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mercoledì 1 febbraio 2017

Le bische, i sequestri di droga, gli arresti – Seconda puntata



 Copia de Il Giorno appena stampata

BREVI E APPASSIONANTI

LE NOTTI DEL CRONISTA 

 



Il bambino che spostava i mobili

con il pensiero;

la liberazione dei rapiti;

l’irruzione nel mercato della droga.

 

Il vero “nerista” appartiene

alla strada: mangia panini e polvere.

 

 

 

 

 

 

 

 
Franco Presicci


Emozionanti erano le attese della liberazione di un rapito. Il 3 giugno dell’81 le brigate rosse sequestrarono un funzionario dell’Alfa Romeo, il 23 luglio lo restituirono lasciandolo su una Giulia bianca, rubata e con targa artefatta, all’estrema periferia milanese. Il primo segnale dell’imminente conclusione era arrivato il giorno prima alle 10.35. Una voce femminile aveva telefonato a un’emittente radiofonica: “Abbiamo liberato…(i nomi possono riaprire ferite: n.d.a.). Andate in via Martiri Oscuri, davanti a un bar c’è un cestino, troverete un volantino”. I giornalisti vi si precipitarono, ma ebbero una delusione. Uno scherzo? Alle 17,45 quasi non credettero alla stessa voce: “Abbiamo liberato… davanti alla Magneti Marelli…Questa volta è una cosa seria”. L’ingegnere era sul sedile posteriore, imbavagliato, gli occhiali scuri, i cerotti sugli occhi, addosso una tuta blu. Portato in questura, alle 19 abbracciò la moglie e la figlia. Alle 20,10 a bordo di un’Alfetta finalmente a casa. “Sono frastornato, dopo un mese e mezzo di letto”. I cronisti rimasero un bel po’ appostati sotto la sua abitazione per catturare notizie, poi corsa verso il giornale a scrivere il pezzo.
Il Prefetto Antonio Pagnozzi fra i cronisti Berticelli e Presicci
I sequestri riempirono le pagine dei giornali. Organizzati anche dalla malavita organizzata. Il 18 aprile fu preso un industriale del settore siderurgico e metalmeccanico. Alle 2.30 del 24 marzo dell’80 fu liberata, in una via di Pero, G.J.P.S., dopo essere stata quasi 4 mesi legata e al buio, i tamponi nelle orecchie. Poi altri due. E altri ancora “Occupandoci di sequestri – mi confidò Antonio Pagnozzi, che era stato capo della Mobile e della Criminalpol, prima di essere promosso questore e poi prefetto - ci siamo fatti aiutare anche dalla fantasia, improvvisando trabocchetti, ‘escamotage’, con il sostengo appassionato di valenti magistrati. Per indurre i rapitori ad attenuare le pretese, abbiamo persino fatto credere che i dipendenti dell’ostaggio erano scesi in sciopero per giorni, assottigliando quindi il patrimonio dell’azienda. Un mattino alle 3, in piena nebbia e al buio, con il giudice De Liguori facemmo un sopralluogo in un’area vastissima per studiare i punti nevralgici in cui piazzare i nostri uomini sul percorso indicato dai banditi per il pagamento del riscatto”. Ebbe un attimo di esitazione, poi aggiunse: “E ricordo lo stato pietoso in cui trovai un rapito…, legato a un letto… non credeva di essere davanti alla polizia. Mi chiese un caffè e glielo preparai con una macchinetta raccattata nella prigione”.

Angolo della redazione province
Il lavoro del cronista era alquanto movimentato. Capitava che un “trombettiere” segnalasse a mezzanotte un’operazione di carabinieri o polizia senza poterti dire di più: né il luogo né l’orario nè il numero degli arresti… E si entrava in fibrillazione: a quell’ora rispondevano soltanto i centralini, sia in via Moscova, sede della Regione (allora Legione) dei carabinieri sia in via Fatebenefratelli, dove al civico 11 c’è la questura, e l’ispettore della Volante si limitava a indicare una sparatoria, un’aggressione, una rissa; ma delle operazioni con perquisizioni, gente in manette e sequestri di armi, droga o roba rubata si parlava il giorno dopo in una conferenza-stampa. Intanto il “nerista” del turno di notte si dava da fare anche svegliando gli amici in grado di fornire una conferma, un particolare per evitare il “buco”. Una sera il direttore, Lino Rizzi, mi consegnò l’indirizzo di un undicenne che spostava gli oggetti con il pensiero.
Il tipografo Strada impagina lo sport seguito da Grigoletti e Signori
Presi appuntamento con il padre e mi presentai nella sua abitazione alle 21 con il fotografo Dante Federici. Ci sedemmo in salotto: sul divano il bambino fra il papà e il fotografo, io sulla poltrona, la mamma in piedi. Improvvisamente un libro di Piero Angela dal tavolino volò verso la finestra; stesso movimento una copia della rivista “Quattroruote”. Un elefantino da una mensola in alto cadde su due quadri staccatisi nel pomeriggio dalla parete e appoggiati sul lettino. Il bambino sembrava immerso nella lettura di un libro, anche quando saltò una cassetta con un gioco digitale. Erano le 3 del mattino, stavamo per andar via e fummo salutati da una delle quattro sedie a gambe all’aria sul tavolo da pranzo: si spostò cadendo sul pavimento. Sul viale verso l’uscita una pietra mi sfiorò con la velocità di un proiettile e colpì l’auto di Federici. Due giorni dopo Piero Badaloni mi volle a “Uno mattina”, la trasmissione televisiva che conduceva allora. In casa del bambino due sere dopo accompagnai Giuseppe De Carli (che diventerà vaticanista per Rai2), incaricato da Michele Santoro per “Samarcanda”. Mi telefonarono le redazioni di Rita Dalla Chiesa e di Maurizio Costanzo e una giornalista di un quotidiano tedesco, per avere informazioni. Al giornale qualcuno, leggendo, rimase perplesso, e anch’io ho difficoltà a raccontare.
Ugo Ronfani
Mesi dopo a cena un commensale mi riferì della scoperta di un covo di brigatisti. Sapeva soltanto questo, e gli spaghetti mi andarono di traverso. Per confortarmi, aggiunse che sei ore dopo polizia e carabinieri, con mezzi blindati e un elicottero avrebbero espugnato uno dei mercati della droga. Usciti dal locale, invece di rincasare, mi misi in macchina andando a parcheggiare in una strada vicina a quella dell’irruzione. Da lì, vidi arrivare la colonna, e la seguii. L’intervento terminò a mezzogiorno. Un’altra notte la trascorsi dalle parti di Niguarda fuori di uno stabile in cui in un appartamento all’ultimo piano erano nascosti cinque o sei banditi. I “detectives”, armi in pugno, rimasero appostati sulle scale, per poterli neutralizzare all’alba, all’uscita dal covo. Passai notti ai bordi delle bische dell’Arena e di piazza Tirana, durante i “repulisti” operati dalla polizia. Lì assistetti alle scenate di un “fil di ferro” che, vestito elegantemente, recitava la parte del cittadino irreprensibile spinto in quel luogo soltanto dalla curiosità. Urlava che a Londra, dove aveva soggiornato, quello che gli stava capitando era inimmaginabile: “E’ questione di civiltà!”. E agitandosi dalla fodera del cappotto svolazzarono decine di banconote destinate al banco. Alle 2 del mattino comparve una giovane donna pesantemente truccata e una gonna fatta con pochi centimetri di stoffa: consegnò furtivamente a un giocatore il guadagno della nottata e si eclissò.
Gaetano Afeltra


La sede del Giorno in piazza Cavour
L’antivigilia del Natale dell’80, verso le 23, ricevetti questa telefonata: “Il 12 aprile del ‘44 ho ucciso due tedeschi al mio paese, in Emilia, e voglio fare un’opera buona, rivelando il posto in cui sono sepolti”. “Mi dica chi è e dove posso trovarla”. “Non voglio avere guai”. “Faccia finta di parlare con un prete”. “Ho paura”. “Ho l’obbligo di mantenere il segreto”. Mi dette appuntamento all’indomani. L’articolo uscì il 28 dicembre, una domenica. Scavarono, trovarono i corpi. Uno aveva al collo la medaglietta d’ordinanza. Il direttore, allora Guglielmo Zucconi (successore di Gaetano Afeltra), m’incaricò di tornare sull’argomento e andai al paese a raccogliere particolari per un secondo articolo. Alla guida dell’auto per sua scelta, il fotografo Giovanni Dell’Abate fu molto bravo a sfidare la nebbia, fittissima, paurosa. Poi puntò l’obiettivo sul campo, sull’edificio da cui stavano uscendo in motocicletta i due soldati quando furono colpiti, sul paesaggio... Non sempre le notti cominciavano e finivano al giornale. Quelle erano notti non amate dai “neristi” innamorati del mestiere: loro appartenevano alla strada; mangiavano panini e polvere, consumavano scarpe e perdevano ore di sonno ma divoravano notizie. Se svegliati a casa alle 2 del mattino, si alzavano, si vestivano in fretta, chiamavano il fotografo e correvano. Mi svegliarono in occasione della liberazione di una ragazza rapita a Brescia; dell’arresto a Vicenza di un grosso esponente della mafia; di quello, vicino a Spoleto, per un errore, di un’”entraineuse” ritenuta complice di un tentativo di fuga dal carcere di una sorta di Vidocq… Il vero cronista risponde sempre all’appello. Le sue notti sono brevi, avvincenti.









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