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mercoledì 17 agosto 2016

Ricordando....

 Con Minervini la Puglia perde un politico vero

ANTONIO CONTE

Coordinatore in Puglia dell’Associazione Agire Politicamente





Guglielmo Minervini è stato un politico vero, che ha interpretato in maniera sobria l’esposizione mediatica, che come amministratore regionale lo portava spesso ad apparire pubblicamente. Distacco emotivo, sincerità, simpatia: erano queste le qualità che trasmetteva nel dialogo con il pubblico e con l’interlocutore. Esprimeva la dissacrazione della politica, ma evidenziava serietà dalle parole e dal suo sentimento profondo. Era lungimirante e con i piedi per terra, riguardo alla ingenerosità del futuro economico, riguardo soprattutto al lavoro nel mondo giovanile. Non si perdeva d’animo.

Come don Tonino Bello, di cui si è già detto era stato allievo, credeva nella azione autonoma  dei laici credenti in politica, che rispondono esclusivamente alla propria coscienza, <<… Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, …>> [Gaudium et Spes, n. 43].

Per il centrosinistra e per l’Ulivo è stato in tutti questi anni punto di riferimento per il rinnovamento e una nuova visione della politica, in generale e per la Puglia. Non andava in cerca del consenso, era autentico; non scendeva a compromessi interessati per questo. Capace di esprimere una sottile ma benevola ironia che, con un sorriso sdrammatizzava le amare sentenze di una polita dell’apparenza, dell’ipocrisia e della menzogna. Uomo schietto e affabile, Minervini è stato un riferimento per i cattolici democratici e per quanti credono nella laicità dell’azione politica e dello Stato.

Per questo suo profilo di politico determinato, coerente ma nel contempo distaccato, risultava credibile ed affidabile. Quello che lo ha portato ad essere eletto per acclamazione primo coordinatore del partito in Puglia, nell’Assemblea Costituente della Margherita (progetto politico che unificava partito popolare, democratici e repubblicani), svoltasi nell’auditorium della Fiera del Levante a Bari, nel marzo 2002. Figure come lui che si cercano nei momenti fondativi e importanti, quando nei cuori e nelle menti dei contraenti albergano sentimenti buoni e di ritorno all’essenza della funzione sociale ed umana della politica. Si sperava che lo stesso sarebbe avvenuto anche con la formazione del Partito Democratico, ma la voglia di potere e la frenesia di occupare posti, a tutti i livelli, che ha caratterizzato la nascita di questo partito, lo avevano posto in secondo piano. Nella cosiddetta “primavera pugliese”, del ritorno del centrosinistra alla guida del governo regionale nel 2005, con la presidenza di Vendola, Guglielmo Minervini non sarebbe potuto non diventare assessore, anche per la stima reciproca tra i due, ma soprattutto per la notorietà acquisita già come ottimo sindaco di Molfetta e per la speranza che infondeva con la sua testimonianza politica.

Lo ricordo relatore, agli inizi del suo primo mandato di assessore, in un seminario nazionale estivo di formazione culturale e politica per i giovani,organizzato dall’Associazione Agire Politicamente presso Villanova di Marina di Ostuni, come riferimento ed esempio di “rigenerazione della politica”. Nel suo interloquire franco e spontaneo con i giovani, con un simpatico intercalare, riusciva a trasmettere la politica come una responsabilità civica, che inevitabilmente coinvolge ogni cittadino e che l’impegno politico diretto esalta la persona e la fa crescere umanamente, nonostante le delusioni e le amarezze che presenta.

L’ultima volta che ho avuto il piacere di ascoltarlo e parlagli è stato qui a Crispiano lo scorso anno, in occasione della campagna elettorale per  le Primarie del centrosinistra alle Regionali 2015. Si era giustamente candidato a Presidente della Regione Puglia, pur dello stesso partito del segretario Emiliano, perché la politica, il consenso, deve nascere dal basso e, da buon amministratore regionale che era stato per due legislature, credeva nella scelta del successore di Vendola sulla base di una continuità, di un progetto di economia solidale e sostenibile per la Puglia e non  per emotività e sovrapposizione mediatica.



Crispiano, 11.8.2016

 Don Cosimo Montemurro

NICO SANTORO




Terminata la funzione serale baciava l’altare e percorreva i pochi passi che lo separavano dalla sagrestia, si inginocchiava di fronte al crocifisso e con gesti misurati cominciava a togliere la pianeta, liberava la stola sciogliendo il cingolo che cingeva il camice ai fianchi e sfilandolo lentamente lo appendeva nel piccolo armadio. L’amitto, invece, lo ripiegava poggiandolo sulle ostie da consacrare, chiuse nel comò di fronte a cui compiva la vestizione; era un panno in lino di forma quadrata che copriva accuratamente il collo della tonaca e dalle cui estremità superiori pendevano due legacci che si incrociavano in vita per fermarlo.
Di tutta la preparazione alla vestizione liturgica l’apposizione dell’amitto costituiva la frontiera inespugnabile che separava inesorabilmente l’uomo dal divino. Non diventavi il Cristo, l’amitto ti inchiodava – preservandoti - nella tua umanità, nel tuo essere strumento “in persona Christi”.
Era l’elmo posto a protezione del cuore e della mente dell’uomo dagli assalti del maligno.
“Impone Domini, capiti meo galema salutis, ad expugnandos diabolicos incursus” (imponi Signore, sul mio capo l’elmo della salvezza, per sconfiggere gli assalti diabolici) di tutte le preghiere legate alla vestizione che conducevano al raccoglimento prima della celebrazione, questa era l’unica che il prete recitava a voce più alta, affinché tutti sentissero – maligno compreso – che la sua fede non avrebbe vacillato mai.
Mai.
La fede non vacillava, ma il suo cuore si; lo vedevo appena finita la funzione serale lentamente affacciarsi dalla sagrestia – sospeso tra la speranza e il disincanto – cercare nel buio qualcuno rimasto per ascoltare le parole dell’uomo e non il sermone del prete. Mai nessuno seduto tra i banchi, col cappello in mano, che lo avesse aspettato per chiedergli semplicemente “come va”, che lo avesse preso sotto braccio e gli avesse detto “Vieni che andiamo a bere e a mangiare, in nessun altro nome che non sia quello del pane e del vino”.
Mai.
Restavano soli nel silenzio, lui ed il Cristo, a guardare le file vuote, ognuno inchiodato nel legno della propria croce.
Lui e il Cristo...Quante volte rimasti soli, senza parlare, riuscivano a riannodare i pensieri lasciati sospesi pescando sicuri nel personalissimo vocabolario di parole non dette, segreto custode della loro dolorosa grammatica interiore. Eppure, quelle solitudini parallele, alcune volte avevano raggiunto quel punto immobile sospeso nell’infinito, incontrandosi.
Come nelle notti portoghesi con le stelle in bilico tra il Tago e l’Atlantico, in cui il giovane seminarista seduto sulla collina guardava l’immensità del cielo abbracciata dalla statua del Cristo Rey e riusciva a sentirsi parte di quell’abbraccio. Riusciva a riscaldarsi il cuore. Sulla riva sinistra del fiume, nel cuore di Almada, sotto gli occhi di Lisbona diventava concreto il sogno, padre del pensiero e la fede conseguenza del progetto. Sotto quel cielo chiunque avrebbe creduto andando oltre le verità contenute in quel credere. Nessuno avrebbe mai potuto pensare, in quel momento, che la fede potesse essere solo una forza spacciata per verità.
Quanta povertà durante il fascismo, le vie di fuga dalla fame erano pochissime e, tra la polvere delle strade brecciate, tutti sapevano che un uomo affamato non è un uomo libero, figurarsi un bambino. Bisognava crederci per farcela, bisognava avere fede. La ebbe, come un dono cercato e aspettato, con essa seminò – da solo- i suoi campi, e divise –con altri- il suo raccolto.
Radunò intorno a sé, come fossero suoi, i figli dei contadini che mutavano in operai per aiutarli a tracciare una strada che fosse anche una via.
Fu – a suo modo – Padre...nostro. Di quelli che sanno di dopobarba comune e non d’incenso, di quelli che non sempre hanno una risposta ma di sicuro, nel dubbio, una carezza sul capo.
Fu Padre nostro, senza abbandonarci mai, senza lasciarci sul legno di nessuna croce, né nel buio di una vuota sagrestia ad implorare risposte, a rimpiangere Maddalene non ancora arrivate o temere nuovi Giuda pronti a baciare.
Lavorò per negazione, ragionando sui vuoti trasformandoli in pieni, campendo col bianco della ragione il foglio nero dello smarrimento. Lavorò per noi, andando oltre la gloria del suo nome, la recinzione di un regno, la propria volontà. Divise il pane e perdonò peccati, abbassò gli occhi alle tentazioni ma non ci liberò dal male; questo non gli riuscì. Il male, per fermarlo, lo prese intero addosso a sé.
Lo chiuse in sé.
Non bastò.
Non ci fu nessuno a proteggerlo; in quel momento era senza amitto, sorrise senza amarezza, sapeva già. Ci sono padri che inseguono glorie passanti attraverso la carne lacerata dei propri figli.
Lui era il prescelto.
Chissà se il Cristo, davanti alle file vuote dei banchi di una chiesa di paese o nel cielo atlantico e portoghese di Almada, pescando col cuore nel loro vocabolario di parole non dette, bisbigliò qualcosa, come solo un fratello può fare; chissà se provò a salvarlo, a schiodarlo dal legno. Sapeva che il gregge sceglie sempre Barabba.
Sicuramente si' ma don Cosimo non lo ascoltò.
La Pasqua del 1993 cadde l’11 di aprile.
Lui, il 09 all’ora nona... come suo fratello, dimenticato sul legno.

1 commento:

  1. complimenti agli Autori per la sensibilita' mostrata nei confronti di due amici impegnati validamente nel sociale e grazie al dott. Basso per il lavoro di redazione svolto da Milano. micheke annese

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