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mercoledì 26 novembre 2025

L’artista Osvaldo Menegazzi

IL RE DEI TAROCCHI STORICI PARLAVA CON GLI UCCELLI

 


Osvaldo Menegazzi
Lo conobbi tantissimi anni fa in via Bottelli, nel quartiere Greco, dove dipingeva quadri surreali e faceva diorami con soldati in divisa  napoleonica. Era un vulcano di idee e un uomo generoso.

 

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI
 
 
 

Ordinava i tarocchi nel suo negozio e parlava con i passerotti. Un giorno andai per intervistarlo e verso la fine della conversazione si alzò e andò verso un mobile di fronte all’ingresso. E lì lo sentii dire: “Non ho il momento adesso, torma verso mezzogiorno. Quella è l’ora di pranzo: Non puoi avere sempre fame”.
Osvaldo Menegazzi e Vito Arienti

Incuriosito, sbirciai e lo vidi vicino a un tavolo con un mazzo di carte in mano e un passero che lo osservava. Domandai: “Osvaldo, che cosa fai, parli con i volatili?”. Non riesco a capacitarmi, sono sempre, qui, qualcuno, senza che me ne accorga rimane dentro quando chiudo e dorme su quella mensola in alto e quando riapro scende per fare colazione”.
Una bella storia, questa. Immagina il titolo dell’articolo: “Osvaldo Menegazzi, il re dei tarocchi, parla con gli uccelli”. “Una mattina si presentò uno di loro e io gli detti un po’ di molliche di pane e da allora è tornato con tutta la famiglia”. Osvaldo riservava sempre delle sorprese. Lo conobbi quando aveva lo studio in via Bottelli, a Greco, di fronte alla scuola elementare e un vecchio cinema, quando confezionava diorami, popolati da soldati napoleonici, e conchiglie che navigavano fra le nuvole in olio su tela. L’esercito di Bonaparte gli forniva idee quando realizzava i suoi tarocchi.
“E’ geniale – mi disse Vito Arienti, uno dei più grandi collezionisti di carte storiche d’Europa, che nella sua tipografia di Lissone ristampava carte con secoli di vita. Come “La geografia intrecciata nel gioco dei tarocchi”, che nel settembre del 1725, creò non pochi problemi all’autore, allo stampatore e ai possessori. Il mazzo fu condannato al rogo nella pubblica piazza di Bologna per decisione del cardinale Ruffo. Motivo? Alla carta numero 21 era indicato un governo misto nella città felsinea, mentre per il prelato e per il Vaticano era papale.
Un mazzo e carte

Arienti e Menegazzi si frequentavano da tempo, pur avendo caratteri diversi: il primo era austero, pacato, di poche parole; il secondo un vulcano, con la faccia da patriota risorgimentale, che avrebbe potuto fare da modello per la carta di un disegnatore raffinato. Era anche generoso e si compiaceva quando qualcuno leggeva un articolo di giornale che parlava di lui: gli piaceva il suono con cui le parole venivano pronunciate. Aveva i capelli, la barba e i baffi bianchi ben curati e vestiva con eleganza, prevalentemente di scuro, con una specie di amuleto che gli pendeva sul petto. Era spesso di buon umore, la sua ironia sapida rendeva gli incontri piacevoli. Interrompeva le domande con una risata scoppiettante, quando l’interlocutore lo provocava, lo stuzzicava, gli sollecitava risposte sulla sua vita sentimentale. Era riservato. Il grande esperto mondiale di carte Kaplan inserì un suo mazzo nella sua enciclopedia, un onore di cui Osvaldo andava fiero. E lieto per una foto che lo ritraeva con e Arienti. Ne aveva anche con lo stesso Kaplan. Tante persone realizzavano originali disegni per le sue carte.
Un pomeriggio mi invitò ad andare ad Altare, provincia di Savona, dove i Bormioli padre e figlio eseguivano soldatini di piombo e il figlio faceva anche bottiglie di vetro infilandovi dentro le navi. Lo fece alla mia presenza e così capii, dopo anni di domande e di ipotesi, come avveniva che un cacciatorpediniere entrasse in un vetro. Mi colpì il lavoro del padre, che faceva delle facce fortemente espressive: i suoi soldatini erano dei capolavori. La sera fummo invitati a mangiare a casa dei due artisti, iscritti alla Società di Storia patria, riso con i tartufi. Mi sfuggono i nomi di battesimo: erano gli anni ‘70. Ricordo che il giovane lavorava alla Snam e il padre era in pensione.
"La geografia intrecciata.."
Quando andavo in via Fara, nella bottega d’arte di Menegazzi, trovavo sempre un personaggio: un grande attore, la cui voce profonda mi affascinava; un famoso collezionista andato ad acquistare un libro importante del settore o semplicemente a godere di quell’atmosfera quasi surreale che vi si respirava tra tutti quei mazzi di carte.
Osvaldo è morto nel 2021. Pannelli quadri, mazzi di carte sono stati trasferiti nel nuovo locale al Ticinese, condotto sapientemente da Cristiana Dorsini, sua nipote, vera appassionata e competente. “Qui è rimasto tutto quello che ha realizzato lui, quadri compresi”. Lo spirito di Osvaldo è ancora qui, in questo spazio, tra carte giapponesi e altri luoghi e carte che risalgono al 1400, oltre a quelle che fanno eseguire da nuovi talenti, come faceva il Guppenberg nella tipografia dei giardini della Scala; e come faceva lo stesso Vito Arienti di Lissone.
Menegazzi era un artista e non aveva nulla a che fare con l’arte divinatoria, non dava responsi a persone afflitte da un fallimento, una delusione in amore. Lui produceva le carte per scopi culturali o le faceva produrre e le metteva in scatole originali fatte da lui personalmente.
Il Meneghello a Porta Ticinese
Il primo marzo del 1964 nacque il primo mazzo e poi “Le conchiglie divinatorie”, pubblicate nell’Enciclopedia “Taroc” di Stuart R. Kaplan, nome autorevole nel settore, autentico conoscitore della storia delle carte da gioco. Menegazzi lo conosceva personalmente: “Negli anni ‘70, dopo aver assistito allo spettacolo alla Scala, venne nella mia bottega a cenare con altri amici collezionisti. La sua è la più importante enciclopedia delle carte esistente”, mi disse Osvaldo, entusiasmandosi. E aggiunse “che nella sua monumentale opera ha dato ampio spazio a una ventina di mazzi della mia editrice, ‘Il Meneghello’. Ne hai fatta di strada da quando mi ricevesti la prima volta nella tua ‘fucina’ di via Bottelli, 100 metri dal ponte della Ferrovia a Greco”. Oggi le sue carte si trovano al Museo dei Tarocchi di Stoccarda, nell’analogo Museo di Parigi e nelle collezioni più prestigiose nel mondo”.
Osvaldo con il suo indirizzo è noto a Tokio e a Mosca e gli americani gli ordinano i “Tarocchi dei Visconti”. Gli chiesi la fonte della sua passione e mi rispose che non sapeva giocare e non amava avere tra le dita quei rettangoli di cartoncino figurati. Ma gli venne l’idea di disegnarli, prendendo spunto dai temi dei suoi quadri, da quelle conchiglie appuntite che sembravano perforare l’aria.
Tarocchi
Erano tante in via Fara le sue tele in via Fara, e Cristina le ha trasferite tutte al Ticinese, appendendole ai muri. Sono composizioni e collage di carte e tarocchi antichi, che sono state esposte in mostre di rilievo. Ci sono anche talismani e singolari elaborazioni simboliche e fantastiche.
Parlando con Osvaldo il tempo volava senza accorgersene. Le sue opere non erano apprezzate soltanto da Kaplan e da Vito Arienti. Sono opere d’arte. Bisognerebbe fare capolino nella storia delle carte, che sono state usate anche come mezzo di propaganda politica e di satirica. A Milano il primo documento che fa riferimento alle carte da gioco risale al 1418: vi si vietava ai commercianti di dolci di attirare i minori di anni 20 nel gioco di carte e di dadi.
Quando arrivò il momento del saluto mi dispiacque: avrei continuato ad ascoltare con interesse questo artista che tra una frase e l’altra aveva espressioni di stupore mostrando le sue creazioni. Era un suo modo di fare. Detti l’ultimo sguardo a una vetrinetta affollata di soldatini. Erano quelli del Bormioli di Altare, che mi mostrò come si fa a sistemare una nave in una bottiglia: la nave entra... in porto e poi soffiando il vetro si crea la base, il fondo.
Menegazzi tra i suoi quadri
“Una sera, quando stavo aperto fino a tardi entrò un collezionista di Torino e acquistò tutto l’esercito di Bormioli, che ricostruiva anche le battaglie del Corso. Era il gennaio del 2007, le lancette dell’orologio ferme sulle 23,30. Entrò un passerotto e si mise a saltellare su un mobile. Mi emozionai nel vedere quella bestiola in cerca di cibo. Gli dissi: ‘Sei bello, birbone’ e gli offrìi uno spicchio di mela e briciole di pane e un po’ di scagliola, che spargevo fuori del locale”. Dopo qualche mese scrissi una filastrocca sul re dei tarocchi amico degli uccelli. E la pubblicai in un libro rimasto nei miei scaffali, senza l’odore del piombo di una casa editrice. 

mercoledì 19 novembre 2025

Santa Cecilia annuncia una festa bellissima


LA NASCITA DEL BAMBINELLO SUL PAGLIAIO DELLA GROTTA

 


Particolare di un presepe
Migliaia di luci agli ingressi e dentro i negozi; sulle mensole e nelle vetrine tantissime statuine per il presepe e tutto ciò che occorre per realizzarlo. I cuori palpitano di gioia.

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI

 



A Milano si sono riaccese le luci di Natale: nelle vetrine dei negozi, all’ingresso degli esercizi specializzati, che sugli scaffali hanno allineato statuine del presepe di ogni dimensioni e grotte e luci inscatolate.
Presepe
A Taranto gli allestimenti cominciano con Santa Cecilia, la protettrice dei musicisti. Dopo le bande che partono da ogni rione per riunirsi in un punto stabilito della città e attraversando vie e piazze suonano pastorali e altre note sacre, mentre la folla al loro passaggio si distribuisce sui marciapiedi. “Passa la banda, evviva”, urla qualcuno dai balconi e altri battono le mano. “Arriva Natale!”, gridano altri;mentre le nonne fanno cadere la pastella nell’olio bollente per fare le pettole. Natale è Natale e la festa porta gioia. La prima pettola il nonno sonnecchia sulla poltrona e la prima pettola è per lui. Dopo le pettole, le “sannachiùtere,”piccoli dolcetti spalmati di miele e sparsi di “asinine”. La padella sfrigola e il profumo si diffonde, esce dalle case e inonda la strada. Stanno per arrivare dai monti della Basilicata gli zampognari. Ai miei tempi li seguivano mentre soffiavano nella cornamusa. Le mamme lanciavano monetine dal balcone, non si sentono gli zampognari. E noi virgulti guizzavano come cerbiatti. Oggi sui “social” impazzano gli artefici del presepe; a Napoli i turisti affollano San Gregorio Armeno, si fermano davanti ai banchi che espongono architetture sacre meravigliose eseguite a regola d’arte. Del resto novembre è al tramonto e il tempo passa come il vento. Nei laboratori di ceramica plasmano le grotte, i guardastelle, le lavandaie, i fuocherelli, gli animali, il dormiente, il pizzaiolo, tutta la popolazione dei presepi sparsa nei pressi della grotta, magari da mettere sotto l’albero, perché molte famiglie, soprattutto al Nord, a Milano, non ci rinunciano.
Presepe

Su facebook vedo presepi fatti con il polistirolo, con il sughero, con il gesso, il legno, la pietra, e illuminano i manufatti con luci che creano atmosfere suggestive. Il presepe è magia, favola, paesaggio con sentieri, corsi d’acqua, luoghi di mestieri antichi: il calzolaio con il deschetto, il fabbro, il falegname… Di fronte a un presente fatto bene l’appassionato s’immedesima, ha voglia di farne parte, magari nei panni del vecchietto che con la lanterna in mano a far visita al Bambine. Quando le giornate e soprattutto le notti sono gelide, una volta in alcune case riscaldate appena con il braciere o con un vecchio bacile dall’orlo sbreccato, il calore lo dava il presepe, fonte di amore e di serenità.
Lo allestiva il capofamiglia con la carta da pacchi immersa nella creta semisciolta nell’acqua. Prima l’artefice faceva lo scheletro di legno, poi lo rivestiva con quell’impacco, che qua e là ricopriva di erba vera e sassolini di sughero per farlo sembrare un passaggio. Due fronde di pino, spezzate dal vento, qualche lampadina qua e là ed ecco ricostruita alla bell’e meglio la nascita di Gesù in una grotta fredda e spoglia. Niente a che vedere con i capolavori che eseguono a Brescia o a Bergamo, nella stessa Milano e nel Sud, dove i personaggi sono di cartapesta o di terracotta e indossano abiti fatti a mano. Al Museo di Dalmine ci sono quasi mille esemplari provenienti da ogni parte del mondo ed naturalmente quello napoletano.
A Napoli sono artisti veri quelli che sagomano i personaggi di questa scenografia devozionale; la loro fama ha fatto il giro del mondo, anche grazie ai turisti che vanno e vengono e s’infilano in ogni angolo. Ma fuori dei vicoli di Peppino, Eduardo, Titina De Filippo, di Totò, Nino Taranto, Luciano De Crescenzo, Giuseppe Marotta c’è chi fa del presepe un’arte suprema.
Particolare di un presepe
Quando ero ragazzo l’8 dicembre i virtuosi del presepe avevano già la loro opera da mostrare orgogliosamente. E invitavano amici, parenti e conoscenti e i giovani per vederlo. Per la realizzazione spesso collaboravano anche i giovani. La mamma, anche se non esercitava il mestiere di sarta, cuciva gli abiti e qualcuna, che aveva dimestichezza con l’argilla, dava forma alla venditrice di frutta e alla contadina attorniata dalle bestie. Si prova gioia a sagomare l’argilla per formare i pastori. Tra i professionisti ci sono quelli di Cutrofiano e di altri paesi del Leccese. Una volta a Milano in via Mombello un negozio specialistico li raccoglieva quasi tutti. E sugli scaffali allineava statuine di ogni dimensione e di ogni materia. Anche quelli provenienti dal Salento con i vestiti eseguiti da persone che avevano dimestichezza con l’ago e il ditale. Anche a Grottaglie ci sono figuli di classe capaci di confezionare figure alte due centimetri e con espressioni realistiche.
Il presepe con questi personaggi è un viaggio affascinante, emozionante, tra sentieri, alture, spelonche. Il presepe lo si vive. Difficile pensare un Natale senza presepe. C’è già chi lo progetta, prepara l’occorrente (cespugli, terra di ogni colore sintetica, alberelli, che può farsi da sè, strappando rametti da un albero vero, e la neve, che non può mancare, spruzzata un po’ qua e un o’ là per incrementare il clima natalizio). C’è chi usa il gesso, la farina: tutto il presepe va spolverato di fiocchi; e se non è a portata di mano la neve sintetica, basta ricorrere alla farina, al detersivo o al gesso. Con i semi di zucca e il riso si costruisce il ficodindia, con le pale dipinte di verde e i frutti di bianco, rosso, giallo.
Presepe in sughero
Ci sono mille soluzioni fai da te per creare un presepe. La fantasia aiuta. Qualcuno ambienta il presepe in una cascina; altri in una casa diroccata.
In latino il presepe vuol dire dire stalla. E anche bestiame raccolto in un recinto per proteggerlo dai predatori. Ecco perché quelli che fanno… nascere Gesù in un condominio o in un trullo sono fuori strada. Non solo perchè non rispettano la tradizione, ma anche perché quei manufatti sono freddi, non dicono niente.
Il presepe è atteso soprattutto dai bambini; è un evento straordinario. Ai bambini piacciono sì le pettole, le luminarie, gli zampognari che vengono sotto casa e suonano “Tu scendi dalle stelle”; ma li attira il presepe. Qualcuno lo fa ritagliando le figure che appaiono sui settimanali o in un vecchio libro. A Taranto il pittore Raffaele D’Addario, che le pensava tutte, le disegnava, le colorava e le sistemava in un ambiente anch’esso di carta. Faceva anche quelli di sughero in una comune scatola di cartone, poi rivestita di carta doppia. Se qualche collezionista lo avesse scoperto lo avrebbe assediato. Già, perché ci sono persone che collezionano presepi e ci sono quelle che cercano confratelli della Settimana Santa per impolpare le loro processioni in miniatura.
Presepe in cartapesta
In piazza Duomo a Milano di solito va in scena il presepe mobile: figure che si muovono, acqua che scorre, il calzolaio che batte il martello sulla suola della scarpa… Un presepe enorme. La mia amica Anna Bruno mi parlava di un presepe lungo 60 metri non ricordo più in quale paese. Una fluidità compositiva che coinvolge. C’è inventiva, in quel presepe. C’è arte. Non tutti possono permettersi di dare movimento ai personaggi. Ma anche se statici sono da ammirare. Confesso: io ho più di mille statuine, grandi, piccole, di resina, di terracotta e ogni Natale, mentre mi appresto a creare il mio presepe di sughero, mi sento preso dalla gioia. E ho imparato a fare pastori alti un centimetro che sistemo in fondo per creare la prospettiva. Non tutti i tentativi riescono.
Anche mio padre faceva il presepe e mi chiedeva di dargli una mano. Preferiva la carta intrisa di creta. A sedici anni il presepe lo feci io nella chiesa di San Domenico a Taranto. Il parroco, don Stefano Ragusa, di Martina Franca e amico dello zio canonico, mi indicò il punto in cui voleva la scenografia presepiale e obbedii. Mancava poco tempo a Natale e io mi ingegnai subito, perché non volevo fare una brutta figura. I fedeli, soprattutto le vecchiette che al Vespro erano sempre in prima fila, pregavano invocando grazia a Gesù. Sono innamorato del presepe. A Taranto andavo in giro per le chiese che lo allestivano. Osservavo prima di tutto gli animali, dalle pecore ai conigli, e i personaggi che li portano sulle spalle, tra le braccia, al seguito. Mi dicevano che il presepe più bello lo facevano ella chiesa di San Pasquale, ma io non sono mai andato a vederlo e oggi mi sento in colpa. Ricordo il presepe che faceva in casa Rocchino, amico e collega di mio zio Dionigi. Era bello, luminoso e trasmetteva serenità.
Presepe di sughero
Al presepe nonna Graziella, martinese purosangue, al presepe dedicava uno spazio non tanto piccolo nell’ingresso. Il Bambino lo teneva nascosto in un tiretto del comò e noi aspettavamo con ansia il momento in cui sarebbe arrivato tra Giuseppe, Maria, il bue e l’asinello. La nonna si avvicinava al presepe, con un cenno faceva spegnere le luci a mia zia, tirava fuori dalla tasca il Bambinello e lo metteva nella grotta. E tutti a cantare per festeggiare l’evento. Mi accorsi che mancava l’angelo e il giorno dopo lo trovai appeso sulla grotta: l’aveva fatto mia madre, che aveva le mani d’oro.
Il presepe è messaggero di gioia e di pace; è un simbolo. Tutto nel presepe lo è. Ripercorrere la storia del presepe sarebbe come ripercorrere secoli di poesia e di leggende. Secondo una di queste, il primo presepe sarebbe stato realizzato a Lecce da San Francesco al ritorno da un viaggio in Oriente, tempo prima del presepe vivente di Greccio.

 

mercoledì 12 novembre 2025

Un incontro con un grande artista

ALFREDO MAZZOTTA DI NAO SI RACCONTA AL CRONISTA




Scultura di Mazzotta
Parla della sua adolescenza, della sua passione per il pallone, delle squadre, delle partite, dei genitori della sua vocazione per l’arte, degli amici e dei colleghi, della mostra di Nao. Un pomeriggio edificante.






 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI


Con quel volto tondo e incorniciato dalla barba bianca e ben curata, il capo per metà potato, il sorriso serafico, i modi pacati, le mani appoggiate una sull’altra sul tavolo quando parla, sembra un frate francescano pronto per il suo sermone.
Mazzotta di racconta
Ma Alfredo Mazzotta, grande artista calabrese trapiantato a Milano, di sermoni non ne fa. Gli ho chiesto più volte di raccontarmi i brani salienti della sua vita e si è sempre schermito, con abilità e dolcezza. Non gli va di snocciolare episodi tanto lontani anche se li ha vivi nella memoria.
Giorni fa, quando sono andato a trovarlo con Olimpia Bucci, sua ammiratrice, mi è venuto incontro e quando ero quasi sulla porta mi ha chiesto di deviare, perché da un balcone qualcuno stava innaffiando i fiori e lasciava cadere gocce d’acqua. Poi eccomi nel suo sacrario con tanti quadri che coprono le pareti e sculture su un banco e cartelle di litografie e carte e altro. Si è seduto al solito posto, a un tavolo impreziosito da un’opera, e ha atteso qualche minuto che io cominciassi a parlare, mentre osservavo le sue “forme”: una mi sembra un cigno, un’altra una figura incurvata e assorta nella preghiera. Interpretazioni, ma quei lavori hanno fascino e provocano emozioni. Nessuna di loro lascia indifferente chi guarda. Dovunque giri gli occhi campeggiano bellezze.
Insisto: “Alfredo, ti prego, scava nel tempo e tira fuori delle storie”. Lo sai, ho difficoltà a parlare di me, non so da dove cominciare, fammi delle domande”. E lui apre pagine non ingiallite che mi spalancano un mondo che non mi è tanto estraneo, nel senso che ho vissuto momenti come i suoi. Il padre era contadino, la mamma sarta casalinga. Poi il papà lasciò la zappa e andò a fare il manovale. Lui fin da piccolo si costruiva i giochi da sé: la raganella, “i ciappoli”, sorta di bocce, fatte con frammenti di tegole da lanciare su campi improvvisati. Ma era il gioco del pallone la sua passione, da ragazzino. Con i suoi compagni formò una squadra chiamata “Diavoli rossi”, perché al mercato avevano trovato delle magliette di quel colore. E in campo erano peperoncini piccanti: bombardavano la porta e la foravano sempre.
Lo studio di Alfredo Mazzotta
Accennando a questi ricordi, si accende un pochino; sorride, chiude le mani a coppa, mentre gli occhi brillano. Che bello conversare con lui, così grande come scultore e pittore e così modesto come persona. “Facevo il chierichetto, suonavo le campane e fui chiamato a giocare nella squadra di Batia”. Organizzava eventi sportivi; componeva e disfaceva formazioni. Curava l’orto, bordandolo di fiori. Nel cortile del suo studio, dove non arrivano i rumori della strada, al centro domina un’isoletta vegetale con ortensie policrome e alberellii. Viene dalla Calabria, questa terra nota anche per il festival del peperoncino piccante che si svolge ogni anno a Diamante. Gioisce quando gli arrivano le preziosità gastronomiche da laggiù, anche perché sente il profumo del mare; e quello sì che gli fa fluire i ricordi, delle passeggiate in campagna e della raccolta dei funghi: i boleti che conosceva e quelli che conosceva chi era con lui. Ne ha, di ricordi, Alfredo. “Andai a Roma per visitare il museo delle cere, dove scattai delle foto che pubblicai su facebook. Una mia collega realizzò un fotomontaggio, sostituendo la testa di un monaco con la mia, con la didascalia “fra Alfredo da Nao”. Nao di Jonadi è il paese in cui lui è nato: sorge a circa 400 metri sul livello del mare “in posizione privilegiata fra l’Appennino calabrese e la costa degli Dei”. E’ vicino a Vibo Valentia e ha una torre risalente al XVI secolo.
Mazzota consulta il catalogo di Nao

Lo trovo scritto nel catalogo di una interessantissima mostra aperta a Jonadi, che vuol dire “Terra delle viole”, mentre Nao è luogo di preghiera (fu casale di Mileto).
Alfredo Mazzotta, mi dice ancora che tra le sue iniziative ideate laggiù, negli anni 70, organizzò la Stranao, ispirata dalla maratona dei 50mila del capoluogo lombardo, che coinvolge sempre la città. Insomma lo scultore di solito ha il passo di fra Cristoforo ma all’occorrenza assume quello del bersagliere. Venne a Milano, perché in Calabria allora non c’era l’Accademia di Belle Arti. Immagino che mai avrebbe preso il treno, voltando le spalle alla sua “culla”, se l’Accademia ci fosse stata. E’ uno con le radici solide, come quelle della quercia. Il treno già brontolava sul binario e lui lo prese senza voltarsi indietro. La nostalgia fa brutti scherzi. Ma l’arte è più forte.
Ed ecco Alfredo nella terra del Porta. Andò a lavorare in un’azienda che realizzava barometri e gli facevano fare i prototipi in legno. Di giorno studiava all’Accademia e di sera lavorava in un ristorante come barista fino a mezzanotte. La domenica andava al Castello e lo ritraeva con penne inzuppate nell’inchiostro di china. Quando era studente a Brera lavorò nello studio di Minguzzi, “tra bicchierate e cantate”.
Alfredo versa l'amaro calabro agli ospiti
Una breve interruzione. Va in cucina e torna con un “Amaro Silano” e un “Amaro del Capo”, inclina la bottiglia verso le coppe e offre agli ospiti. Per 4 anni ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera quattro anni scultura con Luciano Minguzzi e quattro pittura con Domenico Purificato. Quindi un anno di Decorazione con Luca Crippa e Giovanni Repossi e Scenografia con Tito Varisco. Con il tempo ha conosciuto quasi tutti gli artisti, maestri del pennello e dello scalpello. Di molti è diventato amico. Tanti se ne sono andati all’altro mondo, come Ibrahim Kodra, di cui Alfredo frequenta la Fondazione creata da Fatos Dashi Faslliu; Giuseppe Rossicone, bravissimo ceramista con studio in via Chiossetto; Remo Brindisi, Ernesto Treccani, Arnaldo Pomodoro, Eros Pellini, di cui fu assistente alla cattedra di scultura al Liceo Artistico di Brera e nel suo studio privato; Attilio Alfieri, con cavalletto e tavolozza in un salone di via Pantani, al piano terra, con accesso da un cortile antico e silenzioso… Fai un nome e ti sciorina la storia. Di Kodra sa tutto, da quando arrivò a Milano dall’Albania. Era stato per lungo tempo alla corte di re Zogu, dove gli avevano insegnato come si fa l’inchino. La prima volta sbagliò e la sovrana rise. Da quattro anni è nel consiglio direttivo della Società per le Belle Arti Permanente, guidata da Emanuele Fiano.
Quadreria di Mazzotta
Ora è direttore artistico della Collezione Museale di Jonadi, di Vibo Valentia, dove ritrovo Togo, noto come Enzo Migneco, pittore e incisore, “tra i maggiori artisti dell’Espressionismo mediterraneo”; e lo stesso Alfredo Mazzotta, nato nel ‘51: scultore, pittore e incisore che dopo la formazione artistica all’Istituto d’arte di Vibo Valentia si trasferì a Milano, “dove sviluppò uno stile personale che unisce equilibrio formale e ricerca materica, dando vita a opere di forte impianto plastico”. Ancora: “Mazzotta delinea il corpo umano in forme semplificate ma cariche di tensione plastica”. Figure sinuose, che attraggono, suggestionano, coinvolgono. Presenti anche Orazio Barbagallo, Michele Cannaò, Giovanni Conservo, Maria Credidio, Antonio Attinà, Andreina Galimberti, Eros Pellini, Matteo Cannata, Giovanni Blandino, Paola Grott, Giuliano Grittini, Ibrahim Kodra e Giorgio Melzi …
Nella presentazione il sindaco Fabio Signoretta ha scritto che “Jonadi accoglie con orgoglio una collezione permanente che intreccia arte, identità e appartenenza. Un risultato reso possibile dal generoso gesto di Alfredo Mazzotta, figlio di questa terra, artista di riconosciuto valore internazionale e uomo profondamente legato alle sue radici…”. A Nao e alla Calabria, che dette i natali a Corrado Alvaro, Tommaso Campanella, Leonida Repaci, Saverio Strati, Mino Reitano, Renato Dulbecco... ha dato la sua anima. “Calabria, terra di aspra e dolce bellezza, dove il sole incontra il mare senza tristezza”. La Calabria dove si ascoltano voci antiche e il profumo del mare inonda i paesi. La Calabria fatta di gente forte e volitiva, decisa, intelligente.
Sculture e quadri nello studio di Mazzotta
Alfredo sta per versarmi altro Amaro, una delizia per il palato, ma lo fermo: ho mille ragioni per non andare oltre, con mio sommo dispiacere: devo limitarmi a godere dell’odore di quel nettare.
Gli occhi di Alfredo parlano, dicono il piacere di questa compagnia, che lo ammira come uomo e come artista, apprezza anche la sua cadenza nativa nel linguaggio, la sua generosità, la sua ospitalità. Mi domando come sia fatta Nao, che vanta forse pochi sospiri, ma ha la dolcezza del paesaggio, dove c’è chi ci vorrebbe vivere, per trascorrere la vita a dimensione umana.
Sono le 5 e Alfredo mi invita ad andare a mangiare una pizza, ma non posso. A casa sono atteso. Ma il pensiero della pizza mi accompagna durante il viaggio di ritorno.

mercoledì 5 novembre 2025

Il biscegliese Dino Abbascià

UN IMPRENDITORE GENIALE DETTO IL “RE“ DELLA FRUTTA

 

 



Dino Abbascià in bicicletta
Aveva 13 anni quando emigrò a Milano a metà degli anni Cinquanta, in treno e con valigia di cartone. Cominciò a lavorare come garzone in un negozio di fruttivendolo, mostrando di essere un campione nelle vendite. Poi, fra impegno e sacrifici fondò un impero.

 

 




 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 

Sicuramente lasciò la sua Bisceglie con gli occhi lucidi, salendo su un treno per Milano, da solo. Aveva una gran voglia di rendersi utile, di non pesare sulla famiglia, di crearsi un avvenire con le proprie mani.
Dino Abbascià e Nico Blasi
Oggi nel suo paese gli hanno intestato una scuola primaria e l’ortomercato. Non gli mancarono delusioni. Nel capoluogo lombardo ebbe le sue delusioni. Attraversò in lungo e in largo la città, ma un posto di lavoro non riusciva a trovarlo; e scrisse alla mamma, pregandola di rivolgersi a don Pasquale Uva, che non solo nel suo territorio aveva creato un ospedale e altre opere. Quella lettera non fece in tempo ad essere recapitata: lui, Dino Abbascià, 15 anni, un sentiero lo aveva imboccato: un lavoro da garzone in un negozio di fruttivendolo in via Pacini con l’incarico di consegnare la frutta in sella a una bicicletta. I suoi occhi brillavano quando me lo raccontò un giorno nel suo ufficio disadorno al primo piano della sua azienda, in via Toffetti. Già, perché, dopo anni di sacrifici era riuscito a creare un impero, coinvolgendovi anche i fratelli.
Vado a memoria, non ho bisogno di consultare carte, ritagli di giornali, di ascoltare parenti e amici e soci dell’Associazione regionale pugliesi, che lo ebbero per tanti anni presidente. Ricordo bene quello che mi ha raccontato lui in diverse occasioni, compresa quella in cui mi invitò a pranzo nel ristorante di un suo amico a Porta Romana. Naturalmente io lo stuzzicavo, perché mai lui avrebbe cominciato il racconto della sua vita, sapendo che sarebbe finito sul giornale. Fra le sue doti aveva anche la riservatezza.
Abbascià e la moglie Teresa al ristorante

Quel giorno, mentre mi bagnavo le labbra con due dita di vino, avvicinai a lui il bicchiere, dicendogli che compivo il gesto in suo onore, perché ero astemio, ricevette una telefonata. “E’ una persona che ti vuol bene”, mi disse, e mi passò la cornetta. Era Giovanni Morandi, direttore del quotidiano “Il Giorno”. Conosceva tutti, personalità e persone comuni. Non c’era settore in cui fosse estraneo. E non dico le cariche: vicepresidente dell’Unione Commercianti, membro di tanti consigli di amministrazione… Quando al Circolo della Stampa venne tenuto a battesimo un quotidiano voluto da un gruppo di baresi, fu invitato tra i relatori; al Rotary Club di Merate veniva accolto come un principe; alla presentazione del libro “Capatosta”, di Beppe Lopez, nel salone dell’Unione Commercianti, illustrò la figura dell’autore in modo icastico. I suoi interventi all’Associazione regionale pugliesi, in via Pietro Calvi, che pilotava, erano brevi e succosi. Organizzava feste affollate all’Hotel Quark, a Natale, a Capodanno, a Carnevale e mettendo il telefono a viva voce faceva ascoltare il saluto e gli auguri di Albano, suo caro amico, da Cellino San Marco o da altre parti d’Italia.
Abbascià balla con la figlia Annamaria

Era instancabile. 
Raccolse una moltitudine di corregionali in un hotel di via Washington, presente il sindaco Letizia Moratti e Annamaria Bernardini De Pace, presidente onorario dell’Arp, in una festa memorabile. Fu ispiratore di tante iniziative e di un Premio, che ancora oggi è autorevole e seguito. E’ stato assegnato a Livia Pomodoro, a Renzo Arbore, alle donne del vino di Manduria… Nelle cerimonie per la consegna non era mai in primo piano: dava spazio ai collaboratori, che lavoravano con entusiasmo e competenza.
Era leale, schietto; era amato e rispettato. Tutti, non soltanto al suo sodalizio, riconoscevano i suoi grandissimi meriti. Poco prima di morire, il 13 giugno 2015 (nato il 5 aprile’42) lasciò ai suoi un messaggio: “Non mollate”. E quelli osservano la sua ultima volontà. Pino Sorrentino, un membro del consiglio, dette la notizia su Facebook con queste parole: “Stamattina è venuto a mancare un grande uomo”. Con il suo sorriso e i suoi occhi dolci, con le sue maniere rispettose, galvanizzava chi aveva voglia di fare. Dell’associazione – dove erano esposti i quadri di un grande artista, Antonio Mellone - allevato a una disciplina militare - che con la sua matita per anni illustrò gli avvenimenti più rilevanti al “Giorno” - era l’anima, il fulcro.
L’associazione era (e continua ad essere) un cantiere sempre aperto. Fu lui a trasferire la sede da piazza Duomo a via Pietro Calvi, dove dette fiato all’entusiasmo di Giuseppe Selvaggi, che tiene alto il nome del circolo con la sua passione.
Abbascià e la moglie Teresa in Kenya
Era legatissimo alla sua Bisceglie, i cui prodotti agricoli percorrono tutta l’Europa. Ci andava spesso, rivisitava i suoi vicoli, i dolmen, le sue chiese, beveva l’atmosfera di arte e di storia e scriveva articoli appassionati su un periodico dedicato alla Puglia. Ma se durante i suoi soggiorni nella città dei suoi natali veniva invitato altrove per partecipare a una festa, a un convegno, a una gita non si faceva pregare. Ed eccolo nella Basilica di San Martino in Valle d’Itria assieme al rettore don Franco Semeraro e con lui immortalato nelle foto scattate da un amico; ed ancora nella campagna di Antonio Marangi, sempre a Martina, per una serata di allegria tra fegatini ed altre delizie. La Puglia era nel suo cuore. A Santa Maria di Leuca venne presentato un libro di un socio e non mancò, con Francesco Lenoci, di essere presente. In kenya costruì una scuola con le sue mani. Ho in mente un’immagine che lo ritrae a torso nudo, pantaloncini e un mattone in mano. Dino Abbascià, imprenditore osannato, trasformato in muratore per dare un tetto a bambini che studiavano sotto un albero.
Dino Abbascià e il ministro Maroni

Aveva un cuore d’oro. Un giorno, al termine di una manifestazione al Circolo della Stampa, sentii dirgli da una signora molto anziana che le ciliege costavano troppo e lui pronto: “Nel pomeriggio ti mando un cesto non solo di ciliege”. La generosità di Dino Abbascià era nota. Non spiattellava i sacrifici che aveva fatto né la sua bontà. Quando era assediato da cronisti amici usi ad affondare la benna si confidava. Lo chiamavano spesso, anche i redattori di grandi giornali. Anche la televisione. Aumentava esageratamente il prezzo della frutta? Si chiedeva il motivo ad Abbascià. E giacché c’era, qualche domandina sulla strada che aveva percorso per arrivare ai pioli alti della scala gliela facevano. Era una figura esemplare e i giornalisti non lo perdevano di vista. Ma Dino non si vantava di essere passato da garzone di fruttivendolo al vertice di un’azienda, da lui costruita passo dopo passo.
E’ scomparso da anni e a Bisceglie, di cui è l’orgoglio, non lo dimenticano. Ha tenuto alto il suo nome, ha fatto conoscere di più le sue virtù anche architettoniche, le sue attività ortofrutticole e manifatturiere, le sue bellezze. Ricordandolo, il presidente dell’Unione Commercianti, Carlo Sangalli, ha detto che era “l’amico che tutti vorrebbero avere e l’alleato che non chiede mai nulla in cambio”. E sempre Sangalli tenne l’orazione funebre in una chiesa zeppa di ammiratori che straripavano sul sagrato. Gente commossa, che commentava una personalità dalle mille doti, non frequenti nel mondo in cui viviamo.
Abbascià sull'altalena

Abbasscià era alla mano, cordiale con tutti, intelligente. Francesco Lenoci, docente di economia alla Cattolica, uno dei suoi estimatori, dice: “Era un grande, arrivato a Milano con la valigia di cartone, diventò il re dei fruttivendoli. Pensava in grande. Aveva capito l’importanza della finanza ai fini della crescita virtuosa delle piccole e medie aziende, degli artigiani e dei negozi. Per me era leggendario”.
Era apprezzato anche perché ogni volta che prendeva la parola in un convegno o in un’altra manifestazione si presentava come fruttivendolo. Ed era amico di tantissima gente che conta. A chiunque chiedessi un parere su di lui, ti sentivi rispondere: “Abbascià? “Era una persona corretta, un imprenditore onesto, che non amava i giochi di prestigio. E’ rispettoso, un formicone di Puglia”. Il lavoro per lui era sacro.
Quando era ragazzo, ancora garzone, gli altri ragazzi facevano a gara con lui: facevano di tutto per vendere di più, ma perdevano sempre. Era arrivato a Milano a metà degli anni Cinquanta. A 18 anni con i fratelli apri due negozi, uno in viale Coni Zugna e uno in via Mirabello. Serviva ristoranti, negozi, mense, hotel… Fu presidente del Sindacato milanese dettaglianti lombardi ortofrutticoli. Siedeva in vari consigli di amministrazione.. Era instancabile. Tutti a Milano conoscevano il salotto della frutta di Dino Abbascià vicino all’ospedale Fatebenefratelli.

 

mercoledì 29 ottobre 2025

Il professor Francesco Lenoci

CONFERENZIERE ITINERANTE NATO IN UNA CITTA’ LUMINOSA

 

 



Francesco Lenoci
Economia, moda, ceramica, figure di grandissimo livello... sono i suoi temi parlando in ogni angolo del Paese. E’ nato a Martina Franca, dove ritorna sempre con amore.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI

 

Francesco Lenoci, docente di economia all’Università Cattolica del “Sacro Cuore” di Milano, Lenoci è il presidente del Premio Donato Menichella dalla Fondazione “Nuove Proposte” di Martina Franca, istituita dall’avvocato Elio Greco. Uno dei tanti incarichi prestigiosi che negli anni sono stati assegnati a questo grande messaggero di cultura.

Lenoci e Piero Colaprico
 Non si contano i chilometri che ha fatto, andando da una parte all’altra dell’Italia, questo martinese colto e dinamico, autore di testi di economia prestigiosi scritti anche a quattro mani, tutti interessantissimi. Li ha presentati a Taranto, a Milano, in Valle d’Itria e altrove. In Abruzzo è stato decine di volte anche per incontrate il giornalista e scrittore Goffreddo Palmerini, che a sua volta continua a fare il giro del mondo per raccogliere e raccontare nei suoi libri le storie degli abruzzesi emigrati.
A Milano, dove vive e lavora, Lenoci ha parlato in istituti di credito, associazioni e in altre sedi, su temi rilevanti di moda, ceramica, mentre ad Altamura e a Laterza di pane: Ha presentato libri di vari autori nel mercato di Porta Romana, caro a Giorgio Gaber, editi da un giovane editore di Locorotondo, che svolge tante attività, compresa quella del barbiere e del libraio. Al Rotary Club di Merate, al termine di un suo discorso alla presenza di intellettuali e imprenditori, ebbe commenti entusiastici da parte di tutti i presenti: “Questo docente affascina ed informa con chiarezza”.
Non gli ho mai chiesto dove attinga tutta questa energia, che impiega con gioia, come lui stesso dice. E’ certo che ormai lo conoscono dappertutto. Durante le scorse vacanze, al Frantoio Ipogeo Rosso, bellissimo locale fornito di neviera, nella città dei trulli e del bel canto, ha illustrato uno splendido libro di immagini, “Puglia nel cuore”, di Enzo Rocca, già vice-direttore generale di una banca e fotografo itinerante, che ha ripreso con maestria paesaggi, persone, botteghe, carretti, folle al mare…. Sfogliandolo, si ammirano angoli meravigliosi della Puglia, da Putignano, il paese del carnevale, a Polignano a mare, la culla di Domenico Modugno, a cui hanno eretto un monumento che lo raffigura con le braccia aperte come se cantasse “Nel blu dipinto di blu”.
Lenoci e il notaio Alfredo Aquaro
Rocca ha puntato il suo magico obiettivo anche sul Mar Piccolo di Taranto, con i tramonti e le lampare, le trecce di cozze ammonticchiate sulle barche e pronte per il mercato e i pescatori che Saverio Nasole in una delle sue belle canzoni si chiedeva se fossero “cuzzarùle” o “sciardenìere”, perché da un “giardino” (“ind’o mare peccerìdde”) provengono queste delizie. Parlando di queste pagine patinate, Lenoci si è soffermato su quasi tutte le foto, citando diversi poeti proprio perché molte di queste immagini hanno il sapore della poesia.
Le ho guardate più volte, soprattutto quelle sulla città del ponte girevole, del monumento ai Caduti di Francesco Paolo Como e del Castello Aragonse.
Lenoci ha toni passionali, soprattutto quando parla di alcuni argomenti. Quando al mercato di Porta Romana ha presentato un’autrice di vent’anni ha pensato a Gaber e ha avuto un tremolio nella voce: ascolta spesso le sue canzoni. E ascolta quelle di Modugno.
Ha studiato a Siena e coltivato una materia per me e per molti altri impenetrabile; si è nutrito dei palpiti di Petrarca, Ungaretti, Quasimodo e Carrieri. I suoi discorsi incantano, tengono viva l’attenzione, coinvolgono il pubblico. Nel Castello Aragonese affrontò il tema della ceramica, accennando ai fischietti in terracotta, al gallo in particolare, scolpito da esimi artisti, come Moccia di Rutigliano, Vestita di Grottaglie… Si è nutrito degli insegnamenti di don Tonino Bello e non perde occasione per parlarne.
Dino Abbascià con un bimbo nero
Sbircia e approfondisce, legge e studia, verifica ogni pregio, ogni attività, s’introduce nei laboratori, osserva il lavoro e tesse le sue conferenze. Ero in mezzo a un pubblico folto su un terrazzino di Grottaglie con un suo estimatore, il dottor Gerardo Giacobelli, quando raccontò la storia di una famiglia di ceramisti famosi, soffermandosi sulla prodigiosa figura del capostipite. Riscosse una valanga di applausi. In prima fila, la mamma aveva le mani sulla borsetta, ma la sua commozione, l’amore per quel figlio erano in un sorriso tenue e negli occhi umidi.
Francesco è stato vice-presidente dell’Associazione regionale pugliesi, a Milano, quando a guidarlo c’era Dino Abbascià, che da garzone di fruttivendolo creò un impero della frutta in Lombardia. Dino aveva molta stima di Lenoci e Lenoci ricambiava la stima e l’affetto. Abbascià veniva da Bisceglie, approdò a Milano quando aveva 13 anni, ricco di volontà di lavoro e di intelligenza. Di fronte all’ospedale Fatebenefratelli apri il salotto della frutta dopo altri punti vendita; in Kenia fabbricò una scuola. Nella sua città di origine gli hanno dedicato una scuola e l’ortomercato. Era un uomo dal cuore grande. Dell’Airp ha fatto un grattacielo, nonostante la piccola sede, allora in via Pietro Calvi.
Lenoci ha un ricordo inestinguibile di questo imprenditore illuminato, di questo uomo disposto a dare senza ricevere, fedele al motto “dona con tacer pudico che accetto il don ti fa”.
Lenoci in un tipico ristorante di Martina

Una sera Abbascià in vacanza a Bisceglie venne a Martina per visitare la basilica; un’altra volta per partecipare a una festa nella campagna di uno chef multistellato. Antonio Marangi, che cucinò per Kissinger e per altre personalità di fama mondiale.
Questi martinesi si distinguono ovunque. A Milano hanno posizioni prestigiose, chi in banca, chi nel giornalismo, chi nell’arte, chi nell’imprenditoria. Anche in passato. Un nome? Guido Le Noci, gallerista a livello europeo, amico di Fontana, Buzzati, Pierre Restany, Raffaele Carrieri, Paolo Grassi, che amava Martina e ci veniva. Francesco Lenoci è orgoglioso di essere martinese. Non ci mette molto a mettersi in viaggio per planare nella sua città. Se lo invitano a impugnare il microfono non si nega e miete consensi. Il microfono è il suo scettro. Obbedisce sempre al richiamo della sua terra, ricca di gemme: viti, ulivi, querce disseminati sulla terra rossa che attirava la tavolozza di Filippo Alto, barese a Milano, in via Calamatta, in una casa di Guglielmo Miani, il grande sarto che ospitò in casa sua Filippo di Edimburgo e fu insignito del riconoscimento più alto nel Regno Unito. Miani era pugliese anche lui: dalla sua sartoria uscivano abiti di grande classe per personaggi di altissimo livello. Onorò la Puglia e contribuì a fare grande Milano, che nell’albo d’oro custodisce nomi di pugliesi laboriosi e geniali. Tra questi, Domenico Cantatore, che era di Ruvo di Puglia e nel ‘70 fu il protagonista di un documentario a colori della televisione nazionale, curato da Giuseppe Giacovazzo. Alla presentazione c’era anche Filippo Alto. Oltre a Francesco Lenoci.
Lenoci a Locorotondo
Ho conosciuto altri pugliesi di stoffa rara, come Egidio Stagno - tra i fondatori del “Corriere del Giorno - che al “Corriere del Giorno” arrivò alla poltrona di direttore generale del “Corriere della Sera”. Insomma, c’è chi è nato in Puglia e chi ama la Puglia, pur avendo avuto i natali altrove. Piero Mandrillo, uomo dalla memoria inossidabile e dalla cultura sconfinata, mi farebbe l’elenco preciso dei grandi pugliesi in Lombardia; ma lui non c’è più da tempo. La sua Pulsano gli ha intestato la biblioteca. Nel ‘70 venne nella terra del Porta con la “troupe” di Tv Taranto per fare la cronaca di una serata pugliese in via Brera e intervistò Domenico Porzio, che era di Taranto o ogni tanto ci tornava per rivisitare i luoghi del cuore.
Come si fa a non amare la Puglia? Spesso, durante i suoi discorsi, Lenoci coglie il momento per descrivere la bellezza della nostra regione, anche se sta descrivendo tutt’altra materia. Perchè la Puglia è magia, incanto, luce, melodia. La Puglia affascina, seduce, coinvolge. Gallipoli la bellezza ce l’ha già nel nome; Taranto non solo nel suo mare, decantato da scrittori e poeti, da Alfredo Lucifero Petrosillo a Diego Marturano a Diego Fedele… Se facciamo un giro della Puglia, torneremo a casa edificati, inebriati.
Francesco Lenoci nei suoi viaggi ha esaltato la Puglia, ma anche parlato delle Marche, dell’Abruzzo… L’Italia è uno scrigno di bellezza. Lenoci andando da un capo all’altro ha riempito il suo bagaglio culturale. Gli chiedi del ristorante “Le Tre Marie” dell’Aquila e lui te ne fa la storia; del Savini di Milano ti fa un racconto lungo costellato di notizie e particolari.
Lenoci in un tratturo
Ha conosciuto il mondo anche attraverso il finestrino del treno, percorrendo poi strade e stradine, vicoli e vicoletti nei centri storici di questo e di quel paese. Specialmente il borgo antico di Martina, che con le sue facciate sembra un teatro con quinte e fondali, ribalte e lanterne, donne che sferruzzano sulla soglia e passanti “lento pede”.
Lo amo anch’io questo borgo, riposante e tranquillo, silenzioso e delizioso con le sue fontanelle, i suoi sassi, le sue chiesette, i pavimenti lisci e inclinati, dove la pioggia scorre veloce come su un tavolo da biliardo. Martina è bella anche quando indossa l’abito da sposa per la neve. Qui Francesco Lenoci ha emesso i sui strilli di bambino, qui ha frequentato la scuola, qui ha visto il padre, Martino, che confezionando i vestiti applicava i bottoni strappati alle sue giacche se non aveva tempo di andare in merceria.

 

mercoledì 22 ottobre 2025

Una mostra interessante a Milano

DABBRESCIA E VILLORESI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA

 

 

Mimmo Dabbrescia
Organizzata dalla Fondazione Villoresi-Poggi al Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” a Milano, in collaborazione con il Museo di Roma.
Titolo: “Lo sguardo dentro, lo sguardo fuori, lo sguardo… dove”. Visitiamola.

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
E’ stato in 22 Paesi, sempre con la macchina fotografica a portata di mano. Ha conosciuto paesaggi e persone, saltando su aerei, treni, taxi, facendo maratone. Con il suo obiettivo ha fatto la cronaca di avvenimenti mondiali, ha colto personalità del cinema, del teatro, della pittura.
Dino Buzzati di Dabbrescia
Venendo a Milano da Barletta, la città che conserva gelosamente le sue tracce antiche, Mimmo Dabbrescia ha masticato polvere e pane, che lo hanno arricchito di esperienze e di valori. Nella città del bel porto, la mattina a scuola e il pomeriggio a bottega, come si usava nelle famiglie perbene. Una mattina gli capitò sotto gli occhi un manifesto che chi ha 87 anni come lui forse ricorda: “Vieni in Marina, imparerai un mestiere e girerai il mondo”. Un invito allettante, quel cartellone proponeva un sogno e un avvenire. Mimmo approfittò dell’occasione, andò a scuola per entrare al Nautico, ma i suoi si trasferirono a Milano e dovette seguirli. Era il ‘53, l’anno in cui il sindaco Ferrari incaricò l’ingegner Belloni di elaborare il progetto della prima linea del metrò.
Mimmo si mise subito a cercare lavoro. Aveva intelligenza, voglia di fare, capacità. Era ingegnoso. Intercettò un cartello su una vetrina: “Cercasi un fattorino con bicicletta”. Lui la bici ce l’aveva, non fiammante, ma funzionante; e cominciò a correre per le vie della città, esplorandola tra una consegna e l’altra; e correndo notò un biglietto su una vetrina al Ticinese con le foto di Farabola. Si fece avanti, gli risposero che lo avrebbero chiamato, ma non si fecero mai sentire. Succedeva, è successo a molti, suscitando ansie e delusioni, voglia di mollare.
Dabbrescia non perdeva mai la speranza. Si rimise in sella, andando da via Torino a piazzale Loreto, da piazza San Babila al Lorenteggio, fino ai margini della città e magari oltre. Un cartello dietro l’altro e vide quello di un’agenzia fotografica che aveva bisogno di un apprendista fotografo. Era quella del padre di Oliviero Toscani. E lì cominciò ad occuparsi di cronaca.
De Andrè di Dabbrescia
Era il ‘57. Questa era Milano con il cuore in mano. Se un giovane voleva costruirsi un avvenire, doveva tirarsi su le maniche.
Dabbrescia era tenace, intelligente, intraprendente e si tuffò nel mondo dei “reporters” con entusiasmo e passione. Virtù che non possono mancare a chi affronta questo mestiere. La cronaca affascina, coinvolge e chiede sacrifici. Uno come lui non poteva fermarsi, doveva andare avanti.
Quella era soltanto una tappa. La seconda fu “Il Corriere della Sera”, via Solferino, il sacrario del giornalismo, l’aspirazione di tutti. O quasi. Vi rimase fino al ‘63, entrando nei cortili patrizi, nei palazzi delle istituzioni, fotografando uomini di primissimo piano dell’industria, della cultura, della televisione. Entrò nella stanza di Dino Buzzati, lo sorprese alla scrivania, lo ritrasse, divenne suo amico e dopo la morte del giornalista e scrittore continuò ad essere amico della moglie Almerina. Al “Corriere” lavorava anche Eligio Possenti, critico teatrale e drammaturgo e direttore della “Domenica del Corriere” dal ‘29 al ‘64. Poi Mimmo incontrò Giorgio Pisanò, che con il fratello aveva un piccolo gruppo editoriale e per lui andò in Spagna.
Nel ‘61 alla Fenice di Venezia puntò l’obiettivo su Salvador Dalì. Mimmo non si faceva mettere in imbarazzo dal livello dei personaggi, come dev’essere un giornalista con il taccuino o con l’occhio magico.
Dopo qualche anno andò a cercare Salvador Dalì, e al custode disse di avere un appuntamento; quello si assentò e ritornò rispondendo che l’artista non si ricordava di averne uno. “Ci siamo conosciuti a Venezia ed è lì che abbiamo fissato l’incontro”. La porta si aprì e il maestro posò per 34 foto. Ed eccolo con il suo sguardo sbarrato e il suoi baffi come virgole capovolte. Poi comparve la moglie e decretò la conclusione degli scatti con una voce perentoria: “Il maestro si stanca”. Dabbrescia ci aveva provato e aveva riempito il carniere. In questo mestiere bisogna provare, allettare e a volte mentire per poter aprire un varco.
Ne ha fatti di scatti, nel tempo, Mimmo Dabbrescia. De Chirico, Guttuso, Salvatore Fiume con il quale fu a Papete un mese per un libro e un film. Ha fotografato la Cardinale, la Lollobrogida, De Andrè, Dorelli, Katerine Spaak, la Vanoni, Fellini, Clint Eastwood, Montale…
Eastewood di Dabbrescia

Fondò la rivista “Prospettive d’arte”, dove scriveva anche la moglie Bruna, pubblicando articoli informati su Attilio Alfieri, Ibrahim Kodra, Ernesto Treccani, Remo Brindisi e tanti altri. Dopo la rivista la Galleria d’arte in via Carlo Torre, dalle parti del Naviglio Grande. Insegna: “Prospettive d’arte”, dove hanno esposto grandi nomi, compresi quelli che apparivano sul giornale che si confezionava in via Gentilino, al Ticinese. A “Prospettive” si rivelò come pittore Don Lurio, il famoso coreografo di Rai Uno, di origini newyorchesi.
Un vulcano, una fucina di idee, Dabbrescia. Un’iniziativa dietro l’altra. Alla Galleria vennero presentati libri prestigiosi, come i “Navigli di Milano”, con firme famose come Gaetano Afeltra, Empio Malara…; un volume sulla storia del calcio Bari, presenti due calciatori e l’amministratore delegato della compagine pugliese e al tavolo dei relatori Giovanni Lodetti, già campione del Milan, centrocampista campione d’Europa; e lo storico Guido Lopez.
Serate memorabili anche per l’affluenza e il tipo di pubblico. Una manifestazione fu dedicata a Giuseppe Francobandiera, scrittore dallo stile affascinante e direttore del circolo culturale Italsider di Taranto. In quella sede, insediata alla masseria Vaccarella, sviluppò programmi di altissimo livello, tra le quali il Teatro sull’erba, dove recitarono anche Luca De Filippo, figlio di Eduardo, di fonte a migliaia di spettatori. Francobandiera invitò anche esponenti celebri della letteratura, del teatro e della pittura, come Morando Moradini, Gianni Brera…
Quella sera a “Prospettive d’arte” c’erano anche Vito Plantone e Achille Serra, il primo questore di Palermo; il secondo di Milano. Per motivi di sicurezza le forze dell’ordine chiusero la strada.
Franca Faldini, di Villoresi

Mimmo è uno di quei figli della Puglia che hanno onorato la loro città e Milano. Su di lui la dottoressa Laura Lorusso ha fatto una tesi di laurea.
Ora eccolo con Manlio Villoresi, un altro artista dell’immagine, in una grande mostra al Museo della Scienza e della Tecnologia del capoluogo lombardo. Titolo “Lo guardo dentro, lo sguardo fuori, lo sguardo… dove?”. Fotografi a confronto, a cura di Andrea Ciresola e Carola Annoni , postfazione in catalogo di Giovanna Calvenzi. “Ed ora consideriamo lo sguardo nomade che il soggetto colloca in nessun luogo preciso”. Non è facile intercettare l’itinerario che uno sguardo compie, dov’è diretto. Attraverso lo sguardo si può anche penetrare nell’anima, nel pensiero, si possono cogliere i desideri, le ansie, le attese. Queste foto inducono a riflettere: non sono fotografie, ma opere d’arte emozionanti, che prendono chi osserva e lo inducono a meditare, suscitando ricordi; sguardi che parlano, sguardi brillanti, pensosi, carezzevoli, dolci, limpidi, comunicativi. Gli sguardi di Fabrizio de Andrè fra le gambe di due fanciulle, a Genova nel ‘69, ripreso da Dabbrescia; in una sequenza di quadretti Mina in concerto ad Alessandria nel 1970; Francis Bacon, 1977 a Parigi Galerie Claude Bernard.
Isa Barzizza, di Villoresi

Segue un giovane Vittorio Gassman 1945-1950, colto da Manlio Villoresi, che poi rapisce lo sguardo di Anna Magnani e poi ancora... Sfogliare questo elegante catalogo è come sfogliare il tempo.
Le persone ritratte non posano, sono presi di sorpresa. Così il Premio Nobel Eugenio Montale sorridente, due dita sulla fronte e uno su una guancia come se assistesse a una scena divertente, “clic” di Dabbrescia; Eldo Di Lazzaro in atteggiamento da attore drammatico superbamente “catturato” da Manlio Villoresi, nel ‘30-40… Lo sguardo dove? In piazza Duomo un colombo plana sul palmo della mano di Clint Eastwood per beccare il pasto (Dabbrescia nel 1971). Una personalità ha visto in quella foto un messaggio di pace rivolto al mondo. Salvador Dalì con gli occhiali chiusi in mano, posizione rilassata, punta lo sguardo verso qualcosa non vicina a lui, tra ciuffi d’albero e il mare (Dabbrescia); e Massimo Girotti, capelli neri, un po’ ondulati, un sorriso ammaliante (40-42), immortalato da Manlio Villoresi...
Quante personalità! Giorgio De Chirico, la divina Eleonora Duse, Franca Faldini, Buzzati, nel ‘63, quando frequentava la Galleria “Apollinaire” dell’amico Guido Le Noci.
Gigi Villoresi, di Villoresi

No, non si può solo sfogliarlo, questo catalogo. Ogni pagina richiede una sosta, un pensiero, una riflessione. Mi soffermo su mister Volare: Domenico Modugno, di Polignano a Mare, nome che appartiene al mondo. Qui ha la chitarra in mano, è pensieroso. Siano negli ‘58-’60. E’ un po’ spettinato. L’obiettivo di Villoresi lo ha preso alla sprovvista. Dabbrescia capta un momento di Valentino mentre fuma stando in poltrona; e Manlio Villoresi Gigi Villoresi con un sorriso dolce e gli occhi che brillano.
Queste pagine raccolgono dunque volti, atteggiamenti, espressioni. Chi può farlo va oltre l’apparenza, si cala nel soggetto, interpreta lo stato d’animo, intercetta il carattere. Sono immagini preziose. Villoresi vive a Roma; Dabbrescia a Milano.
Questa mostra, ottimamente organizzata dalla Fondazione Villoresi-Poggi in collaborazione con il Museo di Roma, ha anche il significato di un incontro fra due maestri della fotografia.