anche miracoli. Si raccontava la storia della donna che, lasciata a casa la figlia ammalata, corse da lui per avere un rimedio, e come risposta ebbe una mano sulla spalla e l’invito a tornare che vi avrebbe trovata la ragazza in piedi in perfetto stato di salute. Si raccontava anche la storia di un lattaio che aveva la faccia piena di gonfiori, arrossamenti e piaghe che gli facevano un dolore bestiale. Un luminare gli aveva prescritto delle iniezioni costose, ma il problema non riusciva a risolverlo. Andò da don Giuseppe, che prima lo riempì di insulti ed improperi per aver obbedito senza pensare a quella ricetta e poi gli suggerì di prendere la schiuma del latte, di metterla sui fornelli e poi di spalmarla sul viso. Detto come sempre in dialetto in milanese e con qualche parola grossolana.
Don Giuseppe aveva anche un’intesa strana con i tram con capolinea a Baggio. Quando doveva prenderlo, non faceva eccezione all’abitudine di procedere con un passo da tartaruga, arrivando appena in tempo. Un giorno il conducente, infastidito dalla sua flemma, mise in moto, il tram partì ma si fermò dopo qualche metro. Il conducente ripetè il comando più volte e il mezzo rimase immobile. Si mosse soltanto dopo che don Giuseppe era salito mormorando: “Adess va pur”. Adesso va’ pure.
Angelo e Gianni Bianchi

Angelo Frigerio
Leggende metropolitane o episodi realmente accaduti? I maligni erano scatenati con don Giuseppe, assegnando pessime interpretazioni ad ogni suo gesto. Di difetti il sacerdote ne aveva: l’11 giugno del 1892, giorno in cui prese i voti, parenti e amici organizzarono una festa, ma lui non si fece vedere se non la sera, trovando il tavolo vuoto dei cibi che erano stati preparati. Ma possedeva anche dei pregi. Stava sempre dalla parte dei poveri, tanto da inimicarsi i padroni delle terre, che si lamentarono con le autorità ecclesiastiche già quando il sacerdote svolgeva la sua missione a Recanate.
In un pomeriggio di pioggia pigra e silenziosa, due nonni, Angelo Frigerio, come detto nipote della devota Vincenzina, e il sottoscritto, hanno ripassato la vicenda di don Giuseppe con più benevolenza. Viveva in una modesta villetta di fianco alla Cascina Linterno, dove per nove anni soggiornò Francesco Petrarca, curando l’orto, correggendo alcune sue opere e godendo il silenzio e la solitudine che aveva cercato (era stato chiamato a Milano come consigliere e ambasciatore da Giovanni Visconti). La cascina – mi piace dirlo – è curata dai fratelli Gianni e Angelo Bianchi, che con le loro mille iniziative calamitano il quartiere nel cortile e nella chiesetta della stessa struttura, non solo tenendo conferenze e scrivendo libri scrupolosamente documentati sulla vita e le attività passate del luogo; ma anche, a volte, parlando di don Gervasini.
Cascina Linterno

”Mia nonna era affezionata a don Giuseppe – mi dice Angelo - da quando durante la guerra si trasferì da Carate Brianza nel capoluogo. Lo era tanto, che durante il conflitto mondiale all’ululato della sirena non correva mai al ricovero antiaereo, ma rimaneva in casa incurante dei bombardanti, che sventravano case, strade, edifici, sicura che don Gervasini l’avrebbe protetta”.
Vincenzina era amica di Carolina, la perpetua del prete, e insieme, quando lui, famoso non soltanto in Lombardia, morì sollecitarono la gente a raccogliere ciò che era necessario per i funerali e il resto, compresa la sepoltura al cimitero Monumentale, dove riposano i grandi: Antonio Ascari, Antonio Beretta, primo sindaco di Milano, Camillo e Arrigo Boito, Arturo Toscanini, Ferdinando Bocconi, Arnoldo Mondadori, Giovanni Battista Pirelli e tanti altri. “Pina andava tutti i giorni a far visita alla tomba del prete, vi portava i fiori, che distribuiva anche alle tombe vicine, cambiando l’acqua nei vasi, e poi recitava, con altri devoti, il rosario e faceva dire la Messa. Rito osservato per anni e anni, e anche oggi.
Particolare di Cascina Linterno

Vincenzina in questi percorsi portava con sé anche il nipote Angelo, e strada facendo gli raccontava qualche brano dell’attività e del carattere del “don”. Oltrepassata la soglia del camposanto, vedendo tanta gente raccolta attorno al sepolcro, se rallegrava. “Ho imparato a conoscerlo – dice Angelo - fin da quando cominciai ad andare alle elementari. Mia nonna era un caporale, voleva decidere tutto lei, tenere il bastone sempre in mano”; ma quando parlava di don Giuseppe Gervasini attenuava i toni, manifestando una stima e un rispetto assoluti, una vera e propria devozione”.
Da Baggio e dalla cascina Linterno le voci sulle sue doti arrivavano a Milano con la velocità della luce, suscitando malignità e malumori, invidie, dicerie e cattiverie. Lui lo sapeva, ma non se ne curava, forse ispirandosi al “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”. Andava avanti per la sua strada muovendosi tra leggenda e storia, erbe e pranoterapie. I tanti libri, fra cui quello di Francesco Ogliari e Franco Fava, “La Milano del Pret de Ratanà”, lo definiscono burbero benefico, ma guai se questo giudizio ai suoi tempi fosse arrivato alle orecchie di Vincenzina Pizzi, che come moltissimi altri lo riteneva degno di santificazione, promozione che spetta alla Chiesa e non al popolo.
Angelo Frigerio osservava i gesti e ascoltava le parole di Vincenzina con la curiosità e l’attenzione dei piccini della sua età, e mi dice che per lei le virtù di don Giuseppe non erano fantasie dei suoi devoti, ma guarigioni vere, miracoli. Ogliari e Fava sostengono, e ci crediamo, che era una persona buona, generosa, amante del prossimo, che non chiedeva mai compensi per quanto faceva per gli altri. I suoi erano slanci di umanità, nonostante fosse aspro, irascibile e a volte volgare. Si dice, ma a noi è simpatico lo stesso.
Monumento a don Giuseppe

Il cardinale Schuster aveva per don Gervasini simpatia e benevolenza, e a volte concelebrava la messa con lui: Gli chiese anche un rimedio per il mal di gola, e revocò il provvedimento emesso dal cardinal Ferrari di sospensione “a divinis”. Don Giuseppe era dunque un prete scomodo, i detentori della scienza medica si erano ribellati, accusandolo di esercitare la loro professione abusivamente, senza titolo ed esperienze specifiche. Neppure il suo appoggio alle persone deboli, indifese, povere, come i contadini, era visto di buon occhio da chi deteneva il potere, cioè i proprietari di terre. E questo alla fine aveva prodotto il suo esonero dalla cappellania di Ratanà, che aveva tenuto dal 1897 al 1901.
Immaginetta di don Giuseppe

Molti erano anche gelosi dell’attenzione che gli dedicavano i giornali, considerando pregi e difetti. I titoli si avvicendarono anche dopo la sua morte. “Vogliono santo il pret de Ratanà”; “La gente ricorda ancora il prete che faceva miracoli”; “Sulle orme magiche del pret de Ratanà”… La sua storia è stata ripercorsa in un film del ‘73, “Stregoni di città”. Il sacerdote, nato 1° marzo del 1897 e deceduto il 22 novembre del 1941, non è mai stato dimenticato. Anni fa un ladro s’impossessò del crocifisso che stava sulla sua tomba e i devoti si rivolsero al “Giorno”, chiedendo un articolo che favorisse la restituzione, intanto ne acquistarono uno nuovo. Una mattina l’originale fu rimesso al suo posto.
Il “pret” ancora oggi è ricordato, venerato. Una moltitudine di persone, non solo milanesi, vanno a portare fiori sulla sua tomba, a dire preghiere. Alcuni, andando alla Cascina Linterno, si fermano davanti alla sua casa e sussurrano: “Qui abitava el pret de Ratanà”. Che aveva carisma e parlava in dialetto.

giovedì 25 luglio 2024

Tra luglio e agosto vanno in scena

LE BELLE SAGRE DEL FEGATINO E DEL PEPERONCINO PICCANTE





Michele Annese
Michele Annese non potrà esserci essendo scomparso qualche mese fa. Crispiano lo
immaginerà passeggiare tra la folla, salutato dagli amici e dai conoscenti, che sono un esercito.














Franco Presicci





Questo sarà il primo anno che non vedrà Michele Annese fare la ronda lungo via Martellotta a San Simone fino alla piazza che fronteggia la chiesa di San Michele Arcangelo. Michele è mancato qualche mese fa a Crispiano, lasciando un vuoto enorme e non soltanto nell’ambito della sua famiglia. Già in questi giorni mi telefonava per dirmi di tenermi pronto, di non prendere altri appuntamenti, perchè ne avevo un paio più importanti: la Sagra del fegatino e quella “d’u diavulìcchie asquànde”. Non avevo bisogno di prendere nota e neppure d’interrogare la mia memoria: dicevo sì e basta, aspettando con ansia la sera dell’inaugurazione. “Quest’anno ci sarà anche il professor Biagi, un esperto di alto livello, con le sue specialità in polvere. Una novità assoluta, mi assicurano gli organizzatori”, primo Alfredo De Lucretiis, degli “Amici da sempre”, noto anche per i presepi con la pasta, il pane, i biscotti scaduti, allestiti con gli altri del gruppo. Michele mi richiamava il giorno prima: ”Ricordi la promessa?”.
Annese mi consegna laltro suo libro

E io correvo. Era un onore oltre che un piacere essere invitato a quegli eventi, dove incontravo persone importanti non soltanto nel settore, come il dottor D’Addario, presidente dell’Associazione dedicata a Oria “’o peperusse asquànde”, meglio all’habanero, che si coltiva nello Yucatan e allora al primo posto in quanto a “piccantezza”. Una signora superottantenne una sera durante la festa cucinò orecchiette con il sugo cosparse di peperoncino: a tavola, come su un palco, io. D’Addario, Michele, Silvia, Irene ad ascoltare come alunni al liceo lezioni dotte sulla spezie e le sue virtù. Alla fine non dico che fossimo pronti per un esame di maturità, ma ne sapevamo abbastanza. D’Addario mi invitò a Oria per approfondire il discorso e mi gratificò di una bellissima rivista in carta patinata pubblicata da qualche parte in Calabria, forse a Diamante, dove si svolge un concorso che richiama divoratori del diavolicchio da ogni parte d’Italia; e forse anche dall’estero.
Ultimo libro di Michele Annese

Il luogo in cui gustammo i piatti preparati per noi mi sembrava un luogo di appostamento adatto a sbirciare la marea, ondulante, qui frastagliata, lì compatta. Poi ci immergemmo in quel fiume, captando parole, gesti, smorfie sulle qualità dell’habanero e dei suoi fratelli, a migliaia sparsi nel mondo. Molti conferenzieri improvvisati erano anche sprovveduti. Ho ancora in mente un sosia dello Smilzo dei film di Peppone e don Camillo: “L’ho provato io, e non vi dico la potenza erogena di questo cibo. Mi ha ridato la vita, il rigore, mi ha rimascolinizzato”. La signora di fianco a lui assumeva espressioni che al marito, se le avesse notate, non sarebbero piaciute. Come se dicesse: “Bah, io non me sono accorta”. Michele e io sentivamo le sparate, un sorriso divertito e via avanti c’è posto. E più avanti passeggiava un altro mingherlino, basso e con un “papillon” da circo equestre: “Vi consiglio, non esitate, spargetelo pure sul gelato, nel caffè, nel latte, sulle friselle, sulle mozzarelle, vedrete i benefici” soprattutto nell’alcova. La moglie s’indignava per quei discorsi così espliciti sciolti in pubblico, sia pure fra amici e in un paese mille chilometri lontani dal proprio.
Ed eccoci nello stand del professor Biagi, che veniva da Pisa. “Professore, possiamo fare due chiacchiere?”. “Certo, accomodatevi”. E cominciò mostrandoci una pianta inventata e coltivata da lui. Michele ammirava le decine e decine di piatti allineati su un tavolo: una tavolozza vegetale originale, costituita da ogni tipo di peperoncino. Il professor Biagi ci illustrò quelli che poteva, perché doveva anche soddisfare la clientela, tra l’altro affascinata dall’ambiente. Eravamo fra i “Peperoncini dal mondo”.
Silvia e Michele a Martina

Quest’anno, nonostante l’accaduto, mi aspetto la telefonata di Michele, Non la farà, non potrà farla. All’ombra dell’ulivo che accoglie le mie confidenze farò un tuffo fra i ricordi: Michele e io seduti su un muretto di via Martellotta a guardare il flusso degli appassionati, a sentire le battute di Giorgio Di Presa, laureato, negozio di erboristeria a Martina e una simpatia spontanea e immediata; la voce di un tizio che proclamava il suo amore per il peperoncino, così grande da indurmi alla prova: uno intero, e i commensali allarmati, pronti a chiamare i vigili del fuoco, per spegnere il fuoco che m’infiammava il palato. “Non ti pare di essere esagerato?”, fu il commento di uno dei centomila amici di Michele che si era aggiunto a noi. “A volte le esagerazioni rendono meglio l’idea”.
Quanta umanità sfilava a San Simone, e altrettanta sfilerà nella seconda domenica di settembre: un appuntamento che molti hanno già inciso nel proprio taccuino. Anch’io l’avevo fatto. Stando a Martina, nella campagna a cinque chilometri su via Mottola, in un balzo ero a Crispiano. Prima tappa la bella villa di Michele e Silvia. Qualche volta eravamo lì all’ora di cena in un’atmosfera di allegria. In via Lecce mi sentivo a casa. C’era allora anche la mamma di Silvia, Antonietta, di cui ricordo lo sguardo, i modi, il sorriso, i silenzi eloquenti. Ed è dal balcone di casa sua che vedevamo le luminarie, le siepi animate, il movimento; ascoltavamo i voci della Sagra del fegatino, e catturavano gli odori e anche i sapori, visto che Michele arrivava con le mani piene. Stando su quel balcone, con il mento poggiato sulle mani aggrappate alla ringhiera mi sentivo come in un palco della Scala a seguire le scene del “Rigoletto” o della “La Tosca”.
Michele Annese

Anche quella era, ed è, una festa attesa. Come lo fu la sagra delle lumache, inventata da Liuzzi, e tante altre manifestazioni, tra cui il Carnevale estivo, con tanti carri originali e tanti figuranti in costume. Io ero sotto il palco con Michele e a tratti ci salivo per poter immortalare i momenti più belli. E il presepe vivente, alloggiato nelle grotte basiliane? Ci andavo con Michele. E con Michele facevo lunghe passeggiate per le vie di Crispiano. Con un cicerone come lui, che mi illustrava i nomi delle targhe, mi parlava della biblioteca, che dirigeva con sapienza e intelligenza, galvanizzando i collaboratori, arricchendo gli scaffali, creando ambienti per lo studio e corsi di specializzazione con un ritmo frenetico, assorbivo cultura. Ricordo le iniziative che sono servite anche da esempio per altri, facendo della città una fucina di idee e di progetti, testimone l’Università del tempo libero e del sapere, dove ogni settimana Silvia tiene o fa tenere conferenze sulla letteratura, sull’arte, sui problemi che si presentano ogni giorno nel Paese.
Grazie a Michele ho conosciuto persone amabili: Vito Santoro, fisarmonicista virtuoso e conoscitore di tutte le tradizioni locali e non, il sindaco Luizzi, l’ex parroco della chiesa di San Simone, autore di libri sulla Crispiano di una volta: i giochi, le feste, le cene di Natale, i pranzi di Pasqua, le processioni della Madonna della Neve, l’albero della cuccagna...
Silvia, Santoro, Michele

Quante volte sono andato a trovarlo in biblioteca, Michele. Lo sorprendevo seduto dietro la scrivania nel suo ufficio, si alzava, mi offriva una sedia e mi parlava dei suoi programmi. Grazie a lui ho visitato tante masserie: la Monti Del Duca, la Pilano, la Belmonte. La Francesca, la Pizzica, le Monache…, in cui si allestivano spettacoli ispirati o organizzati da lui, si tenevano conferenze, presentazioni di libri: molto interessante quella per il volume di Giuseppe Giacovazzo, “Puglia, il tuo cuore”, seguita da una lunga tavolata con specialità locali. Una sera colsi le voci contrastanti sulla pittura di Ernesto Treccani fra cui un critico di Taranto e un altro a me sconosciuto. Urlavano, gesticolavano, si alzavano, si sedevano su una panca di pietra, abbassavano la voce arrendendosi: teatro.
Tutto ricordo di Crispiano: voci, persone, eventi. Fui invitato a un convegno sulle lumache in una masseria e mi furono offerte sette coppe di gasteropodi con il sugo, per cortesia dell’ex sindaco Liuzzi, simpatico, comunicativo, gentilissimo soprattutto con gli ospiti. Fui invitato, per intercessione di Michele, alla Sagra dei funghi, organizzata dal ristorante “C’era una volta”, dove feci una memorabile mangiata di boleti, mai più ripetuta nella mia vita. Il titolare, Cosimo Basile, dai modi e dalle idee squisiti, mi salutò offrendomi in regalo un “cubo” (non ricordo il nome), da cui fiorirono decine di ottimi prataioli.
Michele e Donato Basso

Michele mi ha fatto accomodare in alcuni dei migliori ristoranti della sua città, di cui era innamorato, ricevendo stima, rispetto. Era colto, acuto, generoso. Al ristorante della masseria Belmonte ci intrattenemmo sul brigante “Pizzichicchio”, ascoltando buona musica e gustando piatti confezionati con sapienza.
Gli ho voluto bene. Ogni sua iniziativa trovava pronta la mia penna. Erano iniziative sagge, nuove; la biblioteca con lui era una fucina di cultura. Quando chiuse mi venne in mente Dino Buzzati, che su “Il Corriere d’Informazione” - confratello pomeridiano del “Corriere della Sera”- quando si spensero definitivamente le luci della gloriosa Galleria “Apollineaire” di Guido Le Noci in via Brera, pubblicò un necrologio.

mercoledì 17 luglio 2024

Rileggendo su un periodico scomparso

GLI ARTICOLI DI ENZO CATANIA SUL “SURF” IN POLINESIA



Articolo di Enzo Catania su "Tempo Illustrato"
Con “Tempo Illustrato” ritrovo i ricordi del collega che diresse la cronaca del
quotidiano “Il Giorno” negli anni 70 e 80, fra quelli più felici del giornale di Enrico Mattei.












Franco Presicci





“Siete in vacanza nell’Oceano Pacifico e volete conquistare le grazie d’una polinesiana? I bicipiti non contano, la taglia atletica neanche, i soldi ancora meno. Dovete solo navigare in groppa a un’onda. Vi giudicano come lo fate. E c’è un perché: i polinesiani stanno sulle onde meglio che in poltrona a casa loro. Per secoli e secoli si sono divertiti a rincorrere i cavalloni...”. Sfogliando le pagine del ‘68 di “Tempo Illustrato”, con mio grande piacere mi sono imbattuto in questo bellissimo articolo del compianto Enzo Catania, che s’intrattiene sulla pratica del surf, il cui legno all’epoca poteva costare anche 60mila lire. “L’azione dell’atleta è scandita da un invisibile orologio. Egli attende l’onda, l’affronta di petto…”. La cavalca, si lascia travolgere, inghiottire, fa salti mortali, acrobazie spettacolari, vivendo l’ebrezza dell’impresa.
Catania, Ottavia Piccolo, Lotito

Che soddisfazione incontrare nelle pagine di questo prestigioso settimanale, che ebbe tra i suoi direttori Nicola Cattedra (lavorò al Giorno con Romeo Giovannini, fiorentino pepato e simpatico, traduttore dal latino dei testi classici) e come collaboratori, fra i tanti, Ermanno Rea, Morando Morandini, che poi passarono con altri al “Giorno”. (Morandini come critico cinematografico e Rea come redattore insigne, noto anche come prestigioso scrittore). Con loro trovo anche Sandro Paternostro con un articolo intitolato “La Cina verso l’età della ragione) e un pezzo di John Dyson: “Sognando conosceremo il futuro”. Andando avanti ripercorro anni all’indietro anche rileggendo Vittorio Gorresio: “La nostra avventura sulla Luna”, vista in diretta da milioni di persone.
Torno a Enzo Catania, e lo ricordo cronista, capocronista, vicedirettore, inviato e infine direttore del quotidiano dell’Eni, che ha avuto anni felicissimi con “segugi” entusiasti del loro mestiere, quasi sempre i primi ad arrivare sui fatti, veri cercatori di notizie, dotati di esperienza e intuito, come Tanino Gadda, Giancarlo Rizza, che lavorarono per la testata fin dai tempi della fondazione. Erano i giorni gloriosi del quotidiano, presente puntualmente nelle edicole di tutta Italia, della Tunisia, in Svizzera e altrove. Che soddisfazione un giorno del luglio1987, quando, seguendo fino a Tunisi il delitto del catamarano, lessi il mio articolo pubblicato in mezza pagina. Me lo portò all’ingresso dell’albergo Mustafà (che parlava un po’ calabrese per via di un cognato nato in quella terra), l’autista che mi aveva accompagnato alla spiaggia di Gaar el Mel e da allora compagno delle mie giornate per una settimana.
La cronaca

Enzo Catania aveva lasciato il volante della Cronaca e ripreso l’attività svolta al “Tempo”: l’inviato. Fu colpito da quel fattaccio (una skipper, Annarita Curina uccisa da un presunto ospite sulla sua imbarcazione, gettata in mare e scoperta dopo qualche giorno imbrigliata nella rete di alcuni pescatori) e scrisse subito un libro, uno dei tanti che la sua casa editrice aveva mandato in libreria. Era frenetico lo spirito che aveva creato in Cronaca: nessuno di noi guardava mai l’orologio. Alla notizia di un omicidio, di un incendio disastroso, di un sequestro di persona, di una rapina in banca correvamo con il fotografo anche se mancavano pochi minuti alla scadenza del nostro turno, che era su un foglio di carta compilato dal bravissimo collega Giorgio Guaiti e appeso accanto al calendario. Nessuno di noi si tirava mai indietro, trascorrevamo notti intere sulla strada, diventavamo levrieri alla telefonata di un brigatista che ci annunciava un volantino di rivendicazione in un cestino portarifiuti. A volte avvisavamo Enzo già quando eravamo a bordo dell’auto, guidati da veri esperti del volante (Ricciardi, Napolitano, Gusmaroli, Camarda…) e il fotografo (Mario Taito, D’Anna, Pizzamiglio, Dell’Abate, Moningelli, Zanni…), che avevano il laboratorio al decimo piano). Lo chiamavamo al telefono dalla macchina, e quando rientravamo al giornale lui aveva già scritto il titolo e predisposto lo spazio. Aveva un fiuto straordinario. Tutti i direttori che si avvicendarono, da Guglielmo Zucconi a Gaetano Afeltra, a Lino Rizzi lo stimavano; e lui aveva grande rispetto per i cronisti, li lasciava liberi di andare e venire, senza mai chiedere i motivi delle fughe, immaginando che fossero appostati da qualche parte con le orecchie tese. E quando uno di noi tornava con il “carnet” pieno, scattava urlando come un lupo nella foresta.
Catania e Kodra

Noi sapevamo che Enzo aveva un “curriculum” straordinario. Conservo una foto che lo coglie a cavallo su un monte della Sardegna alla ricerca di qualche latitante da intervistare, seguito dall’immancabile fotografo, forse Uliano Lukas, che era anche suo amico. Il giornale era per lui casa e bottega. A volte si presentava alle 6 del mattino e usciva a mezzanotte o a quell’ora tornava. Girava per i tavoli con il suo passo da bersagliere, scambiava una battuta spesso con Adelaide Murgia, che si occupava di cultura, e prendeva l’ascensore per andare dal direttore o in tipografia.
Non stava mai fermo, se non quando scriveva, a volte si rabbuiava di fronte a una contrarietà. Il mercoledì alle 16 andava ad Antennatrè Lombardia, per la quale confezionavamo il telegiornale e lui conduceva una trasmissione sui fatti del giorno. Era in buoni rapporti con pilastri della concorrenza, da Arnaldo Giuliani a Pasanisi. Passò la notte con il cronista in strada durante la rapina con ostaggi in un istituto di credito dalle parti di piazza degli Affari. Curioso, effervescente, volpino, generoso. La domenica raggiungeva il giornale in sella ad una moto fiammante; quando ripartiva ricordava di avere lasciato gli occhiali da sole al giornale e allora prendeva i miei, se lo accompagnava fino al cortile. Altre volte andavamo a bere uno “zibibbo”al bar dell’angolo o a mangiare i ”pescetti” da poco pescati (lo affermava l’oste) nel ristorante all’angolo con via Melchiorre Gioia.
Nino Gorio

Lotito, bravissimo cronista e scrittore (La sua opera più recente, “Di ghiaccio e di frecce”, uscita da Mondadori), Giorgio Guaiti, Giulio Giuzzi, Giovanni Basso erano la squadra affiata della “nera”... Con noi Enzo scherzava, ci affibbiava dei soprannomi con quel suo sorriso mimetizzato sotto il pelo che gli incorniciava il viso. Insomma era una bella cronaca che lasciava la preda soltanto quando l’aveva spolpata. E spesso il racconto dei fatti accaduti grondava di chicche costate ore e ore d’impegno, succhiando da amici disposti a darci una mano. Tutti apprezzavano lo zelo di questi cronisti infaticabili, cani da tartufi dal fiuto felino. La mattina dopo, sfogliando i giornali, il capo, come direbbe Saverio Sardone che navigava tra i vertici della testata, si mostrava soddisfatto per il lavoro compiuto; e non mancava di battere una mano sulla spalla di chi si era distinto.
Qualche collega voleva venire in cronaca e faceva di tutto per raggiungere l’obiettivo, ma il direttore d’orchestra, che sapeva scegliere, faceva finta di non sentire, per timore di arruolare una voce stonata. Tutti erano molto bravi a suonare il proprio strumento. E nessuno se ne vantava. Nino Gorio, solista al Palazzo di Giustizia, vinse anche il Premio Cronista dell’anno per uno scoop che molti avrebbero voluto mettere a segno. Quando volò a Senigaglia per riceverlo, con lui c’era anche Enzo Catania, fiero della conquista.
Tutti questi ricordi sono emersi da quell’articolo di Enzo Catania su “Tempo Illustrato”, uno dei periodici più letti e più seri. Già ben collaudato, in quel giornale spaziava tra “nera” e “bianca”, ed era già una firma. Lessi tutti i suoi libri: da “Sono Innocente” alla storia dell’Inter, alla storia della mafia in cinque volumi. Enzo Biagi lo indicò come vero esperto di Cosa nostra. Badalamenti, Liggio, Gaetano Fidanzati… erano per lui nomi e storie senza segreti. Non aveva invidia per nessuno, tanto che in queste pagine coinvolse anche un collega che si occupava di nera con autentica passione.
Al centro Giancarlo Rizza

Questa era la Cronaca del “Giorno”ai tempi di Enzo Catania e tale continuò ad essere con Guido Gerosa, che sostituì Enzo quando diventò inviato e piombò in diversi Stati esteri. La sala degli inviati era di fronte alla nostra e spesso ci veniva a far visita un altro grande, Mario Zoppelli, che era stato cronista con Giorgio Susini e poi corrispondente da Mosca. Una penna memorabile, come quella di Guido Nozzoli, che tra l’altro si occupò della clamorosa rapina della banda Cavallero all’agenzia del Banco di Napoli di largo Zandonai e delle sanguinose ore che la seguirono nelle strade terrorizzate di Milano. In quell’occasione il “Giorno” impegnò diversi cronisti. E lo fece anche per la strage di Moncucco, nel ristorante “La Strega”, il 2 novembre del ‘79, con 8 morti spietatamente assassinati.
Enzo Catania non c’è più da qualche mese, e io non smetto di ricordarlo con affetto. Chiudo la raccolta di “Tempo Illustrato”, dopo aver riletto a volo d’uccello i suoi pezzi e quello di Guido Vergani, scomparso anche lui (dopo aver diretto la redazione milanese di “Repubblica”), sui giovani, che impongono i loro gusti e sono la punta più avanzata di quella rivoluzione del costume, che è stata al centro di questa nostra inchiesta”.