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mercoledì 12 febbraio 2020

“Il Segreto del Naviglio Grande”


 
LA VITA E LE OPERE DI GIGI PEDROLI

RACCONTATE CON STILE ATTRAENTE




L’autore è Pietro Ichino, avvocato
giuslavorista, docente universitario,
già deputato e senatore e editorialista
de “Il Corriere della Sera”, per dieci
anni alla Camera del Lavoro. Milanese
per nascita e vocazione.







                                                    
Franco Presicci
Il Naviglio Grande
Bello, bellissimo, avvincente il racconto che Pietro Ichino fa della vita e dell’arte di Gigi Pedroli, nel libro “Il Segreto del Naviglio Grande, edito da Tralerighe. Pagine che attraggono così tanto, che in una giornata si arriva all’ultima parola, con la voglia di riprenderne daccapo la lettura. Ichino, avvocato giuslavorista, docente alla Statale di Diritto del Lavoro, dieci anni alla Camera del Lavoro, già editorialista del “Corriere della Sera” e deputato e senatore, ha ripercorso tutti i passi, i momenti di Gigi: la sua nascita, il nido in cui è nato e vissuto, l’incontro con la bellissima Gabriella, gli amici, l’attività di cantautore e di grande acquafortista…
Pedroli al Centro dell'Incisione
Non c’è niente che non abbia esplorato dell’itinerario dell’artista, gigante con il cappello a falde larghe, intanato nel suo Centro dell’Incisione sul Naviglio Grande e nel suo studio alla Fornace Curti, in via Walter Tobagi (non lontano dalla chiesa di Santa Rita, dove il capo della Mobile Paolo Zamparelli portò gli investigatori a messa dopo la cattura dei banditi della rapina di via Osoppo, nel ’58). Al sacrario della Fornace i Gigi, che ha un ingresso anche da via Gattamelata, si arriva salendo scale fiancheggiate da altane ricche di vasi, cotti, mascheroni, stemmi, modanature dell’antica nobiltà milanese, che Alberto, titolare del luogo, discendente della dinastia dei Curti, che dal 1400 circa, pur cambiando più volte sede, è rimasta sempre nella zona Ticinese, tiene in ordine con passione. 

Luci nel Naviglio Grande
E’ la vecchia Milano che affascina questo grande artista, che è Gigi Pedroli, quasi da sempre sull’alzaia del corso d’acqua caro ad Alfonso Gatto, a Gaetano Afeltra, a Carlo Castellaneta, a Empio Malara (anni e anni trascorsi nella difesa dei navigli), a tanti altri, tra cui Roberta Cordani, che a questo canale ha dedicato un manifesto d’amore. Già l’inizio del “Segreto” ha un’aria da fiaba, che tra l’altro emoziona: “Nel cortile che separa le palazzine a tre piani della cooperativa dei tranvieri un gruppetto di bambini gioca a rincorrersi sotto l’occhio vigile della portinaia. Passa una donna che rientra dalla spesa e accarezza sulla testa uno dei bimbi dicendo con una vena di tristezza: ‘Por Gigino’”, che ha perso il padre e la madre appena nato ed è stato affidato da una balia, il cui ricordo è ancora vivo, come tanti altri, nel ragazzo diventato uomo, simpatico e stimato. Gigi le ha guadate tutte le “epoche” di Milano, dagli anni 20, e le ha snocciolate con limpidezza a un Ichino attento, paziente, scrupoloso.
Pedroli conversa
Pedroli si è confessato e Ichino ha annotato, assimilato. Non ci sono incertezze, angoli annebbiati dal tempo, in penombra nella memoria di Gigi: archivio che si lascia aprire volentieri: la guerra con le corse al rifugio; gli urli sinistri della sirena (una notte una bomba cadde a pochi metri di distanza dalle case dei tranvieri di via Gran San Bernardo, dove i Pedroli abitavano, e fece un fracasso che terrorizzò tutti e mise a dura prova i timpani); il fascismo; il ricovero in ospedale, il lavoro, il “rendez-vous” con Gabriella, conquista definitiva, le opere costruite insieme mattone su mattone, l’istinto creativo di Gigi, stimolato, incoraggiato da questa sua donna ideale, cortese, sorriso dolce, che gli sta sempre accanto, collaborando in tutto quello che lui fa anche nel Centro dell’Incisione. “Ricordo i tempi dell’immigrazione, con tanti meridionali che venivano ad alloggiare qui sul Ticinello, portando con sé fame e superstizioni, ma anche un gran desiderio di lavorare in una Milano che accoglie con il cuore in mano”, mi disse una sera in cui, presente anche il professor Lauria, docente alla facoltà di veterinaria all’università, Roberta Cordiani, davanti a un pubblico numeroso e colto, illustrava un libro della Celip, curato come tanti altri da lei. 

Zampognari al Centro dell'Incisione


Gigi è un uomo amabile, socievole, cordiale, premuroso anche nel rispolverare il suo passato. Il nonno Luigi era di Arona e faceva il fuochista su un battello di linea che solcava il Lago Maggiore, portando i turisti stranieri ad ammirare le bellezze del paesaggio circostante. Ichino riferisce con il suo stile agile, brillante, godibile ogni dettaglio: le famiglie paterna e materna, gli zii e poi la scuola alla “Rinnovata”, dove il ragazzino, iscritto dai nonni, nel ’38, imparò anche il giardinaggio e l’allevamento delle mucche… Nell’autunno del ’45 la zia Piera gli trovò un collegio, il “Don Guanella”, di Gassago Brianza”, cove Gigi frequentò la prima classe del commerciale. L’anno dopo eccolo al “Don Guanella” di via Mac Mahon, a Milano, per gli altri due anni della scuola commerciale, “più una ‘quarta’ e un anno integrativo per entrare al liceo”. Intanto il ragazzo studiava il pianoforte. In seguito gli zii lo reclutarono come apprendista nella loro officina meccanica. 
Pedroli alla Fornace Curti
Ma non era quello il lavoro per Gigi, nato artista e destinato ad imporsi. Un brutto giorno fu aggredito dalla febbre e dalla tosse e gli si aprirono le porte dell’ospedale di Sondalo. Anche lì Gigi si fece amare da tutti e scoprì che la struttura aveva una biblioteca ricchissima e una sala con il pianoforte, che poteva suonare quando voleva, con rispetto delle precedenze; e un’altra sala in cui poteva disegnare e dipingere. E lui prese la palla al balzo: disegnava, dipingeva, suonava. Aveva ottimi rapporti con gli altri degenti, con i medici che lo curavano, con gli infermieri. Ha un bel carattere, un’ironia garbata, è buono. Pietro Ichino ha fatto un’abbondante mietitura. Ed ecco il suo raccolto in questo suo libro, allettante per la sua eleganza nella copertina con un Naviglio di Gigi e per lo stile agile, espressivo, lucido, esemplare. Torno alla narrazione. Nel ’55 Gigi entra nell’agone della pubblicità, dove impara l’arte della serigrafia, mentre la sera con un collega va a Brera, al bar Jamaica, al Bar dell’Angolo, alla latteria delle pie sorelle Pirovini, con la quale, nel dopoguerra, il pittore Ibrahim Kodra aveva avuto un conto chilometrico da saldare, pare poi barattato con la conversione al cristianesimo (forse era una delle tante leggende che avvolgevano il nome di questo artista eminente, affabile e magnanimo). Poi Gigi acquista a rate un pianoforte usato; incontra Gabriella, dalla bellezza fulminante, che dopo l’ufficio aspetta con lui alla fermata il tram numero 12 per rientrare a casa. Si sposano, il 6 aprile del ’59 nella chiesa della Barona. Matrimonio felice, un sentimento forte, alla base di ogni impresa, compreso il Centro dell’Incisione, che ha una facciata completamente occupata dalla vite americana. Tra un’iniziativa e l’altra, nasce il primo figlio. Gigi cambia azienda, continua ad usare la tavolozza, vende i suoi quadri, sceglie come modella di alcune opere la moglie, che è la sua dea ispiratrice. 
Graziana Martin
Compone le sue canzoni, che interpreta per gli amici riuniti il giovedì al Centro; acquisisce l’arte dell’acquaforte; con i suoi brani si esibisce al Derby con successo, poi in altri locali; incontra Alda Merini; ha ottimi rapporti con Graziana Martin, titolare con il fratello Paolo del grande negozio di abbigliamento militare e janseria, e con tutta la gente del Naviglio; fa parte del direttivo della Libera Associazione Milanese Operatori del Naviglio Grande, partecipa alle proteste per la tutela del corso d’acqua, i cui fianchi, l’alzaia e la ripa, prendono ad attirare giovani provenienti da ogni parte della città. Nascono le iniziative che catturano gente, mentre la zona cambia fisionomia. Intanto Gigi Pedroli crea le sue immagini fantastiche, figure che volano e danzano nello spazio, la Galleria Vittorio Emanuele affollata di personaggi trasfigurati, il naviglio frequentato da figure surreali. Figure geniali, come la donna in bicicletta che potrebbe far pensare a un’ameba su una ruota, ma così suggestiva da invogliare a tenerla appesa a una parete di casa. Gigi modella anche l’argilla, l’accarezza, la materia, la plasma, la incide, per farne vasi, piatti e altro. Infaticabile, sempre disposto ad ampliare il suo modo, a fare esperienze nuove. 

Alberto Curti nel cortile della Fornace
E’ uomo dalle mani d’oro, dall’ispirazione feconda, dall’ingegno eclettico. Gli ho parlato tante volte, alla Fornace Curti, in via Tobagi, e al Centro dell’Incisione, sul Naviglio, dove sta quasi da una vita; l’ho intervistato; ho assistito a qualche sua serata, cui cantava le sue composizioni accompagnandosi con la chitarra e a qualcuna di quelle organizzate alla Fornace dal pittore Sarik (Riccardo Saladin, approdato qui da Genova); l’ho sentito intonare il brano “Navili in seca”, degli anni 80; eppure non conoscevo la sua storia, che Pietro Ichino ha descritto anche nei dettagli in questo libro meraviglioso, dal titolo accattivante. Come fosse un romanzo. Qual è il segreto del Naviglio Grande? Questo canale che prende nutrimento dal Ticino per terminare la sua corsa nella darsena. Il suo fascino, i suoi giochi di luce, i brividi dell’acqua, le case di ringhiera invase dai fiori, i ristoranti, le chiese, i ponti, che sedussero pittori come Filippo De Pisis e i vedutisti dell’Ottocento. Navigli! Un sogno. Amati da Giuseppe Marotta, napoletano trasmigrato a Milano (“Mal di Galleria”, “A Milano non fa freddo”)… ; e da Stendhal. Il Naviglio Grande, Ticinello, ritratto dal grande fotografo veneziano Fulvio Roiter; delineato dallo storico Guido Lopez (“Navigliando”…). Il Naviglio trasognato da Gigi Pedroli, da tutti amato, cittadini e forestieri. Sulle sue rive i visitatori ristorano lo spirito, bevono serenità e pace, godono di uno scenario insuperabile. Ah, il sottotitolo del libro di Ichino è “Gigi Pedroli, una storia milanese”. E’ anche La storia del Naviglio Grande, che l’autore offre al lettore con la propria prosa che scorre come l’acqua di un ruscello. Bello, bellissimo libro. Leggendolo, si compie un viaggio nel tempo in compagnia di un artista che ti entra subito nel cuore.


mercoledì 5 febbraio 2020

In via Magolfa, sul Naviglio Grande


Alda Merini con Graziana Martin
QUOTIDIANO PELLEGRINAGGIO

AL RICCO MUSEO ALDA MERINI



Ci sono mobili, oggetti, documenti,
fotografie, appunti della poetessa:
la sua camera da letto, la scrivania,
il pianoforte, gli scialli, la macchina
per scrivere, persino il rossetto.










Un biglietto della Merini
Franco Presicci

La Magolfa è una via antica, di origine longobarda, tranquilla, riposante, attraversata da una vetusta roggia inaridita.
Vi si erge una chiesetta dedicata alla Madonna del Sasso o del Sangue, un tempo frequentata dagli spazzacamini che dalla Val Vigezzo scendevano a Milano una volta all’anno per togliere la fuliggine ai camini; e la sera si riunivano nell’oratorio per sentirsi più vicini al focolare di casa. L’immagine della Madonna è una copia di quella di Re - paesino in val Vigezzo - che nel 1492 sanguinò copiosamente. Un tempo nella via c’erano case di ringhiera, dove gli abitanti erano, come in tutte le altre, solidali, passavano ore insieme, stendevano i panni sul filo steso tra un ballatoio e l’altro, dai quali conversavano, confidandosi gioie e dolori. 

Camera da letto
Oggi, al numero 32, due passi dal Naviglio Grande, in uno stabile che ospitò una tabaccheria con bocciofila, si apre la “Casa delle arti-spazio ‘Alda Merini’”, che ha come presidente Vincenza Pezzuto e soci del direttivo Diana Battaggia, Ave Comin, Daniela Girardoni, Gianfranco Carpine, Stefania Polonara, Barbara Bellazzi, Mara Sansonetti. Alla casa si accede tramite un giardino con pergolato e un bar-caffetteria. Al piano terra, una sala in cui si svolgono convegni, conferenze, concerti, mostre di pittura, letture di poesie, presentazioni di libri… Si fa anche teatro. ”Sere fa Emanuela – mi dice Carpine - la figlia maggiore di Alda, ha presentato il libro Intitolato ‘Alda Merini, mia madre’”, pubblicato dalla casa editrice Manni. Con parole emozionanti, Emanuela ha delineato un ritratto della poetessa, i suoi rapporti con le figlie, con la gente, coinvolgendo i presenti. A lei Alda aveva dedicato una poesia: ”I tuoi occhi verdognoli/ sempre a spiarmi nella notte/ i tuoi occhi azzurro lacrime/ i tuoi occhi vertiginosi/ mi hanno promesso mille bandiere/ e mi hanno dato mille sconfitte/ però sei una collina dolce amara…”. Emanuela parlava, a dieci anni dalla scomparsa di Alda, davanti a un pubblico numeroso, eterogeneo, attento: non soltanto la gente del Naviglio Grande, delle vie e viette vicine al canale; dell’alzaia Naviglio Pavese, che inizia la sua corsa dalla darsena. 

Graffito che raffigura Alda Merini
Tutti ansiosi di conoscere la vita più privata dell’amata Alda, la cui immagine domina la parete di un palazzo a un tiro di scoppio dalla fermata di Crocetta della metropolitana “gialla”. L’ha eseguita un autore di graffiti accanto ad altri, tra cui Einstein. I cittadini vi si fermano ad osservare, e commentano la dolcezza di quel volto. “Era bella”, dice qualcuno. Torno al 32 di via Magolfa. Al primo piano è alloggiato il museo, con tanti oggetti appartenuti alla poetessa del Naviglio, come Alda veniva indicata: la porta d’ingresso della sua abitazione, il letto, la scrivania, il comodino, gli scialli, le borse, la poltrona, il pianoforte, la macchina per scrivere, le collane, la radio, persino il rossetto, e documenti, fotografie, appunti trovati sul tavolo o appesi alle pareti… Gianfranco Carpine descrive i locali, e m’informa sull’attività dell’Associazione e sull’arredo del Museo: “La prima è nata nel 2013; l’anno successivo, vinto il concorso indetto dal Comune per la gestione della struttura e del patrimonio che accoglie, ci siamo dati da fare per realizzare l’idea. Siamo tutti volontari e realizziamo le iniziative con passione e premura. Paghiamo di tasca nostra le bollette e le spese di manutenzione“. 

Il Naviglio Grande
Le persone li premiano seguendoli, partecipando, parlandone per sensibilizzare gli assenti. E’ vero che l’atmosfera sul Naviglio Grande è cambiata: una volta erano tutti una famiglia, i pittori, i galleristi, il fabbro, i maestri argentieri, l’artigiano specializzato in cornici, come ricorda il grande acquafortista Gigi Pedroli nelle sue divertenti canzoni in dialetto meneghino. Ciononostante, la Casa di via Magolfa vanta una media di 500 visitatori al mese. Molte le scolaresche, di ogni tipo e grado. Ad ogni telefonata mi sono sentito rispondere: “Chiamiamo noi appena terminato il giro dei ragazzi”. E puntualmente si è presentata la voce di Carpine, che è rimasto all’apparecchio oltre un’ora per soddisfare tutte le mie curiosità. E poi l’ho raggiunto mentre era in macchina verso Firenze. 
La porta di casa Merini
Gianfranco Carpine mi ha fatto la storia della Casa delle arti e del Museo quasi con gioia, dettagliatamente, soffermandosi sui suoi incontri con le figlie della Merini: oltre a Emanuela, Flavia, Barbara, Simona. “Emanuela è figlia di Ettore Carniti, professione panettiere e parente del famoso sindacalista Pierre, dal ’79 all’85 segretario generale della Cisl. Quando la Merini uscì dall’ospedale psichiatrico il marito morì, a 53 anni…”. Durante la guerra Milano visse giornate convulse: la paura delle bombe che cadevano sulla città, facendo disastri, crollarono i Filodrammatici, la Scala, La Galleria, Santa Maria delle Grazie, il Fatebenefratelli, piazza San Fedele, via Gesù, largo Richini, villa Pirelli... Tutta il tessuto urbano straziato. Le bombe colpirono anche il convento di clausura della Visitazione in via Santa Sofia (non si dimentica la figura del prefetto Marziali affranto davanti a un asilo ridotto in polvere). La gente cercava di correre via da quell’orrore. La stazione Centrale era gremitissima; i treni, tradotte con sedili di legno detti carri-bestiame, anche. La Merini decise di rifugiarsi con la mamma e il fratellino appena nato, Ezio, nella campagna del Vercellese, in una cascina della zia. Per vivere fece la mondina, ma senza risolvere del tutto il problema della fame. 

Altro particolare camera
Dopo tre anni, al termine del conflitto mondiale, che aveva imposto paura, coprifuoco, lutti, mercato nero, la distribuzione delle patate regolata dalla tessera annonaria come il pane, le fughe al ricovero antiaereo all’ululato della sirena…, tornò a Milano a piedi e prese alloggio in ripa Ticinese 47, perché anche la sua casa era stata devastata dagli ordigni. “Lei – aggiunge Carpine - aveva 15 anni, era nata in viale Papiniano 57”, dalle parti del carcere di San Vittore. Il nostro interlocutore, che il 18 febbraio a Roma, nella sede del Cnr (Comitato nazionale delle ricerche), terrà una lezione sulla Merini, sa tutto di lei. “Era una donna straordinaria – esclama - con vedute strane. Sul naviglio parlava con tutti, con gli artisti e con la gente comune. Aveva frequentato il salotto di via Del Torchio (fino al 1865 contrada del torchio oleario, perché anticamente possedeva uno di quegli strumenti utili agli oleifici: n.d.a), nella casa di Giacinto Spagnoletti, dove conobbe Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Maria Corti, Padre Maria Turoldo, Salvatore Quasimodo… 
Gigi Pedroli
Davanti a queste personalità recitava le sue poesie, che Spagnoletti pubblicava nella rivista “Paragone”. E proprio nella casa di Spagnoletti - che era nato a Taranto – conobbe anche Giorgio Manganelli, traduttore, scrittore, critico letterario, che considerava uno dei suoi padri, con Montale e Quasimodo (aggiungendo in una bellissima intervista per Stampa Alternativa-Mille lire, curata da Gudo Spaini e Antonella Baldi: “Mah, direi che la mia paternità è al femminile. La psichiatria perlomeno è ambivalente”. Nella stessa intervista afferma che non le piaceva, pur rispettandola, la collega Emily Dickinson perché a suo dire molto amata da Michele Pierri, poeta prolifico (ricordiamo soltanto “Ritratto di donna”), che la Merini sposò il 6 ottobre dell’84 nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Bimare). 
Pezzo di parete dietro la camera
Sono tante le manifestazioni che la Casa di via Magolfa organizza per ricordare la Merini, della quale mentre scrivo ammiro una foto in cui è al fianco di Graziana Martin, titolare con il fratello Paolo del famoso negozio “Abbigliamento militare e lanseria Martin Luciano” sul Naviglio, grande appassionata di musica, assidua frequentatrice della Scala e dell’Arena di Verona, amica dell’étoile Luciana Savignano, che mi regala un “flash”: “Ero seduta a un tavolo del bar “Ponticello” quando notai Alda che mi osservava da un tavolo di fronte. Poi lei mi si avvicinò, mi sorrise e mi disse: 'Sei una persona che mi piace'. Poi venne in negozio e mi espresse il desiderio di vederci e bere un caffè insieme. L’ho rivista tante volte. Mi raccontava di sé con il desiderio di essere ascoltata. Sapeva leggere nell’anima delle persone. Era speciale. Ma era incostante. C’erano giorni che non usciva da casa. Quando un amico puntò l’obiettivo verso di noi, fu lei ad appoggiarmi la mano sulla spalla, pur non amando essere ripresa”. Alla fine della conversazione ho chiesto a Carpine se i figli del primario traumatologo dell’ospedale Santissima Annunziata di Taranto, Michele Pierri, poeta solitario e schivo, come lo definisce Spagnoletti, che “fu salutato agli inizi da Betocchi e Pasolini", si fossero mai fatti vivi in via Magolfa, e mi ha risposto di no. “Mai visti né sentiti”. E non sa nulla del tempo in cui la poetessa dei navigli villeggiò a Crispiano, la cittadina dall’aria tersa e pulita in cui i tarantini, sfollati dalla città per scampare ai bombardamenti, si rifugiarono. Ho ancora in mente i palloni frenati che danzavano sulle nostre teste. Avevo 12 anni.









N.d.R. : In foto il villino Valente, in via Piave n. 26, a Crispiano, dove la Merini, negli anni di permanenza a Taranto, trascorreva qualche giornata estiva di relax.







Sul sito "Notizie ed eventi Associazione" (block notes con penna) la relazione di Silvia Laddomada "Alda Merini: la poetessa degli ultimi", riferita all'incontro di martedì 21 gennaio 2020

mercoledì 29 gennaio 2020

Quasi 40 anni fa moriva Marche Poll


Marche Poll interpretato da Vincenzo Santoro

UN PERSONAGGIO AMATO DA

TUTTI NELLA CITTA’ CHE VANTA

DUE MARI 


Il suo ricordo non si spegne. Persino
I giovani sanno di lui. C’è chi vorrebbe
dedicargli un monumento da erigere
in piazza Maria Immacolata, con sotto
le scritte “’U Panarjidde” o “A vuè mo’?”.
“Sento ancora la sua voce e vedo il suo
passo”, dice un tarantino delle cozze.







Franco Presicci

A quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, Marche Poll è ancora ricordato dai suoi concittadini con tenerezza. 

Giacinto Peluso con Presicci in una foto d'epoca












C’è chi dice di averlo incontrato spesso a suo tempo in via Di Palma vicino all’edicola-libreria Zappatore o nei pressi di quella di Fucci in via D’Aquino, che negli anni 50-60 (forse oltre) aveva il banco dei giornali all’esterno dell’androne dello stabile, a pochi passi dalla Casa del Libro di Nicola Mandese e dal negozio di tessuti di Nicola Dammacco, e all’interno la ricevitoria della Sisal; o in piazza Carmine...Ma quelli erano momenti di sosta, perché di solito questo personaggio amato da tutti, basso, asciutto, vestito in modo dimesso, un berretto da militare in testa, pelle incartapecorita, un tantino ricurvo, buono, soprattutto la sera, il sabato e la domenica andava avanti e indietro in quello che oggi è il salotto della città, chiedendo. “A uè ‘a buste?”, che conteneva la schedina del totocalcio già compilata, o “A vuè mo’?”. E se l’interpellato rifiutava, lui aveva la domanda di riserva: “Me la da’ ‘na segarètte?”. 

Alfredo Nunziato Majorano
A volte lo si vedeva al limite dei tavoli della Sem di don Ciccio Messinese, dove i clienti, gustando il caffè, guardavano il passeggio. Marche Poll non passava mai inosservato. I soliti “sciambagnùne”, per fare uno scherzo agli amici, tentavano di trasformarlo in banditore, proponendogli messaggi da urlare quando la via dello struscio era più affollata, ma lui non gradiva; e rilanciava: “A vuè mo’?”. Un’allegra, simpatica compagnia – la conoscevo bene - architettò un tiro birbone, sollecitando Marche Poll, appena spuntato tra la marea, a diffondere un annuncio: “Uagnè’, stàte attìende, a… (seguiva Il nome e cognome del destinatario, che era uno di loro), jè ‘nzuràte e tène pure quàtte figghie. Attìende avita stà’, non v’affedàte a quìdde”. Marche Poll rifiutò il servizio, ma non la mancetta. Quando nel ’59 gli universitari tarantini, per la festa della matricola, misero in scena, al Circolo dei Marinai, “’A sànda moneche” di Alfredo Nunziato Majorano, poeta, etnologo, autore di testi teatrali, al coordinatore del “cast” venne l’idea di assegnare un ruolo a Marche Poll: doveva attraversare il palcoscenico da destra a sinistra, gridando “’U panarijdde, ‘U panarijdde, accattàteve ‘U pamarijje, ca jè quìdde uagnòne ca no fàce màle a nesciùne!”, sventolando appunto il periodico, stampato nella tipografia Leggeri, in via Anfiteatro (di fronte a piazza coperta), allora diretto, se non erro, da un altro poeta egregio, Alfredo Lucifero Petrosillo, autore tra l’altro di un bellissimo poema: ”‘U travàgghie d’u màre”.Marche Poll svolse egregiamente la parte che gli era stata riservata, facendo esplodere applausi interminabili fra il numeroso pubblico; ma quando ci accingemmo a dargli il compenso pattuito protestò. “Me stè’ dàte ‘na mesèrie. ‘O cinemè e ‘o tiàtre pìgghiene decchiù’”. Facemmo una colletta e gli aumentammo il “cachet”. E andandosene aggiunse: Mo’ pegghiàteve ‘na bùste, vùne a ppedùne”. Ci dissero poi che l’idea di gonfiare la richiesta gli era stata suggerita da “’nu gamblàrie”, perditempo, avvezzo alla beffa. Marche Poll era un uomo straordinario. Una formazione musicale gli ha dedicato una canzone divertente, che ho sentito intonare nel borgo antico; in alcuni negozi campeggia la sua immagine; qualcuno tiene, bene incorniciato, il suo ritratto nel soggiorno.
Il negozio di Vincenzo Santoro in via Duomo
C’è chi auspica che il Comune faccia erigere un monumento in piazza Maria Immacolata. A Taranto vecchia, il figulo Vincenzo Santoro con negozio in via Duomo, dove insegna i rudimenti della ceramica ai ragazzini per sottrarli alla strada, dice: “Marche Poll invitava la gente a sfidare la fortuna, era buono, amabile, un mito, un simbolo di Taranto. Rimasi avvilito un giorno, quando, da poco rientrato a Taranto dopo un periodo di assenza per lavoro in provincia di Pavia, vidi alcuni giovani che facevano crocchio per dileggiarlo. Un episodio vergognoso”. E mi mostra uno dei suoi Marche Poll in terracotta che ha realizzato interpretando un proprio ricordo. Qualche anno fa Santoro mi fece dono di un volantino con un ritratto ad acquerello del vecchietto fra titoli di brani di Saverio Nasole, a conferma dell’affetto che ancora i tarantini nutrono per entrambi i personaggi.  

Negozio di Vincenzo Santoro
L’esercizio di Vincenzo Santoro è proprio di fronte al locale di Nicola Giudetti, che vanta centinaia di testimonianze dei tempi andati (“frascère”, “mòneche”, “strecature”, valve “de parecèdde”, “nàsse” in miniatura, “statère”, “capàse, “landèrne”, “pàlle, palètte e levòrie””… e processioni della Settimana Santa di creta modulata dalle sue mani.                                                                                                                              Insomma ciascuno dice la sua, e la dice con convinzione.
Nicola Giudetti
Come quel tale in camicia bianca, pantaloncini marrone, berretto da nostromo, “forestiero” di Taranto, che l’estate scorsa sulla Ringhiera nei pressi del Castello aragonese, rispolverando il passato, confidava ad un amico di sperare che lo eleggessero a maschera di Taranto come Pulcinella a Napoli. Forse i tarantini un giorno si dimenticheranno di Giacinto Peluso, egregio scrittore, che ha raccontato la città in modo esemplare, con personalità del presente e del passato, luoghi, storie e la storia, con uno stile scorrevole, semplice, allettante; di Claudio De Cuja, poeta consacrato e uomo riservato; di Alfredo Nunziato Majorano, che andava in giro “abbàsce’a marìne” per ascoltare il dialetto dai pescatori con le labbra screpolate ”ca renàcciàven’a rèzze” (ricordo la sua “Trucchelesciàte de fratèlle Spiridione”, come “Lassò Criste e scì alle còzze” di Corrado Greco). Ma la memoria di Marche Poll rimarrà intatta, visto che addirittura i giovani sanno chi era e che cosa faceva. Sanno che il suo era un nomignolo derivante non direttamente dal famoso viaggiatore, mercante, scrittore italiano, Marco Polo, ma dall’omonimo incrociatore corazzato, il primo, della marina militare, costruito nel regio cantiere di Castellammare di Stabia nel 1890, entrato in navigazione nel 1892, demolito nel 1922. Su quella nave era imbarcato il padre, Giovanni, del nostro beniamino, che al secolo era Amedeo Orlolla, nato il 22 agosto del 1896. 

Il municipio di Taranto
Alfredo Lucifero Petrosillo
















Lui parlava spesso del papà e s’inorgogliva quando riferiva il nome della nave sulla quale prestava servizio; e per questo suo orgoglio venne insignito di quel soprannome. Qualcuno gli offrivano una bottiglietta di Birra Raffo, lui spalancava uno dei suoi sorrisi coinvolgenti o rideva a bocca aperta. E sorride su un’etichetta di ottimo vino, apprezzato dappertutto fra gli intenditori e non. Quanti chilometri ha macinato Marche Poll, andando ogni santo giorno da un punto all’altro della città, con quelle sue scarpe grandi quanto quelle di un clown. Chi li ha potuti contare, quei chilometri? Se a un tarantino fosse venuto in mente di farlo, accompagnandolo dall’Arsenale all’ammiragliato e ritorno, battendo anche altre vie (Nitti, Acclavio, Pupino, Berardi, Crispi…) forse oggi Marche Poll sarebbe nel Guiness dei Primati. Un giorno lo avvicinai con l’intenzione d’intervistarlo, accettò in cambio di qualche lira. Ma dopo poche parole sopraggiunse un tale che gli chiese una schedina, e lui riprese il cammino, dimenticando l’impegno preso con me. L’acquirente mi rivelò che In precedenza grazie a quella ricevitoria ambulante aveva vinto una bella cifra. Nell’80 le ginocchia di Marche Poll cominciarono a cedere alla fatica e lui venne ospitato in una casa di riposo.Quando nell’82 morì l’amministrazione comunale allestì un funerale di prima classe con tanto di banda e il sindaco, il vice, gli assessori al seguito, oltre a una moltitudine di cittadini commossi. Sulla sua tomba sempre ricca di fiori, solo il nome, il cognome, le date di nascita e di morte e due vasi. E la foto. Ma neppure lì Marche Poll è solo. Tanta gente va a visitarlo, lasciandogli un garofano e una preghiera. “Sì, ma bisogna insistere per un monumento, magari in piazza Bettolo – ho sentito dire da un gruppetto di persone che conversavano davanti al portone del palazzo di via Di Palma che ospitò il cinema Odeon e al primo piano la sede del quotidiano “Il Corriere del Giorno”, che aveva come caporedattore alla pagina letteraria Vincenzo Petrocelli, giornalista attento, scrupoloso, innamorato di questo giornale che purtroppo ha avuto un triste destino. Proprio Cenzo una sera in cui smaltivo la villeggiatura nella mia città, regina del mare, mi offrì uno spazio su Tv Taranto per un’intervista a Marche Poll, ma mi schermii perché allora la telecamera mi creava imbarazzo. In seguito capitolai per il festival dei baffi, che si era appena svolto a Grottaglie con una coda di polemiche, ma ero alla fine delle vacanze e non avevo tempo per un’altra trasmissione. Ancora oggi mi pento di non averlo fatto in una rimpatriata fuori stagione.








mercoledì 22 gennaio 2020


CARA MILANO-TARANTO, QUANTE EMOZIONI

CONTINUI A SUSCITARE IN MIGLIAIA DI FANS









Anche questa estate i partecipanti, provenienti anche da diversi Paesi d’Europa e persino da Hong-Kong e dall’Australia, sfrecceranno dalla Lombardia alla Puglia dal 5 all’11 luglio.



                         
Le foto sono state fornite cortesemente dall'ufficio stampa della Milano-Taranto"

Franco Presicci
Gli organizzatori della Milano-Taranto sono veloci come il vento. E puntuali come quelli della Stramilano dei cinquantamila, efficienti, meticolosi. Con una differenza che la maratona milanese va a piedi e su un percorso molto ma molto più breve e dal Duomo all’Arena (42 chilometri e qualche metro). Ma l’attesa per l’evento è più p meno lo stesso; e ad ogni “tappa” calamita migliaia di persone che all’arrivo dei centauri trabocca vincendo la resistenza del servizio d’ordine. 


Ricordo bene gli arrivi sul lungomare di Taranto; e le attese sotto il sole, e i più fortunati all’ombra delle palme, in viale Virgilio. Sì, li ricordo bene, con tutti i particolari e i discorsi, il fervore della gente che si diffondevano dal grattacielo al palazzo delle poste e quasi al ponte girevole; e dall’altra ai Salesiani, quasi al viale Venezia, una prateria frequentata da falene e oggi viale Magna Grecia, fiancheggiato da stabili enormi e moderni, negozi, e officine e attraversato da migliaia di cilindrate. Ricordo anche l’eccitazione dei marmocchi e dei loro genitori, abituati alle lagne dei più piccoli, impazienti di vedere spuntare quelle vecchie moto nobilitate e tirate a lucido e rinvigorite per l’occasione da quei campioni. Quando si delineava la figura del primo concorrente erano gridi di allegria, di entusiasmo. La folla fluttuava, si sporgeva per vedere meglio il razzo, per poterselo godere più a lungo fino alla conquista del traguardo.
La manifestazione si ripete da quasi novant’anni e non risente neppure un po’ del tempo che si porta sulle spalle. La Milano-Taranto non si logora, non perde colpi e smalto. Sempre affascinante, sempre bella, sempre spettacolare. Le domande dei partecipanti si moltiplicano e grande è l’amarezza di quelli che, presa la decisone fuori tempo massimo, sono costretti a spegnere il motore. Pazienza, saranno più solleciti l’anno venturo.Alla Milano-Taranto si corre. Per la trentaquattresima edizione le iscrizioni sono state aperte lo scorso novembre e in due mesi il numero massimo è già raggiunto. Ancora una volta dunque – parola di chi sta in plancia – la maratona per moto d’epoca, nome di battesimo della Milano-Taranto, ha fatto il pieno. I motociclisti, che hanno risposto all’appello da vari Paesi d’Europa e del mondo, anche questa volta, dal 5 all’11 luglio sfrecceranno sulle nostre strade, dalla terra di Carlo Porta, precisamente dall’Idroscalo, alla città dei due mari, da sempre visitata e cantata da poeti e narratori, ritratta da pittori e fotografi illustri: la “Taranto che vive tra i riflessi, in un’atmosfera traslucida adatta – commento di Guido Piovene - a straordinari eventi di luci”, con i suoi splendidi tramonti sul Castello aragonese, “con il sole divenuto rosso che calava veloce, simile ad un’isola di fuoco, che sprofondasse nelle acque”; la Taranto amata da Orazio, anche per il suo fiume Galeso, che scorre placido e silenzioso tra alberi alti come giganti; la Taranto che incanta. 

Sullo sfondo della Milano-Taranto, dunque sfilano i nostri paesaggi, come quelli della Lombardia, esaltati dappertutto. (Carducci e Catullo celebravano Sirmione e Stendhal elogiava Milano come la città europea “che vanta le strade più belle e i più bei cortili”). Anche per questo, va detto grazie a questa competizione, le cui tappe non sono state ancora rivelate. Ma verranno presto rese pubbliche. Intanto, si sa, da trombettieri discreti, che le moto storiche che prenderanno parte alla corsa sono una più affascinante dell’altra, e che impreziosiscono l’iniziativa amata da giovani e adulti, maschi e femmine e contribuiscono al turismo dei luoghi in cui passeranno, tra i più attraenti del mondo: le nostre meraviglie, i nostri angoli stupefacenti, i nostri gioielli: monumenti, chiese dalla Lombardia alla Puglia, ricca di ulivi saraceni e di viti inginocchiate e di trulli, a Martina Franca, e di tratturi, di centri storici, con le meraviglie del barocco, a Lecce…
Chi si mette in sella per la prima volta per percorrere l’Italia a velocità sostenuta rimane così colpito da voler ripetere l’esperienza. Come informano i fautori della gara più della metà dei protagonisti di questa edizione hanno già sfrecciato, tra colline ben modulato e spianate di verde e castelli, cascine, ville di delizia… almeno una volta. E dà soddisfazione sapere che il 54 per cento delle iscrizioni vengono da Svizzera, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Austria, Francia, Stati Uniti, Principato di Monaco e addirittura da Hong-Kong e Australia. Insomma, anche quest’anno sarà contraddistinto da un insieme di lingue, culture, usi e tradizioni diversi. 

Ed ecco una curiosità: “Verrà redatta una classifica assoluta dedicata esclusivamente alla categoria ‘Gloriose’, di cui faranno parte i mezzi fino alla classe 175 cc, le cui marche e modelli hanno partecipato alle mitiche Milano-Taranto dal 1950 al 1956”. Già, il 1950, data dalla quale la competizione prese il nome che porta oggi. Alla sua nascita, nel 1919, fu chiamata la “Freccia del Sud” (come il treno che portava gli emigranti al Nord, dissanguando le campagne), con un percorso da Milano a Caserta, conquistata da Luigi Girardi su una Garelli 350 cc., a una media di oltre 38 chilometri orari. La gara subì un’interruzione dal ’25 al 1932, quando venne ribattezzata “Milano-Napoli, con partenza dall’Idroscalo di Milano, percorso 900 chilometri, la cui ultima edizione fu vinta da Omobono Terni su una Guzzi 500 cc. Nel ’37, idea di Mario Deintrona di Taranto, vide la luce la “Milano-Roma- Taranto”, con 1400 chilometri di tragitto. 

Dal 1950, a pochi anni dalla fine della guerra, dai lutti, dalle distruzioni, dal terrore delle bombe, dalle affannose fughe nei rifugi antiaerei, mentre gli italiani cercavano di dimenticare la borsa nera, la tessera annonaria, l’olio di ricino, i figli della lupa, i balilla, gli avanguardisti, le camice nere, la Milano-Taranto-Roma assunse il nome di Milano-Taranto. E continua a volare per la volontà, l’impegno, la passione, la competenza di Franco Sabatini, patron del Moto Club Veteran di S. Martino in colle (Perugia). Adesso comincia il conto alla rovescia. E nei bar, nei dopolavoro, nelle piazze, nelle case si conversa sula Milano-Taranto, sulle sue glorie, sulla sua storia, sui centauri che per niente al mondo rinuncerebbero all’impresa. Tra gli spettatori più assidui e più affezionati scorrono a iosa i ricordi delle trepidazioni, delle ore trascorse sui cigli delle strade, sotto il sole, nella calura estiva. La Bimare in particolare la vive con orgoglio, la Milano-Taranto. Oggi non ne ho la possibilità, ma ai miei tempi (tempi ormai lontanissimi) ero tra i primi a raggiungere viale Virgilio deciso a conquistare un posto in prima fila per attendere i bolidi con infinita pazienza. Così li chiamavamo: bolidi. 

E bolidi erano quegli uomini che ci esaltavano. E lo fanno ancora, ad ogni edizione. Un amico che aveva in garage tre o quattro moto storiche e aveva già partecipato alla corsa me ne parlava con vanto. “Tu non puoi immaginare la gioia che si prova a macinare chilometri tra curve, salite e discese, tra panorami suggestivi. Io, perdonami la presunzione, mi sento Giacomo Agostini, Valentino Rossi, Mike Hailwood, quando sono in sella e corro senza la preoccupazione dell’autovelox. Che emozione a stare sulla moto e volare; e vorrei comunicare anche a te questo piacere immenso portandoti sul sellone biposto dalla città in cui vivi a quella in cui sei nato”. Povero Mimmo Vacca, me lo chiese anche un’altra volta. Era un secolo fa e io dovetti dirgli di no, assorbito dal lavoro di giornalista presso il quotidiano “Il Giorno”. Per lui la Milano-Taranto era il più grande spettacolo del mondo, termine mutuato dal film del ’52 di Cecil De Mille. E lo è anche per me, che non ho mai posseduto neppure una bicicletta. Ma mi balugina il desiderio di fare una rimpatriata nella mia città e rivivere i giorni dell’adolescenza su quel tratto del lungomare tra l’altissimo fungo di cemento con affaccio sul mare e il Palazzo del Governo, un punto qualsiasi, purchè in prima fila. Ritroverei il vigore della giovinezza, in quella siepe umana che ogni volta alla Milano-Taranto si spinge fino ai giardinetti che stanno di fronte allo stabile che ospitò la sede de “Il Corriere del Giorno” guidato da Giovanni Acquaviva e di fianco a quello del cinema Paisiello da tempo chiuso. Cara Milano-Taranto, quante emozioni.





mercoledì 15 gennaio 2020

Un angolo suggestivo di Milano


VICOLO DEI LAVANDAI

UNA CHIESA DI PITTORI 


Qualcuno lo ha definito una piccola
La tettoia dei lavandai sul rizzolino
Montemartre. Decine di artisti vi
avevano lo studio. Tra i più famosi
Guido Bertuzzi e Aldo Cortina, amico
di Bettino Craxi. La tettoia, sbilenca,
sul “ricciolino” d’acqua è monumento
storico.




Franco Presicci

Nello studio di Guido Bertuzzi, che dipingeva i pretini con la veste rossa e la cotta bianca con orli ricamati; i negozi dell’alzaia del Naviglio Grande; i tetti con i comignoli; i cortili delle case di ringhiera; i balconi inghirlandati di fiori…, oltre agli amici (il panettiere, il fabbro, il venditore di pezzi per le radio e i grammofoni di una volta…) si potevano incontrare persone note. Non soltanto dunque appassionati delle sue opere. Un giorno, in visita all’amico pittore, notai un signore che se ne stava seduto in silenzio tra una vecchia cassapanca e un tavolo pieno di disegni, le gambe accavallate e le braccia conserte: osserva le immagini della riva tra la darsena e il “pont de preja”, che si andavano delineando sulla tela. 

Uno degli ultimi barconi sul Naviglio Grande
Sulle prime, distratto da un’opera, un banco di venditore di frutta, ricca di colori vivaci, appoggiata sulla mensola del camino, mi sembrò uno qualunque; invece era Bearzot, il “Vecio”, come lo definì il romanziere Giovanni Arpino. Il grande allenatore di giocolieri della pedata si alzò, mi strinse la mano e tornò a sedersi prima ancora che il padrone di casa facesse le presentazioni. Qualche settimana dopo ci trovai Giovanni Lodetti, già centrocampista asso europeo con la nazionale, vincitore di coppe-campione, di coppe delle coppe e quant’altro. Sapendo che stavo organizzando una serata in onore di un libro sulla storia della squadra di calcio di Bari, alla galleria d’arte di Mimmo Dabbrescia, in via Carlo Torre, Bertuzzi ne approfittò per invitarlo, e il “goleador” accettò. Mantenne la promessa e lo feci accomodare al tavolo dei relatori. Figlio di un valente cantante dell’Eiar (l’antenata della Rai), Bertuzzi aveva giocato nel Milan-ragazzi e qualche volta fra gli adulti della stessa formazione, ed era così rimasto in contatto con parecchi ex compagni di sgambate. Ma non ne parlava. Quando venni a saperlo da amici comuni, lo incalzai sull’agomento. “E’ acqua passata, ero giovanissimo, non vale la pena rispolverare quei giorni”.
Bertuzzi intervistato da Tele Monte Penice
All’epoca io esploravo Milano per Tele Montepenice, antenna molto seguita fondata nel ’77 da Franco Rizzi. A reclutarmi era stato Guido Nicosia, ottimo giornalista che, da inviato del “Giorno”, passò ad “Avvenire” come inviato speciale internazionale. A Guido Bertuzzi volevo molto bene, e quando decise di pubblicare una cartella di acqueforti con poesie di Armando Brocchieri e mi chiese la prefazione, esortandomi anche a parlare al “vernissage” nella galleria del pittore Giacomo Cottino, che era all’inizio di vicolo dei Lavandai, vicino alla bottega di Guido, di fronte alla famosa tettoia, sotto la quale scorre il “rizzolino”, un rivolo d’acqua che sfugge al Naviglio Grande, mi schermii. “Questo non puoi chiedermelo: qualcuno potrebbe non vedere di buon occhio l’idea di far illustrare la cartella su Milano a un ‘terrone’”. “Scherzi, Milano non ha questo vizio”. E accettai. Poi, gli dedicai un servizio in televisione. Erano gli anni ’60. Bertuzzi non c’è più, nel vicolosi vede gente nuova, molti “atelier” di quel tempo hanno sbarrato le porte, e se qualcuno è aperto è grazie a figli o altri parenti, che ricordano Guido con stima. Era un uomo buono, generoso, affabile, ottimo conoscitore della terra del Porta, di cui commentava, a richiesta, i luoghi che erano spariti, quelli da vedere, gli avvenimenti, le ricorrenze, i segreti.
Gigi Pedroli
E ai giornalisti che andavano a trovarlo per la prima volta non mancava di indicare i suoi colleghi che lavoravano da quelle parti (Bernardoni, Fornoni, Pacini, Formenti, Marutti, Vitali, Brignoli, Spampinato (che, se non ricordo male, veniva da Genova per dipingere qui); Sarik (Riccardo Saladin, genovese trapiantato a Milano), che si trasferirà alla Fornace Curti, dove allestiva manifestazioni con presentazioni di libri accompagnate dalle chitarrate di un grande acquafortista e cantautore, Gigi Pedroli, con studio in un salone della stessa Fornace e un altro, da sempre, in fondo all’alzaia con l’insegna di Torchio dell’Incisione. A una di queste manifestazioni partecipò anche l’eccellente fotografo Mario De Biasi, tra l’altro autore di numerose pubblicazioni.

Il direttore del Giorno Lino Rizzi


Guido non si mosse mai dai suoi due localini con il camino, pieni di oggetti con le superfici dipinte da lui: padelle, spianatoie, tegole, mattoni, addirittura ferri da stiro… E poi le tele, grandi, piccole. Il Carletto, uno degli abitanti del vicolo, simpatico e un po’ brontolone perché, secondo lui, il “rizzolino” non era sempre limpido, diceva che Bertuzzi era un mito. Eppure nello stesso vicolo, fra gli altri, aveva lo studio un altro personaggio notevole: Aldo Cortina, che era stato allievo di De Pisis, aveva una grande libreria universitaria di fronte alla Statale ed era presidente del comitato della mostra “en plein air” di via Bagutta.
Aldo Cortina
Aldo era amico anche di Bettino Craxi, amante della pittura e a quanto si diceva usava egli stesso pennelli e colori. Ogni tanto, soprattutto la domenica, il presidente andava a fargli visita, anche per vedere le mostre ospitate nello studio, frequentatissimo da gente comune, tra le quali un tassista (non ne ricordo il nome) che con la fisarmonica interpretava divertenti canzoni meneghine. Aldo Cortina era nato a Belluno, e a Milano aveva due fratelli, di cui uno, Renzo, aveva una fornitissima libreria-galleria in piazza Cavour, di fronte al Palazzo dell’Informazione, dove aveva la sede “Il Giorno”. Renzo scrisse anche un libro, “Horca miseria”, il cui titolo era suggerito da “Horcinus Horca, di Stefano D’Arrigo, del ’75, che vinse anche il premio della Fondazione Cino Del Duca. In quelle pagine, sfilavano tante personalità dell’arte, del giornalismo, dell’industria…, con episodi, anche spassosi, di cui erano stati protagonisti. Insomma un libro informatissimo. Renzo aveva ottimi rapporti con il giornalista, scrittore e pittore Dino Buzzati, di cui teneva esposto in vetrina un’opera di notevoli dimensioni, raffigurante un grosso cane accucciato. Da lui fecero mostre, fra gli altri, Filippo Alto e Attilio Alfieri, entrambi scomparsi. 

Intervista televisiva
Poi Renzo morì, la galleria d’arte passò al figlio, che si trasferì nel cortile della vicina via Turati, al numero 3, dove ricordo una personale di Alfieri curata dal figlio (io scrissi un pezzo sul “Giorno”, diretto da Lino Rizzi, che aveva sostituito Gaetano Afeltra; e Raffaele De Grada, Raffaelino per gli amici, una critica sul “Corriere della Sera”). Un terzo Cortina (pare si chiamasse Mario) aveva anche lui una libreria, in via Francesco Sforza. Tornando a Guido Bertuzzi, da aggiungere che per me era un serbatoio di notizie. Per “Il Milanese”, settimanale fondato da Arnoldo Mondadori, chiuso e riaperto da altri, un pomeriggio – sarà stato giugno, l’anno il ’76 – mentre gli chiedevo d’intervenire a una serata al Cida (Centro informazioni d’arte), in via Brera, mi raccontò di Dosolina, la ragazza uccisa dai tedeschi mentre in bicicletta portava in salvo in Svizzera un bambino ebreo. 
Cortile dell'alzaia
E mentre raccontava udimmo l’urlo di un bambino, uscimmo e scorgemmo un abitante del vicolo impegnato a recuperare una palla caduta nel rizzolino. “Si ripete inutilmente che non bisogna tirare calci alla palla nel vicolo, ma…”. Colsi l’occasione per chiedergli dei giochi più in uso ai tuoi temp. “La campana, frequente fra le ragazzine; le cinque pietre; la botte, un po’ pericoloso, perchè uno faceva rotolare il recipiente mentre un altro si accingeva a cavalcarla. Un altro gioco consisteva nello spingere con una mazza un cerchio di legno; il cavallo: si prendeva la rincorsa e si saltava sul dorso di un compagno piegato, come fosse la groppa d’un quadrupede. In piazza Vetra i più grandicelli giocavano ai dadi… E poi la lippa: con un bastone si colpiva un pezzetto di legno appuntito ai due lati e lo si riprendeva al volo, sempre con il bastone, lanciandolo il più lontano possibile.

Guido Lopez e Giovanni Lodetti

Mi hanno riferito che tantissimi anni fa dei discoli sulla spalliera del naviglio spargevano un liquido corrosivo, che tagliavo i panni stessi ad asciugare. Naturalmente, in questo caso, non si può parlare di gioco, ma di una mascalzonata”. E voi - mi domandò - come giocavate?”. Alla livoria: lanciavano due sfere d’acciaio l’una contro l’altra non con le mani ma con palette di legno, fatte da noi stessi, verso due chiodi conficcati nel terreno, una decina di centimetri distanti fra loro. Le sfere provenivano dai cuscinetti delle ruote dei camion americani. Confezionavamo una palla con stracci legati con la corda: il campo, la strada; le porte quattro pietre. Diffusi anche la lippa, che in dialetto di chiama “’u spezzìedde”; e “‘u turnìedde”, che consisteva nel lancio di monete o bottoni verso un cerchio tracciato per terra con il gesso: vinceva chi riusciva a centrare l’obiettivo da una distanza di una decina di metri e oltre). Era da poco finita la guerra, i soldi erano pochi e ci arrangiavamo, non potendo pretendere dai genitori giocattoli, come ad esempio lo yo-yo, che risalendo alla Grecia antica era stato rilanciato negli anni Venti. I più fortunati potevano aspirare a un Pinocchio o a un cavallino di legno o addirittura alla bicicletta. Allora i doni li portava la Befana e non Babbo Natale. E la Befana aveva non solo le calze, ma anche il sacco rotto”. Guido era molto interessato e ascoltava con attenzione. Non l’ho dimenticato. Come non ho dimenticato Cortina. Oggi, andando a trovare Gigi Pedroli o Romualdo Caldarini, succeduto a Cortina nella presidenza del Bagutta, “Arte a cielo aperto”, passavo dal vicolo dei Lavandai e mi fermavo davanti ai loro studi. Poi se ne sono andati anche altri artisti che lavoravano in quel budello che Armando Brocchieri definì “chiesa di pittori”.




mercoledì 8 gennaio 2020

Quanta storia sulle targhe stradali


A MILANO BISOGNA CAMMINARE


CON LO SGUARDO VERSO L’ALTO


Da via Fava, dove aveva sede il

quotidiano “Il Giorno”, a piazza

del Duomo si assorbono briciole

di storia. In via Lanzone fu ospite

il Petrarca, poi trasferitosi alla

Cascina Linterno. In via Borsieri,

all’Isola, Garibaldi.

Viale Monte Santo




Franco Presicci
Amavo percorrere Milano da un capo all’altro, nei rari giorni di libertà dal lavoro, e con lo sguardo verso l’alto, per ammirare i giardini pensili e per leggere le targhe delle strade: era un modo di conoscerla meglio. Abitavo in via Angelo Fava, non asfaltata, con la serra Fumagalli, un meccanico, un bar, che serviva caffè e zibibbo anche di notte ai giornalisti del quotidiano “Il Giorno”, la cui sede era al numero 20. Fava fu medico milanese e patriota, che appoggiava il governo provvisorio composto a Milano in seguito ai giorni movimentati del ’48. Attraversando via della Giustizia uscivo sulla Melchiorre Gioia, dove scorreva ancora all’aperto il Naviglio Martesana con decine di topi grossi quanto conigli che saettavano sulle sponde. Gioia fu economista, letterato, filosofo e storico nato a Piacenza e deceduto a Miano nel 1767.

Tram vicino alla Centrale
A volte m’incamminavo verso via Ponte Seveso, nome proveniente da un antico ponte collocato sull’omonimo “fiume” che, venendo da Como, scivolava appunto nel piccolo quartiere di Seveso; quindi la vista spaziava di fronte alla stazione Centrale, inaugurata nel 1931, il primo approdo degli emigranti con la valigia di cartone partiti dal Sud: i cosiddetti “terroni”, termine allora usato non proprio come offesa, perchè è appunto dalla terra che questa povera gente proveniva per guadagnarsi il pane quassù. E quella terra l’avevano affidata alle mogli, esperte, laboriose ed energiche come gli uomini. A volte nello scalo, definito la “cattedrale del movimento”, entravo, vedevo arrivare i treni, affollati, che si svuotavano a poco a poco, con alcuni che passavano a chi li aspettava le valigie di cartone dal finestrino. Quel treno, detto della speranza o “Freccia del Sud”, lo presi anch’io, stando venti ore in piedi, sorretto dalla ressa che si formava nel corridoio, straripando nel gabinetto di decenza e sulla piattaforma.
Il Naviglio Grande

Quando giunsi a Milano erano in corso i lavori credo per la metropolitana in piazza San Babila, il sindaco era Gino Cassinis, che durò in carica tre anni; Luigi Meda l’assessore all’Istruzione; Piero Bassetti al Bilancio, al Lavoro, alla Statistica, all’ufficio Studi e Organizzazione. Al Teatro Gerolamo era in scena “Milanin Milanon”, di Roberto Leydi e Filippo Crivelli; e incominciava l’attività il teatro di Palazzo Durini, proprio di fianco a quello in cui aveva abitato Arturo Toscanini. In quel teatro assistetti alla rappresentazione de “La leggenda di ognuno” di Hofmannsthal, seduto di fianco al grande Giovanni Mosca, che negli intervalli, passeggiando, mi parlò delle insidie in cui poteva incorrere chi lavorava in una redazione e delle difficoltà di entrare nella professione. Uomo simpatico e alla mano, giornalista, umorista, disegnatore, drammaturgo, scrittore (“Ricordi di scuola”…), critico cinematografico e teatrale, era stato chiamato a Milano da Cesare Zavattini per confezionare il settimanale “Il Bertoldo” con Giovanni Guareschi, papà di don Camillo e Peppone… Tornando in via Durini, non si può non citare la chiesa di Santa Maria della Sanità dei Camilliani, che avevano preceduto i Cappuccini nel Lazzaretto, di cui faceva parte anche fra Cristoforo descritto da Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi”. 
Stazione Centrale
In piazza Duca D’Aosta, dando le spalle alla Centrale, sorta dopo lunghe traversie prodotte dalla Prima guerra mondiale e da motivi economici emersi negli anni successivi, e guardando verso via Vitruvio (nome dell’architetto romano attivo alla corte dell’imperatore Ottaviano Augusto, dove compose il suo “Trattato di Architettura), c’era la redazione del quotidiano “L’Italia”, che, fusosi nel ’67 con “L’avvenire d’Italia” di Bologna, dette vita ad “Avvenire”, primo direttore Leonardo Valente. A “L’Italia” collaborai anch’io, come vice critico teatrale, e in quella veste fui tra quelli che intervistarono i Beatles il giorno prima della loro esibizione al Vigorelli. Andando a spasso per Milano si assorbono tante notizie, grandi e piccole. In via Boscovich (nome del gesuita dalmata che fondò l’osservatorio di Brera), vicina alla Centrale, all’ultimo piano con fontana sul terrazzo aveva dimora Giovanni D’Anzi, che nel ’35, per fare uno scherzo ai napoletani e ai romani che a Milano intonavano canzoni sulle bellezze delle loro città, scrisse in pochi minuti “O mia bela Madunina”. All’epoca il musicista si esibiva al Trianon, che accoglieva anche la compagnia partenopea “Piedigrotta”, che cantava Napoli, il Vesuvio, il sole, la luna, l’amore, le delusioni. Il brano di D’Anzi, dedicato alla Madonnina che svetta sulle guglie del Duomo, fece il giro del mondo.

Per molti giorni peregrinai per Milano, percorrendo le vie Torino, Armorari, Piatti, Cesare Correnti. Margherita (c’era il carcere in cui venne detenuto Silvio Pelico), Manzoni, Bigli, Cavour, Palestro, Venezia…, scoprendo pezzi di storia. In via delle Ore scoprii che ricordava il primo orologio, eseguito dall’artista cremonese Francesco Pecorari, che Azzone Visconti fece collocare nel 1335 sul campanile della piccola chiesa di San Gottardo, fino all’anno Mille chiamata di San Giovanni alle Fonti. In via Armorarì, in virtù di un cosiddetto paratico, avevano i laboratori gli armaioli, mentre gli orafi stavano in via Orefici e i fabbricanti di speroni in via Speronari. Il paratico aveva anche lo scopo di evitare contese tra quelli che esercitavano lo stesso mestiere. Fu in quel periodo che feci i primi quattro passi a Brera, dove s’imponeva la famosa Galleria “Apollinaire” del geniale martinese Guido Le Noci, da cui passarono tutti i maggiori rappresentanti dell’arte contemporanea, compreso Christo Javaceff.
Hotel Gallia


Le Noci mi accompagnò al bar Jamaica, a suo tempo frequentato da importanti personaggi, come Giulio Confalonieri, critico e storico musicale, amico dei barboni; Pietro Cascella, Arturo Carmassi, Antonio Recalcati, Pietro Manzoni, Salvatore Quasimodo, il musicologo Beniamino Dal Fabbro, il critico d’arte Marco Valsecchi, Luca Crippa... e persino il direttore de “Il Popolo d’Italia”, Benito Mussolini, che tutte le mattine veniva a bere il caffè dalla signora Lina. Le Noci mi presentò Dino Buzzati, che mi prese in simpatia e mi dette il suo numero di telefono di casa; e Pierre Restany, grande amico del gallerista. In via Fiori Chiari (denominata così forse per qualche giardino ricco di fiori squillanti), presi a coltivare l’amicizia del baritono Giuseppe Zecchillo, che creava quadri surreali con spaghetti, tubettini, farfalle, linguine e maccheroni, forse in ricordo di Giuseppe Prezzolini, che a quel tipo di pasta dedicò un libro (“Maccheroni”), edito da Rusconi.

Piazza Gae Aulenti
Poi per una televisione di Pavia, Telemontepenice, tornai a girovagare per Milano, raccontando tutto quello che una volta si trovava nelle varie strade. In via Caminadella, per esempio, che parte da piazza Sant’Ambrogio, fino al 1100 le case erano di legno e i tetti di paglia. Per riscaldarsi si ricorreva al braciere ricavato da fango impastato. Quando comparvero i camini una “primizia” venne installata proprio in un’abitazione in questa strada, e i milanesi le affibbiarono il nome di “casa caminata”, quindi il diminutivo che finì sul marmo. Omenoni, chi erano questi signori a cui avevano intestato la via che parte da piazza della Scala? Non erano persone, ma gli otto giganti messi a sostegno dell’architrave del primo piano del palazzo costruito nel 1575. E perché via Olgettina? Perché da via Padova porta all’omonima cascina accostata ad altre. 
Cassina de' Pomm
 

C’è anche via Lega Lombarda, che non ha nulla a che fare con gli attuali fautori della Padania, ma una confederazione formatasi nel 1167 per fronteggiare Federico Barbarossa. In piazza Vetra, una delle più vecchie della città (“Platea Vetus”) si accendevano i roghi o s’impiantavano i pali per le esecuzioni. Toccò a Caterina da Brono, ”quivi bruciata quale colpevole di aver innamorato il suo vecchio e gottoso padrone a mezzo di sortilegi da lei stessa confessati mediante tortura consistita nello strappargli lembi di carne con tenaglia arroventata”. E nel 1566 al rogo finirono i briganti Giacomo Legorino e Battista Scorlino, che avevano imperversato nel bosco della Merlata. Nel 1631 Gian Giacomo Mora, di professione parrucchiere, venne ucciso con l’accusa di aver propagato la peste. In più gli demolirono la casa erigendo al suo posto una colonna, detta infame dal popolo. Non furono le sole esecuzioni in quella piazza. Per eseguire la condanna di Caterina Medici, presunta colpevole di aver tentato di avvelenare con miscugli il senatore Luigi Melzi, nel 1617, montarono palco, detto baltresca, e palo per dare la possibilità alla gente di assistere al tragico evento. In via Bigli abitava il Premio Nobel Eugenio Montale e in tempi più lontani, quelli delle Cinque Giornate, ospitò il Comitato Rivoluzionario.
Galleria Vittorio Emanuele
Via Andreani ricorda le imprese del conte Paolo, il primo in Italia a prendere il volo, nel 1783, a bordo di una mongolfiera, da Moncucco alla Cascina Seregno, dopo la famosa impresa in Francia dei fratelli Mongolfier. Mi piacerebbe continuare, ma lo spazio è tiranno. Avrei da parlare della centralissima via Borgonuovo, di piazza Belgioioso, di via Monte Napoleone, via Turati, anch’esse scrigni di storia. Ma tempo al tempo. E’ bello, oltre che istruttivo, fare la ronda a Milano, da corso Venezia, con le sue facciate Liberty, a via Lanzone, ispirata a quel nobile milanese che istituì il primo Comune per mettere un freno al prepotere dei nobili; a piazza Cavour, con l’austero Palazzo dell’Informazione; alla la Galleria Vittorio Emanuele, così cara a Giuseppe Marotta, tanto da dedicarle uno dei suoi libri (“Mal di Galleria”). E camminando mi vengo in mente fatti e cose, come il “Gamb de legn”, il trenino Milano-Magenta, che aveva la stazione in un cortile di corso Vercelli. Era entrato in funzione nel 1879 e per la sua lentezza si era guadagnato quel nomignolo. E “el barchett de Boffalora”, che tagliava l’acqua del Naviglio Grande barcollando, con il suo carico di venditori di verdura e altri prodotti delle cascine.