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mercoledì 20 dicembre 2017

Un ricordo del pittore Filippo Alto



A Locorotondo
DIPINGEVA LA SUA PUGLIA

CON UN AMORE PROFONDO


Tutti i critici più importanti hanno
parlato di lui e della sua arte, da
Raffaele De Grada a Renzo Biasion
a Roberto Sanesi, a Maurizio Calvesi
a Mario De Micheli. Espose anche a
Los Angeles e a Bruxelles. Nelle serate
pugliesi era salutato come un principe.
Uomo serio, ma anche spiritoso, era
tranquillo e pacato. E’ scomparso nel
settembre del ‘92, a Nottwill, Svizzera.





Franco Presicci


Filippo Alto
Dimora estiva a Figazzano
“C’è un flusso costante di poesia nei quadri di Filippo Alto, al punto da stabilire in certi momenti una sorta di confronto, di scommessa e di gara. Direi che l’artista vive soprattutto di questo che è poi e prima di tutto l’ansia della creazione e della restituzione”: sono parole che Carlo Bo scrisse nell’introduzione di un catalogo del 1989. E si chiedeva: “Ma da dove gli nasce questo bisogno di evasione? Nasce dalla vita stessa, dalla costrizione delle regole in cui si chiude l’esistenza…”. Non per nulla – aggiungeva – le sue memorie hanno sempre un punto di partenza comune: la porta, la finestra, il poggiolo”. A spingerlo era la grande passione per la sua terra, per cui percorreva spesso la via che da Milano lo riportava nella sua Bari, ma anche a Locorotondo, Martina Franca, Cisternino…, per dipingere la campagna con le sue modulazioni, i suoi colori e odori e le architetture delle città e dei paesi. Il suo studio in tutto questo paradiso era all’ultimo piano della sua dimora estiva, a Figazzano, un palazzetto dal quale dominava una scacchiera di viti genuflesse e di case con il tetto a forma di cappuccio: i trulli. Lì costruiva sulla tela le visioni che più di altre lo colpivano… Sempre con quella libertà che si portava dentro sin dai primi approcci con la pittura, senza enfasi, senza retorica. “Seguo la pittura di Filippo Alto da una decina d’anni e apprezzo la lunga fedeltà e insieme la freschezza con cui elabora i temi del paesaggio pugliese, quell’asperità e quella dolcezza, la carnosità della vegetazione, l’abbacinio della luce, certo colore dell’aria che egli rende con una tavolozza calda e amarognola, di sontuosità autunnale…”.
 
                   Filippo Alto, Presicci, il sindaco Tognoli, il gallerista Nencini; dietro il giornalista Del Mare e il ministro Vernola



























Don Oronzo, il contadino narratore
La mia amicizia con Filippo fiorì nel ’74, durante una affollata manifestazione pugliese al Cida (Centro Informazioni d’Arte di Nencini, titolare anche della Galleria Boccioni), a Brera, dove erano presenti fra gli altri Domenico Porzio, Vincenzo Buonassisi e Guido Le Noci, che aveva il suo tempio, l’“Apollinaire”, proprio di fronte. C’era anche Chechele, al secolo Michele Jacubino, “deus” del ristorante “La Porta Rossa” in via Vittor Pisani, che alla fine fece, inaspettatamente, arrivare chili di fumanti orecchiette con il sugo e altre prelibatezze pugliesi. Chechele, che al suo paese, Apricena, aveva fatto il fornaio, a Milano era famoso almeno quanto Gianni Rivera; e attirava la gente con una cordialità spontanea, cerimoniosa e con un sorriso arioso. Si avvicinò a noi e borbottò: “Non venite mai nel mio locale; potreste darmi il piacere di farmi una visita, una di queste sere”. Lo accontentammo, e a un tavolo della “Porta Rossa”, dopo un paio di mesi prese forma l’idea del Premio Milano di Giornalismo, la cui prima edizione venne assegnata a Giovanni Valentini, anche lui barese, direttore, a 29 anni, de “L’Europeo”. In giuria avevamo nomi di prestigio, tra cui Raffaele De Grada, critico d’arte e docente a Brera; il pittore Giuseppe Migneco; il giornalista del “Corriere” e poeta Alberico Sala; Ugo Ronfani, vicedirettore de “Il Giorno” e scrittore, già corrispondente da
Filippo Alto, Sebastiano Grasso e l'editore Fenu
Parigi… Premio ambìto, che nelle discussioni per la scelta del candidato aveva anche momenti roventi, spenti spesso dagli interventi di Filippo, che per il suo carattere morbido e convincente era capace di trovare la parola giusta per placare le impennate, per esempio, di Paolo Mosca, allora direttore di “Play Boy”, e le ostinazioni di Sebastiano Grasso, ottimo critico ‘d’arte del quotidiano di via Solferino e persona leale. Di amici importanti, anche a Milano, Filippo, o Pippo per chi lo conosceva bene, o Beppe, ne aveva tanti: giornalisti, imprenditori, uomini di spettacolo, come Mario Marenco, foggiano, architetto, designer, con una naturale “vis comica”, dimostrata nel suo debutto in Rai con “Alto Gradimento”, e in trasmissioni successive in televisione, da “L’altra domenica” a “Quelli della notte” e in tutte le altre di Renzo Arbore, interpretando personaggi spassosissimi (“Ironia tagliente e senza preavviso”, definì la sua lo stesso Arbore)….
Quando Filippo, con Ada e i suoi due ragazzi, Giorgio e Diego, abitava in via Calamatta, 17, una casa di proprietà del commendator Miani, titolare di parecchi negozi di lusso a Milano e del bar Zucca all’ingresso da piazza Duomo, sulla sinistra, della Galleria Vittorio Emanuele, aveva lo studio nel seminterrato, che si affacciava su un giardino. Lavorava alacremente, nelle ore che gli lasciava libere l’impegno di preside dell’Avio School International, che dopo vent’anni abbandonò per dedicarsi solo alla pittura. In quell’”atelier” preparò le mostre a Bruxelles, Titograd, Toronto, Spalato, Sarajevo, la partecipazione alla mostra di Los Angeles “Immagini Puglia” …. Tanti sono stati i critici che si sono occupati di lui: Maurizio Calvesi, Mario De Micheli, Pietro Marino, Raffaele Nigro, Carlo Munari, Roberto Sanesi… Stimatissimo anche per le sue doti organizzative, fece parte del consiglio della Triennale di Milano e fu consigliere del ministro per i Beni Culturali, Vernola.

Alto,la figlia di Chechele,Nenella,Giacovazzo,Chechele,Presicci
Quando il 12 novembre ’83 Chechele chiamò a raccolta nel suo locale i pugliesi di Milano in occasione della trasmissione televisiva “Nord chiama Sud”, che ogni mercoledì, condotta in studio da Elio Sparano e negli esterni da Giorgio Romano, stabiliva un incontro tra le regioni settentrionali e meridionali, Filippo, che all’associazione pugliesi, sede in piazza Duomo, era responsabile delle attività culturali, venne accolto come un principe, salutato festosamente anche da Giacomo Lezoche, commercialista tranese con studio in corso Venezia 8 e storico dei pugliesi a Milano; dai giornalisti Salvatore Giannella, inviato de “L’Europeo”, e Giacomo de Antonellis, della Rai. Nelle iniziative riguardanti la Puglia, quando poteva, non mancava. Ma preferiva non prendere mai la parola. All’Arpugliesi, che aveva come presidente Bruno Marzo, organizzò tra l’altro la presentazione di un bellissimo libro, “Belmonte”, del tarantino Franco Zoppo e affidò il microfono ad Arnaldo Giuliani, capocronista del “Corriere”. Allestì una mostra di giornali dell’800 leccese e dette la parola a Guido Gerosa, grande giornalista e scrittore.
Lavorava nell’ombra, discretamente. Il gigante buono era riservato, schivo alla pubblicità, lontano dai provincialismi. Non si atteggiava a maestro; eppure ha realizzato opere meravigliose, anche di grandi dimensioni; oltre a libri e opere di grafica. Fra i più rilevanti: “Tre alberi di Puglia” (’75), testo di Giuseppe Giacovazzo; “Un pittore e la sua terra (’75), di Antonio Rossano; “Paese vivrai” (’78), di Giacovazzo; “Dove migrava il vento” (’80), di Sebastiano Grasso e Raffaele De Grada; “Radici nella pietra” (’83) di Ugo Ronfani; “S’innervano i rosoni” (’87), di Egidio Pani… In quelle opere lampi di Puglia (campanili e viti, tralci d’ulivo, facciate barocche, balconi spanciati, fregi, rosoni, arcate…) si susseguivano come metafore, emblemi, di una terra splendida: un balenio di immagini intrisi di poesia. “Senti che nella pittura di Alto – scriveva De Grada nell’aprile dell’81 - c’è una costruzione di ordine metafisico che la sottrae al naturalismo post-impressionistico, ma che tuttavia tale ordine non è del tipo intellettuale del post-novecentismo, che ora tra l’altro ritorna di moda”. Filippo non cominciò maneggiando pennelli e tavolozza; ma la matita. Alla scuola media imparò ad usare la china, si perfezionò al liceo scientifico, riproducendo la cattedrale di Chartres, il pulpito marmoreo del battistero di Pisa, monumenti, fonti battesimali. Quando all’età di 17 anni qualcuno gli regalò una cassetta di colori, si mise a copiare le cartoline e poi se ne andava alla periferia di Bari per ritrarre ciò che il suo sguardo catturava. Dalla sua casa di via Sonnino riprendeva i tetti, i palazzi, le vie; e tra un disegno e l‘altro studiava ingegneria all’università.
Il giornalista Mario Azzella, lo scrittore Nino Palumbo, Balssarre, sindaco di Trani, Giacomo Lezoche
A Milano stavamo spesso insieme, anche a cena in casa dell’uno o dell’altro. Della compagnia facevano parte i questori Enzo Carracciolo, siciliano, e Vito Plantone, pugliese di Noci; l’ingegnere Martino Colafemmina, di Acquaviva delle Fonti; l’inviato internazionale del “Corriere” Costantino Muscau, sardo; Francesco Colucci, poi nominato prefetto, molisano; Achille Serra, romano, che in seguito da questore di Milano fu promosso prefetto di Palermo, venendo poi eletto parlamentare… Ci vedevamo ogni anno nella sua casa di villeggiatura di Figazzano, tra Locorotondo, Cisternino, Martina Franca, dove inventava serate indimenticabili dedicate al medico pianista o al contadino, don Oronzo, che raccontava simpaticamente la vita nelle campagne di una volta, o improvvisava una mostra. E ogni volta tra il pubblico c’erano intellettuali, cronisti, direttori di giornali che arrivavano anche da Milano, come una volta lo stesso De Grada, con il quale intrecciai un tango al suono di un violino. A Figazzano ho incontrato il ministro Vernola; Giuseppe Franco Bandiera, direttore del circolo Italsider, lucano ricco di idee, di cultura e di voglia di fare… Filippo, che aveva un fisico da giocatore di basket, era uomo di spirito e un po’ burlone; sereno e rispettoso, schietto, leale. Non amava parlare di sé e della sua pittura. A Caracciolo che gli chiedeva di illustrargli un suo quadro appeso nel mio soggiorno rispose: “Io dipingo, il giudizio agli altri”. Ebbe tantissimi premi, e non se ne gloriava. Il critico d’arte Renzo Biasion lo segnalò al Catalogo Bolaffi con questa motivazione: “Pittore fine, sensibile, autonomo, che sa essere moderno senza voltar le spalle alla tradizione”. Filippo Alto si spense nel settembre del ’92, a 59 anni, nella clinica svizzera di Nottwill, nel cantone di Lucerna, lasciando un vuoto enorme.

















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