SCRITTORE DI TRANI TRASMIGRO’ A MILANO

Nino Palumbo
Autore di “Pane Verde”, del “Serpente malioso” e non solo, si laureò con sacrifici e poi si trasferì in Liguria. Ma nella terra del Porta tornava quando ne sentiva il desiderio.

FRANCO PRESICCI
Era conosciuto più all’estero che nella sua città natale. In Cile, in Germania, in Olanda leggevano “Pane verde” di Nino Palumbo, e meno a Trani. Accade spesso che il detto “nemo profeta in patria” si avveri. Lo conobbi grazie al grande pittore Filippo Alto, che della sua terra, Bari, e anche dei dintorni e non solo sapeva tutto, di molti era anche amico.
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| Azzella, Palumbo, il sindaco di Trani, Lezoche |
Qualche tempo dopo me lo presentò a Milano il commercialista Giacomo Lezoche, che raccoglieva libri, documenti, lettere, opuscoli, tutto ciò che riguardava gli autori pugliesi. Un giorno d’estate mi invitò a pranzo a Trani nella sua bella e luminosa casa delle vacanze, il cui terrazzo si affacciava sul porto; e mi mostrò il suo archivio, ricco di preziosità. Aveva un altro ospite, un amico comune, il baritono della Scala Giuseppe Zecchillo, che si mostrava molto interessato a quelle carte: aveva lontane origini pugliesi e, pur vivendo a Milano con studio in via Fiori Chiari, a Brera, non dimenticava le sue radici.
A Trani Peppino visitò le chiese, parlò con la gente, aspettò le barche per vedere scaricare il pesce e passò un po’ di tempo nella sala in cui era in corso una mostra del pittore lombardo Ventura. E chiese anche lui a Lezoche notizie di Nino Palumbo. Poi scendemmo ed entrammo nel ristorante, dove l’ospite scambiò alcune parole con il titolare e poco dopo il cameriere ci servì un sarago imponente e allettante. Parlava del legame dello scrittore con l’Associazione regionale pugliesi, di cui ricordava il numero di telefono di allora, nonostante fossero passati tantissimi anni. Un segno dell’affetto per la Puglia e per il suo associazionismo a Milano. Lezoche parlava Dell’Airp di Milano, di cui era stato presidente. Il sodalizio di quei tempi non era quello di oggi: una fucina sempre attiva.
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| Il baritono Giuseppe Zecchillo a Trani |
Quel giorno Lezoche m’illustrò la figura di Palumbo in modo icastico: sapeva tutto di lui, e ne parlava con entusiasmo. Dopo un po’ lo incontrai: uomo tranquillo, di poche parole, disponibile, di notevole cultura. Lo conobbi in occasione di una manifestazione pugliese, credo al Cida (Centro informazioni d’arte), in via Brera, di fronte alla prestigiosissima Galleria d’Arte “Apollinaire” del grande, stimatissimo, coraggioso martinese, Guido Le Noci. Non intervenne. Seduto in prima fila con Lezoche e Filippo Alto, seguì attentamente lo svolgimento della serata e promise che sarebbe tornato a incontrare i suoi corregionali. Lo ritrovai in una fotografia pubblicata nel 1986 dal Cenacolo professionale Solferino – edito da Schena – con Mario Azzella, giornalista e documentarista della Rai, Nicola Baldassarre, allora sindaco di Bari e lo stesso Lezoche.
Accennò all’emigrazione meridionale, “che meriterebbe di essere maggiormente approfondita non tanto nelle sue cause, ben note e analizzate,, quanto per definire, attraverso un’indagine accurata, il quadro del contributo che al fenomeno migratorio dovettero offrire le singole categorie di lavoratori…”. L’emigrazione era uno dei temi dell’attività letteraria di Nino Palumbo; oltre alla scuola, laboratorio di formazione e crescita. Nelle opere di Nino Palumbo palpita la speranza per un futuro migliore, per una conquista di una posizione di sicurezza e tranquillità, superando la fame e la sfiducia. Ho letto più volte “Pane Verde”, la sua opera più nota edita dalla casa editrice Parenti nel ‘61; e “Il treno della speranza”, edito da Mursia nel ‘67. Ma non ho lasciato a impolverarsi sugli scaffali altri lavori dell’autore, come “Il serpente malioso”, dato alle stampe dagli Editori riuniti nel ‘67; “L’impiegato d’imposte”, Mondadori, ‘57…
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| Pinacoteca di Brera |
Tante opere, tradotte in molti Paesi stranieri, dalla Russia alla Polonia. Nino Palumbo era dunque uno scrittore prolifico e ragguardevole. Veniva da una famiglia povera e numerosa e fu costretto ad abbandona gli studi. Suo padre era un tappezziere e faceva fatica sostenere le spese pr la scuola. All’età di 11 anni traslocò con la famiglia a Bari, quindi nel capoluogo lombardo. Correva il 1938. Qui per nutrirsi culturalmente non aveva che le biblioteche e le scuole serali, che gli dettero la possibilità di conseguire il diploma di ragioniere.
Lavorava in un ente pubblico e studiava. Il figlio del tappezziere cresceva, arrivando alla laurea in Scienze Economiche e Finanziarie. Prese la maturità classica e deviò verso Giurisprudenza, da qui a Lettere. Studiava sempre, anche durante il servizio militare, concluso nel ‘46. Fece il consigliere comunale a Rapallo, fondò la rivista “Letteratura e Arte”, vinse premi importanti. Nel marzo del 1983 Nino Palumbo morì. Gli è stata dedicata una via. Molti critici letterari e giornalisti hanno scritto di lui e dei suoi libri. Hanno analizzato la personalità dello scrittore tranese, sono entrati nel vivo delle sue opere e anche nella sua vita a San Michele di Pagana, tra alberi secolari e ombrosi che ristorano l’anima. Hanno esplorato il suo ambiente e tutto quello che ha fatto, i contatti che ha avuto con la gente dei vari luoghi, che sono stati la sua seconda università (titolo di uno dei tanti libri).
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| Pagine su Palumbo |
Bisognerebbe rinvigorire il ricordo di questo autore che ha onorato la Puglia. Per questo mi permetto di rivolgere un appello all’Associazione regionale pugliesi, e in particolare al generale Camillo De Milato, che sta in plancia all’ammiraglia, che trasporta gran parte della cultura meridionale, con premi importanti, presentazioni di libri, gite di apprendimento di paesi e città… Anche Palunbo fondò premi (“Rapallo Prove”…), dette anima a giornali, collaborò a varie testate, compresa “La Gazzetta del Mezzogiorno”, con la Rai e con la Televisione svizzera ed era stato molto vicino all’Airp di altri tempi, quando non aveva i soci che vanta adesso e non era la sede di quell’architettura di iniziative che è oggi.
Palumbo era nato il 15 aprile del 1921, si era laureato dopo la guerra, aveva sposato Donatella. Uomo mite, garbato, di poche parole, era rimasto sempre legato alla sua terra, la Puglia, che ha fornito tante eminenze, Raffaele Nigro, per esempio (“I fuochi del Basento”…); Giancarlo De Cataldo (“Romanzo criminale”); e altri ancora. Ma ho l’impressione che Palumbo sia stato dimenticato. Si faccia ripartire il suo treno, non soltanto quello del suo romanzo (“Il treno della speranza”). Quel treno anche nella realtà, sempre affollato, con i viaggiatori che fuggendo dalla fame si catapultavano attraverso i finestrini, perché l’entrata delle piattaforme era intasata. Uomini che dormivano in piedi nel gabinetto di decenza, altri nel corridoio, imbacuccati; e quando nel grandissimo ventre della stazione Centrale di Milano scendevano dai predellini erano smarriti, pensando al loro paese, dove magari la stazione era una bomboniera. E cominciava la fatica della ricerca del lavoro, che poteva non presentarsi, quindi altre sofferenze, altre incertezze. Non solo in Italia, al Nord, ma anche in America, dove tra l’altro venivano indicati con il nome “Spaghetti”.
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| Zecchillo a sinistra, Lezoche a destra |
Di questo parlava Nino Palumbo, come della famiglia, della scuola. Nino Palumbo è stato uno scrittore di grande rilevanza: ebbe anche una corrispondenza con Elio Vittorini. Era infaticabile. La sua vita era la letteratura, raccontare il mondo, le esigenze, le attese, le delusioni. Una delle volte che lo incontrai a Milano gli promisi che sarei andato a fargli visita in Liguria e lui si mostrò lieto della promessa. Poi le vicende della vita si frappongono ai progetti e non potetti mantenere l’impegno. Dopo la sua morte nell’83, si tenne una giornata nazionale di studi su Nino Palumbo, a Rapallo. Filippo aveva in programma di riservare una delle sue serate a Figazzano, a un tiro di fionda da Martina Franca, a Nino Palumbo, che aveva conosciuto e rispettato. E pensava di parlarne anche a Giuseppe Francobandiera, che molti consideravano un mito per le manifestazioni che organizzava al Circolo Italsider, tutte di elevatissimo respiro, come il “Teatro sull’erba” (assistetti a una commedia interpretata da Luca De Filippo), che calamitò un pubblico scelto e numeroso. I propositi naufragarono per la morte del grande pittore pugliese in seguito a un incidente stradale e per quella dell’inimitabile operatore culturale, che a sua volta aveva una cultura profonda.







































