Pagine

Print Friendly and PDF

mercoledì 18 novembre 2020

Nelle sue recensioni era severo

EDOARDO RASPELLI, PRINCIPE

DELLA CRITICA GASTRONOMICA


 

Molto seguiti i suoi giri tra i locali,

narrati sul “ Corriere d’Informazione”,

“QN”, “L’Espresso”, e i suoi programmi

Su Rete4”, Canale5 e antenne nazionali.

Ha co-fondato l’autorevole “Guida d’Italia”

dell’”L’Espresso” e “Raspelli “Magazine”.


 

Franco Presicci

Bei tempi, quelli, si dice di solito. Ma quelli a cui mi riferisco erano tempi davvero belli. I tempi in cui ho conosciuto persone eccellenti e giornalisti brillanti, meglio dire cronisti dal fiuto volpino e veloci come corridori sulla pista del Vigorelli, tra cui Edoardo Raspelli, che lavorava nella redazione de “Il Corriere d’informazione”, giornale del pomeriggio di via Solferino, concorrente del confratello “La Notte”.

A sin, Di Bella e Cavallari
Con Edoardo ho avuto sempre un ottimo rapporto, tanto che lo invitai a far parte della giuria del Premio Milano di Giornalismo, sede nel ristorante “La Porta Rossa” di Michele Jacubino, in arte Chechele, professione originaria fornaio. Quando comunicai l’idea al “Pugliese”, come qualcuno lo definiva (era nato ad Apricena, in quel di Foggia), lo vidi allargare le braccia e guardare verso l’alto con occhi spalancati per la gioia. Anche i suoi baffetti alla David Niven ebbero un fremito quasi impercettibile. “Raspelli? Quello che non la perdona a nessuno?”. “Proprio lui”. Con quella espressione si riferiva alla severità di Raspelli nel giudicare le cucine delle diverse zone del Paese, scatenando la reazione dei titolari trafitti anche con la carta bollata. Senza che lui si scomponesse. Reagì con due righe ironiche soltanto quando uno della categoria gli mandò una corona di fiori. Il giorno in cui ancora una volta uscì indenne da un processo, ebbi l’occasione di parlarne con Luigi Veronelli, gastronomo, giornalista, scrittore, editore, filosofo, conduttore televisivo.

Edoardo Raspelli

“Raspelli? E’ di una serietà, di una onestà, di un rigore, di una competenza preziosissime. Con lui la critica gastronomica ha assunto la stessa dignità di quelle letterarie, cinematografiche, teatrali, d’arte; adesso, dunque, grazie a lui, c’è anche quella del censore del cibo, del modo di confezionarlo e di presentarlo in tavola. Nei suoi giudizi entrano anche la pulizia, il comportamento dei camerieri… “. Raspelli era ed è arbitro irreprensibile nell’”ars culinaria”, come Petronio lo era dell’eleganza. A farla breve, Raspelli era ed è nel campo un’autorità. D’accordo anche Veronelli, che quando scriveva sul quotidiano “Il Giorno “ di ricette e di vino spesso scivolava nella poesia. Era gentile, ospitale, comunicativo. Al termine della conversazione mi invitò nella sua casa a Bergamo Alta per gustare un bicchiere del suo nettare migliore, che custodiva gelosamente in cantina. Edoardo, dicevo, fin dalla prima edizione del Premio, nelle riunioni della giuria che duravano sino alle due del mattino e a volte anche oltre, con Chechele accucciato in un angolo che resisteva al sonno, si mostrò pacato, attento, misurato, a differenza di Paolo Mosca, giornalista e scrittore (“Il biondo”…), che era un lottatore accanito: puntava su un nome e lo difendeva a spada tratta. Allora Paolo dirigeva “Play Boy” e “Novella 2000”. 

La consegna del Premio a Palumbo

Quella del Premio – siamo quasi al tramonto degli anni ’70 - fu una esperienza felice, che tra l’altro portò alla “Porta Rossa” personalità notevoli, come Franco Di Bella, che dirigeva “Il Corriere della Sera”; Alberto Cavallari, corrispondente da Parigi dello stesso giornale; Gino Palumbo al vertice de “La Gazzetta dello Sport”; lo scrittore Giovanni Testori (“La Gilda del Mac Mahon”; “Il Ponte della Ghisolfa”…), che curava le pagine letterarie del “Corsera”; il critico d’Arte Raffaele De Grada, Ugo Ronfani, vicedirettore de “Il Giorno”; Vincenzo Buonassisi… Edoardo era giovane, simpatico, cordiale, schietto, bravissimo nel lavoro di cronista, e nelle sue notti insonni passate in redazione teneva l’orecchio vigile per non lasciarsi sfuggire il colpo. Allora spesso crepitavano i mitra e i cronisti stavano sempre allerta, anche se ogni due ore telefonavano al centralino di via Fatebenefratelli, dov’è acquartierata la questura. Edoardo si occupava di “nera” e la seguiva alla grande. Fu il primo, il 17 maggio del ’72, ad arrivare in via Cherubini, dove sotto casa, alle 9,15, era stato proditoriamente ucciso il commissario Luigi Calabresi. Milano era una città calda: rapimenti, rapine, omicidi… Nell’81, in via Ripamonti, il colonnello Visicchio della Guardia di Finanza acciufferà Luciano Liggio, la “primula rossa”, che si presentava come commerciante. Il 19 giugno dell’82 il corpo di Roberto Calvi viene trovato sotto il ponte dei Frati Neri di Londra. Ma non tutti gli eventi fluivano nella cronaca nera: si continuava a correre la Stramilano, esplosa nel ’72, organizzata dal gruppo alpino “Fior di Roccia”, con il patrocinio del Comune e il contributo della Banca Popolare di Milano: la maratona dei 50 mila con una insegna policroma sul petto (qualche pettorale fu in seguito disegnato da Ottavio Missoni), e quasi altrettanti schierati oltre le transenne lungo i marciapiedi.

Edoardo Raspelli

Raspelli era in via Solferino dal ’69. Non aveva ancora preso la maturità classica e già scriveva sul “Corsera”. Nel ’71 Giovanni Spadolini lo reclutò per il giornale del pomeriggio, dove il giovane cronista si distinse subito anche per la passione che nutriva per questo mestiere, che impone sgambate e sacrifici. Nel ’75, in serpa alla carrozza sedette Cesare Lanza, che era stato redattore capo del genovese “Secolo XIX” e gli assegnò una rubrica sui ristoranti. E anche in questi panni Edoardo spiccò il volo: entrava nei locali come un cliente qualunque, sceglieva il tavolo, ordinava, degustava e poi mano al portafoglio e via verso il giornale. Io lo leggevo, e ho continuato a leggerlo anche quando è arrivato in fondo alla strada. Lo vedevo su Rete4 e su Canale5, mentre passava da una cascina all’altra, da un vigneto all’altro; si muoveva tra gli ulivi, nei caseifici, nelle cantine, nei borghi, descrivendo lo svolgimento della fatica degli addetti, descriveva i formaggi, i salumi, i vini, mostrava allevamenti, interrogando i titolari, sintetizzando la storia dei luoghi e delle persone.

Da sin, Buonassini, Raspelli, Cavallari. A dx. Presicci

Trasmissioni molto interessanti, che tenevano inchiodati alla sedia gli appassionati. Di cose ne ha fatte, questa sorta di parroco di campagna, che non predica ma ascolta. Ha co-fondato, nel ‘78, la “Guida d’Italia” de “L’Espresso”; nell’86 ha cominciato a scrivere su “La Stampa” e su “QN. Ha curato la rubrica “Gambero Rosso” sul “Manifesto”, la rubrica gastronomica su “L’Espresso”. Ed è andato oltre, partecipando anche a film con Piero Chiambretti (“Ogni lasciato è perso”…), ad “Asfalto rosso” ed è stato Re Sole in un altro film, oltre che interprete nello sceneggiato “A un passo dalla Victoria”. Su Rete 4 ha fatto “Psyco” e “Attenti al lupo”. Su Raidue ha preso parte a trasmissioni con Aldo Busi e Giampiero Mughini. Di “Melaverde” su Canale5 ha accumulato 614 puntate. Ha avuto collaboratori personalità dello spettacolo e del giornalismo, tra cui Milly Carlucci, Giampiero Mughini e altri. Insomma, Edoardo Raspelli, un principe della televisione, ha informato e tra l’altro fatto sognare milioni di persone, che vorrebbero voltare le spalle alla città caotica e frustrante per trasferirsi in una casetta con attorno un pezzo di terra da coltivare. La marcia non si è conclusa: all’età di 71 ha creato “Raspelli Magazine” on line. Un uomo dalle mille idee. Infaticabile. L’ho ritrovato con immenso piacere qualche giorno fa su Facebook. Mi ha mandato un messaggio con il mio articolo su “Minerva News” riguardante Chechele, pubblicato sulla sua nuova impresa, confidando che a ripercorrere quei tempi si era commosso.

La consegna del premio:Zucconi, Chechele e Nennella
Io mi ero commosso a scrivere il pezzo, anche perché tanti amici che avevano avuto a cuore il Premio non ci sono più, a cominciare dallo stesso Chechele, uomo generoso e intelligente, diplomatico e intuitivo, che era stato ufficiosamente nominato ambasciatore della Puglia. E non ci sono più Guglielmo Zucconi, Ugo Ronfani, Vincenzo Buonassisi, Baldassarre Molossi, Ibrahim Kodra, Giuseppe Migneco, Mario Bardi, Alberico Sala, poeta e critico d’arte del “Corsera”, e Raffaele De Grada, critico d’arte e autore di una “Storia dell’arte”… Scomparsi anche alcuni premiati: Franco Di Bella, Gino Palumbo, Alberto Cavallari, Gaetano Afeltra, che fu direttore del “Corriere d’Informazione”, vice del “Corsera” e poi del “Giorno”; e Guglielmo Zucconi, che fu, anche lui, un ottimo pilota del giornale dell’Eni. I bei tempi scorrono, come le acque dei fiumi; e scorrono velocemente. La memoria li archivia e quando apre le chiuse è nostalgia. A quei tempi mi capita di pensare: le galoppate per completare il quadro di una notizia; le soste dietro una porta della squadra Mobile; la ricerca di un “trombettiere”… Una vita sempre in movimento. Una giostra.


                                  &&&&&&&&&&&&&&&&&

UN REGALO PER NATALE-(SCONTO 20% - SCHENA EDITORE-

tel. 3382070827)







mercoledì 11 novembre 2020

Indomabile il libraio di viale Tunisia

 

Nicola Partipilo
CHIUSA LA LIBRERIA NEL CENTRO DI

MILANO AIUTA I FIGLI

IN QUELLA DI VIA SODERINI

 

Amareggiati tutti i suoi clienti. Da Nicola

Partipilo sentivano aria di casa e venivano

serviti con solerzia. E potevano incontrare

scrittori, vip del giornalismo, personalità

della televisione, Se c’era da aspettare,

potevano accomodarsi su una poltrona e

bere una tazza di caffè.

 

 

Franco Presicci

Giorni addietro, mentre con amici prendevo una bibita nel bar di viale Tunisia quasi all’angolo con corso Buenos Ayres, ho lanciato uno sguardo malinconico di fronte, dove fino a qualche mese fa si apriva la libreria internazionale Partipilo, e ho osservato alcune persone che arrivavano con passo spedito e si fermavano davanti alle vetrine vuote. Le raggiunsi e chiesi loro come mai non sapessero della scomparsa di quel “tempio”, noto in tutta la Lombardia. “Non lo sapevo – la riposta di uno del gruppetto, un signore elegante, gentile, loquace, evidentemente amareggiato – Sono venuto per fare una scorta di libri, prima che il “Covid 19” provochi una nuova clausura, ‘in primis’ ‘le Confessioni di Sant’Agostino, ‘Il Rosso e il Nero” di Stendhal, la versione in prosa de l’Iliade’; ed eccomi qua, sorpreso, addolorato e deluso”.

Esterno della Libreria Partipilo

Tornai al bar dagli amici, e li trovai intenti a commentare la chiusura di tante librerie e di questa soprattutto, dalla quale si rifornivano di testi scolastici le più piccole sparse in diverse zone della città. C’era gente che ci veniva anche dall’hinterland: un avvocato, per esempio, che usava dire: “Da Nicola vengo, sì, per acquistare un libro, ma anche perché posso sedermi sulla poltroncina di vimini, sorseggiare un caffè e conversare”. E’ noto e apprezzato in tutta Milano Il nome del titolare, un barese dalle eccezionali doti umane, che aveva cominciato come fattorino in un altro negozio, che mandava i testi anche a domicilio; e a portarli era lui, in sella a una bicicletta. E tra una consegna e l’altra imparava le vie e tutto quello che contenevano. Era svelto, appassionato, curioso, premuroso, e così è rimasto con il passare degli anni. La libreria di viale Tunisia era un luogo d’incontri: amici che non si vedevano da anni; conoscenti, scrittori, tra cui Carlo Castellaneta (“autore del “Dizionario di Milano”, “Viaggio col padre”, “Tracce dell’anima”, di vari volumi con la Celip, casa editrice dello stesso Partipilo…); 

Partipilo e Enzo Biagi
Serata culturale
 

 

 

 

 

 

 

 

 

lo storico Guido Lopez (“Milano in mano”, “Navigliando”…); l’architetto Empio Malara, con anni di militanza in favore della riapertura dei navigli e scrittore; mezzibusti della televisione, tra i quali Andrea Bosco, anch’egli autore della Celip; Mario De Biasi, che con la Celip ha pubblicato volumi di immagini spettacolari, già fotografo giramondo per il settimanale “Epoca”; il veneziano Fulvio Roiter, grande artista del “clic”, che quando puntava la macchina fotografica tirava fuori l’anima del soggetto, e per coglierlo dal punto di vista voluto per il libro sui cortili fece – a detta dello stesso Nicola, che lo accompagnava - imprese rocambolesche sul Naviglio Grande. “In alcuni momenti ho temuto di vederlo cadere in acqua”. E l’ingegnere che da pellegrino amante della natura acquerellava le località di mezzo mondo e mandava i “cartoncini” a parenti e amici al posto delle cartoline. Tanti illustri personaggi frequentavano dunque questa libreria con oltre sessant’anni di vita. Una libreria storica. Come storica è la bottega di Giuseppe Rossicone, che della Partipilo parlava con rispetto ed entusiasmo. E storico il Bar Magenta, data di nascita 1907, quando a Milano circolavano centinaia, migliaia di carrozze. Storico il Cinema Centrale, stessa età del primo, sede nella bramantesca Casa de’ Grifi, sorta nel 1480. Storica la Finart, fondata il primo luglio del 1957. E storica l’Osteria del Giardinetto, di via Tortona, che emise i primi profumi nel 1949. E la Fornace Curti, che ha percorso diversi secoli prima di arrivare in via Walter Tobagi, nei pressi del Ticinello e della chiesa di Santa Rita. Milano spesso perde pezzi. Non si contano le librerie che hanno spento le luci. All’ospedale di Niguarda per esempio la Mondadori, in questi giorni sostituita da Giunti. Le librerie sono luoghi di cultura e andrebbero tutelate soprattutto dagli affitti esosi e dai colossi che fanno piazza pulita. Partipilo ce l’ha messa tutta, ma alla fine ogni sforzo, ogni sacrificio, ogni impegno è naufragato come un bastimento contro gli scogli. Ed è andato a dare una mano ai figli Andrea e Marco nell’altra sua libreria, in via Soderini, dalle parti di via Lorenteggio, anche quella molto ben frequentata. Anni fa, una signora ottantenne, bassa, carina, pelle come i petali di una rosa, occhiali spessi, tunica scura, mi raccontò che Partipilo sull’insegna aveva fatto sistemare un faro che dava luce all’isolato e i vigli urbani lo multarono perché irregolare.

Reparto sconti
Lui è fatto così: la sua libreria deve splendere, deve piacere a chi entra. I locali di viale Tunisia erano stati rimessi a nuovo, con belle idee architettoniche. Il suo ufficio era su una specie di plancia, con passaggi lungo la parte superiore degli scaffali. Un posto di prestigio era riservato ai libri su Milano e la Lombardia pubblicati dalla sua casa editrice (le Cascine, i Cortili, le voci oggi scomparse, dal caldarrostaio al venditore di rane, i Navigli, le vecchie stradine, come la Bigli, in cui abitò Eugenio Montale e tenne il suo salotto la contessa Clara Maffei, famosissima nel Risorgimento; via Morone, che sbocca in quella bellissima piazza Belgioioso, che su un lato confina con il palazzo di “don Lisander”, autore de “I Promessi Sposi”, in cui si conserva intatta la camera da letto…).

Interno libreria Partipilo

La libreria Partipilo era la mia meta preferita. Se dovevo andare a fare quattro passi in Galleria, passavo da Nicola, che m’invitava a bere un bitter al bar di fronte; e così se avevo un appuntamento con Francesco Lenoci nel suo studio alla Terrazza Martina, le cui finestre danno su piazza Duomo. Ci andavo quando un mese prima di Natale usciva uno di quei libri della Celip che attraverso i testi, autorevoli, e le foto, meravigliose, invogliavano il lettore ad un viaggio verso le bellezze della Lombardia. E ogni volta incontravo un personaggio. In questo tempio conobbi Annibale del Mare, il giornalista che nel ’43 pubblicò un articolo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”, in cui annunciava il ritorno della libertà di stampa. 

Piero Colaprico

 

Don Lurio
V’incontrai più volte lo storico Guido Lopez, che ha raccontato Milano in pagine numerose e intense, ed è intervenuto in tutte le presentazioni dei volumi della Celip: nella Basilica di Sant’Ambrogio, alla Società del Giardino, nella Galleria “Prospettive d’arte” di Mimmo Dabbrescia (moderatore Piero Colaprico di “Repubblica” e tra i relatori Don Lurio, che proprio in quei giorni aveva lì una sua mostra di quadri) in via Carlo Torre; a Mantova, vicino a Palazzo Tè; nella biblioteca di Cernusco sul Naviglio; nella stessa libreria di viale Tunisia, dove le televisioni lombarde intervistavano gli autori delle perle della Celip. Mario De Biasi era di casa. Un giorno, per ringraziarmi di una recensione, improvvisò un disegno che raffigurava il sole e me lo regalò con tanto di dedica. Era anche un ottimo disegnatore. Da Partipilo, soltanto Nicola per gli amici, si trovavano tra l’altro cortesia, disponibilità, sagacia. Se un cliente cercava un libro che non c’era e non c’era neanche un’edizione diversa lo si procurava in un giorno o due. Ogni tanto allietava l’ambiente il suono di uno dei “carillon” sistemati su una pila di libri o su uno scaffale. A Natale non mancava un presepe originale, artistico, di cui non si riusciva a capire la provenienza, e più di un Babbo Natale semovente, di diverse dimensioni. Nicola confidava che nel suo negozio l’avventore doveva sentire aria di casa. La libreria era la sua passione, la sua gioia, la sua speranza che continuasse con i suoi ragazzi. Credo che abbia pianto quando è stato costretto a dare l’ultima mandata alla porta. Allora ha perduto il suo mondo, che aveva creato con entusiasmo tanti anni fa. Già allora covava l’idea di mettere su, oltre alla libreria, la casa editrice, la Celip, che avrebbe offerto ai milanesi volumi eleganti e preziosi anche per l’autorevolezza dei contenuti. Cominciò con “Milano Venticinque secoli di storia attraverso i suoi personaggi“, Illustrato a “Prospettive d’arte” da nomi famosi, tra cui Don Lurio (ballerino, coreografo, cantante, presentatore, “star” di Raiuno con “Giardino d’inverno” con le Kessler, “Studio Uno…), al secolo Donald Benjamin Lurio, di New York, che per la prima volta si esibiva come pittore, Lopez, Colaprico, il campione di calcio Giovanni Lodetti… Presente, fra tanti altri, Annibale del Mare, che, nato a Savona, visse tanti anni nel capoluogo pugliese, per poi trasferirsi a Milano, città che gli piaceva molto. “E’ una città bella, discreta – dice Nicola - Ricordo Guido Piovene: ‘Chi la percorre con amore, vede come persistono nonostante le offese i suoi motivi antichi’. Quando ero incaricato della consegna a domicilio dei libri, pedalando in corso Venezia, rimanevo affascinato dai suoi palazzi. Così in via Borgonuovo, dove abitava il poeta Raffele Carrieri, tuo compaesano; e in via Durini, dove morì Umberto Giordano. Questa Milano ho voluto ‘raccogliere’ nei libri editi da me”. Adesso Nicola Partipilo, uomo indomabile, dalle mille iniziative, aiuta i figli nell’altra libreria, in via Soderini – via dedicata allo statista fiorentino, accanito difensore della sua città – nota anche questa ai meneghini. Ma il ricordo di viale Tunisia è per lui angoscioso.

                                                 
                                     &&&&&&&&&&&&&&&&&

UN REGALO PER NATALE-(SCONTO 20% - SCHENA EDITORE-

tel. 3382070827)














mercoledì 4 novembre 2020

L’albo d’oro dei pugliesi a Milano

UOMINI DI NOTEVOLI CAPACITA’

HANNO ONORATO LA LORO TERRA

 Sono il luminare della medicina Miraglia,

Velluto, Azzella, Lezoche, Palumbo, Alto,

Porzio, Carrieri, Le Noci, Cantatore e tanti

altri. Completerò il lunghissimo elenco,

aggiungendo di volta in volta personaggi

esemplari come principi del foro, docenti

giornalisti.

 

 

 

Franco Presicci

Non resisto all’dea di aggiungere perle alla collana dei pugliesi che hanno lasciato il segno a Milano, per genialità e laboriosità. Tra questi il professor Ferruccio Miraglia, che fu direttore della divisione di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Buzzi, in via Castelvetro.

Lezoche sul balcone a Trani
Noto e stimato anche all’estero, il professor Miraglia tra l’altro istituì una scuola di preparazione al parto ed era autore di numerosi volumi (“Sarò padre”, “Sarò madre”, “Per una cultura del nascere”, con prefazione di Gustavo Charmet), stampati da editori importanti in centinaia di migliaia di copie e tradotti in quasi tutte le lingue). Sosteneva che “l’ostetrico deve nutrire per la donna che aspetta un figlio non solo partecipazione ma affetto”. Dotato di grande umanità, studioso anche di psicosomatica e psicanalisi, ha sviluppato e trasmesso la cultura della preparazione al parto e ”l’etica dell’umanizzazione all’assistenza sanitaria”. Nel ’73 dette vita alla rivista “Nascere”, molto seguita non solo dagli esperti. Legato al suo paese d’origine, Castellaneta (che, come si sa dette i natali a Rodolfo Valentino), dove gli hanno intestato una strada, vi tornava spesso. Lo incontrai parecchie volte, e un giorno mi ricevette nella sua abitazione per un’intervista.
 
Dino Abbascià in bici

Era persona di poche parole, ma gentile e ospitale. M’incoraggiò subito a darci del tu e mi fece dono di uno deii suoi libri. Lo presentai a Dino Abbascià, dinamico presidente dell’Associazione regionale pugliesi, con sede in via Pietro Calvi, dove partecipava spesso alle manifestazioni. Chi non lo conosceva non poteva immaginare che era stato un luminare, una personalità illustre, una luce nel campo della medicina e della cultura. Il professor Miraglia è scomparso il 4 febbraio del 2012, a 99 anni. Avrebbe meritato il Premio Motta per quelli che hanno contribuito a far grande Milano. Ne parlerò diffusamente in seguito, ricordando meglio i suoi altissimi meriti. Mario Azzella era di Trani. Giornalista, documentarista della televisione nazionale; uomo spiritoso, coltissimo, di compagnia (“Ha la freschezza di un bambino”, commentò una signora). Mi invitò nella sede Rai di corso Sempione, per un’intervista su un’iniziativa sulla Puglia che stavo per realizzare al Centro Informazione d’arte di via Brera. Era uscito su “L’Europeo”, diretto da Giovanni Valentini, un inserto sui trulli che, abbandonati, si sgretolavano, e ne volevo approfittare per una specie di convegno, chiamando a raccolta i pugliesi sensibili all’argomento.

Zecchillo e Giacomo Lezoche

 

La trasmissione fu ascoltata dappertutto e il salone si riempì, avendo in prima fila Guido Le Noci, Domenico Porzio, Vincenzo Buonassisi, lo stesso Valentini e il suo “staff” redazionale, compresi Salvatore Giannella, autore dell’inchiesta, e il suo fotografo. Rividi Azzella qualche anno dopo nello studio di Filippo Alto in via De Castiglia; e mentre gli altri ospiti assaggiavano prelibatezze pugliesi, lui mi sciorinava barzellette sapide e divertenti. Aveva il gusto del racconto: dosava le pause e i toni, prima del colpo finale. Ma non tendeva a fare da mattatore; anzi se ne stava spesso in disparte. 

Gli onorevoli Aldo Aniasi, Roberto Mazzotta e Giacomo Lezoche

 

Azzella era innamorato di Trani, come Giacomo Lezoche, commercialista e ricercatore di documenti sulla Puglia di Milano, amico di Gino Palumbo, scrittore, autore di “Pane Verde” (la storia del tappezziere Amitrano, costretto all’emigrazione dalla grande crisi del ’29); “Il serpente malioso” (Editori Riuniti), con il protagonista condizionato dal senso del peccato; “Impiegato d’imposte”, edito da Mondadori ; “Le giornate lunghe” (Rizzoli)… e tanti altri corregionali, che vennero a Milano ad aprire i cosiddetti “trani” osterie cantate da Giorgio Gaber, ispirate, nel nome, dal paese da cui venivano. Famoso il volume “Il Trani di via Lambro”, che Vincenzo Pappalettera pubblicò con Mursia nel 1991. Mario Azzella era appassionato di spettacolo e dopo aver frequentato la facoltà di Scienze Politiche, frequentò l’Accademia d’arte drammatica e il corso di regia tenuto da Orazio Costa, uno dei maggiori nomi dell’agone teatrale fra la prima e la seconda guerra mondiale, e quelli di recitazione di Wanda Capodoglio, Sergio Tofano e Silvio D’Amico. Successivamente fu reclutato, grazie al poeta Michele Galdieri, dalla Compagnia di Carlo Dapporto; fu tra i boy di Wanda Osiris. Uomo dalle mille idee, durante il servizio militare allestì rappresentazioni per i commilitoni; e, a congedo avvenuto, continuò a coltivare i suoi sogni. Conobbe Giacomo Rondinella, interprete di tanti brani napoletani, tra cui “Scapricciatiello”, suonava il pianoforte, componeva canzoni…. Come editore stampò anche alcune serigrafie e litografie del pittore barese. Partecipava alle serate che questi organizzava in casa sua in via Calamatta, palazzina di cui era proprietario il grande sarto Guglielmo Miani (di Andria): serate con critici d’arte come Raffaele De Grada e Sebastiano Grasso, che scrivevano entrambi sul “Corriere della Sera”, giornalisti, artisti; e a Figazzano, dove il “Vichingo”, soprannome inventato da me per l’altezza e i capelli biondi, aveva la casa per le vacanze.

Filippo Alto

Quando Alto morì nel ’92 in seguito ad un incidente stradale nei pressi di Ancona il giorno prima di Natale, scrisse una commovente poesia, che venne recitata durante la cerimonia di commemorazione all’Associazione pugliesi di piazza Domo, presieduta da Beppe Marzo, collezionista di francobolli e di giornali leccesi dell’800. Per la televisione fece un documentario a colori sulla sua città, sempre ricca di uomini memorabili: Libero Bovio, autore di tante bellissime canzoni… vesuviane, tra cui “Guapparia”, “Reginella”, “’O paese d’o sole”, era figlio di un docente tranese amico di Giuseppe Mazzini. Di Trani Azzella parlava spesso. Era orgoglioso, come Lezoche e Gino Palumbo, di esservi nato. E quando vi tornava se ne andava in giro con la sua macchina fotografica, fermandosi a conversare con la gente. Nel ’64 i tranesi di Milano misero in cantiere numerose iniziative culturali, mentre veniva concepita l’idea un organismo sociale, che rifacendosi ai principi della vecchia Associazione pugliese, mettesse in atto attività tese a diffondere la cultura della nostra terra nel territorio lombardo. I più tenaci sostenitori erano Azzella, che nel ’67 fondò il periodico “Hinterland”, uscito fino al ’71; Lezoche; Palumbo, che, emigrato a Milano giovanissimo, si trasferì a San Michele di Pagana, frazione di Rapallo, finestra sul golfo del Tigullio, continuando, nella calma e nel silenzio, la sua attività di scrittore.

Azzella, Palumbo, Baldassarre, sindaco di Trani, Lezoche

Il progetto venne realizzato e Gino Palumbo assunse la presidenza. Parlando con Giacomo Lezoche in una mia visita nella sua oasi di Trani, rievocammo quella iniziativa e del suo nutrito programma, avviato con la presentazione della nuova edizione delle “Rime e scene popolari tranesi” del poeta vernacolare Francesco Ferrara, condotta da Mario Azzella. Sempre nel ’76 l’Associazione partorì la “Famiglia tranese”, presidente Stefano De Feo, che istituì tra l’altro il Premio “’U cambanale”. Nel settembre dell’83, deceduto Gino Palumbo, si decise di raggruppare tutti gli apuli nell’Associazione Regionale Pugliesi, una fucina di idee e di iniziative, condotta dal generale Camillo De Milato. Del quartetto rimane un ricordo indelebile. Ha tenuto alto il nome della Puglia a Milano e Locorotondo ha voluto onorare Filippo Alto, dedicandogli una strada; e Trani Mario Azzella, facendo altrettanto. 

Bruno Marzo
Antonio Velluto
Altro pugliese di primo piano, Antonio Velluto, scomparso nel 2014. Era nato a Troia, nel Foggiano, centro di un altro pugliese, Franco Marasca, che visse non ricordo più quanto a Milano, dove insegnava e fondò la rivista “Il Rosone”, con una cerimonia al ristorante “La Porta Rossa” di Chechele. Lo chiamavano “il principe”, Velluto, per l’eleganza del comportamento, la lealtà e il rispetto che aveva verso gli altri.
Giornalista professionista, dirigente alla sede Rai di Milano, trattava con i guanti bianchi i suoi redattori; se qualcuno aveva bisogno non si voltava mai dall’altra parte. Una sera, durante una cena a casa sua in via Moscova, gli dissi: “Sono passati più di 30 anni e conservo per te tanta gratitudine”. Si stupì e gli ricordai il motivo: “Morì un amico lasciando la moglie e cinque figli senz’alcun sostentamento: mi rivolsi a te e in brevissimo tempo trovasti un lavoro alla ragazza più grande”. Osservava il principio manzoniano: “Dona con volto amico, con quel tacer pudìco che accetto il don ti fa”. Alla sua morte, durante la messa nella chiesa di San Marco, un collega del “Corriere della Sera”, Grassi, che abitava nel suo stesso palazzo sopra di lui, mi sussurrò: “Camminavo sul velluto”, giocando con le parole. La chiesa era quella in cui il 22 maggio 1874 ebbe luogo la prima esecuzione della “Messa di Requiem” di Verdi in ricordo di “don Lisander”. Il giorno dei funerali del “principe” era affollata di giornalisti e di personalità: Antonio era stato anche assessore comunale all’Edilizia popolare, stimato e amato. La gente era venuta anche da lontano. La figlia Alessandra, giornalista anche lei, dal presbiterio disse: “Alcuni hanno conosciuto mio padre come giornalista, altri come politico e sindacalista, ma era per me soprattutto papà. Chi lo incontrava rimaneva subito colpito dalla sua capacità di farlo sentire accolto. Casa nostra è stata sempre piena di gente…” Il principe se ne andò mentre Alessandra gli teneva la mano.







mercoledì 28 ottobre 2020

Luoghi da visitare e ammirare

NELLE MASSERIE DI CRISPIANO SI RITROVANO VALORI ANTICHI. 

Vito Santoro e Armando De Salis

 

Vi si svolgono tante manifestazioni

interessanti, artistiche, culturali e non,

con cene, suoni e spettacoli e la

fisarmonica di un virtuoso, Vito Santoro,

impegnato nell’impresa di far rinascere

la serenata.

 

                                                                       

 

Franco Presicci 

Il 14 novembre Crispiano innalzerà il gran pavese per il centenario dell’autonomia comunale, che sciolse il suo legame con Taranto. Avvenimento importante non soltanto per gli abitanti del luogo, oltre 13 mila, ma anche per chi, pur non essendovi nato, ama tornarvi, attirato dai festeggiamenti per la Madonna della Neve e dalle tante manifestazioni realizzate nel quartiere di San Simone o nelle masserie o nelle strade.
 
Antonio Palmisano,Emanuele De Vittorio,Vincenzo Angelo Arces
Ben cento di queste architetture rurali sono disseminate nel territorio, tanto che Michele Annese, quando era dinamico ed appassionato pilota della Biblioteca “Caro Natale”, mise mano al bellissimo volume, con foto straordinarie di Romano Gualdi, di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena: documentazione preziosissima. Un libro arioso, sostanzioso, con pagine in carta patinata, elegante, da leggere e da vedere: un libro che fa intraprendere un lungo viaggio tra ulivi saraceni dai tronchi possenti, spettacolari; cortili; tratturi; interni con scene di vita quotidiana; un vecchio contadino con baffi alla Einstein; uomini impegnati in lavori agricoli; una distesa di verde inondata dal sole; una grotta con la bocca aperta su un campo seminato...: un mondo antico che qua e là si prolunga fino ai nostri tempi, sia pure con protagonisti diversi, nei fabbricati e nella loro terra, che succhia in tante parti la fatica dell’uomo.
 
Masseria Francesca

Rivedo le masserie da me visitate: l’Amastuola; la Fanelli, che in un’immagine presenta il paiolo sul fuoco del camino; la Russoli, con la sua popolazione di asini di Martina Franca, che sin dai primi del ‘900 venivano esportati in ogni Paese, compresi gli Stati Uniti; la Pilano, del XVII secolo, con la sua grotta carsica; la Belmonte, del XIX secolo, dove nella gola del camino fu scovato il brigante “Pizzichicchio, al secolo Cosimo Mazzeo; la Francesca, data di nascita XVIII secolo, vicina a un caratteristico jazzo con segni di abitazioni di epoche remote; la Monti del Duca, del XV secolo; le Mesole, XVI-XVII secolo, cappella dedicata alla Madonna del Rosario, garitte di difesa, nell’88 sede della mostra “Le Cento Masserie di Crispiano” (l’opera appena citata), con 600 pannelli fotografici; la Cigliano, con la sua scala a gomito; le Monache; la Lupoli, del XVI secolo, con il suo museo della civiltà contadina, la sua cappella della Madonna della Liberazione e la Torre medievale; la Coppola, con i trulli e le lamie; la Calvello, con la bella palma nel cortile; la San Simone, dove l’8 maggio si celebra san Michele Arcangelo…. Devo sempre ringraziare Vito Plantone, di Noci, che iniziò la sua carriera di poliziotto a Bari, la perfezionò a Milano lavorando con personaggi del livello di Mario Nardone, un mito, detto “il Gatto”, diventando poi questore a Catanzaro, Brescia, Palermo… 

Tonino Palmisano,Antonio Palmisano,Ninetta Console,Emanuele De Vittorio
Conversando come al solito di Puglia e del suo paese, quando dirigeva il commissariato Ticinese, in via Tabacchi, , nel capoluogo lombardo, questo eccellente investigatore mi disse testualmente: “Tu sei di Taranto, ma sicuramente non sei mai stato a Noci e mai a Crispiano, paese in cui mio cognato Lino fece il maestro”. “Nel tuo paese – risposta – ci sono stato tantissimi anni fa per il Premio “Le Noci d’oro”; a Crispiano no; ma ne ho sentito parlare molte volte all’età di 15 anni da una cugina di mia nonna, che era di Crispiano, innamorata della sua ‘culla’ come una bimba della sua bambola. Ricordo che parlava sempre dell’onorevole Lo Re, che per lei e per i suoi concittadini era una leggenda. Erano gli anni in cui i parlamentari non prendevano una lira”. “Un giorno verrò a prenderti e ti porterò a vedere il borgo antico di Noci e poi in quel paese-bomboniera, e ti presenterò una persona che vale la pena di conoscere.

Annese,Alfredo De Lucreziis,Vito Santoro

Si chiama Michele Annese, dirige la biblioteca locale ed è un fabbro della cultura e una figura di spicco”. Vito era di poche parole e si accendeva solo nelle feste in casa con gli amici e quando si parlava di Puglia. Fuori, soprattutto in questura, era un monumento ambulante, integerrimo e professionale, profondo conoscitore della criminalità organizzata e non. “Mi sembri Giuseppe Giacovazzo – aggiunsi – che a Filippo Alto scrisse per una cartella di litografie intitolata “Paese vivrai”: “Ti racconto – dopo quasi una vita – perché una lontana domenica ti trascinai dalla città a vedere come era fatto il mio paese. Tu ora lo dipingi. Io lo riscopro…”. Vito avrebbe onorato l’impegno, ma purtroppo si ammalò e Michele Annese lo conobbi al suo funerale, a Noci. L’invito a Crispiano me lo fece lui personalmente e mesi dopo me lo ritrovai di fronte, non al timone del suo bastimento, in corso Vittorio Emanuele, ma sul barcarizzo: sulla soglia della vecchia sede della biblioteca, in seguito trasferita in via Roma al 9, a due passi dalla chiesa della Madonna della Neve. Da una chiacchierata, breve e simpatica, capii che avevamo interessi culturali comuni e la stessa concezione della vita, da cui poteva nascere un’amicizia. Un caffè al bar vicino stimolò la promessa di rivederci. E ci rivedemmo non una, ma tante volte. E continuo a frequentarlo nelle mie rimpatriate nella solare Martina, dove mi ristoro lo spirito beandomi delle sue bellezze. 

La sagra del peperoncino a San Simone

 

 

Ogni occasione era, ed è, buona per correre a Crispiano, da solo o con mia moglie o con un seguito di amici e parenti. A far da calamita un’iniziativa in una masseria o nella via principale con tante bancarelle illuminate e negozi aperti fino a mezzanotte tra profumi di carne alla brace. Un pomeriggio andai alla Pilano, proprietaria Rita Motolese, per un evento con artisti polacchi, in onore dei quali vennero messi in fila una ventina di “capasoni” fasciati da un nastro tricolore (mi piacciono questi manufatti panciuti come donne in attesa). Tra la folla, Michele Annese, con l’aria di chi era lì per caso. Ricordo due signori, uno seduto e l’altro in piedi, piegato verso di lui, infuocati in un discorso su Ernesto Treccani, che citavano con il solo nome di battesimo come fossero critici d’arte in confidenza con il fondatore di “Corrente”. 

Presicci accarezza "la ballerina" alla Francesca
Ad ascoltarli due lucignoli con il fucile a tracolla, nelle vesti di briganti, e signore che rinverdivano vecchi mestieri e postazioni di artigiani geniali. Ricordo, alle Mesole, uno spettacolo musicale coordinato da Anna De Marco, una delle solerti e preparate collaboratrici della vecchia biblioteca; alla Monti del Duca, l’esibizione di una compagnia dialettale di Grottaglie; la presentazione del libro di Giuseppe Giacovazzo “Puglia il tuo cuore”, durante la quale il giornalista accennò tra l’altro alla grandiosa figura di Tommaso Fiore, al quale aveva dedicato un altro libro; al carattere un po’ ruvido di Padre Pio e alle campagne elettorali di Aldo Moro, che lo avevano avuto protagonista.

Donato Plantone

Al termine, mentre la folla degustava fichi ed altre delizie, Donato Plantone, segretario comunale della cittadina, accarezzava un cavallo con la testa fuori del box in vena di coccole, e un pittore soffiava nell’orecchio del vicino vita e opere dell’autore di “Un popolo di formiche, del “Cafone all’inferno”… facendo sue le parole dell’oratore. Non mancavo mai alle manifestazioni di Crispiano: al presepe vivente: alla festa della Madonna della Neve; al lungo e dettagliato racconto, fatto in corso Vittorio Emanuele, davanti a una fiumana di persone, degli scavi alla Masseria l’Amastuola, pilotati da un docente della libera Università di Amsterdam. Alla Francesca, data di nascita XVIII secolo, un paio di anni fa, a una cena per l’inaugurazione dell’agriturismo della struttura, con il condimento di un sassofono e di una fisarmonica, suonati da Armando De Salis e Vito Santoro, tra l’altro impegnato nella lodevolissima impresa di ripristinare la tradizione della serenata, proprio Michele mi parlò di un quadrupede che balla la pizzica e stuzzicò la mia curiosità: andai a trovarlo nelle scuderie, lo accarezzai a lungo e lui, per lasciarmelo fare, allungò il muso oltre il recinto.

Annese con la moglie Silvia

Fuori delle masserie, ho molto apprezzato la sagra dei funghi, promossa dal titolare del ristorante “C’era una volta” (non avevo mai visto tanti funghi, che a Cicerone ispiravano gli scongiuri). Nell’occasione mi venne in mente un testo di Enzo Tortora in cui tra l’altro il presentatore gentiluomo, coltissimo e piacevole, elencava i morti attraverso il vegetale in versione velenosa, complice nella storia di avversari spietati. Un esempio? Nerone, “che non nascondeva di dovere l’impero, più che agli Dei e alla volontà della Nazione, a un bolèto dal colore viola, un po’ sospetto”, servito da Agrippina all’imperatore Claudio… il 2 settembre del 2005, nel teatro comunale ho applaudito il concerto di Crispianapolis, un complesso che coltivava anche la musica etnica e comprende il virtuoso chitarrista Antonio Palmisano, valido operatore culturale della biblioteca. Al termine dello spettacolo, intervistai uno degli attori del seguitissimo sceneggiato televisivo “La Squadra”. Alla Sagra del peperoncino piccante (“puperùsse asquande”) ero uno dei primi ad arrivare, in compagnia di mia moglie, di Michele e della sua consorte Silvia, docente di lingua italiana e ottima collega in giornalismo (efficaci i suoi interventi nel libro sulle masserie).

La serenata con Santoro
Anche quella è un’impresa che Alfredo De Lucreziis e compagnia non dovrebbero fare impallidire, considerando anche il successo che ha sempre riportato e le personalità presenti, tra cui il professor Massimo Biagi, esperto internazionale di peperoncino piccante, il cui “stand” a San Simone era molto frequentato da appassionati in cerca di consigli. Ogni anno aspetto con ansia i primi di settembre per immergermi nel flusso dei visitatori che fanno la ronda con in mano un piatto di fagioli o di polpette o un gelato, una frisella, tutto spruzzato di peperoncino, che regna in tutte le cucine del mondo. Non tutte le zappe erano dunque forgiate nell’officina di Michele Annese, invaghito del suo paese e personaggio di altissime capacità. Ma in quasi tutte c’era la sua mano. Ho assistito, anni fa, a un colloquio tra Michele e alcuni titolari di masserie, che gli chiedevano consigli su un’idea da mettere in cantiere; il volume “Le cento masserie di Crispiano, uscito a cura dell’Amministrazione comunale della città (con testi dello stesso Annese, di Silvia Laddomada, Angelo Carmelo Bello, Tony Fumarola, Pasquale Pellegrini, Renato Perrini) lo ha avuto come artefice infaticabile. Alle Monache, masseria, del XVI secolo, proprietario Stella Perrini, produzione biologica di ciliegie, fichi d’India, vigneto e altro, con la partecipazione di numerosi ospiti, fu festeggiato un gemellaggio con la Grecia, che era una delle opere di Michele, stakanovista ed entusiasta. Il proprietario, professor Bianco, mi guidò in cucina, dotata di un grande tavolo circolare di pietra di fronte al vano che accoglieva il forno, dove un macellaio preparava la carne da servire durante la serata, mostrandomi poi la camera con il letto che nel ’75 aveva pagato 150 mila lire e tante altre grandi sale, arredate con mobili pregevoli. Non posso più dire grazie a Vito Plantone, che si disse disposto a portarmi a Crispiano. Lo farò un giorno, se nostro Signore deciderà di mandarmi a navigare tra le stelle, dove lui oggi certamente risiede. Se invece mi spedirà nella parte opposta, forse riuscirò a intercettare un messaggero. In ogni caso gli sono obbligato.

NOTA: SUL SITO "MINERVA CRISPIANO (BLOCK NOTES CON LA PENNA): "UN PREZIOSO VOLUME DI MICHELE ANNESE DI FRANCO PRESICCI"

mercoledì 21 ottobre 2020

Lavorare al “Giorno” di via Fava era esaltante

Guido Gerosa, a destra e il direttore del Giorno Lino Rizzi

 

LA FLOTTA DEI CRONISTI GALVANIZZATI

NON GUARDAVANO MAI AGLI ORARI

 

 



Quelli della “nera” non perdevano un colpo.


Quando erano su un fatto non lo mollavano se non dopo aver riempito il paniere.

 

Chi poi primeggiò in altri campi dopo aver lasciato il racconto dei delitti e delle rapine provava tanta nostalgia.

 

 

 

Franco Presicci

Palazzo del Giorno

Sin dalla sua nascita, in via Settala, il quotidiano “Il Giorno” ha avuto firme di altissimo livello, dal critico cinematografico Pietro Bianchi a quello teatrale Roberto De Monticelli, all’investigatore d’arte Marco Valsecchi, a Gianni Brera, re dello sport, a Giancarlo Fusco, tra l’altro autore di cinque o sei libri (tra cui “Quando l’Italia tollerava” sulle persiane chiuse)…. In tutte le redazioni c’erano degli assi. Per esempio per il ciclismo Mario Fossati; per il pugilato Nando Pensa… Tra gli inviati Pier Maria Paoletti, che stazionava in Cronaca, ma era anche un esperto di musica, Mario Zoppelli, Bernardo Valli, Giorgio Bocca; Patrizio Fusar, Guido Zozzoli, che Vittorio Emiliani, altra firma autorevole, descrisse come “affabulatore straordinario che deliziava i colleghi che dovevano sorbirsi il turno di notte fino alle 4, con i suoi racconti di eccezionale vivezza: drammatici o divertenti…”). La Cronaca era nota per la sua vitalità, col tempo galvanizzata da capocronisti di grande valore, prima Enzo Macrì e poi Enzo Catania, entrambi siciliani.

 

Catania fra i prefetti Serra e Colucci
Il secondo era un vulcano in eruzione: non molto alto, barbuto, elegante, schietto, generoso, autore di libri sulla mafia e su altri argomenti, collaudatosi asl settimanale “Tempo” di Nicola Cattedra. Si arrabbiava per un nonnulla e dopo cinque minuti ti batteva una mano sulla spalla e ti invitava a bere uno zibibo al bar del giornale o a quello dell’angolo tra via Fava e via del Progresso. Intuito e capacità di lavoro inesauribili, non aveva orari: capitava al giornale anche a mezzanotte, dava una controllata e spariva per tornare alle 7 del mattino. Lo si poteva chiamare a qualsiasi ora, volendo essere avvertito subito nel caso di un’operazione di polizia, un palazzo crollato, un incendio di grandi dimensioni. Si vestiva in fretta, si metteva in macchina e piombava al giornale. La “nera” aveva un campionario di scoiattoli invidiati dalla concorrenza. Oltre a Nino Gorio, che al Palazzo di Giustizia inanellava scoop di portata internazionale, fra cui quello che gli valse il Premio Cronista dell’anno che si assegnava a Sinigaglia, primeggiavano Piero Lotito, Giancarlo Rizza, Tanino Gadda, Giorgio Guaiti, Giovanni Basso, Maurizio Acquarone… In seguito ognuno di loro prese un'altra strada, preferendo chi la scuola, chi la cultura. Rizza, dalla penna elegante come Lotito, rimase inchiodato alla sala-stampa della questura, dove conosceva tutti, era in confidenza con molti e quindi non gli mancava mai la pappa. Anzi, abile com’era, anche lui metteva a segno colpi che lasciavano il segno.
Il cronista Giancarlo Rizza

Per esempio, una sera a cena con lo “staff” della squadra mobile in un ristorante in cui i camerieri erano vestiti come monaci, annusò una notizia e fingendo di dover andare in bagno sgattaiolò verso l’uscita un minuto prima che un dirigesse simpaticamente dicesse che nessuno dei presenti doveva lasciare il tavolo per un…emergenza. Era troppo tardi quando si accorse della fuga di Giancarlo, che era corso in via Fatebenefratelli, sede della questura, per torchiare un suo “trombettiere” . E fu “scoop”. Giancarlo era un tipo che non parlava troppo, paziente, colto, amante della buona cucina, e della vela (andava in barca con il figlio Sergio, diventato un valente collega e con la moglie a giocare a bridge al circolo dell’Aeronautica.) Fra i “roditori” ce n’era uno che non aveva orari. Il giornale era per lui casa e bottega. Non avrebbe voluto fare altro nella vita se non il cronista di nera: “la nera è esaltante, appassionante, coinvolgente, anche se nel raccontare i fatti si deve mantenere un doveroso distacco”. A qualunque ora della notte ricevesse la telefonata di una fonte, chiamava Dante Federici, un mastino (come Stefano Cavicchi) titolare di un’agenzia fotografica, e scattava. Sul luogo del delitto esaminava tutto. Se la persona era stata uccisa a bordo di un’auto, infilava la testa nell’abitacolo per vedere addirittura la marca di un pacchetto di sigarette. Spigolava dappertutto. Se c’erano testimoni li spolpava; se non ce n’erano andava a cercarli. La storia della criminalità la conosceva nei minimi particolar: nomi di boss e di gregari, di mezze maniche, le loro imprese, le loro tecniche, le loro condanne, le date. A volte un amico acquartierato fra la concorrenza si rivolgeva a lui per un dato.

 

Tanino Gadda e Luisella Seveso
Se un caso veniva affidato ad un collega, soprattutto se era alle prime armi come Enrico Nascimbeni (poi diventato famoso come poeta e cantautore) lui lo seguiva per dargli una mano o per curiosità; e se rimaneva al giornale, raccoglieva telefonicamente notizie che riferiva al collega interessato via radio (il marchingegno di trovava sulla cosiddetta macchina di cronaca pilotava da un autista). In una periferia milanese una sera, verso le 10, scoprirono una coppia assassinata in un’auto. Impegnato altrove, venne sostituito da Lotito, che lo rintracciò per dirgli che la cosa era grossa. Avuto l’indirizzo di una delle vittime, vi si precipitò, apprendendo tra l’altro che la donna era un’”entraineuse” che lavorava in un night svizzero. Il giorno dopo, eccolo prima in quel night, poi in un “residence” di Lugano, dove i due avevano alloggiato. Li raccolse un sacco dii informazioni e mentre rientrava a Milano ricevette una telefonata di Catania, impaziente di sapere che fine avesse fatto. Era anche lui instancabile. Una notte, attendendo una notizia importante (l’arresto di uno dei massacratori del Circeo a Panama), si stese sulla scrivania, usando come cuscini le rubriche del telefono. Lavorava senza sentire la stanchezza, anche se era a Tunisi per il delitto del catamarano o a Lugano per cercare le tracce di uno strano personaggio che sembrava implicato in traffici di armi e droga, o a Genova per la fuga del Vidocq di casa nostra dalla nave che doveva portando al carcere di Bad’e Carros, in Sardegna (fu un suo dei suoi “scoop”); o a Vicenza, per l’arresto di un boss della mafia.
Piero Lotito e Giorgio Guaiti

A volte gli affidavano incarichi piacevoli, sia pure forse a malincuore (perché sottraevano una pedina dalla scacchiera). In uno doveva narrare una crociera a bordo di un’ammiraglia della Costa: partenza da Malpensa per New Jork; da lì a Miami, quindi imbarco per le Isole Vergini. Dovendo restare a Miami due giorni, ne approfittò per andare all’Evergaides, a intervistare Sonny Bill, capo della tribù indiana dei Mikkosuki. Era galvanizzato, non per quel viaggio, che raccontò in una pagina intera, descrivendo persone e luoghi. Tra i quali il supermercato del tabacco a Saint Thomas di fronte a un negozio di Laura Biagiotti e vicino a un aquario, dove, attraverso finestre a vetri molto spessi si potevano vedere pescicani che facevano il girotondo con altri grossi pesci, e Saint Jones grondante di verde, raggiunto con un battello tipo quello visto in un film di Bud Spencer). “Sì, d’accordo, mi sono divertito, ho visto anche gente che rotolava per le dimensioni e fanciulle americane splendide; ho ballato con una signora di colore il doppio della mia altezza (nel buio trafitto dalle luci dei tavoli, stando seduta, sembrava pareggiarmi); ho visto cose interessanti; l’intervista a Sonny Bill mi ha riempito di gioia; la navigazione sulla grande palude che fu la roccaforte di Osceola è stata un’esperienza irripetibile; ma volete mettere la nera?”.

 

Guglielmo Zucconi e Giuzzi

Per la strage di via Palestro fu impegnato due notti e un giorno, ininterrottamente. Il giorno dopo la strage andò a trovarlo un tale che diceva di essere siciliano, di aver saputo da un suo cugino in carcere a Palermo per mafia il nome dell’autore del mandante del mandante, ma purtroppo non si fidò. Ricevette tre querele, ma si salvò come un naufrago a bordo di un motoscafo. Per un’inchiesta su un ambiente spinoso fu minacciato, ma mostrava non preoccuparsene. Merito anche dei capocronisti, Enzo Catania e poi Gino Morrone e poi ancora Giulio Giuzzi, che galvanizzavano la cronaca e davano fiducia a chi la meritava.

Ugo Ronfani

                                                                             

Giuzzi, Gorio e Pertini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così anche i direttori Gaetano Afeltra, Guglielmo Zucconi e Lino Rizzi, oltre ai vice Angelo Rozzoni, uomo serissimo, severo, grandissimo professionista;





e Ugo Ronfani, autorevole intellettuale, critico d’arte e già corrispondente da Parigi (aveva anche partecipato nelle vesti di giornalista alla guerra d’Algeria). Più volte ricevette da loro biglietti di congratulazioni. Qualche volta, nonostante il poco tempo a disposizione (nei quotidiani si lavora “ad horas”), riusciva a mietere ogni particolare utile, anche se sul posto non aveva amici informatori. Non prendeva appunti, teneva tutto a memoria. Gli altri colleghi, quelli che erano stati in squadra con lui e poi avevano seguito altre direzioni, continuavano a testimoniare la propria bravura la domenica o quando l’altro era in ferie; e magari veniva coinvolto anche da lì per fatti accaduti nelle sue vicinanze.
Per esempio, di sua iniziativa e regolarmente autorizzato dal Comando generale, trascorse una notte su una motovedetta della Guardia di Finanza partita da Bari a caccia di contrabbandieri di sigarette, armi e droga. L’articolo uscì due giorni dopo l’irruzione delle “Fiamme Gialle” sulla nave “Boustany One” nelle acque del capoluogo pugliese. Spesso ricordava una bellissima cronaca di Giorgio Guaiti per un delitto fra ciò che rimaneva della vecchia sede de “La Gazzetta dello Sport” in via Galvani (L’attacco: “Hanno ammazzato la Gianna…”); e uno di Piero Lotito su una sparatoria in un ristorante quasi in periferia. Insomma, cronisti di alto livello. Da non dimenticare Maurizio Acquarone, che sotto il traliccio di Segrate disse agli investigatori: “Se gli mettete i baffi scoprirete che è il corpo di Feltrinelli”. Aver fatto parte di quella cronaca naturalmente non ti consegna i galloni, ma ti dà orgoglio. E aver lavorato in quel “Giorno” dà orgoglio a tutti: impiegati e tipografi compresi, efficienti, preparati, solerti, collaborativi soprattutto quando il cronista in appostamento notturno arrivava per scompaginare il telaio per inserire una notizia dell’ultimo momento.



NOTA: SUL SITO "MINERVA CRISPIANO (BLOCK NOTES CON LA PENNA): "UN PREZIOSO VOLUME DI MICHELE ANNESE DI FRANCO PRESICCI"