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mercoledì 14 giugno 2017

Tonnellate di lapidi e targhe



SUI MURI DEI PALAZZI LA STORIA DI MILANO

 


Lungo il Naviglio Grande

 

 

 

In via Bigli abitò Eugenio Montale e tenne il celebre salotto la contessa Maffei.

 

In via Lanzone ebbe casa Francesco Petrarca;

 

in via G. Morone “don Lisander”. 

 

La statua di “sciur Carera”: “omm de prèja”, Pasquino della metropoli lombarda.

 




Franco Presicci


 
I milanesi di solito guardano la città attraverso il parabrezza o lo specchietto retrovisore; e quando vanno a piedi emulano Alberto Cova (campione olimpionico dei 10.000 metri piani nel 1984 ai Giochi di Los Angeles) senza alzare la testa. E così la storia immortalata sulle tremila lapidi affisse sulle facciate degli stabili è un libro quasi mai sfogliato.
Via Rovello
La stessa sorte tocca alle targhe con i nomi delle strade. Evidentemente a pochi interessa sapere perché due delle vie di Brera si chiamino Fiori Oscuri e Fiori Chiari; perché altre due Mario Pannunzio e Gaetano Baldacci, entrambe alla Bicocca; se un percorso sia stato un parco, un giardino, un mercato; il luogo per l’esecuzione delle sentenze capitali o per laboratori di artigiani fuoriclasse. Si ha – va detto – ben altro di cui preoccuparsi, con i tempi che corrono. Nel 1972 Alberto Delfino, giornalista del quotidiano voluto da Enrico Mattei, “Il Giorno”, battezzato in via Settala e trasferitosi in un edificio appositamente costruito dall’Eni in via Angelo Fava, quindi in piazza Cavour, scrisse “Un libro da 100 tonnellate”, edito dall’Ufficio stampa del Comune. Nella presentazione, Aldo Aniasi, allora sindaco di Milano, elogiò la paziente ricerca dell’autore, “una sintesi che ha il pregio della scoperta”; e osservò che Delfino aveva suddiviso la materia in tre capitoli fondamentali: il Risorgimento, la Resistenza, gli uomini illustri: pittori, scultori, architetti, scienziati, letterati…, come Carlo Imbonati (1753-1805), che ospitò nel suo palazzo in piazza San Fedele l’Accademia dei Trasformati, “nemica” delle languidezze dell’Arcadia; e Maria Gaetana Agnesi, filantropa, studiosa di matematica, docente all’università di Bologna, realizzatrice nell’odierna via Santa Sofia di un ospedale per donne ammalate bisognose. Negli anni Settanta, per il settimanale “Il Milanese”, e per Telemontepenice, esplorai molte vie.

Arco della Galleria
L’idea mi venne il giorno in cui con Piero Mandrillo andai in via Bigli 11, a casa di Eugenio Montale. Il professore tarantino, che aveva scritto diversi libri; dato vita nella Bimare, con Giuseppe Barbalucca, a una pubblicazione molto ben curata; insegnato in più di un istituto (anche a Subiaco), oltre che all’università di Wellington, in Nuova Zelanda; e confezionava trasmissioni su Tv Taranto (la prima antenna della città), doveva intervistare il poeta Premio Nobel per “Il Corriere del Giorno”; e mi pregò di accompagnarlo, visto che avevo già frequentato quell’indirizzo. Via Bigli, che prende il nome da un’antica famiglia patrizia folta di importanti esponenti della chiesa, della cultura e della magistratura, mi affascinava, anche perché al civico 21 echeggiavano le voci del salotto della contessa Clara Maffei, nata Carrara Spinelli e maritata con il poeta Andrea Maffei della Valle di Ledro: una donna dal carattere vigoroso, circondata da amici illustri, da Listz a Balzac, a Tommaso Grossi; da patrioti milanesi… (fece incontrare Boito e Verdi; il compositore di Busseto e Manzoni; fu amica di Carlo Tenca, padre dell’organo “Il Crepuscolo”).
Uno degli ultimi barconi
Nella descrizione di Giovanni Verga era “una donnina piccola, piacente più che bella, elegante, di maniere distinte e gentilissima…”, dal “patriottismo ardentissimo”. Poco prima della sua morte, nel 1886, ricevette la visita di Giuseppe Verdi, venuto apposta da Montecatini. In via Borgonuovo, denominata un tempo “contrada dei nobili”, ma pullulante anche di artigiani e di famiglie meno fortunate, sostò Isabella d’Este, rimanendo sorpresa dal gran numero delle carrozze in possesso dei meneghini. Nella stessa via aveva fatto molto parlare di sé la contessa Giulia Samoyloff, il cui nonno era stato accusato di avere ucciso lo zar Paolo I. Innamorata degli animali, durante un carnevale fece sfilare in carrozza un gruppo di gatti in maschera e partecipava a ricevimenti e gite accompagnata da un corteo di pappagalli e canarini. Stando ad alcuni che si dicevano informati, aveva un rapporto sentimentale con Nicola I e si faceva il bagno in una vasca riempita di latte.
Terrazza Martini

Via Giuseppe Mengoni ricorda l’architetto bolognese che, avendo ricevuto nel settembre del 1863 dal Comune di Milano l’incarico di riordinare piazza Duomo, il 30 dicembre del 1877 perse la vita precipitando da un’impalcatura in Galleria Vittorio Emanuele. Aveva 48 anni. In via Orefici esisteva un carcere (per i debitori insolventi), detto la Malastalla, fatto allargare nel 1375 da Bernabò Visconti. L’arteria fu in seguito assegnata ai laboratori dei battiloro da Ferrante Gonzaga, governatore spagnolo della città, che per motivi di ordine pubblico destinò ogni mestiere a una contrada diversa; e si ebbero via Spadari, via Armorari, via dei Fabbri… piazza del Macello, per un mattatoio che, aperto nel 1862, era il più grande d’Europa, Per i lavoratori sorpresi fuori dei propri confini erano previste sanzioni non da poco, compresa la perdita della cittadinanza. Tra le vie San Paolo e San Pietro all’Orto c’è una statua detta “Omm de preja” o “sciur Carera”, che durante il dominio austriaco “fu per Milano quello che per Roma era l’effige di Pasquino”, dove, ai piedi o al collo, uno sconosciuto affiggeva satire in versi contro l’arroganza e le ingiustizie del potere.
Via Albricci
Non si è mai saputo chi fosse costui. Un burlone, un titolato, un popolano, uno sfaccendato? Certo è che una delle sue canzonature stimolò lo “sciopero dei sigari”: l’astinenza dal tabacco atto a prosciugare le casse del monopolio straniero. Via Lanzone, intitolata a un nobile milanese vissuto nell’XI secolo, eletto tribuno del popolo e poi torturato e cacciato dalla città, è una via stretta, tranquilla e silenziosa nei pressi della Basilica di Sant’Ambrogio. Per qualche tempo vi abitò Francesco Petrarca prima di optare per la Cascina Linterno, in via Fratelli Zoia. Deceduta Laura nel 1348, l’autore del “Canzoniere” aveva girovagato per l’Italia e incontrato a Parma l’arcivescovo Giovanni Visconti, che gli aveva proposto un incarico a Milano. Via Laghetto fu ispirata da un piccolo bacino scavato per raccogliere le acque del naviglio, quindi i barconi che vi scaricavano soprattutto i marmi per il Duomo. Via Pannunzio rende omaggio a colui che fu condirettore del settimanale “Omnibus” di Leo Longanesi e direttore de “Il Mondo”; Via Baldacci al fondatore de “Il Giorno”. E via Bagnera? Per alcuni studiosi qui in epoca romana esisteva una “baniaria”: bagno pubblico.
Piazza Gae Aulenti
Piazza Gae Aulenti, ultramoderna, spettacolare, sopraelevata, circolare, quasi un terrazzo della città, rende omaggio a un genio dell’architettura originario di Palazzolo dello Stella, Udine. Via Caminadella, vicina alla Lanzone, è anch’essa un’oasi. Un vecchietto con il volto seminascosto sotto una barba alla Carlo Marx forata da due carboni accesi, mi accennò alla sua storia. Fino al 1200 circa le case del popolo erano in legno; avevano tetti di paglia e camini fatti di fango impastato. Successivamente quelle pipe fumanti vennero costruite in mattoni. E forse proprio da quelle proviene il toponimo. Via Verziere secoli or sono faceva parte della tavolozza botanica dell’arcivescovo di Milano, prima che vi si insediasse un mercato che dal 1797 ingoiò l’aria di largo Augusto e oltre. Milano ha concepito tante personalità eminenti, tra cui il grande oncologo Umberto Veronesi. Tante altre erano venute da fuori. Come Amalia Moretti Foglia, una delle prime laureate in medicina del nostro Paese (la terza), la prima pediatra, nota anche per le sue rubriche su “La Domenica del Corriere”: “La parola del medico”, con lo pseudonimo di Amal; “Tra i fornelli”, con quello di Petronilla. La regina Margherita volle incontrarla a Roma. Era nata a Mantova, abitò in via Tadino, a Milano; morì nel ’47. Non credo che le abbiano intestato una strada. Dovrebbero. E anche ai tarantini Raffaele Carrieri e Domenico Porzio: il primo, poeta e critico d’arte; il secondo, scrittore, giornalista, critico letterario, autore di saggi su Borges… E ad Alberto Dall’Ora, veronese, che è stato uno dei principi del foro milanese; Con tanti altri hanno contribuito a far grande Milano.





2 commenti:

  1. Grazie per questa interessante narrativa che non molti conoscono. Graziana Martin

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    1. Grazie di cuore. So che mi segui su facebook e ti ringrazio anche per questo.
      Se il Direttore è d'accordo, verrò ad intervistarti sul Naviglio Grande chiedendoti aneddoti sulle tue divise militari.

      Franco

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