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mercoledì 21 gennaio 2026

Un ricordo di Lorenzo Manigrasso

IL FOTOGRAFO DELLA POLIZIA PRESENTE SU TUTTI I DISASTRI

 



Lorenzo Manigrasso
Fece scatti sulla tragedia del Vajont e su quella di
Firenze; fece mostre delle sue opere e ricevette la nomina a cavaliere. Era iscritto all’albo giornalisti professionali, con incarichi sociali. Autore di novelle, si distinse sempre, tanto che un generale in pensione della polizia lo definì una garanzia. Era di Taranto, è morto il 3 gennaio dell’anno nuovo.

 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
FRANCO PRESICCI
(foto dall'archivio di Antonio De Florio)
 
 

La tragedia del Vajont è quasi scomparsa dalla memoria collettiva.
Come altre. Provocò 1917 morti, coinvolgendo diversi paesi, tra cui Longarone, dove si salvò miracolosamente soltanto il campanile della chiesa madre. Tutta l’Italia rimase attonita e commossa, e gli indigeni s‘impegnarono quasi subito a ricostruire le case. Molti accorsero per dare una mano; e i fotografi per documentare il disastro e tra loro qualcuno li aiutò nell’opera di rinascita. Fra questi, Lorenzo Manigrasso, che il 9 ottobre del 1963 allestì una mostra dei suoi scatti, “Disastro del Vajont per non dimenticare”, immagini icastiche e toccanti delle macerie e dei sopravvissuti terrorizzati, visioni del dolore e della disperazione. Nel 2000 la Pro Loco di Longarone, volendo creare un’esposizione permanente della calamità e avendo bisogno di foto inedite, si rivolse anche a Manigrasso, che mostrò sollecitudine tanta disponibilità. Poi il fotografo comparse in un documentario, in cui descriveva, commosso, quello che aveva visto.
Manigrasso era nato a Taranto nel ‘31 da una famiglia di cacciatori d’immagini. Entrato nelle forze dell’ordine, seguì la scuola di polizia criminale, assumendo la qualifica di cine-foto operatore. Dopo aver frequentato vari corsi, tra cui quello di specializzazione, fu assegnato al Gabinetto regionale di polizia scientifica di Padova.
Il campanile di Longarone
E cominciò a correre ovunque ci fosse da illustrare una devastazione, come l’alluvione di Firenze, il 4 novembre del 1966, per lo straripamento dell’Arno, dopo dieci giorni di pioggia; o un evento da festeggiare come la restituzione di Trieste all’Italia, il 5 ottobre del ‘54, con il “memorandum di Londra, e l’esultazione che ne seguì, anche per l’entrata in città dei bersaglieri.
Ne ebbe di momenti da immortalare, Manigrasso, che nutriva una passione innata per la macchina fotografica. E ne ebbe con l’alluvione del Polesine, dove il pittore Giuliano Adonai, veneto puro, riassunse la disperazione in un volto nell’atto di lanciare un grido forte e straziante. Manigrasso riprese anche i teatri delle azioni dei terroristi negli anni di piombo, tra cui quello di Milano l’8 gennaio dell’80, quando uccisero tre poliziotti del commissariato Ticinese, Tatulli, Cestari, Santoro, mentre giravano sull’auto di servizio per garantire la sicurezza delle scuole. Quella mattina il capo della squadra mobile Antonio Pagnozzi pianse. I brigatisti, sbucati all’improvviso dal ponte di via Schivano sparando senza pietà avevano seminato il terrore negli occhi di Tatulli, l’autista.
Nel ‘73 Manigrasso lasciò la polizia, perché giunto all’età della pensione. Ma uno come lui non poteva sedersi su una panchina dei giardini a leggere il giornale, e continuò a fare scatti, in proprio. Era un fotografo scrupoloso, maestro dell’inquadratura e anche un artista; e. giornalista professionale, regolarmente iscritto all’albo, con incarichi sociali, tra cui quello di presidente regionale fotografi professionisti veneti. Collaborava con testate importanti specializzate; scriveva novelle che le donne leggevano assiduamente sul suo blog. Quando l’età lo costrinse ad uscire dalla polizia, rimase nella città di Sant’Antonio, probabilmente perché lì aveva conosciuto la moglie.
Manigrasso all'opera
Era stato dunque testimone fedele e puntuale di tanti fatti che avevano insanguinato le strade e diffuso angoscia nel nostro Paese. Come il sequestro Moro e l’assassinio di Falcone e Borsellino; il sequestro di un imprenditore con l’imposizione di un riscatto sempre più alto.
Quanti sonni interrotti, quante corse, quanti corpi esanimi stesi sul selciato, quante case incenerite, quanti terremoti erano rimasti nei ricordi di Manigrasso, uomo dunque di grande esperienza e di grande cuore.
Antonio De Florio, che di Taranto sa tanto del passato più lontano, (le tradizioni, gli usi e i costumi, i personaggi…) lo conosceva, anzi era in contatto con lui. Lo sentiva, raccoglieva le sue confidenze, i suoi stati d’animo, i suoi pensieri. Si stimavano. Attraverso De Florio Manigrasso avvertiva la voce di Taranto, i palpiti, le ferite, i tormenti della città nota nel mondo per la sua bellezza e per la sua ospitalità. Nonostante la lontananza, il vento non l’aveva portata via da lui. Era venuto spesso a Taranto. E in quelle rimpatriate, riattraversando con De Florio il borgo antico, aveva incontrato Nicola Giudetti, il tarantino più conosciuto oltre il ponte girevole, sentito il Mar Piccolo che leccava la riva spumeggiando e osservato le case dalle facciate screpolate come le labbra dei pescatori. No, non l’aveva dimenticato la “culla”.
Se si è nati in questa “alcova” o si è traditori se la si trascura o si è leali, se la si porta dentro, nell’anima. Le radici che ci legano alle origini sono forti come quelle dell’ulivo, della quercia del pino. Non si possono spegnere i ricordi, afflosciare l’amore, che deve essere per sempre; e Lorenzo Manigrasso la ritrovava anche nelle parole dell’amico, la sua città. Un giorno gli comunicò l’arrivo di sua nipote Sofia, pregandolo di farle da guida nella visita ai luoghi in cui era nato il nonno. E De Florio la condusse alla casa di largo Santa Caterina e in alti posti notevoli della città vecchia.
Manigrasso salva un cagnolino caduto in acqua
Adesso il “testimone del tempo” (così era indicato Manigrasso) non c’è più: se ne è andato il 3 gennaio dell’anno appena entrato, a 94 anni, ancora lucido, con i suoi ricordi. Quanto avrebbe avuto da raccontare non soltanto con le immagini e le novelle: episodi, persone, stragi, piazze in rivolta, omicidi di mafia e di “’ndrìne”. La sua è stata un’esperienza lunga, intensa e interessante. Pochi possono vantarne una come la sua.
Un fotografo come lui è un giornalista che rende conto dei fatti con le immagini, rendendoli visibili come la scena di un film, e lo fa non con la penna, come si sarebbe detto una volta, ma con la macchina fotografica. Un fotografo cronista. Le immagini parlano con chiarezza, portano chi le guarda nella città, nel paese nella contrada, nella casa in cui si è svolto l’evento. Per questo, giustamente, i fotografi sono stati riuniti nell’albo giornalisti professionali. Se Lorenzo Manigrasso non fosse scomparso, sarebbe stato interessante interpellarlo sui tanti fatti che ha tramandato con il suo obiettivo, sui dettagli, sulle atmosfere. Avrebbe chiarito le idee, le cose non dette, gli scenari…
L’intervistatore avrebbe riempito pagine e pagine di elementi inediti. De Florio, con cui collaboro gioiosamente, avvalendomi della sua saggezza, me lo aveva detto e io avevo preso tempo, facendo un errore grave. Mi aveva anche parlato del riconoscimento ricevuto da Lorenzo dal generale di polizia in congedo Angelo Ricciardi, che dava atto dello spirito di corpo del poliziotto-fotografo, della sua abnegazione e dell’impegno che metteva in tutte le avversità, continuando a collaborare con la sua macchina fotografica anche dopo la pensione.
Padova ripresa da Manigrasso


Era considerato una garanzia, e per il suo impegno, la sua bravura, la sua disponibilità, il suo lavoro prezioso, era stato nominato cavaliere e aveva avuto tanti altri riconoscimenti anche per aver lasciato testimonianze di valore delle lotte al banditismo sardo, alla mafia, al terrorismo in Alto Adige. Insomma ha avuto molte soddisfazioni, fra cui un attestato che il comune di Longarone rilasciò a tutti i soccorritori.
Negli anni 50 – ricorda De Florio - i fotografi nella Bimare si appostavano al lungomare e fotografavano chi faceva la ronda, poi portavano i rullini a Mario Oliva, nel suo studio di via Anfiteatro (abitava in via Nettuno). Poi con il fratello, Lorenzo apri un laboratorio in corso Umberto 18 e trasmise la sua stessa passione al figlio, perché voleva che nella sua famiglia la tradizione non si concludesse con la sua morte. “Nel rosso tramonto/ la vecchia Taranto pare riposare/ I due mari le accarezzano i fianchi. Forte odore di salsedine/ nei vicoli deserti/ guardandoli ti trovo triste e decadente/ Nel rosso tramonto, oasi di nostalgia/Andando indietro nei ricordi/ ti rivedo dai due mari lambita...” / ti cerco/ dal lontano Veneto ti penso…”. Ecco, in questa sua poesia, la sua passione per la città cataldiana, il suo legame mai slacciato per Taranto, il suo amore per il nido.
I fratelli Manigrasso nello studio
Lorenzo Manigrasso la sognava, Taranto, e le ha reso onore come lo ha reso alla polizia.Negli anni in cui lui frequentava Mario Oliva non aveva mai incontrato Antonio De Florio, che era collaboratore del fotografo. Ed è stato De Florio a contattarlo dopo anni, amando le storie dei tarantini usciti dalla Bimare per ragioni di lavoro o di carriera. Antonio ha un archivio invidiabile di documenti e foto; se si vuole sapere un particolare sulla vita e l’attività di un poeta, Raffaele Carrieri per esempio, o di uno scrittore come Domenico Porzio chiedetelo ad Antonio De Florio. E’ capace di parlare a lungo di Tani Curi, giornalista che dal “Corriere del Giorno” emigrò al quotidiano dell’Eni, a Milano, o di Mario Ligonzo approdato al “Corriere della Sera”. E non si tira mai indietro, se richiesto di notizie. Quell’archivio è in buona parte nella sua testa. Enciclopedia ambulante. Perciò mi sono rivolto a lui per avere sprazzi della vita e dell’attività di Lorenzo e sue foto.

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