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mercoledì 19 ottobre 2016

Il ceramista Giuseppe Rossicone a Milano dal ’53



NELLA SUA BOTTEGA DI VIA CHIOSSETTO

SI SONO ALTERNATI I MAGGIORI ARTISTI


Ha allestito mostre in tante città in Italia e all’estero

ottenendo riconoscimenti ovunque.

 

 

 

Le sue opere a quattro mani,

tra cui i totem e il paesaggi di

Kodra

e i nudi di Cantatore, sono

molto apprezzati dai critici e

dai collezionisti.

 

 

 Un percorso lungo e luminoso.













Franco Presicci

Nel dialetto milanese antico “ciussett” indica una contrada brutta, stretta e storta. Ma la via che da quella voce prende il nome è, sì, stretta, ma non brutta e nemmeno sbilenca. E, se non fosse percorsa dalle auto che dalla Visconti di Modrone corrono verso il Palazzo di Giustizia, sarebbe anche tranquilla e silenziosa.
Giuseppe Rossicone e Arnaldo Pomodoro.
Anche per questo forse, nel ’53, appena approdato a Milano, Giuseppe Rossicone la scelse per la sua bottega, che dal 2011, sindaco Letizia Moratti, è stata inserita fra quelle storiche. Si trova in una sorta di scantinato, con ampie finestre e scaffali che reggono a stento il peso di multipli, prove d’autore, sculture, molti frutto di un’intensa attività svolta a più mani in questa fucina, in cui si sono alternati i più grandi esponenti dell’arte contemporanea: fra gli altri, Michele Cascella e Bruno Cassinari; Floriano Bodini e Virgilio Guidi, Arnaldo Pomodoro, Hsiao-chin, Gianni Dova, Morishita Keizo, Trento Longaretti, Umberto Mastroianni, Franco Gentilini, Salvatore Fiume, Remo Brindisi, il pittore che nel ’70 a Lido di Spina fondò il “Museo Alternativo”, con una raccolta di capolavori del Novecento.

Rossicone al lavoro.
Nel seminterrato bisogna muoversi con cautela, perché i vari pezzi sono collocati anche sulle sedie, sul divano, su un paio di panche, persino sul pavimento soprattutto quelle nate dalla fantasia di Rossicone: lampade-forme, faraglioni in azzurro ferrigno (così definito proprio da Brindisi), il colore “che fa parte di me - confida l’autore - che mi aiuta a comunicare le mie emozioni”; il colore dei suoi sogni da quando, ragazzo, a scuola saltava gli intervalli per seguire l’estro.                                         Persona generosa, serena, ospitale, nota non soltanto nell’ambito nazionale, l’artista vanta un percorso di tutto rispetto. Nato a Scanno, in Abruzzo, nel febbraio del ’33, nel ’60 vinse due volte consecutive il premio per la ceramica di Gualdo Tadino. Al pubblico lombardo si presentò nel ’61 con una personale alla Villa Reale di Monza, ottenendo un notevole riconoscimento critico. Da allora giornali e riviste gli riservano ampio spazio, mentre lui continua a fare esposizioni molto apprezzate in gallerie e sedi culturali; e a ricevere premi prestigiosi.
Giuseppe Rossicone in una sua mostra.
Lo conobbi nel anni ’70, quando Paolo Cavallina, giornalista popolare per la sua trasmissione radiofonica “Chiamate Roma 31-31”, nominato direttore del quotidiano “Il Mezzogiorno”, mi telefonò per chiedermi di scrivere sugli abruzzesi che operavano nella città del Porta. Giuliano Adonai, un bravissimo pittore veneto che aveva sostituito Alessandro Cutolo sulla pancia della rivista “Historia” della Del Duca, mi parlò di Rossicone con tale entusiasmo da indurmi a fargli visita. Lo sorpresi al tornio a pedale a modellare un vaso, e si scusò di non potermi stringere la mano inzaccherata d’argilla. “Ti prego di avere pazienza: non posso lasciare il lavoro a metà”. Avevo tempo, e osservavo piatti di Terruso, Schifano, Gonzaga…, appena usciti dal forno e allineati su un ampio tavolo addossato alla parete. “Arte antica, quella della ceramica. Le origini di questa lavorazione si fanno risalire al 6.500 avanti Cristo…”, diceva Rossicone, tenendo sempre lo sguardo fisso al recipiente che si lasciava plasmare dalle sue mani abili e sottili come quelle di un pianista. “In Asia Minore in tempi lontanissimi i manufatti venivano cotti in fuochi coperti di terra e letame…”. Parlava sottovoce, calibrando le parole.
Rossicone al tornio.
Al termine della “pedalata”, mi mostrò alcune sue sculture, una a forma di mantice di fisarmonica, un’altra ritmata da segni e solchi, con i bordi frastagliati, pronti per la cottura, un’altra ancora con un volto di donna schizzato sulla superficie. Immaginai che l’autore traesse suggerimenti dalle pietre dei muri a secco che, a guardarci bene, hanno fattezze umane o animali. E’ rimasto infatti fortemente legato al suo paese e a quelle sagome, che sono monumenti naturali. Deve essere una gioia per lui manipolare l’argilla, così docile “all’intenzion dell’arte”, accarezzarla, lisciarla. L’ho visto impegnato, Rossicone, non solo il primo giorno; e l’ho ammirato mentre dalla terra ricavava la foggia e sulla stessa faceva poi vibrare il colore. Ci mette l’anima, nella sua fatica. Ancora oggi, che ha superato gli ottanta, conservando la sua serenità, il suo ottimismo.
Provo sempre commozione quando varco la soglia della sua bottega. Anche perché ogni volta in questo opificio rivedo i grandi artisti con i quali Rossicone ha collaborato: oltre a quelli già citati, Ernesto Treccani, sostenuto e severo (ricordo il suo volume “Arte per amore” e i suoi ritratti di mondine); Ibrahim Kodra, socievole, spassoso e nottambulo; Filippo Alto, il vichingo sereno, arguto e spiritoso che dipinse con ardore la sua Puglia e la sua città (Bari), e non solo; Domenico Purificato, gentile e disponibile, che intervistai a Brera, accompagnandolo poi fino alla sua abitazione in via San Marco… Oggi non ci sono più.

Scultura di Rossicone.
Ma io scrivo ancora di Attilio Alfieri, generoso, polemico, scorbutico, che aveva lo studio in via Pantano, a due passi dalla Torre Velasca. Non dimentico le sue impennate di fronte alle piastre ispirategli dai vizi capitali, dove il rosso non era vivo come quello dei meloni ammonticchiati sui carretti del suo paese: Loreto. Per colpa del suo carattere per un lungo periodo Attilio si era inimicato i critici, che però non potevano fare a meno di celebrare la sua pittura. Stempiato, sguardo penetrante, basso, la pipa quasi sempre spenta tra le labbra, ritraeva nature morte, volti di donna... Arrivato a Milano nel ’25, già negli anni 30 si distingueva per i suoi bozzetti per i manifesti della Fiera campionaria. Per lui Giuseppe Rossicone era (e lo è per tantissimi altri) un ceramista incomparabile. Per Carlo Franza, critico attento e intransigente, solo “Rossicone poteva dare vita a un laboratorio, o meglio ad un’officina della ceramica a Milano…fin dagli anni storici del dopoguerra, ovvero negli anni in cui Milano era tutta un fermento, quella Milano della Grande Brera, come la significò Franco Russoli, che per tutti gli artisti d’Italia e del mondo diventava un mito da vivere intensamente. Da quegli anni storici Rossicone ha dato vita a un centro singolarissimo…che si pone come uno dei punti-chiave della ceramica artistica contemporanea”.
Treccani e Rossicone in via Chiossetto.
Rossicone non si lascia incantare dagli elogi. Ha il culto del lavoro, la passione per la ceramica, arte in cui, ribadisco, eccelle. Non l’ho mai visto esaltarsi davanti a una sua scultura. Dirotta l’attenzione sui totem di Kodra, sulle Venezie e sulle pastorali di Brindisi, su un nudo di Domenico Cantatore, pugliese di Ruvo di Puglia, che sono tra le opere a quattro mani esposte in personali e collettive, e che fanno della fucina di via Chiossetto una ricca galleria, che comprende multipli di Mario Botta, il grande architetto elvetico; di Franz Borghese; di Sandro Chia..., che per il critico Domenico Cara sono “testimonianze sicure, luminose” elaborate da Giuseppe Rossicone, definito incomparabile ceramista, su modelli creativi dei maestri indicati.
Una  storia lunga e onorevole, dunque, quella dell’esimio abruzzese, che ha saputo sposare la pittura con la ceramica: un binomio, un connubio, una dialettica felici. Un esempio, un valore, come ripeteva un altro indimenticabile abruzzese: Fulvio Nardis, restauratore di Palazzo Clerici, a Milano. Grande Nardis, amante del pesce al cartoccio, che gustava sempre nello stesso ristorante di Foro Bonaparte, e sempre in compagnia degli amici. Acquistò un castello a Ocre, sognando di potervi ospitare un concerto di Massimo Bogianckino del Teatro alla Scala, già direttore artistico a Santa Cecilia e al Festival di Spoleto. Non fece in tempo.

mercoledì 12 ottobre 2016

Dall’Everglades alle Isole Vergini




UNA PASSEGGIATA SUL MARE

VERSO UN MONDO FAVOLOSO

 


Giorni, indimenticabili con un’intervista a un capo indiano, soste su spiagge dorate e visite a giardini gonfi di fiori.

La casa di Al Capone e notti in una stanza del superbo, grandissimo Hotel Fontainebleau di Miami













Franco Presicci


Capo Osceola.
La prima volta che quel gentiluomo del direttore, Lino Rizzi, mi annunciò di volermi mandare negli Stati Uniti una brutta influenza pose drasticamente il veto. Quando tornò sull’argomento, presi la palla al volo, nonostante lo zampino del demonio, che, mentre scendevo dal tram numero 9 alla fermata di fronte all’Associazione lombarda dei giornalisti di via Montesanto, mi fece scivolare, procurandomi un dolore all’osso sacro. Ai primi di novembre del 1986 quindi la macchina del giornale guidata dall’autista Giovanni Musazzi mi portò alla Malpensa, dove incontrai Lorenzo Zulli, persona garbata, disponibile, orgogliosa dei suoi baffetti neri, rappresentante per la Liguria della Twa, la compagnia che ci avrebbe fatto navigare. Sorseggiando un caffè al bar, conversammo sul viaggio; e al momento di salire a bordo ci demmo appuntamento all’arrivo. Seduto vicino all’oblò, guardai nuvole bianche attraversare il cielo, sfogliai una rivista acquistata all’aeroporto, lessi pagine di un libro su Tommaso Fiore. A New York traslocammo su un altro aereo, diretto a Miami, dove, in attesa del bagaglio, mi trovai di fianco a Renato Rascel, che teneva per mano un bambino. Con Lorenzo e due operatrici turistiche, una più graziosa dell’altra, in taxi raggiungemmo l’Hotel Fontainebleau, grandissimo, superbo, 5 piscine all’aperto, 2 discoteche, 9 ristoranti, palestre, negozi..., nostro piacevole soggiorno per una trentina di ore prima d’imbarcarci su una nave della Costa. C’era tempo per un giro nei dintorni; e appena fuori del colosso fui attratto da una Limousine con i vetri oscurati. Mi fermai ad osservarla e all’improvviso si materializzò un bottiglione, che, senza rivolgermi la parola, spalancò le portiere, ostentando l’interno del salotto mobile.
Interno di un chickee.

A cena Lorenzo mi presentò Rocco, un uomo robusto, stempiato, capigliatura alla Einstein e barba alla Cavour, che, prossimo alla soglia dei quaranta, "ha deciso di cambiare mestiere preferendo accompagnare i forestieri, con un pullmino, a visitare la città, mostrando loro, tra l'altro, la villa di Al Capone, che è sempre chiusa, eserciti di alberi con rami che agguantano il terreno e vi si allungano...".
Lorenzo fu interrotto dall'amico, che si rivolse a me:  “Tu sei stato inviato a Miami dal tuo giornale ed io voglio farti arricchire l'articolo che scriverai. Voglio farlo non solo perchè mi sei simpatico. Se mi parli di Milano, dove ho soggiornato un paio d'anni prima di trasferirmi qui; se mi fai sognare ricordandomi i navigli, gli splendidi cortili, il Duomo, la Scala, il carnevale ambrosiano, ti porto gratuitamente da Sonny Bill, il nuovo "tribal chairman", presidente, della tribù dei Miccosuchee...", discendenti dal leggendario Osceola, "sachem", capo elettivo, dei Seminole.
Intervista di Presicci(2°da sx)

Il giorno successivo eccomi, con Zulli e le due fanciulle, tra i “chickees” (capanne tradizionali aperte ai lati e con il tetto intessuto con rami e foglie di palma), nell’”Indian village of Miccosukee tribe”, a pochi passi dall’autostrada “Tamiami Trall”, su un margine della sconfinata palude del sud della Florida: l’Everglades. Sonny, alto, massiccio, quattro figli sposati, ci accolse con grande cortesia, pronto a soddisfare ogni mia domanda. Parlò con tono sommesso, poco di sé e molto della vita quotidiana e della storia della sua gente; si proclamò uomo di pace, pur essendo determinato, soprattutto quando emergeva l’esigenza di salvaguardare i diritti della comunità. Non avrebbe voluto essere nessuno dei grandi capi del passato: nè Geronimo né Toro Seduto. Stimava Osceola, che fu un “sachem” coraggioso, anche se impulsivo, vendicativo, feroce; morto in prigione dopo aver condotto battaglie memorabili. “Fu tirato per i capelli: viveva tranquillo nella sua terra, quando una notte un gruppo di soldati di Fort King irruppero nel villaggio distruggendolo. Tra i prigionieri c’era anche Rugiada del mattino, la moglie di Osceola”, nato nel 1804 a Tallahasses. Poi Sonny mi disse che lì attorno erano accampati altri mille indiani, che vivevano, anche loro, con gli spettacoli degli alligatori e con l'artigianato.
Da sx: Un indiano, Rocco, Sonny Bill e Presicci.
L’intervista fu lunga. Feci anche domande sulla condizione della donna, e Sonny mi rispose che uno dei suoi compiti era di garantire a tutti uguali diritti e uguale dignità, indipendentemente dal sesso. E sorrise divertito alla mia impertinenza: “Sonny Bill è un bell’uomo; gli succede di essere corteggiato?”. Macchè, la donna era per lui un’espressione di bellezza e madre. “E poi io non sono un ‘play boy’”. Aveva oppositori? “Quelli che hanno ambizioni di carriera si comportano come gli italiani”. Le sue giornate? “Le passo leggendo, guardando la tivù, occupandomi dei problemi collettivi”. Al termine ci fece visitare i “chickees”, gli alligatori assopiti in un recinto e la sala in cui erano esposti gli oggetti prodotti dalle signore: bambole, monili…. Rientrammo a Miami, attesi per la gita a bordo di un hovercraft su un tratto dell’Everglades, tra boschi di mangrovie, 14 tipi di orchidee, enormi ciuffi di erba tagliente come coltelli, alligatori e 25 specie di serpenti, di cui 5 o 6 velenose…Mancavano poche ore all’inizio della crociera, che avrei poi raccontato sul Giorno”.

PARCHI NAZIONALI AMERICANI DELLA FLORIDA MENO NOTI   

               Everglades

La casa galleggiante, la “Costa Riviera”, lunga 14 metri, 31.500 tonnellate di stazza lorda, 21 nodi di velocità, bella, elegante, maestosa, era all’ancora. Imboccai il barcarizzo con gioia, come quando andavo sulla Raffaello e sulla Michelangelo. Tra i viaggiatori, messicani, americani, italiani… , alti, corti, sdogati, allegri, musoni, roccaforti, che non tardai ad espugnare, con l’aiuto di Lorenzo, padrone dell’inglese, raccogliendo un gran numero di storie. Uno mi confidò che aveva preso il largo spesso. “Quando ero giovane lavoravo due anni e il terzo m’imbarcavo”. Un altro, un po’ brillo, era ossessionato dalla sua parlata: “Papà era calavrese di Reggio e mammà di Tropea. Io so’ ‘nu poche ciucce e no canosche bbène l’americane, perciò me sfottono. Jè ggiuste?”. “No, non lo è. Tu sembri il fratello gemello di Bob Hope e ti muovi come Jerry Lewis“, lo adulò un altro dalla faccia affilata e birichina. “Ho sognato questo viaggio e voglio godermelo”, sbottò una simpaticissima, effervescente sessantenne che avevo invitato a ballare sottraendola alla penombra del salone. La sera in cui prese il microfono un cantante nero, Leroy Schultz, e invitò il pubblico a ritmare i brani che lui cantava, lei fu tra le più scatenate.

Sull'overcraft si parte.
La vita a bordo sospende le ansie quotidiane, e la Costa Riviera non faceva eccezione. Non se ne potevano certo avere a St Thomas, nelle Isole Vergini, che offriva visite al “Coral World e alle sue affascinanti visioni sottomarine; al supermercato del tabacco; ai lussuosi negozi, tra cui quello di Laura Biagiotti. Con un bel gruppo di turisti salimmo su un traghetto mezzo sgangherato che ansimava verso Saint John, splendida, silenziosa, profumata per i giardini gonfi di fiori.
Fachiro a Saint Croix
Di nuovo a bordo, dove già tintinnavano i bicchieri per il cocktail del comandante. Poi cena, e via per il casinò “Monte Carlo”; o per la “Sala Riviere”, dove la “disco music” si alternava a tanghi e valzer; o per la sala-feste “La Scala”, riservata a spettacoli di cabaret. La regina del mare slittava verso Saint Croix, la più grande delle Isole Vergini, scoperta da Cristoforo Colombo nel 1493. Vi assistemmo alle esibizioni di una pertica di colore che camminava sui carboni accesi e su frammenti di vetro, mentre un grosso “nautilus” che avevo trovato sulla riva passava in altre mani per un attimo di distrazione. A Nassau, la maggiore delle Bahama, a nord di Cuba, spiaggia costellata di noci di cocco come palle di “rugby”. Pregai un indigeno, fotocopia di Gungadin, di farsi fotografare, pretese di essere compensato e dopo il “clic” mi voltò sdegnosamente le spalle. Ancora a bordo. Sul ponte-sole ammiravo “miss Messico”, discendente di Juan Ponce de Leòn, primo a mettere piede in Florida, nel marzo del 1513; e il mare liscio come una tavola piallata. Lorenzo, disteso su una sdraio, confessava di essere triste perché la parentesi si stava chiudendo. Io pensavo all’attacco dell’articolo; e al direttore, che mi aveva chiesto di andare ad Orlando e avrebbe appreso del mio colloquio con Sonny Bill.

mercoledì 5 ottobre 2016

La storia di Giovanni e dei suoi animali




UN POLLAIO CON GALLI TENORI

E GAIE POLLASTRE BALLERINE


Era un paese in miniatura con consiglio

comunale e primattori omerici. Una notte

fu svuotato dai ladri. Gli episodi del cane

che portò in commissariato il portafoglio

trovato nel Parco di Trenno e degli uccelli

del pittore surrealista Osvaldo Menegazzi.

 

 
George Orwell.


          



          La fattoria degli animali (Animal Farm)
          è un romanzo satirico del 1945, scritto da George Orwell.
          In italiano è stato pubblicato per la prima volta nel 1947.










Franco Presicci

“A quelle creature ero attaccato come un’ostrica allo scoglio. Facevano quasi parte della mia famiglia. Adesso che se le sono portate via mi sento mutilato. Avevo assegnato a ognuno un ruolo e nomi importanti.
Il gatto
Erano belle e vivevano in armonia. Ecuba era cerimoniosa: quando mi vedeva arrivare mi girava attorno; Milva era gaia e affettuosa... E’ finita”…Piangeva, Giovanni, elencando i suoi pupilli. Ettore, cresta fiera, piumaggio policromo, bargigli color porpora, non si atteggiava a re del pollaio, e si accostava senza alterigia al genere femminile, che lo ammirava soprattutto quando faceva salti anche di due metri, non per esibizionismo, ma per sgranchirsi le zampe; e non era bellicoso con i suoi omogenei, che in quanto all’aspetto e alle qualità atletiche avevano molto da invidiargli. Achille, il coniglio, non era un emulo di Mennea o di Alberto Cova; e se ne stava spesso in un angolo a sonnecchiare, come l’onnipresente personaggio del presepe. Non parliamo poi di Elena, un tantino civettuola, ma creanzata e ligia al dovere di scodellare il suo uovo quotidiano.
Pollaio
Da quel giorno sono trascorsi circa 40 anni, ma la mia memoria lo conserva limpido anche nei dettagli. La mattina, verso le 10, appena messo piede nel suo lenzuolo di terra, Giovanni notò fuori del cancello tracce di pneumatici e nell’orto penne sparse tra l’insalata e i cetrioli. Capì subito che, durante la notte, i ladri, sicuramente a bordo di un furgoncino, avevano spopolato il pollaio. Rischiò l’infarto. “Potrà rifarsi”, gli sussurrai per confortarlo; e lui alzò il capo, mostrando i suoi occhi lucidi: “Sono insostituibili, per me. Quando morì Agamennone fu una giornata di lutto… Non ho mai ucciso uno dei miei amici per metterlo in tavola. Non li crescevo per mangiarli”.Un vicino, accorso alla notizia, mi ribadì che quasi tutti quegli animali avevano un incarico: uno sindaco, altri assessori, altri ancora consiglieri… Ettore no: era il tenore. Andromaca, per il suo modo di camminare da cutrettola, “la ballerina”. Claudio Villa e Luciano Pavarotti, pur non possedendo le doti del “reuccio della canzone” e dell’ambasciatore nel mondo del belcanto all’italiana, erano stati così battezzati per capriccio. “Non credere che Giovanni sia fuori di testa; anzi è assennato e acuto… Ha letto ‘l’Iliade’, segue il festival di Sanremo e ascolta la musica operistica”.
Il diamantino nutre la prole
Giovanni mi aveva chiamato, disperato, al “Giorno”. E io, che mi occupavo di altro, chissà perché, pensai che fosse il caso di rispondere all’appello anche se si trattava di un semplice furto di pollame. L’orto era tenuto ben curato e testimoniava la passione del titolare, “che – mi informarono persone che lo conoscevano - passa parecchie ore in questo suo paese in miniatura, tra le piante che coltiva con gioia… e il suo piccolo popolo che gli è stato sottratto”.
Orto al parco nord di Milano
Tornato in redazione, allora in un palazzone dell’Eni in via Angelo Fava, a Greco, 30 metri dai binari della ferrovia diretti alla stazione Centrale, stesi l’articolo. Nel pomeriggio andai a Legnano, ad Antennatrè Lombardia, televisione, allora diretta da Enzo Tortora, per la quale confezionavamo il telegiornale. Mi feci seguire da Giovanni per fargli raccontare la spoliazione subita; e lo fece e con toni pacati, ma con dolore evidente, tanto che commosse tutti gli operatori dello studio. La stessa sera ricevetti la telefonata di un signore, disposto a donare 30 pulcini anche l’indomani. Per scrupolo, informai Giovanni, pur immaginando la reazione: “Grazie, grazie davvero, dal profondo del cuore, ma non me la sento di rimpiazzare i miei beniamini. Non me ne voglia, ringrazi per me”. Non l’ho più sentito. Ma ho pensato a lui e al suo amore grande per gli animali. Avrei voluto conoscere Ettore e Agamennone; il sindaco e tutti gli altri. Ma per loro erano già pronti pentole e fornelli.
Osvaldo Menegazzi
Anche Federico C. ama gli animali, soprattutto gli uccelli. Ha avuto anche un paio di canarini olandesi che erano una meraviglia e in gabbia davano spettacolo. Due diamantini volavano nel soggiorno, planavano sul divano, sulla sua spalla, gli beccavano le orecchie, per simpatia; e quando concludevano il numero rientravano nella gabbia, lasciata era sempre aperta.
Il pittore Osvaldo Menegazzi, che nei suoi quadri fa navigare conchiglie nello spazio, ed è anche autore di tarocchi che hanno avuto l’onore di molte pagine nell’enciclopedia del Kaplan, esperto internazionale del settore, viene frequentemente visitato da una decina di passerotti, nel suo negozio di via General Fara a Milano, quasi sotto l’edificio del Comune, nei pressi del punto in cui sorgeva la vecchia sede de “La Gazzetta dello Sport”, da tempo demolita. In occasione di un’intervista per “Il Giorno” mi spiegò che l’andirivieni era cominciato un paio di mesi prima, con una bestiolina impertinente. “Entrò, si guardò intorno, saltò su una pila di mazzi di carte, su un cassettone, sul soppalco, e indugiò sulla lampada Liberty, fissandomi come per chiedermi un favore. Riempii un portacenere di briciole di pane e quella si servì voracemente”.
Orto al parco nord 3
Fin qui niente da obiettare. Fu il seguito a lasciarmi perplesso. “Il giorno dopo – era un martedì - furono in due ad entrare cipcipiando: l’altro era il ‘partner’ del primo, che ricomparve con il fratello, poi con il cognato e con i cugini… E capita che qualcuno di loro rimanga dentro quando spengo le luci e abbasso la serranda dell’esercizio”, a suo tempo praticato dall’attore Arnoldo Foà. “Lo sorprendo sul mio tavolo di lavoro o su uno scaffale: fa colazione e scompare. Divertente; non trovi?”. “Sì, ma come hai fatto a stabilire i loro gradi di parentela?”. “Questione d’intuito”, e sparò una risata. La storia mi affascinò, tanto che le ho dedicato una delle mie filastrocche.
Anche perché l’ho sentito io parlare a un pennuto: “Non è ora di pranzo, e poi, vedi?, sono impegnato: devo soddisfare la curiosità di quel giornalista. Ripassa più tardi, ti prego”.
A Piero S. (che cosa ci posso fare se non vuole essere individuato?) regalarono un pappagallino, “Chiacchierone”, presentandolo come maschio. Era socievole, gli faceva festa quando lui riempiva il beccatoio o cambiava l’acqua nel beverino, non stava mai zitto. Dopo un mesetto, sorpresa: un uovo nel bagnetto; poi un altro. Per evitare al volatile la fatica della cova, inutile dato che era scompagnato, Piero li rimosse, avendo l’imprudenza di non farlo al buio per non farsi scoprire; e da quel momento non potè più infilare la mano nella gabbia: il ciarliero attaccava infuriato, sbatteva le ali e utilizzava il becco come arma. Il padrone era diventato un nemico; e dovette privarsi di quella bellezza.
Il coniglio
Piero ama gli uccelli ed è contro le schioppettate. Apprezza chi ha rispetto per le quattro zampe che circolano in casa. Come il nostro grande collega Tanino Gadda, che nella sua rubrica specializzata sul “Giorno” intitolata “Cani e gatti” dava suggerimenti e idee. La signora Virginia Craja, ultrasettantenne deliziosa, aveva un canile a pochi chilometri da Milano: duecento ospiti che non poteva più assistere, anche perché le avevano notificato lo sfratto. Cercò aiuto; per raccogliere un po’ di soldi si propose alla Fiera dei Sogni, il programma di Mike Bongiorno. Scrissi anche di lei e di quello splendido uccello che atterrò sul bordo di un laghetto, ai margini della metropoli, il giorno in cui partecipavo come cronista all’apertura della caccia. Un altro illustre collega e amico, Nino Gorio, autentico intenditore di flora e di fauna, oltre che appassionato di storia degli indiani, mi svelò il nome di quel miracolo (che al momento mi sfugge), aggiungendo che scende soltanto dove scorre acqua pulita. Gli animali sono straordinari. Un “cocker spaniel”, su una panchina del Parco di Trenno, nel giugno del ’78, trovò un portafoglio; lo strinse fra i denti, lo portò al commissariato San Siro, in fondo a via Novara, nei pressi dello stadio, e lo depose sulla scrivania dell’ufficio-denunce, come aveva visto fare mesi prima al suo padrone. Il poliziotto rimase esterrefatto. “Sogno o son desto”? Mi chiamò per riferirmi la scena, ma con il timore che lo prendessi in giro. Ma io conosco le capacità e la sensibilità di un Fido.

mercoledì 28 settembre 2016

“Qui New York, vi parla Ruggero Orlando”


 

 

 

FU IL PRIMO CORRISPONDENTE RAI

DALLA GRANDE CITTA’ AMERICANA



Tra le sue telecronache più famose quelle dello sbarco di Armstrong sulla Luna e del "black out” del ’65 negli Usa e in Canada.

Lo intervistammo alla fine del settembre ‘73 poco dopo la sua nomina a direttore del battagliero settimanale “ABC”, fondato da Gaetano Baldacci, già padre de “Il Giorno”.





 


Franco Presicci



La Grande Mela dall'alto.
“Qui New York, vi parla Ruggero Orlando”. Molti forse lo hanno dimenticato, quel giornalista che apriva e concludeva i suoi servizi sul teleschermo sventolando la mano destra a mo’ di saluto. Comunicava come se si trovasse in un salotto con vecchi amici, ed era molto famoso e stimatissimo. Raccontò lo sbarco sulla Luna, e la notte di quell’evento, 20 luglio 1969, acquartierato nel centro spaziale americano, a Houston, in Texas, ebbe un battibecco con Tito Stagno, che era nello studio di Roma, sull’ora precisa in cui Neil Armstrong aveva messo piede sul satellite.
Ruggero Orlando era nato il 5 luglio del 1907 a Verona, con origini siciliane (Caronia, nel Messinese). Laureato in matematica, alle espressioni algebriche preferì la carriera giornalistica, iniziandola a Londra come corrispondente dell’Eiar (poi Rai). Scoppiato il secondo conflitto mondiale, fu la voce di Radio Italia, più conosciuta come Radio Londra. Passò poi a New York, dove lavorò dal ’54 al ’70. Tra le sue telecronache più note, anche quella sul “black out” del ’65 negli Stati Uniti e in Canada. Quando andò in pensione, assunse la direzione di “ABC”, settimanale molto battagliero fondato a Milano nel giugno del ‘60 da Gaetano Baldacci (già padre de “Il Giorno”, quotidiano rivoluzionario nella grafica, nella lunghezza degli articoli, nel numero delle colonne, nella prima pagina-vetrina…).
Strada di New York.
Alla fine del settembre ’73, andai a intervistare Orlando nel suo ufficio, dal quale si poteva vedere il Duomo, in quel periodo tutto incamiciato. Me lo trovai sulla porta e lo seguii nella sua stanza, spoglia, un divano, una specie di cassettone, un quadro appeso alla parete, la scrivania con pile di carte e di libri. Mi indicò una sedia e mi presentò la moglie, una signora gentilissima e discreta. Il giornalista indossava un abito scuro e una cravatta bordò, che mi dettero l’impressione di essere stati presi dall’armadio distrattamente. Sapevo che non era tipo da dare importanza all’abito e alla carica. Convenevoli? Macchè. Solo qualche sorriso veloce. Ascoltò senza interrompere i miei commenti non sempre positivi sul settimanale che si era battuto tra l’altro contro il canone Rai; sullo stile delle pagine curato dal pittore Sino Musso, ispirato dai quotidiani inglesi; sui vecchi collaboratori, tra cui Luciano Bianciardi e Giancarlo Fusco, giornalista esimio e scrittore, autore di “Le rose del ventennio”, “Quando l’Italia tollerava”…; e gli umoristi, tra i migliori in campo internazionale, come Jiulien Feiffer e Jan Jacques Sempè.
Altra veduta di New York.
Ero curioso di sapere com’era Ruggero Orlando al di qua dello schermo. Glielo dissi, e lui, serio: “Adesso non sono più sullo schermo: sono pensionato. Nella mia esperienza televisiva passata spero di essere stato sullo schermo più o meno com’ero al di là dello schermo”. Si accarezzò i capelli che gli scendevano sulla nuca, poi la fronte, e afferrò la prima domanda. Su Nixon. Rispose che era un uomo impopolare. Accennò alla guerra in Vietnam, “fondamentalmente sbagliata; esplosa per la fede illusoria e balorda che gli Stati Uniti avessero il compito di fare da sentinella del contenimento del comunismo nel mondo. Idea contro la quale i maggiori esperti di Asia avevano protestato, sia nel campo diplomatico sia fra gli stessi militari”. Era succoso, fluido, schietto, tagliente.
Un aereo sorvola due grattacieli.
Come nei primi tempi in cui cominciava a far la spola tra un giornale e l’altro e gli succedeva di dover dirottare verso la questura di piazza del Collegio Romano a Verona per essere ammonito su ordine del Fascio, “con grande preoccupazione di mia madre”. Non era un conformista; non aveva paura di manifestare le proprie opinioni. Ancora su Nixon: “Ha seguito un po’ la scia dell’ostpolitik di Willy Brandt, è capitato bene, la politica estera sua e di Kissinger ha dato un contributo alla pace. Ma Nixon, come persona, è un tipo chiuso in sé, incapace di contatti caldi, risente le critiche come un fatto personale”.
Domanda: “Alcuni sostengono che gli italiani siano alla ricerca della propria identità. Lei ritiene che noi abbiamo tutto da imparare dagli altri e niente da insegnare?”. “Diceva Oscar Wilde che poche cose vale la pena imparare, e sono quelle che non si possono insegnare. Gli inglesi hanno avuto lungamente una struttura unitaria nazionale, hanno imparato forse come nessun altro grande popolo l’arte della convivenza civile attraverso un’esperienza di libertà reale nell’ultimo secolo e di libertà relativa anche nei secoli precedenti. Benchè avessero avuto anche loro forme feudali abbastanza strette anche se un po’ più labili di quanto non fossero nell’Europa continentale. Gli inglesi sono perciò consapevoli della loro identità britannica. Hanno l’enorme tragedia di non essersi mai identificati con gli irlandesi e lì ha prevalso il contrasto di religione tra l’Inghilterra protestante e l’Irlanda cattolica”. E gli americani? “Per loro è diverso. Gli Stati Uniti sono stati creati da ondate successive di emigrazione, appunto per questa fluidità hanno la legge sui diritti per cui si sentono cittadini americani pur nelle loro infinite differenze.
Lella Cito * di Martina in un angolo di New York.
In Italia quello che dovremmo imparare dagli inglesi e dagli americani, che pure sono strutturalmente dissimili, è quello che si chiama civismo. Un esempio, diciamo, spicciolo? L’aggressività al volante. E’ una sorta d’inferiorità che si sfoga. Siamo stati una nazione per molto tempo divisa tra Nord e Sud, troppo sbilancio di storia, economia, etnico. Abbiamo avuto il ventennio fascista, che ha ritardato l’industrializzazione a causa dell’autarchia e ha interrotto la faticosa educazione civica e unitaria che l’Italia unita aveva iniziato…Un altro difetto? Gli italiani non sopportano le file: tentano sempre d’infilarsi nel posto dell’altro”. Uscì subito da quel terreno per dire che in quel momento, oltre a una crisi economica, ci affliggeva una crisi psicologica “che io, parlando all’estero, ho attribuito al grande ritardo che c’è stato nel formare l’Europa”.
Grattacieli
“Ne hai avute di soddisfazioni nella tua carriera”. “Davvero tante”. “E tante sono state le personalità da te intervistate”. “Ricordo Cassius Clay, che quando non ti insulta e non minaccia di prenderti a pugni, tira fuori una cordialità così vera, così spontanea, così travolgente che è un piacere parlargli. Quando lo incontrai chiamò il suo ‘manager’, che era italiano, e lo invitò a salutare i suoi compatrioti, chiedendomi poi di fare domande a suo padre e a suo fratello”. Bob Kennedy? “Nella frase citava Shakespeare e il diritto amministrativo. Dag Hammarskield, allora già ex segretario dell’Onu, usava un linguaggio diplomatico, riservato che non rivelava l’enorme complessità del suo carattere”. Nel suo soggiorno elettronico ricevette anche Lyndon Johnson, Frank Sinatra, il primo ministro canadese Trudeau, “che adesso mi dicono essere diventato meno ‘play boy’… Era l’ideale per le interviste…”.
Alle spalle di Lella * una cascata.
Alcuni si aprivano, altri non si facevano spremere. Rispolverai il giudizio che dava di lui Nicola Adelfi: “Ha una curiosità morbosa per i fatti della vita, non sa resistere a un’immagine che ferisce, ama la città e la notte, ha un gran senso dell’humour e una predilezione per il paradosso”. E’ vero, Orlando? “I paradossi mi piacciono, le storielle umoristiche anche, le raccolgo”. Sentiva molto il problema dei diritti civili, dei giovani, delle carceri; e si proponeva di dibatterli su “ABC”, temi da lui discussi da deputato socialista, eletto nel ’72, anche in convegni e altri eventi internazionali. Parlava pacatamente, guardando fisso negli occhi, andando subito al sodo. Senza enfasi e senza retorica. Cercai di attirarlo sul Premio Borselli assegnatogli nel ’71 come migliore giornalista dell’anno, ma schivò l’argomento. Fece lo stesso quando gli chiesi della sua partecipazione ai film “Il tigre”, “Il pap’occhio” e “Caldo soffocante”. Non amava raccontarsi, Ruggero Orlando, primo corrispondente della Rai a New York, deceduto nell’aprile del 1994, a Roma.


* La sig.ra Lella Cito è titolare di un negozio di ottica a Martina Franca  
   ed è stata in vari paesi del mondo.







mercoledì 21 settembre 2016

Serata indimenticabile, quella del 25 maggio ‘87


GRANDE FESTA PER RENATO OLIVIERI

PADRE DEL COMMISSARIO AMBROSIO





Il grande giallista, che Raffaele Crovi paragonò a Giorgio Scerbanenco,      



fotografava gli ambienti
prima di scrivere i suoi romanzi.



Prestava al Commissario di carta,
intelligente e amante dell'arte,
le proprie notevoli doti di
cultura.








Franco Presicci


Quella con il commissario Ambrosio nella cascina trasformata in lussuoso ristorante fu una grande serata. Il sagace poliziotto di carta, nato dalla fantasia del giallista Renato Olivieri, era una calamita; e per unirsi alla compagnia che lo festeggiava, il 25 maggio ’87,
Serra,Catalano,Jovine,Plantone,Caracciolo,Olivieri,Pagnozzi
arrivarono tanti investigatori veri: i questori Vito Plantone da La Spezia; Mario Jovine da Roma; Vincenzo Putomatti da Sondrio, Antonio Pagnozzi da Voghera. Enzo Caracciolo, ormai in pensione, ma con il cuore sempre in via Fatebenefratelli, sede della questura. Tutti al fianco di Umberto Catalano, al vertice della polizia milanese. Rizzoli aveva appena pubblicato le ultime imprese di Ambrosio raccolte nel libro “Largo Richini”, e pregai Guido Gerosa, scrittore e grande giornalista che aveva iniziato la brillante carriera al quotidiano del pomeriggio “La Notte”, passando poi a L’Europeo”, ad Annabella, al “Giorno” come vicedirettore, rimanendo appassionato di “nera”, di parlare dell’autore e della sua creatura.
Direttore del Giorno Rizzi,Gerosa,Olivieri,Giuliani
Dopo Gerosa, prese il microfono Arnaldo Giuliani, che della “nera” era un principe, e aveva una memoria di ferro (da poco aveva ceduto l’incarico di capocronista del “Corriere della Sera”). Intervistò tutti i Maigret presenti, ricucendo brandelli di storia della criminalità milanese. “Un ‘bouquet’ di questori come questo non si era mai visto”, disse subito Arnaldino, come gli amici chiamavano il vecchio cane da tartufi che si apprestava a lasciare Milano per andare a dirigere “Il Corriere Adriatico” di Ancona.
Plantone, Pagnozzi, Caracciolo avevano diretto la Squadra mobile, in quegli anni gestita da Achille Serra; e di episodi ne rispolverarono. Qualcuno mai imenticato.
Beria di Argentine, il giudiice Papi, la moglie di Jovine
Uno dei più memorabili accadde il 10 ottobre del ’56, alle 11.30, quando due fratelli un po’ fuori di testa arrivarono in motorino a Terrazzano, entrarono con uno stratagemma nella scuola elementare, estrassero le pistole e riunirono in un’aula due maestre e 96 bambini. Poi lanciarono dalla finestra un messaggio con la richiesta di 200 milioni in cambio della vita degli ostaggi. Cominciò l’incubo. Dopo sei ore una insegnante, spinta dalla paura, si buttò contro uno dei due, lottò con disperazione, riuscendo a disarmarlo; non mollò la presa, mentre il noto investigatore privato Tom Ponzi e un operaio tentavano di conquistare una finestra. Ci riuscirono, Ponzi, ex paracadutista, 120 chili di peso, mise a tappeto uno dei fratelli, l’operaio rimase ucciso nella confusione del momento. Alle 16.46 i bambini potettero essere riabbracciati.
Olivieri,2°a dx,ascolta Catalano
I cronisti dei giornali e della televisione, ospiti della manifestazione del maggio ’87, avidi di notizie, improvvisarono nel vestibolo del locale una sala stampa, e martellarono di domande dirigenti e sottufficiali di via Fatebenefratelli. Che tipo di gente bazzicava le bische? Chi le gestiva? Qual era il volume degli affari illeciti? Come si era trasformata la malavita?... Arnaldo, che conosceva bene la città, la malandra che vi allignava e il suo gergo, per il quale le forze dell’ordine erano “la madama” e “i caramba”, aveva già detto abbastanza; ma i cronisti volevano sapere di più. E appresero tra l’altro che molti di quei personaggi erano venerati dai furfanti per la loro umanità.
Non di rado, per esempio, raccomandavano ai loro uomini che andavano a perquisire le abitazioni di stare attenti a non svegliare i bambini, e se ne prendevano cura quando i genitori venivano impacchettati.
Catalano premia Olivieri
Vito Plantone, sempre molto misurato, disse che a volte le indagini prendono la strada giusta per merito della fortuna; Mario Jovine, raccontò la rapina di via Osoppo, 27 febbraio del ’58, l’arresto delle sette tutte blu che l’avevano realizzata e la decisione del capo della Mobile Zamparelli di portare tutti i “segugi” nella Chiesa di Santa Rita, di cui era devoto. Qualcuno ricordò i principi della cronaca di una volta, tra i quali Ferruccio Lanfranchi, e maestri come Tommaso Besozzi.
Serata in onore di Olivieri







Fu una serata interessantissima, alla quale parteciparono anche il procuratore generale della Repubblica Beria di Argentine, i pubblici ministeri Piercamillo Davigo e Francesco Di Maggio, generali della Finanza,colonnelli dei carabinieri…Piero Giorgianni, direttore de “La Notte”, si avvicinò a uno dei fotografi, Dante Federici, e lo pregò di portargli al giornale non oltre le 2, “cioè fra tre ore”, tutte le foto da lui scattate; e all’evento dedicò una pagina, con un titolo a sette colonne: “I ricordi della madama – Venticinque anni di cronaca nera raccontati da grandi poliziotti”. Gioiva, Renato Olivieri, uomo colto - per anni direttore della rivista mondadoriana “Arte” - che aveva prestato ad Ambrosio le proprie doti, compreso l’amore per la letteratura.
Giuliani, la moglie, Gerosa, Olivieri, Oriani
Raffaele Crovi il 28 aprile dell’83 aveva scritto: “Ho riletto il quarto poliziesco di Renato Olivieri, ‘L’indagine interrotta’ (Rusconi, pagg.158, lire 14.000). L’avevo già letto in versione dattiloscritta: l’ho riletto con il sottile piacere con cui si beve, stagionato di un anno in bottiglia, il vino già riconosciuto buono alla spina della botte”. Aveva scoperto Olivieri giallista nel ’77 e aveva tenuto a battesimo il suo primo thriller, “Il caso Kodra”. Lo considerava, accanto ad Augusto De Angelis e Giorgio Scerbanenco, il terzo talento della narrativa poliziesca italiana. E il 15 maggio ’87 Oreste Del Buono, elogiando su “Repubblica” “Largo Richini” e tutto il lavoro di questo egregio scrittore, titolo “Tour guidato con omicidio”, attraversò con Giulio Ambrosio le vie e le piazze teatro degli omicidi di cui si era occupato: Porta Lodovica, via Donizetti, viale Romagna, piazza Napoli, largo Gemelli…: luoghi che Olivieri, come sempre, aveva esplorato prima di mettersi a scrivere, fotografandoli con la sua “Leica”.
Il giornalista Abbiati con il libro di Olivieri
Ero amico di Olivieri. La serata del 25 maggio ’87 l’avevo organizzata io, mettendoci tutto l’impegno possibile. Un paio di anni prima avevo pregato lo scrittore di presentare il libro “Belmonte” del tarantino Franco Zoppo all’Associazione regionale pugliesi, in piazza Duomo, dove il responsabile delle attività culturali era Filippo Alto, ma all’ultimo momento aveva avuto un problema. Gli chiesi di venire con me in auto a Brescia, dove le “donne elettrici” mi avevano invitato a una cena con Vito Plantone, questore in quella città, annunciandomi che dopo avrei dovuto intervistarlo sul palco di un prestigioso teatro. Ne approfittai per parlare anche della produzione di Olivieri, che a sua volta sottolineò le virtù umane e professionali di Plantone, di cui conosceva l’opera svolta in via Fatebenefratelli e altrove.
 La serata continuò con pochi amici in casa di Vito. Io sapevo che con lui si faceva sempre tardi e non mi accorgevo del tempo che passava. Ma Olivieri, con il suo solito garbo, mi sollecitava a salutare. Era un gentiluomo. Uomo discreto, cordiale, generoso, di poche parole, pittore, oltre che scrittore. Amava profondamente Milano. Nei suoi romanzi l’ha descritta nei minimi particolari, facendola assurgere a personaggio delle sue storie.
Nato nel ’25 a Sanguineto, in provincia di Verona (il paese di un altro grande, Giulio Nascimbeni, giornalista e biografo di Montale), era milanese con convinzione. Un giorno, dovendo io scrivere un pezzo per la prima pagina del “Giorno” sullo sconosciuto che in zona San Siro tormentava il fondoschiena dei passanti sparando frecce con mira infallibile, gli chiesi un parere da giallista. E anche se dal “Giorno” era passato al “Corriere” non si schermì, per cortesia e amicizia.





mercoledì 14 settembre 2016

La storia del libraio-editore di viale Tunisia, a Milano



NICOLA PARTIPILO, BARESE AUTENTICO


DA BARISTA A RE DELLA MILANO DI CARTA

                                  

 

Ha pubblicato volumi prestigiosi, da “I Cortili” a “Le Cascine” ai “Castelli”, a “I Navigli”, con immagini di grandi fotografi (Fulvio Roiter, Mario De Biasi…) e testi di autori famosi, come
Ferruccio De Bortoli, Guido Vergani e Carlo Castellaneta.

 






Franco Presicci


Pochi “terroni” (absit iniuria verbis) possono vantarsi di conoscere ogni angolo di Milano, dai confini con Rozzano o Segrate a Cassina de’ Pecchi; da via  Novara a via Gattamelata... Nicola Partipilo può farlo.
Ma indurlo a parlare è  impresa ardua. 

Gianni Brera con la pipa
Ogni tanto dice di essere uno di quelli che vanno  subito al nocciolo, ma il resto delle parole affoga nei 
silenzi.Tuttavia, tenta e ritenta, sono riuscito a  stimolargli la favella. E ha cominciato con una filippica contro la crisi e il costo degli affitti, triplicato, che ha costretto più d’una libreria a spegnere definitivamente le luci. Dopo lo sfogo, legittimo, ha preso il discorso su Milano, soffermandosi sui libri che ha pubblicato: sui Navigli, sui ponti, sul Liberty, sulle piazze, sui monumenti, sulle chiese, sui personaggi che hanno fatto la storia della città e della Lombardia. E, facendo un’eccezione, incalzato, ha anche parlato di sé.
Naviglio grande

L’idea di accoppiare l’attività di editore a quella di libraio spuntò anni fa, quando già aveva dato alle stampe per un amico “L’alimentazione in 100 libri più uno”. Ci prese gusto, e andò avanti, con “Sapessi com’è strano conoscere Milano”, introduzione di Enzo Jannacci. Continuò con “Una Milano mai vista” di Leonida Villani, ex capoufficio stampa del Comune di Milano, proveniente da “La Gazzetta di Parma” di Baldassarre Molossi, giornalista rigoroso e gentiluomo.
Il libro, come i precedenti, era in bella veste tipografica ed era interessante, tanto che qualcuno gli suggerì di dedicargli una serata, protagonista Piero Mazzarella,
Mazzarella-Presicci
attore di prima classe che recitava al teatro Gerolamo commedie in dialetto meneghino. L’idea gli piacque, e per la cerimonia scelse un ristorante dalle parti del Corvetto, dove affluirono centinaia d’invitati, compresi giornalisti e autorità. Tra i relatori Luciano Visintin, de “Il Corriere della Sera” (ex direttore de “Il Corriere dei Piccoli”), autore di migliaia di pagine milanesi, comprese quelle sul Duomo. In cambio, Mazzarella, dotato di una generosità più unica che rara, chiese un orologio di bassissimo costo (una trentina di migliaia di lire) da aggiungere alla sua collezione. 
E quasi si irritò quando se ne vide consegnare uno molto più costoso. Basso, in carne, quasi calvo, intelligente, concreto, riservato, volitivo, occhiali sulla punta del naso, oggi sessantasettenne, Partipilo è agile come un primate. Sale e scende le scale in metallo della sua libreria per prendere Omero, Freud o Eco da uno scaffale in alto; è sempre di corsa anche quando va con un cliente a prendere un caffè al bar di fronte, eppure la sera, al momento della chiusura, non è mai stanco. 

 2°a sx Partipilo-a dx Gianni Brera
Anzi si sente pronto a rimettersi in moto, spinto da una grande passione per quello che fa.

E’ nato a Bari, dove, quando può, torna, perchè, dice, neppure gli uccelli dimenticano il nido. E alla sua culla va spesso il suo pensiero.“Ero un moccioso il giorno in cui fui preso come fattorino da Spinelli, commerciante di bibite e alcolici. Portavo il vino con il triciclo fino al portone delle case e poi, a piedi, al quinto o al sesto piano.
Con un compenso di duemila lire la settimana, mance a parte. In ditta andavo in bici, e durante il tragitto, pedalando, mangiavo un filone di pane senza companatico. Con 200 lire compravo una cassetta di mele e le facevo fuori in un baleno”. 

Renzo Cortina
Ma la sua mèta era la metropoli lombarda. Se la sognava di notte. Per niente al mondo ci avrebbe rinunciato.Così una mattina andò alla stazione, prese il treno e si lasciò alle spalle il quartiere Carbonara. Nella terra del Porta trovò impiego in un “trani”, come all’epoca venivano chiamate le osterie aperte dagli immigrati dell’omonima città pugliese (sull’argomento Pappalettera ha scritto un libro, in cui descrive le atmosfere, i frequentatori, gli arredi, gli affari, gli incontri…). “Era noto per gli ottimi vini. Facevo il barista.
 Mi alzavo alle 5 e alle 6 ero già dietro il bancone. Smettevo alle 21. Il primo giorno il padrone mi servì una tazza di latte e una michetta. Io avevo un gran fame e il giorno successivo di latte riempii una pentola, immergendovi una ventina di rosette, che per me e per gli altri come me erano fatte d’aria”. 

Galleria V.Emanuele II
Faticava come un negro, riposo solo il pomeriggio di Natale. Quando i titolari lo portarono in Duomo e sui navigli rimase affascinato. 

Tuttavia, chiesto consiglio a San Nicola, protettore della sua città, vi rientrò. San Nicola però non lo consigliò bene, o almeno fu questo il sospetto che assalì improvvisamente Nicola, sedotto dal canto di una sirena: “Che cosa hai fatto? Non è stato San Nicola a spingerti sulla via del ritorno. 
La tua domanda deve essere stata intercettata; oppure non hai capito bene la risposta. Riprendilo, quel treno…”. Obbedì e rieccolo a Milano. In viale Tunisia, fattorino della libreria di viale Tunisia (dove diventerà proprietario nel ’66). 

“Andavo a ritirare i libri dalle case editrici e sia all’andata che al ritorno mi fermavo davanti ai palazzi patrizi; ammiravo il Liberty di corso Venezia, i bastioni…; entravo in un cortile settecentesco e vi scoprivo giardini con archi, fontane zampillanti, sculture, pergolati, siepi, aiuole… “Meditavo su tanta bellezza, quando Alberto Lorenzi mi chiese di pubblicargli ‘I segreti del varietà’. Scelsi l’immagine per la copertina, Totò che esce da una cassapanca, e gli dissi di sì”, coinvolgendo me per la prefazione. 

N.Partipilo-E.Biagi
Io però ero del parere di fare un’intervista a Wanda Osiris e di collocarla nelle prime pagine, e lui:“Benissimo, proviamo”.

Una settimana dopo eravamo nella elegantissima casa della Wandissima, in via Sant’Andrea, in pieno centro. L’attrice mi parlò dei suoi trionfi, anche al teatro Orfeo di Taranto; dell’ammirazione che Mussolini nutriva per lei; dei gerarchi che l’applaudivano dalla prima fila; della colazione che negli ultimi tempi faceva da Cova con le amiche…mentre Nicola dal balcone contemplava il giardino e, rapito, tardava a bere il caffè che il maggiordomo in livrea aveva messo sul tavolino. 

Cortile sul Naviglio
Il libro uscì, e venne recensito da tutti i giornali e dalle televisioni. Nacque così la Celip (Casa editrice libreria internazionale Partipilo). 

Ogni anno un volume prestigioso: “Milano liberty”, foto di Fulvio Roiter e testo di Guido Lopez; “I cortili”, testo di Lopez  illustrato da Mario De Biasi; “Le cascine”, foto di Piero Orlandi e testo del sottoscritto; “I castelli” di Andrea Bosco; “Le stagioni di Milano” di Carlo Castellaneta; “Le chiese”, di Giancarlo Botti…; e poi libri più corposi, spettacolari: “Natività e presepi”, “I venticinque secoli di Milano”, “Il volto perduto della città”, “I Navigli”, con inmagini meravigliose, spesso inedite, mappe, disegni, documenti, capitoli di Guido Vergani, Gaetano Afeltra, Giuseppe Pontiggia, Empio Malara, Franco Presicci…  

Aldo e Renzo Cortina
Opere, curate da Roberta Cordani, presentate da Ferruccio De Bortoli, direttore del “Corriere della Sera”, da docenti universitari, architetti, storici dell’arte, sovrintendenti di museo…nel salone della storica, esclusiva Società del Giardino; alla Basilica di Sant’Ambrogio, a Palazzo Clerici, allo Spazio Prospettive d’arte di un altro egregio pugliese; Mimmo Dabbrescia…

La libreria di viale Tunisia era diventata famosa grazie al libro con fezionato in casa “Milano testi”: elenco di tutti i titoli scolastici in vendita in città”. Uomo ricco di idee, stimatissimo, Nicola accolse con tutti gli onori Gianni Brera, Enzo Biagi e altre personalità della cultura e del giornalismo… Era amico dei tre fratelli Cortina, tutti librai. Renzo, che era anche gallerista (da lui esposero Dino Buzzati, Vittorio Alfieri, Filippo Alto…), nel ’75 scrisse “Horca myseria – ovvero origini, splendore e decadenza del sogno di un libraio di piazza Cavour”; Aldo, pittore allievo di De Pisis; Mario. “Mi hanno insegnato tante cose”, ricorda Nicola Partipilo. Anche lui oggi avrebbe lezioni da dare: su Milano e sulla Lombardia.