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mercoledì 15 luglio 2026

E’ stato un grande cronista di nera

EDOARDO RASPELLI, INVENTORE DELLA CRITICA GASTROMOMICA

 

 



Edoardo Raspelli
Oggi conduce in tivù trasmissioni dal vasto
seguito. E’ una specie di divo. E’ invitato dappertutto. Il suo è un nome di rispetto. Luigi Veronelli di lui aveva una grande stima e lui ha dimostrato che era ampiamente meritata.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 

Indagatore gastronomico e critico severo, esploratore di cascine e di altre strutture rurali, mai sazio di notizie e curiosità da somministrare ai telespettatori in trasmissioni che dire interessanti è poco, viaggiatore instancabile, intervistatore esigente, lo si vede nei caseifici, tra i lavoratori del pane, tra i coltivatori di ciliege e pomodori. Edoardo Raspelli, una vita a scoprire talenti della cucina, specialità regionali, storie, caratteri, lo conosco da quando era ottimo cronista al “Corriere d’Informazioni”, quotidiano del pomeriggio imparentato con il “Corsera”.
Edoardo Raspelli a tavola

Allora era un virgulto, che già cresceva in una vigna che produceva ottimo vino. E già piaceva a Luigi Veronelli, in materia indiscussa autorità, che successivamente lo investì, parlando con me, del titolo indiscutibile di creatore della critica gastronomica.
Lo conobbi meglio quando a Milano nacque il Premio Milano di Giornalismo tra i fornelli della “Porta Rossa”, il locale di Chechele e Nennella, in via Vittor Pisani, a un tiro di fionda dalla stazione Centrale. Edoardo era serio, di poche parole, osservatore attento, voce calibrata e durante le sedute della giurìa non faceva mai clamore: ascoltava, teneva in mente, paziente e in apparenza non infastidito da un collega che preferiva l’alto volume per imporre il suo candidato.
Il povero Chechele, non avvezzo a queste atmosfere, passava ore acculato su una sedia in disparte, con gran fatica a tenersi sveglio. Si alzava alle 6 del mattino per affrontare la giornata fatta di mille cose: preparare e infornare il pane (ad Apricena, la sua città natale, faceva appunto il fornaio) e poi pensare a dare il meglio ai suoi clienti, spesso attori, cantanti, giornalisti, scrittori, poliziotti ai vertici della carriera. Chechele Iacubino aveva invitato Raspelli ad entrare in giuria dietro mio suggerimento. Lo stimava moltissimo. E io altrettanto. Era attento ai dettagli, preciso, mai un tono granghignolesco.
Conoscevo dunque la sua storia di giornalista, ma ignoravo il suo impegno di imminente Salomone della cucina, colto, saggio ed esposto all’invidia, come sempre accade a tutti quelli che sono intelligenti e sanno fare il loro lavoro. E Raspelli lo fa alla grande. Lo ha sempre fatto con grande serietà e bravura.
Chechele e Nennella


Fu il direttore del Corriere d’Informazioni” (poi trasmigrato al “Giorno”), Cesare Lanza, a dargli il là, e lui cominciò a frequentare i ristoranti (all’epoca non se ne parlava mai), non soltanto quelli di Milano, facendo le pulci, quando era necessario. Era il ‘75 quando cominciò a girovagare per l’Italia, muovendosi fra odori e sapori. Lanza scelse lui, perché sapeva che era il delfino di una famiglia fatta di titolari di alberghi e maitre. Ma lui aveva già dentro il seme che ben presto germogliò. Dico subito che questo antesignano della critica culinaria, quando ebbe il ruolo da Lanza, che veniva dal “Secolo XIX” di Genova, dove era redattore capo, lo accettò con entusiasmo. Lavoro affascinante, che in seguito lo ha portato nelle cascine e in altre strutture a testimoniare l’eccellenza degli addetti. Lo fa ancora in trasmissioni televisive dai grandi ascolti, non solo su Canale5. E’ invitato a convegni, serate, incontri, concorsi, visite nelle campagne, assaggi di prodotti genuini, premi. E premi riceve anche lui. Il nome di Edoardo Raspelli va sempre più in alto.
Oggi ha 76 anni, sono 50 anni che sega con faccini neri o elogia, e prosegue la navigazione con fari luminosi. Per le sue critiche i ristoranti insorsero, ma lui non si scoraggiò. Sfoderò la spada anche contro organismi al massimo della scala. Lanza lo esaltava, i lettori prima e i telespettatori lo seguivano e lo seguono sempre, anche quando afferma che quella critica dominata da lui non esiste più e che dappertutto si mangia bene, che le tavole sono ordinate a regola d’arte, che i camerieri sono vestiti in modo impeccabile. Eleganza e cortesia, Ha conosciuto quasi tutti i locali d’Italia e li ha recensiti su “La Stampa”.
Raspelli a destra

Ha conosciuto chef, ristoratori, clientela, piatti. Se gli si fa un nome non tarda a raccontare tutto quello che sa. Lo chiamai per avere particolari su Peppino Strippoli, che a Milano aprì vari ristoranti (uno era “Ndèrre a la Lànze”, vicino all’Università Statale) e a Seregno il supermercato del vino, dove dedicò una festosa serata alla vendemmia con splendide ragazze a pigiare l’uva con i piedi in una enorme botte). Ne aveva, di idee. Strippoli era nato a Cerignola e tutti lo dicevano barese. Ai suoi tavoli si sedeva gente comune dal palato esigente e pittori, giornalisti, uomini di teatro… e a volte anche il sindaco Carlo Tognoli e, almeno una volta, lo stesso Edoardo Raspelli.
Lo seguo ancora, in Tivù; lo vedo a un tavolo privato, davanti ai suoi piatti preferiti, meditando forse tra l’uno e l’altro sulla prossima puntata televisiva o la confezione di uno dei giornali che nelle edicole sostano soltanto qualche ora. Non dimostra i suoi 76 anni, qualcuno gliene dà 60 al massimo, nonostante la sua barbetta da bambagia. Non credo abbia nostalgia del mestiere di critico, che, a quanto mi dicono, gli procurò qualche problema per aver inzuppato l’inchiostro in un terreno sassoso (la nera, e una sola volta, gli si fece più vicina senza però andare oltre l’argine). Lui rimase in silenzio con timore e saggezza.
Mi domando dove trovi il tempo per fare tutto quello che fa. Di energia ne ha tanta, e anche di cuore.
"Green Tour" di Raspelli

E’ un cavallo con il passo che aveva prima di trottare in un ippodromo importante. I cronisti come è stato lui trottano e mangiano panini e polvere; una volta, quelli che potevano, andavano in bicicletta come i poliziotti. Quanta strada ha macinato Raspelli, quanti angoli ha smussato, quante acque ha solcato. E’ un milanese con tanto di marchio di fabbrica. E’ anche spiritoso, dalla battuta pronta. Un tale gli domandò che cosa consiglierebbe a un giovane in cerca di lavoro e lui rispose di non cercarlo nella redazione di un giornale.
Moltissimi anni fa una ragazza che aveva acquistato una macchina per scrivere e voleva sapere da Giovannino Guareschi come fare per intraprendere quel mestiere ebbe come risposta di rivendere l’aggeggio. L’esercito dei cronisti comunque si va assottigliando nei giornali e si moltiplicano su Internet. Ma questa è un’altra storia, che è meglio non affrontare, almeno in questo contesto. Vero, Edoardo? Ha speso una vita nell’informazione, lo ha fatto da signore, obiettivo e competente. Da quel Premio nato in cucina è passato più di mezzo secolo e sicuramente lui ricorda la composizione della giuria (da Raffaele De Grada a Ugo Ronfani, dal pittore Migneco al pittore Filippo Alto, a Vincenzo Buonassisi, Paolo Mosca, che allora dirigeva “Play Boy”... Tempi passati, quando da Chechele andava il coreografo Don Lurio, re a Studio 1 e grandissimo ballerino con le sorelle Kessler. Ma anche questa è un’altra storia, da raccontare parlando di Wanda Osiris e di Anna Fougez, che tra l’altro era mia concittadina.
Raspelli al centro sulla copertina di un libro

Quanti ricordi fluiscono parlando di Edoardo Raspelli: mi invadono e mi fanno deviare, cosa non facile quando si racconta Raspelli e il suo “curriculum”, denso di fatti, circostanze, attività che si susseguono, si accavallano, s’intrecciano, si sciolgono, ma restano vivi nella mente degli appassionati. Raccogliere in poche pagine le imprese di Edoardo richiede una forza consistente. Lontanissimi sono gli anni in cui scriveva di nera e gli chiederei se qualche volta il suo pensiero va all’assalto di via Montenapoleone, ai marsigliesi, alle bande che assumevano nomi a seconda degli obiettivi che colpivano (la banda dei Tir, della dolce vita, del lunedì…); alla rapina di via Osoppo, finita in un libro sui “top crime”, anche perché realizzata in un lampo e con una tecnica allora sconosciuta; a Mario Nardone dalle indagini solitarie, al maresciallo di ferro Ferdinando Oscuri: tutto un mondo che lui da giovane cronista ha conosciuto.
Tanti ricordi, lo so, ma nessun rimpianto. Edoardo ha scritto un libro, collaborato con riviste e quotidiani importanti, ha narrato realtà ignorate: di stalle popolate da cavalli, mucche, capre, mungitori, allevatori; descritto territori a nord e a sud, coltivazioni… Insomma la campagna e ciò che ci fornisce. La campagna che è oggetto di sogni.


   

mercoledì 8 luglio 2026

Presidente Francesco Lenoci

IL PREMIO MENICHELLA SI E’ SVOLTO AL SENATO

 

  

Assegnato a tre nomi illustri, con la “Laudatio” di Mario Monti, già capo del Governo. Interventi di Lenoci e di Cinzia Greco, presidente della Fondazione Nuove Proposte Culturali

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Diffonde la cultura viaggiando: oggi è a Milano nel suo studio alla Terrazza Martini, in piazza Diaz, dominata dal bel monumento al Carabiniere, o è in Abruzzo o a Verona o nella sua splendida città natale, che è Martina Franca, per un evento o per stare con la sorella, Antonietta, che ha trascorso molti anni in cattedra, con il cognato Leo Pizzigallo e con le nipoti, facendo anche quattro passi per respirare l’aria pura ed contemplare la bellezza.
Piero Colaprico

Francesco Lenoci va ovunque lo invitino, per una conferenza o per la presentazione di un libro; o per testimoniare valori di ogni settore. E gli capita di incontrare una volta Antonio Luca Di Bella, già corrispondente da New York per la Rai, o Piero Colaprico, che ha concluso la sua carriera a “Repubblica” da capo della redazione milanese e ha assunto la direzione artistica dello storico Teatro Gerolamo.
Lenoci a Milano è stimatissimo, quando parla in un teatro o nella Sala Alessi del Comune o in un istituto di credito ha sempre un pubblico scelto e numeroso. L’ho ascoltato anche in paesi poco distanti dal capoluogo lombardo, a Merate, in una serata organizzata dal Rotary, dove, durante il suo discorso, captavo i commenti sottovoce di chi era seduto accanto al me (un imprenditore: “Quando ha il microfono questo docente universitario c‘è solo da imparare”). L’ho ascoltato mentre parlava di economia, con una semplicità da rendere accessibile la materia anche a chi ne aveva solo un’infarinatura o una visione buia. Il suo linguaggio è semplice e piacevole.
Alla celebrazione, molti anni fa, dei 700 anni di Martina, al Circolo della Stampa di Milano - presenti tantissimi martinesi, tra cui Franco Punzi e don Franco Semeraro - tenne un discorso toccante per una folla che debordava nelle altre stanze. Anche i meneghini furono coinvolti dal suo eloquio.
a sin. Lenoci, a dex. Rocca

Io lo seguo con grandissimo piacere, se trovo qualcuno disposto ad ospitarmi su un mezzo di trasporto, a dispetto delle gambe che non mi reggono più. L’anno scorso, nella masseria Pavone, ha illustrato un libro di un giornalista della Tivù di Padre Pio e un altro al Frantoio Rosso Ipogeo sulla strada per Locorotondo: tema una raccolta di immagini della Puglia di Enzo Rocca, già direttore generale del Credito Valtellinese. Qualche anno fa sono andato al Castello Aragonese di Taranto, dove si soffermò sulle foto di Taranto di un cacciatore di immagini tarantino che vive a Verona e un’altra volta sulle vedute di Matera dello stesso autore.
Tutte le volte sono stato seduto di fianco a Benvenuto Messia, il “mito”, il maestro della fotografia, l’attore simpatico e divertente, il poeta che recitava i suoi palpiti anche con il corpo, il ciclista gloria delle due ruote. Caro, Ben! Non posso chiamarti più per avere una foto (magari una di quelle sparse nel bellissimo libro di Carmela Maria Ricci, “La nevicata del ‘56”) o per chiederti notizie della Martina di una volta (eri uno scrigno).
Lo rivedo, Ben, in un video, mentre lo riprendono nelle vie di Martina, a raccontare gli anni lontani. Ben era grande amico di Francesco Lenoci, tutti e due frequentatori del circolo di Teresa Gentile a Palazzo Recupero, quando Francesco era nello splendore di quel tessuto urbano (oggi ci va da solo). Li rivedo quassù in piazza Duomo, mentre sorridono per la gioia di trovarsi in quel luogo ricco di storia e di avvenimenti. Si volevano bene.
Benvevuto Messìa e Francesco Lenoci
Ciao, Ben, ovunque tu stia correndo in sella alla tua bicicletta, sappi che ti vogliamo sempre bene. Se San Pietro ti dà un permesso-premio, mandaci qualcuno dei tuoi versi edificanti e ristoratori. Che ne dici, Francesco? Immagino la tua amarezza nel non vedere più Ben in prima fila, quando descrivi la personalità di un autore, a Martina, a Locorotondo, a Taranto, a Laterza, dove, recitando la sua poesia sul capocollo, Ben scatenò risate irrefrenabili, anche perché aveva improvvisato altri versi dedicandoli a un prete arrivato in ritardo.
A Laterza, Francesco Lenoci, nella stessa occasione, parlando dell’eccellenza del famoso pane appunto di quella città, fece una delle sue figure di oratore affascinante. C’era anche Giovanni Nardelli, di cui ascolto sempre volentieri “Un martinese a Torrecanne”, che in uno dei video che mi inviano ho apprezzato moltissimo. Ispira la città famosa nel mondo, la città del sole, della terra rossa, dei tratturi che tagliano le campagne, decantata da poeti, scrittori e pittori: da Carlo Castellaneta a Cesare Brandi, a Filippo Alto e da Alessandro Caroli, che in una telefonata fattami per annunciarmi l’uscita di un suo libro, mi accennò al suo paradiso con parole commoventi. Ma anche lo scenografo e regista Pierluigi Pizzi, durante un’intervista, mi confidò che a Martina camminava con il naso all’insù per osservare i balconi spanciati… Entusiasta di Martina era Mario Rossano, che faceva le cronache del Festival per Raitre. E lo stesso Lenoci, che quando accenna a Martina Franca ha un fremito sottile nella voce.
Arluno, Abbascià Lenoci

Della sua città sa migliaia di cose, anche di quella di una volta, fra l’altro popolata da mestieri che sono scomparsi (il fabbro che faceva le zappe sotto le scale della Lamia, il cestaio, il calzolaio con il deschetto, che lavorava nel centro storico, il calderaio, il maniscalco…).
Lenoci è figlio di un sarto: Martino, uomo silenzioso, buono e generoso, delizioso, simpatico, di una fede incrollabile. Un giorno stuzzicai Francesco a parlarmi di lui, e fra gli altri particolari mi riferì che quando Martino era sul punto di consegnare un abito, se mancavano i bottoni apriva l’armadio e utilizzava i suoi, per non perdere tempo ad andare in merceria. Non lo diceva ma era orgoglioso di quel figlio, coltissimo, stimato, amante del dialogo, riguardoso.
Dopo un discorso tenuto nella facoltà di Medicina Legale a Bari, per il ritorno mi affidò a suo amico, che aveva lo studio non so più dove; e questi, parlando del più e del meno, guidando aprì un vocabolario di lodi per Francesco: “Da lui ho imparato moltissimo. Abbiamo studiato entrambi a Siena”. Durante una conferenza nel salone di rappresentanza di una banca a Milano, una signora, rivolta confidenzialmente a un suo vicino, commentò: Quando il microfono ce l’ha Lenoci occorre bere ogni sua parola”. A Grottaglie, dove riesumò la storia di una ditta di ceramiche, c’erano tanti giovani, disciplinati e attenti. Ovunque ci siamo valori da far conoscere Lenoci va. Ho avuto l’occasione di cenare con lui nel ristorante di Rocco Colucci a Taranto di fianco al Palace Hotel, affacciato sul mare, e l’ho sentito conversare con competenza di sapori e di odori con il titolare, che è suo cugino. A L’Aquila ha parlato del noto ristorante “Le Tre Marie”.
Lenoci e il pane

Ha moltissimi amici ovunque, lo cercano quelli che hanno frequentato le scuole elementari con lui. E’ amante del bello, oltre che dei valori. E’ di questi maestri, ripeto, che parla nel suo girovagare per l’Italia: moda, arte, sacrari del cibo, economia... E’ tra l’altro appassionato di musica e non è mai stato assente, alle presentazioni al Piccolo Teatro di via Rovello a Milano, del Festival della Valle d’Itria, ormai noto ed elogiato in tutto il mondo; ed è stato sempre nelle prime file alle rappresentazioni nel cortile di Palazzo Ducale e in altri luoghi di Martina e dintorni. Ed è sempre preparato sul programma e sulle opere stesse.
E’ un uomo pieno di curiosità e di interessi. Un uomo sempre in movimento: se c’è da prendere un aereo, un treno, o da mettersi in auto, corre senza pensarci due volte. Ha un’energia inesauribile. E’ giornalista pubblicista, titolo acquisito anni fa, curando una rubrica di economia su un importante periodico finanziario. Ed è anche presidente del Premio Donato Menichella, che proprio nei giorni scorsi è stato assegnato a tre personalità: il professor Angelo Provaroli per gli studi socio-economici; alla Banca Agricola Popolare di Sicilia per la politica monetaria e creditizia; a Riccardo Cassetta per il mecenatismo culturale e imprenditoriale.
Elio Greco e Guido Le Noci

Mario Monti, già capo del Governo, ha tenuto la “Laudatio”, tra interventi del ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto; di Francesco Lenoci e Cinzia Greco, presidente della Fondazione Nuove Proposte Culturali, (fondata dal padre Elio, che bisogna sempre ricordare per le sue migliaia iniziative). “Lectio Magistralis” del professor Angelo Provaroli, rettore dell’Università Bocconi.
Mattinata emozionante, quella di Palazzo Madama, nella splendida Sala che ci ha ospitati, ha commentato poi Lenoci, già atteso all’Aquila per la presentazione di un libro scritto da lui e altri in inglese sul ristorante “Le Tre Marie”, uno dei luoghi più ricercati del Paese dai palati più esigenti e raffinati, famoso per la sua storia, la sua accoglienza, le sue prelibatezze, la finezza dei suoi interni, la sua eleganza. E adesso? Non so quando, ma atterrerà presto a Bari o Brindisi per trascorrere almeno un mese a Martina Franca, città dalle case biancolatte e dal centro storico che somiglia a una teatro con quinte e fondali illuminate dalle poetiche lanterne.

mercoledì 1 luglio 2026

Ricordare un grande uomo è un dovere

MICHELE ANNESE E LA CULTURA IN UNA CITTA’ CON VOGLIA DI CRESCERE

 

 


Michele Annese
Realizzò molte attività, organizzò dei corsi, fece
della biblioteca un luogo sacro, mandava i libri nei condominii, li faceva esporre nelle vetrine dei negozi, era l’anima dei lavori fatti da altri, valorizzò tutti quelli che lavoravano con lui, creò l’Università del Tempo Libero e del Sapere. 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Conobbi Michele Annese – direttore della biblioteca “Carlo Natale” di Crispiano e segretario generale della Comunità Montana – ai funerali di Vito Plantone a Noci, tanti anni fa.
Michele e Presicci

Conversammo un po’ sull’attività del grande poliziotto, fratello del segretario comunale della “città delle cento masserie”, Donato, e poi mi disse di andarlo a trovare, con la promessa di un regalo: un volume su quelle strutture rurali, fulcro del lavoro contadino. Ci andai, interessato anche ad osservare la montagna di documenti e libri che aveva raccolto su Eugenio Montale. Non era poca cosa in una cittadina di 13 mila abitanti, tenendo conto che nella vecchia casa della cultura c’erano anche collezioni di quotidiani e settimanali, che facevano gola agli studenti universitari che per le loro tesi di laurea avevano un bel po’ di materiale a disposizione.
Devo dire che fu per me una sorpresa: mai avrei immaginato una ricchezza così notevole di pubblicazioni preziose. Dopo qualche tempo ebbi bisogno di un testo di Giacinto Peluso e a Taranto non lo trovai. Mi venne in mente di tentare da Annese e lui pronto mi accontentò. Che cosa non faceva per la cultura. Un’altra volta passeggiavo con lui tra la folla accorsa alla Sagra del peperoncino piccante e gli dissi che avevo voglia di consultare un libro sulla Crispiano di una volta scritto dal parroco della chiesa di San Simone e nel giro di una ventina di minuti era già nelle mie mani, nonostante l’ora.
Michele e il notaio Aquaro a Milano

Non era uno che perdesse tempo o che facesse le cose alla carlona. Sembrava nato con un volume in mano. Seppi dai suoi collaboratori che aveva fatto più lui per la crescita culturale del suo paese che dieci direttori messi insieme. Fra l’altro mandava libri nelle case, la gente li leggeva e li restituiva. Nessuno fece il furbo. Fece esporre libri nelle vetrine dei negozi e organizzò incontri tra gli autori e i concittadini.
Io assistetti al racconto di Alberto Bevilacqua, che mi piacque molto per la sua schiettezza. Michele partecipava alle attività delle masserie e mi coinvolgeva, con inviti allargati alla famiglia e agli amici. Che serata quella dedicata al volume “La Puglia il tuo cuore” di Giuseppe Giacovazzo, durante la quale il direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno” parlò anche delle campagne elettorali di Aldo Moro e dell’irritazione di Padre Pio verso i fotografi che a volte non rispettavano gli accordi. C’era sempre da imparare in quelle occasioni. Mi attirò la manifestazione sui vecchi mestieri e sui giochi di un tempo, compreso l’albero della cuccagna, dove comparvero due uomini in veste di briganti con i fucili a tracolla e un artista che realizzava i don Chisciotte con il fil di ferro.
Michele acquista i fegatini

Grazie a lui fui tra il pubblico del carnevale estivo o del fegatino con carri allegorici di apprezzabile fattura. Non mancavo ai presepi viventi in biblioteca nelle grotte basiliane – idea di Egidio Ippoliti, presidente della Pro Loco; e a quelli eseguiti dagli “Amici da sempre” con biscotti scaduti. Dietro ogni iniziativa c’era lui. In biblioteca moltiplicava corsi di ogni tipo, anche quello per uffici stampa. Era sempre impegnato nell’opera di contribuire a far crescere i concittadini che lo seguivano sempre più numerosi (giovani, anziani, uomini, donne). La biblioteca con lui era un tempio. Apprezzavo questo dinamismo per stimolare fra i crispianesi la passione per la lettura. L’ultima volta lo intercettai alla commemorazione di Elio Greco, padre di Nuove Proposte culturali, a Palazzo Ducale a Martina Franca. Una testimonianza breve e corposa.
Il libro di Giampaolo
A Crispiano era stimato da tutti. E quando la biblioteca ebbe dei sussulti fino alla chiusura, Michele non si perse d’animo. Aprì l’Università del tempo libero e del sapere, diretta dal Silvia Laddomada, la moglie. Lì, ancora oggi, anche se Michele non c’è’ più, si tengono conferenze su Dante, Petrarca, i maestri della pittura, da Raffaello a Masaccio, dal Caravaggio a Picasso. E il salone è sempre affollato. A tenere il microfono, oltre alla stessa Laddomada, già professoressa d’italiano, lo scultore Antonio Santoro, studioso dell’arte e eminente scultore e altri. Ogni tanto ad appassionare il pubblico c'e' anche Vito Santoro, che, accompagnandosi con la fisarmonica, rispolvera tradizioni e accenna alla sua idea di ripristinare la serenata.
Lo spirito di Michele alita tra i presenti, che lo ricordano con amore e nostalgia. A gestire l’apparato tecnico è un altro Annese, figlio di Michele, Gabriele, consigliere comunale con delega allo sport. E c’è un altro Annese, che interviene da Modena, Gianpaolo, valente giornalista del “Resto del Carlino”, di cui propongo un libro, intervista al padre nei penultimi giorni di vita: “E adesso dimmi chi è il chiodo”, dove si avverte la bravura dell’intervistatore e il coraggio dell’intervistato.
Per Michele il lavoro era sacro e lo venerò per tutta la vita. Pubblicista, già corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno”, scrisse fra gli altri un poderoso libro sul percorso della biblioteca, edito da Schena. Un libro interessante, fatto anche di ritagli di giornali, fotografie, commenti, documenti, testimonianze… Quando fu presentato questo suo libro da Martina Franca arrivò anche l’ex sindaco e presidente del Festival della Valle d’itria Franco Punzi, deceduto un paio di anni or sono.
Michele riuscì a portare a Crispiano Luciano Violante, ex presidente della Camera e tante altre personalità. Era sempre in movimento. Quando fece il gemellaggio della Comunità Montana con la Grecia montò una grande festa alla masseria Le Monache, in un grande salone che era stato la stalla della struttura rurale, mentre la presentazione del libro di Giuseppe Giacovazzo, “Puglia il tuo cuore”, venne presentato in un altro luogo della civiltà contadina, la masseria Monti Del Duca, dove al termine scoprii Giacovazzo che gustava un fico allettante, fra gente che si succedeva per parlare con lui del libro.
Il volume di Michele Annese

Quante masserie ho conosciuto, grazie a lui! E ho seguito quasi tutte le manifestazioni svoltesi a Crispiano: processioni, concerti in piazza, conferenze sulla via principale … In quell’arteria un docente dell’università di Amsterdam parlò a un pubblico foltissimo, venuto anche dai paesi vicini, sugli scavi alla masseria Amastuola, di Peppino Montanaro, con Michele come al solito in ultima fila. Non amava essere alla ribalta: stava dietro le quinte, quando non gli toccava prendere la parola. Era ironico, poche parole, affabile, saggio. Andava spesso a Pavullo nel Frignano, dove un figlio giocava a calcio e ora fa l’allenatore nelle giovanili del Sassuolo; a Modena, dove l’altro figlio, Gianpaolo, galoppa per il quotidiano bolognese; a Milano, dove la figlia Marzia è stimata architetto. Sapeva valorizzare i collaboratori; il suo equipaggio in biblioteca era dinamico e competente e lui non perdeva occasione per elogiarlo. Aveva molti amici, non solo a Crispiano. Se non si fosse aperta la porta del tempio della cultura, lui avrebbe preso il treno per il Nord, avendo tanta voglia di fare e cercava il territorio che si prestasse allo scopo. Un giorno mi portò in giro per Crispiano, mostrandomi le grotte basiliane e informandomi sulla loro storia con dovizia di particolari, per esempio la farmacia che – si dice - avrebbe fatto parte del complesso; mi accennò ai nomi che campeggiavano sulle targhe stradali, dicendomi il motivo di quell’onore; mi accennò alle vicende di Crispiano, mi indicò la villa dove per quattro anni vissero Alda Merini e Michele Pierri…
Annese e Liuzzi con le lumache

E mi parlò del signor Liuzzi - non l’ex sindaco - che laureato in scienze politiche si era visto chiudere l’azienda in cui lavorava e senza perdersi d’animo prese in affitto un terreno e lo utilizzò per l’allevamento delle lumache. Poi gli allevamenti divennero 18; alla fine arrivò la siccità e lui dovette fare altro. Uomo d’ingegno, aveva organizzato una sagra di “monacelle” sul sagrato della chiesa della Madonna della Neve. Non so se gli abbiano dato una medaglia “honoris causa” o il titolo di cavaliere. Organizzò anche un convegno sull’allevamento di questi gasteropodi, invitando come relatori alcuni specialisti leccesi. Alla fine una coppa di lumache a testa per i convenuti (che gioia per il palato!). Ad incoraggiare le iniziative c’era Michele Annese, che aveva fatto della biblioteca una sorta di cabina di regia.
Quando se n’è andato – mi ha riferito Donato Basso, suo genero – la sua villa è stata tappa di una lunga processione, partecipata non solo dai concittadini e dalle autorità locali. Se n’era andato un uomo di spicco, un capocantiere geniale, un amico. 

mercoledì 24 giugno 2026

A Martina nascono le campane


I "DIN DON" DI BELLUCCI SUONANO NEL MONDO

 


Una piccola campana mostrata da Bellucci
Per la sua attività incontra personalità di ogni Paese e oggi va a Gerusalemme, domani in Canada'. È persona di fede, rispettosa, schietta. Ha ricevuto lo scapolare della chiesa del Carmine

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Il suono delle campane fa sognare, risveglia ricordi di un mondo ormai molto lontano, inietta serenità ed esultanza. Quando l’ascolto torno indietro di un’ottantina di anni fa, quando tiravo la fune che scuoteva il battaglio, alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, allora con il portale in via Giovan Giovine. Lì vedevo i grandi giocare a ping-pong o a dama.
L'insegna della Bellucci

Erano i tempi di don Musto, un parroco battagliero e prestigioso, che sapeva imporsi senza impancarsi. Erano anche i tempi dei comitati civici, che nel periodo delle elezioni parlavano e sparlavano dalle case private, con gli altoparlanti sul balcone per diffondere racconti ironici e spesso mordaci contro gli avversari. Erano sulla stessa lunghezza d’onda di don Camillo, il simpatico personaggio che, grazie alla penna di Giovannino Guareschi, era sempre in guerra con Peppone, sostenuto da gran parte del popolo della Camera del Lavoro. Altra aria. Ma quei rintocchi li ho ancora nelle orecchie; e quando in montagna aspetto con ansia quei “din don”, m’invadono pace e ristoro spirituale. Le campane sono portatrici di gaudio.
Per questo fui felice il giorno in cui andai a trovare Giuseppe Bellucci, a Martina Franca, che le campane le fabbrica e le spedisce in tutto il mondo. Sulla strada per Laino, sulle colline del Comasco, che fino a un certo punto offrono la vista del lago manzoniano, si susseguono tanti campanili, qualcuno sulla cima di un monte; e penso a Bellucci, uomo intelligente, generoso e ricco di slanci di umanità. Lo ammirai subito, anche perché il suo lavoro è di una bellezza inaudita. Intervistandolo, sovente volgevo lo sguardo alle sagome di ogni grandezza e armonicamente modellate, sparse negli angoli e mi sentivo edificato. Ci vuole arte, sentimento, passione per realizzare questi strumenti musicali. E secondo me anche tanta fede.
Bellucci e Lenoci

Quanta ne ha Giuseppe, che tra l’altro ha lo scapolare della Chiesa del Carmine della Valle d’Itria, come il docente universitario Francesco Lenoci, che lo ammira e lo stima moltissimo. Mi ha detto: “Lo sai che il campanile con l’orologio di Noci lo ha restaurato lui? E’ un fenomeno. L’opera porta il suo nome. Ti mando la foto”. Ora l’immagine è sulla mia scrivania, incorniciata.
Fondatore della “Bellucci Echi e luci” (c’è poesia, nell’insegna), proprio in questi giorni ha ricevuto nella città dei trulli e del belcanto l’importante riconoscimento del Lions Club” Martina Franca Host, massima onorificenza lyonistica “Melvin Jones Fellow”. La cerimonia si è svolta nella sala consiliare di Palazzo Ducale, presenti sindaco, assessori, impiegati, autorità civili e militari e un pubblico che debordava nell’anticamera.
Giuseppe, nel corso della sua brillante attività, di premi ne ha avuti tanti. Non solo per le campane che gli vengono richieste dai Paesi più remoti, dove lui va personalmente per l’installazione di queste sue opere monumentali, ma anche per la sua esperienza di orologi da torre e d’illuminazione artistica sacra. Una storia, la sua, brillante, luminosa; quasi una favola, una leggenda, una trama di zelo. Non sta mai fermo, viaggia da un capo all’altro del pianeta, anche per la messa in opera delle sue campane, come ricorda Luciana Convertino, ottima giornalista affascinata anche lei dai rintocchi di queste cupole capovolte. Nel corso della serata che ha celebrato Bellucci, più voci hanno ripercorso il suo impegno umano e professionale, sorretto da una religiosità fondata sull’amore per le cose e le persone.
L'orologio sulla torre di Noci

Bellucci aveva iniziato con l’impiantistica elettrica e negli anni “ha sviluppato – aggiunge Luciana - una specializzazione che lo ha portato a realizzare interventi di rilievo anche oltreconfine”, tra cui quelli di illuminazione artistica a Gerusalemme con la collaborazione di padre Michele Piccirillo “e con le realtà francescane della Terra Santa”. Nella conversazione con Lucina Convertino, che ha illuminato vari aspetti della personalità dell’artista, Bellucci ha detto che “ogni campana è un pezzo unico”, come un capolavoro – aggiungo - di Matisse o di Manet o di Guttuso.
Le campane danno sollievo. A volte sembrano piangere o fanno piangere, come nei funerali; e anche nelle composizioni di qualche poeta. A Laino risuonano nella valle e rompono il silenzio, con il loro ritmo cadenzato. Il loro suono è segno di rinascita e diffondono la voce, il richiamo della chiesa, l’invito alla preghiera.
Nello studio di Giuseppe Bellucci, in anticamera, mi sentii come in un sacrario, e parlavo sottovoce come lui, che con la sua parola calibrata alimentava il sogno. Che orgoglio per i martinesi avere in casa loro il luogo in cui nascono le campane. Quell’orgoglio lo provai anch’io, che sono nato a Taranto e ho una lunghissima frequentazione di Martina.
Particolare della torre di Noci

Nelle città purtroppo quel suono è sopraffatto dai rumori: i clacson, lo scoppiettare delle marmitte delle moto, le sirene delle ambulanze e della polizia, lo sferragliare dei tram... Per ascoltare le “mie” campane devo andare alla vicina chiesa di piazza Belloveso, a poca distanza dall’ospedale di Niguarda, dove niente e nessuno impedisce l’ascolto. A Martina Franca il suono delle campane proviene da ogni dove, anche dai tempietti di campagna: quattro muri e una statua e il prete con la pianeta poche volte la settimana. Ogni chiesa rurale ha il suo piccolo campanile, con il pendolo che batte per comunicare che il celebrante e il chierichetto stanno quasi ai piedi dell’altare. E allora si svuotano i trulli. La campana è bella anche nella forma. Chi le fa ha le mani magiche. Non è un artigiano, ma un artista.
Risento i versi di Giovanni Pascoli: “Odi, sorella come note al core/ quelle nel vespro di tinnule campane/ empiono l’aria quasi di sonore grida lontane…”. E le frasi del romanzo breve di Charles Dichens e “Le campane” di Edgar Alan Poe. Ho letto e riletto questi palpiti quando mi pervadeva la malinconia E’ dolce il suono delle campane. Fu don Musto, quando avevo una quindicina d’anni, ad insegnarmi come tirare la fune per provocare una melodia. Ci provò don Cipolletta e quasi fu risucchiato verso l’alto per la sua figura minuta.
Anni fa ascoltai le campane di Notre Dame. Spesso mi hanno incantato quelle del Duomo di Milano. A Martina Franca mi faccio pellegrino e dove vedo una campana faccio scattare l’obiettivo fotografico per averne il ricordo. Sul Chiancaro ho riscoperto la chiesetta in cui celebrava quando poteva mio zio Martino Calianno, canonico penitenziere alla Basilica di San Martino.
Quanti ricordi scorrono al pensiero della serata dedicata al Palazzo Ducale di Martina Franca a Giuseppe Pino Bellucci. Una serata meritata, anzi di più, perché questo martinese prestigioso, esemplare ha tra l’altro portato il nome della sua città nel mondo. A Gerusalemme è di casa. La serata ha glorificato il talento, la laboriosità, l’infaticabilità, la passione di un costruttore d’arte. Opere d’arte, ripeto, sono le campane.
Bellucci e una sua campana

Sarei curioso di chiedere a Pino le sue aspirazioni giovanili. Immagino la risposta. Che cosa può rispondere chi fabbrica queste preziose cuspidi di trullo rivoltate? Mi fece tristezza vedere crollare la campana in piazza in un film di don. Camillo e Peppone. Era una finzione cinematografica architettata per rimarcare la rivalità fra i due protagonisti, ma rimasi amareggiato ugualmente. La campana è sacra e vederla franare con quel gran botto, ai miei occhi di ragazzo non fu una bella scena.
Conoscere Giuseppe Pino Bellucci è un onore e un piacere. Agostino Quero, direttore di “Noi Notizie” e allora anche titolare di un notevole incarico a Telenorba, lo invitò subito in trasmissione, a Conversano, dove l’artista tra l’altro spiegò come si forma una campana e come provando e riprovando le si dà il suono giusto. La trasmissione fu molto seguita, perché l’argomento non era di quelli più comuni.
Martina Franca, con il riconoscimento a Bellucci, ha dimostrato di essere molto attenta ai valori che ha in casa. Fra i trulli non vale il detto secondo il quale “nemo propheta in patria”. Una tradizione – dice Luciana Convertino – che unisce artigianato, fede e improvvisazione tecnologica, diventando negli anni motivo di grande soddisfazione per l’intera comunità martinese”, deve essere valorizzata e festeggiata.
Quante pagine scritte sulle campane! Le campane ispirano i maestri della penna e della tavolozza, L’editore Nicola Partipilo, un barese innestato nel tessuto di Milano, anni fa mi chiese di scrivere per lui un libro sui campanili. Feci molte foto, presi appunti, intervistai sacerdoti e sacrestani. ma poi l’idea naufragò per colpa mia e l’editore si dedicò al libro sui castelli. Oggi mi pento di quella rinuncia.
Bellucci a una conferenza

Chiedo: “Quanto pesa una campana?”. Tanto, tantissimo. Esistono campane che possono pesare anche 25 tonnellate. Suonano in alcune città del Giappone. E di che materiale è fatta, una campana? “Di bronzo e stagno in quantità diverse”. La prima campana probabilmente è stata fatta in Cina circa 1000 anni prima di Cristo. Insomma, queste coppe a testa in giù, queste campanule, queste calle, questi calici sono monumenti che hanno una storia davvero lunga. In alcune foto fornitemi dallo stesso Giuseppe Pino Bellucci compare il vescovo che benedice le sue campane, uso anche questo antico. Su alcuni campanili i pendoli che battono sulle pareti interne di più campane per produrre il suono possono sostituire un’orchestra. “Din don” è l’ora di pranzo. Il segnale arriva da Ramponio, la montagna di fronte a noi, ed è una delizia, che scatena il grido rauco dell’asinello, il quadrupede che adoro, soprattutto quando con il suo fiato scalda Gesù Bambino nella grotta di Betlemme.

mercoledì 17 giugno 2026

Segreto su una mostra personale

ANTONIO MELLONE, ARTISTA CHE NON FACEVA SORRIDERE I QUADRI

 



Antonio Mellone
Il critico Filippo Abbiati diceva che il pittore passava lunghi periodi sulla Costa Azzurra per alimentare la sua arte

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
 
Di Antonio Mellone ho tanti ricordi. Lavorava come giornalista grafico al “Giorno”, quindi ci incontravamo spesso. Se non lo incrociavo in corridoio, andavo a salutarlo nella stanza in cui disegnava i personaggi o le mappe o teatri di cronaca “nera” con il talento che esprimeva anche nelle sue opere pittoriche, che brillavano in mostre oggi in questa, domani in quella città, riscuotendo consensi di critica e di pubblico.
Mellone

Di lui scrissero positivamente critici d’arte severi; e lui continuava a svolgere il suo lavoro con umiltà. Era alla mano, serio, colto, intelligente, sincero, valori che si vanno estinguendo in questo mondo capovolto.
Antonio mi onorava della sua amicizia. E quando un giorno il direttore seppe che stavo correndo sul luogo di una rapina sanguinosa mi disse di chiamare Mellone e non un fotografo. Fui felice, anche perché sapevo che avrebbe realizzato scene icastiche. Il colpo era stato fatto a un tiro di fionda dal giornale e ricordo Antonio attentissimo al racconto degli impiegati ancora scossi per le armi spianate e i passamontagna sulle facce dei malacarne. L’abilità della sua matita faceva vivere al lettore il momento drammatico della “dura” (rapina con durezza) e ricevetti lettere di plauso per l’artista (che purtroppo non c’è più).
Più volte corremmo insieme su episodi di cronaca nera e le sue immagini erano sempre efficaci e davano l’impressione di essere, quasi in movimento. Un giorno mi disse che quella esperienza mi dava ragione quando affermavo che la “nera” affascinava. Ne vedevamo di tutti i colori: regolamenti di conti in trattorie di periferia, sulle strade, nelle piazze, in case private. Conversai anche con il cosiddetto “solista del mitra”, attributo inventato da un capocronista, che amava i giornalisti che battevano i marciapiedi. Campeggia nel mio studio, bene incorniciata, mezza pagina del “Giorno” con un fumetto, firmato Antonio Mellone, al tempo in cui feci un’inchiesta che durò 19 puntate. Non mi riconosce solo chi non vuole.
le ricostruzioni di nera di Mellone

Il mio era un amore ben riposto, quello per la nera, nonostante allora i cani da tartufo faticassero a catturare una notizia, tra freddo e sole cocente. Attendevano per ore dietro una porta, marciavano mangiando panini e polvere, passavano nottate in attesa della fine di un interrogatorio... Ne parlavo con Antonio, e solo con lui, e avvertivo che la sua considerazione per questo lavoro cresceva; e che se gli avessi chiesto di alzarsi una notte alle 2 per raggiungere il teatro di un regolamento di conti non se lo sarebbe fatto chiedere due volte. Sarebbe stato un bravo cronista, ma faceva l’artista. E con grande valore.
Era interessante per lui entrare in un istituto di credito non per un’operazione di cassa, ma per osservare i luoghi e le persone che avevano ancora terrore. Mellone, che di solito realizzava volti, magari caricaturati benevolmente e con sapienza e cuore, vere opere d’arte, o carte geografiche per localizzare un evento internazionale clamoroso o una calamità naturale, affrontava volentieri quella che per lui era una novità. A me piaceva vedere un artista del suo livello sul luogo di un assalto in banca.
Mellone a una mostra

Io avevo fatto come si dice il callo. Ogni tanto mi veniva in mente la rapina rimasta nella storia della nera nell’agenzia del Banco di Napoli di largo Zanzodai, il 25 settembre del 1967, quando per aprirsi una via di fuga i banditi scatenarono un mezzogiorno di fuoco per le vie della città, seminando morti e feriti. Il “Giorno” volle ricordarla 10 anni dopo e andai sul luogo con Antonio. Gli addetti erano stati trasferiti in un’altra sede e li raggiungemmo, facendoci ricostruire la scena. Mostravano ancora ansia nel rievocare i fatti.
Passarono gli anni. Io continuai a interrompere il sonno allo squillo del telefono, poi andai in pensione. Antonio mi chiamò a Martina Franca. Io poi perdetti il suo numero e chi me lo poteva dare me lo negò. Parlavo spesso di lui, che faceva mostre in Toscana e altrove, teneva conferenze sull’arte, ovunque apprezzato. Si fermò a Firenze, la città degli Uffizi e del Museo Zeffirelli.
Poco prima della conclusione dell’anno, mi è arrivata la frecciata al cuore: Antonio Mellone era scomparso. L’angosciante notizia l’ho appresa da “Il mio Giorno” su Facebook, in un toccante scritto di Leonardo della Maga. Antonio, gentiluomo di vecchio stampo, aveva deposto per sempre pennelli e tavolozza. Si sa che quando una persona cara se ne va, si porta appresso una parte di noi. Adesso restano i ricordi, e questi sono lame roventi. A tantissimi giorni dalla sua morte ho voglia di ricordare l’uomo, il professionista, l’artista, i dialoghi avuti con lui nei momenti di riposo con una fuga al caffè del primo piano del Palazzo dell’Informazione, dove s’incontravano non soltanto i giornalisti, i tipografi e gli impiegati del quotidiano che, nato in via Settala, via in cui all’epoca, di fronte, usciva “La Gazzetta del Sport”, aveva cambiato altre due sedi, in via Fava e in piazza Cavour; e direttori, da Gaetano Baldacci a Enzo Catania.
Mellone e il fotografo Mantegazza

Antonio Mellone era nato a Maglie, l’oasi dalle virtù gentilizie e delle accademie culturali (aveva dato i natali anche ad Aldo Moro), ma aveva casa a Parma, una gemma, una delle città più interessanti dell’Emilia- Romagna e poi a Firenze. Antonio era uno dei meridionali che avevano fatto una strada luminosa nella metropoli lombarda, difficile ma accogliente verso chi ha voglia d’impegnarsi e le doti necessarie. Antonio amava il suo nido, ma non ne parlava quasi mai. Era discreto, sincero, buono. E non accennava mai alla sua attività di artista della tavolozza. Eppure di lui s’interessavano le persone più competenti, mettendo in risalto la sua genialità. Un giorno, al tempo in cui frequentavo l’Associazione regionale pugliesi, in via Pietro Calvi (oggi è altrove), allora presieduta dall’imprenditore della frutta Dino Abbascià e oggi dal generale Camillo De Milato, vidi appesi alle pareti delle opere di Antonio, una più bella dell’altra. E notai un signore seduto di fronte che le ammirava. “Vorrei conoscerlo, questo talento”, disse. “Giuseppe Selvaggi, che qui è l’addetto culturale, può soddisfare la sua curiosità”.
Antonio Mellone era, ripeto, generoso. Mi fece un ritratto che mette in evidenza il mio carattere; poi un altro che sintetizza il mio lavoro di nerista vestito con un cappotto che mi arriva quasi ai piedi e una Volante a poca distanza. Con due poliziotti fuori dell’auto. Sono orgoglioso di averlo ispirato.
Uomo esemplare, amava la disciplina, il rispetto per il prossimo. E il suo comportamento da gran signore era molto apprezzato. Un collega, pugliese anche lui, quando lo incontrava nel lungo corridoio, che correva dall’ufficio del direttore fino all’uscita secondaria, che portava al parcheggio, gli posava una mano sulla spalla e diceva: “Viva la Puglia”.
Mellone parla a un'esposizione

Lui non rispondeva, ma immaginavo che gli desse fastidio. Si teneva lontano dalle parole inutili e dalla retorica. Pur amando le sue radici, il paese, nel Leccese, noto per l’arte del merletto. Come me, lavorava volentieri al “Giorno”, dove il clima negli anni di via Fava e di piazza Cavour era stimolante.
Suo amico era anche Piero Lotito, giornalista e scrittore di ottime qualità; Anche Lotito ama disegnare (i cavalli e le facce soprattutto): molti suoi lavori prendono a modello i nostri colleghi. Di me fece una grossa mela, ispirata dalla pancia che allora avevo molto prominente. Una sera al teatro Parenti si trovò seduto dietro a Eduardo De Filippo e ritrasse la nuca di quel gigante del teatro. “Con Antonio ci vedevamo anche fuori”, commenta Lotito, ricordando una mostra fotografica collettiva, alla quale Antonio aveva partecipato con un’opera contro la violenza sulle donne. “Era un uomo sensibile, oltre che colto e intelligente - scriveva Piero in occasione dell’esposizione del 2022 allo Spazio Labò in viale Zara – L’opera rappresenta l’universo femminile parlando di… uomini. Uomini speciali, però, che si dedicano al benessere delle donne anche compromettendo la loro vita privata. Uomini positivi insomma, che attraversano l’esistenza in armonia e amicizia con l’altro sesso. Con i suoi pennelli e le sue matite Antonio raccontava le più movimentate stagioni di cronaca milanese e internazionale. Per dirla all’inglese, Mellone è stato ‘art director’ del nostro quotidiano negli anni 80-90, quando coglieva la realtà dei fatti e intanto in una vita parallela dipingeva, faceva mostre e vinceva premi. Sempre,interpretando l’infinito mondo femminile.
Mellone tra i suoi quadri

Aveva appena 7-8 anni quando fu portato al Teatro Sistina a Roma per assistere alla ‘Madama Butterfly’. E sul finale gridò ‘Non morire’, scambiando per verità la finzione scenica della morte del soprano. Già allora, ancora bambino partecipava al dolore delle donne oggi sacrificate a un maschilismo atroce”.
Antonio: “Le donne dei miei quadri non sorridono mai”. Filippo Abbiati, critico di “Panorama” e del “Giorno”, durante una mostra di Mellone del 1992 al Museo di Milano, in via Sant’ Andrea, scrisse un lungo articolo, in cui tra l’altro diceva che passa lunghi periodi ogni anno alla luce estiva del Sud della Francia tra Provenza e Costa Azzurra…”, dove si alimentava la sua arte.
Giovanni Antonio Mellone non verrà dimenticato, lascia tracce significative delle sue virtù da tutti riconosciute. Da aggiungere la sacralità dell’amicizia. Era un modello. Un ”trombettiere” mi sussurra che qualcuno sta pensando di allestire una mostra di suoi quadri. Aspettiamo.

mercoledì 10 giugno 2026

Una bella storia in un libro Celip

IL PRIMO TRAM A MILANO ERA TRAINATO DA CAVALLI

 

 

Tram verso via Manzoni
Tanti specialisti messi insieme per raccontare questo mezzo che a Milano è una leggenda e fa parte della famiglia. Molti anni fa alcuni volevano eliminarlo ma altri risposero che Milano senza i tram non sarebbe stata più Milano.

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI


(Le foto sono di Marco Partipilo, tratte dal libro ''Milano in tram'')
 
Tram verso via Torino
Il tram è una finestra sulla città. Viaggiando seduti comodamente vicino al finestrino, si possono osservare strade, piazze, monumenti, giardini, edifici…. Una gita alla scoperta del luogo in cui si vive. E’ bello e interessante andare in tram senz’alcuna destinazione, ma soltanto per ammirare novità e curiosità. Che non è poco. Il viaggiatore si siede, guarda, ammira, si sorprende. Il tram corre sferragliando, si ferma per far salire o scendere la gente, e il “turista” vede campeggiare, enorme, un’opera d’arte che fa ancora discutere, come l’ago e il filo innalzati davanti alla stazione ferroviaria delle Nord; oppure sfiora viale con alberi come giganti o ci gira intorno; contempla opere possenti come quelle di Cascella, in piazza della Repubblica, o di Giò Pomodoro.
E il viaggiatore è sempre con gli occhi attenti per non farsi sfuggire le meraviglie, i capolavori. Il tram continua la sua corsa, facendo un po’ rumore, perché magari ha sulle spalle molti anni e ha ancora energia da consumare. Tra una fermata e l’altra, se ne incrocia un altro, uno antico rimesso a nuovo, con una pubblicità sulla fronte in alto, è inondato dalla nostalgia. C’è chi il tram lo ha preso infinite volte proprio per entrare dentro Milano.
Ci fu il tempo del bigliettaio che come Aldo Fabrizi in un film, quando il mezzo era più o meno affollato, esortava: “Avanti c’è posto”; “Signori, avanti”, perché i passeggeri non ingolfassero lo spazio attorno alla sua postazione.
Tram e bici

Poi il bigliettaio lo misero a fare altro, magari a guidare un carro-attrezzi, e sul mezzo bisognava salire con il biglietto già in tasca; e chi dimenticava di passare prima dal botteghino doveva vedersela, come oggi, con i controllori, che adesso sono in tre e salgono contemporaneamente ciascuno da un’entrata diversa, per evitare le fughe dei cosiddetti portoghesi.
E’ dunque una gioia andare in tram, soprattutto se il percorso è lungo e si ha desiderio di andare da un capolinea all’altro o dal centro in periferia. Mi piace sempre andare in tram, soprattutto se devo salire gli scalini di uno colorato di verde, che dicono ecologico. Come dal Giambellino a via Torino e oltre, quasi a Corsico, dove il conducente dice: “Deve scendere, signore”. “No, perché? Siamo al capolinea”. “Bene, aspetto che lei rimetta in moto il tram per tornare indietro”.
Sul tram sono fiorite tante storie. Qualcuno ricorda “el pret de Ratanà”, veggente, guaritore con erbe selvatiche, carattere un po’ brusco ma molto amato dai fedeli, scomparso nel 1941 e sepolto al Cimitero Monumentale? Certo che lo ricorda. Sono molti quelli che gli portano i fiori al cimitero e curano la sua tomba. Bene. Un giorno il sacerdote andava “lento pede” verso la fermata del “4”; da qualche minuto era passato l’orario di partenza e il conducente aspettava don Gervasini, che anzichè accelerare l’andatura la rallentava. Per dispetto o per divertimento. Allora il manovratore mise in moto e il tram dopo qualche secondo si fermò, come obbedendo ad un comando invisibile. Si mosse quando “el pret de Ratana si era accomodato, esclamando: “Possiamo andare”. Non tutti credono a questo episodio; figuriamoci se avessero ascoltato Febo Conti quando mi raccontò una sotiria da favola: un signore di contrada che ne voleva comprare uno e alla fermata di via Foppa incontrò un tizio che glielo vendette.
Tram che s'incrociano

Si scoprì la truffa quando la vittima espose i fatti al conduttore televisivo (recitava anche nei panni di Ridolini), allora sottufficiale di sicurezza – così si chiamava allora la polizia - addetto proprio agli scartiloffi, nome in gergo di mala. E’ una storia di quasi un secolo fa.
A tutto questo ho pensato sfogliando per la seconda volta, con grande soddisfazione, il libro della Celip “Milano in tram”, ricco di testi di autentici specialisti e di foto, tra cui alcune scattate da un giovane talentuoso: Marco Partipilo, figlio di Nicola, l’ex libraio di viale Tunisia e editore di straordinari libri su Milano. Anche il padre per anni andò in giro per Milano, ma in bicicletta per portare i libri a domicilio. Erano i giorni in cui faceva il commesso. Anche Marco porta i libri a destinazione, ma in auto e con il telefonino in mano. E quando gli passa davanti un tram si ferma e scatta, non lasciandosi scappare l’occasione di riprendere quelli, come dire?, più vecchi.
Il libro rende omaggio al tram. E’ arioso, splendido, capace di colpire subito l’attenzione. Il professor Francesco Ogliari, un centinaio di volumi sui trasporti ancora oggi consultati; già presidente del Museo della Scienza e della Tecnica, fondatore del museo del treno, lo avrebbe messo in mostra nel suo studio.
Marco Partipilo, il fotografo

Le foto di Marco Partipilo sono bellissime, colte nella luce giusta, nel punto giusto, da punti di vista giusti. Foto che impreziosiscono il volume. Ammirevole quella del tram che corre in via Manzoni, passando davanti all’Hotel et de Milan, dove trascorse gli ultimi momenti di vita Giuseppe Verdi. Altrettanto bella quella del tram che ne incrocia un altro in piazza Cavour.
Il libro ”Milano in tram-alla scoperta della Città” è presentato da Ferruccio De Bortoli, già direttore del “Corriere della Sera” e del ”Sole 24Ore”: “Il nostro tram dei desideri… semplicemente non ha binari. Va dove vogliamo. Impiega questa metafora anche Roberto Vecchioni, ripreso su un vecchio “1” in piazza Castello. Per il malinconico Enzo Jannacci “l’avvenire è un buco nero in fondo a un tram”. E per il bolognese Lucio Dalla -aggiunge De Bortoli- che celebrò anche Milano, se tutto sembra ordinato e si può coltivare la speranza è solo perché camminano i tram”. Per De Bortoli il tram fa parte della famiglia. “Sapere che c’è rassicura anche chi non lo prende. Ci sentiremmo orfani…
Tram davanti al Castello

Questo libro ci porta a scoprire la storia del tram. Se non ci fossero i tram non sarebbe Milano (sempre De Bortoli). Eppure negli anni ‘60 e anche prima esplose una polemica da parte chi li voleva eliminare. E in una serata, presente l’assessore Crespi, dal pubblico risposero che Milano senza il tram non sarebbe più Milano”. Come dice Gloria Ghezzi in una seconda presentazione il tram è il simbolo di Milano ”. L’icona. Ci fu un tempo in cui anche le donne si mettevano alla guida dei tram. Una vecchia foto ne immortala quattro o cinque durante la prima guerra mondiale. Poi arrivò la Vespa ed ecco chi in sella cerca di sorpassare un tram con il ballatoio zeppo di passeggeri curiosi ed entusiasti. E poi ecco un deposito con tutti quei binari che s’incrociano, si biforcano , si allineano. Un’altra foto presenta una giovanissima e bella Carla Fracci e il padre che sbircia dalla cabina di comando. Peccato che tra gli autori non ci siano Empio Malara, Guido Lopez. Guido Vergani, Carlo Castellaneta e tra i fotografi Mario De Biasi, tutti scomparsi.
Ne ho presi di tram per andare da via Lorenteggio a via Lunigiana e poi a piedi verso via Fava, per raggiungere il palazzo de “Il Giorno”, dove lavoravo. Durante questo percorso costeggiavo il canale Martesana, che allora fluiva gorgogliando all’aperto lungo tutta via Melchiorre Gioia.
Tram e grattacieli

Adesso è sotterrato, da dove tocca la famosa Cassina de’ Pomm, che ricorda brindisi storici e passeggiate fuoriporta. Una signora anziana originaria di Brindisi, ma mai rimodellata milanese, che viveva da sola appena fuori la cascina, un giorno mi raccontò una storia di fantasmi svoltasi secoli fa proprio dove il canale s’immerge. E io: “Non si dice che a Milano gli ectoplasmi non abbiano diritto di cittadinanza?”. Non è vero, i fantasmi qui si sollazzano ancora. Osservai la Martesana, che comincia a indossare il cappotto all’altezza della cascina e scorre sottotraccia, senza neppure sentire il peso e il fracasso del traffico.
Il mio amico Luigi Bazzani, scomparso da poco, dopo aver guidato il tram, passò ai comandi del metrò. Gli chiesi, in un’intervista, come fossero le sue giornale in galleria e mi rispose che non c’era lavoro migliore. Per lui il treno e il tram erano straordinari. In un lampo il mezzo sotterraneo ti fa percorrere tutta la città. Non posso regalargli questo libro, come non posso più gridargli “ciao” sul ballatoio. Diceva che il tram era una leggenda, il biglietto da visita della città. Era un saggio.