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mercoledì 27 dicembre 2023

Un altro artista è scomparso




L’ABRUZZESE GIUSEPPE ROSSICONE VERO MAESTRO DELLA CERAMICA

 
 
Rossicone nel suo laboratorio
Nato a Scanno nel 1933, era venuto
nel capoluogo lombardo, aprendo il
suo laboratorio in via Chiossetto, 10, 
vicino al Palazzo di Giustizia.






 
 
 
 
 
Franco Presicci
 
 
E’ trascorso qualche mese dalla scomparsa di Giuseppe Rossicone, il grande ceramista che aveva la bottega, storica, in via Chiossetto, a due passi dal Palazzo di Giustizia e dal Conservatorio. Se n’e andato in silenzio, lasciando una visibile traccia della sua preziosa attività, che in oltre sessant’anni e più aveva attirato nel suo spazio i più autorevoli artisti, intenzionati a collaborare con lui.
Il Rossicone al lavoro

Lo conobbi negli anni Settanta e a poco a poco diventammo amici: una delle prime volte che andai da lui vi trovai Evi Zamperini Pucci, una bellissima signora, maestra dell’ikebana, che ai tempi di Ferruccio Lanfranchi, capocronista del “Corriere della Sera”, era stata una delle donne più eleganti e affascinanti alle feste del Circolo della Stampa.

Era stato Giuliano Adonai, eccellente pittore veneto che viveva a Milano e per qualche tempo era stato direttore di “Historia”, succedendo al professor Alessandro Cutolo, a indicarmi Rossicone: “Vai in via Chiossetto, avrai da scrivere tanto del personaggio e delle sue opere”. Paolo Cavallina, il notissimo giornalista che sull’ammiraglia della Rai conduceva la trasmissione “Chiamate Roma 31-31”, mi aveva appena telefonato incaricandomi di scrivere ogni settimana, uscita la domenica, una pagina intera sugli abruzzesi a Milano, a colori, sul quotidiano “Il Messaggero del Mezzogiorno”, di cui aveva assunto da qualche mese la direzione, Peppino, come lo chiamavo io, era nato a Scanno e, giovanotto di talento, aveva vinto il prestigioso Premio di Gualdo Tadino. Era dunque per me l’abruzzese giusto. L’articolo uscì, lui lo mise in cornice, anche perchè era la prima volta che appariva su un giornale con tanto di fotografia.

Quando per questioni di lavoro nel suo laboratorio arrivavano artisti importanti come Remo Brindisi, Ibrahim Kodra, Ernesto Treccani, Attilio Alfieri, Domenico Purificato… lui, con un certo orgoglio, mostrava il quadro. E così io presi contatto con questi nomi già rilevanti nel panorama dell’arte.
Attilio Alfieri

Remo Brindisi

Tutte le occasioni erano per me buone per fare un salto da Peppino. Un giorno vi incontrai il pittore Max Quatty, un tipo curioso e simpatico, oltre che artista di valore, con studio anche lui in via Chiossetto di fronte a quello di Peppino, la cui porta, a vetri, era ai piedi di una decina di scale; e aveva mezza dozzina di localini ricavati con grossi fogli di faesite. Quello in cui lavorava al tornio era enorme, con una finestra che dava sul cortile e consentiva a Peppino di vedere l’ospite che si avvicinava alle scale.
 


In quella bottega si respirava un’aria di quiete, lontana dai rumori della strada, tra i multipli di Arnaldo Pomodoro, Cascella, Cantatore, Cassinari, Dova, Harloff, Fiume, Gentilini, Bodini, Schifani, Purificato, Terruso…; suonatori di banjo di Kodra, sculture dello stesso Rossicone…
Jbrahim Kodra
Si potevano passare parecchie ore interessanti in quella piccola galleria d’arte, i cui pezzi prendevano il viaggio verso gallerie istituzionali per esservi esposte. Vi sostammo un paio d’ore con Diego Alto, per un’intervista a Peppino sul grande Filippo, papà del giovane, che di professione fa il fotografo d’arte. Peppino rispose a tutte le domande sull’uomo e sul pittore, che, nato a Bari, nel ’92 era deceduto in una clinica di Notwill, in Svizzera, per le conseguenze di un incidente stradale nei pressi di Ancona. Diego voleva sapere come fosse il padre al di fuori dell’ambiente domestico: severo o buontempone. Peppino l’aveva conosciuto dal punto di vista professionale, e queste domande andavano fatte a me o al giornalista Costantino Muscau, inviato speciale del “Corriere”, o al questore Vito Plantone
Il prefetto Jovine e il questore Plantone

o all’ingegnere Martino Colafemmine, al questore Enzo Caracciolo o a Bruno Marzo, che era stato presidente dell’associazione regionale pugliesi, che in quegli anni aveva sede in piazza Duomo e aveva Filippo come dotto e preparato responsabile delle attività culturali: fra le tante iniziative quella della presentazione del libro di Franco Zoppo, “Belmonte”, da parte di Arnaldo Giuliani, allora capocronista del quotidiano di via Solferino. Tra il pubblico Paolo Scarpis, poi nominato questore di Milano, quindi prefetto di Parma, e altre personalità.
Giuseppe Rossicone era infaticabile: dalla mattina alla sera a plasmare l’argilla, anche per fare faraglioni e figure. Il suo laboratorio era il tempio delle forme e dei colori. In un angolo, il fuoco sacro, che rende perenni gli oggetti che uscivano dalle mani dell’artista. La ceramica è arte antica e Rossicone ne conosceva tutti i segreti. “Oggi nella consapevolezza del passato non è facile incontrare ceramisti innovativi e liberi da condizionamenti e imitazioni”, scrisse Elda Pucci. Per questo l’incontro con l’abruzzese di Scanno suscitò in lei viva commozione. E Carlo Franza, critico di lunga militanza: “Solo un artista, un creativo, un imprenditore d’arte come Giuseppe Rossicone poteva dar vita ad un laboratorio, o meglio a un’officina della ceramica, a Milano in via Chiossetto, fin dagli anni storici del dopoguerra ovvero negli anni in cui Milano era tutto un fermento, quella Milano della grande Brera, come la significò Franco Russoli, che per tutti gli artisti d’Italia e del mondo diventava un mito da vivere intensamente…”.
Di Bella, Tognoli, Chechele e Presicci

Lo apprezzavano tutti, Giuseppe Rossicone. I critici e gli intenditori che si avvicendavano nelle sue mostre: nel ’61 alla Vila Reale di Monza; nel ’66 a Palazzo Strozzi a Firenze, e poi a Positano, a Cortina, in Canada, in Usa, riscuotendo dappertutto successo. Era sempre presente alle esposizioni degli altri artisti e faceva parte – detto per la cronaca – della giuria del Premio Milano di Giornalismo, che si celebrava ogni anno al ristorante di Chechele e Nennella di via Vittor Pisani (un anno fu assegnato ad Antonio Di Bella, direttore del “Corriere”, e ad Alberto Cavallari, corrispondente da Parigi dello stesso quotidiano).

Grazie a Rossicone divenni amico dei pittori Ibrahim Kodra e Attilio Alfieri, che usava rigorosamente il rosso delle angurie che si vendevano sotto il suo amato Conero, Remo Brindisi, che aveva definito azzurro ferrigno il colore che decorava i piatti e i vasi di Giuseppe. Ancora grazie a lui intervistai Ernesto Treccani, andandolo a visitare la prima volta nel suo studio in una traversa di via Turati; e intervistai Pozzi, che dipingeva le osterie, gli Arlecchini innamorati sotto la luna, le barchea vela; Domenico Cantatore, di Ruvo di Puglia, al quale Giuseppe Giacovazzo dedicò il primo documentario a colori della televisione. Credo fosse il ’76 e andai a vederlo in corso Sempione in compagnia di Filippo Alto, che del giornalista divenuto direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno” era amico d’infanzia.
Chechele Iacubino

Filippo Alto

Nel laboratorio di via Chiossetto, Filippo eseguì alcuni suoi multipli, raffiguranti ognuno più brani di Puglia legati da rami d’ulivo o da un tralcio. Via Chiossetto, da un antico termine dialettale milanese, “Ciussett”, è bollata come nastrino stretto, brutto e storto, mentre è una via silenziosa, discreta, tranquilla e per niente malfatta. Quado io andavo al suo numero 10, dove Peppino Rossicone creava le sue opere, mi soffermavo sulla soglia dell’androne proprio perché mi piaceva osservare quel serpentello, dove c’erano a quel tempo lo studio di un alto esponente della finanza e all’inizio, in cui la via (o vicolo per accontentare i guastafeste) incrocia via Francesco Sforza, le redazioni di cinque periodici, tra cui “Qui Touring”, di Mario Oriani, che con il tempo aggiunse “Storia Illustrata”.

Peppino mi riceveva sempre con un sorriso comunicativo e mi guidava in un luogo striminzito, arredato con una scrivania con pile di carte, un paio di scaffali con cataloghi di artisti noti come quello di Bruno Contenotte, che otteneva risultati psichedelici, con le sue vernici (uno 40 per 50,
Rossicone, Kodra e Alto
con la copertina che cambiava forma e colori poggiandovi una pano). Da Peppino conobbi anche Fulvio Nardis, abruzzese anche lui, che aveva un castello a Orte e sognava di portarvi Bogiankino della Scala. Oltre che pittore Fulvio era restaurato e, se non ricordo male, aveva il suo quartier generale a Palazzo Clerici.

Un giorno un amico definì Giuseppe “re della ceramica”; e lui rispose che i re e i principi appartenevano a un mondo molto lontano, che lui aveva incontrato soltanto nelle fiabe. Era comunque un maestro, anche se lui non l’avrebbe mai ammesso, non amando l’enfasi e la retorica. Gli volevo bene, anche perché uomo sereno, rispettoso, paziente, generoso, ospitale, distante mille miglia dal folclore e dal manierismo. Adesso Giuseppe Rossicone non c’è più. Ha raggiunto Kodra, Brindisi, Alto… oltre le nuvole.





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