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mercoledì 6 maggio 2026

Da Scanno a Milano anni ‘50

GIUSEPPE ROSSICONE GRANDE CERAMISTA

 

 



Giuseppe Rossicone
Dal suo laboratorio storico passare artisti come Treccani, Alfieri, Dova, Cantatore, Alto. Arnaldo Pomodoro… Le sue opere, dalle figure ai faraglioni, sono in tante collezioni private

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Non molti anni fa in via Chiossetto, stretta, silenziosa, qualche passante e qualche cilindrata non frettolosa c’era la redazione di “Qui Touring”; l’ufficio di un famoso petroliere riservato; lo studio del pittore Max Quatty e il laboratorio di un grande ceramista abruzzese, Giuseppe Rossicone. La via parte da via Francesco Sforza e si conclude di fronte al Palazzo di Giustizia.
Giuseppe Rossicone a una sua mostra

Se la si percorre a piedi in pochi minuti si conquista la vista dello storico edificio, iniziato nel 1932 e concluso 7 anni dopo. L’ingresso per avvocati, giudici, cancellieri e non solo è da via Freguglia. Non era una mia meta quotidiana: ci salivo per fare un saluto ai miei colleghi della sala stampa, acquartierati al primo piano quando non erano in una sala delle udienze per prendere nota dello svolgimento di un processo.
Io mi fermavo prima: al laboratorio di Giuseppe Rossicone, che avevo conosciuto negli anni ‘60, grazie al pittore veneto Giuliano Adonai, che venne a farmi visita al “Giorno” e mi mostrò la foto di un su quadro che esprimeva il grido di una delle vittime del disastro del Vajont. Adonai era un artista di talento, studioso di storia, tanto che andò a dirigere “Historia”, di Cino Del Duca, dopo il professor Alessandro Cutolo. passato alla televisione a condurre trasmissioni con il suo stile chiaro e semplice.
Tornando a Rossicone andai a trovarlo un pomeriggio, sorprendendolo al tornio. Non smise di fermare il piede sul pedale e rispose alla mie domande per uno dei miei articoli richiestimi da Paolo Cavallina, conduttore di “Chiamate Roma 31-31, per un giornale abruzzese “Il Mezzogiorno”, diretto da lui “Ti do una pagina intera con foto a colori”, mi aveva detto telefonandomi. Rossicone era di Scanno e aveva appena vinto il Premio Tadino ed era l’artista che io cercavo. Urlò “Avanti” dalla sua postazione e m’inoltrai in un angusto corridoio, poi un altro e mi ritrovai in un a stanza ampia che prendeva luce da una finestra aperta nel cortile.
Giuseppe Rossicone nel laboratorio

Era appena andato via Remo Brindisi, un grande pittore abruzzese che aveva lo studio in via Pietro Calvi. Era stato lui a definire azzurro ferrigno il colore usato da Rossicone per le sue lampade-forme, le figure, i faraglioni, i vasi, molti destinati a Evi Zamperini Pucci, maestra dell’ikebana e donna bellissima che spiccava anche per gli abiti e l’eleganza nelle feste al Circolo della Stampa, presieduto da Ferruccio Lanfranchi, capocronista del “Corriere della Sera”.
Quando uscì il mio articolo, Rossicone lo mise in cornice, appendendolo a una parete; e lo lessero Ernesto Treccani, Attilio Alfieri, lo stesso Brindisi… Da allora cominciai a frequentare la bottega di Peppino, diventata poi storica. Lo vidi lavorare, dipingere i suoi multipli che prese a realizzare su bozzetti di Arnaldo Pomodoro, Filippo Alto, Cassinari, Dova, Cantatore, Cascella, Schifano, Purificato… Era infaticabile. Arrivava in bicicletta alle 9 e andava a pranzo alle 13; riprendeva alle 14 e andava avanti fino alle 20. Era sempre cortese, disponibile, generoso. Faceva nostre personali nelle gallerie prestigiose non soltanto di Milano. Conosceva tutti. Un giorno mi parlò a lungo di Bruno Contenotte, che io avevo conosciuto nella sua esposizione in via Fatebenefralli, piena di quadri... psichedelici, come il pavimento della sua abitazione, dove si camminava su luci che cambiavano colore ad ogni passo.
Ogni volta che andavo in via Chiossetto Giuseppe mi parlava di tutto, degli incontri con le persone che entravano nel laboratorio per osservare le opere esposte o sistemate su lunghi scaffali ricurvi per il peso o su un tavolo, su un divano, tante, ma proprie tante, alcune pronte a partire per una esposizione anche nel Sud. Tanti artisti italiani e stranieri che hanno fatto la storia dell’arte – ha scritto qualcuno – sono passati da via Chiossetto. Pittori e scultori. In un locale piccolo quanto una sacrestia di paese campeggiava una grossa sfera di Ernesto Treccani e alcune statue di Ibrahim Kodra, l’artista albanese che pur legato alla sua terra attraversò oltre mezzo secolo di storia di Milano.
Chechele e Nennella

Rossicone parlava spesso di lui, della sua attività, a, dei suoi lavori esposti nelle gallerie di Palermo, di Positano… Io ho scritto tanto di Rossicone, che tra l’altro non mancava mai alla cerimonia della consegna del Premio Milano nel ristorante di Chechele e Nennella, la cui prima edizione premiò Giovanni Valentini, che a 29 anni dirigeva “L’Europeo”. Rossicome era una persona alla mano. In tanti anni non l’ho mai visto arrabbiato né alzare il tono di voce. Era paziente, ottimista, fedele e schietto nell’amicizia. Quando la sua bottega venne inclusa nell’elenco dei luoghi storici mi comunicò la notizia senza esaltarsi. La sua gioia s’intuiva da un sorriso quasi impercettibile. Era discreto, non usciva mai dal suo orto, sapeva ascoltare. Nell’arte della ceramica, antichissima come il Vecchio Testamento e nobile, era una personalità. Mi piaceva vederlo plasmare l’argilla con quelle sue mani abili. Dall’argilla estraeva forme sinuose, con graffi, incisioni, segni. Le sue opere avevano un fascino particolare. Un giorno gettò un pezzo d’argilla sul piano di un tavolo rugoso e tarlato e dopo averlo trattato con la spatola sembrava uno di quegli scogli del mare di Taranto. Lo fece quasi per scherzo, ma con un risultato che ai miei occhi esaltava il suo estro.
Quanto ho scritto su Peppino. E continuo a farle per ricordarlo a chi gli fu vicino con affetto.
Nico Blasi

Dopo che era uscito dall’ospedale andai a trovarlo più di una volta e lo trovavo stanco, al punto da reggere con fatica la spatola e il pennello. Parlava più piano del solito, seduto vicino alla scrivania in uno dei minuscoli spazi tramezzati, fra tante carte, cataloghi, libri, ritagli di giornale e qualche multiplo di Pozzi, Franz Borghese, Vittorio Di Muzio, Arnaldo Pomodoro, Morshita Kenzo, Domenico Cantatore, a cui negli anni ‘70 Giuseppe Giacovazzo dedicò il primo documentario a colori della televisione, in parte ambientato a Ruvo di Puglia, città natale dell’artista. Giuseppe non aveva più addosso il grembiule macchialo di colori, forse perché lavorava molto meno del solito.
Così è finita la fiaba del grande ceramista di Scanno che creava in quella via silenziosa come un chiostro di frati, dove le parole dette non arrivavano mai al cortile, tranquillo, senza voci e senza gesti. Mi pesa aver chiuso quel percorso. Sono anni in cui non salgo alla redazione in cui Mario Oriani fabbricava le sue riviste, da “Qui Touring” ad “Aqua”; anni che non passo più davanti al Bar Taveggia, dove il fotografo Golizia presentò il suo libro sulle masserie di Puglia con saggi interventi di Nico Blasi e del prefetto Ferrante. Quindi non so se in quel laboratorio sotterraneo ci siano ancora le tracce dell’artista nato a Scanno nel ‘33.
Non l’aveva mai dimenticato, il suo paese in provincia dell’Aquila, in parte assorbito dal Parco Nazionale. Ci tornava, eccome. Aveva radici solide: abruzzese autentico, orgoglioso di esserlo, come Barracca, titolare dell’Osteria del vecchio Canneto e del ristorante “Gran Sasso”, dove ogni sedia aveva sullo schienale il nome della persona illustre che vi era stato seduto, compreso il mitico Gianni Brera.
Rossicone, Ibrahim Kodra, Filippo Alto

Ho qualche opera in cui si combinano i nomi di Kodra e Rossicone, due amici indimenticabili che si sono portati via un pezzo del mio cuore. Quando il figlio di Giuseppe, Gianluca mi telefonò per dirmi che il padre non c’era più piansi. E non potetti essere presente al funerale, perché le gambe non hanno più equilibrio. Mi restano i ricordi, tanti, che a momenti fluiscono copiosi. Mi vengono in mentre la semplicità di Giuseppe, la giovialità, l’umiltà. Un paio d’anni fa i figli di Filippo Alto, Giorgio e Diego, mi chiesero chi poteva parlare del padre, fra le personalità che conosceva, del suo comportamento con gli amici… e li accompagnai da Giuseppe Rossicone, che pur conoscendo bene, trovava difficoltà a raccontarlo davanti all’occhio magico della macchina fotografica.
Così era Giuseppe Rossicone: aveva raggiunto la fama, la stima di personaggi di rilievo, l’apprezzamento della critica, ma di fronte all’obiettivo diventava timido.

mercoledì 29 aprile 2026

Ha lasciato il volante e cura l’orto

IL TASSISTA PIETRO PORTO’ ENZO TORTORA A LINATE

 

 

Pietro Carrideo
All’arrivo, salutandolo, gli disse che gli dispiaceva di quello che gli stava accadendo e il galantuomo si commosse.
 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
 
Il padre a Torremaggiore costruiva i carretti, usati per trasportare legna, fascine e altra roba. Lui, Pietro, voleva fare altro, non quel mezzo di locomozione che è ancora in circolazione da qualche parte. Ma è raro. Ne vidi uno a Martina, tempo fa, e fu una novità. Il conducente stava in piedi e ogni tanto stimolava il cavallo, tagliando l’aria con la frusta. Ne vidi un altro percorrere veloce via Papa Domenico, la vecchia strada per Noci, fatta a salite e discese, con una pavimentazione un po’ accidentata, ma fra boschi ristoratori e filari di viti.
La prima foto è Carrideo a tavaola

Torremaggiore è vicina a San Severo, una ventina di minuti di tragitto. Pietro Carrideo ha radici solide con la sua terra: ricorda tutto, anche i nomi, i cognomi e soprannomi degli abitanti di mezzo secolo fa. E’ capace di raccontare parola per parola un dialogo ascoltato per caso tra due compaesani attorno a un’incudine o a un “capasone” con ferite da cucire con il fil di ferro e il trapano a mano
Piero può imprigionare la mia attenzione per un paio d’ore, snocciolando storie di uomini che vivevano della terra. Terroni? Sì, terroni, ma non nel senso che davano alla parola i milanesi, e soprattutto i torinesi. (terrone è un vocabolo che fa onore. Chi affonda la zappa nelle zolle, il rastrello fra i rovi, ripara i muri smozzicati dei tratturi esercita un mestiere nobile, quindi terrone è un titolo onorifico). Pietro Carrideo, il figlio “d’u carrettare”, non ha fatto il mestiere del padre, ma osservò molto bene come lo si fa. Quante cose ha imparato osservando. I ragazzi sono curiosi.
A Milano ha preferito mettersi al volante di un taxi e fare il giro della città anche dieci volte al giorno, forse di più. Mestiere duro, defatigante, esercitato in un traffico convulso, reso pericoloso da quelli che vanno di corsa contro ogni regola e rispetto, tra lo smog, che non si riesce a sconfiggere con le ordinanze municipali.
Eppure quel mestiere piaceva a Pietro, anche se tornava a casa la sera tardi con tanti episodi da inanellare.
il primo a destra Pietro, la terz'ultima Lidia

La vita di un tassista è una raccolta di vicende, belle, cattive, a volte commoventi. Ci sono clienti che si sfogano, trasmettono dolori e gioie, tradimenti coniugali e professionali, vittorie e sconfitte, frustrazioni. Il taxi è la sede di un’umanità variegata, una sorta di confessionale. “Taxi, mi porti a Lambrate!”. Il cliente si siede e tace oppure libera la lingua per protestare contro tutto e tutti. E il conducente ascolta, gli dà fiato o rimane muto come il personaggio di Eduardo rifugiatosi su un soppalco e parlava battendo il bastone. E capita anche che qualcuno lo accusi di aver fatto il giro più lungo per incassare di più.
Ci fu un tempo, diciamo, oltre una quarantina di anni fa. In cui la malandra si scatenò contro i mezzi pubblici: il bandito entrava, estraeva la pistola, imponendo la consegna del sudato guadagno. Le forze dell’ordine sembravano impotenti, ma alla fine i “guast” (i delinquenti in gergo) finirono al “gabbio”, a San Vittore, e chi la fece franca cambiò categoria.
Pietro non ha più il taxi, è in pensione, è fuori dalla congestione della circolazione, non ha nostalgia della guida. Ha cura del suo orto, che ha al centro un albero fertile e ombroso che gli ricorda il suo paese d’origine. Ogni tanto fluiscono i ricordi, agevolati dal silenzio e dalla pace della sua casetta.
Pietro Carrideo ai giardini

A volte il pensiero corre al mestiere del padre, all’ascia, al carretto che si forma, ai parenti… E torna Torremaggiore con il rapporto con Federico II, la produzione dell’ottimo olio d’oliva, le chiese, i palazzi significativi... Non si sente molto lontano dal suo paese, usando il dialetto con Lidia. Straordinaria la forza di questa parlata per farti sentire in cammino fra le stradine della “culla”.
Oltre a fare il tassista Pietro mette mano a tutto ciò che è necessario in casa: la sostituzione del rubinetto, la restaurazione di un mobile, la collocazione di una mensola e lavori più complicati. Nel garage ha tutti gli arnesi necessari. Legge, s’informa e nelle riunioni con gli amici scherza, mette la carne sulla graticola del caminetto. E’ simpatico, Pietro, compagnone, ironico. Soltanto poche volte serioso.
Quando era al parcheggio in attesa del cliente ammazzava la noia leggendo “Il Giorno”, come quasi tutti i tassisti. Era il loro giornale preferito. Ho spesso l’occasione di parlare con lui, mentre aiuta in cucina la moglie, Lidia, intelligente, spiritosa, pronta alla battuta. Lidia prepara i suoi cibi succulenti e discute con gli ospiti di tutto. E’ schietta, determinata, ospitale.
Lui conosce bene il sangue della vite e in tavola mette il migliore, descrivendolo quasi come Mario Soldati nel suo libro: “Pane al pane e vino al vino”. E’ allora che lo si può stuzzicare con qualche risultato per farsi raccontare gli episodi più rilevanti della sua attività di tassista. Ogni tassista ne ha tanti: ne ebbi la prova la sera in cui il bravo Farina, che curava le pubbliche relazioni del “Giorno”, organizzò una festa di tassisti in un locale dell’Idroscalo.
E tu Pietro, chissà quanti fatti hai collezionato. Con quelli, immagino, possiamo scrivere un libro: basta aprire il computer e battere sui tasti, vero? Pietro divaga, osserva la fiamma del camino, parla del tipo di legna che la alimenta e della bontà della costata d’agnello che ha già messo in tavola. Dire, non dire? Aprire la chiusa del fiume? E quando finiamo. Io sono pronto a catturare i suoi racconti, come il cacciatore che aspetta la preda di passo.
Enzo Tortora, giornalista, conduttore tv, un galantuomo

Mi sbircia, piega la testa, mi guarda, sospira. All’improvviso si apre: “Il ricordo che ancora mi commuove è quello del giorno in cui venni chiamato da via Piatti, una traversa di via Torino. In taxi entrarono Enzo Tortora, allora ai domiciliari, e il suo difensore. Via per l’aeroporto di Linate. Arrivati a destinazione, mentre il presentatore stava per allontanarsi mi sciolsi: ‘Signor Tortora, mi dispiace davvero per quello che le sta succedendo. So che lei è una persona onestissima. Mi strinse forte la mano, mentre gli occhi gli diventavano umidi”. Commuove anche me: conoscevo Enzo Tortora, lo stimavo moltissimo, ero stato anche a casa sua. Lo avevo incontrato a Campione d’Italia durante “Il Festival del Clown”, dove mi fece anche da interprete. Era coltissimo, cortese, un autentico galantuomo. Ho conosciuto pochi signori come lui. Pietro s’immalinconì, ripensando a quell’episodio, che fa impallidire gli altri che premono per uscire allo scoperto.
Al centro Pietro Carrideo

Gli dissi: “So che alcune volte i tassisti si sono improvvisati ‘detective’, obbedendo al senso civico. “Nelle attese parlavamo tra colleghi, raccontandoci le nostre esperienze. Uno di loro raccolse la comunicazione della nostra centrale: avevano rubato un camion in piazzale Lodi e dicevano che se lo si intercettava si doveva riferire subito la posizione. Il collega aveva finito il turno e stava tornando a casa, quando individuò il mezzo con due moto di fianco, lo segnalò e arrivarono carabinieri, polizia e il padrone con la figlia. In via Montenapoleone un altro collega aveva appena preso a bordo un cliente, quando da un negozio uscì un tizio urlando: ‘Mi hanno rubato il furgone!’. Il cliente, che lo aveva visto, esortò il tassista a seguirlo e dopo una corsa forsennata, il ladro fermò il furgone d’avanti all’entrata dei Giardini Pubblici di via Palestro e scappò attraverso i vialetti, eclissandosi”.
Ancora: “Una sera sulla mia auto salì un signore diretto a Campione d’Italia, al casinò. Arrivati a destinazione, mi pregò di aspettarlo anche tutta la notte, magari andando in albergo. Io eseguii e quello ritornò senza più una lira. Promise che mi avrebbe spedito i soldi, ma sto ancora aspettando”. “Racconta, Pietro, racconta”, lo stuzzico, so che ha ancora il serbatoio della memoria pieno fino all’orlo.
Pietro Carrideo osserva un'auto
E lui continua: “Una nobildonna si faceva portare a Courmayer, dove aveva delle case che dava in affitto. Riscosso il denaro, pagava la corsa e spariva. Mi chiamò per farsi portare in Versilia con un bel numero di quadri e altri oggetti. Non avevo tutto quello spazio anche smontando il portabagagli. Lei insistette e io cedetti”. Durante il viaggio la nobildonna gli comunicò che il Comune quelle opere voleva destinarle a una mostra, per farne dopo un museo. Per gratitudine “madame” mandava a Pietro giocattoli per i bambini.
Ha passato una vita movimentata. Un tassista fatica, eccome, ma non si annoia mai. Se si distrae un attimo può incorrere in una delle tante insidie che la strada presenta. Da qualche tempo si sono messi anche i monopattini motorizzati, che si aggiungono alle moto che corrono a zig-zag. I ciclisti hanno tagliato corto: vanno sui marciapiedi, con rischio per i pedoni. Oddio, viva Torremaggiore; eh, Pietro?

mercoledì 22 aprile 2026

Laino, un paese in Val d’Intelvi

QUANTA QUIETE E SILENZIO IN UN ABBRACCIO DI CASE 

 

 



Il centro storico di Laino
Di fronte, a Ramponio Verna, in un’atmosfera davvero inebriante lo scrittore Antonio Fogazzaro, nel 1908 incontrò il sacerdote don Silvio Girola, con il quale si confidava. In seguito lo stesso prete mise a posto le sue carte.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 

E’ un paese cioccolatino, a 700 metri d’altezza, nel Comasco: un borgo antico con case abbracciate attorno a una piazzetta; un po’ più avanti, Palazzo Strozzi, testimonianza di altri tempi, dotato di una biblioteca ben fornita; e poi l’ufficio delle Poste, il municipio e villette con giardino sparpagliate su un’ampia distesa di verde. E di sentieri nascosti.
Centro storico
Il nome Laino campeggia sulla facciata di un edificio, dove se si svolta a sinistra ci si immerge in un budello che si allarga, mostrando un piccolissimo supermercato, un’edicola, un paio di case, fiori, un grande cortile. Se invece di svoltare ancora a sinistra si va diritto, a due minuti si trovano il bar e una chiesa dedicata a San Lorenzo, di fronte al cimitero. Gli abitanti sono 566; d’estate uno sciame di turisti, forse 3000, forse di più, viene a godersi l’aria e la tranquillità del posto.
Per i divertimenti Laino è bene attrezzato: il campo da calcio; il campetto per il gioco delle bocce; quello per il tennis e altro. Quando indossa l’abito da sposa diventa fiaba. Ma la neve viene subito ammucchiata sui bordi delle strade, assumendo forme scultoree.
Laino è riposante, ristoratore, silenzioso. Si scende per andare a Porlezza, bagnato dall’omonimo lago, dove sopravvive il ricordo di Fogazzaro, a un tiro di fionda dalla Svizzera, e si avverte la voglia di andare a passo d’uomo per ammirare altri luoghi-bomboniera, qualche bar e persone che conversano spensieratamente: passanti, vicini di casa, bambini, coppie che dalle cadenze si capisce che vengono da fuori. Per arrivare qui si attraversano una cascata, arcate di pietra, un centro commerciale, una banca... Più vicini a Laino, Pellio, Ponna, dove un signore anziano con la motosega trasforma gli alberi morti in sagome varie.
Lago di Como
Se si vuole percorrere un’altra strada, per esempio quella per andare a San Fedele d’Intelvi, girando a destra si arriva a Lanzo, e, salendo ancora, ultima tappa il “Balcone d’Italia”.
Per visitare Castiglione d’Intelvi bastano venti minuti di macchina. Più avanti, Casasco, con il suo Museo Etnografico con oggetti riguardanti i contrabbandieri e la loro vita sempre con l’incubo di cadere nelle trappole dei finanzieri, soprattutto quando di notte gli uomini con lo zaino s’infilavano nei boschi per andare in Svizzera a rifornirsi di sigarette. Insomma attorno a Laino o a poca distanza sorge una costellazione di centri, ognuno dei quali ha una storia. E una leggenda, un’attrattiva.
Al mattino presto, a mezzogiorno e la sera, nella valle si diffonde il suono delle campane, che suscita ricordi e nostalgia: è un suono vero, non registrato. Altrettanta nostalgia mi invade la voce di un asinello, che viene da Ramponio, accucciato con Verna sulla montagna di fronte, dove lo scrittore Antonio Fogazzaro, che andava sovente in Val d’Intelvi, incontrò nel 1908 don Silvio Girola – che svolgeva il suo apostolato a Ponna Inferiore - un sacerdote con cui si confidava. Da Verna arriva anche il rumore stridulo della sega elettrica di un falegname. Il din don provocato dal battaglio crea un’atmosfera di poesia e di pace.
A Ramponio feci un giro breve e per mietere notizie e andai al Comune, ma dovetti chiedere a un tale appoggiato a una parete come si faceva a parcheggiare la macchina sulla piazza, inclinata; e lui stesso appoggiò due sassi alle ruote posteriori.
Il municipio di Laino

Al Comune m’imbattei in un paio di impiegate, belle e gentili, un’ex guardia forestale che mi dette risposte appropriate, mentre un altro mi accompagnò da un uomo di 80 anni e più impegnato in lavori di artigianato: un presepe nel guscio di una noce, un Cristo impresso in un pezzo di legno duro… Basta avere tempo e desiderio, e da queste parti se ne trovano di persone che fanno lavori interessanti, magari per hobby.
A Castiglione incontrai un signore segnalatomi da Patriarca, il titolare della ferramenta di San Fedele. Gli avevo chiesto di indicarmi qualcuno con la passione delle casette per gli uccelli, che d’inverno non hanno casa e soffrono il freddo. “Se hai pazienza fra un po’ lo vedi arrivare”. Ed ecco Francesco Pala, simpatico e allegro. Mi accompagnò a casa sua circondata da un ampio spazio erboso, dove aveva costruito una voliera per i volatili e un rifugio per le galline e i conigli; e costruiva oggetti, tra cui, come “souvenir” da regalare, animali del posto, ganci per bricolle, usate dai contrabbandieri (ai quali è stato dedicato anche un libro interessante). Aveva un pavone che si esibiva dietro suo comando e una decina di galline che gli saltavano addosso, quando era steso sulla sdraio. Le casette che costruisce sono opere d’arte, impreziosite da fregi intarsiati attorno alle finestre e sulla porticina d’ingresso. Le fa quando ne ha voglia.
San Fedele

Non ho perso di vista Laino, ho soltanto deviato un pochino. Qui il visitatore si ritempra. La gente è discreta, solidale, educata. Se si va al bar si beve il caffè osservando gli uomini che giocano al biliardo. Su un tavolo fino a poco tempo fa c’era un computer a disposizione dei clienti.
Si dice che la gente di montagna sia burbera, ma non vedo musoni a Laino e nel circondario. Vi si respira aria pulita e dappertutto si avverte il profumo di rose, gelsomini, tulipani... Una tavolozza vegetale. Alle 4 del pomeriggio e la sera tardi arrivano i cervi o i daini e brucano i rami degli alberi, ma se avvertono una presenza estranea un salto e via. La volpe passeggia sul mio balcone come fosse casa sua, a volte vi dorme pure. Qualcuno afferma di aver visto una famiglia di cinghiali e due opossum, e non faccio fatica a credere. Laino rincuora, offre la possibilità di distendersi e mostra fra l’altro balconi affacciati sul.. precipizio.
Verna, abbarbicata sul monte
Mi ispira l’ampia vasca - forse una vecchia fontana – che sta quasi di fronte al Comune. M’inebria il mare di verde; amo la “vedovella” che sta vicino al bar, a un metro dallo scivolo per i bambini. Mi accomodo sul balcone di casa, leggo e m’inebrio per il sole che mi sfiora. La sera le luci di Ramponio e di Verna sembrano colonie di lucciole sparse e palpitanti.
A Laino si scopre sempre qualcosa di nuovo, che oltre a stuzzicare la curiosità affascina. Fa piacere vedere il sindaco, Cipriano Soldati preso da qualche lavoro per tenere in ordine il paese. Anche Pelvio d’Intelvi apre alla vista del Santuario di San Giorgio, la chiesa di San Michele. Insomma ovunque si vada in questa valle si hanno visioni memorabili e particolari da assimilare. A Laino si spande la varietà della natura tra cammini bordati di fiori. E che quiete!
A San Fedele acquisto le cartoline da spedire agli amici di Milano e di Taranto e il pane e l’ottima carne. Il sabato e la domenica i turisti sono tanti. Si seggono ai tavoli di uno dei due bar, uno di fronte all’altro, e chiacchierano. Uno dei due colocali fa anche da ricevitoria del lotto e mi pare che una volta un giocatore abbia rastrellato una bella cifra.
Da Laino la vista del lago di Porlezza

E’ qui che do appuntamento agli amici che vengono a trovarmi da Milano. Sono venuti per un caffè li ha raggiunti un sacerdote, don Giovanni Meroni (che non è più in Val d’Intelvi per un altro incarico ricevuto). Andò fino a Crispiano, in provincia di Taranto, per sposarli. Il sacerdote promise di tornarci: gli piaceva la veduta dal mio balcone, da cui lo sguardo corre a Porlezza, al suo lago sovrastato dalle montagne che anche in primavera a volte sono innevate. Le luci che vi si accendono a Natale sono come i “piselli” dell’albero che si staglia in casa la trasformano in un sogno.
Vedere quelle luci che trepidano è una gioia. In pieno giorno, se si solleva lo sguardo un aquilotto sembra planare a poca distanza, ma riconquista il cielo e scompare, per riapparire poco dopo. Anche gli aquilotti giocano. Vorrei essere un pittore per poter trasferire Laino e il panorama intorno su una tela. Ne avrei di cose da raccontare con le opere. Purtroppo sono soltanto un artigiano della scrittura e scrivo con il cuore.

mercoledì 15 aprile 2026

Un libro su Nino D'Amato

LO HA SCRITTO ANNA LA MOGLIE DISPERATA

 

 



La copertina del libro
E' stato questore a Crotone e La Spezia, avendo la stima della gente. Era stato capo della Squadra Mobile a Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI

 

Un libro scritto con amore e dolore; un racconto denso di particolari bagnati di lacrime: “Il silenzio più altro: anatomia di un congedo”.
Nino D'amato
Lo ha scritto Anna Tommasi, la moglie del questore Gaetano Nino D’amato imprigionata nel buio e urla fra le macerie di un’unione che sembrava per sempre. L’autrice è una donna colta e ha uno stile di scrittura scorrevole come gli sci su una pista innevata. Snoda la sua tragedia, la morte del marito, conosciuto ai tempi del liceo; ne descrive il carattere; i giorni più belli prima delle corse all’ospedale. “Il tempo era stato scandito dalle terapie …” per contrastare il male, implacabile. Il giorno successivo alla scomparsa Anna ha cominciato a postare su Facebook video con colonne sonore struggenti, e immagini di Nino scattate in tutte le occasioni ufficiali e private.
Anna non ha riempito d’inchiostro queste pagine per mandarle in libreria e consegnarle ai giornalisti per le recensioni. Scrivendo ha tentato di placare il suo dolore per la perdita dell’uomo che ha amato e gli è stato strappato quando lui aveva soltanto 62 anni ed era arrivato al vertice della carriera di poliziotto intelligente, preparato, umano e anche invidiato. Un uomo sempre sorridente, gentile, schietto, affabile. Stimato da tutti, uomo prestigioso della nostra polizia.
I questori D'Amato e Vito Plantone
Era nato a Taranto, la città dei due mari, il Piccolo e il Grande congiunti da una canale che si apre per far passare le navi. Lo vidi tantissimi anni fa in via Fatebenefratelli 11, sede della questura, da dove sono passati personaggi di grande spessore, come Mario Nardone, Mario Jovine. Vito Plantone, Ferdinando Oscuri, Antonio Pagnozzi... Quando lo intercettai nel lungo corridoio reso meno oscuro da una luce flebile - quello che dal cortile porta alla Squadra Mobile - lui era vice di Achille Serra. Era Ironico, scherzoso, buono. Farei fatica a cercare un difetto da mettergli addosso. Non smaniava per mettersi in mostra, per finire nelle pagine dei giornali, nemmeno quando aveva concluso una operazione brillante, di quelle che decapitano una banda criminale e rastrellano armi, droga, ricetrasmittenti, denaro.
Alberto Berticelli, cronista del “Corriere della Sera”, in occasione della sua morte in poche parole ha disegnato icasticamente la figura di Nino con parole che non ha avuto quasi per nessuno. Altro estimatore Piero Colaprico, che trottava per “La Repubblica” e oggi direttore artistico del Teatro Gerolamo. Non era possibile non voler bene a Nino D’amato, che sapeva essere paziente, tollerante, con una figura che sembrava scolpita da Prassitele, detto l’artista della grazia. Nino non si scoraggiava mai: se si trovava in un’indagine complicata riusciva sempre a individuare la soluzione, come quando fu scoperto ammazzato sul margine del marciapiedi, quasi tra le cassette di un fruttivendolo, uno che aveva le mani nell’eroina.
il ponte girevole
Era agli arresti domiciliari e poteva uscire soltanto un paio di volte la settimana e per qualche ora per procurarsi da mangiare. In pochi minuti Nino identificò la vittima e intuì l’ambiente in cui era maturato il regolamento di conti. E non lasciò i cronisti all’asciutto, dicendo ciò che poteva per non compromettere il suo lavoro. Non giocava con i rappresentanti della stampa, spesso costretti a piluccare le notizie da fonti non ufficiali. Nino D’Amato era chiaro, cristallino: se poteva, informava senza farsi supplicare.
Poi fu nominato questore e girò alcune città - Crotone, La Spezia -, dove fu subito amato e stimato. I “trottatori” della carta stampata non lo avevano mai perso di vista. Michele Focarete, che conosce la Milano di notte come pochi, lo ha ricordato su “Libero”; Alberto Berticelli, sempre al corrente della vita in questura, ha avuto, anche lui, parole intrise di apprezzamento sull’impegno e sulla bravura espresse nelle investigazioni da Nino D’Amato. Io ebbi la notizia dall’ispettore capo Ugo Brignoli e dal commissario Silvano Gattari, che spesso lavorarono assieme a lui. Come l’ispettore capo Alberto Sala, per tanti anni sul campo con l’Fbi e la Dia e svolse uno dei primi capitoli di tangentopoli.
Il Galeso
Nei video di Anna appaiono molte attività di Nino: conferenze-stampa senza enfasi, feste della polizia fra la gente per stabilire un rapporto, interviste, incontri con personalità…
Soltanto una volta abbiamo parlato delle nostre origini. Un giorno m’invitò al bar di fronte alla questura e sorbendo un caffè mi disse che era di Taranto. Non approfittai per avere qualche pillola di un lavoro che stava portando avanti. Fra noi c’era amicizia e rispetto per i ruoli. Se lo chiamavo al telefono e lui era impegnato non lo faceva pesare: diceva solo che si sarebbe fatto sentire lui. Era sincero, cristallino, come l’acqua del fiume Galeso, caro a Orazio, Virgilio e a tanti poeti contemporanei.
Era un un uomo elegante anche nei modi. Trattava bene tutti. Non si dava arie, non assumeva atteggiamenti altezzosi. Rispettava anche il poliziotto che presidiava l’anticamera del capo della Mobile, Fina, che quando andò in pensione acquistò una cinepresa per fotografare Milano. Nino lo riferiva, contento per lui. Lo stesso riguardo ebbe per chi lo sostituì. Quando se ne andò nella città in cui era stato nominato questore i cronisti lo assediarono per salutarlo. Alle feste della polizia faceva discorsi completi, ma senza spreco di parole. Raccontava in modo efficace l’impegno degli uomini in divisa per la sicurezza dei cittadini.
Nino D'amato
Ho tantissimi ricordi. Quando i poliziotti portarono a termine l’operazione detta “i fiori di San Vito”, il futuro capo della polizia Antonio Manganelli la illustrò ai cronisti, dicendo sorridendo che non si trattava di rose e margherite: erano finiti al “gabbio” i capi e i sottocapi di una “’ndrina”, compresa la “sorella di omertà”, titolare di decisioni anche estreme. Bene, fu poi Nino ad entrare nei particolari, spiegando a chi non aveva letto il libro di Luigi Malafarina tutti i gradi degli esponenti della “fibbia”. S’informava molto bene e non raccontava mai in prima persona. Parlava al plurale, perché un’indagine viene svolta anche con la collaborazione degli agenti.
Che cosa resta quando un uomo, un servitore dello Stato così virtuoso scompare? Già, che cosa resta? La memoria incancellabile e l’afflizione, il riconoscimento e la gratitudine E lo strazio dei parenti più intimi.
Anna, donna ricca di cultura, tenta di placare l’angoscia con i video e ora con queste pagine in cui narra la loro vita insieme, i giorni del mare, della spensieratezza, della gioia e poi quelli dell’ospedale, dei medici, di quel bianco che spaventa, del pianto, delle mani intrecciate. Poi il crollo e la voce di Anna che s’incrina e quella di Nino che dice al figlio medico in lacrime: “Sfogati”. Scrivendo, sicuramente Anna Tommasi lo sente rivivere, lo rivede vicino a sé, gli parla, ascolta la sua voce, coglie il suo alito, vede il suo sorriso coinvolgente. “Alle 7,30 Milano era già un groviglio di auto distratte, un nervosismo di motori che Nino, suo marito, osservava con la solita attenzione, come quasi dovesse guidare lui, al posto di suo figlio... Matteo, il medico, che intanto lo spiava tra una chiacchiera e l’altra…”. Era una delle corse verso la corsia dell’ospedale. Ma l’autrice descrive anche l’intimità di una casa saturata di memorie. In queste righe icastiche Nino rinasce, “bello, buono, bravo”, circondato dai cani da tartufo mai sazi di notizie; al microfono nelle cerimonie ufficiali o nelle cene private, in cui parlava di Michele Placido, che aveva girato scene di un film tra i corridoi della questura, di Ugo Tognazzi e Carlo Delle Piane e altri ancora. Ha lasciato tracce incisive, Nino D’Amato.
Pagnozzi, Oscuri, D'Amato
Rieccomi nell”Anatomia di un distacco”… “La sua carriera è iniziata a Milano violenta degli anni di piombo”. Abituato ad affrontare il mondo a schiena dritta. “Ma quando l’ombra della malattia si allunga sulla sua esistenza, la ‘fortezza’ inizia a vacillare, non con un boato, ma attraverso uno slittamento silenzioso e inesorabile”. In alcune frasi si respira aria di poesia. Me li immagino, i giorni di Anna. Anche dalle immagini che appaiono su Facebook si ritrova un Nino gioioso, con la moglie e figli piccoli a giocare sulla sabbia. Quanti particolari! I guanti di Nino … “di ottima fattura, proprio come li aveva chiesti a Matteo per quel suo ultimo Natale. Voleva che fossero nuovi, perché la pelle di quelli che indossava abitualmente si erano ormai arresi al tempo…”. “Il silenzio più alto: anatomia di un congedo” fa palpitare il cuore. È un’opera stupenda, di notevole valore letterario su un distacco travolgente.

 

mercoledì 8 aprile 2026

Nicola Giudetti, il mito


CELEBRA TARANTO NELLE SUE POESIE

 




Nicola Giudetti
Conosce benissimo la città vecchia, dove in una chiesa sconsacrata dedicata alla Madonna della Scala, glorifica il dialetto tarantino
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FRANCO PRESICCI
 
 
Nel borgo antico, nella chiesa, sconsacrata, della Madonna della Scala, si svolgono altre celebrazioni, domenicali e non. Pontefice massimo Nicola Giudetti, che raccoglie attorno a sé centinaia di appassionati soprattutto del dialetto tarantino.
Giudetti legge una sua poesia
A cercarlo sono anche i turisti, che ne hanno sentito parlare dalle televisioni locali, dai giornali, dal passa parola e dai tanti video postati su Facebook. In quelle riunioni improvvisate e non Giudetti, memoria storica della città, recita sue toccanti poesie in vernacolo impreziosite dal suo modo di interpretarle e tra una composizione e l’altra racconta Taranto, la sua storia, le sue leggende, i personaggi di una volta, i vicoli, “le strìttele”, le chiese, la musica del Mare Piccolo, cantato da poeti e scrittori anche stranieri.
Nicola Giudetti è dunque il tarantino più famoso. Chi dice che non è vero finirà all’inferno. Ma in verità non lo dice nessuno. Moltissimi, appena entrano nel borgo antico, chiedono di lui e c’è sempre chi indica prima di tutto il suo piccolo museo di via Duomo, dove si possono ammirare gli attrezzi antichi, i suoi quadri e le sue processioni in terracotta e ascoltare dalle sue labbra una poesia sulla mamma o sul compleanno della moglie o sull’incanto di questa perla, che è il mondo al di qua del ponte girevole.
A volte Nicola lo si trova stagliato sulla soglia del suo museo come il guardiano del faro. Osserva il passaggio di gente che non conosce e saluta; i ragazzini che giocano, rincorrendosi e urlando; il vecchietto che avanza a passo incerto…, e si rallegra quando un nugolo di persone si ferma assiepandosi davanti a lui, desiderosa di conoscerlo e di ascoltarlo. E qualcuno gli chiede pure l’autografo. Poi la siepe si frantuma, ricomponendosi dopo aver visto una nassa o una lanterna. Nicola prende il filo di una narrazione che qua e là sa di fiaba e invece è verità indiscutibile. Conosce molto bene la sua città, le sue tradizioni, i suoi pregi e i suoi difetti e la descrive in modo semplice, mescolando vernacolo e lingua, suscitando simpatia e affetto.
Giudettti in barca sotto il ponte
Adesso che arieggia ancora la Pasqua, e tutti hanno visto la processione del “Misteri” plasmata con l’argilla dalle sue mani tutti gli chiedono mille notizie sui riti, le poste, i confratelli (“le perdùne”)… Lui soddisfa ogni domanda con quel suo linguaggio che seduce. Non ha bisogno di paroloni per spiegare i volti della città, anche le facciate dei palazzi, che pur essendo screpolate hanno il loro fascino. Di quei palazzi e di tutti quelli della città vecchia lui può evocare gli abitanti, il mestiere che esercitavano, la vita che conducevano, il carattere, i soprannomi, i difetti e le virtù.
Giudetti è un uomo acuto, generoso, affabile. Sa entrare nell’anima delle persone, ha voglia di dialogare, di confrontarsi., di sentirsi protagonista. Qualche domenica fa – mi ha riferito Antonio De Florio, comandante del gruppo “Foto Taranto Com’era” su Facebook e abile regista di video, un artista, suo amico - nella chiesa di cui Nicola ha le chiavi, piena di gente che ascoltava il mattatore pendendo dalle sue labbra, un altro Nicola, Cardellicchio (innamorato di Taranto) riprendeva ogni momento, immortalando i volti e le loro espressioni.
Quando Nicola Giudetti parla, nel pubblico cala il silenzio, ma lui è sempre pronto a troncare un discorso pur di dar voce agli altri. Qualcuno lo ha definito un mito, il re della città vecchia, che odora di mare.
Antonio De Florio in piazza Fontana

E il mare c’è, dopo la discesa Vasto e sbocca in via Garibaldi, che a sua volta porta a piazza Fontana, lasciandosi alle spalle la chiesa di San Giuseppe, banchi di “cozzarùle”, pescivendoli e il ricordo inesauribile di “Pesce Fritte” e dell’esercizio di “Cicce ‘u gnùre”, di cui Nicola potrebbe rispolverare le vicende quotidiane e il tipo di clientela, sfiorando “’a Duàne” e “’a Tòrre d’u relògge”, che ispirò a Diego Marturano commoventi versi.
Mi piacerebbe andare per queste vie, avendo come guida Nicola; riattraversare “a vieremìenze” ricordando quella che era ai tempi in cui avevo 16 anni e frequentavo la chiesa di “Sanemìnghe”, dove il parroco era don Stefano Ragusa, di Martina Franca. Mi piacerebbe essere discepolo di questo Socrate arzillo, dalla memoria fertile e inossidabile. Con lui, tra “strìttele” e vicoli avrei tanto da apprendere.
Sì, vorrei essere un turista al fianco di un uomo che ama la sua città e non dimentica nulla degli anni che questa si porta sulle spalle. Lo sento, Nicola, mentre informa su ‘u trainìere ca purtàve le rafanìjdde da le Caggiùne a chiàzza Marcòne” (Diego Fedele scrisse una poesia godibile e divertente sull’argomento); indica la targa di Paisiello; o racconta i vecchi artigiani, compreso l’anziano orologiaio, che aggiustava una sfera e scrutava i passanti: un ometto con gli occhiali alla Cavour, basso e in carne.
Giudetti al lavoro

Quando mi capita di fare un salto nella città vecchia con qualche amico del Nord, sosto davanti al locale dov’era “Pesce Fritto”. Una sera – gli dico - ci andai con i colleghi universitari che avevano organizzato la festa della matricola. Offrimmo una bottiglia di vino a tre marinai inglesi e loro ricambiarono bevendo e gridando “Queen Elizabeth!” e noi arricchimmo il coro.
Poeta e pittore, affabulatore unico, geniale. Antonio De Florio e Nicola Cardellicchio di solito la domenica si ritrovano nel suo sacrario per conversare, progettare iniziative, come quella volta qualche anno fa dei vecchi mestieri con Nicola che, vestito da artigiano, manovrava il trapano a mano fingendo di ricucire la ferita di “’nu lìmme”.
Senza voler fare, per carità, il Pico della Mirandola, vorrei chiedere ai giovani il significato del termine “limme” o “de strecatùre”. Probabilmente non lo sanno e non è colpa loro: il dialetto, se non lo si usa, ”se stùte”. E invece bisogna tenerlo vivo, palpitante, vibrante, perché è un tesoro. I genitori di una volta imponevano ai figli di adottare la lingua italiana e non il vernacolo e beato chi almeno in questo disobbediva. Io in casa parlavo come voleva mia madre, e con gli amici, olè”, la parlata della città vecchia, dove Alfredo Nunziato Majorano, poeta ed etnologo, andava per ascoltare la musica che usciva dalle labbra dei pescatori con i capelli arsi. Nicola è la roccaforte del dialetto. E’ un menestrello che fa rivivere fatti, persone, brani di vita di una Taranto scomparsa, molto lontana da noi.
Giudetti mostra  i suoi quadri

Nicola Giudetti è un maestro di dialetto. In uno dei miei soggiorni nella Bimare, in una cena tra amici cari, recitai dei versi che scrissi quando frequentavo il liceo (“D’a Ròcche mò tu è scisce ‘nzìgn’a Tàrde/ p’acchià’ d’a tarandine ‘a pàgghia bbòne…”). Erano tutti di Taranto e mi chiesero che lingua fosse. Divenni una statua di sale come la moglie di Lot. Del resto un bel mucchio di pugliesi quando arrivano a Milano imparano il dialetto di Meneghin e Cecca, per distinguersi.
Nicola, continua in quei tuoi incontri ad esaltare la nostra parlata, come hanno fatto Diego Fedele, Diego Marturano, Alfredo Lucifero Petrosillo... Continua a valorizzare “’a parlàte d’u nònne”, a dire “femenàzze” e “stangachiàzze”, “vecetàre” e “carlasciòne”. Che delizia per le orecchie di un tarantino in esilio, di un delfino errante, come dice Antonio De Florio.
Giorni fa mi ha chiamato Nicola Giudetti e ho esultato. Una voce amata, musicale, lontana ma vicina. Mi ha portato un soffio della mia culla. Che voglia di prendere un volo per Bari o Brindisi e poi correre sulle rive del Mar Piccolo per captare la sua melodia e bearmi al suo profumo. M’incanta vedere su Facebook Nicola con due valve “de parecèdde mmàne”, che le persone colte chiamano “pinne nobilis” e ricordano che dal suo pelo le donne di una volta ricavavano ciò che serviva per fare il bisso, arte che, anche quella, non si pratica più. Il suo ciuffo di peli sulle valve è chiamato dai pescatori la “chioma di Venere”.
Nicola Giudetti mangia una cozza

Quante cose s’imparano frequentando il museo e la chiesa a disposizione di Nicola, dove si fanno anche mostre di pittura, conferenze, concerti e in talune occasioni, aprendo la tenda, appare il... celebrante, cioè Nicola, fra applausi ed evviva. Poi magari un rinfresco.
Ripeto, Nicola Giudetti è il mentore del borgo antico. E nessuno lo potrà defenestrare, ammesso che abbia la forza, le doti e la volontà. Nicola non è Luigi XIV, ma è comunque un personaggio storico della città più bella del mondo.

mercoledì 1 aprile 2026

Nicola Cardellicchio e la sua attività

PASSA LA VITA TROTTANDO PER LA DIFESA DEL DIALETTO

  

Nicola Cardellicchio
Ha fotografato processioni, le chiese, tutti gli angoli più belli della Bimare; creato associazioni culturali, aiutato le prime radio private… per restituire energia al vernacolo. 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Nicola Cardellicchio è una sorta di pozzo di San Patrizio. Cali il secchio e lo ritiri su zeppo di notizie e di curiosità. E quando si racconta, rievocando fatti e storie di una vita vissuta collezionando testimonianze su Taranto e partecipando a tutti i riti i, eseguendo e costruendo fortezze per la difesa del nostro dialetto, si accende e non ti resta che ascoltarlo con attenzione.
Nicola vicino alla locomotiva a vapore

Ricorda la locomotiva a vapore, che prese più volte, anche ai tempi in cui vinse il concorso nella ferrovia dello Stato, andò a lavorare a Bari, salì a Bolzano, rientrò nella Bimare, dove diventò dirigente della biglietteria. Andato in pensione, fu più libero di muoversi e creò centri culturali, cominciò a fotografare i palazzi della città vecchia, le pusterle, le chiese dentro e fuori, la Dogana (un tempo chiamata “a Duàne d’u pèsce”), la Torre dell’Orologio in piazza Fontana, Mar Piccolo, le pescherie, le barche…
Corri, ragazzo, corri, gli avrebbe detto qualche impertinente. Ma lui andava “lento pede”, si fermava davanti a un soggetto meritevole di uno scatto o a un angolo che lo sorprendeva. Non c’erano allora i telefonini e lui peregrinava con la macchina fotografica a tracolla. Lo stimolava la curiosità, l’amore, la volontà d’immortalare momenti irripetibili e strutture che avrebbero potuto cambiare faccia. Infatti se si vuole vedere Taranto di una volta occorre bussare alla sua porta o a quella di Antonio De Florio. Entrambi hanno fatto “clic” di fronte a un tramonto meraviglioso, lottato e mai smesso di farlo, per vitalizzare il dialetto, che è come una pianta: ha bisogno di essere continuamente annaffiata, per non estinguersi.
Cardellicchio e De Florio
Nicola Cardellicchio è tenace nel sostegno alla lingua dei nonni. “Non bisogna mai smettere di dare fiato a questa preziosità, di rinvigorirla, ideando occasioni, sviluppando progetti, inglobando nel cantiere quanto più gente possibile”. Così dice Nicola Cardellicchio, un uomo mite, quasi timido, che parla con voce bassa, sottile, come fosse continuamente in preghiera. Ascoltarlo è un piacere, ha tantissime cose da dire: il suo è un racconto infinito di Taranto, della sua storia millenaria, delle sue leggende, dei suoi riti, delle sue tradizioni. Se non fosse riservato, schivo, quasi un monaco che passa le sue giornate in una cella a leggere, studiare, meditare, programmare intraprese culturali, chi lo interpella scriverebbe un libro. Non uno dei tanti: uno di vita vissuta, con accadimenti reali visti, testimoniati, catturati con l’obiettivo.
Nicola Cardellicchio è dunque una fonte inesauribile: ha una collezione di migliaia di immagini di Taranto scattate da lui e digitalizzate; non so più quante cartoline d’epoca e libri e tantissimo altro. Un archivio privato. Ma è necessario un argano, ripeto, per farlo parlare; e quando si riesce a fargli aprire bocca all’inizio centellina le parole. Non è un uomo da far salire su una pedana e mettergli il microfono sotto il naso. Collabora con l’archivio di Stato; se gli chiedi una foto per corredare un articolo non si tira indietro: anche questo è un modo per fare amare la città, le sue caratteristiche, la sua bellezza. Conosce il borgo antico come l’oste il suo vino o il guardiano del fare gli umori del mare. E’ amico, oltre che di Antonio De Florio, di Nicola Giudetti, il mito del borgo antico, poeta, pittore, raccoglitore di tutto ciò che appartiene alla civiltà di una volta (il suo museo).
Nicola Giudetti

Finalmente Cardellicchio si apre del tutto come un sipario su una rappresentazione teatrale di una storia vera, rincuorando l’intervistatore. E allora è una pioggia copiosa di eventi realizzati. Grazie, Nicola, snocciola, sono qui tutto orecchie. “Ho fatto foto, migliaia, anche sulla passerella stesa tra entrambi i borghi, in sostituzione, nel ‘57, del ponte girevole in via di restauro; ho ritratto tutte le chiese di Taranto dentro e fuori; tutte le manifestazioni religiose, le processioni, anche quelle che non ci sono più”. Nel ‘76, quando a Taranto cominciarono ad aprire le radio private (la prima Radio Taranto) Angelo Fanelli e Giulio Pagani idearono un quiz alla Mike Bongiorno. Gli ascoltatori dovevano tradurre in lingua parole dialettali. Era il quiz di nonno Cataldo, interpretato da Pagani. Si scatenò una corsa alla Libreria Filippi a comperare il vocabolario De Vincentiis, che allora era l’unico, per prepararsi per le risposte.
Quale mossa migliore, intelligente, geniale per indurre la gente ad imparare il dialetto. Naturalmente Nicola collaborava, felice nel vedere tutto quel successo riportato da quell’idea. Alcuni anni prima alla Chiesa di San Pasquale padre Adiuto Putignani aveva invitato i poeti tarantini a scrivere opere e a mandarle alle radio, che si collegavano con la parrocchia, stimolando ”me e i miei fratelli a raccogliere libri e altre pubblicazioni. Andavamo in biblioteca a consultare o a studiare pagine anche di giornali, tra cui “’U Panarijdde”, dove scrivevano poeti rispettabili come Diego Fedele, Alfredo Nunziato Majorano, Diego Marturano... Per un periodo il direttore fu Alfredo Lucifero Petrosillo, autore fra tantissimi altri versi di “’U travàgghie d’u mare”…”.
Via Garibaldi

Nicola Cardellicchio non è mai stato con le mani in mano. Ha dato vita a un centro di incontro e di studio delle tradizioni, della storia, delle manifestazioni religiose, del dialetto di Taranto… Il sodalizio è stato poi trasformato in associazione culturale intitolata a Vito Forleo. (nel 2027 compirà 50 anni). “Perché quel nome?”. “Perché Forleo è stato scrittore, aneddotista, pubblicista, direttore per 40 anni della Biblioteca Acclavio dopo Emilio Consiglio di cui raccolse tutte le poesie italiane e dialettali. Nel 1907 scrisse, tra l’altro, ‘Taranto dove la trovo’ e poi ’Taranto dannunziata’, edito da Cressati. Insomma una personalità di tutto rispetto”. Ancora oggi quella fucina di cultura messa in piedi da Cardellicchio è attiva e compare spesso nei bellissimi video di Antonio De Florio. I tarantini dovrebbero leggerlo, questo libro di Forleo. che definisce Taranto la Parigi del mondo antico; e dovrebbero leggere o rileggere i poeti e Cesare Giulio Viola, autore di “Pater, il romanzo del lume a petrolio” e “Venerdì Santo”, che quando avevo ancora vent’anni andai a vedere al Teatro Orfeo, recitato da Emma Gramatica, da Elsa Merlini e Paolo Poli.
Il Galeso

Quante pagine su Taranto sono state prodotte e giacciono quasi impolverate sugli scaffali delle librerie. Nicola Cardellicchio le ha quasi tutte e non le lascia ingiallire. E anche questo è amore per la propria città. Come lo sono le serate culturali che, sempre Cardellicchio e i suoi collaboratori organizzano nella Chiesa di Stella Maris, a Porta Napoli (contiene i Museo del Mare), dove confluiscono nelle occasioni di concerti, marce funebri, letture di poesie tante persone legate come le radici dell’ulivo alla Bimare. Non parliamo delle visite guidate nella Città Vecchia tra vicoli e palazzi storici, “strittele” e “strittelìcchie”che sfociano in via Garibaldi immersa nel profumo del Mar Piccolo, celebrato dai poeti di casa nostra e dai viaggiatori stranieri.
Nato a Taranto nel ‘48, Nicola è dunque un operatore culturale molto impegnato. Per esempio fin dai tempi del Liceo Scientifico ritagliava gli articoli su Taranto e sul dialetto pubblicati da “La Voce del Popolo”. La famiglia, come tante altre, osteggiava la sua passione per la lingua dei nonni, che contiene la nostra anima, ma lui la coltivava ugualmente, ascoltando attentamente e mandando a memoria anche vocaboli non più consueti.
Giudetti nella chiesa  Madonna della Scala

Il vernacolo è sempre stato da molti emarginato. Mi si permetta un episodio personale: quando negli anni ’50 gli universitari tarantini decisero di portare in scena, in occasione della festa della matricola, una commedia in dialetto, scegliendo “’U cuèrne de Marjie ‘a canzirre” di Diego Marturano, girarono tutte le scuole (i licei, l’istituto magistrale, il professionale Maria Pia...), per coprire i ruoli femminili, la risposta fu: “Recitare in dialetto, per carità”. Allora i maschi indossarono la gonna e salirono sul palcoscenico, al Circolo dei Marinai in via Di Palma. Beata Anna Casavola, che ci dette l’onore di essere tra noi.
Oggi mi pare che, grazie a Nicola Cardellicchio, Nicola Giudetti, Antonio De Florio, il pregiudizio sia un po’ calato. Ricordo i tempi delle commedie di Alfredo Nunziato Majorano (‘A stutàte) con il il cinema teatro del dopolavoro ferroviario affollato da appassionati. In platea Antonio Rizzo, che aveva avuto appena l’invito dal “Giornale d’Italia” ad entrare nel suo equipaggio come critico teatrale e già anima e cuore del “Premio Taranto, nel ‘50). Torneranno quei tempi? Finché questo trio continuerà a trottare sono ottimista.