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mercoledì 26 agosto 2026

Nostalgia dei tram di Taranto

UN BIGLIETTO DA VISITA STRAPPATO ALLA CITTA’

 



Tram vicino all'arsenale
Correvano sferragliando dalla stazione
all’arsenale e da qui a Solito. “Avanti c’è posto”, urlava il bigliettaio ai viaggiatori, con la mano incollata alla maniglia e a quelli bloccati sulla piattaforma.

 

 
 
 
 
 
 
 







ANTONIO DE FLORIO E FRANCO PRESICCI

Le foto sono della collezione privata di Antonio De Florio



Tantissimi anni fa a Taranto circolavano i tram. Andavano dall’arsenale alla stazione ferroviaria (era la linea 1); e dall’Arsenale Solito (linea 2).
Il tram in fondo

Vederli sferragliare era uno spettacolo. Soprattutto in via di Palma di fronte al cinema Odeon - da tempo chiuso - dove c’era il binario di scambio: il tram che arrivava prima rimaneva fermo fino all’arrivo dell’altro. I ragazzini, e non solo loro, viaggiavano gratis, stando sul predellino; e quando compariva il controllore lasciavano la postazione in corsa. Era una specie di divertimento. Ma anche una necessità per chi non aveva i soldi per il biglietto.
Spesso ci si domanda a chi sia venuto in mente l’idea di abolirli, togliendo a Taranto un po’ del suo fascino. ll tram attraversava anche via D’Aquino, la via dello struscio, dove oggi è quasi impedito il passaggio di una bicicletta. Transitava sul ponte girevole, suscitando l’attenzione e l’ammirazione. No, non dovevano toglierlo di mezzo. Negli anni Sessanta a Milano qualcuno insorse contro il trasporto sulle ruote, preferendo i pullman, ma quasi subito fu gettata acqua sul fuoco e oggi viaggiano gli uni e gli altri.
la stazione ferroviaria


E’ bello vedere il tram che parte e arriva, incrociarsi con un altro, ingoiare i passaggeri. I tram di Milano fanno parte di una storia che continua e si rinnova; quelli di Taranto purtroppo quella storia l’hanno conclusa nel 1950. Li si può vedere su Facebook, precisamente su “Foto Taranto com’era”, che vanta 25 mila aderenti, meditando su questi gioielli strappati al tessuto urbano. Correvano in via Leonida, in piazza Ramellini, in via Cesare Battisti. Alle fermate li aspettava tanta gente. C’era il bigliettaio, che come Aldo Fabrizi in un famoso film, urlava: “Signori, avanti c’è posto”, ripetendo il comando, mentre avanti c’era già... un tappo. Quella voce è ancora presente nei ricordi di chi per andare a lavorare, fare un salto in centro, fare compere in un negozio elegante… prendeva i tranvai.
Penoso fu il suo smantellamento rapidissimo. Una parte delle rotaie furono rimosse, altre sono ancora seppellite sotto l’asfalto.
I tram, secondo il contratto si risoluzione, rimasero di proprietà inglese, al contrario di tutto il resto, e furono depositati presso il porto mercantile; e lì per molti anni rimasero in attesa di un’eventuale rivendicazione d’oltre Manica. Non ci furono proposte di acquisto e nessuno si ricordò di loro, forse perché memori di un periodo poco felice della nostra storia. Poi furono acquistati dalla ditta del signor Zigari; in seguito rottamati e demoliti sul posto, fine non gloriosa e per niente meritata.
Tram in piazza Castello

Mandare in pensione i tram è stato come sottrarre un pezzo a un monumento; l’orologio a piazza Fontana; il ponte di pietra dalla città vecchia; le barche dal Mar Piccolo... Ritorna la domanda: Chi decise e perché di mutilare la città? Quale fu il motivo, se ce n’era uno, di privare la bimare di una parte della sua scenografia, eliminando binari e segnali? Certo la decisione non fu motivata dalla necessità di alleggerire i bilanci, perché conduttori e bigliettai li avranno sistemati altrove.
Tanti tarantini s’incuriosivano quando il conducente suonava la campanella per spostare un ostacolo. “Toh, sta arrivando il tram!”. “Prendi il tram e scendi in via... e prosegui a piedi fino a…”. “Il tram ha una fermata in piazza...”: voci che non si sentono più. I tram erano un orgoglio, un simbolo, un biglietto da visita. Quando li fecero sparire qualcuno non era ancora nato e forse chiede notizie.
Le cartoline postali che portano la loro immagine le hanno divorate i collezionisti. Gelosi come sono, solo qualcuno di loro le posta su Facebook, magari per vantarsi del possesso. Questo ci è rimasto: il tram immortalato sulla carta. E anche in quella dimensione suscita emozione. E’ una storia che i nonni non hanno mai raccontato ai nipotini. Forse non hanno fatto in tempo. Del resto non potevano snocciolare date, nomi, situazioni, discussioni infiammate in consiglio comunale, iniziate nel 1913.
Tram, cavalli e bici sul ponte

Le delibere per la concessione alla costruzione della ferrovia vennero firmate l’8 gennaio del ‘14 e il 16 ottobre del ‘18, sindaco Francesco Troilo. L’11 giugno dello stesso anno fu costituita la Società Tramwai and electric supply company limited, capitale sociale 100000 sterline, coperti nella quasi totalità in Inghilterra e parte in Italia. Il 16 ottobre del ‘18 l’ingegner Guido Valletti ricevette l’incarico di consigliere-procuratore della società. La pratica s’infossò per la guerra, poi alla sua fine. venne riattivata con la costituzione della nuova concessionaria, con delibera del marzo del ‘19. In seconda lettura il 28 marzo dello stesso anno non venne approvata per lo scioglimento del Comune. Il 6 marzo del ‘20 furono accolte le modifiche e le varianti, e quindi firmato il contratto definitivo per le tranvie elettriche urbane. Data della concessione fissata in 60 anni a partire dalla firma del contratto, che prevedeva la conclusione dei lavori in 14 mesi e il 16 febbraio del ‘22 ebbe inizio l’esercizio della linea 1, Stazione-ferroviaria-Arsenale e il 14 novembre la linea 2 Arsenale-Solito. Costo totale dell’opera lire 6.174.511. Nel ‘39 il costo del biglietto era di 70 centesimi, per gli operai la metà. Come si vede, un percorso faticoso e complicato. Anche per colpa del conflitto.
Ci piacerebbe conoscere il momento in cui il conducente mosse la prima volta la manovella per muovere il tram: il primo della storia. Immaginiamo la solennità della cerimonia inaugurale, le autorità presenti, la folla, la banda, il primo viaggio, gli applausi, la gioia nel vedere la prima volta quella carrozza lanciata sui binari girare intorno all’aiuola di piazza Giordano Bruno.
Tram sul ponte girevole

Una storia dimenticata, lontanissima. I ricordi ingialliscono, molte volte fanno fatica a ripresentarsi e quando ci riescono sono sfocati. Le cartoline d’epoca sono gran cosa, mostrano i percorsi, gli arredi della città, le case, gli affacci sul mare. Era bello vedere passare il tram. Soprattutto la sera, quando il fanale acceso bucava il buio. Qualcuno si fermava incuriosito anche se il tram era fermo sul binario di scambio. Impreziosiva il borgo antico e quello nuovo. Dai finestrini si vedevano passare i negozi, i palazzi storici, le facciate dei cinema, i giardini… Non crediamo che qualcuno possa dire che mandare in pensione i tram sia stata una buona idea. La malinconia, l’amarezza colsero la gente nel vederli abbandonati presso la dogana del porto mercantile, dove per molti anni rimasero in attesa di un’eventuale rivendicazione. La loro scomparsa mutò il volto della città.
Addio tram, con loro sono volati via usi e costumi, addirittura modi di pensare e di agire. Le cartoline d’epoca sono una grande cosa, mostrano a chi osserva le sagome dei tram, i percorsi, la gente alle fermate, ma sono pur sempre pezzi di carta. Era bello vedere passare il tram. Soprattutto la sera, quando con il fanale acceso bucava il buio. Qualcuno si fermava ad osservarlo quando era fermo sul binario di scambio o quando sbucava dalla ringhiera diretto al ponte di ferro o quando sostava in via Di Palma angolo via Leonida, tra una folla di marinai. Non crediamo che qualcuno possa dire che mandare in pensione i tram sia stata una buona idea.
A Milano non ci riuscirono. Le voci che si levarono per toglierli di mezzo vennero respinte, spegnendo le polemiche. E oggi li vedi in tutta la città, al centro e in periferia, e di diversa linea architettonica.
Tram e carrozze

Mentre si viaggia a nessuno viene in mente la voce di Aldo Fabrizi, che era un esperto anche in cucina, nella vita reale. Il bigliettaio non c’è più, si deve solo vidimare il biglietto acquistato all’edicola, dal tabaccaio o in qualche bar.
C’è gente che sale sul tram per farsi un giro da un capolinea all’altro, senza una meta. Solo per il piacere di viaggiare su quelle quattro ruote. “Che gioia vedere il tram andare da piazza della Repubblica alla stazione Centrale; da piazza Missori a via Torino… I tram s’incontrano in piazza Cordusio, formicolante di milanesi e non diretti al Castello. E’ vero, qualche volta sono in ritardo per colpa del traffico intasato e qualche viaggiatore s’infastidisce e protesta per l’attesa. Ma quando il mezzo arriva, l’ansia si scioglie. Vorremmo chiedere ai tarantini più giovani se qualche volta abbiano pensato ai tram; alle loro corse; ai concittadini che salivano o scendevano dal predellino. Forse no. I vecchi qualche volta vorrebbero – anche se non tutti - che fossero restituiti alla città. I sogni qualche volta si avverano.





mercoledì 19 agosto 2026

Ha messo la zappa in cantina

I TANTI MESTIERI DI VITO CONTADINO GENTILUOMO

 

 



Vito Argese
Generosità, intelligenza, ironia, sensibilità guidano i suoi passi. A ottant’anni è forte e vivace e conserva un legame d’amore per la campagna.

 

 

 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
A Quistello, nel Mantovano, sorge il monumento alla Lega del contadino, opera del grande scultore Giuseppe Gorni, che conobbi in una sua grande mostra a Palazzo Reale a Milano, presente Davide Lajolo, già direttore de “L’Unità”.
Vito

Fui felice nel sapere di quell’opera: era giusto l’onore reso a questo lavoratore sicuramente meritevole. Anche se non ha titolo di studio, non è una personalità, rende fertile la terra, ara, semina, provvede al raccolto, spreme i grappoli. Tutte operazioni che costano fatica.
Il contadino tiene piegata la schiena dall’alba al tramonto per un piatto di fave con la cicoria. Se noi abbiamo l’alimento di cui abbiamo bisogno lo dobbiamo a lui, alla sua competenza e alla sua esperienza, alla sua tenacia. Sa leggere nella luna se deve piovere o no; sa soffrire senza lamentasi; se la neve gli seppellisce la casa può correre il pericolo di non poter accendere il fuoco del camino, perchè la legna è accatastata fuori, in un angolo della campagna.
Oggi la categoria si è assottigliata, i figli hanno scelto un altro mestiere o l’emigrazione, gli anziani si sono trasferiti in paese. Tutto questo lo dice la storia e noi la leggiamo con dolore. Anzi la viviamo, quando cerchiamo “l’ome de fore” e spesso non lo troviamo. La Fondazione dei mestieri d’arte di Franco Cologni a Milano a suo tempo ha pubblicato un volume sul vignaiolo. Un poeta di Martina Franca, Sante Ancona, in un suo libro esalta l’impegno del contadino e inonda le sue pagine di amore e nostalgia. Mi dà gioia vedere un contadino al lavoro e dolore la vigna estirpata sostituita dalla stoppia giallastra. Non mi piace la motozappa: è duro manovrarla e gracchia come una cornacchia.
Ho conosciuto un ex contadino, la cui moglie ha portato avanti una piccola azienda agricola, con tre o quattro mucche e una decina di animali da cortile. Gli ho chiesto di raccontarmi la sua vita, ma si è schermito, restio ad esporsi, a far parlare di sé. Di lui molte cose le ho capite dai suoi discorsi, brevi e smozzicati. A volte ricorre ai proverbi o a quello che diceva la mamma o il papà o il nonno, antologie di saggezza, per illustrare il suo pensiero. Ed è sempre efficace.
Vito e Angela Argese

Si dice che il contadino ha le scarpe grosse e la mente sveglia. Così è per Vito Argese, 86 anni, uomo ancora forte e sempre inebriato dagli alberi e dalla vite. Ovunque sventolino rami e foglie e danzino pampini si emoziona. Cura l’orto come la mamma il bambino; l’uccello il nido. Quando non piove soffre, non tanto perché le piantine che ha messo a dimora non germogliano e quindi non gli porteranno pomodori e melanzane, ma perché senz’acqua la terra s’inaridisce, e la terra è vita. Quando accende la televisione e cercando un film s’imbatte in un “blà-blà”, commenta le battute che ha captato e cambia canale. “Peccato, non c’è più il maestro Manzi”. Si pente di non essere andato a scuola.
Sono suo amico, spesso mangiamo insieme con tutta la famiglia, in un’atmosfera di allegria e leggerezza; e quando arriva l’ora del rientro a casa mi sento arricchito e mi accorgo a volte che negli scambi di idee ha ragione lui. Le sue opinioni sono sempre calibrate. Un giorno gli ho detto: “Se ne avessi il potere ti proporrei per l’investitura di cavaliere”. E lui come risposta “Per farne che?”. Ma è un’intera categoria che viene esclusa, per convinzione, abitudine, rispetto di una regola.
Un’onorificenza l’avrei data anche a mio zio Luigi di San Severo, dopo una vita di lavoro estenuante, spesso scartato dal caporale alle 5 del mattino in piazza, per i suoi capelli bianchi e le rughe profonde. No, per il contadino non è previsto il titolo di cavaliere del lavoro. Ha la pelle incartapecorita, le labbra screpolate, l’aiuto del bastone, quindi niente attestati di benemerenza. Per lo stesso Vito va bene così: un pezzo di carta da attaccare al muro non gli servirebbe. Sono ben altre le cose necessarie per vivere – dice - e fa un elenco lungo quanto un’autostrada. E’ pragmatico.
Martina di sera

Non legge i giornali, tanto sa in quali condizioni versa il paese. Vito e la moglie Angela, una signora dolce, premurosa e sempre disposta alla fatica, sono persone generose. Fino a qualche anno fa tutte le mattine passava nel tratturo un vecchietto, loro gli andavano incontro e gli regalavano le uova. Li rispetto, li amo, li ammiro. Ripete: “A che servono le medaglie?”. Anche a dare testimonianza dell’impegno, dei sacrifici di chi le riceve. Chiediti perché a lui sì e a te no. Tutti e due avete dato l’anima al lavoro.
Vito è un uomo avveduto. Penso sempre a mia nonna Graziella, che era anche lei di Martina Franca e viveva a Taranto: “Chi trova un amico trova un tesoro”. Vito oggi vive in paese: in campagna va ogni giorno, perché deve dare da mangiare ai gatti. E ci va incurante del tempo, senza guardare la luna, se ha o no l’alone attorno. E’ anche il profumo della terra che l’attira. Peccato che oggi, a differenza di ieri, i tratturi non abbiano più voci. Sono vene vuote. Le attraversano le processioni seguite da canti liturgici e i fedeli che vanno a messa o alle funzioni serali nella chiesetta che ha alle spalle un pozzo antico e un orticello. Il prete viene da lontano. Una sera nel corso di una celebrazione sacra Vito e la sua famiglia ebbero la visita del vescovo.
La chiesa della Consolata

Lui e la moglie Angela, figli compresi, partecipano, sempre insieme, a tutti i funerali e a tutti i matrimoni. Il cerchio degli amici è largo e quello dei parenti pure. Mai venire meno alle tradizioni, è il motto degli Argese, persone esemplari. Tutti qui hanno rispetto per Vito anche perché è stato un modello da secondo capo del comitato per gli onori alla Madonna della Consolata sulla vecchia strada per Noci. Angela ha le chiavi del tempietto e lo tiene in ordine. Durante la festa Vito prendeva parte al tiro alla fune e anche lì si distingueva. “Ricordi quando pilotavi il trattore?”. “E cudde me servève pe’ terà’ le mùcchie de pagghie”. E’ educato, riservato, intelligente, ha una volontà di ferro e una memoria inossidabile.
Aveva 8 anni quando cominciò a lavorare, portando per 3 anni, scalzo, al pascolo le pecore della masseria di don Ciccillo Casavola. Poi con il passar del tempo fece molti altri lavori: comprò un mezzo con cui trasportava terra e al tempo della vendemmia l’uva dai palmenti alle cantine. Il lavoro lo assorbiva anche la domenica. E’ contento di quello che ha fatto. Quando aveva 10 anni una nonna gli mostrò la neonata che teneva in braccio e gli pronosticò che quella sarebbe stata sua moglie. La vecchietta doveva possedere capacità paranormali, perchè quando lei arrivò a 10 anni e lui a 20, scoccò la scintilla e si guardarono fino a quando arrivarono ai piedi dell’altare.
In fondo la chiesa del Carmine

Vito ha un carattere gioviale, ama lo stare insieme. Gli piace la buona tavola. Quando gioca a scopone in famiglia fa teatro: finge di meditare sulla carta da lanciare per tenere sulla corda l’avversario.
Una storia bella, la sua. La campagna è ancora la sua passione. Prega il cielo che mandi giù la pioggia, per irrorare il suo orto. “Il mago della pioggia, Vito, lo ricordi?”. “E’ una credenza popolare che viene da tempi lontanissimi. Chi ci crede è un ingenuo”. Ne parlavano quando io ero giovane: un uomo, con mantello e cappello neri saliva sul trullo, rivolgeva gli occhi al cielo e mormorava parole che nessun altro doveva sapere: facevano parte di un vocabolario personale. “Pioveva, dopo quel rito?”. Pioveva quando lo decideva chi sta in alto”. Guarda la luna incoronata dal cerchio giallo come la corona di una regina, e dice: “Ecco, domani, sì, arriva l’acqua”. Entra la figlia Antonella e comunica che sta gocciolando.
Vito e Angela tagliano le fave

“Io non credevo neanche al fantasma che a mezzanotte altri vedevano seduto sulla bocca del pozzo a cinquanta metri dal trullo. Uno degli… spettatori consigliò di chiamare un prete e quello agitando l’aspersorio lo fece scomparire. Si misero l’animo in pace, nessuno lo avvistò più. Non era un ectoplasma, ma un effetto ottico”.
Quando era piccolo sentiva parlare delle riunioni notturne per interpellare i morti; e di quella volta in cui il tavolino fece un balzo e cadendo si spezzò le gambe creando il fuggi-fuggi. “I morti si devono lasciare in pace; scomodarli è un sacrilegio”, commenta. E’ un uomo di fede.
Dovrebbe essere istituito un comitato spontaneo con l’incarico di assegnare il titolo di cavaliere del lavoro al contadino meritevole, cioè a quello che non ha voltato le spalle alla terra per andarsene al Nord: a chi è rimasto ad innaffiarla con il proprio sudore.

mercoledì 12 agosto 2026

La meraviglia dei viaggi in mare

EMOZIONANTE LA NAVIGAZIONE SULLE REGINE OGGI SCOMPARSE



Presicci e la Bouchet
La Michelangelo e la Raffaello tagliavano le onde, portando a bordo attori e personalità illustri. Una sera nel teatro si esibì alla grande lo “chansonnier” Enrico Simonetti.














FRANCO PRESICCI



Viaggiare sul mare è una meraviglia. A bordo di una delle regine del mare, la “Michelangelo” e la “Raffaello”, della Società di navigazione “Italia” di Genova, ancora di più (purtroppo hanno smesso di navigare da molti anni). Ho viaggiato tanto su quelle navi. Facevo le cronache sulle iniziative che vi si svolgevano e il capo ufficio stampa Adriano Bet mi considerava quasi un suo vice (quello ufficiale, Bonfiglioli, c’era già ed era bravissimo).
A destra il capo ufficio stampa Bet

Quando scendevo facevo pubblicare delle “biro” con foto su quotidiani e settimanali e mi preparavo all’impresa successiva. Così assottigliavo le mie ferie, ma non me ne curavo. A bordo intervistavo gli chef, personalità del cinema, del teatro, del giornalismo; le dame che vincevano il concorso “La signora del mare”… Intervistai anche Raffaella Carrà, Solvy Stubing, Diana Torrieri, Barbara Bouchet, il grande “chansonnier” Enrico Simonetti...
Un giorno Bet mi chiese di dare una mano per confezionare un giornale, “Corriere del mare”, edizione straordinaria. Titolo di spalla: “Si sta concludendo la crociera della Michelangelo in Atlantico”. E cominciai a interpellare due bravissimi e simpaticissimi giornalisti del quotidiano del pomeriggio “La Notte”: Tullio Barbaro e Vittorio Reali, ospiti graditissimi e spassosi Uno con incarichi importanti all’Ordine dei Giornalisti”; l’altro futuro fondatore e direttore di Radio Meneghina, molto ascoltata.
Conversai a lungo con Simonetti sotto il fumaiolo e rilevai una notevole cultura non solo musicale. Simonetti mi parlò di correnti letterarie, di mostri sacri della carta stampata, di Giancarlo Fusco, Indro Montanelli, Giorgio Bocca, esprimendo opinioni calibrate. Parlai anche con il mago Waldner., che se ne stava tranquillo raggomitolato su una poltrona in un ufficio del foyer, forse pensando all’imminente oroscopo sul settimanale “Grazia”. Gli chiesi se fosse vero che sulla mano è tracciato il mostro destino e mi rispose che non faceva il chiromante, anche se vi si era dedicato in passato. Gli domandai perché mai l’uomo oggi si rivolge all’astrologo più di ieri e rispose che l’uomo ha mutato sistema di vita; è piombato nella solitudine e non avendo altro cerca conforto nelle stelle. Parlava a fatica, spezzava le parole, non approfondiva l’argomento, era coltissimo.
Intervistsa a Enrico Simonetti sulla Michelangelo

Piacevole l’incontro con la famosa attrice Diana Torrieri. Era dolce, serena, voce bassa, sguardo illuminate. Aveva in mano un suo libro di poesie, me ne lesse una. Poi me lo prestò perché lo leggessi nella calma della mia cabina. Mi avvicinai al comandante (uscito dal corso dell’Istituto nautico di Genova, una vita quasi interamente sul mare, la carriera sviluppata giorno per giorno, grado dopo grado, sulle numerose unità della marina mercantile italiana). Due domande e risposte esaustive.
Dialogavo con i passeggeri. Un pittore genovese aveva realizzato un ritratto di donna Vittoria Leone, moglie del presidente della Repubblica, in abito rinascimentale; e diceva che stava per portarlo al Quirinale. Donna Vittoria se lo aspettava, perché lo aveva già visto sui giornali.
Sulla pista da ballo alcune coppie facevano vere acrobazie, eseguendo i valzer, e gli emuli dei tanghero si esibivano come farfalle al vento. Una volta tra gli ospiti c’era un giornalista, Alfredo Pigna, che dirigeva un settimanale. Ballando alla dama si staccarono le “bretelle” dell’abito e il seno rimase nudo; lui lo coprì con il suo torace e se ne uscì con una battuta: “Ho parato due gol!”.
I compleanni venivano festeggiati con i camerieri che marciavano ai bordi dei tavoli fino a quello del festeggiato, con in mano ciascuno una torta e una candelina accesa, sollevando un coro di auguri. Bet, sempre in smog, sorridente, gentile, disponibile, teneva segreto il numero della vincitrice del concorso “La signora del mare”, confidandolo soltanto a me, che con ogni cautela dovevo dialogare con lei per farmi dire un po’ della sua biografia. La nave faceva sosta a Napoli e in pullman andavamo una volta a Sorrento, un’altra volta a Ischia, poi altrove. In un viaggio mi portai il fotografo di Novella 2000, che mi dedicò cinque pagine con immagini a colori. Purtroppo dovetti scrivere che le due regine stavano per perdere il trono. Era il ‘75.
Ballo sulla Michelangelo

La penultima volta furono ospitate cinque modelle, riprese dall’obiettivo di Mosca vicino alla prua, nel porto partenopeo. Napoli, una delle più belle città del mondo, che nutrì artisticamente Totò, i De Filippo, De Crescenzo e tantissimi altri, alimentando le pagine di Curzio Malaparte e una folla di altri scrittori. Napoli, la città di Giuseppe Marotta, che visse per tanto tempo a Milano, scrivendo “Mal di Galleria”, “Le Milanesi”…
Andare per mare voleva dire sbarcare a volte a Casablanca, che richiama subito il film omonimo con Ingrid Bergman e Humphrey Bogart. Una delle visite più interessanti prima di salire su un treno e correre a Marrakech. Sulla piattaforma del convoglio un signore arabo mi mostrò cinque galline legate per i piedi e mi suggerì di acquistarle, perché facevano ottime uova.
Fu a Sorrento che incontrai Barbara Bouchet intenta a girare un film con Pierre Leroy. Poi, non ricordo perché, salì a bordo con noi, diretti a Genova. Era bellissima, elegante, cortese. Le chiesi l’intervista, ci sedemmo in poltrona e me la concesse. A Sorrento mi invitarono a ballare la quadriglia, accettai, ma non finiva mai. Sulla pista rimanemmo io, affannato, e una allieva della Scala di 18 anni. L’orchestra aumentava il ritmo e io il mio orgoglio. Dovetti cedere per evitare l’infarto.
Al ritorno sulla nave andai a visitare i quadri appesi alle pareti di varie sale. C’erano De Pisis e tanti altri pittori e scultori. A mezzanotte tra prelibatezze di vario genere campeggiavano sculture di ghiaccio stupende, realizzate dai cucinieri. Nessuno era stanco, a quell’ora; anzi erano ancora disposti a calpestare la pista da ballo. La nave continuava a tagliare le onde spumeggiando; qualcuno era afflitto dal mal di mare, ma non aveva intenzione di rifugiarsi in cabina. Una pillola e via.
Intervista sulla nave a Barbara Bouchet

Si andava a dormire alle 4 del mattino. Io a quell’ora fui prelevato dal gruppo che frequentavo e portato come in barella su un ponte, dove un nottambulo impenitente suonava la fisarmonica. Ancora via alle danze. Il mattino del giorno dopo mi aspettava l’attrice Erika Blanc per un’intervista, ma ero abituato a passare le notti in bianco.
Se ne organizzavano, di iniziative. “La signora del mare” fu affiancata dalla “Dama dello Zodiaco”, per la quale si proponeva la ragazzina in stile Haudrey Hepburn calata in un abito lungo bianco con luccichii di stelle e la signora con il passo da cavallerizza in una tenuta da cacciatrice di leoni. Non credeva agli oroscopi propinati dai giornali, non si sarebbe mai fatta leggere la mano, anche perché da giovane una zingara le aveva pronosticato degli avvenimenti inaccettabili ed emotiva com’era ne rimase turbata, Lo diceva con semplicità e quasi divertita. Un’altra signora, bionda, direttrice di una piccola azienda, frequentava l’oroscopo prima di prendere una decisione, le piaceva il mare, aveva predilezione per la vela. Indossava un abito lungo, scuro con ghirigori dorati. Altri si susseguirono davanti alla giura che ascoltava e giudicava. Uno dei membri era il mago Waldner. Io non ne facevo parte: dovevo solo prendere nota degli abiti e delle confidenze delle aspiranti.
Motovedetta e elicottero

La Michelangelo, che aveva un grande modello alla stazione Centrale di Milano in una sala che prendeva il nome dalla regina, avanzava silenziosamente, le luci accese, solcando il mare. Qualcuno fumava su un ponte, due innamorati si scambiavano carezze, la luna adocchiava indiscreta, sull’acqua danzavano crespe d’argento. Nessuno si annoiava, c’era sempre qualcosa da fare o da vedere. Anche i giochi. ”Ecco, vinci se afferri con la bocca la mela che sta in fondo al secchio”. Ci provarono in molti, ma l’intuizione la faceva da padrona. Un giovanotto affondò il capo nell’acqua, spinse la mela sul fondo e tenendola ferma l’addentò. Applausi.
Dall’oblò si poteva osservare un’infinita distesa di acqua, se avevi voglia potevi andare a salutare il comandante, che alle 19 offriva il cocktail. Un passeggero corteggiava una fanciulla sussiegosa. Avevano già tentato altri. Signore anziane bevevano il sole adagiate sulle sdraio e si raccontavano stralci di vita vissuta. Chi ama l’ascolto poteva scrivere un libro, di amori, sregolatezze, intemperanze, nostalgie, scrupoli. La nave aiuta a confessarsi. Tanto le parole le porta via il vento.

mercoledì 5 agosto 2026

Il ricordo di Alberto De Simone

UN POLIZIOTTO SEVERO E LEALE CHE DISINNESCO’ TANTE BOMBE



Alberto De Simone in divisa
Nato nel Leccese, operò a Milano con impegno. Non cercò mai la pubblicità, pur rispettando il lavoro dei cronisti. Fu il questore Fariello ad autorizzarlo a raccontare qualche episodio. E lo fece malvolentieri. A ricordarlo sono davvero in pochi.














FRANCO PRESICCI



Sei personaggi e un robot. Appartenenti gli uni e l’altro alla Digos di Milano. L’uomo metallico si chiamava Willy.
Piazza del Duomo

Dal nome sembra protagonista di un fumetto, ma chi lo vide in azione, quel 2 aprile 1986, giovedì, venendo a sapere la funzione per cui era stato costruito, altro che fumetto! Con le sue mani afferrava una bomba e la trasferiva in un luogo in cui poteva essere fatta esplodere senza far male a nessuno.
Una mattina fu portato in piazza Duomo e presentato alla stampa e fatto ammirare da chiunque avesse avuto voglia di fare la sua conoscenza. Gli specialisti della questura lo trattavano come un amico e quel nome ne era la testimonianza. Ne erano entusiasti, anche perché avevano constatato le capacità dell’invenzione. Il manovratore, per prudenza, era calato in una specie di scafandro e l’ispettore capo Alberto De Simone manifestava molto riguardo per l’uomo e per il mezzo.
Dimostrazione di willy in paizza duomo

Era, quella, la prima volta che il capo degli artificieri appariva in pubblico, riservato e alieno com'era dal ricercare la visibilità. Era in polizia da 33 anni, ne aveva 53 e proveniva da San Donato di Lecce. Dirigente della quadra antiterrorismo dall’87. Severo come uomo e come poliziotto, legato alla famiglia e al suo paese, scapolo, fedele allo Stato, rispettoso dei suoi collaboratori, leale, generoso. Viveva con il padre, Armando, di 85 anni. Un padre che attraversava momenti di ansia quando da una telefonata intuiva che il figlio stesse per andare a disinnescare un ordigno.
Non aveva frequenti rapporti con i giornalisti e non era prodigo di notizie, nemmeno con il bravissimo Alberto Berticelli, brillante cronista del “Corriere della Sera” suo amico sincero e affezionato, con il quale qualche volta andava a pranzo, ma per conversare come si fa di solito quando ci si riunisce di fronte a una pietanza tutta da gustare. L’esimio “cane da tartufo”, che conosce bene i canoni della vita e le dinamiche della psicologia, non gli faceva domande imbarazzanti e De Simone parlava di San Donato, dei suoi gioielli ortofrutticoli, di sua sorella. Mai del suo lavoro, a cui era appassionato. Al massimo elogiava i suoi collaboratori, uno in particolare, che una volta, correndo a disinnescare una boma collocata in un locale del centro, avvertì il botto quando era a un paio di minuti dall'arrivo. Si spaventò, sentendosi un miracolato. Due minuti regalatogli da qualche santo. Aveva 41 anni, sposato, due figli, il buontempone della squadra anti sabotaggio.
Alberto Berticelli del Corriere

Un cronista avvicinò De Simone all'ingresso della questura, insistette, lo tallonò e alla fine l’ispettore capo fermò il suo passo da bersagliere e gli disse con calma, con gentilezza: “Lei forse non sa che non amo parlare di queste faccende. Qui altre persone sono autorizzate a farlo. Io faccio soltanto quello che mi spetta e basta. Voi giornalisti avete altri interlocutori”. Una volta, sollecitato da un “mangiatore di polvere” del “Giorno” (allora quella terra fastidiosa fluttuando nell'aria finiva sui panini che i cronisti marciatori mangiavano inseguendo uno “scoop”), esausto, chiamò due suoi colleghi e disse: “Parliamo di via Cimarosa?”. Era una mattina di primavera del ’77 e sotto un’auto c’era un pacchetto composto da esplosivi da mina. Con un collaboratore ci avvicinammo e sentimmo una specie di soffio provenire dall'involucro. Lo legammo e quando eravamo sul punto di trasportarlo, senza che avessimo ancora fatto nulla il pacco esplose, sballottandoci a sette o otto metri di distanza. Nel pacco era successo qualcosa che non riuscimmo a capire”. Paura? “Chi non ha paura è un incosciente”. A parlare lo aveva autorizzato il questore Antonio Fariello e lui aveva eseguito.
Un’altra volta ignoti collocarono un chilo e mezzo di tritolo in scaglie innestato con detonatore elettrico e congegno a tempo nella sede di una concessionaria a Como e per disinnescarlo due artificieri si precipitarono sul posto. L’ordigno celava un’insidia, ma De Simone non volle rivelarla. Si impegnarono in tante altre emergenze. Nell’81, ancora a Como, stavano costruendo il nuovo carcere e nelle adiacenze del cantiere, fra due alberi, gruppi eversivi installarono uno striscione con una scritta che rivendicava l’abolizione degli istituti di pena. Dai lembi inferiori del telone partivano due fili di nailon sottilissimi, quasi invisibili, che finivano nei cespugli”.
Alberto De Simone in divisa

Telefonata in questura, corsa a Como, “studiammo la situazione e ci accorgemmo che i due fili erano collegati a due ordigni nascosti nella vegetazione. Chi avesse tentato di strappare il panno avrebbe provocato una deflagrazione, rimanendo ucciso“.
Solo al ricordo vengono i brividi anche pensando ai pericoli a cui erano esposti questi uomini. Commuovendosi, De Simone ricordò Luigi Carluccio, che gli risvegliò il ricordo della tremenda notte dei fuochi di Como: nove bombe collocate davanti ad altrettanti negozi. Era un avvertimento per i bottegai che chiedevano la pena di morte. Era il 15 luglio dell’81 e per neutralizzare gli esplosivi furono inviati tecnici della questura di Milano, fra cui Carluccio - sottufficiale di 28 anni, un figlio di 8 mesi – che disattivò il primo congegno. Alle 2.30 una seconda bomba esplose e lo dilaniò. De Simone elogiò un collega, che dopo aver visto il corpo martoriato non tremò al pensiero di dover mettere le mani sull'ultima trappola.
Capitava anche di doversi mobilitare per falsi allarmi. Una volta una telefonata segnalò in un prato nei pressi di un’abitazione sei o sette tubi. “Li aprimmo con la solita circospezione, pensando che contenessero esplosivi e trovammo 20 milioni di banconote da 50 mila arrotolate. Un’altra volta alcuni cittadini avvertirono il 113 che in via Novara di fianco a un ascensore era stata abbandonata una valigetta che emetteva un ticchettio.
Il questore Antonio Fariello

Dentro, c’erano una sveglia e indumenti femminili molto sexy”. De Simone ricordò un altro artificiere, il cui figlio di 12 anni, che fin da quando era più piccolo, avendo capito che tipo di mestiere faceva il padre, di notte ad ogni squillo di telefono si svegliava e chiedeva: “La bomba è scoppiata o deve ancora scoppiare?”. Le famiglie di questi eroi erano tutte coinvolte.
De Simone aggiunse: “La nostra squadra opera in tutta la Lombardia, ma viene convocata anche per operazioni altrove. Ed è a disposizione di tutte le forze dell’ordine. Quando gli artificieri dei carabinieri sono impegnati l’Arma si rivolge a noi. Ci chiamano anche i vigili urbani”. Poi descrisse le nuove tute ignifughe molto aderenti in dotazione alla sua squadra. Hanno una targhetta con nome e cognome dell’artificiere, il suo grado, il suo gruppo sanguigno, importante nei momenti critici. Si indossano più rapidamente. Sono state pensate dal questore Antonio Fariello, uno dei più bravi, colto e intelligente, che tra l’altro promosse un volume interessantissimo: “Milano una città una questura” e trasferì la Festa della Polizia dalla caserma “Annarumma” in piazza Duomo per portarla fra la gente. Fu proprio lui ad autorizzare De Simone a dare qualche scampolo di storia ai cronisti.
Mancino, Scalfaro, Parisi e a destra De Simone

Io gli chiesi le qualità che un artificiere deve avere: “Prima di tutto qualità umane. Deve sentire il dovere di tutelare l’incolumità dei cittadini e deve essere convinto di quello che fa, avere cioè la consapevolezza di svolgere un servizio”.
Per concludere, l’interlocutore gli chiese quali libri avesse letto e prontamente rispose che gli interessavano soprattutto quelli che parlavano di Joe Petrosino, “che sfidò per primo la mafia italo-americana e combatté il suo esponente più autorevole, convinto che avrebbe vinto la sfida. Invece la sera del 12 marzo del 1909 venne ucciso a Palermo, dove era andato per continuare la sua lotta. Petrosino – aggiunse - fu uno dei primi artificieri, che indossò per la prima volta la divisa di poliziotto il 19 ottobre del 1883 come agente di pattuglia nella Tredicesima Avenue di New York. Il ricordo del nemico della Mano Nera della Grande Mela resta ancora, grazie anche ai libri che sono stati diffusi ovunque, tra i quali quello di Arrigo Petacco, edito da Mondadori.
Alberto De Simone non c’è più da anni e c’è chi sente ancora la sua mancanza. Chissà se lo hanno sepolto a San Donato di Lecce, paese impreziosito da chiese e menhir e produttore di un particolare tipo di melone.

mercoledì 29 luglio 2026

Il barbiere-scrittore era mantovano

PRENDEVA PER I CAPELLI LE PERSONALITA’ PIU' FAMOSE



Bompieri nel salone
Tra i clienti, Visconti e Mastroianni, Tronchetti Provera e Cuccia… I suoi libri sono editi da Longanesi, Rizzoli. Mondadori, Feltrinelli. Era un uomo gioviale. Enzo Bettiza scrisse su di lui un lunghissimo articolo per “La Stampa”








FRANCO PRESICCI


Enzo Bettiza lo immortalò in un’intera pagina della “Stampa”; Marco Nozza fu il primo a recensire il suo libro “Il freddo nelle ossa”, pubblicato negli anni 70 da Longanesi. Franco Bompieri di giorno tagliava i capelli a Tronchetti Provera, Cesare Romiti, Guido Piovene, Indro Montanelli,
Bompieri sulla soglia del salone

Leonardo Mondadori, Filippo di Edimburgo, Raul Gardini, Cesare Zavattini, Enzo Jannacci... Quando erano a Milano sulla sua poltrona girevole si accomodavano Luchino Luchino Visconti, Marcello Mastroianni, Mario Soldati, Raffaele Mattioli… E fece la barba a Totò in una camera del Grand Hotel et de Milan. Per Enrico Cuccia aveva una saletta riservata.
Franco Bompieri non depilava soltanto le celebrità. Di notte scriveva romanzi di successo che apparivano nelle collane dei grandi editori: Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli. Quante ore trascorse alla scrivania a battere i tasti del computer, ma non sembrava stonato il giorno, quando manovrava forbici e pettine. Conosceva pregi e difetti di tutti quelli che prendeva per i capelli. Poteva raccontare, e lo ha fatto ampiamente in un libro, curiosità divertenti e gesti di ogni singolo cliente, con uno stile icastico e qualche volta simpaticamente ironico. Aveva gran rispetto per quelle teste geniali. A qualcuna di loro offriva anche la tazza di caffè, che andava a prendere al bar vicino, tra le vie Morone, dove aveva la bottega, e via Manzoni. Un giorno presente, non come barbuto da radere, ma come ficcanaso, mi vennero i brividi al rumore del vassoio che si ribaltava, macchiando la camicia e la cravatta che Bettiza si portava dal barbiere come indumenti di ricanbio a lavoro finito. Franco sprofondò nell’imbarazzo, ma l’illustre giornalista gentiluomo lo risollevò con la sua proverbiale diplomazia, quindi rivolto a me esclamò: “Succede, ai vivi”.
Poi arrivò Cuccia, entrò, con le mani congiunte dietro la schiena, entrò nel suo salottino privato e attese un secondo di essere servito. Franco diventò una gazzella, riaprì la porta e salutò il banchiere con il riguardo dovuto.
Soldati (foto La Fratta)

L’Antica Barbieria Colla, il famosissimo salone di Bompieri, era spesso sui giornali, quindi, a Milano e fuori, tutti apprezzavano il barbiere-scrittore, parola facile e cortese, sorriso comunicativo e coinvolgente, occhi di antracite, passo signorile, camice bianco-latte come la cuspide dei trulli di Martina Franca; e gli attrezzi del mestiere nel taschino, dove i medici hanno lo stetoscopio. Era bello e divertente stare con lui. Di più quando lo si incontrava a Tellaro, dove aveva la casa delle vacanze, a poca distanza da quella di Mario Soldati, salutava tutti anche se non li conosceva. Quando era in bottega sembrava il comandante di un battello; i collaboratori tutti in piedi al loro posto, seri e composti; chi curava la testa di un avventore lo faceva in silenzio come il chierichetto nell’offerta delle ampolline al prete, durante la messa. Ordine e silenzio regnavano in questo salone aperto in una via tranquilla e riposante che sfocia in una delle piazze più belle di Milano: la Belgioioso, che ospita un ristorante antico di 600 anni, il “Boeucc”.
Andavo a trovarlo spesso, Franco Bompieri, amico da tanti anni. Lessi il suo “Arriva il principe” e mi divertii molto, Questo nobile che aveva mobilitato il paese, impegnando tutti a restaurare le facciate delle case, a rendere lindi come piatti da cucina le strade, addirittura a restituire dignità al castello e quello tardava, deludendo e innervosendo i faticatori. Presentò il libro in un locale in Torino, presenti il sindaco Carlo Tognoli e l’editore Scheiwiller. Era compiaciuto nel vedere tutto quel pubblico che gli voleva bene. Dell’amico Leonardo Mondadori diceva: “Solo il nome mi bastava per respirare aria di casa dell’editore. E mi venivano in mente Poggio Rusco e Ostiglia, terre al di là e al di qua del Po, terre mantovane insomma, come la mia… Per me Arnoldo Mondadori era William Sarov, Hans Fallada, Stefan Zweig, Luigi Pirandello e decine di altri narratori che avevano soccorso la mia fame di evasione negli anni dell’immigrazione. A Milano, quando, fosse estate o inverno, la luce veniva inflessibilmente alle otto di sera e io tiravo tardi leggendo alla luce del lampione sotto casa o davanti a un caffellate in latteria…”.
Franco Bompieri e Cesare Romiti

Era colto, ma non ci teneva a mostrarlo. Un giorno facemmo una breve passeggiata per le vie della vecchia Milano, percorrendo via Bigli, via Montenapoleone, via Sant’Andrea... Quanta storia attraversavamo e lui era taciturno, come se immaginasse i personaggi che le avevano calpestate. Tante vie per andare al salotto della contessa Clara Maffei o alla casa del Manzoni. Che è in via Morone. La conosceva bene, la sua zona, e l’amava. Via Manzoni no: troppo rumorosa, troppo frequentata; e poi i tram che passano ansimando, i taxi, che in due secondi arrivano da piazza Scala a piazza Cavour. “Perché non vanno più piano? E’ la follia della corsa”. Enzo Bettiza, Franco? “E’ un grande, un signore, forse bacia ancora la mano alle donne. Oltre all’italiano parla perfettamente il russo, il tedesco, il francese e l’inglese”.
Era un uomo generoso, Franco Bompieri. Un Natale, invece di fare un calendarietto dei barbieri come facevano tutti, distribuì un cartoncino in cui campeggiavano lui, una candelina, un cerbiatto e uno scrittore con una barba appiccicata (non ricordo più chi fosse). Me lo regalò due anni dopo, quando gli chiesi notizie sui calendarietti profumati per un articolo sul “Giorno”. Me lo aveva chiesto personalmente il nuovo direttore, Giovanni Morandi, sapendomi appassionato di tarocchi, cavatappi, francobolli, trenini, tram...
Un calendarietto con Bompieri

E mi venne tra le mani un libro che lui aveva appena preso da una vetrina della barbieria, accanto ad un’altra con una piccola collezione di attrezzi storici della categoria. “Ecco, è una storia dei calendarietti. Guarda quante belle foto. Buon Natale”. “A te”. Volevo scrivere un articolo sui barbieri partendo dall’antica Grecia, quando già i saloni erano luoghi d’incontro e di conversazioni.
Cominciò a stare male, non andava quasi più in via Morone e neppure a Tellaro. Quante volte mi ha invitato a sedermi su una delle sue poltrone per potare il cespuglio che portavo in testa. “No, Franco, chiedimi di andare a piedi da qui al Giambellino, ma non di accularmi su una di quelle postazioni prestigiose”. Mi chiese il motivo: “Perché”? Sarebbe presunzione. Io su un seggio destinato a personaggi come Roberto Benigni e Bettino Craxi? Io sono un umile cronista e voglio stare sempre nei miei confini. Rise. Rideva sempre quando ascoltava cose che non condivideva. “Franco – gli domandai - è vero che Piovene uscì dalla barbieria senza accorgersi di essere stato...
Lalla

sbarbato da un rasoio senza lametta?”. Non rispose. Incalzai: “E’ vero che l’attore Ernesto Calindri cambiava sempre la forma dei suoi baffi?” Calindri, che sorseggiava un aperitivo a base di carciofo seduto come su un trono tra le auto in transito. “Calindri era una persona affabile e simpaticissima, vero?”. Lo intervistai nella sua casa a Milano e lo incontrai in un convegno sul teatro a Taranto, organizzato da Ugo Ronfani. Rischiò di cadere dalla pedana e lo salvò un operatore di una tivù locale. La prima frase che Franco diceva quando mi vedeva arrivare era: “Andiamo al bar”. Era il suo modo per dire che era felice di vedermi. Ci facevamo delle telefonate. Io per chiedergli qualche foto per un testo su di lui. Risposta: “Ti passo la Lalla”. La Lalla era una bellissima signora che profumava la cassa.
Franco Bompieri non c’è più da un pezzo, ma io lo ricordo sempre volentieri. Ogni tanto rileggo uno dei suoi libri e mi vengono in mente gli inviti che mi faceva a Tellaro. Lì lo incrociò mio Figlio Luca e Bompieri gli fece festa. Caro amico, nato scrittore. Ricordo il giorno in cui celebrasti l’anniversario della barbieria (1904-2004) e il Comune fece chiudere la strada per sicurezza. C’erano tante personalità, da Cesare Romiti a Tronchetti Provera a Enzo Jannacci. Non ti ho mai dimenticato.




mercoledì 22 luglio 2026

La memoria storica di Taranto vecchia

GIUDETTI CELEBRA IL DIALETTO IN UNA CHIESA SCONSACRATA


Nicola fuori e dentro a un suo quadro
Ai turisti racconta i tempi ormai passati e quelli di oggi, e lo ascolano con piacere e interesse. Recita le sue poesie e, miracolo, lo capiscono e si commuovono. Nicola è un esempio.











FRANCO PRESICCI


Chi va a fare quattro passi nella città vecchia, passando per vicoli strozzati, vicoli tanto stretti da consentire il transito a una persona per volta, strade, pusterle, piazzuole, senza infilarsi nel museo di Nicola Giudetti, il mito del borgo antico, il cantore di quel mondo storico, il poeta dai toni emozionanti, il pittore dal pennello delicato e dai colori sgargianti, compie un piccolo peccato. Soprattutto si perde racconti eloquenti che risuscitano anni sepolti dal tempo.
L'esterno del "museo" di Giudetti

Ma Nicola snocciola anche narrazioni di fatti, di personaggi, di storie che racchiudono persone, avvenimenti vissuti, e lo fa con partecipazione emotiva, con colpi di teatro, con un linguaggio suggestivo, mezzo dialetto e mezzo italiano. Bisogna entrare nel suo museo in via Duomo per capire quest’uomo ricco di esperienze, passione, amore per quest’angolo, che fu amato ed esaltato da tanti tarantini veraci (molti non ci sono più e occorrerebbe riproporli) e continua ad essere nel cuore di tanti che frugano nelle sue pagine antiche anche per trovare testimonianze iconografiche e aspetti non ancora conosciuti. Ecco, ascoltando Nicola Giudetti nella sua roccaforte di via Duomo sicuramente si esce arricchiti, dopo aver osservato i reperti sparsi in ogni dove e le processioni che realizza con le sue mani d’oro, utilizzando l’argilla o il gesso.
Soprattutto i giovani dovrebbero tuffarsi nello spazio di Giudetti per ammirare “’a frezzòle”. ‘u tràpene a mmàne”, “’a vulanze”, “’a stadère”, “’u pisasàle”, “’a ciucculatère”, “’u spizzecafàve”… Tra gli oggetti che una volta erano usati dalle famiglie. Non sarebbe tempo sprecato ascoltare dalle labbra di questo ex italsiderino, scrigno indiscusso delle cose di un tempo andato, anche i vecchi mestieri, ambulanti e non. Hanno mai sentito parlare, i giovani, “d’u cadaràre”, “d’u ‘nghiappacàne”, “d’u trainìere”, “d’u caggiunìere”... A quest’ultimo, Diego Fedele dedicò una poesia, che mi piace rinverdire: “”Quanne turnave ‘a bella primavere/ cu ‘ll’arie c’addurave d’ogne cose/’u caggiunìere assève de bonore/ cu ‘nu traìne russe, ciànche e nère/ Le ròte ca sckmavene sus’a stràte…”. Il dialetto fa parte della nostra anima, è la nostra radice, forti come quelle dell’ulivo e del fico, che cresce anche sulle pietre. Mai cercare di comprimere il dialetto, quello che parla Nicola Giudetti, dal timbro inconfondibile.
Giù alla marina

E’ il dialetto dei vecchi ragazzi di strada, come fui io, ritenuto bravo nel gioco “d’a levorie” (“cape ce mandène jè fàtte”). Oggi chi ricorda gli strumenti di quel gioco (“palle, palette e scìgghie”)? A Taranto vecchia, sulle sponde del Par Piccolo, vi si dedicavano anche gli adulti, mentre a pochi passi dai barconi si scaricavano le cozze, l’oro di Taranto.
Da Nicola ho appreso tante cose, scorrendo i suoi video, ascoltandolo di persona con la dovuta attenzione, la stessa dello studente mentre dalla cattedra il professore spiega la battaglia di Canne. Da piccolo ho amato il dialetto. Mia madre, come molte altre madri, mi diceva che bisognava parlare l’italiano, perché la lingua che dava nobilita e io mi chiedevo se ci fosse un altro motivo di quest’ostracismo al dialetto. Perchè non potevo dire “furmìchele” invece di formica; “scazzecàre” invece di prendere un peso? Se io volevo rimanere un proletario ne avevo il diritto. E i diritti vanno rispettati. Con tutto il bene e il rispetto che portavo a mia madre e oggi al suo ricordo.
Antonio De Florio

Nicola celebra il dialetto nella chiesa della Madonna della Scala, un tempio sconsacrato, quindi accessibile alle cerimonie private. Nicola ha le chiavi e quando può programma manifestazioni, frequentate dagli amici e da chiunque altro voglia presenziare. E il più delle volte vi si incontrano Nicola Cardellicchio e Antonio De Florio, altri tutori del dialetto e cultori della storia di Taranto. Fra l’altro De Florio è il comandante su Facebook del gruppo “Foto Taranto com’era”, che, se sono bene informato, vanta oltre 25 mila aderenti. Un numero confortante, perché vuol dire che tante persone amano la città dei due mari, il suo aspetto antico, visto che vengono postati anche cartoline dell’epoca in cui a Taranto viaggiavano i tram, i cui binari attraversavano anche il ponte girevole. I quadretti storici di De Florio fanno palpitare una Taranto che pochi conoscevano. Quante cose sono cambiate, per esempio, dai tempi in cui stavano costruendo l’arsenale? Ma anche da tempi meno lontani, da quando a lungomare stavano gli stabilimenti balneari e in viale Virgilio il Santa Lucia, dove andavano a fare il bagno gli arsenalotti. Anche abbascie ‘a marine” sono stati apportati cambiamenti, da quando Diego Marturano scriveva “’u Relògge d’a chiazze” e Alfredo Nunziato Majorano “L’erva salvàgge e dò’ pummedòre appìse hònne cangellàte sècule de storie”.
Sempre più bello, più seducente, più amabile è “’u màre peccerijdde”, la stessa musica, lo stesso splendore, le stesse crespe sotto la luna. Apro Facebook ed ecco un’immagine di Nicola Giudetti con un cappello di paglia in testa e un trapano a mano puntato “sus’a ‘nu lìmme” (un grosso vaso a piramide mozzata in cui le massaie immergevano i panni per lavarli). Toh, Nicola imita “’u conzagràste”. Interessante. Mi viene in aiuto Antonio De Florio e mi speiga che quella foto fu scattata in occasione di una rassegna dedicata ai vecchi mestieri davanti all’Auchan. Perchè non ripeterla? Io ho nelle orecchie il grido del venditore di pampanelle, che passava alle 7 del mattino e bisognava stare pronti perché era un fulmine. Prima dell’urlo le donne erano già pronte.
Giudetti fra le sue opere

Quante cose ci sarebbero da dire su Taranto. Ma invito i turisti, i cittadini sensibili di fare un salto dal mito, in via Duomo. Mostrerà anche le valve di due paricelle grandi, dove una volta, dopo aver gustato il frutto, i pittori dipingevano i paesaggi di Taranto. E qui mi viene in mente il grande Raffaele D’Addario, già scenografo a Cinecittà, tarantino doc, costruttore di presepi di sughero, di carta che esponeva nella vetrina della drogheria del padre in via D’Aquino. Dipingeva anche sulla perla delle paricelle paesaggi e rose rosse. Lo conobbi nello studio del fotografo e pittore Salinari in via Di Palma, di fronte all’edicola di Passatore e dell’Ottica Pignatelli.
A quei tempi – ero giovanotto – non conoscevo Giudetti. Ne sentii parlare più tardi, quando cominciai a peregrinare in quel piccolo mondo antico, tra la chiesa di San Domenico e la piazzetta in cui sorge la cattedrale. Proprio in quello spazio, in una piccola parrocchia, feci una recita, “Il piccolo ateo”, sotto gli occhi vigili del parroco di San Domenico, don Stefano Ragusa, un martinese dinamico e pieno di idee.
A parlarmi di Nicola Giudetti fu mio cognato Alberto, che lo frequentava assiduamente e lo stimava. Più volte mi sollecitò ad andare a fargli visita; e quando mi decisi fu per me una sorpresa e una ricchezza. Trovai un uomo simpatico, gentile, scherzoso, empatico che si commuoveva recitando le poesie sulla mamma, che accoglieva i turisti come fossero amici di lunga data, che a loro volta – miracolo! - capivano il suo dialetto e si divertivano.
I due poeti Alberto e Nicola

Lo si troverebbe da qualche altra parte un altro Nicola Giudetti? Io dico di no: Giudetti è unico, irripetibile, insostituibile. No, non c’è da nessun’altra parte uno come lui. Il visitatore gl chiede notizie del ponte girevole; e lui apre un libro di date, episodi, personaggi, Nicola, Mare Picce. E allora dalle sue labbra escono poesie che sconvolgono. Nella chiesa della Madonna della Scala, tra qualche arredo sacro superstite e tante persone è un primattore che appena sbuca dalla tenda viene applaudito. Li si festeggiano matrimoni tra pitture e versi: lì si parla della vecchia Taranto e della Taranto di oggi: di poeti come Claudio De Cuia, scomparso da anni, e prosatori. Taranto è nel cuore di tutti. Ho detto ad Antonio De Florio che io sono in attesa di una seconda rassegna dei vecchi mestieri, tra i primi “’u scarpàre cu ‘a sùgghie mmàne”. E vorrei vedere chi ha il coraggio di interpretare “’u ‘nghiappacàne”.