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mercoledì 18 gennaio 2023

Una radiografia dell’America

 

IL LIBRO DI ANTONIO DI BELLA

UN RACCONTO MINUZIOSO

Gli Stati Uniti” è stato presentato

giorni fa nella sede dell’Associazione

Marinai d’Italia in via Gorizia a un

pubblico attento e numeroso. Alcuni

sono venuti da fuori, come il titolare

del famoso ristorante “Le tre Marie”

dell’Aquila.


 

Franco Presicci

Da anni conosco Antonio Di Bella, grande e coltissimo giornalista, corrispondente della Rai da New York. Lo incontrai la prima volta nel ’76 nel ristorante “La Pora Rossa” di Chechele e Nennella, dove il sindaco Carlo Tognoli consegnò al padre Franco il Premio Milano. 

Antonio Di Bella
Pagina del libro
 
 
 
 
 
 
 
Proprio quella mattina (se non ricordo male) Antonio aveva superato brillantemente a Roma gli orali dell’esame di Stato acquisendo il titolo di professionista. Serio, concreto, alla mano, rispettoso, educato, linguaggio sciolto, senza enfasi, rende sempre piacevole la sua compagnia. Lo rividi nell’85 al Convegno mondiale sulla criminalità organizzata allestito dall’Onu dal 25 agosto al 5 settembre e lo ammirai anche per il modo con cui ogni giorno avvicinava le personalità più importanti e le intervistava. In questi giorni arriva sulla mia scrivania un suo interessantissimo libro, “Gi Stati Uniti”, ricco di immagini icastiche sula storia d’America. Un libro che cattura subito l’attenzione e non l’allenta neppure per un momento. Una sorta di viaggio evocativo in cui il lettore s’imbatte in avvenimenti che hanno impressionato il mondo e in personaggi indimenticabili come i fratelli Jhon e Robert Kennedy, entrambi assassinati in seguito ad un complotto, (il primo a Dallas il 22 novembre del ’63; il secondo nel ’68 a Los Angeles).

Una pagina del libro
L’America: “Terra delle opportunità, Paese della libertà individuali, esempio della democrazia, che oggi impone la domanda se lo sia ancora”. Antonio Di Bella ripercorre 250 anni di storia statunitense, in cui è stato e continua ad essere coltivato il cosiddetto mito americano, cautelando, gli aspetti più ombrosi. Il volume ha inizio con la rivolta delle colonie e l’indipendenza, senza tralasciare alcun particolare. A proposito della bandiera degli Stati Uniti come sventola oggi, ricorda che è tata disegnata da uno studente di 17 anni dell’Ohio, Robert G. Heft, nel ’58, quando gli Stati Uniti comprendevano solo 48 Stati, ai quali, secondo il liceale, se ne sarebbero aggiunti altri. Come spesso accade, l’Idea dell’alunno non piacque al suo professore di disegno, ma non gli fu impedita la via per Washington per la partecipazione ad un concorso, dove il presidente Eisenhower lo premiò, scegliendolo fra 1500 candidati. E va detto che da adulto l’allievo contestato dal docente imboccò la carriera politica e diventò sindaco di Napoleon, nell’Hohio, lasciando la poltrona dopo trent’anni.

Storia e curiosità, leggenda e altro, in oltre 190 pagine che non annoiano mai, anzi attraggono e affascinano, appassionano, tenendo il lettore legato alla sedia. Segue un’immagine, in cui sono ritratte quattro donne intente a cucire il vessillo americano a stelle e strisce; e ancora una scena del film sulla battaglia di Alamo, con Jhon Waine in prima fila. Poteva mancare l’impegno delle donne, che anche nelle rivoluzioni, tra cui quella francese, hanno mostrato coraggio e tenacia? Quelle americane hanno lottato per conquistare la parità, dalla first lady Abigall Adams, che implorava suo marito (il secondo presidente dell’Unione) di tener presenti le donne quando immagina un governo per le colonie americane, fino a Hillary Clinton, che è stata la prima donna americana candidata alla presidenza.

Il campo indiano dei Mikkosuke

 

E la febbre dell’oro in California, “innescata dalla scoperta di pepite nella Sacramento Walley all’inizio del 1848 ed è probabilmente uno degli elementi più significativi che hanno plasmato la storia americana durante la prima metà del XIX secolo”. Appena la notizia del ritrovamento si propagò ovunque, gli aspiranti alla ricchezza, a cavallo o con le diligenze o solcando il mare corsero verso San Francisco, mangiando polvere e affrontando pericoli, seppellendo molti uomini per strada.

Lenoci e Di Bella
In altre pagine, l’autore descrive efficacemente la guerra civile, schiavisti contro abolizionisti, iniziata nel 1861, “dopo decenni di tensioni fra li governo federale dell’Unione e gli Stati secessionisti del Sud sul tema dei diritti – in particolare sullo spinoso punto della schiavitù che il presidente Lincoln intendeva gradualmente abolire – e termina con la resa della Confederazione secessionista nel 1865”. In alcune piantagioni la schiavitù fu brutale, disumana: i neri venivano frustati, la famiglia si mutilava. I neri potevano essere venduti e subivano la proibizione di acculturarsi e di elevarsi. La schiavitù aveva critici e difensori. Alcuni intellettuali sostenevano che la schiavitù facesse più male che bene al Sud; altri, che la schiavitù era una vergona sia per il Sud sia per il Nord. I favorevoli dicevano che la schiavitù garantiva il lavoro, era provvidenziale per il tempo della vecchiaia. Tuttavia, venivano colpiti i neri: “il problema era la razza”.
Di Bella intervista il questore Lucchese

Gli schiavi neri – precisa l’autore - hanno svolto un ruolo importante nel gettare le basi economiche degli Stati Uniti; specialmente nel Sud. I neri hanno anche avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo della lingua, dei costumi, della musica, della danza e del cibo del Sud, fondendo i tratti culturali delle loro terre africane con quelle dei coloni arrivati dall’Europa. Durante i XVII e il XVII gli schiavi africani e afroamericani (quelli nati nel Nuovo Mondo) lavoravano principalmente nelle piantagioni di tabacco, riso e indaco della costa meridionale. Ma non è solo il Sud a sfruttarli. Anche gli uomini d’affari del Nord costruiscono grandi fortune investendo nelle piantagioni del Sud, sula pelle di persone ridotte in schiavitù”. Il testo anche qui è accompagnato da una foto di raccoglitori di arachidi in Virginia all’alba degli anni Novanta dell’800. Un capitolo è riservato al Ku Klux Klan, la “gang” sorta nell’800 spietata nel terrorizzare i neri, bastonandoli, uccidendoli, incendiando le loro case, martirizzandoli. Fu un lascito della guerra civile, “fondato da ex veterani confederati come club politico e sociale nel Tennesse.

Ammiratori la sera della presentazione del libro

Simbolo dell’accanimento e della crudeltà degli aderenti nell’usare violenza contro i neri, una croce che arde. Concluso questo capitolo, si apre quello dell’immigrazione. “Ellis Island – scrive Di Bella – è un’isola nella Upper New York Bay, dove un tempo si trovava il centro di accoglienza per l’immigrazione negli Stati Uniti. Spesso indicata come la Porta del Nuovo Mondo, l’isola prende il nome dal mercante di Manhattam, che la possedeva negli anni ’70 del Settecento. Dal 1892 al 1924 è la principale stazione d’immigrazione della Nazione. Ne sono passati di disperati da quel luogo. Si stima che dal 1860 al 1973 abbiano abbandonato l’Italia circa 24 milioni di persone, un terzo delle quali abbiano oltrepassato il confine per fermarsi in Europa o andare più lontano, in America, che era un mito e per alcuni un miraggio, Il flusso, non così massiccio, era cominciato tanto tempo prima.

Alido Venturi, titolare del ristorante Le tre Marie a L'Aquila
Questo libro di Antonio Di Bella è tutto da leggere e anche da vedere, e si legge come un lungo racconto che parla degli indiani, di Rockefeller, il primo capitalista, dell’era dell’acciaio, dell’industria automobilistica, dalla produzione all’alienazione; del proibizionismo e la criminalità organizzata (scolpita la figura di Al Capone, autore di crimini orrendi, il più famoso dei quali il massacro di San Valentino nel 1929, anno della grande depressione). Seguono altri capitoli importanti: la rinascita dell’economia americana; la Coca Cola che conquista gli americani; l’attacco di Pearl Harbor; storie di boxe e di rivalsa; il New Deal, nuovo coso, l’insieme delle riforme escogitate da Roosevelt per la ripresa economica; Elvis, il ciclone musicale; i missili sovietici installati a Cuba, a 150 chilometri dalla Florida, da Krusciov e la fermezza del presidente Jhon Kennedy… Insomma un libro che non si può lasciare sugli scaffali delle librerie. Il nome dell’aurore è una garanzia: Antonio Di Bella, che tra l’altro è stato direttore del TG3, di Rai 3 e Rai News 24, corrispondente Rai per tre volte, tra il 1990 e il 2021, l’anno in cui ha seguito personalmente l’assalto al Campidoglio da parte dei seguaci di Trump intenzionati ad annullare l’elezione di Biden. Di Bella ha scritto altri libri, tra cui “L’assedio”, “Washington”, “Cronaca del giorno che ha cambiato la storia”, “Je suis Parìs”, “Se Parigi potesse parlare”. ”il volume “Gli Stati Uniti” è stato presentato qualche settimana fa nella sede dell’Associazione Marinai d’Italia in via Gorizia, a Milano, con larga partecipazione di pubblico. Alcuni sono arrivati da fuori: Alido Venturi, titolare del ristorante “Le tre Marie”, è venuto dall’Aquila. Un libro interessantissimo, indispensabile, una sorta di radiografia dell’America.



mercoledì 11 gennaio 2023

UN COMPLEANNO MOLTO IMPORTANTE, GRAZIE A UN GRANDE GIORNALISTA AMICO DI "MINERVA NEWS"

    S E R V I Z I O  S P E C I A L E

       

                                                      
MINERVA NEWS HA COMPIUTO 7 ANNI: 369 servizi giornalistici documentati con foto inedite, oltre 100.000 accessi, consensi nazionali e internazionali. Merito di un grande giornalista che, dopo aver dedicato la sua vita a testate di rilievo nazionale, ha accettato di collaborare con "Minerva", scrivendo un articolo settimanale, senza mai far mancare, il mercoledì, un suo "pezzo", molto atteso dagli affezionati Lettori.
 

                                    "Brevissima" biografia di Franco Presicci 
 
Franco Presicci
Alla cerimonia di Consegna del Premio a Dall'Ora
Quando nel novembre ‘62 arrivai a Milano, scrivevo su due giornali di Bari, “Sette Giorni”, 
“Bari Sport” 
e “La tribuna del Salento”, di Lecce. Una mattina andai alla Philips a prendere i dischi da recensire e il capo ufficio stampa della casa discografica, Graziano Mottola, m’invitò a scrivere per il quotidiano “L’Italia”. Dopo un paio d’anni ero vice critico teatrale e in questa veste fui mandato a San Miniato, a Campione d’Italia, a Bergamo, a Genova, a Stresa, a Lido di Spina, a Miradolo Terme, dove conobbi Pippo Baudo… Intanto scrivevo qualche pezzo per “La Notte”, quotidiano del pomeriggio, per “La Gazzetta di Reggio”, una volta per “Il Mattino di Napoli”. Nel ’66-’67 la mia firma compariva su “Stop” di Alberto Tagliati (allora due milioni di copie la settimana), scrissi un paio di articoli per “Bolero”, tra cui un’intervista a Bologna a Luc io Dalla, e uno sullo scrittore Piero Chiara di 19 pagine per “Play Boy”.
   Fui anche capo ufficio stampa della Bruber, la casa discografica di Annarita Spinaci, cantante che ebbe un grande successo con “Quando dico che ti amo” al Festival di Sanremo nel ’67. Al Festival del clown, a Campione d’Italia, incontrai Domenico Modugno, a Pallanza Corrado, a Salice Terme iannacci, Aldo Fabrizi, Bice Valori, Paolo Panelli; in Friuli, a un Festival al Ponte del Diavolo, conobbi Mina, Claudio e Villa, che intervistai al Teatro Carcano di Milano, avendo un rapporto cordiale. Conobbi anche Tino Scotti, il simpaticissimo e bravo attore che faceva tra l’altro, se non ricordo male, la pubblicità di un digestivo. All’”Italia” ebbi molte soddisfazioni, ma aspiravo, ma aspiravo alla redazione di cronaca nera de “Il Giorno”. 
   Lavoravo freneticamente. Notte e giorno. Intervistai i Beatles, scrissi un lungo Articolo sul Teatro sovietico in occasione di una mostra a Palazzo Reale; uno sul Museo dell’ombrello di Gignese... Per dieci anni scrissi per “La Gazzetta di Mantova”, il più antico quotidiano d’Italia. Poi consegnai un bel malloppo di articoli a Ugo Ronfani, vicedirettore de “Il Giorno” con il mitico Angelo Rozzoni e lui mi aiutò a realizzare il mio sogno, affidandomi servizi per le sue pagine speciali.
   Al “Giorno” continuai a lavorare senza risparmiarmi, inanellando “scoop” e facendo spesso l’inviato (ad Ancona, Ginevra, Lugano, Zurigo, Tunisia, Usa). Nell’85 la Stramilano e la Rand Xeros mi premiarono con un milione in monete d’argento coniate in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles. Quando andai in pensione, il direttore Enzo Catania mi dedicò un elogio su giornale, titolando “Franco, grande giramondo della nera”. Fui festeggiato dai carabinieri e poi dal questore Carnimeo ed ebbi il premio alla carriera Guido Vergani. Scrissi due libri e capitoli su Milano in grossi volumi della Celip.   
Potrei essere contento di quello che ho fatto. E di aver lavorato con colleghi bravissimi, avendo come direttori Gaetano Alfeltra, personaggio straordianio; Guglielmo Zucconi, già direttore de “La Domenica del Corriere” e scrittore, Lino Rizzi. Ho conosciuto o intervistato nomi eminenti dello spettacolo, da Pippo Baudo a Gastone Moschin; da Gian Maria Volontè a Barbara Bouchet; da Enrico Maria Salerno al capo dell’Fbi William Webster, nell’85; da Corrado, spiritoso e dalla battuta fulminea, a Enzo Tortora, gentiluomo di antico stampo dalla cultura sconfinata., e tantissimi altri Ho tenuto l’ufficio stampa per le manifestazioni a bordo della Raffaello e della Michelangelo, che nel ’75 m’ispirarono un articolo di cinque pagine e foto a colori su “Novella 2000 “, all’epoca diretta da Paolo Occhipinti, Jhon Foster nella precedente veste di cantante. Ho partecipato a trasmissioni televisive sulle reti Rai, con Corrado Augias, Giancarlo Santalmassi , Giancarlo Magalli e sulle antenne lombarde.
   Avrei da aggiungere tanti fatti, ma devo fermarmi qui per ragioni di spazio. 

GRAZIE AMICO FRANCO, "LA REDAZIONE" SI AUGURA, ANCORA PER MOLTO TEMPO, DI POTER CONTARE SUL TUO PREZIOSO E INSOSTITUIBILE CONTRIBUTO PROFESSIONALE E, IN SEGNO DI OMAGGIO E COME RINGRAZIAMENTO ANCHE DI NUMEROSI LETTORI, PUBBLICA "LO SPECIALE" CHE SEGUE, CON GLI ARGOMENTI TRATTATI FINORA E MEMORIZZATI, A BENEFICIO DI QUANTI VORRANNO ATTINGERE "ALLA FONTE DEL SAPERE":

Presicci con la moglie irene verso Casablanca
 

ALTRA CREATURA DI

MICHELE ANNESE

In questi anni ha pubblicato 369 articoli sugli argomenti più vari: il giardiniere che trasforma in opere d’arte i tronchi degli alberi morti; la Sagra “d’u diavulicch ascquànde”; il presepe vivente di Crispiano; una giornata con Gorbaciov; i poliziotti dalla carriera brillante, il collezionista di cartoline d’epoca e dei calendarietti dei barbieri. 

 

 

Franco Presicci                                                      

Un compleanno comporta sempre emozioni. E quando Michele Annese, direttore di “Minerva News”, il giornale da lui fondato, mi ha comunicato che la sua creatura in questi giorni compie sette anni, l’emozione mi ha colto subito. Sette anni non sono tanti e non sono nemmeno pochi.

In questi sette anni su “Minerva” ho scritto 369 articoli, senza mai venir meno nei giorni festivi, nelle ricorrenze, senza insomma mai saltare una settimana. Il primo, il 20 dicembre del 2015, giorno di battesimo della rivista, lo dedicai al compianto Dino Abbascià(in foto), un imprenditore ortofrutticolo di Bisceglie arrivato a Milano quando aveva solo 13 anni e lavorando con zelo, affrontando sacrifici, rinunciando a riposi e divertimenti, era diventato un “vip”, impegnato anche nella beneficenza (tra l’altro aveva costruito in Kenia una scuola con le sue stesse mani).

Annese, uomo intelligente e generoso, attento ed eclettico, mi incoraggiava e io andavo a pescare gli argomenti in luoghi anche lontani: il giardiniere valtellinese che tagliava gli alberi defunti facendo sculture con la stessa motosega; l’ultraottantenne che realizzava bastoni con i pomi a testa d’aquila o di lupo; il coetaneo che costruisce casette per gli uccelli con una minuziosità e capacità artistica esemplare; i collezionisti di tarocchi storici, di treni, di cavatappi, di macchine per scrivere, di ricetrasmittenti militari, raccontando la storia e le curiosità, la personalità dei personaggi.

Ho parlato del museo della civiltà contadina di Casasco; di quello degli ombrellai di Gignese; degli spazzacamini che stanno tornando e del particolare dialetto che un tempo usavano questi lavoratori, il “tarusc”, per non farsi capire dagli estranei e della vita grama che conducevano lontani da casa; del pittore Filippo Alto al quale a Locorotondo hanno intestato una via; dei raccoglitori dei calendarietti dei barbieri, delle cartoline d’epoca, dei soldatini di piombo (c’è chi ne ha 40mila)... Prendendo spunto dai loro libri, ho ritratto gli autori, le loro esperienze, i loro gusti, i loro “hobby”. Nelle pagine di “Minerva” è finita anche la storia dei due amici meridionali che fecero il tragitto Londra Foggia in taxi; il giornalista che pedalò da Varese al suo paese natìo, la Sicilia; la Milano-Taranto nei ricordi di un ragazzo non ancora ventenne che si appostava sul lungomare della Bimare per vederla arrivare; la Stramilano dei cinquantamila, con le madrine, le figure caratteristiche, il quasi novantenne Samuele Jiannucci, di Barletta, “Speedy Gonzales” anche alle Poste dove lavorava; le imprese di Benvenuto Messia, martinese attore, fotografo di eccellenza, corridore, che portò all’altare la figlie in bici…

Non ho trascurato i cacciatori d’immagini di prestigio, come Carmine La Fratta di Taranto, cattedrale delle cozze, che hanno scovato bellezze nascoste della Bimare; Alda Merini, che trascorse quattro anni nella città cara al poeta Raffaele Carrieri e a Domenico Porzio; la gente che negli anni Cinquanta abitava sui Navigli (quasi tutti meridionali) e i laboratori e gli studi dei pittori che vi avevano sede; i Natali, i presepi, i giorni di Pasqua e i cenoni, il Barbapedana, i teatri, gli attori e i cantanti (Eduardo De Filippo, Pasquariello Gino Bramieri, Piero Mazzarella, Milly) più celebrati, il dialetto, i Premi, come quello della “Porta Rossa”, il ristorante di Chechele e Nennella; l’anno, il ’29, in cui a Milano arrivò la pizza e il ristorante che ebbe l’iniziativa d’inaugurarla.

E poi i fatti accaduti, i luoghi, gli ambienti, i protagonisti, le vittime degli anni in cui lavorai al quotidiano “Il Giorno”, il giornale di Mattei dalla lunga vita gloriosa, e i tipografi, i giornalisti che lo tessevano e i piloti, da Italo Pieta a Gaetano Afeltra, a Guglielmo Zucconi ad Angelo Rozzoni, a Ugo Ronfani. Il giornale era casa e bottega: non si guardava agli orari, eravamo sugli avvenimenti in ogni festa comandata, a Pasqua e a Natale, il Primo Maggio. E fu proprio la notte della vigilia di Natale che mi telefonò uno sconosciuto per raccontarmi che durante la guerra aveva ucciso in Emilia due soldati tedeschi. Gli chiesi un incontro, che accettò dopo molta resistenza, quando gli assicurai l’anonimato. Andai poi sul posto con il fotografo, interrogai le persone, individuai la sepoltura, scavarono e saltarono fuori i corpi.

Ho riversato su “Minerva” tanti ricordi professionali: i miei interventi nelle bische clandestine al chiuso e all’aperto al seguito della polizia, che ogni volta cercava si strapparmi la fonte della segnalazione e ogni volta pregavo il richiedente di considerarmi un prete tenuto al segreto confessionale. Quindi ho visto da vicino giocatori e tenutari, lanciatori di dadi e vivandieri, che facevano affari d’oro, vendendo caffè, whisky, bibite, panini e altro; le stragi, come quelle del Lorenteggio nell’81 e di Moncucco nel ‘79; le rapine clamorose; le persone prese in ostaggio, come in via Santa Sofia nell’80; gli scontri in piazza tra polizia e teste calde.

 

Insomma, ho snocciolato anche un po’ della mia vita di cronista uso a mangiare pane e polvere, consumando scarpe a furia di percorrere strade a piedi, spesso di campagna, come quando sull’erba di via Cascina Barocco un meccanico che portava a spasso il cane trovò un cadavere che bruciava. Tutti episodi che si possono considerare capitoli di un libro da leggere vicino al termosifone, che sostituisce prosaicamente il braciere di un tempo e il camino che regna nelle case di chi può permetterselo.

Michele Annese mi ha dato la più ampia libertà, oltre alla fiducia e alla stima. Io gli ho sempre anticipato e sommariamente descritto il tema che desideravo affrontare e lui si è sempre trovato d’accordo. Abbiamo lavorato in comune accordo, ci siamo scambiati idee e dalle sue parole ho sempre tratto una spinta a non mollare, neppure quando la mia salute vacillava.

Quando andai in pensione, due anni dopo il momento prescritto, pensai: “Basta con gli articoli, adesso devo soltanto leggere. Ma poi arrivò l’invito da Gianni Spartà, “dominus” della redazione di Legnano de “La Prealpina”, storico giornale di Varese, a buttar giù i miei “amarcord”; si rifece vivo Enzo Catania, mio ex capocronista assurto all’incarico di direttore, e ripresi a frequentare le pagine de “Il Giorno”, dal ’95 al 2015. Mi sembrava di essere tornato ai tempi in cui scrivevo su “La Gazzetta di Mantova”, dove il direttore Giancarlo Eramo metteva in pagina tutto quello che gli mandavo: tra cui la mia navigazione a bordo di un aerostato a oltre mille metri d'altezza e in seguito di una mongolfiera. Poi arrivò la chiamata di Michele Annese, che già faceva un giornale, prevalentemente un notiziario. E a quella chiamata non potetti dire di no, come non lo si poteva  dire alla chiamata alla leva.

La mia vita professionale è stata costellata di esperienze: due volte in televisione da Corrado Augias, una volta da Giancarlo Santalmassi, poi da Magalli per parlare di un grosso boss della mala, poi ancora su Rai due per Terry Broome, l’aspirante fotomodella americana che aveva ucciso un re dell’ippodromo; quindi su Telelombardia a recensire libri su Milano o a partecipare a trasmissioni  su Antenna 3, il cui telegiornale, diretto da Aldo Catalani, veniva confezionato dalla cronaca del “Giorno”.

Non avevo mai scritto su un giornale on-line, e quando mi telefonò Michele fui davvero contento. Lo sapevo uomo serio, saggio, colto, dinamico, con tante idee nella testa, non avvezzo alle chiusure improvvise, e accettai senza esitazione. Era stato segretario generale della Comunità Montana, aveva diretto in modo esemplare la Biblioteca comunale di Crispiano e quando naufragò istituì l’Università del tempo libero e del sapere, diretta magistralmente dalla moglie Silvia e – pensai – questo giornale non poteva essere un fuoco di paglia, come dimostrano oggi i suoi sette anni di attività prestigiosa (non perché ci scrive il sottoscritto). Lo provano i tanti lettori che ci seguono con puntualità, non solo nella cittadina a due passi da Taranto e abitata anche da parecchi delfini erranti di Taranto, come dice Antonio De Florio, comandati su facebook da un gruppo, “Foto Taranto com’era”, che mostra ai locali e ai turisti le bellezze della città dei mari, i tramonti, le “strittele”, le barche, via D’Aquino, diventata un salotto, quasi come via Monte Napoleone a Milano, le vie, i palazzi, il Castello aragonese, i ponti…

Anche questa Taranto, la mia culla, “’a nache”, “’nu tresòre”, “’a capetàle de le còzze ca crèscene indr’a Mare Picce” ho ricordato tante volte su “Minerva”, esaltando i poeti, come Marturano, De Cuia, Majorano, Caforio, Diego Fedele, gli scrittori come Giacinto Peluso; ricordando la figura di Marche Poll; alcuni dei giornalisti del vecchio “Corriere del Giorno”, Ventrelli, Casulli, Petrocelli, De Gennaro, Scardillo, Di Battista, Mandrillo, De Luca, abruzzese emigrato da Milano a Taranto e settimanalmente da Taranto Brindisi per impaginare il periodico “il Meridionale” dell’avvocato Margherita, che anch’io raggiungevo con la littorina (una volta viaggiai accanto al conduttore per il gusto di vedere i binari ingoiati dal trenino).

Potevo trascurare il grande fisarmonicista e macchiettista di Crispiano Vito Santoro, che sprizza simpatia e passione? Maria Matarrese di Alberobello e la sua bottega di fischietti in terracotta? E il presepe vivente nelle grotte basiliane? La festa della Madonna della Neve?

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Le iniziative della Biblioteca (gli incontri con gli scrittori come Alberto Bevilacqua, le conferenze, i libri nei condominii, i libri in vetrina…). Non maledico chi decise la chiusura di questa chiesa della cultura, ma non gli batto le mani. So che per lui con la cultura non si mangia.

I ricordi erano impazienti di essere tirati fuori dal baule in cui li custodisco come un patrimonio: ed ecco la giornata con Gorbaciov, i poliziotti che hanno lasciato tracce indelebili del loro lavoro: Vito Plantone, Mario Nardone, Antonio Pagnozzi, Enzo Caracciolo, Paolo Scarpis, Ferdinando Oscuri… un capitano dei carabinieri che ha trascorso le sue giornate fra inchieste internazionali sulla mafia e sui narcos, tra pericoli e agguati.

Ancora adesso vado estraendo da quel baule o archivio mentale, come si preferisce, tanto di quel materiale che irrorano i miei racconti su “Minerva”. Ho in coda un articolo su Giuseppe Marotta e il suo amore per la Galleria Vittorio Emanuele di Milano; uno sul pittore Ibrahim Kodra, che fu il protagonista di Brera negli anni Cinquanta; uno sul carcere di San Vittore, che visitai tante volte, facendo la conoscenza personale di tanti detenuti, che mi raccontavano le proprie storie… Lunga vita a questo periodico, “Minerva News”, che ha come padre un uomo che ha energie intellettuali e una volontà inesauribili. Lunga vita a “Minerva News”. 

                                                                        




mercoledì 4 gennaio 2023

Uno scrittore instancabile

Rosanna Di Michele con Palmerini  

  


 

VA IN GIRO PER IL

MONDO E SI FA

RACCONTARE STORIE

 

                                          

Ha scritto molti libri sugli

Immigrati, che va a trovare

nelle loro case, a New York,

a Sydney, a Londra e racconta

l’impegno, i sacrifici, il coraggio,

le sconfitte, le conquiste, la

nostalgia del paese lontano, con

uno stile scorrevole e attraente.

 

FrancoPresicci

Una sorgente che con la sua acqua limpida e fresca irrora diversi campi attraverso più canali. Mi viene in mente la metafora di Francesco Lenoci raccontata in una conferenza all’Università di Bari, tanti anni fa: Una vecchietta percorreva un sentiero con un secchio in spalla. Un contadino l‘avverti che da un buco il secchiello perdeva acqua, e lei rispose: “Non è acqua che si perde: disseta i fiori che sbocciano sul bordo della strada”. Penso spesso a Goffredo Palmerini, narratore appassionato, lucido; uomo instancabile, dinamico, tenace come tutti gli abruzzesi. Non indugia a salire su un aereo e partire per un Paese lontano per scoprire storie da cucire con la pazienza e l’arte del sarto: storie di connazionali che a suo tempo lasciarono la propria terra per andare a cercare lavoro e pane. In ogni città, in ogni borgo oltreconfine vivono italiani spatriati e lui li avvicina. Un proverbio di secoli fa asserisce che “passeri e fiorentini sono per tutto il mondo”. Chi va via pianta nel luogo di arrivo le proprie radici, da cui crescono alberi modesti o imponenti, pini o querce ulivi o mandorli. Dal sacrificio, dall’emarginazione, dalle randellate, dalle derisioni si sono costruiti uomini come una roccia che dirigono aziende, fattorie, giornali e fanno onore al Paese. Palmerini ha bussato a mille porte, e continua a farlo, alla ricerca di vite da sgranare nei suoi libri. “Solo recentemente ho potuto riprendere con qualche tranquillità le visite alle nostre comunità all’estero…”, ed è nato “Il mondo che va”, il dodicesimo volume pubblicato da One Group, presentazione di Mario Narducci; prefazione di Patrizia Tocci. La pandemia ha fatto disastri, cambiando un po’ le nostre abitudini, spazzando progetti, facendo chiudere cantieri, mercati, costringendoci alla clausura o come dice qualcuno agli arresti domiciliari. Con qualche eccezione fra i giovani, che scalpitano. E ha fermato un po’ anche lo scrittore. Adesso, l’ansia, il timore, i lutti si sono attenuati e covid lascia il posto alle polemiche, alle proteste e lo scrittore è tornato a sedersi alla scrivania a confezionare un’opera ricca di avvenimenti, affreschi, personaggi, descrizione di luoghi, paesaggi, con il suo stile sciolto, amabile, agile, efficace. Ed ecco la personalità che apre le pagine: “Ci eravamo abituati alla tua vitalità, caro don Attilio. La tua età di 95 anni era bugiarda rispetto alla giovinezza elegante della tua persona, alla sapienza del tuo pensiero giuridico, alla ricchezza della tua cultura, alla freschezza della tua ironia, all’amore della tua (nostra) terra, al calore del tuo impegno civile. E all’eclettismo della tua vita intensa come emigrante in Venezuela, fondatore di un giornale baluardo nella difesa degli italiani e giornalista dalle stupefacenti risorse”. Attilio Maria Cecchini, “una vita da romanzo”.

45-Buenos Aires, il Palazzo del Congresso

Gruppo Alpini
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Nato all’Aquila da una famiglia abbiente, studiò giurisprudenza, poi prese il volo per il Venezuela e dette vita a un giornale. Faceva il corrispondente di “Paese Sera”, conobbe Gabriel Garcia Marquez, intervistò Juan Domingo Peròn; nel 1959 doveva intervistare Fidel Castro, quando risalì a bordo di un aereo e fece ritorno in l’Italia, dove indossò nuovamente la toga. Si torna spesso al nido. Come le aquile. Sono tutte interessanti le figure che Palmerini delinea nel suo libro. Molte di livello internazionale. Come Franco Marini, che fu un grande sindacalista e politico. “Presidente emerito del Senato, già ministro del Lavoro e segretario generale della Cisl”. Palmerini gli fu vicino per parecchi anni. Tra l’altro li univa la comune appartenenza al corpo deli Alpini, entrambi sempre presenti alle manifestazioni delle Penne Nere, ovunque si svolgessero. “Mi piace richiamare la semplicità del suo tratto, la bonomia e l’austera sobrietà che ha contrassegnato la sua vita pubblica. E l’attaccamento alla sua terra, a San Pio delle Camere, dove era nato 87 anni fa e dove aveva sistemato la sua casa modesta, dove volentieri tornava, quindi all’Aquila e all’Abruzzo…”.
 
Mario Marini, sindacalista e politico
Goffredo Palmerini apprezzava Marini, il suo legame con le antiche amicizie, con la gente della sua terra natale. Per molti anni ha avuto anche la possibilità di condividere con lui giornate costruttive, di sostenerlo nella sua attività pubblica e istituzionale, “da quando nel 1992 entrò in Parlamento, ma soprattutto nella vita di partito, dapprima nella Democrazia Cristiana, poi nel Partito Popolare e nel Partito Democratico”. E da alpino “non posso non rilevare il valore dell’alpinità”. Leggendo le pagine di Goffredo Palmerini si scoprono sempre cose che il lettore ignorava o che aveva dimenticato. L’autore le racconta nel dettaglio. Gli piace scavare dentro i personaggi, scrutarli, esplorarli, per presentarli a tutto tondo. Da u costruttore a un altro. “La pandemia confina, ma non ferma l’effervescenza della ‘chef’ vastese Rosanna Di Michele. Ne ha privato, per il momento, le possibilità del suo dinamismo, confinandola in Abruzzo.
 
New York

Le ha privato di coltivare quella sua consuetudine nella diffusione dei sapori abruzzesi in ristoranti locali tipici, di New York in particolare, ma anche di altre città degli Stati Uniti, laddove ormai è considerata un’ambasciatrice del gusto culinario e dell’enogastronomia della nostra regione.

Columbus Day
Chi scrive è stato più volte testimone diretto delle sue apprezzatissime ‘performance’, nel corso di alcune delle annuali missioni che ho svolto nella Grande Mela, di solito in ottobre, per partecipare alle manifestazioni del ‘Columbus Day’ e dell’’Itaian American Heritage & Culture Month’, il mese della cultura italiana, nella metropoli nordamericana, che presenta ogni anno un ricchissimo programma di eventi teatrali, musicali, letterari, artistici e di ogni altro genere”. Palmerini l’ha vista dunque all’opera, Rosanna, presso il consolato generale d’Italia, a Eataly, al ristorante Donna Margherita, al Westchester Italian Cultural Center… E quindi sa molto bene quello che dice. Palmerini è un pozzo di San Patrizio: conosce fatti, uomini, situazioni, storie, avvenimenti. Tra l’altro, ha una memoria inossidabile. Deve essere orgoglioso del mondo che narra quasi pacatamente, senza enfatizzazioni.
 
Mario Narducci
Nella presentazione Mario Narducci dice “i volumi di Palmerini sono un appuntamento irrinunciabile. Sono la sintesi di un’attività frenetica che la sua vivacità culturale e il suo amore per una storia di amarezze e di glorie, quale quella dell’emigrazione, hanno saputo tessere con capacità organizzative e risultati positivi acclarati. Goffredo Palmerini, già membro del CRAM, l’organo istituito dalla Regione Abruzzo per mantenere saldi i rapporti tra gli emigranti e la loro Patria è riuscito negli anni con destrezza e puntigliosità dove le istituzioni si erano sempre arrestate”.
 
Congresso degli Usa a Whashington
Giornalista e scrittore famoso e apprezzato, uomo dall’intelligenza raffinata, dalla cultura profonda, trascorre chissà quante ore al giorno tra viaggi, partecipazione ad eventi, incontri con persone umili e altre importanti che hanno conquistato la poltrona con sacrifici e sofferenze e la stesura del volume. Questa volta è stato tre anni a New York, dove il suo nome è noto e apprezzato da direttori di giornali, sindaci, docenti, imprenditori… E non solo nella Grande Mela, ma anche in Canada, in Brasile, in Argentina… Insomma Palmerini nel mondo.
Il Papa
Non c’è bisogno che il sottoscritto raccomandi di leggere “Il mondo che va”, dedicato a Papa Francesco (“Dopo Celestino V ha fatto all’Aquila il dono più grande”). I “fans” di Goffredo sanno già che devono leggere questo libro, anzi lo aspettano. Perché come dice Narducci l’aereo atterra e Goffredo Palmerini si mette al computer per rendere conto dei fatti che ha visto e delle storie che ha ascoltato. Chi può dire di conoscere il mondo dell’emigrazione come lui? Chi lo ama come lui, che lo segue da anni, ascoltando le mille voci come un sacerdote ogni giorno nel confessionale e alla Messa della domenica? Leggo Palmerini da tempo, fin dal giorno che presentò un suo libro nella sede di una banca a Milano, al tavolo dei relatori il Professor Francesco Lenoci. E mai una sua opera mi ha deluso. Patrizia Tocci scrive: “Goffredo Palmerini fa sempre un passo indietro quando scrive. Un po’ come quando lo incontri, che prima ti guarda sorridendo e poi ti abbraccia e in quel sorriso c’è già tutto il “personaggio”. Perché Goffredo è “personaggio antipersonaggio” e tutta la sua opera lo dimostra- E’ capace di far parlare gli altri nei suoi testi, mettendosi da un lato e raccomandando, come una voce fuori campo, in un bel servizio giornalistico che resta a lungo nella memoria. Palmerini fa questo e non solo questo”. Palmerini è un cronista vero che coinvolge il lettore e tiene sempre desta la sua attenzione.









 

 

 


mercoledì 28 dicembre 2022

Oronzo Carbotti, maestro e scrittore



SAPEVA TUTTO DELLA SUA MARTINA LA STORIA, LE

TRADIZIONI, I COSTUMI

                                                 
 

Scriveva su “Umanesimo

della Pietra”, la rivista di

Domenico Blasi, detto

Nico, era sempre

presente alle conferenze e

ai dibattiti che si tenevano

in un bar del ringo, vicino

alla Basilica di San

Martino.

 

 

Donna Maruska Monticelli Obizi, nipote dell'ultimo duca di Martina con Nico Blasi e Oronzo Carbotti

 

 

Franco Presicci 

Arrivava quasi tutte le sere con passo da maratoneta a casa mia, nel centro storico di Martina; ci accomodavano in salotto e facevamo conversazione. Si parlava soprattutto delle abitudini e dei personaggi di una volta.

Oronzo Carbotti con Paolo Di Giuseppe
Dopo un’oretta, bevuto un caffè, uscivamo diretti alla sede di “Umanesimo della Pietra”, che allora era in un palazzo storico nel ringo. Continuavamo a scambiarci idee durante il percorso, sfiorando piazza Roma, e, appena arrivati a destinazione, commentavamo i fatti del giorno riportati dal giornale. Le “due chiacchiere” si allargavano e approfondivano, se ci raggiungeva qualcuno, e di tanto in tanto compariva Peppino Montanaro, accanito lettore e geloso custode di scritti non pubblicati di autori locali volati oltre le nuvole, conoscitore degli affreschi che impreziosiscono i saloni di Palazzo Ducale, lettore appassionato degli elzeviri di Gaetano Afelfra, al quale, come testimonianza della sua ammirazione, volle mandare in regalo un piccolo trullo realizzato da Peppino Cito, affidando il compito di postino a me. Quando mi trovavo tra questi due amici dalla memoria inossidabile, ascoltavo con interesse, considerando le loro parole briciole di storia della città.
 
Carbotti, Lino Colucci, Vito Plantone, la m oglie e un'amica
Poi arrivava Nico Blasi, direttore di “Umanesimo”, e cambiava la musica, perché Nico aveva da confezionare la rivista e non aveva tempo per pensare ad altro, anche se era, ed è, capace di friggere il pesce e guardare la gatta. Allora passavo parecchi mesi a Martina, quindi la casa di “Umanesimo” era la mia mèta quotidiana, e ogni volta che la raggiungevo apprendevo qualcosa in più sulle masserie, sulle antiche famiglie e su personalità passate, come si dice, a miglior vita. Nico, persona coltissima e disponibile a trasmettere pezzi del suo bagaglio a chi è interessato, aveva una strana arnia, a spirale, su uno scaffale. Oronzo e io lo seguivamo nei luoghi dove teneva dotte conferenze: in una chiesa o nel Caffè del Ringo, da lui trasformato in una specie di caffè letterario, tipo il “Gambrinus” di Napoli, dove D’Annunzio scrisse “’A vucchelle”. Oggi parlava di briganti, domani dell’antica funzione del tratturo, o di qualcos’altro nel Trullo Sovrano di Alberobello o nella chiesa di San Francesco o alla Rotonda. Nell’aula di medicina legale dell’università di Bari, presentò “Raccolta di segreti medicinali del signor Lemery - trascrizione di fine Ottocento di un guaritore della Murgia”, tradizioni Umanesimo della Pietra.
 
Oronzo Carbotti

Vicolo di Martina innevato
Oronzo Carbotti era sempre attento, e alla fine commentava con sapienza ciò che era stato detto. Scriveva su “Umanesimo”, e ricordo i suoi articoli sui mestieri scomparsi, come “’ u farceddère”, l’uomo del bosco; “’u carpentiere”; i legnaiuoli; i trainieri: il pastore… a Martina Franca. Ricordo anche un suo scritto sulle campane tra le protagoniste della vita nella vecchia città e un altro sulle radici del nostro Natale: “Passavano i mesi e giungeva pure il brumale dicembre, chke secondo il calendario dei martinesi d’altri tempi era, propriamente ed esclusivamente, detto “’u mèse de Natèle”. Allora era anche il tempo di estrarre “da casce” “a capputtèlle” per fronteggiare il primo freddo, che si faceva sentire secco e pungente. Col sempre benevolo aiuto di San Martino”… Sulla più bella festa dell’anno Oronzo ci dice tutto, scrupoloso com’era e amante del dettaglio. “Si cominciava col tenere un ceppo sempre acceso nel camino, che, secondo uno slogan dei giorni nostri, “creava un’atmosfera”. E continua accennando alle donne, che alle 5 del mattino, dal 6 al 24, quando i vicoli e le stradine erano ancora avvolte nel buio, avviluppate nel “fazzuttone, quasi come cortei di fantasmi, si dirigevano alla chiesa più vicina, di solito San Domenico, per assistere al rito di “nove lampe”. I ragazzi più abbienti liberavano la loro fantasia nell’elaborare il presepe, popolandolo con le statuine eseguite da veri artisti o dal figulo Giuseppe Petrosino, a cui era stato accollata l’etichetta di “Peppene a cerne” perché girava per il paese offrendo “sapone mudde” in cambio di cenere. Il presepe - ancora Oronzo Carbotti - veniva confezionato anche in un angolo delle barbierie, e anche se non erano proprio opere d’arte, come quelli di Pasquale Brescia che ci metteva il cuore e le mani d’oro, erano motivi di vanto.

Originale presepe a Martina in piazza
Il presepe, bene o meno bene allestito, è sempre incanto, magia, spettacolo, paesaggio, luce, fascino. Nelle strade si diffondeva un profumo di dolci: “carteddet”, “pettule”, da mangiare calde a volte bagnate nel vin cotto. L’autore non si ferma all’elenco dei dolci che concludevano il pranzo natalizio. Dice anche come si confeziovavano, gli elementi che si utilizzavano, i contenitori da usare. Oronzo, o Ronzino come gli amici lo chiamavano affettuosamente, a Martina Franca era noto e apprezzato. Era stato maestro elementare, e maestro lo chiamavano gli ex scolari, quando lo incontravano. Perché tale era ancora per loro. Un fotografo che aveva il laboratorio su via Taranto, se era sulla soglia e lo vedeva all’altezza del negozio di erboristeria di Giorgio Di Presa, già si preparava al saluto. “Il maestro Carbotti? Per me la scuola era lui. Non avrei voluto un maestro diverso”, mi disse un giovane che lo adorava. Era un uomo colto. Studioso delle tradizioni di Martina. Pensai a lui un pomeriggio in cui incontrai un capraio quasi sulla vecchia strada per Noci. Aveva un gregge numeroso che cercava di sparpagliarsi e l’uomo, sui cinquant’anni, con un fischio lo rimetteva in riga.

Il gregge
Pensai a Ronzino e all’articolo che aveva scritto su “i caprèr”: “una realtà del passato divenuta quasi leggenda”. Ancora: “In ogni tempo e con ogni tempo, a giorno ormai fatto, quando già il sole ad oriente ‘je dò cann’ sopra l’orizzonte, attraverso le vie della vecchia Martina ‘u caprèr’ spinge in fretta il suo piccolo gregge di capre, precedute da ‘u magghier’ (il becco) dallo sguardo serio e severo, verso i viottoli di campana ai margini dei quali cresce rada, magra, una profumata erba…”. Oronzo Carbotti era anche esperto di dialetto. In alcuni articoli metteva in evidenza “il riscontro nel diletto dell’inventiva e della precisione dei martinesi e il significato poetico che il dialetto assumeva, rinfrancando lo spirito e alleggerendo la stanchezza”. E aggiungeva: “Alla precisione del linguaggio faceva riscontro altrettanta precisione e puntualità nella vita di relazione e nelle abitudini individuali… Queste doti erano motivo di orgoglio… e dalla stessa dote dipendeva prevalentemente la stima e la considerazione nel giudizio degli altri…”. Ricordo ancora “Vél chiù sé a parol, ca na scr(e)tteur”.
 
Carrettiere
La precisione nel linguaggio e nella vita. Lui era infatti preciso e puntuale. Non apprezzava chi prendeva gli appuntamenti con leggerezza e chi era arrogante, menefreghista, maleducato. A scuola, agli scolari non aveva soltanto insegnato la grammatica e le frazioni, ma aveva dato loro lezioni di vita: aveva davvero formato futuri cittadini. Un mezzogiorno d’agosto di tantissimi anni fa, mentre ero con lui nel salottino dei suoi bellissimi trulli, che si trovano entrando nel tratturo a sinistra dopo la Cantina, sulla via per Locorotondo, bussò Benvenuto Messia, che dopo i convenevoli, chiese di poter leggere una sua divertentissima poesia sul naufragio di un matrimonio e sulla condizione dell’uomo sostituito da un altro nell’alcova. Di solito i versi in vernacolo di Benvenuto suscitano risate a crepapelle e quella fece lo stesso effetto. Benvenuto è anche un attore raffinato (ha partecipato a film con Lino Banfi e Luisa Ranieri, Sabrina Ferilli e Laura Chiatti), e quando declama sa accompagnare sapientemente il gesto alla parola, armonizzare l’espressione del viso e il movimento delle mani. Oronzo lo invitò a recitarne altre e Benvenuto non si fece pregare.
 
Particolare del Presepe di casa Presicci
L'ulivo saraceno
 
Oronzo Carbotti non c’è più da qualche anno. Quando seppi del suo “congedo” – me lo disse la figlia, che è una brava professoressa, all’uscita dal negozio del fruttivendolo albanese, vicino alla stazione – fu come se mi fosse caduto un sasso sul cuore. L’anno prima avevo incontrato il figlio Martino, avvocato, alla festa della Madonna della Consolata, che si svolge in fondo a via Papadomenico, a destra su via Mottola, al quinto chilometro; e mi aveva detto che stava bene, nonostante l’età avanzata. Mi mordo le mani quando penso che per qualche anno non sono andato a fargli visita, in campagna, dove lui in estate soggiornava ogni anno con la moglie e i figli. Ora, come in un film, fluiscono spesso tanti ricordi: le passeggiate nelle vie di Martina, attraverso il groviglio di vicoli che portano da casa mia (che non ho più) fino al ringo, in quel palazzo antico che ospitavano “Umanesimo”; i suoi racconti della Martina di un tempo ormai lontano; la figura di don Martino Calianno, mio zio (morto ne ‘62) ,canonico penitenziere della Basilica, con la campagna sul Chiancaro, oggi zona residenziale; gli usi e i costumi di un’epoca quasi dimenticata ovunque: quella in cui i giovani si acculavano in piazza ai piedi dei vecchi e li ascoltavano, considerandoli pozzi di esperienza, mentre oggi quasi li vorrebbero rottamare. Perso a Oronzo Carbotti anche quando mi vengono in mente le passeggiate cicloturistiche del plenilunio d’agosto, che partivano da Villaggio In e si concludevano a una masseria, dove Nico Blasi, organizzatore con il notaio Aquaro, illustrava la storia e le caratteristiche architettoniche della struttura. Ronzino mi ricordava il maestro Manzi, che formava gli spettatori dalla televisione in bianco e nero. Oronzo mi ha insegnato tante cose. Un giorno, sapendomi adoratore dell’ulivo saraceno, quello dallo zoccolo possente, monumentale, mi portò dalle parti di Ostuni per mostrarmi alcuni magnifici esemplari. Uno di questi strisciava sul terreno, un altro aveva le zampe da elefante, un altro ancora era così grande che occorrevano dieci persone per abbracciarlo. Colse per me un rametto di carrubo, albero dominante nella mia campagna con i suoi frutti che sembrano orecchini. 

ATTENDENDO IL NUOVO ANNO AUSPICHIAMO, PER I NOSTRI LETTORI, PACE E BENESSERE.

                     La Redazione