Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 21 gennaio 2026

Un ricordo di Lorenzo Manigrasso

IL FOTOGRAFO DELLA POLIZIA PRESENTE SU TUTTI I DISASTRI

 



Lorenzo Manigrasso
Fece scatti sulla tragedia del Vajont e su quella di
Firenze; fece mostre delle sue opere e ricevette la nomina a cavaliere. Era iscritto all’albo giornalisti professionali, con incarichi sociali. Autore di novelle, si distinse sempre, tanto che un generale in pensione della polizia lo definì una garanzia. Era di Taranto, è morto il 3 gennaio dell’anno nuovo.

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
(foto dall'archivio di Antonio De Florio)
 
 

La tragedia del Vajont è quasi scomparsa dalla memoria collettiva.
Come altre. Provocò 1917 morti, coinvolgendo diversi paesi, tra cui Longarone, dove si salvò miracolosamente soltanto il campanile della chiesa madre. Tutta l’Italia rimase attonita e commossa, e gli indigeni s‘impegnarono quasi subito a ricostruire le case. Molti accorsero per dare una mano; e i fotografi per documentare il disastro e tra loro qualcuno li aiutò nell’opera di rinascita. Fra questi, Lorenzo Manigrasso, che il 9 ottobre del 1963 allestì una mostra dei suoi scatti, “Disastro del Vajont per non dimenticare”, immagini icastiche e toccanti delle macerie e dei sopravvissuti terrorizzati, visioni del dolore e della disperazione. Nel 2000 la Pro Loco di Longarone, volendo creare un’esposizione permanente della calamità e avendo bisogno di foto inedite, si rivolse anche a Manigrasso, che mostrò sollecitudine tanta disponibilità. Poi il fotografo comparse in un documentario, in cui descriveva, commosso, quello che aveva visto.
Manigrasso era nato a Taranto nel ‘31 da una famiglia di cacciatori d’immagini. Entrato nelle forze dell’ordine, seguì la scuola di polizia criminale, assumendo la qualifica di cine-foto operatore. Dopo aver frequentato vari corsi, tra cui quello di specializzazione, fu assegnato al Gabinetto regionale di polizia scientifica di Padova.
Il campanile di Longarone
E cominciò a correre ovunque ci fosse da illustrare una devastazione, come l’alluvione di Firenze, il 4 novembre del 1966, per lo straripamento dell’Arno, dopo dieci giorni di pioggia; o un evento da festeggiare come la restituzione di Trieste all’Italia, il 5 ottobre del ‘54, con il “memorandum di Londra, e l’esultazione che ne seguì, anche per l’entrata in città dei bersaglieri.
Ne ebbe di momenti da immortalare, Manigrasso, che nutriva una passione innata per la macchina fotografica. E ne ebbe con l’alluvione del Polesine, dove il pittore Giuliano Adonai, veneto puro, riassunse la disperazione in un volto nell’atto di lanciare un grido forte e straziante. Manigrasso riprese anche i teatri delle azioni dei terroristi negli anni di piombo, tra cui quello di Milano l’8 gennaio dell’80, quando uccisero tre poliziotti del commissariato Ticinese, Tatulli, Cestari, Santoro, mentre giravano sull’auto di servizio per garantire la sicurezza delle scuole. Quella mattina il capo della squadra mobile Antonio Pagnozzi pianse. I brigatisti, sbucati all’improvviso dal ponte di via Schivano sparando senza pietà avevano seminato il terrore negli occhi di Tatulli, l’autista.
Nel ‘73 Manigrasso lasciò la polizia, perché giunto all’età della pensione. Ma uno come lui non poteva sedersi su una panchina dei giardini a leggere il giornale, e continuò a fare scatti, in proprio. Era un fotografo scrupoloso, maestro dell’inquadratura e anche un artista; e. giornalista professionale, regolarmente iscritto all’albo, con incarichi sociali, tra cui quello di presidente regionale fotografi professionisti veneti. Collaborava con testate importanti specializzate; scriveva novelle che le donne leggevano assiduamente sul suo blog. Quando l’età lo costrinse ad uscire dalla polizia, rimase nella città di Sant’Antonio, probabilmente perché lì aveva conosciuto la moglie.
Manigrasso all'opera
Era stato dunque testimone fedele e puntuale di tanti fatti che avevano insanguinato le strade e diffuso angoscia nel nostro Paese. Come il sequestro Moro e l’assassinio di Falcone e Borsellino; il sequestro di un imprenditore con l’imposizione di un riscatto sempre più alto.
Quanti sonni interrotti, quante corse, quanti corpi esanimi stesi sul selciato, quante case incenerite, quanti terremoti erano rimasti nei ricordi di Manigrasso, uomo dunque di grande esperienza e di grande cuore.
Antonio De Florio, che di Taranto sa tanto del passato più lontano, (le tradizioni, gli usi e i costumi, i personaggi…) lo conosceva, anzi era in contatto con lui. Lo sentiva, raccoglieva le sue confidenze, i suoi stati d’animo, i suoi pensieri. Si stimavano. Attraverso De Florio Manigrasso avvertiva la voce di Taranto, i palpiti, le ferite, i tormenti della città nota nel mondo per la sua bellezza e per la sua ospitalità. Nonostante la lontananza, il vento non l’aveva portata via da lui. Era venuto spesso a Taranto. E in quelle rimpatriate, riattraversando con De Florio il borgo antico, aveva incontrato Nicola Giudetti, il tarantino più conosciuto oltre il ponte girevole, sentito il Mar Piccolo che leccava la riva spumeggiando e osservato le case dalle facciate screpolate come le labbra dei pescatori. No, non l’aveva dimenticato la “culla”.
Se si è nati in questa “alcova” o si è traditori se la si trascura o si è leali, se la si porta dentro, nell’anima. Le radici che ci legano alle origini sono forti come quelle dell’ulivo, della quercia del pino. Non si possono spegnere i ricordi, afflosciare l’amore, che deve essere per sempre; e Lorenzo Manigrasso la ritrovava anche nelle parole dell’amico, la sua città. Un giorno gli comunicò l’arrivo di sua nipote Sofia, pregandolo di farle da guida nella visita ai luoghi in cui era nato il nonno. E De Florio la condusse alla casa di largo Santa Caterina e in alti posti notevoli della città vecchia.
Manigrasso salva un cagnolino caduto in acqua
Adesso il “testimone del tempo” (così era indicato Manigrasso) non c’è più: se ne è andato il 3 gennaio dell’anno appena entrato, a 94 anni, ancora lucido, con i suoi ricordi. Quanto avrebbe avuto da raccontare non soltanto con le immagini e le novelle: episodi, persone, stragi, piazze in rivolta, omicidi di mafia e di “’ndrìne”. La sua è stata un’esperienza lunga, intensa e interessante. Pochi possono vantarne una come la sua.
Un fotografo come lui è un giornalista che rende conto dei fatti con le immagini, rendendoli visibili come la scena di un film, e lo fa non con la penna, come si sarebbe detto una volta, ma con la macchina fotografica. Un fotografo cronista. Le immagini parlano con chiarezza, portano chi le guarda nella città, nel paese nella contrada, nella casa in cui si è svolto l’evento. Per questo, giustamente, i fotografi sono stati riuniti nell’albo giornalisti professionali. Se Lorenzo Manigrasso non fosse scomparso, sarebbe stato interessante interpellarlo sui tanti fatti che ha tramandato con il suo obiettivo, sui dettagli, sulle atmosfere. Avrebbe chiarito le idee, le cose non dette, gli scenari…
L’intervistatore avrebbe riempito pagine e pagine di elementi inediti. De Florio, con cui collaboro gioiosamente, avvalendomi della sua saggezza, me lo aveva detto e io avevo preso tempo, facendo un errore grave. Mi aveva anche parlato del riconoscimento ricevuto da Lorenzo dal generale di polizia in congedo Angelo Ricciardi, che dava atto dello spirito di corpo del poliziotto-fotografo, della sua abnegazione e dell’impegno che metteva in tutte le avversità, continuando a collaborare con la sua macchina fotografica anche dopo la pensione.
Padova ripresa da Manigrasso


Era considerato una garanzia, e per il suo impegno, la sua bravura, la sua disponibilità, il suo lavoro prezioso, era stato nominato cavaliere e aveva avuto tanti altri riconoscimenti anche per aver lasciato testimonianze di valore delle lotte al banditismo sardo, alla mafia, al terrorismo in Alto Adige. Insomma ha avuto molte soddisfazioni, fra cui un attestato che il comune di Longarone rilasciò a tutti i soccorritori.
Negli anni 50 – ricorda De Florio - i fotografi nella Bimare si appostavano al lungomare e fotografavano chi faceva la ronda, poi portavano i rullini a Mario Oliva, nel suo studio di via Anfiteatro (abitava in via Nettuno). Poi con il fratello, Lorenzo apri un laboratorio in corso Umberto 18 e trasmise la sua stessa passione al figlio, perché voleva che nella sua famiglia la tradizione non si concludesse con la sua morte. “Nel rosso tramonto/ la vecchia Taranto pare riposare/ I due mari le accarezzano i fianchi. Forte odore di salsedine/ nei vicoli deserti/ guardandoli ti trovo triste e decadente/ Nel rosso tramonto, oasi di nostalgia/Andando indietro nei ricordi/ ti rivedo dai due mari lambita...” / ti cerco/ dal lontano Veneto ti penso…”. Ecco, in questa sua poesia, la sua passione per la città cataldiana, il suo legame mai slacciato per Taranto, il suo amore per il nido.
I fratelli Manigrasso nello studio
Lorenzo Manigrasso la sognava, Taranto, e le ha reso onore come lo ha reso alla polizia.Negli anni in cui lui frequentava Mario Oliva non aveva mai incontrato Antonio De Florio, che era collaboratore del fotografo. Ed è stato De Florio a contattarlo dopo anni, amando le storie dei tarantini usciti dalla Bimare per ragioni di lavoro o di carriera. Antonio ha un archivio invidiabile di documenti e foto; se si vuole sapere un particolare sulla vita e l’attività di un poeta, Raffaele Carrieri per esempio, o di uno scrittore come Domenico Porzio chiedetelo ad Antonio De Florio. E’ capace di parlare a lungo di Tani Curi, giornalista che dal “Corriere del Giorno” emigrò al quotidiano dell’Eni, a Milano, o di Mario Ligonzo approdato al “Corriere della Sera”. E non si tira mai indietro, se richiesto di notizie. Quell’archivio è in buona parte nella sua testa. Enciclopedia ambulante. Perciò mi sono rivolto a lui per avere sprazzi della vita e dell’attività di Lorenzo e sue foto.

mercoledì 14 gennaio 2026

La vita una volta nella mia città

RICORDI DI TARANTO CON TANTA NOSTALGIA

 


Via D'Aquino (coll. De Florio)
Gli episodi, le persone più care, i giochi, i negozi…
contenuti da sempre nella mia mente ancora lucida e tanto amore per questa “culla” sempre seducente.

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Nelle mie rimpatriate nella città in cui sono nato, alla quale sono legato come le ostriche allo scoglio, peregrinando ho cercato invano il fabbro, il calzolaio con il deschetto, l’impagliasedie... Ci fu un tempo in cui nella mia via un maestro di pialletto e di sega esercitava nell’androne dello stabile di sua proprietà; il ciabattino, di fianco, d’inverno, modellava scarpe in un’angusta saletta che gli serviva anche da abitazione e nelle belle giornate sul marciapiedi.
Piazza Maria Immacolata
Allora circolavano pochissime cilindrate e molte carrozze con il cocchiere che sventolava la frusta come fosse una bandiera, urlando “Olè, olè”, per stimolare il cavallo. Qualche passante, di solito un ragazzino, urlava quelle due parole per avvertirlo che sull’asse posteriore viaggiava un clandestino. E la bacchetta sibilava, frustando.
C’erano persone che camminavano mangiando il panino; altre che dopo le 4 del pomeriggio si sedevano davanti a casa con un nugolo di rampolli attorno, arrivavano i vicini e tutti insieme formavano un coro di voci basse, alte, stonate, paupulanti. Quando spuntava un vecchietto un po’ ricurvo, sottile come un’acciuga, coppola di traverso sulla testa, tutti esclamavano: “Stè’ arrìve meste Vicìenze”; e don Damiano, il proprietario del tabacchino, sentendo il nome, metteva sul banco i sigari toscani.
Ad interrompere il vocìo irrompeva quasi ballando e cantando il calderaio, a cui avevano appiccicato l’etichetta di “matto”. Ma era soltanto brioso, ironico, scherzoso. Bastava un tic, una parola ripetuta, un comportamento estroso, un difetto impercettibile per affibbiare un soprannome, e chi ne era etichettato se lo portava dietro per tutta la vita (e magari lo ereditavano i figli e i nipoti).
Un barbiere anziano, in un’arteria poco distante, aveva fatto una sola volta la barba a un defunto, cedendo alle suppliche dei parenti, e divenne implacabilmente “’u varvìere de le muèrte”; e qualcuno, toccandosi, percorreva il marciapiede opposto senza rivolgere lo sguardo a quel salone. E’ un fatto di più di un secolo fa e se ne parlava ancora quando ero un virgulto, cioè 80 anni fa e passa. in una via vicina, erano aperti tanti negozi (il macellaio, il panificio, l’edicola di Giannese, i casalinghi, la farmacia, un banchetto con la vendita delle cozze) ma è diventata più famosa, più nominata, da quando si è saputo che vi è nato Teo Teocoli, tra l’altro amico di Celentano.
La Ringhiera (De Florio)

Ci abitava un cocchiere, la cui moglie, bassa, magra, sempre estrosamente incappellata e le guance incipriate, detta contessa – e forse lo era davvero, ma presumibilmente decaduta nel titolo e nelle finanze, visto anche che abitava in una casetta, quasi nel punto in cui si spianava il verde. I ragazzacci, soliti alla burla, alla sua vista davano il peggio di sè, mentre il marito liberava il cavallo dai guarnimenti.
Da qualche anno era finita la guerra e si giocava sulla strada: partite di calcio con le porte fatte con quattro pietre e la palla con stracci da cucina. E il pubblico, formato da qualche passante, incitava. Un giorno una “pallonata” molto più forte del solito impallinò una finestra e gli urli del padrone di casa si avvertirono fino all’orto di “mesta Ronze” (che vendeva la “gneta”, una sorta di verdura, a 500 metri di distanza), ancora terrorizzata al ricordo delle bombe.
A quei tempi, sei o sette isolati da casa mia, c’erano piazza Marconi e il monte delle vacche. Nella prima si svolgeva il mercato e nelle ricorrenze vi s’innalzava l’albero della cuccagna; nel secondo, oggi sotterrato dall’ospedale, all’uscita dalla scuola, s’improvvisavano pedate al pallone. Io non ci ho mai provato, per obbedire all’imposizione della mia famiglia. Alle elementari avevo come maestra la signora Carrozzo, che esortava, inascoltata, mia madre a tagliarmi i capelli, ricci, neri e cespugliosi, tanto da essere soprannominato “Rezzetìedde”.
Mi era consentito di giocare alla “livoria” sul marciapiedi di fronte, sotto gli occhi vigili della nonna che agucciava dietro le persiane. Mi era vietato anche di giocare “‘o spezzìedde”, un pezzettino di legno con le estremità smussate, che bisognava colpire con un bastoncino e assestargli un secondo colpo mentre era in aria. Non mi è stato mai rivelato il motivo di questo divieto, ma avevo intuito che era il timore che il “proiettile” potesse finire su un occhio di qualcuno. Ci impegnavamo in altri tipi di passatempi: qualcuno lo si poteva fare in casa, come “’u turnìedde”, un cerchio disegnato con il gesso sul pavimento verso il quale si gettavano monetine con l’intento di fare centro. Gruppi di discoletti appartenenti a vie diverse ogni tanto si dichiaravano guerra da combattere con il lancio di pietre, la cui... santa Barbara credo fosse dalle parti dell’Istituto Thaon di Revel. Ma l’inizio della battaglia veniva sempre rimandato, perché vinceva la paura.
La mattina la sveglia la dava il venditore di “pampanèdde”, formaggio fresco contenuto in una foglia di fico”. L’ambulante aveva sempre fretta e le mamme correvano ad acquistare appena sentivano la sua voce tenorile: “ Hònn’arrevàte le pampaneèedde. Verso le 11 appariva “zì’ Necole” con il suo carretto colmo di frutta e verdura. Lui non urlava, si fermava e aspettava che le casalinghe sciamassero verso la sua postazione. Era un uomo buono, taciturno, sui 60 anni, la faccia da Aldo Fabrizi.
La ronda in via D'Aquino
Una domenica all’angolo crollò un palazzo di cinque piani appena costruito e fu grazie alla prontezza e al coraggio del capomastro, che vi abitava, se gli inquilini si salvarono. Su una parete della cucina aveva visto aprirsi e allargarsi una fessura e allora corse a bussare a tutte le porte gridando: “Il palazzo viene giù, uscite”, e tutti assistettero al disastro raggruppati di fronte.
Io pensavo alle brutture della guerra, raccontate da mio zio Dionigi. E coinvolgevo Pierino Lincesso, il mio primo amico che abitava nello stabile di fianco al mio, al piano terra con un balconcino che si affacciava sulla strada. Il conflitto ci aveva segnati. Quando sentivamo la lagna della sirena dell’Arsenale all’ora di entrata e di uscita dei dipendenti, nei primi tempi dopo la fine la mente andava al fischio che durante il conflitto segnalava l’arrivo delle bombe. I ricordi si estendevano al coprifuoco, alla fuga disperata verso i ricoveri, a un cassone pieno di sabbia nell’androne a un metro dall’ingresso del stabile, alla maschera antigas per il capo fabbricato, alla tessera annonaria, alle strisce di carta incrociate sui vetri delle finestre perché resistessero alle vibrazioni provocate dalle piogge sinistre...
La dogana

“Siamo miracolati”, aggiungeva Pierino, mentre passeggiavamo da un punto all’altro dell’isolato. L’ho cercato più volte nelle mie rimpatriate, ma nessuno ha saputo darmi indicazioni sul suo nuovo indirizzo. Ho ritrovato invece dopo una vita Marino Ceci, oggi docente, direttore scolastico in pensione, musicista, un uomo d’oro osannato anche a Martina, dove aveva svolto la sua attività. Con lui non ho mai giocato né passeggiato, solo perché aveva 5 anni meno di me. Uomo saggio, cortese, amabile, Marino. Lo rivedo, lo ascolto su facebook, quando si siede al pianoforte e suona, svegliando i miei sogni.
Gianni Rotondo, più grande di me qualche anno, aveva la fidanzata nella stessa strada e quasi ogni giorno veniva a trovarla. Era sempre elegante e ben pettinato. Come me marciava già sul sentiero del giornalismo. Ero in buoni rapporti con Belloni, un giovane che prendeva lezioni di violino e dopo un po’ di tempo lo vidi all’opera e capii che avrebbe fatto una carriera brillante. C’erano due fotografi. Uno di loro si chiamava Oliva e aprì uno studio in via Anfiteatro.
Marino Ceci
Poi cominciai a fare anch’io la ronda in via D’Aquino. A volte la sera incontravo anche alcuni amici, che poi, conversando, mi accompagnavano a casa. Intellettuali come Serafino Schiedi, Piero Mandrillo, Gino Gattinari, che però faceva il dentista e aveva casa in un’altra via. Avevamo la stessa data di nascita. Piero Mandrillo era di Pulsano, ma ribattezzato tarantino. Una cultura sconfinata, la sua. Andò a Wellington a insegnare italiano all’Università; e ”Il Corriere del Giorno” e la “Gazzetta” aspettavano di poter pubblicare i suoi eventuali articoli da quel Paese. Lo fece al ritorno.
Ricordo tutti gli abitanti della mia via. Scostante e superbo solo “Segarone”, così soprannominato perché aveva sempre un “siluro” tra le labbra. Ciccillo aveva in casa una macchina di proiezione e alcuni smaniavano nell’attesa di essere invitati a vedere un film. La domenica pomeriggio mio zio, persona eccezionale, raccoglieva la famiglia e andava al cinema, preferendo una delle tante arene che stavano a Taranto: Monacelli, “Italia”, “Arsenale”, “Artiglieria”, “Corallo”, dove assistetti a uno spettacolo della compagnia di rivista di Arturo Vetrano, che veniva spesso nella Bimare.
Mi sono rimasti i ricordi, dunque, questi e tanti altri. Ne ho scelti pochi. Scrivendo, ho provato tanta nostalgia, per Taranto, per quei tempi, per quelle persone. Qualche mese fa se ne è stato il dottor Fiorenzo Fischetti, che per anni fece il medico a Taranto, trasferendosi poi a Lecce. Era mio cugino.

mercoledì 7 gennaio 2026

E’ morto Antonio Giovanni Mellone

DISEGNO’ PER “IL GIORNO” I GRANDI AVVENIMENTI

 



Mellone
Era un pittore di autentico talento, che ebbe critiche importanti e usava la matita con notevole efficacia e arte, facendo anche caricature mai graffianti, ma simpatiche e originali. Fece mostre, vinse premi, girò l’Europa. Era un uomo esemplare.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Mellone con una sua opera
Non ha fatto in tempo a vedere la fine dell’anno. Giovanni Antonio Mellone se n’è andato pochi giorni prima.
Grande artista e gentiluomo, Mario Mellone lavorava al “Giorno”, dove spesso apparivano i suoi disegni, le sue mappe, i suoi ritratti icastici in occasione di avvenimenti clamorosi anche a livello internazionale. Dipingeva anche. Era un grande talento. E amava la disciplina, l’ordine, il rispetto. Era di Maglie, nel Leccese, il paese di Aldo Moro, ma non aveva alcuna cadenza che lasciasse intercettare la sua provenienza. A differenza di tanti pugliesi che imparano subito il dialetto meneghino per distinguersi, lui era genuino e fedele alle sue origini. Senza dirlo. Era discreto, schietto, riservato. Si appartava nella sua stanza chino sull’opera che stava eseguendo e ne usciva per andare in archivio o in un’altra redazione o per incontrare un collega nel lungo corridoio. 
Ogni tanto andavo a salutarlo. Lui si alzava appena mi vedeva e scambiavamo due parole per il piacere di stare un momento insieme, se la cronaca non incombeva. Quante volte è venuto con me quando truppe di malacarne avevano assaltato una banca e il direttore anziché le foto sceglieva il disegno di Mellone, che ricreava l’ambiente e la dinamica dell’evento, raccontato dalle vittime traumatizzate.
Mellone e il fotografo Mantegazza

Descriveva il fatto, mettendoci tutta la sua abilità e il lettore vi si immedesimava, lo viveva. Non impiegava molto tempo per realizzare la sua opera. Qualche volta si divertiva a cogliere il profilo di un collega, caricaturandolo simpaticamente, in modo così divertente ed efficace, che quei tratti finivano subito in cornice. E lì adesso contemplo il mio, appeso a una parete dello studio, mentre piango la morte di quest’uomo retto, severo con chi deragliava, basso, dai modi cortesi, dalla parola calibrata, dal sorriso genuino, amabile, un rigore morale. 
Uomo esemplare dunque, sempre pronto ad esaudire un desiderio dell’altro. Si era trasferito a Parma, la città del Teatro Regio, del Palazzo della Pilotta, dell’Abazia di Valserena, del quotidiano che fu diretto da Baldassarre Molossi e poi dal figlio Giuliano. La città di Maria Luigia. 
Mellone dipingeva anche; e aveva fatto tante mostre di pittura anche in Toscana. Un giorno andai all’Associazione regionale pugliesi, in via Pietro Calvi, e notai subito una decina di quadri appesi alla parete di destra rispetto all’entrata. “Ma quelli sono di Mellone”, dissi rivolto a Pino Selvaggi, addetto alle attività culturali. Erano proprio suoi: alcuni di quelli di una sua mostra allestita la sera dell’inaugurazione della sede, alla quale aveva partecipato anche Fitto, allora presidente della Regione Puglia. 
Il palazzo del "Giorno" in via Fava

Al “Giorno” Antonio era molto stimato, per la sua arte, per i suoi comportamenti di gran signore, per la sua disponibilità e umanità, per la sua intelligenza, per il riguardo verso i colleghi. Ricordo il giorno in cui venne con me in un istituto di credito nei pressi di piazza Cavour. Vi avevano fatto irruzione tre o quattro “duristi”, rapinatori armati, determinati e con le facce sinistre. Il direttore ancora spaventato ripercorreva “quei momenti tremendi” e Antonio osservava, ascoltava in silenzio, immaginandosi la paura di chi era presente al colpo, impiegati e clienti. Ci eravamo già trasferiti da via Fava in piazza Cavour, nel Palazzo dell’Informazione, dove avevano la sede anche altri giornali, come “La Stampa”, “La Notte” (quotidiano del pomeriggio)… e le agenzie Adn Cronos e “l’Italia”. 
Lavorare al quotidiano dell’Eni allora era entusiasmante. La cronaca aveva professionisti pronti a scattare, lontani dalle invidie e dalle rivalità, dai colpi bassi per accaparrarsi la firma in un “pezzo” a tutta pagina. Colleghi seri, preparati, consapevoli del loro compito delicato e disponibili a dare una mano agli altri. 
Antonio Giovanni Mellone era un collega premuroso. A volte firmava i suoi disegni con sigla A.G.M. Piero Lotito, che è anche uno scrittore di notevole rilievo, lo ricorda come una persona di cuore, che dell’amicizia aveva un concetto sacro. Anche Lotito ama il movimento della matita, bravissimo nello schizzare profili e panorami, a volte trasfigurando il soggetto. ”A lui mi legava anche la passione per il disegno.
Piero Lotito
Ci vedevamo anche fuori”. E ricorda una mostra fotografica collettiva alla quale Antonio aveva partecipato con un’opera contro la violenza alle donne. Era un uomo sensibile, oltre che acuto, diceva Piero, recensendo la mostra del 2022 allo Spazio Labò in viale Zara, che “rappresenta l’universo femminile parlando di... uomini. Uomini speciali però che si dedicano al benessere delle donne anche comprimendo la loro vita privata. Uomini positivi, insomma, che attraversano l’esistenza in armonia e amicizia con l’altro sesso.… Ed ecco il pittore. Si tratta di Antonio Mellone, vecchia conoscenza dei lettori del ‘Giorno’, narratore egli stesso con la sua matita e i suoi pennelli delle più movimentate stagioni di cronaca milanese e nazionale. Per dirla all’inglese, Mellone è stato ‘art director’ del nostro quotidiano negli anni 80-90, quando coglieva la realtà dei fatti e intanto in una vita parallela dipingeva, faceva mostre e vinceva premi. Sempre come abbiamo detto interpretando l’infinito mondo femminile”. 
Aveva appena otto anni quando fu portato al Teatro Sistina di Roma – continua Lotito - per assistere alla “Madama Butterflay”. E sul finale gridò “Non morire”, scambiando per verità la finzione scenica della morte del soprano. Già allora, ancora bambino, partecipava al dolore per le donne, oggi sacrificate a un maschilismo atroce. Una bellissima testimonianza, questa di Piero, al quale Antonio disse: “Le donne dei miei quadri non sorridono mai”. Come potevano sorridere, visto che ogni giorno giornali e tivù espongono storie di donne assassinate con una brutalità bestiale per una concezione assurda e criminale della donna come oggetto in loro possesso. 
Filippo Abbiati

Antonio Giovanni Mellone se n’è andato, lasciando un vuoto in tutti quelli che lo hanno stimato. Filippo Abbiati, inviato e critico d’arte del “Giorno”, durante una mostra del 1992 al Museo di Milano, in via Sant’Andrea, scrisse un lungo articolo su Antonio Giovanni Mellone. “… passa lunghi periodi ogni anno nella luce estiva del Sud, della Francia tra Provenza e Costa Azzurra. E qui gli incontri e gli scambi con i maestri di un passato assai prossimo sono fondamentali. Da Matisse all’amatissimo Picasso, da Legèr a Chagall, dentro la luce pulsante dell’estate marina. Mellone ha trovato la sua pittura più autentica, la sua luce interna… La sua pittura si oppone con forza ad ogni casualità e, cosa straordinaria, un artista così giovane appare sempre sorvegliatissimo… Nella sua solitudine ha affrontato il paesaggio dal disegno alla tecnica del pittura a olio, che adesso è quella che pratica prevalentemente. In ogni momento libero ha girato l’Europa studiando i grandi maestri di un tempo...”. 
Non riesco a credere alla notizia della sua. Anche se non lo vedevo da tempo, rincorrendo tanti ricordi mi sono profondamente commosso. Mi è venuta in mente la volta che venne con me all’agenzia bancaria che subì l’irruzione di una banda di scatenati, che fuggendo seminò terrore e vittime nelle vie di Milano. Notai l’emozione negli occhi di Antonio mentre gli impiegati evocavano le ore da mezzogiorno di fuoco. Rientrati al giornale, entrambi toccati dalla ricostruzione lucida, dettagliata, toccante, Antonio si sedette al suo tavolo traducendo l’atmosfera assorbita in colpi di matita. Era un artista eccellente. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Un uomo adorabile, severo con chi deragliava procurando male al prossimo. Era un uomo calmo, sereno, innamorato della Puglia. E di Puglia abbiamo parlato a volte, soprattutto delle personalità che ha dato in ogni campo: dal professor Miraglia che fece dell’ospedale Castelvetro un esempio; Guglielmo Miani, Benito Di Lauro, Filippo Alto, Peppino Strippoli, Domenico Cantatore, Romeo Quatraro, personaggio coltissimo e affabile, franco e sincero, che, figlio di un bracciante agricolo, ricoprì il ruolo di presidente del tribunale civile del capoluogo lombardo; Livia Pomodoro, Dino Abbascià, Domenico Porzio e tanti altri… che ciascuno a suo modo ha fatto onore alla nostra regione, tra l’altro collaborando nel fare grande Milano. 
Antonio Mellone
E parlava di Puglia senza retorica; non ti batteva la mano sulla spalla dicendo “Fammi toccare la mia terra”, come pure qualcuno faceva. Antonio era lontanissimo dall’enfasi, dall’ampollosità. Ne provava fastidio. Parlava di Puglia accennando ai problemi di oggi e di ieri, dei passi in avanti che la Puglia compie con i suoi formiconi, ad usare il titolo di un libro di Tommaso Fiore, grande meridionalista e docente universitario nel capoluogo pugliese. 
Che devo dire ancora? Oggi per me è una giornata di dolore. La morte di Antonio Giovanni Mellone è stata un pugno al cuore, una frecciata. Anche se per me la morte non è la fine, ma un passaggio. Chi se ne va rimane vivo nei cuori di chi resta. E Giovanni Mellone non merita di essere dimenticato. E’ stato una tessera del mosaico di via Fava e di piazza Cavour, un brano di storia del “Giorno”, che ai tuoi tempi, ai nostri tempi, andava alla grande, era seguito da migliaia di persone ed eravamo orgogliosi di far parte di una squadra affiatata e galvanizzata.

mercoledì 31 dicembre 2025

Un ricordo di Vito Arienti

UN RICORDO DI VITO ARIENTI

 

 


Vito Arienti 
Aveva migliaia di pezzi di ogni parte del mondo;uno giunto dalla Cina in occasione della diplomazia del ping pong. Viveva a Lissone e aveva una tipografia, dove prese a stampare mazzi eseguiti da giovani talenti

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
 
Con quella faccia da Gino Cervi, alto, robusto, colto, simpatico, un sorriso compiaciuto, esperto in grafica, titolare di una tipografia, era ammirato dai suoi concittadini.
L'Imperatore
Nato a Desio, un tiro di fionda da Milano, viveva in una villetta, che subito dopo l’ingresso, sulla destra, aveva la sua stanza preferita con la scritta sulla porta “Teatro di Vito Arienti”. Era piena di fogli, di press-papier, qualche rosa del deserto e qualche presepe speditogli da oltreconfine... Soprattutto tarocchi storici di tutte le nazioni, addirittura dalla Cina, durante la diplomazia del ping-pong. Oltre 10mila preziosità.
Passai una notte intera in questo tempio. Lui tirava fuori dagli scaffali le carte e io le osservavo, colpito in particolare dai colori. Lui me le spiegava, mi indicava le provenienze, l’importanza. Erano tutte tenute in “tasche” di “cellophane”. C’era anche il mazzo con le scene de “I Promessi sposi” del Gonin. Si fecero le 5 del mattino e io non guadavo le lancette dell’orologio che avanzavano. Arienti parlava con voce bassa e io lo seguivo con gioia, con il rischio di perdermi fra tutti quei tesori, che lui estraeva e palpava. Perché, sosteneva, anche toccandoli davano piacere. Che esperienza. Che gioia, la stessa provata in casa del titolare dell’”Osteria del vecchio Canneto”, Barracca, la notte in cui, dopo una cena da notte di Natale a base di pesce nel suo locale, mi invitò a casa sua ad ammirare la sua collezione di orologi antichi, prelevati apposta dalla banca. Ma questo merita un capitolo a parte.
Carte della "Geografia"

Prima di salutarci Arienti mi fece una proposta. Si stava preparando a stampare un mazzo che alla sua uscita, nel 1725, scatenò il finimondo: “La Geografia intrecciata nel giuoco dei tarocchi”. Su una facciata della carta 21 era indicato a Bologna un governo misto; e questo non piacque all’arcivescovo della città felsinea, il cardinale Ruffo. che reagì condannando i mazzi al rogo, all’esilio l’autore, il canonico Montier, tutto accompagnato dal sequestro della tipografia e dalla condanna al carcere per i possessori renitenti all’ordine del falò. Io avrei dovuto fare la presentazione, ispirata dall’argomento, da includere nel mazzo. Accettai volentieri. Il mazzo, composto di 62 carte era uscito il 15 agosto del 1975.
Arienti valorizzava anche giovani talenti, fra cui un figlio, affidando loro l’incarico di realizzare mazzi. L’idea si rivelò fortunata: spuntavano carte bellissime, come “Le carte della felicità” e quelle del figlio, che aveva un disegno graffiante. Lo scopo di Arienti era anche quello di calmierare il mercato, che per quanto riguarda i prezzi era impazzito, tanto da assorbire gran parte della produzione; e quando i giapponesi gli ordinarono 250 pezzi glien’erano rimasti quattro o cinque.
Era già morto quando una sera fui invitato a cena con due o tre colleghi dal capocronista Giulio Giuzzi a Belgioioso, di cui era sindaco. Tra un piatto e l’altro lo stesso anfitrione mi disse che in una sala era in corso una mostra di tarocchi storici. Andai subito a vedere e trovai il mazzo della “Geografia intrecciata nel giuoco dei tarocchi”. Lo acquistai per regalarlo a un amico carissimo, amante anche lui di queste carte.
Carta del pittore Balbi
Arienti cominciò a stampare quando, circolando il mazzo con cui aveva giocato D’Annunzio, con un prezzo di 8 milioni, si convinse che si cominciava ad esagerare. “Non si può pretendere d’imporre queste cifre anche se con quelle carte ha giocato il vate”. Lo diceva spesso, pubblicando carte meravigliose nelle sue Edizioni del Solleone. Andava in via Armorari, il centro domenicale del collezionismo di ogni tipo, sempre pieno di bancarelle, da quelle con le cartoline d’epoca quelle dei francobolli. Si trovava di tutto: monete, cavatappi, ventagli antichi, calendarietti dei barbieri profumati, che quando dagli anni Settanta vennero distribuiti con immagini di donne velate solleticavano i destinatari. Ne ho quattro o cinque donatimi dal tonsore-scrittore Franco Bompieri, che faceva barba e capelli a Cuccia, Romiti, Tronchetti Provera, Montandelli e Matroianni e Visconti quando erano a Milano... e una volta anche a Totò nella sua stanza al grand’hotel di via Manzoni. Arienti, come me, non si sarebbe mai seduto su quella poltrona girevole, dove si accomodavano personalità di quel livello, compreso Enzo Bettiza, del “Corriere” e poi della “Stampa”, dove dedicò a Bompieri un’intera pagina.
Edizioni del Solleone di Arienti
Avevo conosciuto Vito Arienti grazie a Paolo Cavallina, il giornalista che per anni aveva curato la trasmissione radiofonica “Chiamate Roma 3131”. Aveva bisogno di rintracciare abruzzesi distintisi a Milano e io setacciai la città scrivendo articoli che uscivano a piena pagina la domenica sul “Mezzogiorno”, diretto dal giornalista fiorentino. E fu allora che entrai per la prima volta nel laboratorio del grande ceramista Giuseppe Rossicone; nell’Osteria del vecchio Canneto, in via Solferino, nello studio dello scultore Masciarelli... Un giorno a Cavallina parlai di Arienti e dei suoi tarocchi e lui accettò con entusiasmo di dargli spazio, anche se non era nato in Abruzzo.
Vito, modesto com’era, non amava apparire sui giornali soprattutto in fotografia e allora mi indicò il pittore Balbi di Genova, che aveva realizzato anche un mazzo per l’Italsider., contenuto in una scatola d’acciaio.
Il tempo avanzava e Arienti cominciò a usare il bastone, per dolori alle gambe. Lo invitai a tenere una conferenza all’Associazione regionale pugliesi, quando questa aveva la sede in piazza Duomo, come presidente Bruno Marzo, leccese collezionista di giornali salentini del’800, e addetto alle attività culturali il pittore Filippo Alto, disse di no, perché non voleva farsi vedere il giro con il sostegno. La verità era un’altra: non voleva esibirsi in pubblico, anche se sulle carte antiche e moderne aveva tantissimo da dire: la storia, le caratteristiche, la bellezza, gli autori, le tipografie.
Carta
Ricordo Arienti con grande piacere. Era un autentico gentiluomo, riservato, aperto al dialogo, cortese. Era un nome rispettato nel mondo della cartagiocofilia. Stampò anche una elenco dei nomi dei collezionisti di tutta Italia, dove figuravano anche quelli che fanno incetta di turaccioli. Era un personaggio di spicco, conosciuto nei giornali, apprezzato per la sua opera di editore, per il suo gusto. La sua “Geografia” venne accolta bene dai quotidiani, soprattutto dal “magazine” del “Giorno”, curato da Tani Curi, che veniva da Taranto, dove il padre era provveditore agli studi.
Andavo a trovarlo spesso, Arienti, nella sua tipografia che si apriva nel cortile di un palazzo. Qualche volta ci sono andato assieme a Osvaldo Menegazzi, che non aveva ancora la bottega di arte e magia vicino alla stazione Centrale. Arienti lo stimava e apprezzava il suo disegno e i suoi diorami con soldati napoleonici. Erano caratteri diversi: Arienti calmo, di poche parole; Menegazzi un vulcano, volto da eroe risorgimentale, anche lui generoso, schietto e ricco di idee. Da loro ho imparato molto e grazie a loro ho conosciuto decine di collezionisti: di bottoni, di conchiglie, di scatole di ogni genere, di francobolli, di portachiavi, di cavatappi, di menù, oltre che di soldatini di piombo e di ventagli…, che richiedono – diceva l’esperto Massimo Alberini – tempo, spazio e denaro.
Il sole
Per quando riguarda il denaro, ho conosciuto un signore con i baffi alla Umberto I di Savoia, che non avendo denaro da spendere le locomotive se le costruiva da solo con cartoncino nero e le teneva in casa dappertutto, oltre che in una cassa deposta sotto in letto, sulle mensole, nella credenza: insomma la sua casa era una stazione ferroviaria in miniatura. Un altro aveva affittato un appartamento solo per la sua collezione di soldatini di piombo, ricca di 40 mila pezzi, tutti schierati su mensole, tavoli, vetrine. Da Vito Arienti si potevano anche ammirare un presepio costruito da mano d’ artista e un paio di sculture d’autore. Arienti non c’è più da anni, ma è ancora ricordato come uomo esemplare, una figura elegante. Fui coinvolto nel settore del collezionismo da lui e da Menegazzi, che mi presentarono persone di buon livello, gelose del loro patrimonio: un direttore di banca, un architetto, un libero professionista e uno che aveva costruito nel box un plastico con i treni che circolavano tra gallerie, stazioni e campi con contadini al lavoro.

mercoledì 24 dicembre 2025

Nei colloqui con Antonio De Florio

I SUCCESSI, LE OPERE E IL CUORE DEL POETA ALFREDO PETROSILLO

 

 



Alfredo Lucifero Petrosillo
Scrisse decine e decine di commedie in dialetto e
in lingua, poesie, Racconti, oltre ad articoli su “’U Panarjidde”, il periodico satirico, di cui fu direttore per un certo periodo. Era colto, divertente, geniale.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Sono ormai frequenti le mie conversazioni telefoniche con Antonio De Florio. Parlando con lui m’investe piacevolmente un venticello che soffia ricordi e nostalgia. Vivendo lontano dalla mia città, tutto ciò che mi richiama la sua bellezza mi coinvolge.
Antonio De Florio

Il Castello, il ponte girevole, la città vecchia con i suoi vicoli, le sue pusterle, il Mar Piccolo, i poeti, gli scrittori, da Diego Marturano a Claudio De Cuia. a Giacinto Peluso, a Piero Mandrillo, che apprezzava gustandole le nostre cozze. La memoria di Antonio De Florio è inossidabile e ben fornita di storie, aneddoti, fatti, persone. E’ come leggere un libro di Giacinto, che ha fatto conoscere ai tarantini quasi tutto quello che c’era da sapere sulla città.
De Florio parla con sapienza di Diego Marturano o dell’arsenale, delle compagnie teatrali di una volta, degli attori, dell’anno (il 51?) in cui si stese una passerella sull’acqua dalla sponda della discesa della stazione torpediniere a quella della città vecchia, per sostituire il ponte girevole in via di restauro; e io raccolgo come il contadino castagne o noci. De Florio è una fonte sicura: in tanti anni ha esplorato la nostra città, l’ha vissuta come un archeologo i suoi scavi. I poeti per lui non hanno segreti: ha letto le loro pagine, le loro vite, le ha rilette, ha meditato sui loro versi; e ha ripassato anche gli autori stranieri venuti a Taranto per scoprirla e documentarla. Come Stendhal a Milano, dove visse soprattutto per amore della città.
E’ bastato citare Alfredo Lucifero Petrosillo, il suo modo di parlare scoppiettante e tenorile, la sua poesia brillante, le sue commedie avvincenti per sciogliere i suoi ricordi e stuzzicare la sua passione. Non c’è argomento che lui non conosca; non c’è luogo di Taranto che non sappia descrivere, con le parole e con l’obiettivo fotografico. Ha frequentato la sua storia e la sciorina con date e dettagli. Non posso dire che lo ascolto come una volta i nipoti i nonni, seduti davanti al braciere la sera della vigilia di Natale: ho un bel mucchio d’anni più di lui e posso essere tal massimo un suo fratello maggiore.
Il ponte girevole

Comunque a volte mi sento il discepolo che beve le parole del maestro. Di Alfredo Lucifero Petrosillo snocciola la data di nascita e di morte, le poesie, l’attività di direttore “d’u Panarjidde”, il giornale satirico “ca no nge hà’ perdòn’a nescùne”. Ha testimonianze preziose: libri, cartoline d’epoca, ritagli di giornali, come “La Voce del Popolo” e “Il Corriere del Giorno”, e non solo. E studia. “Petrosillo?”. “Hai letto il poemetto ‘U travàgghie d’u mare?”. L’ho letto – rispondo - molti anni anni fa; sono tornato a leggerlo (contiene una lunga dedica a me)”. Mi emoziona, il mare: i suoi umori, le sue vicende, la sua rabbia, il suo frangersi sugli scogli, la sua calma. Petrosillo ha colto tutti gli atteggiamenti di quella immensa distesa d’acqua; e lo ha fatto da poeta consacrato.
Ero giovane, giornalista in rodaggio. Andai a visitare il poeta nella sua abitazione di via Japigia 19, che aveva di fronte la caserma dei vigili del fuoco. Mi accolse come se fossi un principino e volle deporre lui stesso “a ciucculatère” sul fornello. Ero imbarazzato, perché il vero principe era lui. Nelle espressioni, nei modi, nella parola, nei toni, nell’accoglienza. Alto, magro, occhi d’aquila, era nato nella Bimare il 16 giugno del 1905, scomparve il 12 aprile del 1977. Ha scritto tante di quelle opere che è difficile elencare i titoli di tutte. Era colto e tradusse Edgar Alan Poe. La sua commedia “’A Fumèche” venne presentata al Teatro Orfeo nel 1970; e sempre all’Orfeo andò in scena “Tarantino so” nel ‘72; nello stesso anno la platea acclamò “’A sorte d’u penziunàte”. Partorì altre commedie, “ca facèrene scatascià’“ il teatro per gli applausi. In quegli anni l’editore Filippi pubblicò “’U travàgghie d’u mare”, dedicato a Vincenzo Leggieri padre, “maestro dell’arte della stampa, spiritoso e battagliero, rampollo di autentici cataldiani…”.
Lo storico Giacinto Peluso
Il poemetto colpisce, emoziona, soprattutto quando dice: “E nasce Mare Picce u vizzùse/ frate carnale pe’ ‘na cumbagnjie… Ce notte, ce selenzie, quanda pace.../ Manghe chiù u viènde siènde rifiatare/ Sole ‘na voce arrive da lundane/ E ll’arie spanne po ‘na serenate…”. Adoro i versi di Alfredo. Adoro la melodia che fiata nell’opera e in altre.
“Nuovo Sisifo” è del ‘46. Io avevo 13 anni. Quando mi capitò fra le mani lo lessi e lo rilessi. Non lo avevo ancora incontrato, l’autore, ma sentivo parlare di lui anche da mio padre, che lavorava come il poeta in arsenale; e tutti e due obbedivano all’ululato della sirena (alle 7 e alle 14.30). Un giorno mio padre mi portò nell’officina in cui faticava e quando poi c’incamminammo verso l’uscita sfiorammo don Alfredo. “Mio figlio è un tuo ammiratore”, gli disse. E lui mi trattò come se mi avesse visto tante volte. Mi chiese notizie di me, della scuola, dei miei sogni… E poi: “Tuo padre tir’a carrètte accume fòsse ‘nu uagnunìedde”. M’ispirò simpatia e cominciai a ritenerlo un mito. Quando seppi che dirigeva ‘’U panarijdde” ero già un po’ più grande e mi procuravo quando potevo quel criticone.
Poi conobbi il figlio, Pierino, che frequentava il liceo scientifico “Battaglini” e studiava con mio cugino Enzo. Quando lasciai Taranto Pierino mi fece sapere che lui raccoglieva “Il Giorno Ragazzi” e gli regalai le copie che avevo messo da parte per me. Ma quando gli parlavo del padre mostrava un po’ di riservatezza. I figli dei grandi amano stare al loro posto.
Petrosillo in teatro, penultimo a destra (foto archivio De Florio)

Per me Petrosillo era don Alfredo. Scarico su De Florio tutta la mia stima, il mio affetto per questo poeta della nostra città e lui non si sente soffocato. Entrambi abbiamo una passione per i poeti di Taranto, tra cui Diego Fedele, che tra l’altro era quasi mio fratello (frequentavo la sua casa, dove ero ricevuto come uno di famiglia). Diego era tranquillo, educato, rispettoso, elegante anche nel linguaggio. Mi viene spesso in mente la sua poesia ‘U rafanìedde”, dove le parti più... delicate sono “dipinte” con abilità e raffinatezza.
Il giorno dei Morti Antonio De Florio e Nicola Cardellicchio, “accum’a ddò “cumbagme d’a chiazze”, sono andati a trovarli, i nostri poeti, al cimitero per realizzare un video sulla loro nuova dimora. Un video toccante, in cui scorrono le foto, le date di nascita e di morte, i nomi e i cognomi incisi sulle tombe, mentre Amelia Ressa, con la sua voce penetrante, declama soffi di poesie. Un’idea originale scaturita dall’amore per la città e per coloro che l’hanno esaltata.
Pescatore che ricuce la rete

Io, come De Florio, ho seguito anche le commedie, oltre alle poesie, di Diego Marturano (“’u Relògge d’a chiàzze” mi appassiona) e di altri, tanti altri, la cui memoria si è un tantino rinsecchita, soprattutto nei giovani, che vanno incalzati. Anni fa Nicola Mandese ebbe l’idea di far leggere in via D’Aquino, di fronte alla sua libreria storica, brani di Kafka. Perchè non ripetere l’iniziativa, aprendo i libri di De Cuia, Tebano, Caforio, Majorano…? Un invito a nozze per De Florio, che passa tanta parte del suo tempo a sbirciare, scrutare, contemplare, studiare, celebrare la città. E lo si vede anche attraverso le meravigliose foto che pubblica in “Foto Taranto com’era”, il gruppo che pilota su Facebook.
Antonio si nutre della città, la riscopre, catturando le sue meraviglie che a volte sorprendono. Nelle ore libere è un viandante, un pellegrino, un fotografo errante, un’anima in cerca della bellezza. E Taranto ne ha tanta. Come hanno scritto gli autori stranieri, che sono venuti su queste coste, in queste strade anche per essere affascinati dai tramonti accesi sul Castello Aragonese.
Petrosillo in teatro (archivio privato De Florio)
Decantiamo la bellezza del Mar Piccolo, ascoltiamo le voci dei pescatori e anche quelle dei nostri poeti, che quella bellezza hanno glorificato… “Chiù forte, cchiù puttende, baldanzose/ A stedda sove sblènne cchiù lucènde…”. Quanto ha amato Taranto, Alfredo Lucifero Petrosillo. Alla terza Sagra della poesia dialettale del ‘49 vinse il primo premio proprio con “’U travàgghie d’u mare”; mentre il secondo premio fu assegnato “ex aequo”a Diego Marturano e a Cataldo Acquaviva con “’U Relogge d’a chiazze” e “a Reggìne”. ”L’ore de le jaddine” di M. Basile ottenne una segnalazione. Il libro contiene una icastica xilografia di Claudio De Cuia ispirata a Petrosillo.
Il giorno in cui lo intervistai mi fece delle raccomandazioni: non ti curare mai delle critiche, perché molte contengono il seme dell’invidia; diffida di chi ti si dice amico con facilità; cerca di mantenere sempre la calma, perché la rabbia sprigiona faville che possono ritorcersi contro di te; continua ad essere serio e corretto nel tuo lavoro; non scrivere mai con la cartavetra. Grande Alfredo, con la sua voce tonante ti entrava nel cuore.

 

mercoledì 17 dicembre 2025

Il vicolo dei Lavandai a Milano

UN’OASI DI TRANQUILLITA’ CON TANTI STUDI DI PITTORI

 



Vicolo dei Lavandai
Così era quando ci andai la prima volta per incontrare l’artista Guido Bertuzi, che dipingeva i tetti delle case, il Naviglio Grande, i cortili. In quel nastro di strada aveva lo studio anche Aldo Cortina, che riceveva la visita anche di importanti personalità.

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANCO PRESICCI

 

Vicolo dei Lavandai è un nastro in terra battuta, attraversata da un ricciolo d’acqua che sbucando dal Naviglio Grande finisce chissà dove.
Il pittore Guido Bertuzzi
E’ un vicolo con cortili silenziosi e ringhiere bordate d’edera e di colori. Quando ci sono andato io la prima volta per incontrare un personaggio noto e stimato, il pittore Guido Bertuzzi, un uomo discreto, generoso, di poche parole, sereno, che dipingeva sulle tegole a coppo, sulle cassapanche, sulle spianatoie e a volte sulle tele, m’immersi in un silenzio raro in altre parti della città. Mentre danzavano le fiamme del camino, riceveva gli amici a braccia aperte e non di rado vedeva comparire le sagome di Bearzot e di Giovanni Lodetti, amicizie maturate ai tempi in cui giocava nel Milan ragazzi.
Il padre di Guido, Anbert, al secolo Angelo, sentiva in questo vicolo le voci del passato; e anche “Milan che parla”, titolo di una delle sue riviste in cui c’erano Walter Chiari e Armando Brocchieri, poeta in dialetto meneghino. Morendo Anbert, rivolse il pensiero alla Milano che non c’è più: le voci degli ambulanti, come i polentai, vie come il Bottonuto, dove le falene si sedevano al centro della strada per aspettare i clienti…
Vicolo dei Lavandai non era cambiato. Era rimasto a staffa di cavallo, con i cortili pieni di studi di pittori (Pampinato, che veniva da Genova per bagnare i suoi pennelli nel Naviglio Grande, Sarik (Riccardo Saladin), ligure anche lui, che lasciò il vicolo per trasferirsi alla Fornace Curti; Formenti, Vitale, Cottino e la sua Galleria d’arte; Liuba Stolfa, che dipingeva sul vetro: e Angelo Cortina che aveva una Libreria Universitaria davanti alla Statale e la bottega qui, dove a volte si è visto anche Bettino Craxi.
Autoritratto di Aldo Cortina
Da Cortina si allestivano serate con un fisarmonicista che faceva il tassista ed era un artista con la vocazione delle canzoni meneghine. Bertuzzi dipingeva i tetti, i comignoli, i cortili imbandierati di fiori, il vicolo, la tettoia, la famosa tettoia che adesso è vecchia ma si tiene solidamente in piedi. Ne ha vista di passaggi e di visitatori quest’architettura d‘antan, a cominciare dalle lavandaie, che sciacquavano i panni piegate sul “brellin”, una specie d’inginocchiatoio di pietra che indolenziva le ginoccia. La prima volta che ci andai, Bertuzzi mi indicò la porta della signora Elvira Radice, 91 anni, che per anni aveva venduto la lisciva alle donne.
Guido mi arricchiva di racconti ogni volta. Una mattina arrivai in tempo per vedere una bellissima modella mentre seppelliva il suo cane, dopo averlo portato anche negli Stati Uniti per farlo guarire dal male. Mi disse di non farmi vedere e io fingendo di andare in uno studio notai che piantava dei fiori. Nel vicolo avevano abitato due spazzacamini, che un giorno decisero di tornare al loro paese e non si fecero più vedere. C’era il Carletto, un uomo in pensione che avevano nominato sindaco di quel pezzettino di strada, perché sorvegliava il “rizzulin” dalla finestra e scendeva a rimproverare chi sorprendeva a gettare in acqua anche un foglio di carta e magari rimuoveva personalmente lo sconcio…
Carletto
Era simpatico e divertente, il Carletto. Come lo era Cortina, che piazzava il cavalletto sull’alzaia e si beava dell’atmosfera che lo circondava, imprigionando sulla tela il corso d’acqua ingoiato dalla nebbia. Era stato allievo di De Pisis, ma non se ne vantava. Il vicolo dei Lavandai era stato celebrato da Brocchieri come una chiesa di pittori. Maria Bussola, bassa, sottile, i capelli imbiancati, sugli ottanta, se spronata rivelava una memoria fertile e poteva riferire nomi e cognomi, professione, carattere di persone, per la verità pochissime, che avevano abitato da queste parti. Tremava ancora al pensiero delle bombe del secondo conflitto mondiale, che non erano cadute qui, ma sulla galleria, la Scala, piazza San Fedele… ma ne sentiva ancora il fracasso.
Non conoscevo l’etichetta assegnata al vicolo dei Lavandai per la sua aria da Montmartre. Ci sono venuti attori e registi, vi hanno girato scene del commissario Maigret con Gino Cervi; e c’era stato lo stesso Simenon. Lo hanno decantato poeti e scrittori: Alfonso Gatto e Carlo Castellaneta, Gaetano Afeltra, che appena arrivò a Milano, nel ‘39, prese alloggio in una pensione sul Naviglio Martesana, che lui amava raccontare nei suoi elzeviri soprattutto per i lettori invaghiti del suo stile. Milano era l’amore di don Gaetano, pilastro del “Corriere della Sera” e direttore prima del “Corriere d’Informazione e poi del “Giorno”. E a Milano ha dedicato anche un libro, descrivendo i ristoranti della Galleria Vittorio Emanuele, dal Savini al “Santa Rita”, non trascurando la loro storia e persino gli arredi, oltre ai frequentatori.
Barche sul Naviglio Grande
Sono venuto spesso in questa zona, anche per incontrare un personaggio che non c’è più, Gigi Pedroli, grandissimo acquafortista e cantautore brillante e geniale. Tutti conoscono il suo Centro dell’Incisione, che sta dalla parte opposta del vicolo e oggi è diretto dal figlio Alessandro. Gigi mi narrava degli anni in cui sul Naviglio, costruito nel 1179, abitavano i meridionali. Poi gli affitti alle stelle li hanno spediti altrove e hanno fatto chiudere i laboratori degli artigiani.
Nelle conversazioni con Guido Bertuzzi emergevano gli uomini dei barconi, spariti anche quelli; “el barchett de Boffalora”, la cui attività ebbe inizio nel 1777 ed ebbe il momento più felice nel 1830 (oggi rivive nelle pagine degli scrittori). Non ci sono più i barconi, parcheggiati da qualche parte, ma sono rimaste le bitte proprio di fronte al vicolo. Ho avuto l’occasione di ammirare l’ultimo barcone (non saprei dire la data: anche la memoria ha i suoi limiti), in una delle feste del Naviglio Grande, quando sui ponti s’innalza il gran pavese e la gente s’incolonna dinanzi alle bancarelle, costringendo il corteo a deviare. Che festa! Con le imbarcazioni che solcano il Naviglio e corrono fiancheggiando cascine, castelli, prati... Qualche anno fa c’era la Viscontea a tagliare le acque: progettata dall’architetto Empio Malara, dalla lunga militanza nella difesa di questi canali.
Uno degli ultimi barconi
Bertuzzi mi diceva di aver saputo dalla vecchia titolare dei suoi striminziti locali che in un lontano passato questi avevano ospitato un’osteria, dove a volte si faceva vedere il maresciallo Radetsky. Vero o falso che fosse, qualcuno ci credeva e diffondeva la voce.
Che belle ore quelle passate con Guido, che era diventato amico. Mi disse fra l’altro degli scherzi atroci che i ragazzacci facevano alle lavandaie: prima che queste stendessero i panni, sulla spalletta del naviglio colavano un acido che tagliava la stoffa in due e faceva svolazzare i pezzi come aquiloni. Il pittore non ebbe il tempo di vederle al lavoro né mentre sorseggiavano un bicchierino di grappa per scaldarsi.
Ero da poco arrivato a Milano e cominciavo a conoscerla anche per le trasmissioni sulle vie storiche che realizzavo per Tele Monte Penice, un’antenna delle parti di Voghera, quando Guido m’invitò a presentare una sua cartella di acqueforti nella Galleria di Angelo Cortina. “Come mai hai pensato a me? L’idea non sarà molto gradita. Un terrone da poco sbarcato da un carro bestiame che descrive Milano susciterà risentimenti”. Non volle sentire ragioni e con un po’ di imbarazzo illustrai la cartella, che conteneva la mia presentazione scritta. Mi aveva incoraggiato Ugo Ronfani, vice direttore del “Giorno”.
Bertuzzi sotto la tettoia
Quando Bertuzzi se n’è andato, vicolo dei Lavandai è per me solo un ricordo. Ripenso spesso al calore di quelle stanzette, con due ingressi: uno dal vicolo e l’altro dal cortile, dove i fiori messi a dimora sulla tomba del cane sono appassiti. So che i pittori che ho conosciuto anche sull’alzaia non ci sono più. E non c’è più Romualdo Caldarini, che aveva una galleria sull’alzaia ed è stato per lungo tempo presidente dei pittori di via Bagutta. Mi restano alcune foto, regalatemi dallo stesso Bertuzzi. Riprendono un gruppo di donne all’inizio del ‘900 che lavano i panni nell’acqua. In un’altra, gli incavi incisi secoli per facilitare il passaggio dei mozzi dei carri diretti ai cortili.
E stato bello vivere nel vicolo – mi dice un amico che ogni tanto mi telefona, quando non viene a trovarmi – Era come nelle case di ringhiera: ci si aiutava, si conversava piacevolmente, mai una lite, ma pace e tranquillità”.