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mercoledì 9 settembre 2026

Il ricordo di Nino Palumbo

SCRITTORE DI TRANI TRASMIGRO’ A MILANO

 

 


Nino Palumbo
Autore di “Pane Verde”, del “Serpente malioso” e non solo, si laureò con sacrifici e poi si trasferì in Liguria. Ma nella terra del Porta tornava quando ne sentiva il desiderio.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 

Era conosciuto più all’estero che nella sua città natale. In Cile, in Germania, in Olanda leggevano “Pane verde” di Nino Palumbo, e meno a Trani. Accade spesso che il detto “nemo profeta in patria” si avveri. Lo conobbi grazie al grande pittore Filippo Alto, che della sua terra, Bari, e anche dei dintorni e non solo sapeva tutto, di molti era anche amico.
Azzella, Palumbo, il sindaco di Trani, Lezoche

Qualche tempo dopo me lo presentò a Milano il commercialista Giacomo Lezoche, che raccoglieva libri, documenti, lettere, opuscoli, tutto ciò che riguardava gli autori pugliesi. Un giorno d’estate mi invitò a pranzo a Trani nella sua bella e luminosa casa delle vacanze, il cui terrazzo si affacciava sul porto; e mi mostrò il suo archivio, ricco di preziosità. Aveva un altro ospite, un amico comune, il baritono della Scala Giuseppe Zecchillo, che si mostrava molto interessato a quelle carte: aveva lontane origini pugliesi e, pur vivendo a Milano con studio in via Fiori Chiari, a Brera, non dimenticava le sue radici.
A Trani Peppino visitò le chiese, parlò con la gente, aspettò le barche per vedere scaricare il pesce e passò un po’ di tempo nella sala in cui era in corso una mostra del pittore lombardo Ventura. E chiese anche lui a Lezoche notizie di Nino Palumbo. Poi scendemmo ed entrammo nel ristorante, dove l’ospite scambiò alcune parole con il titolare e poco dopo il cameriere ci servì un sarago imponente e allettante. Parlava del legame dello scrittore con l’Associazione regionale pugliesi, di cui ricordava il numero di telefono di allora, nonostante fossero passati tantissimi anni. Un segno dell’affetto per la Puglia e per il suo associazionismo a Milano. Lezoche parlava Dell’Airp di Milano, di cui era stato presidente. Il sodalizio di quei tempi non era quello di oggi: una fucina sempre attiva.
Il baritono Giuseppe Zecchillo a Trani

Quel giorno Lezoche m’illustrò la figura di Palumbo in modo icastico: sapeva tutto di lui, e ne parlava con entusiasmo. Dopo un po’ lo incontrai: uomo tranquillo, di poche parole, disponibile, di notevole cultura. Lo conobbi in occasione di una manifestazione pugliese, credo al Cida (Centro informazioni d’arte), in via Brera, di fronte alla prestigiosissima Galleria d’Arte “Apollinaire” del grande, stimatissimo, coraggioso martinese, Guido Le Noci. Non intervenne. Seduto in prima fila con Lezoche e Filippo Alto, seguì attentamente lo svolgimento della serata e promise che sarebbe tornato a incontrare i suoi corregionali. Lo ritrovai in una fotografia pubblicata nel 1986 dal Cenacolo professionale Solferino – edito da Schena – con Mario Azzella, giornalista e documentarista della Rai, Nicola Baldassarre, allora sindaco di Bari e lo stesso Lezoche.
Accennò all’emigrazione meridionale, “che meriterebbe di essere maggiormente approfondita non tanto nelle sue cause, ben note e analizzate,, quanto per definire, attraverso un’indagine accurata, il quadro del contributo che al fenomeno migratorio dovettero offrire le singole categorie di lavoratori…”. L’emigrazione era uno dei temi dell’attività letteraria di Nino Palumbo; oltre alla scuola, laboratorio di formazione e crescita. Nelle opere di Nino Palumbo palpita la speranza per un futuro migliore, per una conquista di una posizione di sicurezza e tranquillità, superando la fame e la sfiducia. Ho letto più volte “Pane Verde”, la sua opera più nota edita dalla casa editrice Parenti nel ‘61; e “Il treno della speranza”, edito da Mursia nel ‘67. Ma non ho lasciato a impolverarsi sugli scaffali altri lavori dell’autore, come “Il serpente malioso”, dato alle stampe dagli Editori riuniti nel ‘67; “L’impiegato d’imposte”, Mondadori, ‘57… 
Pinacoteca di Brera

Tante opere, tradotte in molti Paesi stranieri, dalla Russia alla Polonia. Nino Palumbo era dunque uno scrittore prolifico e ragguardevole. Veniva da una famiglia povera e numerosa e fu costretto ad abbandona gli studi. Suo padre era un tappezziere e faceva fatica sostenere le spese pr la scuola. All’età di 11 anni traslocò con la famiglia a Bari, quindi nel capoluogo lombardo. Correva il 1938. Qui per nutrirsi culturalmente non aveva che le biblioteche e le scuole serali, che gli dettero la possibilità di conseguire il diploma di ragioniere.
Lavorava in un ente pubblico e studiava. Il figlio del tappezziere cresceva, arrivando alla laurea in Scienze Economiche e Finanziarie. Prese la maturità classica e deviò verso Giurisprudenza, da qui a Lettere. Studiava sempre, anche durante il servizio militare, concluso nel ‘46. Fece il consigliere comunale a Rapallo, fondò la rivista “Letteratura e Arte”, vinse premi importanti. Nel marzo del 1983 Nino Palumbo morì. Gli è stata dedicata una via. Molti critici letterari e giornalisti hanno scritto di lui e dei suoi libri. Hanno analizzato la personalità dello scrittore tranese, sono entrati nel vivo delle sue opere e anche nella sua vita a San Michele di Pagana, tra alberi secolari e ombrosi che ristorano l’anima. Hanno esplorato il suo ambiente e tutto quello che ha fatto, i contatti che ha avuto con la gente dei vari luoghi, che sono stati la sua seconda università (titolo di uno dei tanti libri).
Pagine su Palumbo

Bisognerebbe rinvigorire il ricordo di questo autore che ha onorato la Puglia. Per questo mi permetto di rivolgere un appello all’Associazione regionale pugliesi, e in particolare al generale Camillo De Milato, che sta in plancia all’ammiraglia, che trasporta gran parte della cultura meridionale, con premi importanti, presentazioni di libri, gite di apprendimento di paesi e città… Anche Palunbo fondò premi (“Rapallo Prove”…), dette anima a giornali, collaborò a varie testate, compresa “La Gazzetta del Mezzogiorno”, con la Rai e con la Televisione svizzera ed era stato molto vicino all’Airp di altri tempi, quando non aveva i soci che vanta adesso e non era la sede di quell’architettura di iniziative che è oggi.
Palumbo era nato il 15 aprile del 1921, si era laureato dopo la guerra, aveva sposato Donatella. Uomo mite, garbato, di poche parole, era rimasto sempre legato alla sua terra, la Puglia, che ha fornito tante eminenze, Raffaele Nigro, per esempio (“I fuochi del Basento”…); Giancarlo De Cataldo (“Romanzo criminale”); e altri ancora. Ma ho l’impressione che Palumbo sia stato dimenticato. Si faccia ripartire il suo treno, non soltanto quello del suo romanzo (“Il treno della speranza”). Quel treno anche nella realtà, sempre affollato, con i viaggiatori che fuggendo dalla fame si catapultavano attraverso i finestrini, perché l’entrata delle piattaforme era intasata. Uomini che dormivano in piedi nel gabinetto di decenza, altri nel corridoio, imbacuccati; e quando nel grandissimo ventre della stazione Centrale di Milano scendevano dai predellini erano smarriti, pensando al loro paese, dove magari la stazione era una bomboniera. E cominciava la fatica della ricerca del lavoro, che poteva non presentarsi, quindi altre sofferenze, altre incertezze. Non solo in Italia, al Nord, ma anche in America, dove tra l’altro venivano indicati con il nome “Spaghetti”.
Zecchillo a sinistra, Lezoche a destra

Di questo parlava Nino Palumbo, come della famiglia, della scuola. Nino Palumbo è stato uno scrittore di grande rilevanza: ebbe anche una corrispondenza con Elio Vittorini. Era infaticabile. La sua vita era la letteratura, raccontare il mondo, le esigenze, le attese, le delusioni. Una delle volte che lo incontrai a Milano gli promisi che sarei andato a fargli visita in Liguria e lui si mostrò lieto della promessa. Poi le vicende della vita si frappongono ai progetti e non potetti mantenere l’impegno. Dopo la sua morte nell’83, si tenne una giornata nazionale di studi su Nino Palumbo, a Rapallo. Filippo aveva in programma di riservare una delle sue serate a Figazzano, a un tiro di fionda da Martina Franca, a Nino Palumbo, che aveva conosciuto e rispettato. E pensava di parlarne anche a Giuseppe Francobandiera, che molti consideravano un mito per le manifestazioni che organizzava al Circolo Italsider, tutte di elevatissimo respiro, come il “Teatro sull’erba” (assistetti a una commedia interpretata da Luca De Filippo), che calamitò un pubblico scelto e numeroso. I propositi naufragarono per la morte del grande pittore pugliese in seguito a un incidente stradale e per quella dell’inimitabile operatore culturale, che a sua volta aveva una cultura profonda.  

mercoledì 2 settembre 2026

La bella storia di un poliziotto severo

ALBERTO SALA HA COLLABORATO CON LE POLIZIE DI MEZZO MONDO

 



Alberto Sala
Era riservato, scrupoloso e difendeva le indagini dalle insistenze dei cronisti più incalzanti. Lavorò con l’FBI e con la Dea, riscuotendo stima e onori.

 

 
 
 
  
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
Non ha nulla a che fare con l’ispettore Callaghan. E rifiuta ogni paragone con Serpico. Lui è semplicemente Alberto Rocco Maria Sala, già Ispettore Superiore della Polizia, investigatore acuto, dotato di un fiuto felino, di un’intelligenza intensa. E’ un uomo possente, dal passo svelto, dal sorriso comunicativo, dalla risposta pronta.
Riconoscimento ad Alberto Sala

Ha collaborato con le polizie di quasi tutto il mondo, fatto indagini delicatissime con l’Fbi e con la Dea, si è infiltrato in organizzazioni criminali pericolose, ha mandato al “gabbio” pellacce di ogni tipo, si è occupato di omicidi e di sequestri, traffico di sostanze stupefacenti, di riciclaggio di denaro sporco, reati finanziari. Eppure, se ti sta seduto di fronte sembra un docente di filosofia che quando entra in classe viene accolto dagli gli studenti con un “ciao”.
Alberto Rocco Maria Sala l’ho conosciuto quando era uno dei pilastri della Squadra Mobile di Milano. Si comportava come una persona qualunque, al vecchio bar di via Fatebenefratelli conversava di tutto meno che del suo lavoro, lasciando a bocca asciutta i cacciatori che avevano bisogno di riempire il carniere di notizie. Era molto riservato e scansava quelli che cercavano a tutti i costi di fargli strappare la tela di un’indagine particolare.
Tangentopoli cominciò da lui e da Nino D’Amato, promosso poi questore e deceduto un anno fa. Come poliziotto Alberto ha la scorza dura, è inflessibile e sa guardare lontano. Non per nulla ha una raccolta di encomi solenni, premi, riconoscimenti anche dall’Fbi.
Alberto Sala a sinistra

Quando avevo bisogno di una “chicca” non mi rivolgevo mai a lui, pur stando seduti a un tavolo del bar di piazza Cavour, luogo d’incontro dei giornalisti del “Giorno”, della “Notte”, della “Stampa”, dell’Adnkronos con le redazioni nel Palazzo dell’Informazione. Neppure le cesoie gli avrebbero fatto aprire bocca. Ciononostante lo stimavo e lo stimo. C’erano momenti di carestia per i cronisti e né lui né Vito Plantone, detto il “re delle notti milanesi (poi Questore di Palermo e…), né Ferdinando Oscuri fornivano qualche filo di biada. Le indagini costano fatica, sacrifici, richiedono notti in bianco, un lavoro duro e non può essere la leggerezza di un momento a mandarle in fumo. I cani da tartufo comunque imboccavamo vie traverse.
Dopo tanti anni, eccolo, Alberto Rocco Maria Sala di fronte a me, dopo aver accettato di aprire un varco nella sua biografia. Più che un varco uno spiraglio, perché fra l’altro non ama parlare d sé, di sciorinare una vita trascorsa fra tentativi di agguati e altri pericoli. Il coraggio è stato il suo mestiere; un coraggio mai ostentato, mai dichiarato per rivelare segni di gloria.
Alberto Sala e il prefetto Paolo Scarpis

“Dunque, Alberto, veniamo a noi”. Sa già quello che deve dirmi e non aspetta la domanda. “Negli anni ‘70 ero prossimo al servizio militare, allora obbligatorio, e un amico della palestra di judo mi disse che proprio in quell’anno la polizia (P.S. militare) dava la possibilità ai giovani di ottima salute e in possesso di titoli, di svolgere questo dovere nel loro Corpo. Feci la domanda e venni convocato presso la Scuola Sottufficiali di Nettuno. Seguii le prove attitudinali, le visite mediche e ottenni l’idoneità all’arruolamento e inviato alla Scuola Allievi di Trieste. In quel periodo studiai i Codici di Giurisprudenza, frequentai la squadra sportiva delle ‘Fiamme Oro’ di judo, dove con il passare del tempo diventai maestro”.
Durante il corso partecipò anche alle operazioni di soccorso per il terremoto del Friuli del 6 maggio ‘76 (990 morti e danni per 4.500 miliardi di lire), in quanto la scuola era anche Reparto di Soccorso Pubblico.
Per le sue capacità e per i suoi titoli venne selezionato per la Scuola Tecnica di Polizia di Roma, dalla quale uscì primo; e fu assegnato al Reparto Autonomo del Ministro dell’Interno. Allora, venne anche impiegato con altri colleghi al servizio di sicurezza e ordine pubblico, confrontandosi quasi quotidianamente con il terribile fenomeno terroristico in particolare delle Brigate Rosse”.
Alberto Sala e l'elicottero

La sua bravura fu riconosciuta e acquisì il grado di maresciallo, assegnato a Firenze, dove nell’arco di quasi 5 anni, acquisì il comando di una squadra speciale antisequestro con la direzione dell’allora vicecommissario Antonio Manganelli (poi promosso Capo della Polizia) e con la supervisione dei PM Vigna e Flery.
Quando Capo del Governo era Giovanni Spadolini, ebbe il compito di gestire la sicurezza del Presidente del Consiglio con 50 agenti. In seguito vinse il corso di pilotaggio di elicotteri presso l’aeroporto militare di Frosinone. “Ma il grande salto di qualità a livello nazionale e internazionale lo feci quando fui accolto alla Squadra Mobile della Questura di Milano diretta da Achille Serra, precisamente nella sua segreteria particolare, essendo programmatore informatico”. Era già in possesso inoltre del Nulla Osta Segretezza – Livello N.A.T.O.
Alberto parla piano, a voce bassa come un prete che punisce i peccati nel confessionale. Soprattutto con il ritmo di chi scava nella memoria per essere precisi, non sbagliare una data, una circostanza, un nome.
Alberto Sala, Piero Colaprico e Presicci su un terrazzo sotto l'elicottero

“Ben presto la mia voglia di svolgere indagini di polizia giudiziaria di alto spessore e livello trasmigrò nella squadra Omicidi, dove, oltre a svolgere le indagini, mentre i suoi colleghi finito il turno tornavano a casa, lui pescava tra i fascicoli dell’enorme Archivio i casi più eclatanti, compresi quelli di corruzione, e grazie a queste sue incursioni nelle carte non ingiallite Antonio Di Pietro e gli altri giudici di “Mani Pulite” scatenarono il finimondo.
Una carriera brillante, quella di Alberto Rocco Maria Sala. Di lui hanno parlato spesso i giornali. “Il Sole24 Ore” del luglio del 2025 lo ha citato: “Alberto Sala, componente la Commissione Antiriciclaggio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano”.
A sinistra Sala a destra Savagnani

In un altro, di cui non si vede il titolo, con tanto di foto, “Alberto Sala porta in carcere un personaggio rilevante della ‘ndrangheta”. Dopo una grande operazione condotta dalla squadra di Manganelli, di cui faceva parte Alberto, “I fiori di San Vito”, contro le ‘”ndrine”, gli investigatori illustrarono le tante persone neutralizzate e un documento che riguardava un elenco dei “quadri” della cosca, in gergo “fiori”, dalla sorella di omertà allo “’ndranghetista di sgarro”. “La “sorella di omertà” ha vari compiti importanti, tra cui quello di essere guardiana del silenzio totale per salvaguardare l’integrità della “corporazione”.
Insomma Alberto Rocco Maria Sala è stato un numero uno di via Fatebenefratelli 11 e ha tenuto alto il prestigio della Polizia italiana nel mondo. In un libro di Sandro Ravagnani, che fu per 40 anni capo ufficio stampa delle attività artistiche di Moira Orfei, definisce Alberto Rocco Maria Sala “l’ultimo dei dinosauri”. E ne racconta con scioltezza la storia, le aspirazioni giovanili, il rispetto per la famiglia e per le tradizioni, il senso di responsabilità e del dovere, la riservatezza sulle sue origini nobiliari, le frequentazioni ad alto livello, la specializzazione nell’ambito delle consulenze delle norme europee su anticorruzione e antiriciclaggio.
Foto di gruppo in primo piano Filippo Ninni e Alberto Sala

Una bella storia, quella di Alberto Rocco Maria Sala, con un nonno maresciallo delle Guardie Forestali deceduto mentre svolgeva il suo servizio. Ravagnani lo conosceva bene e quindi sapeva che se qualcuno avesse chiesto ad Alberto che cosa desiderasse fare da grande, avrebbe risposto: “Un lavoro basato sul rispetto degli altri”, che è basilare per la convivenza civile”.
Il protagonista del nostro racconto – sostiene Sebastiano Sandro Ravagnani, purtroppo volato via troppo presto - ha ereditato un nome importante che fin dalle prime battute rappresenta più di una pagina del nostro Paese…”. Una storia, una fiaba, quella di Alberto. Quando Sandro lo intervistò e gli fece quella domanda d’obbligo (che cosa vuoi nella vita) risposte d’istinto l’ambasciatore, ma si corresse e disse “il servitore dello Stato”.
E questo è stato davvero. Quando lo Stato chiama occorre muoversi e lui ha risposto con slancio ad ogni appello, meritandosi, fra le altre, l’onorificenza di “ Cavaliere della Repubblica”.
Quante volte l’ho intercettato nei corridoi e nelle stanze della questura e nell’ufficio di Achille Serra o in quello di Nino D’Amato durante le conferenze-stampa. Lui era lì, tra i protagonisti delle indagini, ma non invadeva mai il campo, non usciva mai dal seminato, se non era interpellato. Come quando la Mobile nel gennaio dell’86 scoprì in un abbaino cento chili di eroina e 50 milioni di lire.

mercoledì 26 agosto 2026

Nostalgia dei tram di Taranto

UN BIGLIETTO DA VISITA STRAPPATO ALLA CITTA’

 



Tram vicino all'arsenale
Correvano sferragliando dalla stazione
all’arsenale e da qui a Solito. “Avanti c’è posto”, urlava il bigliettaio ai viaggiatori, con la mano incollata alla maniglia e a quelli bloccati sulla piattaforma.

 

 
 
 
 
 
 
 







ANTONIO DE FLORIO E FRANCO PRESICCI

Le foto sono della collezione privata di Antonio De Florio



Tantissimi anni fa a Taranto circolavano i tram. Andavano dall’arsenale alla stazione ferroviaria (era la linea 1); e dall’Arsenale Solito (linea 2).
Il tram in fondo

Vederli sferragliare era uno spettacolo. Soprattutto in via di Palma di fronte al cinema Odeon - da tempo chiuso - dove c’era il binario di scambio: il tram che arrivava prima rimaneva fermo fino all’arrivo dell’altro. I ragazzini, e non solo loro, viaggiavano gratis, stando sul predellino; e quando compariva il controllore lasciavano la postazione in corsa. Era una specie di divertimento. Ma anche una necessità per chi non aveva i soldi per il biglietto.
Spesso ci si domanda a chi sia venuto in mente l’idea di abolirli, togliendo a Taranto un po’ del suo fascino. ll tram attraversava anche via D’Aquino, la via dello struscio, dove oggi è quasi impedito il passaggio di una bicicletta. Transitava sul ponte girevole, suscitando l’attenzione e l’ammirazione. No, non dovevano toglierlo di mezzo. Negli anni Sessanta a Milano qualcuno insorse contro il trasporto sulle ruote, preferendo i pullman, ma quasi subito fu gettata acqua sul fuoco e oggi viaggiano gli uni e gli altri.
la stazione ferroviaria


E’ bello vedere il tram che parte e arriva, incrociarsi con un altro, ingoiare i passaggeri. I tram di Milano fanno parte di una storia che continua e si rinnova; quelli di Taranto purtroppo quella storia l’hanno conclusa nel 1950. Li si può vedere su Facebook, precisamente su “Foto Taranto com’era”, che vanta 25 mila aderenti, meditando su questi gioielli strappati al tessuto urbano. Correvano in via Leonida, in piazza Ramellini, in via Cesare Battisti. Alle fermate li aspettava tanta gente. C’era il bigliettaio, che come Aldo Fabrizi in un famoso film, urlava: “Signori, avanti c’è posto”, ripetendo il comando, mentre avanti c’era già... un tappo. Quella voce è ancora presente nei ricordi di chi per andare a lavorare, fare un salto in centro, fare compere in un negozio elegante… prendeva i tranvai.
Penoso fu il suo smantellamento rapidissimo. Una parte delle rotaie furono rimosse, altre sono ancora seppellite sotto l’asfalto.
I tram, secondo il contratto si risoluzione, rimasero di proprietà inglese, al contrario di tutto il resto, e furono depositati presso il porto mercantile; e lì per molti anni rimasero in attesa di un’eventuale rivendicazione d’oltre Manica. Non ci furono proposte di acquisto e nessuno si ricordò di loro, forse perché memori di un periodo poco felice della nostra storia. Poi furono acquistati dalla ditta del signor Zigari; in seguito rottamati e demoliti sul posto, fine non gloriosa e per niente meritata.
Tram in piazza Castello

Mandare in pensione i tram è stato come sottrarre un pezzo a un monumento; l’orologio a piazza Fontana; il ponte di pietra dalla città vecchia; le barche dal Mar Piccolo... Ritorna la domanda: Chi decise e perché di mutilare la città? Quale fu il motivo, se ce n’era uno, di privare la bimare di una parte della sua scenografia, eliminando binari e segnali? Certo la decisione non fu motivata dalla necessità di alleggerire i bilanci, perché conduttori e bigliettai li avranno sistemati altrove.
Tanti tarantini s’incuriosivano quando il conducente suonava la campanella per spostare un ostacolo. “Toh, sta arrivando il tram!”. “Prendi il tram e scendi in via... e prosegui a piedi fino a…”. “Il tram ha una fermata in piazza...”: voci che non si sentono più. I tram erano un orgoglio, un simbolo, un biglietto da visita. Quando li fecero sparire qualcuno non era ancora nato e forse chiede notizie.
Le cartoline postali che portano la loro immagine le hanno divorate i collezionisti. Gelosi come sono, solo qualcuno di loro le posta su Facebook, magari per vantarsi del possesso. Questo ci è rimasto: il tram immortalato sulla carta. E anche in quella dimensione suscita emozione. E’ una storia che i nonni non hanno mai raccontato ai nipotini. Forse non hanno fatto in tempo. Del resto non potevano snocciolare date, nomi, situazioni, discussioni infiammate in consiglio comunale, iniziate nel 1913.
Tram, cavalli e bici sul ponte

Le delibere per la concessione alla costruzione della ferrovia vennero firmate l’8 gennaio del ‘14 e il 16 ottobre del ‘18, sindaco Francesco Troilo. L’11 giugno dello stesso anno fu costituita la Società Tramwai and electric supply company limited, capitale sociale 100000 sterline, coperti nella quasi totalità in Inghilterra e parte in Italia. Il 16 ottobre del ‘18 l’ingegner Guido Valletti ricevette l’incarico di consigliere-procuratore della società. La pratica s’infossò per la guerra, poi alla sua fine. venne riattivata con la costituzione della nuova concessionaria, con delibera del marzo del ‘19. In seconda lettura il 28 marzo dello stesso anno non venne approvata per lo scioglimento del Comune. Il 6 marzo del ‘20 furono accolte le modifiche e le varianti, e quindi firmato il contratto definitivo per le tranvie elettriche urbane. Data della concessione fissata in 60 anni a partire dalla firma del contratto, che prevedeva la conclusione dei lavori in 14 mesi e il 16 febbraio del ‘22 ebbe inizio l’esercizio della linea 1, Stazione-ferroviaria-Arsenale e il 14 novembre la linea 2 Arsenale-Solito. Costo totale dell’opera lire 6.174.511. Nel ‘39 il costo del biglietto era di 70 centesimi, per gli operai la metà. Come si vede, un percorso faticoso e complicato. Anche per colpa del conflitto.
Ci piacerebbe conoscere il momento in cui il conducente mosse la prima volta la manovella per muovere il tram: il primo della storia. Immaginiamo la solennità della cerimonia inaugurale, le autorità presenti, la folla, la banda, il primo viaggio, gli applausi, la gioia nel vedere la prima volta quella carrozza lanciata sui binari girare intorno all’aiuola di piazza Giordano Bruno.
Tram sul ponte girevole

Una storia dimenticata, lontanissima. I ricordi ingialliscono, molte volte fanno fatica a ripresentarsi e quando ci riescono sono sfocati. Le cartoline d’epoca sono gran cosa, mostrano i percorsi, gli arredi della città, le case, gli affacci sul mare. Era bello vedere passare il tram. Soprattutto la sera, quando il fanale acceso bucava il buio. Qualcuno si fermava incuriosito anche se il tram era fermo sul binario di scambio. Impreziosiva il borgo antico e quello nuovo. Dai finestrini si vedevano passare i negozi, i palazzi storici, le facciate dei cinema, i giardini… Non crediamo che qualcuno possa dire che mandare in pensione i tram sia stata una buona idea. La malinconia, l’amarezza colsero la gente nel vederli abbandonati presso la dogana del porto mercantile, dove per molti anni rimasero in attesa di un’eventuale rivendicazione. La loro scomparsa mutò il volto della città.
Addio tram, con loro sono volati via usi e costumi, addirittura modi di pensare e di agire. Le cartoline d’epoca sono una grande cosa, mostrano a chi osserva le sagome dei tram, i percorsi, la gente alle fermate, ma sono pur sempre pezzi di carta. Era bello vedere passare il tram. Soprattutto la sera, quando con il fanale acceso bucava il buio. Qualcuno si fermava ad osservarlo quando era fermo sul binario di scambio o quando sbucava dalla ringhiera diretto al ponte di ferro o quando sostava in via Di Palma angolo via Leonida, tra una folla di marinai. Non crediamo che qualcuno possa dire che mandare in pensione i tram sia stata una buona idea.
A Milano non ci riuscirono. Le voci che si levarono per toglierli di mezzo vennero respinte, spegnendo le polemiche. E oggi li vedi in tutta la città, al centro e in periferia, e di diversa linea architettonica.
Tram e carrozze

Mentre si viaggia a nessuno viene in mente la voce di Aldo Fabrizi, che era un esperto anche in cucina, nella vita reale. Il bigliettaio non c’è più, si deve solo vidimare il biglietto acquistato all’edicola, dal tabaccaio o in qualche bar.
C’è gente che sale sul tram per farsi un giro da un capolinea all’altro, senza una meta. Solo per il piacere di viaggiare su quelle quattro ruote. “Che gioia vedere il tram andare da piazza della Repubblica alla stazione Centrale; da piazza Missori a via Torino… I tram s’incontrano in piazza Cordusio, formicolante di milanesi e non diretti al Castello. E’ vero, qualche volta sono in ritardo per colpa del traffico intasato e qualche viaggiatore s’infastidisce e protesta per l’attesa. Ma quando il mezzo arriva, l’ansia si scioglie. Vorremmo chiedere ai tarantini più giovani se qualche volta abbiano pensato ai tram; alle loro corse; ai concittadini che salivano o scendevano dal predellino. Forse no. I vecchi qualche volta vorrebbero – anche se non tutti - che fossero restituiti alla città. I sogni qualche volta si avverano.





mercoledì 19 agosto 2026

Ha messo la zappa in cantina

I TANTI MESTIERI DI VITO CONTADINO GENTILUOMO

 

 



Vito Argese
Generosità, intelligenza, ironia, sensibilità guidano i suoi passi. A ottant’anni è forte e vivace e conserva un legame d’amore per la campagna.

 

 

 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
 
 
A Quistello, nel Mantovano, sorge il monumento alla Lega del contadino, opera del grande scultore Giuseppe Gorni, che conobbi in una sua grande mostra a Palazzo Reale a Milano, presente Davide Lajolo, già direttore de “L’Unità”.
Vito

Fui felice nel sapere di quell’opera: era giusto l’onore reso a questo lavoratore sicuramente meritevole. Anche se non ha titolo di studio, non è una personalità, rende fertile la terra, ara, semina, provvede al raccolto, spreme i grappoli. Tutte operazioni che costano fatica.
Il contadino tiene piegata la schiena dall’alba al tramonto per un piatto di fave con la cicoria. Se noi abbiamo l’alimento di cui abbiamo bisogno lo dobbiamo a lui, alla sua competenza e alla sua esperienza, alla sua tenacia. Sa leggere nella luna se deve piovere o no; sa soffrire senza lamentasi; se la neve gli seppellisce la casa può correre il pericolo di non poter accendere il fuoco del camino, perchè la legna è accatastata fuori, in un angolo della campagna.
Oggi la categoria si è assottigliata, i figli hanno scelto un altro mestiere o l’emigrazione, gli anziani si sono trasferiti in paese. Tutto questo lo dice la storia e noi la leggiamo con dolore. Anzi la viviamo, quando cerchiamo “l’ome de fore” e spesso non lo troviamo. La Fondazione dei mestieri d’arte di Franco Cologni a Milano a suo tempo ha pubblicato un volume sul vignaiolo. Un poeta di Martina Franca, Sante Ancona, in un suo libro esalta l’impegno del contadino e inonda le sue pagine di amore e nostalgia. Mi dà gioia vedere un contadino al lavoro e dolore la vigna estirpata sostituita dalla stoppia giallastra. Non mi piace la motozappa: è duro manovrarla e gracchia come una cornacchia.
Ho conosciuto un ex contadino, la cui moglie ha portato avanti una piccola azienda agricola, con tre o quattro mucche e una decina di animali da cortile. Gli ho chiesto di raccontarmi la sua vita, ma si è schermito, restio ad esporsi, a far parlare di sé. Di lui molte cose le ho capite dai suoi discorsi, brevi e smozzicati. A volte ricorre ai proverbi o a quello che diceva la mamma o il papà o il nonno, antologie di saggezza, per illustrare il suo pensiero. Ed è sempre efficace.
Vito e Angela Argese

Si dice che il contadino ha le scarpe grosse e la mente sveglia. Così è per Vito Argese, 86 anni, uomo ancora forte e sempre inebriato dagli alberi e dalla vite. Ovunque sventolino rami e foglie e danzino pampini si emoziona. Cura l’orto come la mamma il bambino; l’uccello il nido. Quando non piove soffre, non tanto perché le piantine che ha messo a dimora non germogliano e quindi non gli porteranno pomodori e melanzane, ma perché senz’acqua la terra s’inaridisce, e la terra è vita. Quando accende la televisione e cercando un film s’imbatte in un “blà-blà”, commenta le battute che ha captato e cambia canale. “Peccato, non c’è più il maestro Manzi”. Si pente di non essere andato a scuola.
Sono suo amico, spesso mangiamo insieme con tutta la famiglia, in un’atmosfera di allegria e leggerezza; e quando arriva l’ora del rientro a casa mi sento arricchito e mi accorgo a volte che negli scambi di idee ha ragione lui. Le sue opinioni sono sempre calibrate. Un giorno gli ho detto: “Se ne avessi il potere ti proporrei per l’investitura di cavaliere”. E lui come risposta “Per farne che?”. Ma è un’intera categoria che viene esclusa, per convinzione, abitudine, rispetto di una regola.
Un’onorificenza l’avrei data anche a mio zio Luigi di San Severo, dopo una vita di lavoro estenuante, spesso scartato dal caporale alle 5 del mattino in piazza, per i suoi capelli bianchi e le rughe profonde. No, per il contadino non è previsto il titolo di cavaliere del lavoro. Ha la pelle incartapecorita, le labbra screpolate, l’aiuto del bastone, quindi niente attestati di benemerenza. Per lo stesso Vito va bene così: un pezzo di carta da attaccare al muro non gli servirebbe. Sono ben altre le cose necessarie per vivere – dice - e fa un elenco lungo quanto un’autostrada. E’ pragmatico.
Martina di sera

Non legge i giornali, tanto sa in quali condizioni versa il paese. Vito e la moglie Angela, una signora dolce, premurosa e sempre disposta alla fatica, sono persone generose. Fino a qualche anno fa tutte le mattine passava nel tratturo un vecchietto, loro gli andavano incontro e gli regalavano le uova. Li rispetto, li amo, li ammiro. Ripete: “A che servono le medaglie?”. Anche a dare testimonianza dell’impegno, dei sacrifici di chi le riceve. Chiediti perché a lui sì e a te no. Tutti e due avete dato l’anima al lavoro.
Vito è un uomo avveduto. Penso sempre a mia nonna Graziella, che era anche lei di Martina Franca e viveva a Taranto: “Chi trova un amico trova un tesoro”. Vito oggi vive in paese: in campagna va ogni giorno, perché deve dare da mangiare ai gatti. E ci va incurante del tempo, senza guardare la luna, se ha o no l’alone attorno. E’ anche il profumo della terra che l’attira. Peccato che oggi, a differenza di ieri, i tratturi non abbiano più voci. Sono vene vuote. Le attraversano le processioni seguite da canti liturgici e i fedeli che vanno a messa o alle funzioni serali nella chiesetta che ha alle spalle un pozzo antico e un orticello. Il prete viene da lontano. Una sera nel corso di una celebrazione sacra Vito e la sua famiglia ebbero la visita del vescovo.
La chiesa della Consolata

Lui e la moglie Angela, figli compresi, partecipano, sempre insieme, a tutti i funerali e a tutti i matrimoni. Il cerchio degli amici è largo e quello dei parenti pure. Mai venire meno alle tradizioni, è il motto degli Argese, persone esemplari. Tutti qui hanno rispetto per Vito anche perché è stato un modello da secondo capo del comitato per gli onori alla Madonna della Consolata sulla vecchia strada per Noci. Angela ha le chiavi del tempietto e lo tiene in ordine. Durante la festa Vito prendeva parte al tiro alla fune e anche lì si distingueva. “Ricordi quando pilotavi il trattore?”. “E cudde me servève pe’ terà’ le mùcchie de pagghie”. E’ educato, riservato, intelligente, ha una volontà di ferro e una memoria inossidabile.
Aveva 8 anni quando cominciò a lavorare, portando per 3 anni, scalzo, al pascolo le pecore della masseria di don Ciccillo Casavola. Poi con il passar del tempo fece molti altri lavori: comprò un mezzo con cui trasportava terra e al tempo della vendemmia l’uva dai palmenti alle cantine. Il lavoro lo assorbiva anche la domenica. E’ contento di quello che ha fatto. Quando aveva 10 anni una nonna gli mostrò la neonata che teneva in braccio e gli pronosticò che quella sarebbe stata sua moglie. La vecchietta doveva possedere capacità paranormali, perchè quando lei arrivò a 10 anni e lui a 20, scoccò la scintilla e si guardarono fino a quando arrivarono ai piedi dell’altare.
In fondo la chiesa del Carmine

Vito ha un carattere gioviale, ama lo stare insieme. Gli piace la buona tavola. Quando gioca a scopone in famiglia fa teatro: finge di meditare sulla carta da lanciare per tenere sulla corda l’avversario.
Una storia bella, la sua. La campagna è ancora la sua passione. Prega il cielo che mandi giù la pioggia, per irrorare il suo orto. “Il mago della pioggia, Vito, lo ricordi?”. “E’ una credenza popolare che viene da tempi lontanissimi. Chi ci crede è un ingenuo”. Ne parlavano quando io ero giovane: un uomo, con mantello e cappello neri saliva sul trullo, rivolgeva gli occhi al cielo e mormorava parole che nessun altro doveva sapere: facevano parte di un vocabolario personale. “Pioveva, dopo quel rito?”. Pioveva quando lo decideva chi sta in alto”. Guarda la luna incoronata dal cerchio giallo come la corona di una regina, e dice: “Ecco, domani, sì, arriva l’acqua”. Entra la figlia Antonella e comunica che sta gocciolando.
Vito e Angela tagliano le fave

“Io non credevo neanche al fantasma che a mezzanotte altri vedevano seduto sulla bocca del pozzo a cinquanta metri dal trullo. Uno degli… spettatori consigliò di chiamare un prete e quello agitando l’aspersorio lo fece scomparire. Si misero l’animo in pace, nessuno lo avvistò più. Non era un ectoplasma, ma un effetto ottico”.
Quando era piccolo sentiva parlare delle riunioni notturne per interpellare i morti; e di quella volta in cui il tavolino fece un balzo e cadendo si spezzò le gambe creando il fuggi-fuggi. “I morti si devono lasciare in pace; scomodarli è un sacrilegio”, commenta. E’ un uomo di fede.
Dovrebbe essere istituito un comitato spontaneo con l’incarico di assegnare il titolo di cavaliere del lavoro al contadino meritevole, cioè a quello che non ha voltato le spalle alla terra per andarsene al Nord: a chi è rimasto ad innaffiarla con il proprio sudore.

mercoledì 12 agosto 2026

La meraviglia dei viaggi in mare

EMOZIONANTE LA NAVIGAZIONE SULLE REGINE OGGI SCOMPARSE



Presicci e la Bouchet
La Michelangelo e la Raffaello tagliavano le onde, portando a bordo attori e personalità illustri. Una sera nel teatro si esibì alla grande lo “chansonnier” Enrico Simonetti.














FRANCO PRESICCI



Viaggiare sul mare è una meraviglia. A bordo di una delle regine del mare, la “Michelangelo” e la “Raffaello”, della Società di navigazione “Italia” di Genova, ancora di più (purtroppo hanno smesso di navigare da molti anni). Ho viaggiato tanto su quelle navi. Facevo le cronache sulle iniziative che vi si svolgevano e il capo ufficio stampa Adriano Bet mi considerava quasi un suo vice (quello ufficiale, Bonfiglioli, c’era già ed era bravissimo).
A destra il capo ufficio stampa Bet

Quando scendevo facevo pubblicare delle “biro” con foto su quotidiani e settimanali e mi preparavo all’impresa successiva. Così assottigliavo le mie ferie, ma non me ne curavo. A bordo intervistavo gli chef, personalità del cinema, del teatro, del giornalismo; le dame che vincevano il concorso “La signora del mare”… Intervistai anche Raffaella Carrà, Solvy Stubing, Diana Torrieri, Barbara Bouchet, il grande “chansonnier” Enrico Simonetti...
Un giorno Bet mi chiese di dare una mano per confezionare un giornale, “Corriere del mare”, edizione straordinaria. Titolo di spalla: “Si sta concludendo la crociera della Michelangelo in Atlantico”. E cominciai a interpellare due bravissimi e simpaticissimi giornalisti del quotidiano del pomeriggio “La Notte”: Tullio Barbaro e Vittorio Reali, ospiti graditissimi e spassosi Uno con incarichi importanti all’Ordine dei Giornalisti”; l’altro futuro fondatore e direttore di Radio Meneghina, molto ascoltata.
Conversai a lungo con Simonetti sotto il fumaiolo e rilevai una notevole cultura non solo musicale. Simonetti mi parlò di correnti letterarie, di mostri sacri della carta stampata, di Giancarlo Fusco, Indro Montanelli, Giorgio Bocca, esprimendo opinioni calibrate. Parlai anche con il mago Waldner., che se ne stava tranquillo raggomitolato su una poltrona in un ufficio del foyer, forse pensando all’imminente oroscopo sul settimanale “Grazia”. Gli chiesi se fosse vero che sulla mano è tracciato il mostro destino e mi rispose che non faceva il chiromante, anche se vi si era dedicato in passato. Gli domandai perché mai l’uomo oggi si rivolge all’astrologo più di ieri e rispose che l’uomo ha mutato sistema di vita; è piombato nella solitudine e non avendo altro cerca conforto nelle stelle. Parlava a fatica, spezzava le parole, non approfondiva l’argomento, era coltissimo.
Intervistsa a Enrico Simonetti sulla Michelangelo

Piacevole l’incontro con la famosa attrice Diana Torrieri. Era dolce, serena, voce bassa, sguardo illuminate. Aveva in mano un suo libro di poesie, me ne lesse una. Poi me lo prestò perché lo leggessi nella calma della mia cabina. Mi avvicinai al comandante (uscito dal corso dell’Istituto nautico di Genova, una vita quasi interamente sul mare, la carriera sviluppata giorno per giorno, grado dopo grado, sulle numerose unità della marina mercantile italiana). Due domande e risposte esaustive.
Dialogavo con i passeggeri. Un pittore genovese aveva realizzato un ritratto di donna Vittoria Leone, moglie del presidente della Repubblica, in abito rinascimentale; e diceva che stava per portarlo al Quirinale. Donna Vittoria se lo aspettava, perché lo aveva già visto sui giornali.
Sulla pista da ballo alcune coppie facevano vere acrobazie, eseguendo i valzer, e gli emuli dei tanghero si esibivano come farfalle al vento. Una volta tra gli ospiti c’era un giornalista, Alfredo Pigna, che dirigeva un settimanale. Ballando alla dama si staccarono le “bretelle” dell’abito e il seno rimase nudo; lui lo coprì con il suo torace e se ne uscì con una battuta: “Ho parato due gol!”.
I compleanni venivano festeggiati con i camerieri che marciavano ai bordi dei tavoli fino a quello del festeggiato, con in mano ciascuno una torta e una candelina accesa, sollevando un coro di auguri. Bet, sempre in smog, sorridente, gentile, disponibile, teneva segreto il numero della vincitrice del concorso “La signora del mare”, confidandolo soltanto a me, che con ogni cautela dovevo dialogare con lei per farmi dire un po’ della sua biografia. La nave faceva sosta a Napoli e in pullman andavamo una volta a Sorrento, un’altra volta a Ischia, poi altrove. In un viaggio mi portai il fotografo di Novella 2000, che mi dedicò cinque pagine con immagini a colori. Purtroppo dovetti scrivere che le due regine stavano per perdere il trono. Era il ‘75.
Ballo sulla Michelangelo

La penultima volta furono ospitate cinque modelle, riprese dall’obiettivo di Mosca vicino alla prua, nel porto partenopeo. Napoli, una delle più belle città del mondo, che nutrì artisticamente Totò, i De Filippo, De Crescenzo e tantissimi altri, alimentando le pagine di Curzio Malaparte e una folla di altri scrittori. Napoli, la città di Giuseppe Marotta, che visse per tanto tempo a Milano, scrivendo “Mal di Galleria”, “Le Milanesi”…
Andare per mare voleva dire sbarcare a volte a Casablanca, che richiama subito il film omonimo con Ingrid Bergman e Humphrey Bogart. Una delle visite più interessanti prima di salire su un treno e correre a Marrakech. Sulla piattaforma del convoglio un signore arabo mi mostrò cinque galline legate per i piedi e mi suggerì di acquistarle, perché facevano ottime uova.
Fu a Sorrento che incontrai Barbara Bouchet intenta a girare un film con Pierre Leroy. Poi, non ricordo perché, salì a bordo con noi, diretti a Genova. Era bellissima, elegante, cortese. Le chiesi l’intervista, ci sedemmo in poltrona e me la concesse. A Sorrento mi invitarono a ballare la quadriglia, accettai, ma non finiva mai. Sulla pista rimanemmo io, affannato, e una allieva della Scala di 18 anni. L’orchestra aumentava il ritmo e io il mio orgoglio. Dovetti cedere per evitare l’infarto.
Al ritorno sulla nave andai a visitare i quadri appesi alle pareti di varie sale. C’erano De Pisis e tanti altri pittori e scultori. A mezzanotte tra prelibatezze di vario genere campeggiavano sculture di ghiaccio stupende, realizzate dai cucinieri. Nessuno era stanco, a quell’ora; anzi erano ancora disposti a calpestare la pista da ballo. La nave continuava a tagliare le onde spumeggiando; qualcuno era afflitto dal mal di mare, ma non aveva intenzione di rifugiarsi in cabina. Una pillola e via.
Intervista sulla nave a Barbara Bouchet

Si andava a dormire alle 4 del mattino. Io a quell’ora fui prelevato dal gruppo che frequentavo e portato come in barella su un ponte, dove un nottambulo impenitente suonava la fisarmonica. Ancora via alle danze. Il mattino del giorno dopo mi aspettava l’attrice Erika Blanc per un’intervista, ma ero abituato a passare le notti in bianco.
Se ne organizzavano, di iniziative. “La signora del mare” fu affiancata dalla “Dama dello Zodiaco”, per la quale si proponeva la ragazzina in stile Haudrey Hepburn calata in un abito lungo bianco con luccichii di stelle e la signora con il passo da cavallerizza in una tenuta da cacciatrice di leoni. Non credeva agli oroscopi propinati dai giornali, non si sarebbe mai fatta leggere la mano, anche perché da giovane una zingara le aveva pronosticato degli avvenimenti inaccettabili ed emotiva com’era ne rimase turbata, Lo diceva con semplicità e quasi divertita. Un’altra signora, bionda, direttrice di una piccola azienda, frequentava l’oroscopo prima di prendere una decisione, le piaceva il mare, aveva predilezione per la vela. Indossava un abito lungo, scuro con ghirigori dorati. Altri si susseguirono davanti alla giura che ascoltava e giudicava. Uno dei membri era il mago Waldner. Io non ne facevo parte: dovevo solo prendere nota degli abiti e delle confidenze delle aspiranti.
Motovedetta e elicottero

La Michelangelo, che aveva un grande modello alla stazione Centrale di Milano in una sala che prendeva il nome dalla regina, avanzava silenziosamente, le luci accese, solcando il mare. Qualcuno fumava su un ponte, due innamorati si scambiavano carezze, la luna adocchiava indiscreta, sull’acqua danzavano crespe d’argento. Nessuno si annoiava, c’era sempre qualcosa da fare o da vedere. Anche i giochi. ”Ecco, vinci se afferri con la bocca la mela che sta in fondo al secchio”. Ci provarono in molti, ma l’intuizione la faceva da padrona. Un giovanotto affondò il capo nell’acqua, spinse la mela sul fondo e tenendola ferma l’addentò. Applausi.
Dall’oblò si poteva osservare un’infinita distesa di acqua, se avevi voglia potevi andare a salutare il comandante, che alle 19 offriva il cocktail. Un passeggero corteggiava una fanciulla sussiegosa. Avevano già tentato altri. Signore anziane bevevano il sole adagiate sulle sdraio e si raccontavano stralci di vita vissuta. Chi ama l’ascolto poteva scrivere un libro, di amori, sregolatezze, intemperanze, nostalgie, scrupoli. La nave aiuta a confessarsi. Tanto le parole le porta via il vento.

mercoledì 5 agosto 2026

Il ricordo di Alberto De Simone

UN POLIZIOTTO SEVERO E LEALE CHE DISINNESCO’ TANTE BOMBE



Alberto De Simone in divisa
Nato nel Leccese, operò a Milano con impegno. Non cercò mai la pubblicità, pur rispettando il lavoro dei cronisti. Fu il questore Fariello ad autorizzarlo a raccontare qualche episodio. E lo fece malvolentieri. A ricordarlo sono davvero in pochi.














FRANCO PRESICCI



Sei personaggi e un robot. Appartenenti gli uni e l’altro alla Digos di Milano. L’uomo metallico si chiamava Willy.
Piazza del Duomo

Dal nome sembra protagonista di un fumetto, ma chi lo vide in azione, quel 2 aprile 1986, giovedì, venendo a sapere la funzione per cui era stato costruito, altro che fumetto! Con le sue mani afferrava una bomba e la trasferiva in un luogo in cui poteva essere fatta esplodere senza far male a nessuno.
Una mattina fu portato in piazza Duomo e presentato alla stampa e fatto ammirare da chiunque avesse avuto voglia di fare la sua conoscenza. Gli specialisti della questura lo trattavano come un amico e quel nome ne era la testimonianza. Ne erano entusiasti, anche perché avevano constatato le capacità dell’invenzione. Il manovratore, per prudenza, era calato in una specie di scafandro e l’ispettore capo Alberto De Simone manifestava molto riguardo per l’uomo e per il mezzo.
Dimostrazione di willy in paizza duomo

Era, quella, la prima volta che il capo degli artificieri appariva in pubblico, riservato e alieno com'era dal ricercare la visibilità. Era in polizia da 33 anni, ne aveva 53 e proveniva da San Donato di Lecce. Dirigente della quadra antiterrorismo dall’87. Severo come uomo e come poliziotto, legato alla famiglia e al suo paese, scapolo, fedele allo Stato, rispettoso dei suoi collaboratori, leale, generoso. Viveva con il padre, Armando, di 85 anni. Un padre che attraversava momenti di ansia quando da una telefonata intuiva che il figlio stesse per andare a disinnescare un ordigno.
Non aveva frequenti rapporti con i giornalisti e non era prodigo di notizie, nemmeno con il bravissimo Alberto Berticelli, brillante cronista del “Corriere della Sera” suo amico sincero e affezionato, con il quale qualche volta andava a pranzo, ma per conversare come si fa di solito quando ci si riunisce di fronte a una pietanza tutta da gustare. L’esimio “cane da tartufo”, che conosce bene i canoni della vita e le dinamiche della psicologia, non gli faceva domande imbarazzanti e De Simone parlava di San Donato, dei suoi gioielli ortofrutticoli, di sua sorella. Mai del suo lavoro, a cui era appassionato. Al massimo elogiava i suoi collaboratori, uno in particolare, che una volta, correndo a disinnescare una boma collocata in un locale del centro, avvertì il botto quando era a un paio di minuti dall'arrivo. Si spaventò, sentendosi un miracolato. Due minuti regalatogli da qualche santo. Aveva 41 anni, sposato, due figli, il buontempone della squadra anti sabotaggio.
Alberto Berticelli del Corriere

Un cronista avvicinò De Simone all'ingresso della questura, insistette, lo tallonò e alla fine l’ispettore capo fermò il suo passo da bersagliere e gli disse con calma, con gentilezza: “Lei forse non sa che non amo parlare di queste faccende. Qui altre persone sono autorizzate a farlo. Io faccio soltanto quello che mi spetta e basta. Voi giornalisti avete altri interlocutori”. Una volta, sollecitato da un “mangiatore di polvere” del “Giorno” (allora quella terra fastidiosa fluttuando nell'aria finiva sui panini che i cronisti marciatori mangiavano inseguendo uno “scoop”), esausto, chiamò due suoi colleghi e disse: “Parliamo di via Cimarosa?”. Era una mattina di primavera del ’77 e sotto un’auto c’era un pacchetto composto da esplosivi da mina. Con un collaboratore ci avvicinammo e sentimmo una specie di soffio provenire dall'involucro. Lo legammo e quando eravamo sul punto di trasportarlo, senza che avessimo ancora fatto nulla il pacco esplose, sballottandoci a sette o otto metri di distanza. Nel pacco era successo qualcosa che non riuscimmo a capire”. Paura? “Chi non ha paura è un incosciente”. A parlare lo aveva autorizzato il questore Antonio Fariello e lui aveva eseguito.
Un’altra volta ignoti collocarono un chilo e mezzo di tritolo in scaglie innestato con detonatore elettrico e congegno a tempo nella sede di una concessionaria a Como e per disinnescarlo due artificieri si precipitarono sul posto. L’ordigno celava un’insidia, ma De Simone non volle rivelarla. Si impegnarono in tante altre emergenze. Nell’81, ancora a Como, stavano costruendo il nuovo carcere e nelle adiacenze del cantiere, fra due alberi, gruppi eversivi installarono uno striscione con una scritta che rivendicava l’abolizione degli istituti di pena. Dai lembi inferiori del telone partivano due fili di nailon sottilissimi, quasi invisibili, che finivano nei cespugli”.
Alberto De Simone in divisa

Telefonata in questura, corsa a Como, “studiammo la situazione e ci accorgemmo che i due fili erano collegati a due ordigni nascosti nella vegetazione. Chi avesse tentato di strappare il panno avrebbe provocato una deflagrazione, rimanendo ucciso“.
Solo al ricordo vengono i brividi anche pensando ai pericoli a cui erano esposti questi uomini. Commuovendosi, De Simone ricordò Luigi Carluccio, che gli risvegliò il ricordo della tremenda notte dei fuochi di Como: nove bombe collocate davanti ad altrettanti negozi. Era un avvertimento per i bottegai che chiedevano la pena di morte. Era il 15 luglio dell’81 e per neutralizzare gli esplosivi furono inviati tecnici della questura di Milano, fra cui Carluccio - sottufficiale di 28 anni, un figlio di 8 mesi – che disattivò il primo congegno. Alle 2.30 una seconda bomba esplose e lo dilaniò. De Simone elogiò un collega, che dopo aver visto il corpo martoriato non tremò al pensiero di dover mettere le mani sull'ultima trappola.
Capitava anche di doversi mobilitare per falsi allarmi. Una volta una telefonata segnalò in un prato nei pressi di un’abitazione sei o sette tubi. “Li aprimmo con la solita circospezione, pensando che contenessero esplosivi e trovammo 20 milioni di banconote da 50 mila arrotolate. Un’altra volta alcuni cittadini avvertirono il 113 che in via Novara di fianco a un ascensore era stata abbandonata una valigetta che emetteva un ticchettio.
Il questore Antonio Fariello

Dentro, c’erano una sveglia e indumenti femminili molto sexy”. De Simone ricordò un altro artificiere, il cui figlio di 12 anni, che fin da quando era più piccolo, avendo capito che tipo di mestiere faceva il padre, di notte ad ogni squillo di telefono si svegliava e chiedeva: “La bomba è scoppiata o deve ancora scoppiare?”. Le famiglie di questi eroi erano tutte coinvolte.
De Simone aggiunse: “La nostra squadra opera in tutta la Lombardia, ma viene convocata anche per operazioni altrove. Ed è a disposizione di tutte le forze dell’ordine. Quando gli artificieri dei carabinieri sono impegnati l’Arma si rivolge a noi. Ci chiamano anche i vigili urbani”. Poi descrisse le nuove tute ignifughe molto aderenti in dotazione alla sua squadra. Hanno una targhetta con nome e cognome dell’artificiere, il suo grado, il suo gruppo sanguigno, importante nei momenti critici. Si indossano più rapidamente. Sono state pensate dal questore Antonio Fariello, uno dei più bravi, colto e intelligente, che tra l’altro promosse un volume interessantissimo: “Milano una città una questura” e trasferì la Festa della Polizia dalla caserma “Annarumma” in piazza Duomo per portarla fra la gente. Fu proprio lui ad autorizzare De Simone a dare qualche scampolo di storia ai cronisti.
Mancino, Scalfaro, Parisi e a destra De Simone

Io gli chiesi le qualità che un artificiere deve avere: “Prima di tutto qualità umane. Deve sentire il dovere di tutelare l’incolumità dei cittadini e deve essere convinto di quello che fa, avere cioè la consapevolezza di svolgere un servizio”.
Per concludere, l’interlocutore gli chiese quali libri avesse letto e prontamente rispose che gli interessavano soprattutto quelli che parlavano di Joe Petrosino, “che sfidò per primo la mafia italo-americana e combatté il suo esponente più autorevole, convinto che avrebbe vinto la sfida. Invece la sera del 12 marzo del 1909 venne ucciso a Palermo, dove era andato per continuare la sua lotta. Petrosino – aggiunse - fu uno dei primi artificieri, che indossò per la prima volta la divisa di poliziotto il 19 ottobre del 1883 come agente di pattuglia nella Tredicesima Avenue di New York. Il ricordo del nemico della Mano Nera della Grande Mela resta ancora, grazie anche ai libri che sono stati diffusi ovunque, tra i quali quello di Arrigo Petacco, edito da Mondadori.
Alberto De Simone non c’è più da anni e c’è chi sente ancora la sua mancanza. Chissà se lo hanno sepolto a San Donato di Lecce, paese impreziosito da chiese e menhir e produttore di un particolare tipo di melone.