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mercoledì 23 marzo 2016

Il pesante e avvincente lavoro del cronista di “nera”


LA NOTIZIA VA SNIDATA GALOPPANDO
E MANGIANDO PANINI E POLVERE

 

Tre “S” fanno vendere i giornali, diceva il mitico Guglielmo Zucconi, direttore del “Giorno”: Sangue, Sanità e Salute. Alcuni delitti che hanno sconvolto Milano. L’uomo che la notte della vigilia di Natale confessò al “nerista” di aver ucciso due tedeschi nell’ultimo conflitto mondiale.

 




Piero Vigorelli al centro mentre intervista  l'avvocato e il giornalista davanti alla stazione della Bovisa
Franco Presicci
Qual è il bello del lavoro del cronista? - mi domandò una sera un giovane neolaureato in lettere nel salotto di un amico. “State sempre all’erta; trascorrete ore e ore sul marciapiede e a volte intere notti, saltando spesso domeniche e feste comandate; vivete nel timore di un “buco” sparato dalla concorrenza; nel rischio di una smentita o di una querela; uscite al mattino senza sapere dove andare e che cosa fare…roba da cardiopalmo, non ti pare?”.E senza una pausa aggiunse che è il caso a programmare i nostri impegni, o la malvagità umana. Risposi che chi va per questi mari conosce i pesci che lo frequentano; che avevo scelto questo mestiere per passione dopo essermi occupato di circhi, teatro, festival in un vecchio e prestigioso quotidiano: “L’Italia”, poi fusosi con un confratello di Bologna assumendo il nome di “Avvenire”.
Achille Serra e Franco Presicci
Non ho mai sentito come un peso correre in una via scossa da un regolamento di conti; in una trattoria in cui pistole o mitra avevano sparso il terrore, spegnendo vite umane... E ricordai il titolare di un noto night accoltellato in casa da due giovani in cerca di soldi per l’eroina; il pittore ucciso nel suo studio in via Solferino; la donna che fece la stessa fine in un palazzo del centro storico; il ristorante “La strega” a Moncucco, dove, il 2 novembre del ’79, furono ammazzate 8 persone, di cui 7 soltanto perché testimoni; il delitto Isola, il 26 gennaio ’88, in via Morigi. E lui Francesco D’Alessio, fulminato il 26 gennaio ’84 da un’aspirante fotomodella americana (feci il viaggio in treno con lei e i poliziotti da Zurigo, dove era stata scoperta nell’hotel Banphost ed estradata, fino a Chiasso). Infine, un po’ turbato, accennò alla bravissima studentessa diciassettenne aggredita e uccisa la sera dell’8 novembre dell’87 in via Candiani, mentre andava alla stazione della Bovisa per rientrare a casa in treno… Di lei e di altre vittime, che commossero Milano; si discusse nelle trasmissioni su Raidue di Giorgio Santalmassi (“La macchina della verità”), di Piero Vigorelli (“Detto tra noi”); e a “Telefono Giallo” su Raitrè condotto da Corrado Augias, che m’invitò anche per commentare la telefonata che avevo ricevuto, qualche sera prima, da un tale che, presentatosi come l’autore del crimine, mi aveva minacciato di morte se lo avessi ancora definito mostro (ma forse era uno che aveva fantasie sostitutive e s’identificava con l’altro). Il mio interlocutore, ben dotato di volontà e cultura, e così interessato alla “nera" forse coltivava l’idea di intraprenderla. Lo pensai il 29 settembre dell’84 quando il capo della Mobile Achille Serra e il sostituto procuratore della Repubblica Francesco Di Maggio, investigatore coltissimo, severo, oratore arguto e affascinante, alle 2 del mattino arrivarono nel covo di un “boss”, detronizzandolo definitivamente. Il mese precedente era toccato a due luogotenenti dello stesso capintesta a Misano di Rimini, grazie anche alla strategia del vice capo della Mobile Francesco Colucci (oggi prefetto in pensione), che conosceva i misfatti di tutta la criminalità meneghina. Ma non era stato il duetto ad illuminare gli investigatori. E ne ebbi quasi la conferma nell’agosto dell’88, una settimana dopo il mio ritorno da Tunisi, dove sulla spiaggia di Gal el Mel la polizia aveva bloccato la fuga del “Rambo dei mari”, il criminale che aveva assassinato e gettato in acqua, a Porto San Giorgio, una skipper per impadronirsi del suo catamarano. Il capocronista e vice direttore de “Il Giorno”, Enzo Catania, scrisse un libro edito da Marsilio, in cui all’argomento dedicò un lungo capitolo; e ne parlò in una conferenza ad “Antennatrè Lombardia, per la quale “Il Giorno” confezionava il telegiornale, diretto da Aldo Catalani. “Certo è una professione interessante. Quasi quasi, se riesco ad entrare in un quotidiano chiedo di essere assegnato alla ‘nera’. Che ne dici”. “Saresti il benvenuto, tra i cacciatori”.
Caricatura del Prefetto F. Colucci
Perché tale è un cronista che si rispetti. Con una differenza: il cacciatore punta contro gli uccelli per metterli in padella; il cronista, dopo averla vagheggiata, cercata, corteggiata, snidata, dà vita nuova alla notizia. Che va irrorata e mai mollata, come il cane non molla l’osso, diceva Gaetano Afeltra, direttore del “Giorno”. Il cronista deve galoppare, mangiando panini e polvere; osservare, rilevando ogni dettaglio; origliare, interpretare, interpellare investigatori affidabili, ascoltare testimoni; spigolare tra gli amici, i conoscenti della vittima, gli abitanti della zona teatro della tragedia; e se al mosaico manca qualche tessera la serietà, mai colmare il vuoto con la fantasia. Una riprova l’ha fornita nei giorni scorsi Gianpaolo Annese con lo “scoop” che ha avuto in tutta Italia la sua cassarmonica. Io a volte ho avuto dalla mia parte anche la fortuna. Come la notte in cui vidi due tipi far fuoco contro le finestre di una televisione privata. Il fotografo che era con me scattò le foto e il giorno dopo il capocronista, che allora era Enzo Macrì, lunga esperienza a “L’Europeo”, vedendole, mi chiese: “Ma tu la notte dormi o vai a spasso?”. Gli risposi che soffrivo d’insonnia. E a chi attribuire, se non alla fortuna, la notizia che ricevetti al giornale la vigilia di Natale dell’85? A mezzanotte lo squillo del telefono mi fermò sulla porta, tornai indietro e ascoltai la confessione di un lettore dell’hinterland, che, diceva, durante la guerra aveva ucciso due tedeschi. “Sta venendo al mondo il Bambinello e desidero che ai parenti vengano restituiti i corpi”. Feci di tutto per convincerlo ad incontrarmi. Non potevo fidarmi della voce di un anonimo.
Ugo Ronfani
Gli dissi che io ero come un prete e che mai avrei fatto il suo nome. Lo ripetetti almeno dieci volte. Il giorno dopo ero in casa sua. Mi indicò il luogo della sepoltura, il paese, Reggiolo (Reggio Emilia), le circostanze del fatto. Scrissi il pezzo; quasi una pagina. Il magistrato ordinò di scavare e il racconto venne confermato. Il direttore, che allora era il mitico Guglielmo Zucconi, m’incaricò di andare sul posto, vicino a Brescello, il paese dei film di Peppone e don Camillo. Al ritorno incrociai nel corridoio del secondo piano Guido Gerosa e Ugo Ronfani, due pilastri del “Giorno”, penne aristocratiche, cultura sconfinata, entrambi vicedirettori, che si complimentarono con me. Zucconi mi scrisse una lettera, che conservo. I ricordi sono come le ciliegie. Soprattutto quando qualcuno li stimola. Una notte dei primi anni ’80 io per “Il Giorno” e Vittorio Feltri per “Il Corriere della Sera” seguimmo la polizia in una decina di controlli in locali notturni alla moda. Alle due del mattino mi si avvicinò una specie di mastino imbottito d’alcol, accusandomi di aver sorriso alla sua donna: una modella dalla bellezza sfolgorante. Negai con garbo. E lui mi battè una mano sulla spalla, invitandomi a una bevuta. Addolcii il rifiuto, tirando in ballo l’ulcera e mi lasciò in pace. Era uno dei duri della mala. Ne conoscevo il nome e il “curriculum”. Mi capita ancora di essere interpellato per fatti di cronaca del passato. Tre anni fa fui invitato anche alla trasmissione su Rai2 di Magalli in occasione dell’uscita di un libro su un “manager” della malandra ucciso anni fa barbaramente. Oggi scrivo di quei fatti solo su questo giornale. Il giovane che mi aveva tanto interrogato? Fa il giornalista; ed è di stoffa buona. Ma non si occupa di “nera”, almeno per ora. Ci siamo visti ancora e gli ho ricordato le parole di Zucconi, successore di Afeltra nell’80: “Tre ‘esse’ fanno vendere i giornali: sangue, soldi, salute”.

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