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mercoledì 4 luglio 2018

Donato Pastore si raccontò in un libro


Donato Pastore
DA BAMBINO SOGNAVA

L’AUSTRALIA

MA SCOPRI’ L’AMERICA

A MILANO


Fruttivendolo, veniva da Bisceglie, e dopo aver fatto diversi mestieri aprì un primo negozio, bellissimo, con più vetrine, in via Lecco.

Portava la merce a domicilio, e per arrivare più presto imboccava i sensi vietati.


“Correvano tutti e imparai a correre anch’io”.










 

Franco Presicci


Dino Abbascià e don Franco Semeraro
Da ragazzo nella sua Bisceglie sognava l’Australia o il Canada. Niente paura per la lontananza. Tanti giovani l’avevano affrontato prima di lui, quel viaggio pieno d’incognite. I vecchi del paese gli dicevano: “Donato, se vai a Milano è meglio: dodici ore di treno, magari in piedi nel corridoio o seduto sulla tua valigia di cartone, nella calca e nuvole di fumo, e arrivi a destinazione.
Per un po’ ti sentirai spaesato, perché quello è sempre un paese straniero, ma con il tempo ti ambienterai e farai fortuna. E sei sempre quasi a casa”. Lui stava a sentirli, ma poi riprendeva a volare con la fantasia: l’Australia, un luogo grande, accogliente. Quelli che sanno sempre tutto e predicano in piazza dalla mattina alla sera gli avevano detto che i paesani già partiti avevano fatto fortuna, anche in America. E lui fantasticava, seduto dietro un banco inondato di colori (melanzane e fragole, arance e carciofi).
Perché Donato quello voleva fare, il fruttivendolo, in un negozio suo, con l’insegna: “Le preziosità di Bisceglie, Puglia, Italia”. Ma i soldi per il biglietto chi glieli li avrebbe dati? Per andare a Canberra o a Sidney ci voleva un patrimonio – pensava - ma la famiglia non si sarebbe certo tirata indietro, avrebbe fatto di tutto per racimolarlo. Qualunque sacrificio, pur di vederlo felice. Alla fine si decise. 
Abbraccio tra Abbascià e Nico Blasi al Rotary di Merate
Nel ’53 prese il treno della speranza diretto a Milano, “dove ho trovato l’America senza dover prendere il bastimento”. Lo incontrai spesso all’associazione pugliesi, alle feste di carnevale all’hotel Quark o a quelle di Natale e di Pasqua, dove piroettava come un ballerino provetto con la sua Pasqualina. Non ne perdeva uno, di balli. Un giorno mi mostrò un suo libro intitolato “La Torre”, che è quella del suo paese, un simbolo in periferia che lui si portava sempre nel cuore. I pugliesi, almeno la maggioranza, come gli uccelli non dimenticano mai il nido. Sfogliai le pagine e gli promisi di raccontarlo. Me lo regalò guardandomi fisso: non si aspettava di suscitare il mio interesse; e si lasciò scappare una “cumparsita” per continuare a dirmi grazie e per precisare che non aveva pretese, non si credeva uno scrittore, aveva voluto soltanto lasciare ai suoi figli una testimonianza della sua vita di uomo tenace emigrato dal Sud. “Tranquillo, Donato, leggerò subito questa tua opera: merita attenzione”. Era il 2006 e aveva quasi ottant’anni.

Fragole
“Sapessi la nostalgia che a questa età provo per il mio negozio a tre vetrine in via Lecco, all’angolo con viale Tunisia, che sfocia in corso Buenos Ayres. Servivo di pomodori, zucchine, cime di rapa le migliori famiglie della zona…”. Parlava con semplicità e schiettezza, terra-terra, anche di Bisceglie, sorta nel Medioevo, conquistata da Roberto il Guiscardo e data in dono a Pietro, conte di Trani. La tua vita, Donato, parlami della tua vita. “In questa città laboriosa, Milano, ho sempre faticato moltissimo, sin dai primi giorni, quando stavo nel negozio ortofrutticolo dei fratelli Ventura, in piazzale Maciacchini…”. Non poteva permettersi il lusso di una pensione e con altri ragazzi dormiva nella stessa bottega, in cucina, alla quale si accedeva attraverso una botola. “Quando facevo il servizio a domicilio entravo in case sfarzose e mi chiedevo: ‘Avrò anch’io un giorno quattro muri per me e la mia famiglia? Non una dimora come questa, per carità”. Dopo qualche anno, con un amico, Mauro Mastrapasqua, prese in gestione il negozio di via Lecco.
Pomodori e carciofi
Gli affari andarono bene e si ingrandirono, avviando due altre attività in via Canonica, con la licenza acquistata da un cinese (la zona è infatti affollata di “occhi a mandorla”) e al mercato rionale di corso Garibaldi. E assunsero parecchi garzoni. “La domenica mangiavamo tutti assieme, preparandoci i piatti noi stessi”. E andavamo a ballare nella sala degli ex combattenti di via Cadamosto o sotto la galleria Puccini”. Tra le canzoni che furoreggiavano “Grazie dei fior” e “Buongiorno tristezza”. Alla Radio, dagli studi di Milano andava in onda un programma seguito in tutta Italia, “Cicchiricchì”, con la “Signora Cipriani e Flo”, due personaggi partoriti dalla fantasia di Enrico Simonetta e Guglielmo Zucconi, che successivamente, dopo aver guidato la “Domenica del Corriere”, diventerà direttore del quotidiano “Il Giorno”. Donato ricordò anche i duelli cinematografici fra Gino Cervi e Fernandel, Peppone e Don Camillo; e gli operai che andavano a bere il “bianchino” al “Bottegone” di Sesto San Giovanni. Poi tornò al negozio di via Lecco per dire che era talmente bello che nel 1955 lo riprese la televisione e i suoi parenti a Bisceglie andarono dal vicino a vederlo. E la società con Mastrapasqua? Si sciolse. “E per 800mila lire acquistò la licenza per la vendita di frutta e versura in via Felice Casati 16. Nel ’60 si fidanzò con Pasqualina Colonna e la sposò nella chiesa di Affori. Ricevette lo sfratto perché la casa doveva essere restaurata e inaugurò un negozio in un locale prima adibito al commercio degli ombrelli, in via San Gregorio 23.
 
Pastore balla con la moglie Pasqualina
Vi lavoravano lui, la moglie e due ragazzi, che come tanti altri a quei tempi venivano da Bisceglie, importante centro agricolo. “Crescevo i miei figli, Maria Teresa e Vincenzo Donato, e consegnavo la spesa pedalando. Per fare prima andavo anche in senso vietato. Correvano tutti e imparai a correre anch’io”. Pensavi più all’Australia? “No, a Milano mi sono trovato subito bene; la città non tardò a mostrarsi generosa, mi spianò la strada, facendomi realizzare i miei obiettivi. Chi ci pensava più, all’Australia o al Canada. E dire che chissà quante volte ero andato a Bari, all’ufficio emigrazione, per avere notizie su quei Paesi”. Prima di venire a Milano Donato Pastore era sbarcato a Bergamo, dove aveva uno zio. “Lì feci diversi mestieri. Lavorai anche alla messa in opera del cavo della televisione da Seriate a Milano con la ditta Sirti”. Quindi fui preso in un cantiere edile. “Dopo un po’ mi misi a fare l’ambulante di frutta e verdura, con una licenza valida per Bergamo, Brescia e Milano”. Nel ’53 ci fu inverno rigido, che faceva gelare la merce. Fu allora che si decise a trasferirsi nel capoluogo lombardo, dove cominciò la sua avventura al Nord. La conversazione con Donato Pastore si svolse tra suoni e canti.

Pane e pomodori
Ogni tanto arrivava Dino Abbascià, nipote di Donato e grande comunicatore (le feste senza di lui sarebbero state mosce), per sollecitarci a immergerci nelle danze (“Avvinghiatevi in questo valzer; non perdetevi questo tango…”), mentre qualcuno lanciava i coriandoli che si srotolavano sulle teste di signori e signore. Ma mancava qualche tratto al quadro che Donato andava dipingendo e non volevo che si distraesse. Qualche ricordo della tua vita da bambino? Sapevo che ce l’aveva, e dalla sua memoria sbucò un episodio che raccontò divertendosi, con un sorriso pacioso che s’illuminava spesso sul suo viso paffuto. “Quando avevo 27 mesi un giorno papà e la mia sorella maggiore, Anna, la mamma di Dino Abbascià, il re dei prodotti della natura, che come sai a Milano ha costruito un impero ed è vicepresidente dell’Unione Commercianti, presente in tanti consigli di amministrazione, la ditta in un palazzo in via Toffetti, al Corvetto, e tanti furgoni con il suo nome che attraversano Milano, mi portarono in campagna; e mentre con altri contadini, raccoglievano le olive, mi ‘parcheggiarono sotto un albero vicino, tenendomi sempre sotto controllo”. Giocando, improvvisamente lui si allontanò, e quando se ne accorsero si allarmarono tutti. Si misero a gridare disperati il suo nome, nella speranza che comparisse dalle spalle di una pianta. Invece Donato non si vedeva, si era volatilizzato. Si mobilitò il paese, intervennero i carabinieri, i vigili urbani. Calò la notte, accesero le lampade, le torce, sotto un temporale pauroso che accresceva il timore che a Donato fosse accaduto qualcosa di brutto. “Mi ritrovarono all’alba all’ombra di un carrubo. Dormivo tranquillamente”. Donato Pastore è morto qualche anno fa, lasciando un segno, una testimonianza di quello che sono stati capaci di fare i pugliesi in ogni campo lontano da casa.











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