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mercoledì 4 ottobre 2017

A 96 anni è scomparso Peppino Cito



FIGURA NOTA A MARTINA
PER LE SUE “MANI D’ORO”
 
Peppino Cito


Nella città dei trulli fu il primo
a portare la televisione. Installò
un’antenna sulla basilica di San
Martino. Faceva trulli e statuine
di terracotta. Preciso e riservato.





Franco Presicci

Nella città dei trulli quasi conoscevano più lui che il sindaco. O il rettore della basilica di San Martino. Nello scampolo del suo ex emporio, che si era tenuto per incontrarvisi la sera con gli amici più stretti, per lunghe partite a scopone, esponeva i suoi quadri, le sue sculture; conservava una raccolta di fotografie scattate nei Paesi che aveva visitato (Yemen, Cina, Stati Uniti…), le statuine del presepe, allineate sul piccolo forno che gli serviva per cuocere i suoi lavoretti in argilla.
Emporio di Peppino Cito
Peppino Cito, deceduto mesi fa a 96 anni, era un personaggio. Portò per primo la televisione a Martina Franca; installò un’antenna in cima alla chiesa madre. Era maestro nel ridare voce a radio e televisioni a valvole e funzionalità a ogni oggetto deteriorato o infranto; uomo dal carattere forte ma generoso, sempre disponibile. Una mattina all’alba si piazzò davanti al portone dell’abitazione di un amico e senza fare il minimo rumore gli cancellò tutti gli scarabocchi che i “fans” più scatenati di carnevale gli avevano impresso con una sostanza che appariva indelebile. Maneggiava tavolozza e colori; realizzava scatole originali e raffinate; costruiva in legno e in piccole dimensioni villette e chiese, ottimi trulli in miniatura dotati di panche di pietra, siepi, fumaioli, cancelli... In un capannone assediato da alberi e dalla vigna nella sua campagna sulla via per Taranto trascorreva ore, giornate in piena attività. Attorno alla vasca con i pesci rifece, in età avanzata, tutto il pavimento a mosaico. I suoi “tromp l’oeil” dominano le pareti di diverse case. “Ha le mani d’oro”, mi disse un signore che incontravo spesso nel ringo. Un giovanotto che gli aveva liberato un locale da robe destinate alla discarica rifiutò il compenso in cambio di un ritratto della madre.
Peppino Cito
Cito l’aveva vista soltanto una volta alcuni anni prima, e si affidò alla memoria. Il risultato fece onore alla sua reputazione. Gli parlai della mostra internazionale dei fischietti di terracotta che si svolge il giorno della festa di sant’Antonio a Rutigliano, due passi da Bari; e senza esitazione si disse pronto a seguirmi. Rimase stupito ed ammirato alla vista di tutte quelle bancarelle popolate di galli, lumache, pagliacci suonatori di tromba o di violino, personalità politiche, dello spettacolo: migliaia, tutti d’argilla e di ottima fattura. “Questi figuli sono scultori, artisti”, commentò osservando l’espressività di un maresciallo dei carabinieri alto 20 centimetri e con un paio di baffi arricciati all’insù. Al ritorno m’invitò a cena nella sua villa, ma tra spaghetti e polpette lo vidi un po’ distratto, quasi assente: il giorno dopo mi mostrò un contadino con una fascina in spalla seduto sulla schiena di un asino guidato da un ragazzo, perfettamente somigliante al figlio di un comune amico. Mancava il fischietto. “Quello è difficile farlo.
Il Ringo
Quando avrò appreso bene la tecnica. lo sistemerò al posto della coda dell’animale. Fra qualche giorno il quadrupede avrà il suono”. Aveva avuto l’”hobby” della caccia e amava raccontarlo. Mi parlò di un suo conoscente che aveva un’abitudine a dir poco antipatica: si nascondeva con il suo Fido, e quando un volatile, colpito a morte, stramazzava a terra, esortava il “collaboratore”, bene addestrato in quell’arte, ad impossessarsi della preda, anticipando gli altri cani, che tornavano dai padroni con l’aria sconsolata. Per il resto della comitiva quelle sparizioni rimasero un mistero, ma Peppino non pensò certo a bravate del monachicchio: l’indizio acquisito se lo tenne per sé, e si limitò a suggerire al gruppo di cambiare segretamente postazione. Rispolverando questa storia, alimentava polemiche anticaccia; ma rimaneva nella sua trincea. Gli piaceva battagliare anche quando aveva torto. E voleva vincere sempre. Si giocasse a scopone o a bocce. Se l’avversario, per fortuna o per bravura, guadagnava punti, il suo viso si oscurava.

Peppino Cito
Era discreto, riservato. Quando si inaugurò la nuova sede di “Umanesimo della Pietra”, la bellissima rivista di storia, annuale, in carta patinata, che vanta autori di alto livello, regalò un suo piccolo quadro da lui dipinto per l’occasione, raffigurante la via Caracciolo in cui il periodico si era trasferito dal ringo. Non lo consegnò nel corso della cerimonia, ma alla chetichella al direttore Nico Blasi. Una sera notò che l’orologio della torre di fianco a San Martino era fermo. “Sonnecchia da tempo”, osservò Franco, il maresciallo dell’Aeronautica in pensione che quando giocava indovinava le carte che l’altro aveva in mano. E Peppino promise che il misuratore del tempo avrebbe riavuto il movimento. “E’ solo un ornamento inutile, se ha le lancette bloccate. E poi mi danno dispiacere le cose che si fermano”, intervenne Pierino Pavone, ex venditore al mercato di Cutrofiano, nel Leccese, di cappotti che confezionava a Martina, e profondo conoscitore di papa Galeazzo, prete stravagante, furbo e bonario, facile alla bestemmia e alle maledizioni vissuto o inventato nel XV-XVI secolo (non ci sono atti anagrafici in cui sia registrato); forse una maschera o una metafora di un potente personaggio realmente esistito. I “cunti” e le barzellette, i motti che lo danno residente a Lucugnago, nei pressi di Tricase, furono raccolti nel 1912 in un Breviario, che portava il suo nome e che Pavone, uomo saggio, sereno, affabile, amava citare tra una settanta e un settebello. Peppino sembrava una corazzata. Ma anche quelle possono andare a fondo.
Peppino Cito
Sapendosi prossimo all’ultima stazione, ha chiesto alla figlia di avere cura delle cose che lasciava. A me aveva promesso un gruppo di “casèdde”, ma non ha potuto mantenere la promessa: gli anni che si portava addosso gli rendevano difficile raggiungere il suo ex laboratorio nel ringo, la via lunga e stretta che da piazza Roma va a piazza XX Settembre, bella con i suoi portici e i suoi negozi. Ora, che se n’è andato sono in molti a ricordare la sua biografia. Quando compì i sedici anni prese il treno per Milano, forse una metà sognata da piccolo. Lì venne arruolato alla Geloso, la ditta che costruiva radio e registratori, e si fece subito apprezzare anche per la sua volontà e lo zelo. Conobbe tanta gente, che lo invitava a passare la serata in balera in allegria, ma lui era in terra meneghina per imparare, e non si concedeva passatempi. Nelle ore libere, a volte, preferiva scoprire il fascino della città, dai navigli, che tanti vorrebbero riaperti, ai palazzi Liberty di corso Venezia.
Peppino Cito in gita
A quei tempi sulle sponde del Naviglio Grande abitavamo quasi soltanto i meridionali. Poi arrivarono gli intellettuali, i professionisti, i benestanti, gli artisti, e gli affitti subirono un’impennata, quindi chi aveva un reddito magro dovette far fagotto. Lo testimonia il grande acquarellista e cantautore Gigi Pedroli, che sull’alzaia ha un’ampia sala-esposizione e uno studio (l’altro ce l’ha alla Fornace Curti, in via Walter Tobagi, a poca distanza). Pedroli della Montmartre milanese conosce storia, misteri e segreti; e si amareggia ricordando gli artigiani (il fabbro, l’argentiere, il camiciaio…) che lavoravano da queste parti, dove finalmente sono molti i turisti che si fanno vedere per ammirare la via d’acqua e il suo incanto indescrivibile Peppino Cito, quando decise di rientrare a Martina e aprire il suo emporio diventato poi noto dappertutto, quella Milano se la portò nel cuore. E dipinse gli angoli ai quali si era affezionato di più: i cortili con le lenzuola stese e i fiori policromi e le cascate d’edera, i tetti, i comignoli, i vicoli, la gente, che in questa città corre sempre per andare non si sa dove…. Era molto legato alla sua Martina. Un giorno gli domandai perché avesse lasciato la terra del Porta, che sicuramente a uno come lui avrebbe dato tanto. Mi rispose senz’alcuna esitazione che i martinesi, come gli uccelli, tornano sempre al nido.




1 commento:

  1. Felicissima è dire poco ,sono emozionata ,non ho parole ,ora è meglio che taccia
    Voglio solo ringraziare il grande amico giornalista Franco Presicci e tutti coloro che lo leggeranno e che lo ricorderanno,grazie ancora a tutti. Raffaella Cito

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